DEEP PURPLE

Burn

1974 - EMI

A CURA DI
OLEG EGON BRANDO
05/12/2013
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Per recensire questo album potrei scrivere una sola frase: Capolavoro del Rock da possedere assolutamente. Ma se facessi così sarei solo un pigro cialtrone e mi toglierei il gusto ed il privilegio di scrivere a proposito di questa pietra miliare della nostra musica preferita, macchiandomi di un peccato di quelli che scottano.I Deep Purple nel 1974 erano già dei veterani della scena Rock mondiale con all’attivo ben sette album pubblicati in altrettanti anni. Pionieri di quello che sarebbe stato poi battezzato come "Heavy Metal" al pari di altre leggende come Black Sabbath, Led Zeppelin e Judas Priest, i DP avevano già lasciato il segno con dischi tanto belli quanto fondamentali come ,ad esempio,  "In Rock", "Machine Head" e uno dei Live album per eccellenza "Made in Japan". "Burn" è il primo lavoro della band alla sua terza incarnazione (soprannominata "Mark III") nata dopo l’allontanamento dal gruppo per screzi più caratteriali che musicali  del cantante Ian Gillan e del bassista Roger Glover (che torneranno in seno alla band svariati anni dopo, ma questa è un’altra storia). Le redini del gruppo restano quindi in mano al tanto scorbutico quanto geniale chitarrista Ritchie Blackmore coadiuvato dai fenomenali Ian Paice alla batteria e Jon Lord alle tastiere.Il primo nuovo acquisto dei Purple è il bassista/cantante Glenn Hughes, musicista dall' impronta spiccatamente Rhythm & Blues-Funk-Soul tanto col 4 corde che con le corde vocali: Maestro del groove con lo strumento e dotato di una voce acuta con un timbro talmente alto ed intenso che ricorda quello di UNA cantante di colore. Non a caso il grande Stevie Wonder lo definì "il più nero fra i cantanti bianchi".  Le intenzioni di Blackmore erano quelle di affidare a Hughes il ruolo di frontman trasformando la band in un quartetto. Fu il management dell’etichetta discografica ad insistere per avere un quinto elemento nella band e così, dopo numerosi fallimentari provini a svariati cantanti, entra nelle file del gruppo il giovane David Coverdale, talento fino ad allora sconosciuto che viene notato per puro caso durante un live con la sua precedente band ,di livello amatoriale, da un Ian Paice a zonzo per birrerie. La voce di Coverdale fa da contraltare a quella di Hughes e da il suo meglio su toni medio bassi con un "graffio" tipicamente blues capace di diventare un ruggito quando il brano lo richiede. Una voce calda, sporca ed ispirata che si alterna e completa con quella tagliente e pulita del bassista. Questa possibilità di avere nel proprio arsenale due stili vocali invece di uno solo permette alla band di dare alle proprie composizioni una varietà interessante e uno spettro sonoro maggiore di quanto osato nei dischi precedenti. Il disco si apre con la title track "Burn" ed il suo fantastico riff di chitarra. La sezione ritmica lo completa con un groove tirato e dinamico. Sopra le funamboliche rullate di Ian Paice si presenta al mondo la voce di Coverdale che ringhia una storia fantasy di una donna capace di incendiare tutto con un solo gesto "People are sayin' the woman is damned, she makes you burn with a wave of her hand." Il ritornello è l’armonizzazione della parola Burn sotto il poderoso riff di chitarra. Nel bridge del brano si presenta l’ugola di Hughes che canta la resa del popolo alla strega del fuoco con il suo timbro affilato "You know we had no time,we could not even try". Lo spazio viene poi lasciato ai soli strumenti: prima con il funambolico guitar solo di Blackmore poi con l’assolo di Hammond del maestro Jon Lord che pennella il brano con raffinati passaggi barocchi ispirati dall'opera di Johan Sebastian Bach. Il pezzo si chiude non prima di una ulteriore strofa e ritornello ed un finale formalmente perfetto nel suo incedere marziale prima e nel suo breve sfogo chitarristico a conclusione. Una canzone pressoché perfetta, uno standard assoluto per chiunque voglia