DEATHSPELL OMEGA

The Long Defeat

2022 - Norma Evangelium Diaboli

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
31/03/2022
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Si spalancano nuovamente le porte dell'oblio e suonano le trombe dell'apocalisse, annunciando il come sempre improvviso, e accompagnato da poche fanfare, ritorno dei francesi Deathspell Omega sulle scene black metal. A tre anni di distanza dal precedente "The Furnaces Of Palingenesia", opera che abbandonava i temi metafisici e religiosi per trattare del concetto di autoritarismo e regime e che usava un approccio più diretto rispetto ai connotati sperimentali e tecnici usati in passato, i Nostri tornano con "The Long Defeat", disco composto da cinque lunghi brani e che stando alle dichiarazioni della sempre misteriosa band segna l'inizio di una terza era per i rappresentanti più famosi del black metal più moderno, tecnico e "progressivo". Una terza era già in realtà annunciata nelle recenti interviste sul famoso sito e fanzine Bardo Methodology e su Cult Never Dies, dove tra i vari argomenti si è discusso anche di un nuovo approccio musicale dove il suono legato all'uso delle Les Paul si accompagna ora all'introduzione di una chitarra Strandberg senza testa e alla collaborazione con nuovi e vecchi personaggi che avrebbero iniettato nuovo sangue nel progetto. Un altro elemento da sottolineare è anche lo sviluppo tematico della band, che ora tocca in maniera più diretta anche la filosofia e la storia, portando però sempre avanti una tesi centrale che nel suo nucleo è rimasta invariata: l'uomo come massima espressione evolutiva del divino, divino però inteso come demoniaco e distruttivo, essendo associato alla figura di Satana, manifestazione dell'entropia, della morte, della decadenza. Messi davanti all'album, non possiamo effettivamente non notare la messa in atto di alcune nuove soluzioni che mantengono allo stesso tempo alcuni elementi musicali, estetici, tematici cari alla band, e introducono anche alcune novità che segnalano un corso nuovo che non è una cesura netta, bensì un nuovo atto in una rappresentazione sempre in sviluppo e che richiede anche nuovi figuranti e parti. Ecco quindi che le dissonanze care ai Nostri vengono inserite in un songwriting ancora più organico ed emotivo, dove abbondano assoli, malinconie melodiche, parti dritte di chiaro stampo metal, mentre sul piano vocale possiamo intuire alcuni ospiti oltre al solito Mikko Aspa; come sempre con il gruppo francese nulla è ufficialmente dichiarato, ma è chiara la presenza di Daniel Hans Johan Rostén alias Arioch/Mortuus (Funeral Mist, Marduk, DomJord) e di Miko?aj Zentara ovvero M. dei MGLA e Kriegsmaschine. Comunque a livello pratico solo la presenza della mente della band e chitarrista Hasjarl (Christian Bouche) e del misterioso bassista Khaos sono date per scontate; poco importa comunque, in realtà da sempre i Deathspell Omega sono un'entità che ha sempre usato vari ospiti e componenti momentanei per ottenere un certo suono e trattare di certi argomenti e temi, e dove tutto è più grande del singolo. Ecco quindi cinque tracce per circa quarantaquattro minuti, dove intermezzi atmosferici, dissonanze squillanti, tempi medi, assoli pieni di pathos, vocals ora disperate, ora gloriose, ora ruggenti e feroci tessono una fitta trama sonora che si lega a doppio filo con le parole dei testi e con un originale racconto in prosa contenuto nel libretto del disco, in un approccio artistico che si muove simultaneamente su tre livelli che devono essere vissuti nella loro totalità per avere un quadro completo del discorso, e che a volte si contraddicono tra di loro presentando il principio della corsa nell'opposto presente nel primo brano del disco. Ennesimo elemento questo che mette in luce l'idea del black metal come Arte portata avanti dai Nostri sin dai tempi dello storico "Si Monvmentvm Reqvires, Circvmspice", album che nel 2004 ha lanciato il secondo corso della band e l'ha fatta conoscere a livello mondiale come nome di punta della corrente religious personificata nell'etichetta Norma Evangelium Diaboli, che non a caso vede coinvolto Hasjarl e che funge da sorta di "circolo non dichiarato" con band che pur con approcci musicali diversi, perseguono in modo comune un' oscura spiritualità nel metallo più nero. Una storia quindi che prosegue tutt'oggi, e che vale la pena ripercorrere sin dalle sue origini che non facevano intravedere cosa sarebbe successo in futuro. Infatti il gruppo francese parte in maniera abbastanza anonima con "Infernal Battles", debutto composto per metà da nuove tracce e per metà da episodi già contenuti nel demo precedente "Disciples of the Ultimate Void"; in particolare queste ultime tracce erano minate da una produzione praticamente inesistente che sconfinava nel cacofonico più