DEATHRAGE

Down In The Depth Of Sickness

1990 - Punishment 18 Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
25/05/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Risulta pressochè amaro constatare come certi gruppi, meritori senza dubbio di una certa fama, siano trascinati da cause differenti verso un'inevitabile fine. Capita spesso di imbattersi in qualche bel disco capace di strappare un compiaciuto sorriso se non addirittura un senso di duraturo godimento. Sensazioni destinate a tramutarsi in amarezza quando si arriva a scoprire che il disco in questione è frutto degli sforzi di una band la cui attività ormai è giunta al termine. Necessario quest'appunto data la necessità di introdurre l'analisi del secondo e ultimo disco, "Down in The Depth of the Sickness" di una band, i Deathrage, che avrebbe meritato di continuare la propria attività. Una band nata e morta negli anni ottanta, ma che in soli due parti discografici è stata capace di dar vita due creature, seppur diverse, dotate di carattere e personalità non indifferenti. Il primo "Self Conditioned, Self Limited", maggiormente giocato su ritmi veloci e deflagranti, con richiami al mood stilistico dei D.R.I. e Acrophet. Il secondo invece dotato di un gusto in qualche modo differente, strutturato su ritmi più quadrati e granitici. La struttura dei brani, le modalità espressive sembrano rimandare stavolta, seppur di misura a Sepultura, Motorhead, Venom, il tutto condito con richiami di "celticfrostiana" memoria. La voce del singer, impastata, sporca, si mantiene su vocalizzi stile Cronos, con rimandi innegabili anche al mood espressivo di Lemmy (mastermind dei Motorhead). Il tutto ricontestualizzato in affreschi di estrazione thrash/death metal. Ma prima di calarci ulteriormente in una disamina del disco in questione, è opportuno dare qualche delucidazione di fondo sulla band. I primi vagiti dei nostri si fanno risalire più o meno alla seconda metà degli eighteens, esattamente a partire dal 1986, anno in cui Alex Vicini, ex membro del gruppo ormai sciolto "Virus" si muove alla ricerca di musicisti (per la precisione di un chitarrista solista e di un batterista) per dare il via ad un nuovo progetto chiamato Deathrage, e per farlo inizia a sondare le proprie cerchie di amici e conoscenti. Il primo a rispondere all'appello è il batterista Roberto "Jena" Sambusida. Trovare un chitarrista sembra essere un impresa più ardua, ma Nicolini, ora affiancato da Sambusida, non demorde e prosegue le sue ricerche ben al di fuori del proprio giro di conoscenze. Viene reclutato l'axemen Lorenzo Marconi, che però non convince del tutto i ragazzi, alla ricerca di maggiore impatto e potenza. Dunque questi viene ben presto affiancato da Davide Castelli, che riesce a trasmettere al sound la potenza tanto agognata. Ma prima del debutto discografico ufficiale la line up deve affrontare una girandola di cambiamenti. Dopo due demo l'ensemble è così composto da Alex Vicini al basso, Roberto Sambusida alla batteria, Massimo de Stefanis e Lorenzo Marconi alle chitarre e Mauro Tonon alla voce. Le liriche si mantengono su tematiche incentrate perlopiù su questioni sociali e "anti-sataniche", quest'ultimo punto marcato dalla band, in netto contrasto con gli stereotipi che volevano i metallari tutti inclini all'adorazione del Maligno. Nel 1988 firmano con la "Metal Master" e danno alla luce il loro primo parto discografico, "Self Conditioned, Self Limited". Riescono a suonare in numerosi concerti nel nord Italia, tuttavia il vocalist Mauro lascia la band prontamente rimpiazzato dal singer Nico, ossia Alex Nicolini. Insieme alla new entry i nostri danno alle stampe il loro secondo full, ossia "Down In The Depth Of Sickness", in cui si fa strada un gusto più death oriented. Per arricchire i propri orizzonti musicali i nostri reclutano addirittura un tastierista, Tito, ma non soddisfatti del risultato tornano dapprima sui loro passi, quindi arrivano allo split. I dischi, pubblicati dalla "Metal Master" sono, per nostro sommo gaudio, oggetto di una ristampa da parte della "Punishment 18 Records" in questo 2014. Dunque quale migliore occasione per rispolverare un bel gioiellino d'annata come il secondo e più maturo parto discografico dei Deathrage? Un disco che pur forgiato nel verbo del thrash come già detto tenta di imbastardire le proprie sonorità con abbondanti richiami alla scena death oltre che vaghi olezzi di diversi "pilastri" nella scena metal. La ricetta è perfetta, ben cucinata e confezionata. Il sound ben si adatta alle liriche fatte di isolamento, depressione, suicidio. Liriche molto intimiste che si nutrono di ampie porzioni di grigio. Il disco in questione, impostato su un sound che i nostri definiscono Tramp Metal (che qualcuno ha azzardato essere una sorta di extreme thrash con reminiscenze crossover), si compone di undici tracce:





