DEBAUCHERY vs. BLOOD GOD

Thunderbeast

2016 - Massacre Records

A CURA DI
MAREK & MICHELE ALLUIGI
06/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

"We are the Death Metal Warmachine!"; l'urlo cavernoso con il quale i Debauchery hanno saputo farsi largo, a suon di brutalità, all'interno di un panorama estremo decisamente affollato. Tedeschi per nascita e dediti ad un concetto tutto loro di crudeltà sonora, capitanati da una delle personalità più estreme, controverse e determinate del panorama Metal. Inutile dirvi che parliamo del loro frontman ed unico membro stabile, ovvero Mr. Debauchery, alias The Blood Beast, al secolo Thomas Gurrath. Un frontman istrionico, pazzo se vogliamo, in grado di donare la vita ad un immaginario a tinte estreme, in cui è il concetto di esagerazione a dominare imperialmente. Perché, a conti fatti, è il mondo dell'estremo che costituisce l'ossatura principale del regno dei Debauchery. L'esagerazione Horror, con le sue teste mozzate ed i suoi cadaveri sventrati; l'esagerazione di tipo fisico, con procaci performer che di certo non disdegnano una bella colata di sangue sulle loro grazie; l'esagerazione misantropica, ed i suoi slogan a dir poco eloquenti. "Fuck Humanity!!" è il grido-credo di questo scalcinato gruppo, dannata masnada di metalheads volenterosi di scagliarsi contro ogni costrutto sociale, contro ogni regola o concetto tipico del "cittadino per bene". Niente norme o comportamenti "socialmente / politicamente" accettabili, assolutamente. Guerra, sangue, distruzione, belle donne, misantropia. "Il meglio della vita", come direbbe il cimmero Conan. Naturalmente, per esprimere tutta questa volontà di trasgredire, i Nostri abbisognavano di un genere che avesse potuto estremizzare ancora di più determinati concetti: ecco dunque il subentro del Brutal Death Metal, dei suoi pesanti chitarroni e delle sue urla gutturali. Un complesso, i Debauchery, che tuttavia non è caduto nel prevedibile ed anzi, ha più volte deciso di shockare la propria audience intraprendendo diversi cambi di stile, nel corso degli anni. Quando determinati stilemi cominciarono di fatti a puzzare di stantio, ecco che Thomas decise di rispolverare la sua passione per l'Hard n' Heavy vecchio stile, mischiando determinate sonorità alla sua formazione Death. Ecco che si verificò, dunque, uno slegarsi progressivo dal Death Metal a tinte brutal espresso nei primi lavori, per mutarlo (nel corso degli anni) in una sorta di miscela Death n' Roll, assai personale e particolare, che molto doveva e deve agli Entombed di "Wolverine Blues" pur non disdegnando assolutamente l'optare - sempre - per l'originalità espressa. A suon di riff accattivanti e massicci, sanguinolenti ma trascinanti; senza dimenticarsi della voce di Thomas, vero e proprio master mind del progetto, il quale sicuramente merita il soprannome con il quale è conosciuto. Una voce come la sua, del resto, è difficile scordarsela.. solo il ruggito di un lupo mannaro dal ventre dell'inferno, potrebbe forse rimanerci più impresso. La bellezza di nove album, il primo dei quali ("Kill Maim Burn") licenziato nel 2003; poi, una nutrita serie di successori, uno più interessante dell'altro, pur con la presenza di qualche (naturalissima) "pecca". Un percorso discografico che ha portato i Debauchery a rilasciare il loro ultimo album nel 2015, "F*ck Humanity". Ma andiamo con gradi, e  - prima di appropinquarci a disquisire dell'ultima uscita targata Debauchery, successiva a "F*ck.." - compiamo un piccolo excursus circa la loro storia e la loro crescita artistica. Il tutto, come già detto, nasce per volontà di Thomas Gurrath, irreprensibile professore di filosofia presso un liceo della sua città, col pallino del Metal. Da quello più classico (Accept, Iron Maiden) a quello più estremo (Entombed, Death), i suoi ascolti sortivano notevole effetto sul suo animo, tanto da trascinarlo ben presto verso la "deriva" finale: metter su una band tutta sua, per donare una voce al suo animo selvaggio e ribelle. Inizialmente furono i Maggotcunt, formati nel 2001 ed autori di una demo, tuttavia Thomas decise ben presto di rinominare il progetto. Nacquero i Debauchery e così il loro primo parto discografico, quel "Kill Maim Burn" rilasciato nel 2003 ed interamente suonato dal nostro Bloodbeast, fatta eccezione per le parti di batteria, appannaggio totale di Ronald Squire. Una release indipendente, che comunque suscitò non poco scalpore e permise alla band di firmare il suo primo contratto discografico. Ad occuparsi del successore di "Kill..", infatti, fu la "Black Attakk Records", la quale licenziò ufficialmente "Rage Of The Bloodbeast" nel 2004. Un disco che proseguì la "politica" sonora dei Debauchery, perfettamente stabile (sino a quel momento) su di un brutale e grezzo Death Metal, carico di Groove, pur non risultando quest'ultimo tratto ancora predominante o preponderante. A far parte della squadra, inoltre, giunse Dani, nuovo batterista del gruppo. Qualcosa cominciò a cambiare, anche a livello sonoro, con "Torture Pit" del 2005, il quale presentò brani come l'anthemica "Death Metal Warmachine", canzone carica di ritmo, accattivante se vogliamo, costituita da un riffing work generale assai "catchy", tipico dei brani Hard n' Heavy. Senza comunque eliminare il pesante suono tipico del Death, nonché il cantato in growl di Bloodbeast. La definitiva consacrazione al Death n' Roll avvenne dunque con la pubblicazione di "Back in Blood", nell'anno domini 2007; un disco che non solo vide la separazione di Dani dal gruppo (in seguito ad una rissa avvenuta con Thomas durante un'esibizione) e la conseguente aggiunta di Oli alle pelli, ma che soprattutto immise nell'universo dei Debauchery nuova apparenza dal punto di vista meramente iconografico. Se i precedenti tre album si basavano principalmente su tematiche orrorifiche, guerresche o comunque dominate da mostri e creature direttamente prese in prestito dall'universo di "Warhammer" (videogame molto caro a Thomas), proprio con "Back.." si ha l'introduzione di un certo amore per il lascivo, per il morboso, per una sessualità sbandierata senza troppo pudore. Il video realizzato per la traccia "Lords of Battle", in questo senso, è quanto meno eloquente: una bellissima ragazza seminuda, intenta a danzare ammiccante ed avvinghiata ad un palo da lap-dance. Un'iconografia che raramente si era vista nel mondo Death, più incline a tematiche assai più tradizionaliste ed appunto "splatter". Senza contare il fatto che, inoltre, "Back in Blood" presentò nella sua tracklist numerose cover: canzoni rielaborare in chiave Debauchery e prese in prestito da gruppi ai loro antipodi. Genesis, Rolling Stones, Beatles, ma anche Judas Priest e Manowar. Insomma, un vero e proprio cambio di rotta, un cambiamento sancito anche dall'approdo del gruppo sotto l'ala della "AFM Records". Sempre per quest'ultima etichetta venne rilasciato poi "Continue to Kill" (2008), album in cui il verbo preannunciato in "Back.." continuò ad essere sviluppato, con annessi e connessi. Sessualità e orrore, guerra e lascivia: il tutto, a ritmo di Death n' Roll. Anche l'immaginario delle copertine iniziò a cambiare, presentando scene sempre degne di una partita a "Warhammer", davvero divenuto "la" musa ispiratrice di Thomas. Il primo decennio del 2000 si chiude con la pubblicazione di "Rockers & War" (2009), per aprirsi con il criticato "Germany's Next Death Metal" (2011), il quale pagò forse lo scotto di una freschezza non più intatta e di una sostanziale mancanza di inventiva (nonostante fosse comunque ricco di situazioni interessanti), il primo dai tempi di "Continue.." a vedere per la prima volta un nome accanto a quello di Thomas. Come co-chitarrista venne infatti ingaggiato Joshi Wang, ascia dei Death Metallers Anasarca. Se comunque il motto "chi fa per se fa per tre" risulta essere vero, ben si spiegherebbe il successo che, di contro, ebbe il successore di "Germany's.."; "Kings of Carnage", album del 2013 e primo ad essere rilasciato per la "Massacre Records", riportò in auge il nome di Thomas, il quale ci prese effettivamente gusto e sfornò, l'anno successivo, un altro lavoro di indubbia qualità: il già citato "F*ck Humanity", per la prima volta registrato da una vera formazione (l'eclettismo di Bloodbeast, possiamo dirlo, ha del leggendario) la quale vede oltre al sempiterno Thomas (basso e voce) anche Mr. Blood, Mr. Death e Mr. Kill nei ruoli, rispettivamente, di basso, batteria e seconda chitarra. Un organico denominato "Team Kill", più stabile della girandola di turnisti che sino a quel momento permetteva a Bloodbeast di esibirsi live. Giungiamo così ai giorni nostri ed al rilascio del secondo parto dei Debauchery realizzato per la "Massacre Records". Sulla carta uno split, in pratica un album in cui ogni traccia suona leggermente differente l'una dall'altra. Due anime che il gruppo decide di mostrare: quella più brutale e quella più Hard n' Heavy, quasi a tributare entrambe le anime che, fino ad allora, avevano coesistito all'interno di una sola tracklist. Questo l'intento di "Thunderbeast", uscito in questo 2016: una collaborazione fra i Debauchery ed i Blood God, gruppo fittizio creato ad hoc per l'occasione, riconducibile all'anima più Hard n' Heavy espressa da Thomas in tutta la sua carriera. Due entità quindi uguali e distinte, imprescindibili, che mescolate hanno dato vita a tutto quel che il gruppo è stato, sino a quest'anno. Per questa volta, però, le due entità coesisteranno "separatamente". Interessante e divertente, a tal proposito, leggere la storia che il buon Thomas ha creato per giustificare la comparsa del "nuovo" gruppo. Una storia che ha del mitologico, in quanto narra una sorta d'antica ed arcana leggenda. Protagonista è il suolo terrestre, flagellato da una violenta Apocalisse ed ormai ridotto ad una terra di sangue e disperazione. E' proprio in questo clima che Drakorgaur, conosciuto come "Blood God", fa la sua comparsa a bordo di una nave, sorgendo direttamente dal regno degli inferi. Coadiuvato dalla sua ciurma, i suoi fedelissimi Balgerothi Drakornauts, ci viene descritto come il dominatore di un mondo in cui gli umani sono costretti a supplizi tremendi, torturati per l'eternità. Il suo palazzo è un coacervo di urla e fiotti di sangue, disperazione e pianti; proprio per questo motivo, il Dio si è guadagnato il suo appellativo. La sua religione è l'odio, il suo credo la paura. I suoi guerrieri sono i più sanguinari mai esistiti, e non provano pietà per nessuno. Sono i portavoce del massacro e dello sbudellamento. Una presentazione dunque con i fiocchi, la quale ci presenta quindi Blood God in tutta la sua titanica potenza. Proseguendo con il racconto, la leggenda narra come un giorno Drakograur riuscì a liberare i Debauchers, antichi demoni resi schiavi dalla demonessa Succuba, la quale riuscì ad ingannarli e a farli cadere prigionieri del suo incantesimo. Una volta dissolto quest'ultimo, grazie all'operato di Blood God, i Debauchers sventrarono e straziarono il corpo di Succuba, vendicandosi. Tuttavia, non si limitarono a quello; la loro sete di potenza e di violenza crebbe a dismisura, tanto che decisero di concedersi a continue orge in compagnia di alcune vampire, le loro favorite fra tutte le anime terrestri. Le cosiddette "Cult of Blood Babes". Questo per volere del leader dei Debauchers, chiamato appunto Debauchery. Un entità che nel corso degli anni arrivò ai cosiddetti ferri corti con Drakorgaur, in quanto Debauchery cominciò ad essere adorato e riverito maggiormente, da tutti gli umani che volevano con egli condividere il credo del "Sex, Violence and Music". Dallo scontro dei due Dei nasce quindi "Thunderbeast", prodotto da Samoth Gorwrath (inoltre autore dell'artwork) e registrato presso i "City of Bones Studios". Prezioso l'aiuto fornito, in fase di registrazione, anche da Dennis Ward, già collaboratore di band come Unisonic e Krokus. Fatte le dovute premesse, non ci resta altro da fare che avventurarci in questo "scontro" fra le due anime di Thomas. Da una parte il Death Metal più sanguinolento e diretto, dall'altra l'Hard n' Heavy più tradizionale, quello forgiato nel fuoco di mille battaglie. Chi avrà la meglio, Debauchery o Blood God? Fate le vostre scommesse.. Let's Play!