totale, creando un disco non omogeneo e comunque fin troppo debitore verso la scuola norvegese e i Darkthrone anche nei suoi momenti migliori. Segue il secondo album "Inquisitors of Satan" e una serie di split con Clandestine Blaze e Mütiilation che aggiustano il tiro, senza però far gridare al miracolo o cambiare di molto il modus operandi fin qui portato avanti. Nel giro però di soli due anni, qualcosa succede e cambia del tutto le carte in tavola: il cantante Shaxul si allontana dalla band citando inconciliabili differenza ideologiche, in quanto per lui il black metal era principalmente l'espressione di una blasfemia di base atea e iconoclasta, mentre ora gli altri componenti avevano intrapreso un discorso spirituale dove Satana viene visto come un'entità reale, divinità che regna sul reale e si manifesta in esso tramite la violenza, la sofferenza e la morte, e inoltre anche le composizioni e la musica cambiano radicalmente approccio accogliendo influenze sempre più tecniche e progressive con largo uso di dissonanze e cambi di tempo al limite della sanità mentale. Riguardo a questo aspetto, solo di recente le interviste prima citate hanno chiarito meglio cosa è successo; i Nostri si sono avvicinati a vari generi musicali, incontrando anche il jazz, il post-rock e soprattutto il compositore polacco recentemente deceduto Krzysztof Penderecki che ha fatto scoprire loro il potenziale della dissonanza, perfetto strumento per rappresentare in musica il mondo e l'esperienza umana nella sua essenza. Ironicamente, per decenni svariate persone hanno pensato all'influenza del math-rock e di band come i Dillinger Escape Plan, che il gruppo ha scoperto solo anni dopo proprio a causa di questi paragoni continui, mentre come ribadito dai componenti l'origine di tutto deriva da musica totalmente altra rispetto al rock e al metal. In ogni caso, il dado è tratto: opere come "Fas - Ite, Maledicti, in Ignem Aeternum", "Paracletus" "Kénôse" "Mass Grave Aesthetics" e molte altre spingeranno negli anni il tutto sempre più in là sia musicalmente che tematicamente, con la gioia dei fan e con il disprezzo dei detrattori che hanno sempre visto in loro il simbolo dello snaturamento del black metal rispetto alle sue radici. In tutto questo, i DsO hanno sempre mantenuto un rigore totale nella loro proposta: pochissime interviste, nessuna informazione ufficiale, nessun concerto dal vivo, niente fanfare o grandi pubblicità alla pubblicazione dei loro lavori, nessuna concessione alla stampa e cultura più mainstream del metal, ma nemmeno all'underground più radicale e tradizionalista, esistendo essenzialmente in una loro dimensione distaccata da tutto e legata unicamente al loro discorso artistico. Recentemente questo li ha portati a essere adocchiati dalla così detta "cancel culture" e dal movimento anti-fa, che fuori tempo massimo ha scoperto dopo decenni che Mikko Aspa, cantante ufficioso dai tempi di "Si Monvmentvm..." è il titolare del progetto Clandestine Blaze in cui esprime anche idee antisemite e di estrema destra, e in generale non è certo alieno al movimento NSBM e certi ambienti politici. Se si aggiunge il totale fraintendimento del disco "The Furnaces Of Palingenesia" interpretato come una sorta di apologia dei regimi dittatoriali e del nazismo, quando basta leggere un qualsiasi testo del disco per trovare una feroce e sarcastica visione dei meccanismi che stanno dietro a questi fenomeni, si capisce subito il perché di un tentativo di gogna mediatica che in realtà poco ha sortito e non ha toccato la band. Chiarificate le proprie posizioni nell'intervista a Bardo Methodology, i Nostri hanno semplicemente ribadito come ogni persona che partecipa al collettivo ha una propria visione del mondo e ideologica, anche in totale opposizione rispetto a quella degli altri componenti, e come anche da questo attrito nasca l'arte più alta; inoltre Aspa è semplicemente un vocalist che non ha ruolo sul piano dei testi e temi della band, sviluppati da persone esterne coinvolte in studi filosofici e teologici, quindi non può essere considerato un'influenza su quanto trattato dai Deathspell Omega. Superata, o meglio proprio ignorata come già fatto da colleghi come i Marduk o MGLA, quella che è ormai una sorta di grande inquisizione fatta di fumo che prima o poi oggi qualsiasi gruppo black metal deve attraversare, i Nostri realizzano quindi in questa loro ultima opera un tassello che è allo stesso tempo nuovo e un continuo di un discorso in atto da tempo, dove la filosofia di Eraclito e Schopenhauer, la storia, il determinismo, la teologia concorrono a un'unica, terribile, visione: la continua sconfitta auto-inflitta dall'umanità a se stessa, che è anche il suo opposto, ovvero una vittoria, in quanto realizzazione della sua natura più vera e autentica, quella demoniaca e autodistruttiva.