Ad aprire le danze troviamo una breve strumentale introduttiva chiamata Intro - "D.I.T.D.O.S"  (Down in the Depth of the Sickness – “Giù nelle Profondità del Male”) : il brano, della durata di un minuto e dieci fa perno su un ritmo quadrato e poderoso giocato su un main riff che da protagonista assoluto finisce per assumere più il ruolo di un "fondale atmosferico", lasciando spazio in primo piano a note aperte e prolungate di chitarra. Gli ultimi dieci secondi sono più scanditi e martellanti. A seguire il primo vero pezzo, ossia "Nobody Was Here" (Nessuno Era Lì). Il brano segue una struttura veloce, impostato comunque su un alternanza di tempi che constano di variazioni da parti perlopiù quadrate, a frangenti più "cinetici". Il primo minuto, scandito da vocals recitate si mantiene su tempi abbastanza contenuti, impostati su un riff principale destinato a salire di tono verso le ultime battute. A seguire il pezzo diviene maggiormente veloce, richiamando quanto fatto nel precedente full. Molto espressivo l'assolo free form verso i due minuti e dieci, che funge quasi da preambolo ad una ottima parte finale che richiama neanche tanto alla lontana i patterns fregiati dai maestri Celtic Frost. Il pezzo in questione è incentrato con molta probabilità sulla condizione di solitudine in cui tutti noi ci ritroviamo in particolari momenti della vita. In quei tristi momenti in cui, smarriti, assaliti da un indecifrabile senso di solitudine e assaliti dalla confusione, avremmo più bisogno di una voce amica, di qualcuno con cui poterci confidare e nessuno è invece disposto ad ascoltarci ("La mia rabbia brucia,/ dimmi il perché!!!/ E’ tempo di cercare/ una risposta al perché!!/ Io voglio sapere/ se avevo ragione./ Nessuno era lì,/ a darmi un segnale…/ Ho solo paura,/ per questa mia vita priva di senso."). La terza track "Suicide Age" (L'Età del Suicidio) ci propone nelle battute iniziali tempi abbastanza veloci, scanditi da "gang vocals", per poi assestarsi, dal cinquantesimo secondo in poi, su ritmiche ancora una volta memori della lezione dei C.F. Un riff macilento e catacombale si ripete ad libidum in maniera quasi mantrica, scortato dalle vocals acide e astiose di Alex Nicolini, credibile fusione di Lemmy e Cronos. Oltrepassata la soglia dei due minuti e venti una repentina accelerazione ci riporta ad una struttura speculare a quanto sentito nelle prime battute. Stavolta testualmente ci muoviamo nei meandri di un brano che parla di suicidio. Il suicidio visto come conseguenza della presa di coscienza di una vita fatta di falsa felicità e di illusioni ("Sta calpestando la tua mente,/ presto il Suicidio sarà il tuo stile di vita!/ …e lo sarà, fra molto poco!/ Presto verrai ingoiato di nuovo/ in un grande mare nero,/ dove tutto è vano,/ Questa è l’età del suicidio,/ sparisci, non c’è più aria,/ il bambino chiede a Cristo:/ “è questa, l’età del suicidio?” e ancora "non poteva vivere così, è volato via nel nulla./ Carne umana per mascelle affamate..."). "A Price Too High to Pay" (Un prezzo troppo alto da Pagare) si apre con risatine goliardiche e un allegro parlottare mantenuto sui toni dello scherzo. Dopo pochi secondi prende il via un contagioso giro di basso sostenuto da parsimoniosi colpi di batteria, su cui si inserisce un gemellare riff ribassato di chitarra. Il pezzo si mantiene pressochè lineare per tutta la sua durata, elefantiaco, giostrato su un rifferama grasso e strisciante. Il mid tempo in questione (perchè di questo si tratta) marca il territorio dimostrando quanto siano notevoli le differenze rispetto al recente passato. Brano esemplare capace di mostrare i denti dimostrando come la cartucciera di sottili baionette rappresentata dal precedente album sia stata degnamente sostituita da un florilegio di grasse bestie informi. Non più una collezione di