Disc 1, Monster Voice: Heavy Metal Monsternaut

Si comincia alla grande con "Heavy Metal Monsternaut", traccia alla quale spetta il kick off di questo "Thunderbeast". L'apertura è scandita da un riff tipicamente Heavy, benché quest'ultimo risulti incredibilmente "pompato" da una resa sonora adattissima ad un bel chitarrone stile Death Metal. Note ruvide e pesanti che comunque riescono a catturare ed a donare al brano un'andatura non tipicamente "estrema". Chiariamoci: chiunque fosse venuto qui per assistere ad una performance stile Gruesome non rimarrà certo soddisfatto.. in quanto, è il caso di dirlo, ci troviamo dinnanzi ad un brano Heavy Metal notevolmente appesantito da stilemi tipici del metal ben più estremo. Addirittura, e senza timore di smentita, qualora la resa sonora fosse meno "roboante" e più pulita, con una voce in "clean", sembrerebbe quasi di trovarsi al cospetto di un brano degli Anvil. Un brano che comunque funziona, aperto immediatamente da un refrain che cattura e che ben si amalgama con le strofe, anch'esse trascinanti eppure incredibilmente ruvide e possenti, all'udito. Un bel muro sonoro ed un'ottima produzione, su tutto domina il growl sguaiato e maleducato di Bloodbeast, mentre la band, solidissima, lascia andare i suoi strumenti in una corsa sostenuta e devastante. Al minuto 2:37 possiamo udire addirittura un bell'assolo, che molto deve al grande Lips Kudlow e sicuramente dona al brano quello sprint in più, rendendolo incredibilmente brioso e vorticoso, scalmanato e quasi festaiolo. Chi l'avrebbe mai detto? Una vera e propria hit in grado di trascinare, così meravigliosamente estrema ma al contempo così incredibilmente trascinante, in grado di conquistare. Ci si avvia dunque alla conclusione, la quale spetta all'ottimo refrain; l'acidissima voce di Bloodbeast chiude dunque questa notevole prima track, dalla struttura semplicissima. Un brano pesante ma incredibilmente "catchy", in un certo senso. Riprendendo la "trama" alla base dello split, il testo di questo primo brano ci presenta la figura dell' "Heavy Metal Monsternaut", un gigantesco mostro d'acciaio da identificarsi con il Dio Drakorgaur. Anzitutto, una piccola digressione sul titolo del brano ed il conseguente appellativo cucito addosso alla creatura. Un nome intraducibile, il quale può essere considerato una fusione - a sua volta -  di altri due termini, ovvero "Monster" e "Juggernaut". Se sulla resa in italiano della prima parola non abbiamo dubbi, sulla seconda dobbiamo necessariamente ragionare. Il termine "Juggernaut", infatti, deriva dall'antico sanscrito ed è rendibile come "forza inarrestabile", metaforicamente parlando. Facendo un discorso più materiale, con questa parola si designava un enorme carro capace di trasportare, in processione, le statue di alcuni fra i principali Dei indiani (primo fra tutti, Krishna). Il carro era solito travolgere i fedeli, i quali si lasciavano uccidere in segno di grande devozione. Con il passare dei secoli, il termine ha dunque finito con il simboleggiare la potenza in senso lato, identificandola come un essere particolarmente insormontabile. Dobbiamo quindi immaginare un mostro enorme, portatore di morte e distruzione, in puro stile Debauchery. Il Monsternaut dell'Heavy Metal è giunto dai meandri dell'oscurità per portare morte e sofferenza, per dominare questo mondo. Sangue, crolli, urla, vittime a profusione: nulla potrà fermare questo dio della guerra, questa presenza malvagia, questo carro armato alimentato ad odio e rancore. Il suo credo è il detestare incondizionato, il disprezzo per l'altrui vita. Un conquistatore privo di pietà, sempre attratto dal fluire del sangue da corpi innocenti. Sempre parlando di metafore, egli simboleggia la forza dell'Heavy Metal: un genere musicale travolgente e possente, che molti cercano di fermare, non riuscendovi e finendo dunque brutalmente schiacciati. Il Metal non può essere bloccato da alcunché, i Debauchery assurgono quindi a depositari del verbo metallico, pronti a dichiarare guerra contro chiunque. Anche andando contro l'umanità intera, se sarà necessario.

Murdermaker

Un riffone di chiara forgia priestiana apre il secondo brano del lotto, "Murdermaker (Assassino)", il quale gode anch'esso di un'impronta Heavy ma al contempo di una pesantezza tutta tipica estrema. Un'andatura ancora più veloce e selvaggia, che meravigliosamente va a coniugarsi con la voce sguaiata di un Bloodbeast sugli scudi. I riferimenti ai Judas Priest del periodo "Nostradamus" si sprecano, le due asce dialogano in continuazione, avvicendandosi in passaggi di grande impatto; basso e batteria tengono botta in maniera clamorosa, tutto suona perfetto e si può dunque proseguire in quest'opera di "inacidimento" del classico Heavy Metal. Sembrerebbe quasi che un demone si fosse impossessato dei ben noti cinque di Birmingham, e tendendo bene l'orecchio (soprattutto in fase di refrain e di assolo) possiamo addirittura scorgere chiare eco Maideniane. Dissacrazione dei classici per alcuni, esaltazione di un prodotto già di per sé esaltante per altri; fatto sta che, a parer di chi vi scrive, il brano funziona alla grande e risulta incredibilmente valido, ma soprattutto divertente. L'assolo, poi, risulta ben più lungo ed articolato della precedente track, ed è il caso di dirlo, le due asce risultano assai più impegnate e sul pezzo. Anche durante il finale, la sei corde di Bloodbeast si concede un'altra piccola improvvisata, mentre il refrain viene allungato a dismisura, fino a condurre il brano alla fine del suo minutaggio. Altra grande prova ed altro momento "sfascione", ma incredibilmente efficace. Si ritorna ad attingere a piene mani nella "trama" annunciata in seguito alla pubblicazione dello split, e questa volta il mostruoso Dio Drakorgaur ci viene presentato assieme a tutta la sua ciurma. Egli è una bestialità risorta da un buco nero, proveniente da una dimensione in cui le urla dei prigionieri riempiono i saloni dei suoi ampli palazzi. Sangue, fruste, pianti, strepiti; tutto è progettato affinché il suo sia un regno di dolore e sofferenza, nel quale il Dio è naturalmente il dominatore assoluto. E' giunto sulla terra per rendere quest'ultima una sua succursale, facendosi accompagnare da fedeli alleati. Notiamo all'orizzonte un enorme vascello nero, sentiamo in lontananza le grida di guerra dei maledetti pirati. La figura di Drakorgraur si staglia imperiale, ed il Dio è dunque pronto per suonare la carica. I suoi soldati attraccano, e neanche il tempo di fissare la nave con un'ancora che già si riversano sulla terraferma, uccidendo tutto ciò che si muove. Animali, donne, bambini, uomini, anziani.. nulla e nessuno viene risparmiato. Le lame trinciano le carni, le asce mozzano le teste; i guerrieri provano un piacere irrefrenabile nel compiere gli atti più deprecabili, macchiandosi del sangue dei loro avversari. Il Dio, da lontano, osserva compiaciuto. La stirpe degli assassini è dunque venuta a farci visita, a conquistare il nostro creato. Non hanno pietà né mostrano empatia nei riguardi di nulla. A niente serviranno pianti e suppliche: il loro intento è quello di uccidere, questa la missione che porteranno a termine, ad ogni costo. Schiatta dannata e priva di rimorsi, proveniente da un mondo in cui l'unica regola è quella della lama. Il resto, non conta e mai conterà. Uccidere, uccidere ed ancora uccidere. Gli assassini sono giunti e per noi non c'è più niente da fare.

Thunderbeast

Terzo brano del disco, la titletrack "Thunderbeast (Bestia tonante)" è introdotta da un riff assai Hard Rock, il quale continua a chiamare in causa i Preti di Birmingham primo periodo, non disdegnando però qualche riferimento agli AC/DC periodo "Let There Be Rock". Un'andatura generale, se vogliamo, meno forsennata dei due precedenti episodi, ma comunque incalzante e coinvolgente. Al solito, la chitarra di Bloodbeast decide di far bello e cattivo tempo, presentandoci un piccolo assolo già all'inizio ed uno posto successivamente al primo refrain; il brano continua così su binari Hard n' Heavy di chiara matrice "australiana" (notiamo come il riff portante richiami a gran voce proprio quello di "Let there be Rock"), anche per via dell'onnipresente refrain, il quale viene utilizzato praticamente "a manetta", ed anche per via dell'esaltazione dell'ascia solista, la quale risulta sempre impegnata e praticamente ispiratissima. Brano dalla struttura, in sostanza, semplicissima, ma arricchita da un grande lavoro solista e dall'onnipresente growl del frontman; senza scordarsi, naturalmente, dell'appesantimento generale. Le chitarre, benché chiaramente indirizzate verso determinati stilemi, non rinunciano a ruggiti Death, presentando un sound sporco e rugginoso, ben lontano da quello tipico Heavy. Verrebbe quasi da chiamare in causa i nostrani Southern Drinkstruction, se proprio si volesse fare un paragone lampante e chiaro a tutti. Ancora una volta il pezzo è chiuso da un refrain anthemico, ripetuto ossessivamente e per questo facilmente memorizzabile. Fino ad ora, lo notiamo, tutto sembra basarsi su di una sorta di semplicità di fondo: brani accattivanti e pesanti, in grado di colpire per brutalità intrinseca ma anche, incredibilmente, per orecchiabilità. Altro testo, altra lode alla brutalità: questa volta, ad essere acclamato ed invitato sulla terra, è un mostro di proporzioni epico-fantastiche. Un po' Behemoth, un po' Juggernaut, un po' Leviathan ed un po' Midgardsormr; un enorme dragone chiamato "Thunderbeast", la "Bestia Tonante", il quale giunge sulla terra come un fulmine a ciel sereno. La sua mole ha dello spaventoso, le sue fauci spalancate sono il ritratto della morte. Le sue urla fanno tremare vene e polsi, le sue fiamme corrodono persino il materiale più resistente. Un nuovo flagello sta dunque abbattendosi sulla nostra Terra; e noi, poveri ed insignificanti abitantucoli, non possiamo fare altro che soccombere. C'è chi, disperatamente, cerca di contrastarlo organizzando un esercito. Armi e munizioni, carri armati, aerei.. nulla è però capace di fermare Thunderbeast, il quale è in grado di liberarsi di intere flotte e plotoni con una sola zampata. La sua marcia per la conquista è dunque iniziata. Violenza allo stato puro e devasto apocalittico, fiumi di fuoco si riversano per le strade; egli farà dei cimiteri le sue cattedrali e delle città le nostre tombe. Siamo finiti, non abbiamo speranze. Il drago maledetto, in un'orgia di violenza e sangue, non fa altro che distruggere tutto ciò che gli capiti a tiro, proprio come i guerrieri al servizio di Drakorgraur. Una belva dal cuore di pietra e ghiaccio, alimentata da una lucida follia distruttrice. Nessun Dio ci salverà, nessuna preghiera verrà ascoltata. I più fortunati moriranno per primi, i più sfortunati vivranno abbastanza a lungo da guardare gli occhi della bestia, provando un ultimo, atroce sussulto di terrore. Un qualcosa che non potrebbe albergare nemmeno negli incubi più impressionanti, tanta è la sua maestosa malvagità. Possibile che Thunderbeast sia identificabile come il demone-drago del quale si parla nella trama? Quello soggiogato dalla Succuba? Probabilissimo sia così, dopo tutto i testi sembrano quasi delineare la figura di un simil-concept album. 