Enantiodromia

C'era un tempo in cui le stelle riempivano il cielo, rappresentando il volere degli dei, predicendo le fortune delle persone comuni, ma soprattutto dei tiranni e dei maestri della parola e della spada. Ma a un tratto le stelle sono cadute sulla terra, e la Moltitudine ha creato una nuova Macchina per sostituirle con una luce ancora più forte, dandosi poi a danze per benedirla. Ma una figura solitaria non si unisce alle danze, tormentata dal dubbio, e si avventura in una tetra foresta dove inquietanti presenze, che si manifestano sotto forma di gufi e corvi, lo accolgono, e dove risiede un terribile Orrore che mette le persone davanti al loro stesso riflesso. Questo è parte del racconto in prosa che accompagna i testi e immagini dell'album qui recensito, e possiamo usarlo come incipit per la nostra analisi, legando al brano qui discusso. Immaginiamo ora uno scenario post-apocalittico, dove regnano rovine, ossa umane, scenari di distruzione, e un silenzio sordo interrotto a tratti da sinistri suoni stridenti e tristi provenienti da chissà dove; in questo contesto compare un oscuro predicatore che declama parole di morte, guerra, rovina, esaltando fuochi purificatori e atti di distruzioni verso il così detto concetto di infinito ed eterno. Ecco il mondo di "Enantiodromia", prima traccia del disco in cui troviamo le vocals di quello che possiamo dichiarare essere senza molto rischio di smentita Arioch, caratterizzato dal suo classico stile teatrale e imponente, perfetto per la rappresentazione in atto. Un suono ritmico tribale ci accoglie con colpi sospesi nel vuoto, accompagnati da un mantra greve e ipnotico che prosegue fino all'introduzione di un motivo di chitarra malinconico e pregno di emotività, sottolineato da linee di basso robuste e da piatti cadenzati. Si sviluppa un bel motivo melodico in cui troviamo anche accenni di assoli e fraseggi delicati, che mostrano già l'anima decisamente melodica dell'opera; dopo un innalzamento fatto di rullanti, il tutto si fa ancora più appassionato, prima di cadere in una cesura. Si riparte con un movimento ritmato segnato ancora una volta dal basso, su cui prende posto il cantato altisonante e esaltato: il narratore si dichiara come un portatore di morte, distruzione, terrore, esaltato dal prendere fuoco del L'archè, ovvero la forza primigenia che domina il mondo, da cui tutto viene e in cui tutto ritorna, presenta nella filosofia greca sotto varie manifestazioni come il fuoco/Logos di Eraclito o l'àpeiron di Anassimandro. Dato tutto il fumo che si erge, qualcosa di rimando deve cadere. E anche se le loro scaglie saranno afferrate, anche se dovessero disprezzare la danza intorno all'equilibrio, la sentenza dalle stelle sarà unica: morte, silenzio, oblio. Le terribili immagini si accompagnano a una musica che per contrasto si mantiene malinconica, mentre il cantato convoglia sempre di più la fanatica ferocia del testo; il gioco dei contrasti che fa da base al tema del disco, trova quindi piena corrispondenza nel suono e nella scrittura della traccia, in una sintesi encomiabile. I saggi dichiarano che esistono diversi fuochi che bruciano producendo fumi differenti (si noti il tema ricorrente del fuoco, già citato in correlazione a Eraclito, elemento non certo casuale), la maggior parte di loro vani, e solo pochi ispirati dal divino. La batteria si mantiene marciante, mentre le chitarre squillanti continuano a tessere trame che si appoggiano sul percorso segnato dal basso; all'improvviso ci troviamo in un corridoio più claustrofobico dove troviamo passaggi dissonanti che ci riportano al passato della band, pur senza arrivare a folli cacofonie. Si elevano anche assoli dalle scale squillanti, prima di riportarci su un passo lento e serpeggiante su cui si organizzano le vocals ruggenti e piene di veleno del cantante. Egli dichiara come L'archè di questo mondo sia davvero il fuoco, e come il fumo che vediamo significhi che qualcosa sta per crollare su di noi. Colpiti fino a essere lividi da una rabbia miserabile, sotto la luce di stelle brucianti, trecento dei incitano al massacro; osserviamo un grande fuoco alimentato da un intero sciame di locuste, con tentacoli di fiamme e guerra, così come quest'ultima è tre volte santa, osserviamo mentre partecipiamo alla folle danza. Il movimento cadenzato si apre a riff dalle bordate ruggenti, che cesellano la marcia costante e senza sosta mentre punte improvvise creano impennate emotive; collimiamo così in un bel motivo progressivo dal drumming elaborato e dal basso roboante. Costruzioni melodiche creano giochi di corrispondenza e contrasti con le chitarre, consegnandoci un gusto raffinato. Il cantato ritorna con toni bassi, mostrando nuovi terribili scenari: la luce diventa tenebra, il vivo rumore si ferma nel silenzio, e il calore si arrende al freddo, tutto ciò che era asciutto è ora fradicio di liquido. Un cosmo contenuto nel cosmo offre tutto insieme in una volta sola: l'umanità, gli dei, tutti i diavoli. C'è però anche qualcosa di nuovo, un potere che sta dietro di noi, non domato, che cresce di continuo; il narratore è il suo araldo, e ancora una volta ci conferma come egli porti morte, silenzio, distruzione e oblio. Saremo costretti a ricordare i tempi in cui i monti erano le nostre cattedrali, e l'oceano il nostro utero, un mondo in cui il terreno fertile era un territorio sacro. Rullanti combattivi potenziano il passo, mentre assoli melodici si mostrano tra le crepe; tornano anche sessioni dai corridoi dissonanti e contratte. Non importa quanto alta sia la torre che costruiamo con i teschi dei nemici sconfitti, non importa quante città ridurremo in macerie, il figlio dell'Uomo è già stato svegliato e nutrito, e ora è stato rilasciato nel mondo. Egli è venuto per portare una vile morte e rovine, silenzio, e anche la fine così come nuova vita, porta concordo e ordine; ma queste ultime parole suonano beffardamente sinistre, mentre la voce si fa sempre più demente e demoniaca e la musica va a disperdersi in una serie di feedback seguiti da un rumore a metà tra il meccanico e il brusio. Toni industrial dominano ora l'etere, mentre archi orchestrali e cori improvvisi creano una nera sinfonia che interrompe il corso del movimento a tratti, prima che esso riprenda con i suoi inquietanti suoni da fabbrica.