schegge sonore impazzite nutrite a suon di debordante, esacerbata velocità, ma piuttosto una creatura melmosa e purulenta capace di virare a più riprese verso spiazzanti evoluzioni. Sono anche qui presenti folgoranti accelerazioni, ma ben amalgamate con frangenti granitici, corazzati. Accelerazioni che comunque si mantengono ben alla larga da questo quarto brano, una enorme lumaca cromata, maledetta e vischiosa che si trascina nei suoi quattro minuti fiera della propria possenza lasciando dietro di se una nera scia di putridume. Ancora una volta ci troviamo a che fare con un testo incentrato sul suicidio. Un ragazzo, vinto dalle sue ansie, arriva a compiere l'insano gesto. Nessuno da peso al suo status, preferendo ignorare e addirittura schernire la condizione disperata del giovane ("E parlavano, parlavano,/ e ridevano, ridevano,/ ed ora continuano così,/ nel mentre la sua tristezza aumenta./ Finché qualcuno non si sente usato,/ anche solo per un momento./ Niente gioia in quelle sue parole,/ parlava di morte ed angoscia,/ [...]…nulla rimane, nemmeno un’ombra/ di quel che causò la sua morte..."). Con "Who Knows?(Chi è a Conoscenza?) ci troviamo ancora una volta al cospetto di un brano lineare giostrato fondamentalmente su tempi medi, macilenti. A farla da padrone sono riff scarni e pesanti, forse un pizzico sabbathiani, arricchiti come sempre dall'ugola alla "carta vetrata" di Tonon. L'inizio è impostato su un botta e risposta tra la batteria e un riff secco e minaccioso. Sopra al pattern costituito si aggiunge nell'arco di pochissimo il ricamo di una seconda chitarra, con note lunghe, aperte, e l'ugola alla "carta vetrata" di Tonon. Da qui inizia un  percorso impostato su riff torbidi ripetuti più e più volte, che echeggiano stilemi doomegianti seppur vitaminizzati in salsa thrash. Il testo parte da una domanda retorica, quella del titolo. Who Knows? Chi è a conoscenza? La domanda viene rivolta verso qualcuno che possa conoscere la risposta su come andare avanti a seguito di una grave perdita. Domanda che si perde nel vuoto e non trova risposta. Dunque un'altra song la cui tematica è la solitudine. O meglio, la presa di coscienza su come l'uomo, cercando sostegno dagli altri, sostegno ma anche risposte, si renda conto di essere solo in un mare di indifferenza. ("Chi è a conoscenza, ma ancora vive?/ Io devo parlargli!/ Chi è a conoscenza, ma ancora sorride?/ Portatemi da lui!/ Stavo per dimenticarti,/ stavo per prenderne coscienza,/ proprio adesso che stavo vivendo un buon momento!") . Il brano parla un linguaggio metaforico: l'unica persona capace di fornire risposte è morta, giace a terra in un lago di sangue. Quindi la verità rimane fuori dalla portata del protagonista, figura simbolica/rappresentativa dell'uomo in generale, che alla ricerca di "certezze" si scontra invece con una cappa di impenetrabile silenzio ("[...] Quando siete morti?/ Qui l’unico che lo sa/ giace in una pozza di liquido rosso,/ immobile, col sorriso sulle labbra."). La successiva song, "La Nausée(La Nausea), il cui titolo non può non richiamare il celebre capolavoro di Sartre, si struttura ancora una volta su tempi medi scanditi da riff ribassati e dalla voce pastosa del singer. Ci si incanala già dalle prime battute in una texture affrescata su un giro di chitarra pachidermico portato avanti ad libidum. Verso il quarantesimo secondo si cambia registro: la batteria si stoppa e partono pochi accordi di chitarra, subito soffocati da un giro ben più roboante stavolta sostenuto dalla batteria. Così per un paio di volte. Il pezzo prosegue trascinandosi su ritmi monolitici nell'arco dei suoi quasi tre minuti, senza grosse variazioni a livello ritmico. Interessante e sicuramente da menzionare il serpeggiante solo che si intrufola nella texture a partire dai due minuti e dieci, capace di arricchire l'architettura attraverso qualche sfumatura aggiuntiva. Stavolta il testo è incentrato sulla deprimente parabola di un ragazzo, un giovane ribelle che si rende conto di come la società attuale, in particolar modo la classe borgese, sia divenuta non dissimile ad uno sciame di insetti che ripete meccanicamente le stesse azioni. Il giovane vorrebbe distaccarsi da tale grigiore spersonalizzante. Ma prende consapevolezza che per vivere si dovrà prima o poi adeguare al loro alienante sistema. ("Mi sento così