Vampire Holocaust

Giungiamo senza troppi indugi al quarto brano, "Vampire Holocaust (Olocausto Vampiresco)", aperto da una.. "stranissima" cadenza blues / Hard Rock, la quale continuerà a sussistere anche quando il pezzo deciderà di recuperare un rifferama generale à la "Back in Black". Insomma, altra simpatica ma decisamente adatta anomalia, che dona gran colore ad un'esecuzione comunque perfetta, la quale gode comunque di chitarre rugginose e distorte, nonché della voce sempre bestiale di un Thomas mai domo. Blues ed Hard Rock messi praticamente al servizio di un'anima Death Metal, mai avremmo pensato di poter udire un qualcosa del genere, nemmeno spulciando attentamente le intere discografie di Entombed o Six Feet Under. Soprattutto in fase di refrain, "Vampire.." gode di una cadenza particolarissima, la quale richiama senza nemmeno troppa vergogna i cosiddetti '70-'80 all'australiana, facendo vivere lungo i suoi solchi un vero e proprio paradosso spazio temporale. E se lo sporchissimo Rock n Roll venato di Blues tanto caro agli AC/DC prima maniera fosse stato suonato con fare tipicamente Death? Beh, "Vampire Holocaust" è la risposta che chiunque potrebbe trovare soddisfacente, alla domanda appena posta! Strofe e ritornelli dominati da quest'andatura 'n Roll, da un flavour Hard Rockeggiante, dalla voce infernale di Bloodbeast. Esperimenti che o si amano, o si odiano. Ed il qui presente può forse dire di essersi ritrovato piacevolmente sorpreso. Senza troppe novità, e dopo un consueto assolone ben strutturato, il brano si avvia comunque alla fine, trascinato da un refrain anche in questo caso "da stadio" e facilmente memorizzabile. La chitarra solista si concede ancora qualche bella escursione, fino al verso indecifrabile di Bloodbeast che di fatto chiude questo momento. Il testo, proseguendo in linea con quanto già detto, risulta nella sua semplicità abbastanza grottesco ed esagerato, esattamente come i precedenti. L'olocausto vampiresco è dunque iniziato, così denominato in virtù della sete di sangue che anima i suoi esecutori e dunque protagonisti. Il Dio Drakorgraur da una parte, la Bestia Tonante dall'altra: una vera e propria apocalisse di morte, inflitta mediante torture e supplizi di ogni tipo. Le due entità sembrano quasi gareggiare, decidendo di fare una gara; chi ucciderà di più sarà incoronato vincitore.. ed entrambi i contendenti, neanche a dirlo, detestano perdere. Sia il drago sia il dio decidono di impiegare ogni loro mezzo, pur di portare più morte e distruzione dell'avversario. Fiamme, lame taglienti, esplosioni, cariche.. a rimetterci, naturalmente, è la stirpe umana, la quale viene brutalizzata in maniera degna del più esagerato dei sogni macabri. Corpi morti invadono le strade, i cadaveri non hanno neanche il tempo di putrefarsi poiché vengono ridotti in polvere dalla furia della guerra che imperversa. Questo è l'olocausto vampiresco, questa è la distruzione più totale. Non possiamo far altro che levare gli occhi al cielo, urlare disperati, sull'orlo della follia. Cosa ci riserverà, il futuro? La morte, e nient'altro.

City of Bones

Inizio anomalo per "City of Bones (Città D'Ossa)", la quale ci mostra in apertura una melodia particolarmente sentita ed a tratti malinconica. Imponente, certo, ma pur sempre conservante un qualcosa di "intimo" e non certo esagerato o comunque troppo distruttivo. L'andatura decisa e tosta è presto garantita da un ottimo lavoro della sezione ritmica, anche se per buona parte la strofa l'ascia solista continua a ricamare questo malinconico riff a supporto dell'invece tetra e crudele ugola di Bloodbeast. Man mano il refrain si avvicina, più il contesto comincia ad inasprirsi; un contesto che divampa dunque in un refrain assai catchy, il quale fa nuovamente di un sapiente uso della melodia il suo punto forte, e va a chiamare in causa gli Uriah Heep periodo "Head First", facendo ovviamente le dovute differenze. Il copione dunque si ripete: strofa "malinconica" per buona parte ma in seguito dominata da un crescendo, fino all'esplosione di un ritornello assai più catchy d'altri ma non per questo poco convincente o comunque degno d'essere ignorato. Anzi, tutt'altro. Melodia che torna imperiale verso la conclusione, quando l'ascia di Bloodbeast si lascia andare ad un momento solista adattissimo ad un contesto meno estremo degli altri e ben più "contenuto", "intimistico". Il titolo del pezzo, ripetuto sino allo stremo, mette quindi fine al pezzo in questione, chiuso da un vero e proprio "gorgoglio" di Thomas, il quale va dunque a stemperare un'atmosfera che aveva perso forse un po' di sangue. Macabro a palate anche nel testo di "City of Bones", brevissimo e dai versi assai ricorrenti, il quale risulta incentrato sulla dimora di Drakorgraur. Il Dio risiede in un inferno del tutto personale, in cui il suo palazzo risulta essere sia una reggia sia un luogo di tortura perpetua. Tutte intorno, torri costruite mediante pile di cadaveri. Il puzzo di morte è insostenibile, tutti gli edifici sono stati costruiti mediante carne ed ossa umane. Il sangue degli innocenti trucidati scorre a fiumi, ed i loro resti formano inquietanti costruzioni. Tutto si erge verso un cielo nero, ammantato d'oscura tristezza. Quella è la dolce casa del Dio della Distruzione, dell'entità suprema, del dolore incarnato. Una vista che potrebbe ricordare, al limite, alcune descrizioni a tinte lovecraftiane: R'lyeh su tutte, la città maledetta, tetra dimora anch'essa di un Dio crudele ed innominabile. Il malvagio e perverso Cthulhu, signore degli abissi ed abitante degli incubi.

Crusaders of God

Di tutt'altro stampo risulta essere il sesto brano, "Crusaders of God (Crociati del Dio)", il cui riff d'apertura sembrerebbe assomigliare ad un curioso ibrido venutosi a creare fra i riff iniziali di "Thunderstruck" e "Freewheel Burning". Un inizio a dir poco frenetico, ben presto rafforzato da un buon basso in sottofondo e dalla chitarra ritmica, intenta a declamare note imperiali ed anthemiche. L'ascia solista continua nella sua perpetua emissione di velocissime note, finché la batteria non comincia ad incalzare ed il tutto prende una piega più estrema e quadrata. La voce di Bloodbeast è dapprima udibile in solitaria, ma in seguito è sorretta da un incalzantissimo riff di chiara forgia Heavy, rimandante ad alcuni episodi riconducibile ad i teutonici Accept. Anche il refrain, in fin dei conti, sarebbe perfetto se a cantarlo fosse stato Udo Dirkschneider. La presenza di Thomas non è comunque un'aggravante, anzi, risulta perfetta in un contesto in cui, giustamente, si cerca di portare all'estremo quanto fatto in precedenza dalla vecchia scuola. Un bell'alternarsi di strofe e ritornelli ci porta dunque ad un breve assolo, al termine del quale l'intera band inizia a scandire, a mo' di coro di guerra, la parola "Kill! Kill!". Momento emozionante che in sede live farà sicuramente sfaceli, così come il refrain, il quale viene ri-utilizzato in chiusura e posto come momento topico di un brano di gusto decisamente epico. Assoletto finale da parte di Bloodgod, ed un tripudio di "Kill!" / "We're crusaders of God!" pone dunque fine ad un altro bell'episodio, capace di unire in coorte e di fomentare gli animi. Ripeto, sicuramente destinato a divenire uno dei pezzi forti delle future setlist dei Debauchery. Particolarmente interessante il testo di questo brano, il quale parodia platealmente lo spirito crociato tipicamente cattolico. Come ben sappiamo, i crociati avevano una missione ben definita, da loro considerata vitale, benché fossero sotto sotto vilmente sfruttati dagli interessi politici della chiesa; interessi dei quali i soldati non erano al corrente, in quanto per loro contava unicamente liberare il santo sepolcro dalle blasfemie dei cosiddetti "mori" o "saladini". Guerre atroci che imperversarono per diversi anni e che costarono innumerevoli perdite sia dall'una sia dall'altra parte. Giovani disposti a morire in nome della Dio, in nome di una Chiesa che li stava usando unicamente per perseguire i loro fini. Eppure, niente poteva turbare l'animo del crociato. Combattere per Dio, per il proprio Dio, in un impeto d'orgoglioso senso d'appartenenza. Compatti marciavano e navigavano, senza timore alcuno, consci di lottare per una giusta causa. Tutto meravigliosamente spiegato nella storica "Crusader" dei britannici Saxon, fra parentesi. Ebbene, questo spirito di devozione viene ampiamente ripreso dai Debauchery, solamente "rivisitato" per l'occasione. Gli Dei protagonisti del racconto sono infatti gli idoli per i quali combattere: una gigantesca crociata verrà dunque indetta per convertire tutti gli "infedeli". Non importa che essi siano cattolici o ebrei, musulmani o buddhisti: ogni falso idolo dovrà essere cancellato dalla faccia della terra, gli unici da adorare dovranno essere i portatori dell'olocausto vampiresco incontrato in precedenza. Marciare e combattere, dunque, per punire tutti i "neopagani", rei di fidarsi troppo delle loro sciocche credenze umane. Un errore imperdonabile, un'offesa ai veri Dei, da lavar via con il sangue.

Super Killer Death Match

Giro di boa definitivamente raggiunto con il brano "Super Killer Death Match", dalla durata assai esigua. Ad aprirlo, una batteria che scandisce un preciso 4/4, degno del miglior Phil Rudd. Ben presto, tutto il resto degli AC/DC vengono chiamati in causa, grazie ad un rifferama generale che di nuovo ripesca a piene mani all'interno del calderone "Back in Black". Un'esecuzione dunque di nuovo Hard rockeggiante, a tinte quasi blues in qualche occasione (soprattutto nel riff portante), la quale non aggiunge in definitiva nulla di nuovo a quanto già udito sino ad ora. Solita voce gutturale e bestiale a far da padrona ed assoli stile Angus Young, per un episodio dalla durata assai limitata e forse non troppo "ispirato". Sarebbe stato meglio prediligere la componente estrema e donare la vita ad un episodio più "brutale" e soprattutto veloce, anziché improntato su di un groove tipicamente eighties. Ritornello accattivante e strofe brevi, la conclusione arriva inoltre troppo presto; il finale anthemico, inoltre, non risolleva le sorti di un brano forse eccessivamente trascurabile, poiché "semplice" e ridotto incredibilmente all'osso. Anche il testo, come la musica, non sembra aggiungere nulla di nuovo ed è caratterizzato da una sostanziale esiguità. Siamo, a quanto sembra, giunti allo scontro finale fra gli Dei e la Bestia Tonante. Tutto è pronto perché i due si affrontino, in un'ultima battaglia per decretare il vincitore e dunque il dominatore incontrastato del tutto. Bestie e Dei, uomini e guerrieri.. tutti contro tutti, una royal rumble dalla quale potrà uscire vincitrice soltanto una entità. Cannoni megatonici, mitragliatrici, motoseghe.. chi combatte per l'onore, chi combatte per la gloria. Tutti lottano e tutti si uccidono senza pensarci su due volte, massacrandosi a prescindere dal premio in palio. I partecipanti ed anche i coinvolti hanno un solo obbiettivo: quello di continuare ad uccidere, nonostante tutto. E se gli umani sono finiti.. beh, si può sempre creare un nemico ex novo, da trucidare e massacrare senza vergogna o rimorsi.

