DEATHLESS LEGACY

The Gathering

2016 - Scarlet Records

A CURA DI
MAREK
02/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Li avevamo conosciuti grazie all'ottimo esordio "Rise From The Grave", un disco da me personalmente accolto come un'importante ventata d'aria nuova, all'interno del panorama underground italiano. Un disco particolare, intraprendente, figlio di un concept originale e per nulla attento ai rigorosi dettami dell'odierna smania (per così dire) "catalogativa". D'altro canto, dai Deathless Legacy non ci si poteva aspettare un qualcosa di troppo tradizionalista, preso atto del forte istrionismo che domina all'interno di questo giovane gruppo toscano. Il quale sta definitivamente spiccando il volo, consacrandosi come una realtà non più da tenere solamente sott'occhio, ma sulla quale cominciare a fare vero e proprio affidamento. Andiamo per gradi: "Rise.." era uscito nel 2013 ed aveva sicuramente impresso nella nostra mente l'immagine di un gruppo in salute, una promessa sfavillante destinata a crescere ancora, inesorabile, per via di una forte carica iconoclasta e propositiva insita all'interno della band. Iconoclastia perché la loro immagine, volutamente provocatoria, è shockante e trasgressiva quanto basta per farli risaltare immediatamente all'occhio, abbandonando il "dress code" tipico del Metal in favore di costumi orrorifici e riconducenti ad una "maschera" personalizzata, ciascuna assegnata ad ogni componente del gruppo; un po' come fu per i loro numi tutelari, quei Death SS riconosciuti da molti (comunque troppo pochi) come degli ispiratori, un modello da prendere come base per evolvere quanto fatto in passato, filtrandolo attraverso quelle che sono le proprie idee e volontà. Propositività, per via dell'arrembante proposta musicale, veloce ed accattivante ma troppo pregna di influenze disparate per poterla ricondurre ad un unico "filone". Heavy Metal? Shock Rock alla Alice Cooper? Influenze e rallentamenti rimandanti ad un certo tipo di Doom venato di Goth? Alternative alla White - Rob Zombie? Aguzzando l'udito possiamo carpire le svariate sfaccettature, scoprendone di nuove, di volta in volta; una cosa è certa, con i Deathless Legacy non ci si annoia MAI. Erano proprio questi i punti di forza di "Rise From The Grave" (il cui video di punta, tratto dal singolo "Queen of Necrophilia", è stato addirittura censurato da Youtube. Come si dice.. "se non turba mamme e papà, non è Rock 'n' Roll"), un disco che aveva saputo imporsi con grande personalità e voglia di spiccare all'interno di un panorama forse eccessivamente saturo di revivals. Da quel 2013, negli ultimi tre anni, di acqua (intrisa di sangue, naturalmente!) sotto i ponti ne è passata, ed il fiume in piena dei nostri ragazzi sembra non volersi proprio fermare. Abbiamo dapprima un cambio di line-up, avvenuto nel 2014: nel ruolo di tastierista troviamo da quest'anno in poi un nome non certo sconosciuto nella scena Metal italiana, quello di Alessio Lucatti, per l'occasione ribattezzato Alex Van Eden. Tastierista di innegabile bravura e dotato di grande esperienza, è attualmente in forze sia nei Vision Divine sia negli Etherna, oltre ad aver militato negli White Skull periodo "Forever Fight" (2009). Un ottimo innesto senza dubbio, avvenuto in parallelo ad un'enorme intensificarsi dell'attività live. Ritmi intensi e serrati, che hanno portato i nostri Deathless Legacy a dividere il palcoscenico con autentiche leggende del calibro di Rob Zombie nella sua data milanese del 27 Giugno del 2014; in seguito, abbiamo anche l'importantissima esibizione avvenuta nientemeno che al "Wacken Open Air" nel 2015, nel quale i Nostri hanno dato vita ad una bellissima performance mostrando come l'Italia sia ancora in pole position, per quel che riguarda il Metal e soprattutto la volontà di mostrare un qualcosa di particolare e coraggioso. Senza scordarsi, naturalmente, il rientro in patria e l'esibizione al "Faust Extreme Fest"; un festival importante che è riuscito nell'impresa di portare in Italia nomi del calibro di Venom ed Archgoat, ed ha permesso ai Deathless Legacy (i quali vi hanno preso parte nell'edizione 2015) di salire sullo