distante da loro,/ nelle nebbie infernali di questa collina/ mi sento come se appartenessi ad un’altra razza./ Escono dai loro uffici,/ dopo un giorno di lavoro,/ guardano i palazzi e le strade con aria soddisfatta,/ si sentono come se fossero i padroni della città,/ una “perfetta città Borghese”./ [...]Corpi vuoti che cadono alla stessa velocità,/ Sono pacifici, un po’ malinconici, pensano al domani,/ che è semplicemente un altro giorno ancora/ [...]Presto sarò uno di loro, camminerò assonnato, immerso/ in una moltitudine di insetti lavoratori."). Impostata su tempi più veloci risulta "Perfect Crime" (Crimine Perfetto), song che strizza l'occhio al genere hardcore punk, non disdegnando richiami seppur di misura ad una delle loro influenze primarie, ossia i Motorhead. Anche il mood espressivo di Nico sembra riecheggiare in qualche maniera quello del mastermind del suddetto gruppo, ossia Lemmy Kilmister. Il pezzo si mantiene su ritmiche martellanti per tutto l'arco della sua durata senza grossi cambi strutturali. Brano breve (la sua durata è di due minuti e mezzo circa) e  molto diretto, ci delizia verso il minuto e quaranta, a seguito di un urlo belluino del vocalist, con un assolo veloce e deragliante. Stavolta il testo è basato sul concetto di disillusione. Durante la giovane età siamo un po' tutti sognatori, ma crescendo ci sottomettiamo ad un mondo grigio in cui sembra del tutto persa la capacità di provare emozioni, un mondo in cui rimangono solo sogni infranti e rabbia. ("Una volta, tempo fa, era un giovane uomo,/ rideva sempre, era stato preso dall’Amore,/ voleva solo sognare sino alla fine,/ sino a quel punto perso nell’immensità./ Il suo corpo andava oltre i libri colorati/ [...]Ma un giorno nessuno gli sorrise più,/ ed il tenero viso di sua madre che lui ricordava/ era ora pieno di rughe, tristezza e stanchezza./ Nessun simpatico amico saltava allegro in tv,/ solo sesso, violenza e quella terribile serietà./ La fine dei sogni, dov’è quella mano?/ Le stelle sono sempre scure..."). Dunque un brano molto riuscito, dotato di un testo incredibile, magnifico nella sua rassegnata tristezza. La successiva "This One's For Our Friends"(Questo è per i nostri Amici) si pone stilisticamente sulla falsariga del brano precedente. ancora una volta impostato su vaghi richiami al trademark Motorhead con una punta di hardcore punk. Il frangente introduttivo presenta un parte maggiormente ragionata, impostata su tempi squadrati dal taglio pressochè rockeggiante. Dal cinquantesimo minuto la struttura si assesta su uno sporco, ruvido, grezzo speed & roll di matrice (come ripeto) Motorheadiana virato verso toni più aggressivi e bastardi. Non manca un break, verso il minuto e venti (in cui i ritmi tornano prepotentemente su tempi medi) capace di donare maggiore respiro al brano. Il brano risulta essere un'invettiva contro le false amicizie, e parla di quelle persone che si circondano di tirapiedi per alimentare il proprio senso di auto-soddisfazione, ma in realtà non possono contare su amici sinceri. Uno stringato giro di basso da il via alla seguente "Me And My Four Walls(Io e le Mie Quattro Pareti), brano strutturato su due tempi: dapprima quadrati, scuri, plumbei, quindi maggiormente dinamici. Nelle prime battute il brano sembra destinato ad assestarsi su ritmiche pesanti, rallentate e ossessive. Un riff monolitico si sussegue per ben oltre un minuto accompagnato dalla voce ruvida di Nico. Si delineano scenari di mesta depressione, rassegnati e dominati da un incontenibile spleen. Oltre il minuto e venti i ritmi accelerano di colpo. Pur supportati dallo stesso riff vediamo i nostri ingranare la quarta, e a tratti, in più riprese, prestarsi ad alcuni stop and go. Questa seconda parte è dominata di ritmiche più veloci, scattanti, comunque distanti dalle soluzioni ipercinetiche del precedente album. Il testo stavolta presenta un argomento di carattere "autoisolazionista". si parla di solitudine, ma di una solitudine ricercata, voluta dal protagonista, il quale non vuole circondarsi di falsi amici (quanto lo capisco N.d.R), preferendo restare solo, volenteroso di condividere i suoi sentimenti solamente con chi saprà capirli, non con cani e porci ("Chi è un vero amico?/ Magari chi ti sta parlando?/ Forse quello con cui ti sei ubriacato?