Firethrone Overlord

Ci troviamo ora al cospetto di "Firethrone Overlord (Il Signore Supremo Del Trono Di Fuoco)", la cui struttura richiama l'Heavy Metal di stampo teutonico fin dai primi secondi. La formula di base di questa traccia è molto semplice, prendete un pezzo degli Accept dei tempi migliori e invece del grandissimo Udo mettete dietro al microfono un vocalist death metal il cui growl trasuda sangue e budella ad ogni parola proferita. A dare l'avvio è una serie di stacchi di batteria, la cui rullata va a collocarsi sugli accenti del main riff per poi lanciarsi in uno sviluppo lineare in puro stile Ac/Dc, dove possiamo apprezzare una sequenza di note semplice ed efficace mentre contemporaneamente prende forma un muro sonoro ben sostenuto e bilanciato. L'incedere del brano ruota intorno ad un quattro quarti di batteria trascinante e coinvolgente, di fronte al quale il metallaro più conservatore e legato alla penultima decade del secolo scorso non si potrà sottrarre all'headbanging; il crescendo di tensione ed energia tra una strofa e l'altra e creato attraverso un espediente molto semplice, a condurre il tutto nella prima porzione di struttura è infatti il basso, che attraverso una ritmica dritta ed inarrestabile sostiene gli incisi vocali affiancato da alcuni powerchord di chitarra, la fluidità della sezione ritmica è così contrapposta alla parte spezzata eseguita dalle sei corde e dal cantato, ma le due parti si uniranno successivamente nel ritornello, momento nel quale tutti gli strumenti confluiscono in uno sviluppo di più ampio respiro e dalla coralità solenne e rimarcata. Nonostante si tratti di una linea compositiva particolarmente standard, l'efficacia delle varie idee è fornita soprattutto dal tiro con cui sono passati i vari passaggi: la batteria, ad esempio, utilizza unicamente la cassa il rullante ed il charleston, per spostarsi solo sporadicamente sugli altri pezzi del set, eppure, la performance di Mr. Death si rivela eloquente quanto una vera mazzata nei denti; lo stesso dicasi per il basso, le cui note plettrate cadono sui nostri timpani pesanti come dei massi per dare modo alle chitarre di finire il lavoro massacrandoci con la loro incisiva aggressività. Il ritornello ci si presenta come la classica suite in cui tutti gli ascoltatori sono coinvolti nell'alzare le proprie corna al cielo, salutando ed accogliendo il loro signore supremo mediante degli "hail" netti ed evocativi. Trattandosi quindi di un pezzo basato sull'alternanza di strofa e ritornello senza particolari complicanze ritmiche è fuori questione che i palati più conservatori troveranno in questo brano del pane sopraffino per i loro denti. L'assolo di chitarra in particolare, si presenta come una composizione incentrata sulla velocità, dove le pennate in shredding lasciano successivamente il campo a dei passaggi in tapping seguendo fedelmente la grandi tradizione di maestri quali Iron Maiden e Saxon e Manwar; proprio alla band di Joey De Maio si rifà inoltre il frangente lirico, facendo di queste parole un vero e proprio inno alla fratellanza metallica: tutti noi adepti del metallo siamo schierati in prima linea pronti a combattere contro i nostri nemici, schierati fianco a fianco e pronti ad innalzare le nostre lance in saluto al nostro condottiero, che si presenta ai nostri occhi come il più possente dei draghi di fuoco. Già da questo registro iconografico si capisce quanto il testo si immerga nell'immaginario fantasy tipico dell'Heavy Metal anni 80. La battaglia ha inizio, i cannoni tuoneggiano possenti nell'aria con le loro bordate, ma noi fieramente teniamo saldi i ranghi e continuiamo a salutare il nostro comandante fino a quando non giungerà il suo ordine di lanciarci nella mischia. Il generale si libra in aria come un angelo di fuoco e finalmente avrà così inizio l'avanzata che manderà in rovina tutti i bugiardi oppositori del nostro genere e nel mentre si librerà alto nel cielo l'eterna ovazione al signore supremo del trono di fuoco.

Bullet To The Head

Con la successiva "Bullet To The Head (Proiettile Alla Testa)" non si può fare a meno di pensare ai su citati Ac/Dc; forse anche troppo, dato che la band di Angus Young sembra quasi essere plagiata nel main riff di questo pezzo. La chitarra posta in apertura esegue infatti un giro di accordi che si colloca pesantemente vicina ad un classico della band australiana come "Highway To Hell" per poi miscelarlo con la più recente "Rock n'Roll Train"; a dare un po' di dinamismo e differenza al brano è la voce di Mr Debauchery, il cui growl sporco si discosta enormemente dalla voce stridula di Bonn Scott e Brian Johnson, ma per il resto la linearità di questa traccia non si separa dall'influenza principale. La batteria procede nuovamente con il quattro quarti, sorreggendo il tutto con un tempo non troppo veloce che offre al tutto un buon groove ma non spicca certo per originalità, il basso, come nel pezzo precedente, si mantiene costante sulle toniche della melodia principale, per poi lasciare che siano le chitarre a lanciarsi nelle varianti di maggiore portata; l'unico momento in cui la canzone assume un pizzico di personalità è nella parentesi riservata all'assolo, momento in cui l'ascia di Mr. Kill ci regala una performance dal valore tecnico decisamente più fluido e personale rispetto alle grandi sfuriate blues oriented regalateci dallo scolaretto in uniforme con in braccio la sua Gibson SG. Purtroppo questo pezzo potrà coinvolgere solo gli ascoltatori più legati al sound classico dell'Hard Rock, in quanto il rimando resta incentrato verso un unico grande colosso della musica senza lasciare spazio ad altri eventuali spunti; qualora si ricercassero delle influenze più variegate vi è il grande rischio di restare un po' con l'amaro in bocca: anche l'utilizzo della voce extreme, per quanto conferisca alla composizione l'unica punta di varietà, non esce troppo lontano dal seminato, senza contare che dopo le cover degli Ac/Dc realizzate dai Six Feet Under anche l'utilizzo di un elemento conforme al death metal su un nuovo terreno di gioco fa apparire la prestazione vocale di Mr. Debauchery abbastanza come un dejavue. Anche in questo caso siamo di fronte ad un'impalcatura ritmica che ripropone la classica successione di strofa e ritornello in blocchi regolari, dove l'aumento di spinta del secondo frangente consente ai cori di spiccare una spanna sopra il resto per trascinarci nuovamente in un momento di aggregazione sonoro, ma per quanto riguarda la traccia nel suo complesso si è costretti a riscontrare che la personalità è davvero poca e di brani di questo genere alle nostre orecchie ne possono arrivare a milioni; manca quindi quel qualcosa in più che renda "Bullet To The Head" una track immediatamente riconoscibile ed associabile ai Debauchery. Il voler seguire in maniera marcata la grande lezione dei mostri sacri suonando ogni secondo con fare ossequioso è una scelta ammirabile e che merita tutto il supporto possibile, ma con questa traccia in particolare il voler rendere omaggio è stato svolto con troppo zelo rasentando quasi il plagio dichiarato, dando un'immagine distorta di quello che vuole essere il vero intento della band. Il testo di questa canzone rappresenta il raggiungimento ed il superamento della propria soglia di pazienza, quel proverbiale limite in cui la goccia fa traboccare il vaso e che ci fa passare dalle parole ai fatti. La narrazione consiste in una serie di ingiurie rivolte ad un destinatario, vessato attraverso vezzeggiativi di scherno e di odio sparati a gran voce da un vocalist alquanto adirato. Il tu a cui si rivolge Mr Debauchery è il classico parassita opportunista che ci tradisce e ci inganna, ma che una volta scoperto il suo trucco verrà crivellato dai colpi della nostra arma da fuoco senza nemmeno dargli il tempo di implorare pietà; non ci sono più scuse né tanto meno accenni di misericordia verso un pusillanime che non esita a pregarci in ginocchio ed a ristabilire l'ordine ora vi è unicamente il proiettile che andrà a conficcarsi nella sua testa.

Devil Dog

A seguire troviamo poi "Devil Dog (Diavolo Cane)", un pezzo che pur restando ancorato alla scuola degli anni Ottanta si risolleva rispetto al precedente presentandosi con una maggiore personalità. La chitarra si rende nuovamente protagonista attraverso l'esecuzione di un fraseggio solista incentrato sulle tonalità alte, che dopo i primi due giri scanditi unicamente dal basso sarà prontamente doppiata dalla seconda chitarra. Con l'ingresso della batteria, gli accenti vengono scanditi attraverso dei colpi netti sul tom e sui timpani prima che venga intrapreso il quattro quarti della strofa, costituito unicamente con cassa, rullante e charleston. Il main riff si presenta notevolmente più dinamico e catchy e la presenza di un mini assolo nella parte immediatamente precedente alla voce regala alla parte una maggiore enfasi, a sua volta sostenuta dai cori che fin da subito si fanno sentire in qualità di motore assieme all'incedere generale del pezzo: i loro semplici "hey" posti in corrispondenza degli accenti ritmici funzionano molto bene come catalizzatori dell'attenzione dell'ascoltatore e la struttura incentrata sugli stop and go degli strumenti elettrici affiancati alla linearità della batteria rende l'atmosfera del pezzo maggiormente coinvolgente. Come accennato, fortunatamente non sono più esclusivamente gli Ac/Dc l'influenza predominante: in questa sede possiamo anche apprezzare spunti provenienti da band sì ancora seminalmente standard ma tutto sommato fondamentali per chiunque si definisca seguace del genere; pensate quindi anche ai Krokus, ai Def Leppard, ai Judas Priest degli albori ed ai Twisted Sister per potervi finalmente sentire coinvolti in un tributo genuino ma allo stesso tempo spontaneo e fresco alla grande scuola, riproposto dai Debauchery attraverso una chiave di lettura più incentrata sul death metal. Il ritornello si rivela essere il momento apice del pezzo, pur non discostandosi troppo dalla struttura della strofa, proprio grazie all'utilizzo dei cori vocali esso riveste il ruolo di passaggio chiave destinato a ripresentarsi in forma ripetuta anche nel finale della canzone, dove per rimarcare con ancora più enfasi l'efficacia di questo elemento compositivo la batteria passerà a scandire ogni battuta con un colpo di rullante ad ogni quarto e non più solo con i colpi dimezzati, accrescendo ulteriormente l'energia con un ritorno dell'assolo di chitarra. La band ci dimostra dunque che ciò che rese grandi quei pezzi ormai trent'anni fa è proprio l'essere suonati con la giusta verve restando accattivanti ancora oggi, per la serie poche note ma suonate col cuore. Il testo di questo brano consiste unicamente in due strofe, tra loro intervallate dalle due frasi di ritornello a loro volta ripetute a blocchi di due successioni consecutive. Il protagonista è nuovamente Mr. Debauchery, che questa volta ricopre il ruolo di un nuovo guerriero pronto a capitanare il suo esercito, descritto da lui stesso con parole il cui compito è spaventare a morte i nemici. L'ambientazione è quella della battaglia che si sta per combattere nelle gelide lande del Nord, i draghi di fuoco (elemento che ritorna dalla precedente "Firethrone Overlord") avanzano per prendere posto nell'arena ma i soldati di questa figura malvagia non si lasciano intimorire ed anzi si vestiranno con le loro pelli mentre spavaldamente sputeranno sull'onore di queste creature fantasy. L'esercito del protagonista consta dell'immonda prole di Satana, sputata direttamente dalle fauci dell'Inferno ed anch'egli si dovrà chiamare come il signore supremo del disastro brutale, il vero condottiero di questa schiera di guerrieri randagi e bistrattati, egli è il Diavolo Cane ed i suoi soldati inneggiano a lui sollevando le loro spade al cielo senza la benché minima intenzione di arretrare.