sapere cosa sia l’Hard Rock che sconfina nel primordiale Heavy Metal. Un semplice quanto efficace giro di organo Hammond introduce la seconda traccia : "Might Just Take Your Life". L’ingresso del resto della band apporta un groove al quale è difficile resistere stando fermi. La grinta della voce di Coverdale fa la parte del leone e la complementarietà con la voce del bassista raggiuge livelli sublimi nelle armonie vocali del pre-ritornello e del refrain stesso (anche qui come in "Burn" è la ripetizione del titolo, in questo caso sotto il riff principale dell’introduzione) . Dopo il secondo ritornello Glenn Hughes si impadronisce del ruolo di voce solista in una variazione della strofa. Il finale è allietato da un bell'assolo di organo su cui i cantanti cantano assieme a ripetizione, come un mantra "Got more than I asked for, got more than I need" a conclusione di un testo che è una dichiarazione di sicurezza in se ed orgoglio per le proprie azioni, nonostante gli inevitabili giudizi negativi che tanta baldanza può attirare. La terza traccia è "Lay Down Stay Down". Il brano è uno dei più assimilabili allo stile proprio degli album con Gillan alla voce. Struttura Hard Rock Boogie con contrappunti in obbligato a donare al pezzo un tiro più moderno (rispetto agli standard dell’epoca). Anche il testo si rifà alla tradizione rock blues con la sua recrimina ad una donna che se n’è andata ed un invito all'amore ad una nuova fiamma.  ("I don't care if my lady's gone as long as you give me just what I want") .Anche in questo pezzo le note di colore più interessanti sono date dall'alternanza fra le voci dei due cantanti così come la loro coesione nelle parti armonizzate ma una menzione particolare la merita anche il sempre strabiliante Ian Paice. La qualità del guitar solo è garantita dal talento di Blackmore che raramente, se non mai, delude. Un brano magari non a livello di altri del disco ma comunque di pregevolezza superiore,  a dir poco. A seguire una delle mie tracce preferite: "Sail Away". Il pezzo si apre con il favoloso riff principale, portatore sano di groove malato, con la Stratocaster di Blackmore che assume un tono acido e tagliente tanto da confondersi con quello dell’organo che entra ad accompagnarla. Sull'incedere marziale del brano si staglia poi la voce di Coverdale con una melodia avvolgente di matrice blues. Il caldo e pacato timbro del frontman canta qualche frase per lasciare il posto poi a quello del bassista per poi tornare, prima incrociandosi armonicamente con quello del compagno di gruppo nel bridge riprendendo poi il ruolo solista nel ritornello. Una melodia quasi liquida che scivola sulle pareti del cuore di chi l’ascolta lasciando una traccia che difficilmente può asciugarsi in breve tempo. Una sorta di psichedelia blues pastosa e raffinata sorretta da un preciso e fantasioso lavoro ritmico. Il break strumentale centrale è di rara bellezza: dapprima le tastiere di Lord tessono note lunghe e variegate, quasi a dipingere sonicamente un mare aperto, poi la chitarra di Blackmore con una semplice quanto azzeccata melodia armonizzata. Favoloso. Così come i passaggi di slide guitar nel finale a sfumare. Il testo narra una storia di maturazione e riflessione personale esposta tramite metafore marittime (la vita come un oceano, la rivoluzione personale come il salpare verso il mare aperto) , un simbolismo caro a David Coverdale tanto che lo riproporrà anni dopo nella stupenda "Sailing Ships" dei suoi Whitesnake. Alzate il volume e salpate verso i vostri sogni, sorelle e fratelli. Torniamo sulla terra ferma grazie al tellurico ritmo pseudo samba dell’introduzione di batteria a "You Fool No One". Il riff di chitarra boogie rock si incastra alla perfezione e parte il divertimento. Tutta la strofa è cantata in perfetta armonia dai due singers con note lunghe che completano e fanno da contraltare al dinamismo del comparto strumentale. Solo nel ritornello le voci si esibiscono da sole (al contrario degli standard non scritti del