Eadem, Sed Aliter

"Eadem, Sed Aliter" oltre a essere il titolo della seconda traccia dell'album, è una frase in latino presente nel testo di Schopenhauer "Die Welt als Wille und Vorstellung" (Il Mondo come Volontà e Rappresentazione), che significa "Lo stesso, ma diverso". Egli la usò in riferimento alla storia, intesa come qualcosa che ripete se stesso, ma in contesti sempre diversi. La storia quindi come un fiume che scorre con acque sempre uguali, ma che raggiungono luoghi diversi (Panta Rei, penserà il lettore più smaliziato). Un concetto che ben si sposa con la visione dei Deathspell Omega e con la loro interpretazione deterministica della storia e destino umano, qui usato anche per parlare dell'illusione di progresso che sembra intrappolare in modo inevitabile l'uomo. Non importa quante tragedie, cadute di civiltà, guerre avvengano al culmine di un periodo di splendore: la storia ripete se stessa in cicli, e nel nome del meglio, del progresso, degli ideali avvengono le peggiori atrocità e si porta avanti la distruzione che mette fine a tutto, in previsione di un altro inizio. Non è inoltre difficile capire come questo pensiero sia anche alla base del Ewige Wiederkunft (Eterno Ritorno) di Nietzsche. Insomma, la filosofia occidentale diventa ricco materiale per le argomentazioni dei Nostri, cosa comunque assolutamente non inedita per chi li segue da tempo e ricorderà i loro passati riferimenti tanto ai filosofi qui citati, quanto a Sartre, Kant, Bataille, Hegel; confrontarsi con i temi della band richiede inevitabilmente un certo grado di riferimenti se si vuole comprendere, almeno in parte, di cosa stia parlando. Naturalmente, in ogni caso, lo scenario del brano non può non essere distopico e legato alle azioni inevitabilmente distruttive dell'uomo, condannato (o forse per i Nostri benedetto) a compiere l'opera del Diavolo in ogni suo gesto. Nel racconto d'accompagnamento al disco, le tre figure della foresta ricordano all'Uomo che il suo destino è i suo carattere, e lo mettono davanti al suo riflesso, avvertendolo che ogni visione e dono da esso offerto avviene al prezzo di qualcosa da sacrificare: prima il senso di appartenenza, poi la consolazione che deriva dal valore della sua specie, e infine la capacità di fidarsi delle risposte semplici. Le visioni offrono quindi prima una moltitudine che abbaglia contro tutto ciò che non è come essa e non segue il suo corso, creando fruste e collari con i minerali estratti dalla terra, poi un uomo incoronato che proclama il suo dominio su tutto, ma che soffoca a causa di scarafaggi che escono dalla sua bocca, sbeffeggiato dal suo stesso cavallo che gli ricorda il suo fato. Proprio questo dialogo sembra essere ripreso e ampliato in questa traccia, offrendoci un collegamento tra le due manifestazioni tematiche che viaggiano in parallelo. Un suono di chitarra leggero e malinconico, possiamo osare dire dolce, ci accoglie con uno stile che ricorda in non pochi tratti quello dei polacchi MGLA, lasciando poi spazio a un rullante marziale che si muove tra falcate di chitarra e linee di basso ben presenti. Seguono giochi ritmici e parti stridenti che convogliano energie che però non vengono rilasciate in un climax, rimanendo imbrigliate. Arriva anche un cantato diviso tra toni sordi e gorgoglianti, e improvvise declamazioni altisonanti; scarafaggi contaminati escono dalla sua bocca, mentre annuncia come abbia creato una nuova luce più splendente delle altre, e come abbia creato torri tanto imponenti, che anche le montagne impallidiscono davanti a esse, piene d'invidia. Egli è L'uomo, che ha reso se stesso il più grande di tutti gli dei, e ora ogni cosa vivente si piegherà al suo volere. Il suono si mantiene nervoso nelle sue contrazioni, rispecchiando l'animo bellico delle parole, ma è nelle declinazioni della voce che ancora una volta si manifesta la vera ferocia, sviluppata in ruggiti rancorosi che hanno poco di umano. Ora è come se una folla stesse celebrando questa figura, incoronandola: viene riconosciuto il suo essere il re dei re, implorando che la grandezza dei suoi atti venga investita su di noi. Egli ha ha arato i campi e li ha lasciati avvelenati, e ora i frutti della terra diventano tormento nelle nostre bocche e il raccolto un lenta e disgustoso veleno. Non è difficile uscire dall'astrazione e pensare ai disastri ecologici che dominano sempre più le notizie, e in generale all'inquinamento che ha raggiunti livelli che vanno ben oltre l'allarmante. L'aria era la più dolce delle bellezze terrene, ma ora i fumi creati dall'uomo ricoprono i cieli, e le stelle sono dimenticate, non visibili dall'uomo. Il nostro respiro ci offre pestilenze, trasformando i nostri polmoni in torba. Immagini terribili, ancora di più se pensiamo alla loro familiarità e attinenza al reale, accompagnate però da tratti musicali che fanno uso di melodie costanti sviluppate in chitarre appassionanti tempestate da una doppia cassa martellante che si lancia in cavalcate che investono l'ascoltatore, prima di collimare in assoli dal gusto classico. Scale elaborate donano assoli mai come adesso totalmente liberi di creare strutture dal gusto metal che richiama anche il passato del genere, uno dei momenti che più mette in luce il nuovo corso della band. L'uomo ha rotto le ossa della terra, e sciolto le meraviglie delle profondità, forgiando così fruste fatte di oro e argento. Quindi, ora le sue stesse ossa saranno rotte, e la sua carne sciolta. Ancora una volta egli apre la sua bocca, facendo uscire gli scarafaggi pestilenziali: non è forse la lotta il nucleo dell'esistenza? Il progresso il fulcro e ragione della nostra esistenza? Ha conquistato questo mondo con la spada e con il fuoco, intagliandolo a sua immagine, quindi il suo reclamare il trono del creato è cosa giusta. L'esaltazione, la hubris qui raggiunta è perfettamente incarnata nei ruggiti del cantante, mentre la musica sembra quasi voler offrire vane lacrime, tra toni gravidi di tristezza e movimenti lenti, quasi meccanici; L'uomo ha creato una nuova luce, e non vedrà oltre essa, egli ha creato torri destinate a crollare in una lunghissima caduta verso il basso. Ha creato un deserto e l'ha chiamato pace, quindi dovrà stare tranquillo: il suo reclamare il dominio sarà soddisfatto in modo corretto, e la grandezza dei suoi gesti gli sarà riconosciuta. Parole finali queste che suonano come una minaccia sardonica, mentre la musica si dispiega in tratti altisonanti nei suoi giri ripetuti in loop fino al finale segnato da un feedback di chitarra.