Second Hand Woman

Passiamo adesso a "Second Hand Woman (Donna Di Seconda Mano)", una traccia con cui i Debauchery rallentano provvisoriamente il tiro per lasciare che sia il muro sonoro creato dai singoli accordi a spingere la nostra testa in alto ed in basso sollevando le nostre corna al cielo. In apertura troviamo infatti un possente monolite ritmico costituito dalle chitarre, le quali, si muovono su una linea melodica fortemente heavy ma al tempo stesso impregnata da un forte groove a tinte blues. La batteria esegue un tempo basilarissimo in quattro quarti, solo la cassa ed il rullante scandiscono i passi di questa marcia, una suite cadenzata che ci configura davanti agli occhi l'immagine di un uomo arrapato avvicinarsi passo dopo passo ad una donna che nonostante qualche annetto risulta ancora essere un bel bocconcino. Mentre le sei corde si alzano di tonalità, il growl roco di Mr Debauchery stende le frasi del testo in maniera molto lineare e ben distribuita, facendo di questa composizione la più squadrata del lavoro. Nello scorrere di questi due minuti e cinquantacinque secondi di canzone non vi sono assolutamente varianti ritmiche di sorta, il tutto procede dritto ed inarrestabile, con l'unica eccezione delle chitarre che si muovono su un deciso sali e scendi di tonalità seguite dal basso unicamente attraverso la pennata decisa sulle toniche del riff; anche i cori in questa sede non risultano particolarmente emozionanti, vista la loro funzione di semplice controcanto nel recitativo delle tre parole che danno il titolo al pezzo: se nelle canzoni precedenti essi avevano il merito di rivelarsi trascinanti, qui purtroppo il tiro è decisamente smorzato, complice anche l'estrema semplicità dell'impalcatura compositiva del pezzo. La canzone viaggia ininterrotta sempre sulla stessa alternanza di stilemi, il che rende quasi difficile individuare i punti salienti di questa marcia, fortunatamente però, il buon lavoro di post produzione consente ad ogni singolo accento ritmico di uscire in maniera possente e di impatto, in altre parole se i colpi sferzati dalle pennate e dalle bacchette sono pochi, vi è in compenso il fatto che essi siano comunque delle vere e proprie mazzate. Riesce difficile ascoltare questo pezzo senza pensare all'epica "Warriors Of The World United" dei Manowar, con la differenza che l'avanzata della band americana constava almeno di un solenne intermezzo vocale che spezzava la monotonia prima della ripresa finale. Questa traccia dei Debauchery invece non possiede pause o contratture ritmiche, la batteria pesta dall'inizio alla fine ma forse qualche spunto compositivo in più avrebbe senz'altro contribuito a renderlo un pelo più coinvolgente. Anche dal punto di vista lirico, il sanguinario ed arrapato frontman sembra non essersi sbilanciato troppo nel redigere questo testo: ad essere cantate sono giusto tre strofe di quattro frasi l'una, per un totale di dodici, ognuna di esse intervallate dalle backing vocals intente a ripetere le parole del titolo. Protagonista di questa canzone, come accennato, è la proverbiale milf che nonostante i suoi anni è ancora un gran pezzo di gnocca; all'arrapato cantante non importa sapere nulla del suo passato, magari è stata sbatacchiata da un esercito di allupati, o forse è stata sposata, chissenefrega, quella donna lo fa alzare a chiunque anche se è "di seconda mano". Può essere stata qualunque cosa, ma quel che è stato è stato e lei resta comunque la più figa di tutte, l'hinc e t nunc del sesso, quella donna che non ha nulla di idealizzato ma solo un bel fondo schiena che ondeggia verso di noi con le zinne in bella vista, una visione di fronte alla quale non si resta certo indifferenti.

A Girl To Adore

Il dinamismo si risolleva con la successiva "A Girl To Adore (Una Ragazza Da Adorare)", dopo la traccia precedente in cui la band teutonica sembrava aver perso il proprio smalto, fortunatamente i Debauchery riprendono a spingere con questo pezzo. L'atmosfera è, immancabilmente, quella dei grandi classici degli anni Ottanta, in particolar modo quella della New Wave Of British Heavy Metal; a fungere da muse ispiratrici ora si sentono i Judas Priest e gli Iron Maiden e la loro lezione viene fedelmente seguita ed osannata attraverso un tiro maggiormente energico e trascinante. La batteria sfoggia sempre un quattro quarti come tempo, ma la velocità è decisamente più sostenuta ed anche le chitarre ed il basso picchiano con più decisione attraverso una serie di accordi netti e stoppati, facendo sì che il groove sia di maggiore presa. La struttura del main riff si rifà nuovamente alla lezione degli Ac/Dc e dei Krokus, ma il ritmo viene sospinto con un incedere molto più grintoso. A separare la strofa dal ritornello troviamo inoltre un bridge, momento nel quale le sei corde, attraverso un arpeggio in distorto dalle tonalità discendenti, aprono provvisoriamente la propria linea melodica per poi tornare a spezzettarsi negli stop and go nel ritornello, metricamente identico alla strofa con l'unica differenza dei cori, i quali, si uniscono alla voce principale nel completare la frase "looking for a girl to adore" ("cercando una ragazza da adorare"). Particolarmente interessante in quanto svincolata dalla struttura generale è la parte riservata all'assolo di chitarra: mentre l'ascia solista sfoggia una colata di note mediamente veloci eseguite unicamente con il plettro e senza l'utilizzo del tapping, servendosi solo del dirt picking per essere più fedele alla tradizione dell'Hard Rock, la ritmica sale ulteriormente di tonalità, toccando note molto più alte e serrando ulteriormente gli accordi, facendo della sessione una parte molto dinamica, che nel finale acquista un tiro molto più catchy attraverso una serie di stoppati scanditi dal rullante per poi riprendere nuovamente con il bridge ed il ritornello conclusivo. In chiusura della traccia troviamo poi un'altra novità: la linearità dei 135 bpm che sostengono per intero la canzone si smorza, il gruppo va lentamente rallentandosi all'unisono, creando così quell'effetto di batteria esaurita che si rivela efficace ed a tratti divertente, lasciando modo a Mr. Debauchery di lanciare un ultima "minaccia" alla gallinella protagonista di questo testo. È nuovamente una donna la protagonista del testo, questa volta non più una milf ma una giovane bella e formosa: il frontman del gruppo in maniera molta esplicita recita infatti la serie di requisiti che la sua donna ideale deve avere, egli è alla ricerca di una vera e propria dea, del sesso si intende, da adorare, una tipa bollente e selvaggia che possa essere contemporaneamente la sua principessa e la sua padrona. Si astengano stronze, streghe e puttane lui vuole solo una ragazza da venerare, possibilmente che abbia superato i diciotto anni, giusto per star tranquilli con la legge, che sia bella come una modella e da potersi portare a casa e spupazzare come il proprio giocattolino. Insomma, il cantante dei Debauchery è un bel partito, alle ragazze non resta che farsi avanti. 

Super Hot Vampire Lady

 Proseguiamo ora con "Super Hot Vampire Lady (Signora Vampira Super Bollente)" un pezzo che sembra in qualche modo unire la mascolinità del glam metal dei Motley Crue con le tematiche horror partorite direttamente dalla mente malata dei Misfits. Ad aprire le danze è nuovamente un riff di chitarra stoppato, scandito dagli stacchi dei fusti di batteria e dalle note di basso eseguite con lo slide; di fronte a questa brevissima introduzione non si può fare a meno di battere i pugni sul tavolo mimando le mazzate di Mr. Death. Prima del lancio della strofa possiamo inoltre ascoltare un inciso solista del basso di Mr. Blood, un rapido ricamo stilistico prima di congiungersi con i colleghi nell'avanzata del pezzo tutta da ballare, anche in questa prima parte troviamo un fraseggio di chitarra solista, una breve sferzata prima che faccia il proprio ingresso la voce sanguinaria del vocalist. A reggere tutto è una parte arpeggiata in distorto della sei corde, le cui note si susseguono rapide tra un colpo di rullante e l'altro; come è immaginabile il tempo della batteria è nuovamente un quattro quarti, suonato unicamente con i tre pezzi principali del set ai quali si aggiunge, oltre ai crash negli accenti di battuta, anche la campana del ride in qualità di sostituta del charleston. Pur essendo anche questa una traccia molto standard, le varie componenti risultano meglio concatenate tra loro, in particolar modo il passaggio tra la strofa ed il ritornello, in cui il sopraggiungere dei cori conferisce al secondo elemento una maggiore coralità e conseguentemente una presa di maggiore effetto. Le percussioni ancora una volta non escono dai loro binari, ed a variare le proprie parti sono il basso e le chitarre; l'influenza principale sono ancora una volta gli Ac/Dc, anche se, come accennato, non mancano anche strizzatine d'occhio ai gruppi della scena "hair metal" statunitense come i Kiss, i Poison ed i su citati Moltey Crue. Una chicca inaspettata la si riscontra nella distribuzione delle parti vocali: se nella strofa Mr. Debauchery opta per una metrica netta e contratta ma comunque sempre lineare, nel ritornello egli si muove attraverso due sincopi, ci si aspetterebbe che il titolo venga pronunciato  tutto d'un fiato ed invece esso viene spezzato, con le prime due parole dette una di seguito all'altra, per poi esitare sulla parola "vampire" ("vampiro") in quanto più lunga a livello sillabico e poi contrarsi nuovamente sulla conclusiva "lady". Una scelta insolita per una band che sembra scegliere sempre la soluzione più immediata ma proprio per questo risulta essere una vera e propria originalità. La figura femminile resta ancora l'oggetto tematico principale delle liriche, creando così un trittico con le due canzoni precedenti; la donna questa volta non è ne giovane né "di seconda mano", dalla fisicità delle due tipologie precedentemente decantate si passa ora alla dimensione sovrannaturale, in quanto la bomba sexy di cui si innamora adesso il frontman del gruppo tedesco è un vampiro. Fin dalla prima strofa la sua bellezza si presenta allo sguardo come un qualcosa di assolutamente oltre la concezione umanamente descrivibile, questa creatura è talmente bella da andare ogni oltre possibile descrizione, essendo una specie di femme fatale che seduce, stupra ed uccide. La sua è una bellezza del tutto fuori dagli schemi e la rende una creatura più preziosa dei diamanti e dell'oro, una dea proveniente da un altro mondo, in altre parole una donna demoniaca. I suoi tratti caratteristici incarnano tutti i topoi della bellezza malvagia, le lunghe gambe, i capelli neri lunghissimi e gli occhi di ghiaccio con i quali fa gelare letteralmente chiunque la guardi lasciandolo privo di ogni favella. Mr. Debauchery è certo fin da subito che questa creatura non sia umana e sia un demone ma poco importa, gli tira comunque, quindi perché non lasciarsi ammaliare da questo bocconcino piccante come il magma delle fauci infernali?