Rock/Pop) prima Coverdale, poi Hughes. Le parti strumentali dopo il secondo ed il terzo ritornello mantengono alta la dinamica e mostrano ancora una volta , come se non si fosse ancora capito, quanto tutti i musicisti del gruppo siano ad un livello altissimo. Le parole del testo sono rivolte ad una donna che evidentemente non ha fatto dell’onestà il suo punto di forza, ma il narratore s’è fatto furbo e gliele canta per bene ( "If you think you're gonna take me for granted, chasin' round with all you see, gonna make you live to regret it" ). A seguire abbiamo "What's Going On Here". Nel DNA di questa composizione sono evidenti il Boogie ed il Rhythm & Blues. Il brano viaggia su coordinate molto 60’s sia nel suo incedere, come nell’uso della chitarra e , soprattutto, per l’uso del piano elettrico in modo molto "groovoso" e ritmico. Alla "Roadhouse Blues" dei The Doors, giusto per fare un paragone con qualcosa di noto. Il testo è una divertente cronaca di una sbronza,  del successivo e delirante hangover e dei guai con donne e polizia che ne conseguono.  Il brano è decisamente di alta qualità anche se rispetto alle altre perle del disco forse tende a passare in secondo piano. Quasi in conclusione del disco troviamo una degli apici assoluti, per me, della carriera dei Deep Purple: "Mistreated". E’ la sola Stratocaster di Blackmore ad introdurci al viaggio che ci accompagnerà nei successivi 7 e più minuti. Una rilettura dei canoni del Blues di rara intensità. Una canzone Marziale, Ossessiva, Sexy, Drammatica, Rabbiosa. Tanto Matura quanto Naif. Il ruolo di cantarci il dramma della solitudine dopo la perdita di un amore è lasciato al solo Coverdale che svolge il suo ruolo con una passione ed una grinta che trasudano onestà e coerenza fra il suono che esce dalla bocca e quanto viene vissuto sotto pelle. Questo è l’unico brano del disco in cui non vi è alternanza di ruolo come cantante solista e le armonie vocali non sono praticamente mai utilizzate (se non nella parte finale, ma  più che altro per arricchire la base al solo di chitarra) Scelta saggia e in linea col tema del brano, che avrebbe perso di potenza comunicativa se cantato a più voci. Oltre al magistrale lavoro di Coverdale ed al solido lavoro della sezione ritmica, le luci della ribalta sono assolutamente sul guitar-work del grande Blackmore che coi contrappunti e le melodie per tutto il brano, con il pathos del crescendo centrale e con il favoloso assolo finale rende giustizia al suo talento. Questo capolavoro del Rock sarebbe stata la degna conclusione per il viaggio iniziato col riff di "Burn" ma i Deep Purple decisero di farlo seguire da un ulteriore brano ovvero la strumentale "A 200". Quattro minuti in cui tastiere e chitarre si scambiano il ruolo principale su una struttura ritmica militaresca eseguendo melodie esotiche con massiccio utilizzo di effetti e sintetizzatori in voga a cavallo fra gli anni 60 e 70. La canzone scivola via senza infamia e senza lode. L’avrei vista meglio come intermezzo all'interno della tracklist più che come gran finale, ruolo che –come ho già affermato- sarebbe dovuto spettare alla ben più epica e passionale "Mistreated". Questa strana scelta di scaletta è l’unica nota un po’ stonata per quanto riguarda ciò che sentiamo in questo capolavoro di album. L’altra pecca, ai miei occhi, è la discutibile copertina: cinque candele con le sembianze dei membri del gruppo, almeno quella era l’intenzione. Non certo un immagine accattivante o ben riuscita. Questo non sminuisce certo quello che è e sarà sempre uno dei dischi Hard Rock più belli, variegati ed ispirati della storia. Un emblema di come una band può reinventare se stessa e di come il non porsi limiti di genere e di influenze musicali sia un’arma propria di chi veramente ama e sa scrivere e suonare Grande Musica.


1) Burn 
2) Might Just Take Your Life 
3) Lay Down Stay Down 
4) Sail Away 
5) You Fool No One 
6) What's Goin' On Here 
7) Mistreated 
8) "A" 200

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