The Long Defeat

"The Long Defeat" è la title track dell'album, una traccia dai tratti quasi eterei che spinge movimenti black metal emozionali basati su una struttura lenta arricchita da fraseggi solenni e arie divise tra epico e malinconico. Un suono quindi che avanza con una ritmica cadenzata e chitarre che non rinunciano anche ad assoli appassionanti, mentre robusti ruggiti introducono il comparto vocale intento a mostrare il nero lato spirituale del disco, sunto della filosofia della band e dei significati dell'opera; si parte con una dedica (nel libretto riportata in inglese, ma all'ascolto chiaramente cantata in francese) verso le ombre degli antichi alberi, muschi, e foglie d'autunno, verso le creste austere, le rocce affilate, i corsi d'acqua gelati e il vento che soffia sulle cime spoglie. Il suono si mantiene rallentato, quasi scolpito nell'etere, mentre il basso si conferma il grande protagonista del disco, tema costante che da ossatura al tutto. Ci rivolgiamo anche alle tempeste e alle febbrili notti di luna piena, al vino rosso e ai giorni infuocati, ai misteri della conoscenza e all'odore dei vecchi libri; tutti elementi del ricordo e della natura che danno un'impronta insolitamente malinconica e umana al tutto, mostrando dei Deathspell Omega che si fanno qui più accessibili anche nelle loro parole, pur senza perdere il loro gusto per la metafora e i riferimenti alti. Incontriamo un rallentamento improvviso, che si arricchisce di ulteriori passaggi evocativi e solenni, pronti a strutturarsi in marce tempestate da snare rallentati e ruggiti inumani, delineati da scale alte che poi lasciano il passo a una doppia cassa spaccaossa che velocizza il tutto, incontrando anche cori eterei in sottofondo. Il cantante dedica le sue parole anche alla resistenza, per quanto vana, ai sacrifici che sanno di sangue corrotto, ai commilitoni che non saranno mai dimenticati, e non dimentichiamo nemmeno il Sacro Morto (riferimento a Cristo, o alla figura di Dio nel mondo moderno, idea uccisa dalla filosofia in un riferimento a Nietzsche, sibillinamente citato anche nel teso in prosa del libretto?). Il fiume in piena sonoro si ingigantisce con melodie epiche che spingono al masso l'impatto emotivo della canzone, raggiungendo dei climax che poi si assestano su nuovi passi cadenzati: largo quindi a bellissime malinconie orchestrali che ci consegnano qualcosa di maestoso e solenne, punteggiate da assoli squillanti. Si mostra il nucleo tematico, glorificando l'infiammata luce di Lucifero, che acceca l'occhio e libera il cuore, il velo che si colloca tra il divino e l'uomo (chi conosce e segue la band da tempo, coglierà i riferimenti ai temi della trilogia teologica che li ha portati alla ribalta, confermando la coerenza e continuo del loro mondo tematico ed estetico), ovvero il Diavolo, l'aborrente signore di questa terra. Ascoltiamo quindi l'annunciazione della grande sconfitta, che è la storia secolare e spirituale dell'umanità, ovvero la storia di una continua caduta verso l'abisso dove ogni opera, pensiero, gesto, evento storico è finalizzato al raggiungimento della mezzanotte, dell'orizzonte degli eventi, inevitabile destino dell'Uomo. Una digressione sembra fermare il nostro corso, ma subito dopo suoni striduli e spettrali introducono un fraseggio delicato, seguito da un nuovo esercizio di batteria dai toni controllati, innestando una coda che mantiene tutto il pathos del pezzo, accompagnandoci con dolci dissonanze e colpi ritmici lenti su cui si stagliano le grida disperate del cantato e alcuni riff quasi meccanici, dilatati. Abbiamo qui una rappresentazione maestosa del passare delle epoche, della caducità delle cose, e del corso degli eventi che porta inevitabilmente all'affermazione della volontà divina/demoniaca, la lunga sconfitta che si ripete e si ripresenta nei secoli, la caduta senza possibilità di salvezza che è la storia della razza umana.

Sie Sind Gerichtet!