Anti-Hero

A chiudere la parte di split riservata ai Debauchery troviamo "Anti-Hero (Anti-Eroe)" un vero e proprio tuffo negli anni settanta con cui i tedeschi chiudono la loro miscela di Hard Rock e voce extreme. Fin dall'incipit, la chitarra infatti ci riporta indietro di una quarantina buona di anni, dove le grandi perle del genere erano fatte da riff suonati con il cuore e le note erano sovrabbondate di wah wah sull'esempio del grandissimo Jimi Hendrix. Con l'ingresso della batteria inoltre, si avvia un tiro deciso ed avvolgente al tempo stesso, una vera e propria sorpresa da parte di un gruppo la cui vena compositiva sembrava in qualche modo bloccata negli eighties senza che vi fosse apparentemente alcuna via di scampo. La batteria esegue un tempo sempre lineare ma molto più serrato ed incalzante, i protagonisti assoluti sono però gli strumenti elettrici: il basso finalmente ci offre una prova del suo estro che non lo limita esclusivamente alle note toniche della melodia ma gli concede delle rapide toccate e fuga su fraseggi melodici e variegati che ricordano molto l'impronta di John Paul Johnes; proprio i Led Zeppelin ed i Deep Purple sono infatti due delle band che ci vengono in mente ascoltando questa canzone, la cui freschezza e vivacità ci possono tranquillamente rimandare ad una "Black Dog" o ad una "Strange Kind Of wWoman", a seconda delle preferenze di ognuno. La maggior limpidezza compositiva di questa traccia rende anche più netto ed apprezzabile il contrasto tra la strumentalità hard rock e la voce death metal che sta alla base della musica del gruppo tedesco: su delle composizioni lineari e standard come le precedenti, l'elemento "diverso" della voce emergeva in maniera originale e netta ma in maniera comunque parziale, dato che i testi venivano si espressi in growl ma muovendosi su metriche consone alle esigenze del rock, Mr. Debauchery infatti non ha mai portato la sua voce da mostro al di sotto di soglie troppo gutturali che si riscontrano, ad esempio, nel brutal, ciò in qualche modo ha reso l'espediente delle vocals innovativo e riuscito solo in parte. Su Anti-Hero però il discorso è diverso, la canzone vanta una struttura più articolata e conseguentemente anche la performance della monster voice riesce ad emergere proprio per la diversità del terreno di gioco. In un esempio citato sopra si riscontrava il dejavu dell'effetto Chris Barnes alle prese con gli Ac/Dc, ora invece  è molto più "cozzante" in maniera voluta, come se Johan Hegg degli Amon Amarth si cimentasse a cantare un brano, per esempio, degli Who, senza che venga riarrangiata anche la musica per amalgamare meglio suoni e voce (che del resto è poi quello che si fa nell'abito delle cover rivisitate); il risultato, a prescindere dai gusti, sarebbe indubbiamente qualcosa di mai sentito prima. Se bisogna scegliere su tutte la canzone che meglio evidenzia l'innovazione del gruppo tedesco, Anti-Hero è indubbiamente la più eloquente. Il cantante questa volta si fa interprete della presentazione di un individuo la cui inettitudine incarna fedelmente l'immagine dell'anti eroe: egli non è bello, valoroso né tanto meno un duro, egli è nato perdente fin da subito, spesse volte lo si può trovare ubriaco all'angolo della strada, lo si vede sempre da solo ma mai intento ad inchinarsi di fronte a qualcuno, sempre malconcio ma mai definitivamente spezzato. Non possiederà la forza di un combattente ma possiede comunque la resistenza di una roccia, una forza interiore che gli consente di incassare ogni colpo senza però mai andare al tappeto. Egli è nato nei bassi fondi e nelle fogne avrà sempre la sua base, non lo si vedrà mai alla ribalta ma nel suo sotterraneo egli continuerà a lottare giorno dopo giorno; non comanda nessuno e non vince nessuno eppure, proprio per questa sua schiettezza, è il guerriero più vero di tutti.


Disc 2, Demon Screeching: Crusaders of God

Come specificato nella intro, il secondo disco di questo "split" è interamente dedicato al rifacimento dei brani già ascoltati. Le differenze non sono poi molte, salvo che, a dominare, è questa volta la componente Hard n' Heavy. Un secondo atto aperto da "Crusaders of God", la quale conserva la sua struttura originaria ma gode di una pulizia sonora dovuta ad una produzione decisamente più orientata verso i mondi Heavy Metal / Hard Rock. La pesantezza degli strumenti è sostanzialmente e di molto ridimensionata, ed il riffing generale riesce in questo senso ad esprimere un forte senso di compattezza, scintillando e mostrando una corazza d'acciaio vecchio stile davvero niente male. Per essere una "cover" in chiave più "classica", il brano risulta vivere praticamente due volte. La ruvidezza tipica del Death viene decisamente accantonata, idem la componente grandguignolesca della voce di Mr. Debauchery, qui nelle vesti di Bloodgod. Il nostro, interpretando il suo alter ego, sfoggia un'ugola a metà fra Brian Johnson ed Udo Dirkschneider, tant'è vero che in questa nuova veste, il brano parrebbe veramente una sorta di esecuzione à la AC/DC con brevi cameo degli Accpet, proprio per via dello stile vocale adottato. Che, di primo acchitto, potrebbe quasi sembrare parodistico; l'impressione che la trovata del Bloodgod possa stagliarsi a metà fra il serio ed il faceto è forte, tuttavia l'effetto finale è simile a quello che potrebbe sortire un qualsiasi pezzo degli Steel Panther: una "verità" malcelata da "burla", voglia di far ridere ma mediante brani suonati alla grande.

Bullet To the Head

Si prosegue con "Bullet To the Head", un altro momento che ci presenta un Bloodgod sempre più Brian Johnson, tant'è che il brano in questione, per riff, linee di basso e batteria, non sfigurerebbe certo se venisse inserito in un album a caso fra "Ballbreaker", "Stiff Upper Lip", "Black Ice" e "Rock Or Bust", a voi la scelta. Un brano che gode di un'andatura notevolmente accattivante, nonché di una prova al microfono assai più degna della precedente. A colpire è poi il refrain, il quale è reso più corposo da tutta una serie di cori che sembrano veramente trasportarci nel mondo di Angus e co. Una menzione d'onore anche alla sezione ritmica, la quale non fa rimpiangere il già citato Rudd nonché il noto Williams, al limite del citazionismo. La sostanziale pulizia del suono è dunque funzionale alla ricreazione di un clima molto più Hard n' Heavy, ed anche l'assolo risponde incredibilmente a determinati requisiti, gridando Young praticamente da ogni nota emessa. Refrain convincentissimo, incredibilmente ben studiato che chiude quindi un episodio assai piacevole nonché particolarmente ispirato.

Recensione

Sopraggiunge quindi "City Of Bones", la quale non differisce minimamente dalla sua controparte se non per una sostanziale "scartavetrata" in fase di produzione e registrazione. Sound più curato e pulito, totalmente scevro dall'ancestrale "fracasso" che dominava i brani originali. Di Death Metal, qui, non c'è neanche più il sentore: possiamo quindi gustarci un'altra bella prova "classicista", un brano che in questa versione vede la melodia dominante ancor più impegnata e degna di pathos. La voce, questa volta, abbandona gli stilemi cari a Johnson per adottarne di molto più vicini ad Udo Dirkschneider, tant'è che "City.." sembrerebbe a tratti un outtake direttamente venuto fuori da album quali "Metal Heart" o "Russian Roulette". Lo spettro degli Accept aleggia dunque prepotentemente su di un brano che, nuovamente, può vivere in una seconda versione e risultare parimenti valido. Impossibile scegliere fra le due versioni, entrambe hanno i loro punti forti e permettono a chiunque di esaltarsi, con il sound che più si preferisce. 

Bullet To The Head

Un discorso simile uguale a quello intrapreso per "Bullet To The Head" può essere tranquillamente "riciclato" per la successiva traccia, "Vampire Holocaust", la quale sprizza nuovamente "AC/DC" da ogni poro e va dunque a porsi, per la modernità del suono, a metà fra la storia e le ultime fatiche della band australiana. Sorprendente come la voce di Bloodgod sia un vero e proprio crescendo di sorprese, in quanto capace di divenire più convincente ed ispirata man mano che il nostro percorso prosegue. Sarà stato lo "shock" delle clean vocals, sopraggiunte dopo tanta brutalità sonora; eppure, arrivati a "Vampire..", cominciamo già ad essere catturati dall'anima scanzonata e rockettara di questa seconda incarnazione dei Debauchery. Il brano in sé non varierà nella struttura, ma l'aura di cui è contornato è del tutto diversa. Un pezzo divertente e coinvolgente, per certi versi intrigante, che fa quasi venir voglia di ritirare fuori dall'armadio quella divisa da scolaretto. Di indossarla e di impugnare una Gibson, dandoci dentro a suon di riff. Persino spogliati delle proprie masserizie Death, questi brani funzionano. Il che, come recita un vecchio adagio, è tutto dire.

Girl To Adore

Tornano prepotenti stilemi priestiani con l'avvicendarsi di "Girl To Adore", un brano che pare direttamente uscito dal periodo più "commerciale" dei Judas Priest, quello coincidente con l'uscita del mai troppo considerato "Turbo". Il brano, di per sé, riprende i riff taglienti ed accattivanti del disco chiamato in causa, giocando in fase di pre-refrain e refrain, su piccole cadenze melodiche tipicamente "acchiappone". Un sound che prende e travolge, che ci invita a far festa e dunque fa dell'elemento "catchy" la sua arma migliore. L'insistenza del refrain particolarmente curato per essere ricordato e diretto, la scorrevolezza delle strofe.. tutto è creato secondo dettami ben precisi: tributare in maniera degna quell'Hard n' Heavy che di certo non propone la complessità strutturale tipica dei Mercyful Fate o simili, ma che comunque vuole risultare duro e possente. Per chi volesse tecnica a profusione ci sono pur sempre altri gruppi, sicuramente l'operato di Bloodgod, in questo senso, è rivolto a chiunque non si sia scordato il vero significato del termine "divertimento". E per divertirci, qui, abbiamo elementi a palate.

Super Hot Vampire Lady

Un inizio massiccio per "Super Hot Vampire Lady", la quale se nel riff portante sembra chiamare in causa i Running Wild dei loro brani più diretti e meno "epici", nella sua struttura a 360° continua in maniera insistente a tributare AC/DC e Judas Priest (periodo "Point of Entry", per la precisione). Nulla di nuovo sotto il sole, la componente Hard n' Heavy subisce la sua solita glorificazione e continuiamo imperterriti a divertirci come se non ci fosse un domani. Quasi come se la parola d'ordine fosse "i wanna rock n roll all night and party every day", in puro stile KISS. E questa festa, ve lo assicuro, è ben lungi dal finire!

Devil Dog

e lo dimostra la successiva "Devil Dog", aperta da un riffing misterioso ed incedente. Un'oscura cantilena che si fa largo supportata da rullate di crash ed un basso assai prepotente, la quale va dunque ad infrangersi in chitarroni Hard n' Heavy intenti a richiamare un riff abbastanza "a singhiozzi". Il brano diviene in seguito assai più lineare e nuovamente debitore ai leggendari Accept, con la voce di Bloodgod che torna simile a quella di Udo. Un brano dunque coinvolgente ma più ruvido e pesante di quelli precedenti, ben più legati all'Hard Rock di forgia AC/DC. In questo caso è l'Heavy Metal puro e crudo a farla da padroni, con un Thomas sempre più ispirato e decisamente sul pezzo. Sarebbe in effetti curioso sentire i Debauchery comporre, allo stile dei Metalucifer, un album ESCLUSIVAMENTE Hard n' Heavy. Sicuramente, questa traccia non avrebbe sfigurato (presa in questa sua incarnazione) in un progetto del genere; anzi, lo avrebbe reso sicuramente coinvolgente e degno d'essere acquistato. Un brano che nuovamente non differisce dall'originale ma gode di un clima molto più "classicista" e catchy, degno sicuramente d'essere ricordato.