stesso palco dei sempiterni idoli del Metallo Nero svedese, i leggendari Dark Funeral. Esperienze che senza dubbio formano e permettono di acquisire ancora più consapevolezza dei propri mezzi. Non è un caso, dunque, che da lì alla realizzazione di un nuovo disco il passaggio sia stato breve. Il 2016 ha già salutato due dei suoi primi mesi ma al contempo accoglie "The Gathering", il nuovo anticristo prodotto dalla covata malefica dei Nostri horror metallers toscani. Un disco che segna un ulteriore passo avanti verso quella che sino a questo momento si sta rivelando un'avventura incredibile e soddisfacente, condivisa da una band salda ed affiatata, rimasta praticamente invariata ad eccezion fatta dell'entrata di Lucatti. Nel ruolo di cantante - frontgirl troviamo sempre l'istrionica Steva, coadiuvata da Frater Orion alla batteria. "Ritornano" anche El "Calàver" alla chitarra (fresco tuttavia di un aggiornamento del suo personaggio, divenuto l'arcigno Sgt. Bones) e C-AG1318 al basso, senza dimenticarsi della storica performer The Red Witch, alla quale si affianca (sempre a partire dal 2014, quindi un'altra novità nella formazione, in sede live) Anfitrite, anch'essa nel ruolo di performer. "The Gathering" è stato dunque registrato agli "Eden Studio" di Lucatti nonché masterizzato e mixato ai "Domination Studio" di Simone Mularoni, oltre che patrocinato da una nuova etichetta. I Deathless Legacy cambiano infatti scuderia, salutando la tedesca "Danse Macabre" ed accasandosi presso la milanese "Scarlet Records", la quale può vantare numerosissime collaborazioni con diversi gruppi della scena italica (Arthemis, Bulldozer, Aborym, Game Over, Kaledon, giusto per citare qualche nome altisonante). Nuovo innesto nella formazione, nuova etichetta, ottimo debutto da confermare: gli ingredienti perché questo "The Gathering" possa risultare un degnissimo continuo di "Rise From The Grave" nonché un passo importante verso una nuova maturità stilistica ci sono tutti. Del resto, sono stati proprio i Nostri a rilasciare dichiarazioni importanti su questo nuovo lavoro, proprio per "Rock & Metal in My Blood". La stessa Steva ci ha potuto confermare quanto il gruppo sia maturato, negli ultimi tre anni, puntando molto sulla professionalità e l'impegno; sempre rimanendo fedeli al proprio "concept" ma evolvendosi e promuovendo sempre un qualcosa di più impegnativo ed impegnato. Parole che già trovano conferma in un artwork assai particolare, realizzato proprio da Frater Orion ed in qualche modo significativo per quel che riguarda l'evoluzione musicale e soprattutto concettuale del combo nostrano. Il logo è posto al centro, attorno ad esso ruotano tutta una serie di figure, significativi personaggi epici uniti come in un'Adunanza, per l'appunto. Troviamo il Mosè "cornuto" di Michelangelo (così rappresentato in quanto, ai tempi dello scultore, la traduzione della bibbia specificava che alla sua discesa dal Sinai egli fosse provvisto di corna e non dei -seguenti- "raggi"; molte teorie designavano lo stesso Mosè come alto sacerdote del culto di Amon, dio egiziano, principio primo del tutto), l'Iside romana, Bacco (il Dio del vino e dell'ebbrezza, assimilabile al greco Dioniso), una morte danzante di Staglieno, Prometeo (il "ladro" del fuoco), due Fauni (creature assimilabili ai Satiri, servitori di Dioniso), Lucifero ed anche un Saturno alato, assimilabile alla figura biblica di Azazel (o Izarel), l'unico personaggio nella bibbia a potersi fregiare del termine ebraico di "oppositore" (dal quale deriva il moderno Satana). Una storia interessante, soprattutto se pensiamo alle vicissitudini del Saturno greco, dapprima spodestato da Zeus il quale viene a sua volta ingannato da Prometeo (che ruba il fuoco per donarlo agli umani). Il tutto è riconducibile alle vicissitudini occorse da Abzu, antico dio Babilonese, spodestato da El ed in seguito da lui ucciso. Insomma, tantissima carne al fuoco a partire sin dalla copertina. Non resta che tuffarci in questo nuovo viaggio nei meandri dell'oscurità. E' Caronte in persona, a strappare il nostro biglietto; partenza assicurata.. ma il ritorno? Seguiteci e lo scoprirete, let's Play!