"Sie Sind Gerichtet!" si presenta con un titolo che si presta all'interpretazione, ma che trova senso sia nel contesto del racconto che caratterizza l'album, sia nei possibili riferimenti storici usati dai Nostri. E' la frase con la quale la figura del cane/diavolo presente nel racconto, quasi beffardo, si accomiata dall'Uomo dopo il dialogo avuto con lui. Nel dialogo questo cane barbone nero, putrefatto e pieno di piaghe con vermi e pus, dagli occhi rossi e dalle dimensioni che cambiano di continuo, interviene alla citazione di uno degli uccelli della Enantiodromia, ovvero del concetto greco della corsa all'opposto, espresso da Eraclito, come passaggio di ogni cosa tramite il suo opposto nel suo divenire. Egli rassicura l'Uomo sul suo destino e su come le sue azioni siano giustificate, pur ricordandogli che alla fine la Morte investirà anche lui, e davanti alla citazione della figura di Sisifo, padre di Ulisse, condannato a spingere in eterno un masso verso al cima di un monte, masso destinato però a tornare poi sempre alla base, si scompone considerandolo uno sconfitto, e ricordando all'Uomo come egli sarà invece un vincitore grazie alla sua grande causa; l'Uomo tenta di difendere tale figura che ha cercato, pur imperfetta, di rettificare uno scandalo, ovvero l'amore segreto tra Zeus e la ninfa Egina, scatenando la veemente reazione del Diavolo, che lo mette davanti alla sua vera natura con frasi riprese nel testo della canzone qui trattata. Il Demonio, dopo aver ricordato all'Uomo che è tanto suo padre, quanto suo figlio, si accomiata sancendo la sua "benedizione" sui suoi atti, sempre giustificati anche nei loro aspetti più violenti e terribili dalla certezza di essere nel giusto. "Siete giustificati", appunto, frase usata anche in un poster del 1941 da parte del partito nazista riguardo a una fossa comune in Russia dove erano stati messi i corpi di persone uccise dal regime di Stalin. Chi si ferma subito alla superficialità potrebbe gridare a una sorta di giustificazione di quanto compiuto dai tedeschi in territorio russo, ma una mente più riflessiva e attenta ai temi della band, penserà invece a uno dei pensieri ricorrenti tanto in questo disco, quanto nella discografia dei nostri: come l'Uomo trovi sempre giustificazioni per gli atti più efferati, come la guerra di un gruppo sia sempre giustificata, come anche la peggiore violenza sia santificata dal fatto che l'altro sia peggiore, nemmeno umano, che un fine più alto guida ogni gesto della fazione che è nella ragione. I temi di "The Furnaces Of Palingenesia" trovano quindi collocazione anche qui, proseguendo l'analisi della storia umana recente sotto la luce della corruzione insita da sempre nella razza umana, perpetrata anche tramite autoinganni, illusioni di santità, e il dolce veleno della speranza. La traccia vede il ritorno di Arioch come cantante, e ci accoglie con una doppia cassa lanciata sottolineata da fraseggi ispirati e gelidi, in un gusto che presenta arie black metal quasi classiche, ma unite allo stile unico del gruppo. Esercizi ritmici creano geometrie spezzate in una corsa che incontra anche assoli sferraglianti; la voce da orco del cantate svedese ci introduce in un episodio che, senza molte sorprese su questo, si arricchisce di un certo gusto narrativo e teatrale non dissimile da quello dei Funeral Mist. La sua nera predica sarcastica sembra riprendere le parole del Diavolo presenti nel racconto, espandendone i temi. Ci viene rinfacciato come viviamo nell'iniquità, nostro utero, non dovremmo nemmeno osare parlare, perché le nostre mani sono state impegnate a portare pietre da lanciare mentre in realtà avrebbero dovuto coprire il nostro volto in vergogna di noi stessi. Rincarando la dose, ci viene detto che siamo stati visti in ogni nostro atto, in un giudizio tanto verso le vite individuali di ogni persona, quanto verso la storia dell'Uomo. Noi benediciamo tutto con ferite che non guariscono mai (le ferite al pianeta, la distruzione dell'ambiente) e guariamo da ferite che non possono avere redenzione (come ogni atrocità venga giustificata, o ricordata poi semplicemente come parte del passato, pronti a ripeterla), il crimine diventa un'ambrosia che fuoriesce dai pori della nostra pelle. La foga tematica si rispecchia tanto nella musica ora lanciata, ora contratta in parti ritmiche marcianti, quanto nella voce velenosa e rauca, sottolineata da un coro in sottofondo che, come un dito puntato, continua a ricordarci che siamo visti e giudicati senza possibilità di scusa o appello. Ora trame malinconiche regalano melodie regali mentre i rullanti di batteria proseguono nella loro ossessione che non lascia la presa, accompagnando le accuse sempre più incalzanti, pronte a sprofondare in esercizi progressivi dalle grandi melodie. Una cesura segnata da una voce che ripete il titolo del brano, introduce un fraseggio squillante su cui si organizzano bordate distorte, che completano perfettamente i toni ora demoniaci di un Arioch intento a mettere sempre più l'essere umano difronte alla sua vera natura: i percorsi che prendiamo sono figli e figlie di una ferita che s'infetta in eterno, il cui pus nutre ogni cosa e tutto. Ciò che noi chiamiamo civiltà è solo un flebile tentativo di domare la bestia che è dentro di noi, dato che non possiamo sconfiggere gli istinti immemori, molto furbescamente li incanaliamo per giustificarli come parte di una struttura sociale. Vale la pena di soffermarsi per notare la spietata e lucida analisi della società e storia della razza umana qui portata avanti, figlia naturalmente non di un'intuizione solitaria, ma dello studia della filosofia. Della teologia, e della biologia portata avanti per anni dai componenti della band (come dimostrato dai testi, immagini, riferimenti, interviste condotte negli anni) che hanno portato al rifiuto di qualsiasi visione illuministica e positiva dello sviluppo umano e dell'evoluzione in generale, elementi invece visti come tendenti a un unico fine, ovvero l'annientamento della vita tramite cicli ricorrenti di rinascita e distruzione che prima o poi porteranno all'annichilimento finale. La musica potenzia il messaggio con i suoi tratti progressivi e con le corse di batteria unite a chitarre squillanti e lanciate in strutture mutevoli, interrotte poi da scosse di basso che scuotono l'etere. La civiltà è un monumento alla continua disarmonia, una volontà senza limiti di dominare l'infinito; la cultura, la civilizzazione, ovvero la ferita che è sempre infestata, e che non può essere altrimenti. Il pezzo si chiude quindi su note sgraziate e malinconiche, dove assoli tristi vengono messi a tacere da un suono improvviso fulminante, portatore dell'oblio.