Super Killer Death Match

Giungiamo così alla metà della seconda parte di questo split con "Super Killer Death Match"; i Debautchery lasciano ora il posto alla loro componente hard rock, come un Mr Hyde che abbandona il campo per far parlare il Dottor Jekyll in una schizofrenia nella quale personalità alternativa ha il nome di Blood God. La canzone inizia esattamente come la versione precedente, con la batteria intenta a suonare un quattro quarti ritmato e lineare mentre le chitarre iniziano a preparare il terreno attraverso un main riff ricco di groove. Mr Debauchery adesso sfodera le sue potenzialità di vocalist optando per uno screaming acuto ed acido che ricorda in maniera molto netta non solo Brian Johnson ma anche il conterraneo Udo degli anni d'oro con gli Accept. A livello strumentale non vi sono differenze, la struttura compositiva della canzone resta identica sotto qualsiasi aspetto: il main riff è lo stesso della versione Debauchery e lo stesso dicasi anche per il numero di giri e la sequenza di strofa e ritornello. A variare dunque è solo lo stile vocale, che vertendo ora sullo "demon screaming" rende il tutto maggiormente eighties oriented. Il messaggio mandato da questa band è semplice e diretto "Adoriamo l'hard rock degli anni ottanta e lo vogliamo omaggiare in tutto e per tutto", semplice e diretto, senza troppi fronzoli. Inutile dire che il vocalist si dimostra perfettamente malleabile ad entrambe le tipologie di cantato, anche se ovviamente adottando l'urlato acido questi pezzi per come strutturati non possono far altro che ricordare i già citati grandi nomi quali Accept ed Ac/Dc. Le differenze consistono tutte nelle tracce vocali, dove in questo campo Mr Debauchery si rivela molto elastico nel muoversi su tonalità così alte ed inoltre particolarmente limpido nella pronuncia delle parole, cosa che magari con il growl non sempre è possibile. L'utilizzo del falsetto sporcato per questo particolare testo ha poi il merito di tingere le parole guerresche della lirica con un alone molto più a la Judas Priest: l'epica battaglia tra dei e mostri combattuta sul campo di battaglia terrestre assume infatti due diverse connotazioni, cantata in growl potrebbe essere infatti uscita dalla penna di un Johan Hegg, quasi fosse un pezzo più leggero degli Amon Amarth, mentre con questa nuova scelta canora ci sembra adesso di sentire un Rob Halford più indemoniato dietro il microfono, una scelta interessante per farci osservare quindi una stessa composizione vista da due diverse prospettive.

Anti-Hero

I Blood God ora rispondono alla versione Debauchery di "Anti-Hero", riprendiamo quindi quel main riff in stile seventies con il quale la personalità "truculenta" della band ci aveva già stupiti per ascoltarne una nuova versione. Gli stacchi di batteria offrono alla sei corde lo spazio ideale per un mini fraseggio solista infarcito di wah wah prima che venga lanciata la strofa. Strutturalmente il tema resta anche in questo caso prima di variazioni, la batteria infatti esegue lo stesso tempo, sostenendo un basso dinamico e ricco di inventiva, mentre in altri sviluppi il quattro corde era rimasto limitato esclusivamente all'esecuzione delle toniche. La voce in falsetto, meno possente di quella in growl usata nelle quattordici tracce precedente, ci consente di percepire meglio la freschezza del main riff, senza contare in oltre che questo registro vocale si accosta meglio ai backing vocals, i quali spiccano ora con un maggiore impatto dando una maggiore compattezza al ritornello. Nel complesso quindi, con il cantato alternativo, questo brano risulta una versione "evoluta di un qualsiasi brano degli Ac/Dc, facendone sentire immancabilmente l'influenza su questi quattro musicisti, i quali però, a loro volta, in questo caso vi aggiungono un pizzico di estro personale a variare leggermente sul tema principale. Pensate quindi ad una band come gli Airbourne, per i quali l'influenza dei big monster australiani è indiscutibile, che però propone una canzone hard rock con qualche variante in più. Per quanto riguarda il nostro anti eroe protagonista della lirica non possiamo ora non immaginarcelo come un personaggio nato e cresciuto nei sobborghi di Sidney, il classico operaio/meccanico che si spacca la schiena tutto il giorno, sporcandosi di grasso ed olio motore, che non vede l'ora di smontare dal turno per andare a casa a mettersi su un bell'lp nello stereo, meglio ancora nel week end, quando c'è qualche gruppo hard rock da andare a sentire al pub. Dall'immaginario di un disadattato serial killer ideale per un pezzo death metal dei Cannibal Corpse, la bipolarità dei tedeschi ci porta ora ad una dimensione molto più working class e stradaiola. 

Second Hand Woman

Restiamo in ambito pure street con la successiva versione Blood God di "Second Hand Woman". Se delle tracce fin qui ascoltate questa si rivelava essere la meno ricca di mordente, l'aggiunta del cantato in falsetto, per quanto eseguito in maniera ineccepibile, non sbilancia più di tanto la situazione di partenza. La marcia cadenzata resta esattamente identica all'altra versione ed anche per quanto riguarda la parte di chitarra e basso il main riff è lo stesso; anche la variante dinamica sale sempre in maniera identica senza aggiunta di mezzi toni ulteriori, immaginate che la band abbia finito le registrazioni in studio della parte strumentale del brano e poi abbia fatto fare a Mr. Debauchery due sessioni di take vocali differenti, cosa che per altro è avvenuta realmente in tutto il disco. Il risultato ora ci lascia pensare ad un pezzo degli Accept non troppo riuscito, l'ottima performance vocale, che spinge in maniera ottimale nelle varie scalate e successive discese di tonalità, purtroppo si trova a prendere forma su una base musicale eccessivamente piatta, il cui poco tiro sembra sorreggere la voce giusto perché è un lavoro che va fatto. Le precedenti alternative version offrivano per lo meno un pizzico di colore in più ad una stessa performance musicale ma questa canzone in particolare non spicca certo tra le migliori di questo split. Una ritmica di batteria più sostenuta, pur restando marziale, avrebbe magari consentito alla composizione di essere più graffiante e trascinante, oppure, in alternativa, qualche piccolo ricamo melodico aggiuntivo da parte delle chitarre o del basso avrebbe aggiunto quella punta in più di dinamismo che avrebbe sicuramente lavorato in maniera più sinergica con le voci. Allo stato attuale invece, la resa complessiva, come nella versione Debauchery del resto, resta fortemente sbilanciata: da un lato c'è un'idea di base eccessivamente standard, che non si discosta minimamente dal tema principale e svolgendosi per tutta la sua durata in maniera molto minimale, dall'altra troviamo invece delle parti vocali grintose e piene di carisma che però stentano a prendere il volo a causa di una base troppo morbida: sia i cori, che come accennato urlano solo le tre parole del titolo, che la linea principale si rivelano essere il principale elemento trascinante del resto. Dal punto di vista lirico, la milfona ora si presenta come un bersaglio decisamente irraggiungibile, con il growl Mr. Debauchery ci dava quasi l'impressione che questa donna se la sarebbe presa con la forza per portarsela in un viottolo buio, con lo screaming invece lo squilibrio compositivo emerge molto più netto, dandoci l'impressione di un rocker che la milfona vorrebbe farsela ma ha paura di prendere un due di picche. Tutto sommato però, pur non brillando particolarmente, il combo tedesco si è dimostrato coerente nel rispettare in tutto e per tutto una composizione non eccelsa.

Firethrone Overlord

Fortunatamente il tachimetro riprende a salire di giri con la successiva "Firethrone Overlord", la matrice prettamente eighties di questa composizione si rivela essere fin da subito il contorno ideale per la voce squillante di Mr. Debauchery in qualità del suo alter ego vocale. Il tempo in quattro quarti sorregge immediatamente uno sviluppo ricco di groove ed il muro creato dalla compattezza delle chitarre si rivela una vera e propria colata di acciaio fuso sulle nostre teste. Il falsetto in questo particolare pezzo si amalgama molto bene con la tonalità dei powerchord aperti, la canzone infatti consta di un main riff incentrato sulle tonalità più alte, il che le rende particolarmente adatte a sostenere una voce che trova il proprio maestro indiscusso in Udo Dirkscheider. A differenza del pezzo precedente, i su citati Accept, senza però escludere nemmeno altri nomi come Dokken, Judas Priest e Iron Maiden, ricevono un omaggio molto più convinto ed energico, l'atmosfera del metal degli anni Ottanta qui prende il suo vivo splendore attraverso i propri migliori aspetti: una batteria inarrestabile, un sound di chitarre massiccio e ben pompato, un basso corposo e vibrante e non ultima una voce al vetriolo che ci dipinge questo oscuro imperatore come un demone sputato direttamente dagli inferi; la particolarità di questo brano è che pur nella sua linearità le soluzioni compositive che lo costituiscono sono particolarmente avvincenti, senza contare che si allacciano tra loro in maniera disinvolta e trascinante. Pur non essendo anche in questo caso grossi allontanamenti dalle linee conduttive principali, i Blood God, come i Debauchery del resto, riescono a tenere sempre desta la nostra attenzione proprio grazie all'efficacia delle singole idee assemblate. Il giro di accordi che compare nel ritornello, per esempio, pur essendo composto di poche note, si rivela talmente intrigante nel farci alzare le corna al cielo che potremmo sentirlo duecento volte una dietro l'altra senza mai annoiarci, non è da tutte le band riuscire ad elaborare un singolo riff di simile portata, eppure, se band come gli Ac/Dc, i Motorhead o i Venom sono entrati nell'olimpo nella musica hard n'heavy e proprio grazie a questa maestria compositiva. Il testo gode della stessa rivoluzione prospettica poc'anzi citata: con la voce in growl il signore supremo sembrava quasi essere un personaggio di un brano dei Six feet Under o dei Bloodbath, un mostro quindi decisamente più assetato di sangue e splatterume vario, con lo screaming invece compiamo un passo indietro non solo nel tempo ma nell'immaginario heavy metal tout court, quando i mostri raccontati nei testi, demoni, draghi o diavoli che fossero, godevano invece di un aspetto decisamente più fantasy. Su questa canzone più che su altre dunque la varietà tematica delle voci risulta essere particolarmente esaustiva.