/ Non è stata data una risposta./ [...]L’Amicizia, una gran bella cosa./ Ma perché essere amico di qualcuno che odi?/ Sensazioni ed emozioni così distanti../ come il bianco e il nero, l’amore e l’odio,/ come il giorno e la notte./ E così sei ancora solo.../ Alla fine non ho rimpianti, ciò che ho fatto/ è perché volevo farlo, senza mai distruggere i sentimenti/ di chi era più debole di me./ La gente curiosa cerca di sapere/ quali sono i segreti che nascondi,/ ciò mi disturbava,/ io voglio condividere ciò che sento di voler condividere."): Ottimo brano, e in più gran bel testo, nel quale molti di noi non fanno fatica a riconoscersi. It’s "Just a Mistake" (E’ Solo un Errore) parte con un giro di chitarra ripetuto più volte, un riff su cui si costruisce la prima parte del brano. Oltrepassata a soglia del minuto il brano sembra spegnersi: Pochi secondi, e a seguito di una veloce cesellatura chitarristica il brano riparte in quarta, incanalandosi verso ritmi maggiormente thrasheggianti. Giunti alla soglia dei due minuti il brano rallenta pesantemente per offrirci un breve, ipnotico solo guitar, prima di tornare sul punto di smorzarsi completamente. Ma ancora una volta, questione di un attimo e i toni si "ravvivano": siamo riportati nella struttura principale che riparte da ritmiche incalzanti per andare via via spegnendosi del tutto. In questo caso il testo, pur giocato su un evidente pessimismo di fondo (un po' il leit motiv di tutto il disco, cupo e senza speranza) risulta di più difficile interpretazione. A giudicare dalle lyrics, potrebbe trattarsi dello spaccato di un ragazzo, malato terminale di cancro, che osserva i suoi coetanei dalla finestra desideroso un giorno di rivederli. Si è scelto di decifrare il testo in questa maniera grazie ad alcuni imput, tipo gli accenni ad una solitudine forzata, i "capelli che devono ricrescere" e i "braccialetti", usati di frequente all'interno degli ospedali. ("Fermo il tempo che scorre solo per un momento,/ lacrime di tristezza scorrono lungo il mio viso/ quando i ragazzini si muovono dinnanzi a me/ [...]Invece li sto vedendo nascondendomi,/ vestito nei miei abiti da ragazzo,/ che a malapena coprono i miei piccoli bracciali,/ ne indosso decisamente troppi..."). Si finisce in bellezza con "A Man In Disguise(Un Uomo Camuffato), pezzo incentrato un uomo che capisce quanto sia falso, meschino il suo mondo. Questi si appiglia ad una persona (non facciamo fatica ad intuire che possa trattarsi di una donna) che attraverso il suo modo di essere, sicuramente meno standardizzato alla falsità imperante, può aiutarlo a rompere le catene del conformismo forzato ("Re e Regine senz’anima,/ avevi ragione!/ “Scegli d’essere senza paura,/ non sprecherai il tuo tempo!”/ cercano di distruggere le mie certezze,/ che vergogna!/ Ho bisogno di te,/ i tuoi modi strani non mi faranno più essere lo stesso..."). Il pezzo si mantiene in una prima metà su ritmiche ipnotiche, screziato da giri liquidi di chitarra e da una batteria essenziale, per incanalarsi in seconda battuta verso ritmi maggiormente debitori al genere thrash. Nessuna esacerbata accelerazione, comunque, ma solo ritmiche mediamente possenti che non smorzano il potere evocativo della prima parte.



Finisce così questo Down In The Depth Of Sickness, disco di uno spessore non indifferente che all'epoca della sua uscita ha ricevuto senza dubbio meno attenzioni di quante effettivamente ne meritasse. Non ci troviamo, è sicuro, al cospetto di un capolavoro, ma la potenza di certe song, unita con alcuni testi a mio parere davvero toccanti, riesce a rendere il disco davvero molto appetibile. I nostri dimostrano di saper giocare bene con partiture thrash imbastardite da una moltitudine di influenze, senza snaturare, a conti fatti, il risultato finale. Dunque un disco da riscoprire, un disco che non punta su sottigliezze o velleità, ma sull'impatto. Colgo l'occasione per aggiungere una nota di merito alla Punishment 18 che ha pensato bene di riportare alla luce questo gioiellino, un nero diamante che a distanza di oltre vent'anni ancora continua ad emanare la sua mefitica luce.


1) D.I.T.D.O.S.    
2) Nobody Was Here    
3) Suicide Age    
4) A Price Too High to Pay     
5) Who Knows?         
6) La Nausée     
7) Perfect Crime         
8) This One's for Our Friends         
9) Me and My 4 Walls     
10) It's Just a Mistake    
11) A Man in Disguise