Our Life Is Your Death

Dopo il dialogo con il Diavolo, che ha scardinato una a una le rimostranze dell'Uomo, egli si chiede come poter bilanciare ciò che lo aspetta all'orizzonte, ovvero la sua stessa disfatta per sua stessa mano. I tre uccelli gli impongono un giuramento: dovrà diventare portatore di morte, terrore, distruzione, dovrà essere morte per essere vita. Solo così potrà interrompere il ciclo e liberarsi dalle catene, respirando; varie voci lo convincono che solo per gli stupidi la distruzione è indiscriminata, mentre lui sicuramente riuscirà a usarla per discernere e regnare. Gli viene quindi offerta la possibilità di una scelta a ogni passo della scala, scelta però che richiederà il sacrificio di tutto ciò che gli è caro, ma dovrà fare attenzione al suo più grande avversario: non il Diavolo, come inizialmente suggerisce l'Uomo considerandolo ancora un portatore di menzogne, bensì la Macchina creata dall'uomo stesso. Infatti gli uccelli ricordano ancora una volta all'Uomo come il Diavolo lo ami, essendo suo padre e figlio, nutrito dalle sue azioni costantemente. Dopo un momento di silenzio, nostalgico, l'Uomo ricorda un tempo in cui le stelle splendevano nel cielo, chiedendosi se quelle memorie sono vere. Velocemente il più vecchio dei gufi lo rassicura che sono ancora li, visibili però solo a chi intraprende il percorso più solitario; ma quando l'Uomo gli chiede quanta distruzione dovrà rilasciare per poterle riportare in vista, gli viene detto che ormai il Figlio dell'Uomo, la Macchina, è stata liberata, e non importa quanto alte saranno le torri fatte di teschi e quante città distruggerà, questa entità non può essere fermata, perché è un cosmo nel cosmo, l'insieme di tutti gli dei, i diavoli, l'umanità, tutta la creazione insieme, e anche qualcosa d'altro che è nuovo, non domato, e che cresce continuamente oltre ogni previsione. Eccoci quindi arrivati a "Our Life Is Your Death" traccia finale dell'album che vede M. dei MGLA alla voce, presenza che sembra anche introdurre alcuni elementi musicali non lontani dalla band polacca e dal loro black metal particolarmente melodico e ricco di melodie, adottando anche strutture adatte al tipico cantato del Nostro dal sapore ritmato dove alcune parti vengono scandite in modo vigoroso. Un basso greve e roboante apre il brano, seguito da fraseggi appassionanti e improvvise parti di chitarra che seguono i toni ruvidi e gorgoglianti del cantato. Viene qui quindi completato l'impianto tematico, nell'impresa intrapresa dall'Uomo per creare il suo regno in terra, costi quel che costi. Egli dovrà reclamare delle vite, molte vite, per esercitare sul pianeta la sua volontà di vivere, diventerà uno strumento della morte non per scelta, ma perché così decreta il fato secondo leggi che sono eterne. "Mors tua vita mea" quindi, la nostra vita è inevitabilmente la morte di altri, e la nostra morte è la vita di un altro, in un mondo che si restringe e dove anche l'Eden punta un coltello alla sua gola in un gioco a somma zero destinato alla distruzione totale. Troviamo una sorta di ritornello glorioso che esemplifica l'esaltazione umana, decisa nella sua missione suicida in nome di un nuovo Grande Bene, della legge del più forte, o del più giusto, dove è necessario eliminare il nemico, il diverso, l'altra parte, non importa quanto uguale a noi, in nome del progresso, della sopravvivenza, di un meglio che non si realizza mai, ma è sempre proiettato in un eterno futuro. Su un rallentamento con loop ripetuto di chitarra e batteria pulsante, una voce declamatoria che suona quasi come un campionamento, dichiara trionfante l'addomesticamento dell'assurdo e la sconfitta della disarmonia, in un'illusione vanagloriosa che mostra quanto l'Uomo neghi la realtà a se stesso mentre si precipita verso l'abisso. Ecco le meraviglie della gerarchia, fondamento di ogni polis, ovvero la divisione in tribù, classi, caste, e fedi diverse, elementi che generano e alimentano i conflitti inevitabilmente, preparando continui bagni di sangue; la fazione qui parlante si dichiara la Sparta dell'altrui Atene, e se l'omicidio è stato il primo peccato a essere bandito, è solo perché è quello che è più essenziale alla nostra vita, il nostro vero sangue. Che sia per parola o per spada, è la morte ciò che caratterizza le nostre gesta. La musica continua nella sua struttura abbastanza classica e quasi "rock" per i Nostri, mostrando probabilmente il momento più atipico di tutto il disco, manifestazione di un'anima melodica e diretta qui messa in mostra senza nessuna remore e problema; bisogna ricordarsi che sin dalle prime battute del corso religious/orthodox della band, è sempre stato chiaro il principio espresso già da Arioch durante un'intervista di molti anni fa riguardo ai Funeral Mist e al movimento da essi rappresentato, di cui i DsO fanno parte, ovvero quello secondo quale è prima di tutto il tema legato a Satana e al suo disegno a caratterizzare lo scopo della loro musica, non uno stile in sé. Proseguono quindi le linee melodiche, incontrando anche assoli dal gusto classico, mentre il cantato si da a versi epici che ripetono i fanatismo del ritornello dai cori altisonanti. Non ci sarà riposo o pace della mente, fintanto che tutto ciò che respira non sarà nelle nostre mani, diventiamo morte per essere vita, facciamo giuramento per diventare qualcosa di nuovo e rinascere. Scatta però ora una considerazione sibillina, che ripresenta il piano della realtà oltre alle pompose dichiarazioni dell'Uomo, lanciato nella sua "sacra" missione. Il pendolo si muove durante le epoche, e nessuno può avere potere sulla morte, ma nonostante questo sotto la volontà di dei o tiranni, o anche re filosofi, l'umanità continua imperterrita nel suo tentativo di dominare l'assurdo e l'infinito, e in questo la nostra vita è la nostra stessa morte in quanto suo ultimo fine e destino, e tutto procede giustamente sotto la luce del sole per noi, giustificati e totalmente ignari di operare per la nostra stessa distruzione. Le note degli strumenti regalano a questo tragico scenario umane malinconie che si manifestano tramite dolci chitarre e parti di basso solenni, pronte a creare una coda finale dalla stupenda atmosfera che si completa con cori finali e parti classiche che con rullanti marcianti e assoli progressivi dalle scale altisonanti creano esercizi tecnici che ci accompagnano verso il finale del nostro viaggio e dell'album.