Murdermaker

Particolarmente interessante si rivela il risultato ottenuto con la versione eighties di "Murdermaker", pezzo con il quale i Bloodgod ci spiazzano letteralmente abbandonando l'influenza dei nomi poc'anzi citati in particolar modo per scegliere come faro guida nei meandri dell'hard n'heavy un maestro tutt'altro che trascurabile: Lemmy Kilmister. Sì esatto, avete letto bene, sono i Motorhead il gruppo al quale i tedeschi ora si rifanno su tutti: la rullata di batteria iniziale infatti introduce un main riff di chitarra potente e granitico che affonda i canini nella tradizione rock n'roll anni cinquanta per essere trasposto in chiave metallica e regalarci un mix che sarebbe tranquillamente essere contenuto in un qualunque album della band inglese. Salvo il cantato in falsetto, che è inutile dirlo si discosta notevolmente dal baffuto idolo ahimè scomparso, la composizione nel suo complesso possiede tutto il tiro e la vivacità che solo gli autori di "Ace of Spades" hanno saputo creare negli anni. L'intera canzone scorre infatti fluida ed energica, possedendo sempre costante quel groove catchy che oltre all'headbanging e qualche spallata non è da escludere ci faccia scatenare in qualche movimento pelvico ispirato direttamente da Elvis Presley; oltre ad una ritmica decisamente travolgente sono le numerose parti di chitarra solista ad avere un ruolo di particolare rilievo all'interno della traccia, la sei corde ci regala degli splendidi incisi solisti che rendono le varie strofe particolarmente ricche di melodia, oltre che a sfoderare un assolo che si rifà direttamente alla mano di Fast Eddie Clark o a Phil Campbell (a seconda di quale dei due axemen preferite). La diversità vocale su questo tipo di struttura rivela in maniera molto marcata la propria efficacia, anzi, il falsetto, per un tipo di pezzo come quello in questione, supera notevolmente il growl roco a livello di prestazione finale. È fuori di dubbio che Mr. Debauchery abbia dimostrato fin qui una notevole malleabilità artistica nel recitare due ruoli diametralmente opposti in quanto a stile e tonalità scelte, ma resta fuori questione che per un pezzo particolarmente anni Ottanta come "Murdermaker" la voce death metal avrebbe rappresentato un elemento troppo fuori dal coro rispetto al contesto, beninteso, la voglia di mescolare un sound old school con un elemento "esterno" rende decisamente caratteristici questi metallers teutonici, ma su questa prova nel dettaglio la voce in falsetto si rivela la scelta migliore, che rende il pezzo in grado di spararci quella scarica di adrenalina selvaggia che solo la voce del su citato Lemmy avrebbe potuto surclassare ulteriormente. L'assassino citato nelle liriche potrebbe tranquillamente andarsi ad accodare alla ciurmaglia di assassini mercenari e senza scrupoli cantati nella splendida e motorheadiana"Killers" contenuta nell'album "Inferno" del 2004, per la serie "it's only rock n'roll, but i like it".

Recensione

Sempre sull'onda della New Wave of British Heavy Metal troviamo poi anche la successiva "Heavy Metal Monsternaut", con la differenza che adesso sono i Judas Priest la band a cui il rimando è diretto senza la benché minima traccia di fermate intermedie. La canzone infatti possiede tutti gli elementi caratteristici di un pezzo scritto dai metal gods di Birmingham, ad iniziare dal celebre stupro del floyd rose, ossia del ponte mobile, a cui sono sottoposte le chitarre: una serie di sferzate alla leva dello strumento con le quali si producono i fischi dissonanti taglienti come motoseghe che ogni metallaro si aspetta di ascoltare in un pezzo come si deve. Dopo aver scaldato i motori con questo incipit ecco sopraggiungere il falsetto al vetriolo di Mr. Debauchery, schizofrenicamente diventato ora il diretto discepolo di Rob Halford. La struttura ritmica è retta da una batteria linearissima che consta di una linea regolare e precisa in sedicesimi costruita solo con la doppia cassa, il rullante ed il charleston; i colpi del pedale sono inoltre fedelmente ricalcati dalle pennate del basso, mentre le chitarre passano da una ritmica contratta nella strofa ad una sequenza di accordi aperti nel ritornello, dando così la possibilità alla linea vocale di aprirsi in tutta la sua graffiante efficacia. Per quanto riguarda la parte solista di sei corde, qui gli axemen osano un po' di più, Mr Kill infatti si muove su un assolo la cui lezione è impartita direttamente da K.K Downing, e non mancano inoltre le sovraincisioni armonizzate che pur allungando notevolmente i solos si rivelano le vere sferzate epiche della sessione, ricordandoci immancabilmente le tenzone imbastite dal biondo chitarrista inglese assieme al collega Glen Tipton. In questo senso dunque abbiamo una prova artistica più completa, che ci dimostra che a livello tecnico questi quattro metallari tedeschi sanno fare molto di più che imitare semplicemente i grandi e basilari nomi del metal. A livello di songwriting, questa traccia si basa anch'essa sulla classica alternanza di strofa e ritornello, spezzate dalla parentesi in cui l'ascia ha modo di esprimere tutto il suo estro in ambito solista, il problema, se così lo si può definire, è che complessivamente si fa fatica a non immaginare che sia la band di Rob Halford a suonare questo pezzo: i Debauchery tributano in maniera egregia i loro idoli, anzi, fin troppo, dato che la resa finale non lascia trasparire in maniera dovuta l'impronta personale; anche il registro lirico va a pescare una materia che potrebbe essere tranquillamente già stata analizzata dai cinque britannici, l'immagine della mostruosa creatura affiancata da un registro semantico basato su fuoco, inferno e paura dei poveri umani, data l'impronta troppo marcata della musa ispiratrice suona più come un dejavue piuttosto che un omaggio. Pezzo efficace e piacevole senz'altro, ma niente di più che non ci abbiano già regalato i Judas Priest.

Thunderbeast

Lo split si conclude con "Thunderbeast", titletrack del lavoro che dalla terza posizione della versione monster voice passa ora a brano conclusivo della parte demon screaming. Quanto ad influenza abbiamo fatto poca strada per allontanarci dal gruppo tributato nel brano precedente: fin dalle prime note infatti, il pezzo sembra essere la degna successione di quello ascoltato poco fa, come se fosse la canzone successiva in tracklist di un ipotetico album dei Priest. I tasselli compositivi riscontrati sono immancabilmente gli stessi: ad avviare le danze è un colpo secco sul crash da parte del drummer, a seguito del quale parte un riff terzinato di chitarra dallo stile semplice e decisamente anni ottanta, le prime pennate in palm muting sono seguite da un powerchord aperto, rendendo l'idea molto simile alle sciabolate che possiamo ascoltare in "Angel of Retribution". La batteria esegue poi degli accenti sui timpani prima di partire con l'ormai aspettato quattro quarti inarrestabile, il main riff resta invariato anche con l'ingresso del cantato, che fortunatamente aggiunge al tutto un pizzico di personalità sporcandosi leggermente per non risultare il vero e proprio karaoke del vocalist inglese. Anche nel ritornello la struttura viene variata di poco, inserendo degli stoppati diversi con i powerchord ma per il resto è il main riff a restare il motore trainante del brano; l'assolo si semplifica, rallentando inizialmente per poi concludersi con una mitragliata in shredding su un'unica nota, riportandoci alla mente le creazioni più seminali del modello di riferimento. La versione con il falsetto anche in questo caso risulta più convincente di quella cantata con il growl, ma purtroppo bisogna constatare che il dittico conclusivo del lato riservato ai Blood God risulta troppo ispirato ai creatori di "British Steel", fermo restando che se siete amanti delle sonorità anni Ottanta questi pezzi nel complesso vi faranno scatenare a forza di headbanging, magari facendovi scendere dagli occhi una lacrimuccia nostalgica se siete particolarmente oltranzisti e conservatori, se siete invece alla ricerca di qualcosa di fresco ed innovativo siete però fuori strada, dato che i Debauchery, o Blood God che dir si voglia, hanno come centro della loro filosofia il tributo alle sonorità hard rock degli eighties. Anche sul piano tematico l'immaginario è quello degli dei dell'acciaio, la creatura del tuono avanza distruggendo tutto ciò che si trova sul suo cammino, essendo continuamente a caccia di carne umana con cui saziarsi, fino ad arrivare proprio dietro di noi per afferrarci e massacrarci. Questa canzone dunque si rivela particolarmente adatta per le serate di baldoria alcolica e musica a palla, una splendida chicca per fare un po' di casino con gli amici ricordando i fasti gloriosi dell'Heavy Metal, ma nulla più.

Conclusioni

Come si può definire in conclusione questo split dal titolo "Thunderbeast"? Sincero. Dato che i Debachery ed i Blood God sono in pratica la stessa band con la differenza che i primi possiedono la voce in growl ed i secondi la voce in pulito, peraltro eseguite dalla stessa persona, vi è da fare il plauso a questo gruppo, poiché ha voluto con questo strano e per certi versi bizzarro progetto mettere sotto la lente di ingrandimento le sue due anime distinte. L'amore per l'Hard Rock è stato, è attualmente e sarà sempre il motore principale che spinge questi musicisti a continuare a suonare, pur non escludendo la sete di truculenza e sangue tipiche invece del metal estremo. Se già i Debauchery in sé vogliono unire queste due componenti mescolando riff, tempi e più in generale musiche prese direttamente dalla scena metal degli anni d'oro con la voce dell'extreme, l'idea di dar voce anche all'altra faccia della loro medaglia con un ulteriore nuovo moniker consente loro di rispondere chiaro e tondo ai palati più esigenti, come se affermassero: "Siete quei classici metallari dalle orecchie fragili che adorano come suoniamo ma al minimo accenno di growl storcono il naso e fuggono via inorriditi? Bene ascoltateci nella nostra altra veste". Non è una cosa da tutti, come non è da tutti altresì saper cogliere l'originalità di questo mix senza essere ancorati a degli schemi a chiusura stagna che nel 2016 suonano più obsoleti che convincenti. Va comunque sottolineato che magari per valorizzare ulteriormente la differenza tra le due identità dello stesso quartetto sarebbe stato molto più efficace l'utilizzo di due accordature diverse per suonare le medesime canzoni: i Debauchery avrebbero potuto optare per un accordatura in re, che meglio si sarebbe mescolata con la voce gutturale più death metal oriented, mentre i Blood God avrebbero potuto optare per un accordatura standard in mi, la stessa con cui suonano i grandi gruppi hard rock come gli Ac/dc o i Judas Priest. Restando invece settati allo stesso modo per entrambe le versioni, il compito di valorizzare gli aspetti differenti da una chiave di lettura all'altra è lasciato unicamente al vocalist, che come già sottolineato svolge quest'onere in maniera egregia riuscendo a sembrare due cantanti diversi passando da uno stile all'altro. Il lato strumentale però resta sospeso nel limbo: batteria, basso e chitarre sono state registrate una sola volta e le stesse tracce strumentali sono state poi utilizzati per le sessioni vocali splittate, visto così un occhio malizioso potrebbe interpretare queste ventotto tracce più come un filler che non come uno split realizzato da una band avente due anime differenti. A livello artistico comunque i Debauchery hanno realizzato un prodotto audace e coerente; vogliono omaggiare i grandi nomi senza avventurarsi in sperimentazioni troppo lontane da quella che è la loro matrice originale e lo fanno chiaramente, alla luce del sole e senza nascondersi dietro un dito, anzi, alle volte ci riescono fin troppo bene, arrivando ad essere una mimesi perfetta del gruppo a cui stanno rendendo il tributo. Dal punto di vista dell'inedito questo "difetto" rappresenterebbe il fail per eccellenza, ma intanto loro si sono messi di impegno a realizzare un tributo all'Hard Rock e all'Heavy Metal con tutte le loro forze e soprattutto dichiarandolo fin da subito, cosa che invece altre band additano come pestilenza inneggiando alla novità per poi compiere lo stesso "passo falso". "Thunderbeast" è dunque un lavoro che vi arriva alle orecchie dritto e schietto così come gli autori lo hanno concepito, supportato da una postproduzione eccelsa in qualità di unico elemento "moderno" presente. Siete alla ricerca di qualcosa che vi riporti alla mente i bei tempi andati? Lo split di Debauchery/Blood God fa decisamente al caso vostro. 

1) Disc 1, Monster Voice: Heavy Metal Monsternaut
2) Murdermaker
3) Thunderbeast
4) Vampire Holocaust
5) City of Bones
6) Crusaders of God
7) Super Killer Death Match
8) Firethrone Overlord
9) Bullet To The Head
10) Devil Dog
11) Second Hand Woman
12) A Girl To Adore
13) Super Hot Vampire Lady
14) Anti-Hero
15) Disc 2, Demon Screeching: Crusaders of God
16) Bullet To the Head
17)
18) Bullet To The Head
19) Girl To Adore
20) Super Hot Vampire Lady
21) Devil Dog
22) Super Killer Death Match
23) Anti-Hero
24) Second Hand Woman
25) Firethrone Overlord
26) Murdermaker
27)
28) Thunderbeast