Conclusioni

Con "The Long Defeat" i Deathspell Omega ci consegnano un'opera che apre una nuova era per la band, ma allo stesso tempo prosegue in modo coerente il discorso musicale e filologico che portano avanti ormai da quasi vent'anni. Il viaggio iniziato infatti nel 2004 con "Si Monvmentvm Reqvires?" e con gli altri episodi della loro così detta trilogia teologica e corollari vari, proseguito poi con il disco di passaggio "The Synarchy Of Molten Bones", in un certo senso esaurimento del loro corso più caotico e legato a immagini religiose, e con l'impostazione più storica di "The Furnaces Of Palingenesia" che si è accompagnata con uno stile decisamente meno caotico e selvaggio, pur senza rinunciare alle dissonanze e alle parti elaborate tipiche del gruppo. Qui ora i semi gettati in questo corso recente germogliano in nuovi neri frutti figli del passato, ma che guardano al futuro: il songwriting si arricchisce di ulteriori melodie e malinconie, i tempi si mantengono per lo più medi o lenti con poche esplosioni caotiche, le strutture si mantengono lontane dai tratti jazz e più progressivi del passato, usando invece elementi come la dissonanza e i cambi di tempo per sottolineare sessioni dominate da assoli, fraseggi, e un basso molto presente che riprende un po' lo stile di "Paracletus", però in un contesto decisamente diverso. Se la musica si fa in qualche modo più umana ed emotiva, i testi invece sembrano diventare sempre più diretti, per gli standard dei Nostri e senza rinunciare ai riferimenti alti che abbiamo incontrato, qui recitati da cantanti diversi che interpretano diverse parti coerentemente con il racconto contenuto nel libretto, e dominati da una fredda ferocia che mette sempre più l'umanità davanti a una realtà che continua a negare a se stessa, ma continuamente corroborata dalla storia e dagli eventi quotidiani. La storia dell'Uomo è la storia dell'eterna caduta verso l'abisso, l'età dell'oro e l'Eden sono illusioni che spingono per ironia della sorta l'umanità ancora più verso il baratro e la distruzione, veri fini della nostra esistenza. Il momento in cui è nata la prima forma di vita, è stato l'inizio della fine, la materia organica è destinata sin da subito al suo stesso annientamento: il vero peccato originale è l'esistenza stessa. Siamo difronte a un ennesimo tassello che si unisce alle interviste recenti, dove come mai prima d'ora la band francese si è fatta comunicativa e desiderosa di discutere della propria musica, temi, influenze, addirittura dimostrandosi a tratti entusiasta, cosa che ha fatto storcere il naso a qualcuno perché perdita di parte del mistero e "mistica" dietro alla band. Ma ancora una volta, l'inganno è tutto nostro e delle nostre percezioni, un'analisi attenta della storia dei Nostri rivela facilmente come la loro sia sempre stata un'opera di "evangelizzazione", cosa che diventa ancora più palese davanti al nome della label da sempre a loro legata a doppio filo, ovvero la Norma Evangelium Diaboli, e se certi elementi tematici erano oscuri e lasciati all'interpretazione non guidata, era per la natura dei temi stessi trattati nella trilogia teologica che richiedevano un tale approccio anche per "reverenza spirituale"; inoltre l'identità di gran parte del gruppo rimane a oggi sempre avvolta nel mistero salvo per la mente Hasjarl, personaggio sul quale comunque si sa pochissimo e del quale non esistono da svariati anni immagini pubbliche, cosa impressionante nella nostra epoca. Scatta però una domanda che può portarci a una risposta inquietante; perché dei fautori della corruzione e della distruzione dell'Uomo, araldi della Fine, attenti teologi e filosofi della strada verso l'abisso sono diventati nei tempi recenti così aperti, possiamo dire umani, nelle loro interazioni, così disponibili a spiegarsi? Forse il loro è un monito morale, forse dopotutto è solo una band come altre che ha scelto una particolare immagine per caratterizzarsi rispetto ad altre? Forse c'è speranza umana anche qui? La tentazione di pensare tutto questo sarebbe forte, a scapito però di chiudere gli occhi e ignorare quanto detto da loro nel corso della loro carriera, e soprattutto nei tempi più recenti. Le lancette sull'orologio dell'apocalisse si fa sempre più vicina alla mezzanotte, pandemie mondiali, nuove e vecchie guerre dilagano, ormai l'emergenza climatica è qualcosa che va oltre il tragico, e l'umanità continua a seguire il suo corso, con la sua vita quotidiana, convinta sempre che in qualche modo le cose miglioreranno, o addirittura pensando che tramite l'ennesima lotta in nome di un ideale si raggiungerà il tanto agognato Meglio, l'Età dell'Oro che in passato era sempre davanti a civiltà precedenti. Non è difficile sentire una risata beffarda, il tanfo di decomposizione del cane/diavolo del racconto di "The Long Defeat", ricordare le sue parole di esortazione e di giustificazione verso di noi, ricordandoci che siamo tanto suoi figli, quanto suoi genitori. La Macchina, il disegno umano creato per sfidare l'Universo e le sue leggi, per sostituire il ruolo vacante di un Dio, è l'opera che volontariamente o meno abbiamo messo in atto seguendo una fede che è insita in ogni nostra molecola, non importa quanto consapevoli o meno. In "Si Monvmentvm?" ci veniva detto che la fede senza opere è morta, e ora a quasi vent'anni di distanza i Deathspell Omega notano, probabilmente compiacenti, come l'umanità non sia rimasta con le mani in mano al riguardo. Perché per loro, ciò che ci raccontano, predicano, evangelizzano con ogni opera non è una possibilità distopica, una strada tra le tante: la loro visione non è nel presente, ma in una fine degli eventi che è già scritta. Il loro mondo è fatto di macerie, ossa umane, silenzio e morte, e stanno semplicemente guardando l'inevitabile ciclo di morte e rinascita, continua caduta di civiltà che si sono susseguite nei secoli, che alimenta il loro Signore. Il determinismo demoniaco della band è da sempre il loro fondamento, e questo non cambia; il dado e tratto e lo è sempre stato, il seme era corrotto sin da subito, e ora sta portando i risultati che loro osservano, attendendo. Secondo il libretto dell'album la storia continua nei prossimi lavori, annunciando una possibile nuova trilogia: non ci resta che attendere anche noi, sempre che la nostra civiltà non farà una gradita sorpresa alla band, sgretolandosi prima.

1) Enantiodromia
2) Eadem, Sed Aliter
3) The Long Defeat
4) Sie Sind Gerichtet!
5) Our Life Is Your Death
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