The Gathering

Ad aprire le danze è proprio la titletrack, nonché intro del disco. "The Gathering (L'Adunanza)" decide di puntare sul fascino esoterico dei canti in latino, richiamanti molto da vicino il famoso "Ave Satani" composto da Jerry Goldsmith per la celeberrima OST del film "The Omen". Un espediente tornato in auge in tempi recenti anche grazie a band come gli svedesi Ghost B.C., grandi estimatori della nostra vecchia lingua ed autori di canti simil gregoriani (leggasi "Infestissumam") molto efficaci. Or dunque, i Deathless Legacy decidono anch'essi di cimentarsi in questo particolare espediente musicale, riuscendovi in maniera totale. Le voci, in coro ed a cappella, creano l'atmosfera giusta per un disco Horror Metal, e riescono quasi a dipingere dinnanzi al nostro sguardo una sinistra parata di incappucciati, intenti a compiere chissà quale oscuro rituale. Voci che entrano nella nostra testa e scuotono il nostro equilibrio, cori che ben presto si dileguano lasciando spazio ad una tastiera particolarmente inquietante, nel suo "fanciullesco" dipanarsi. Fanciullesco, proprio perché l'atmosfera di angoscia viene spazzata via da questo susseguirsi di note allegre e sornione (allegre come potrebbero esserle le risate di un bambino in una casa stregata, in piena notte, sia ben chiaro); frangente che tuttavia non è destinato a durare troppo, in quanto di lì a poco è ben presto una tirannica magniloquenza a dettar legge, mediante una gran successione di note grosse e tronfie, splendidamente accompagnate da precisi colpi di grancassa spalmati lungo tutta la traccia. Un carrilon di campanelli continua ad essere presente sullo sfondo, anche quando a rientrare è il poderoso coro della schiera di frati dannati, intenti a narrarci la seconda parte della loro oscura litania. La intro si conclude di lì a poco, in maniera quasi netta. Due minuti particolari e stranianti, che riescono sicuramente a predisporci al meglio per quel che sarà il pezzo successivo. Il testo è assai breve e consiste unicamente in una frase in latino: "Congregate filii tenebrarum, impius ritus incepturus est" - "radunatevi, o figli delle tenebre! L'empio rituale sta per avere inizio!". Un invito rivolto a tutte le anime dannate, a tutti coloro i quali dormono il giorno per svegliarsi la notte. Partecipare in adunanza al nefasto rituale, atto a risvegliare i potenti spiriti che ci accompagneranno nel viaggio iniziatico che stiamo dunque accingendoci a cominciare. Basterà unicamente trovare il coraggio di varcare quella soglia, per poter entrare in contatto con forze e poteri dei quali mai avremmo nemmeno lontanamente sospettato l'esistenza. Che il primo passo venga compiuto.

Circus of The Freaks

Veniamo dunque accolti dal primo effettivo brano, ovvero "Circus of The Freaks (Il Circo dei Freak)", il quale si presenta alle nostre orecchie mediante "circensi" note di tastiera. Un'andatura allegra e divertente, una sequenza di note capaci di metterci a nostro agio e fantasticare di clown e funambolerie varie.. se non fosse che siamo all'interno di un disco dei Deathless Legacy e non possiamo certo aspettarci un qualcosa di innocuo. Difatti, di lì a poco l'atmosfera cambia radicalmente grazie ad un deciso e granitico riff di chitarra, il quale si staglia su di un tempo roccioso e maschio di batteria. La tastiera mantiene i suoi toni quasi "giocosi", tuttavia risultando molto più sardonica che allegra. I Deathless Legacy sfruttano al meglio il potere atmosferico di un circo dannato, e su queste note (per metà aggressive e per metà scanzonate) non tarda a fare la sua comparsa la direttrice della compagnia, Steva, che con la sua voce al solito teatrale e misteriosa riesce ad aumentare notevolmente il fascino di questo inizio brano. La sua prestazione è ancora più convincente che in passato, splendidamente istrionica ed anche densa di pathos, anche grazie ad un background sonoro che ci sembra decisamente evolutosi verso lidi ancora più "pazzi" e sperimentali. Il "nuovo" Van Eden (senza NULLA togliere a Pater Blaurot) riesce infatti a ricamare atmosfere incredibilmente efficaci, donando all'attitudine dei Nostri una marcia in più. Uno stile mutevole e camaleontico, quello di queste tastiere, delle cui qualità continueremo ad accorgerci proseguendo nell'ascolto del disco. Tornando al brano, i ritmi cominciano ad inasprirsi passo dopo passo con il proseguire, e notiamo immediatamente una prima accelerazione. Il ritmo tenuto da Frater Orion diviene più ossessivo ed anche la tastiera adesso suona più "malvagia";  Sgt. Bones dal canto suo continua a macinare riff rugginosi e pesanti, splendidamente graffianti, mentre Steva innalza notevolmente l'asticella dell'intensità. Siamo in piena fase pre-ritornello, e quest'ultimo non tarda ad arrivare, mostrandoci immediatamente le sue incredibili qualità. Come se l'accelerazione precedente fosse stato un climax, notiamo come questa "scala" trovi l'apice proprio nel refrain, uno dei momenti più esaltanti dell'intero brano. Un ritornello che si fregia di grande orecchiabilità e che entrerebbe nella testa di chiunque, senza eccezioni di gusti o attitudini. Una grande prova dei nostri ragazzi che riescono a proporci un trionfo di oscurità (tratto tipico del loro sound) misto ad una notevole abilità di coinvolgere. E' facilmente intuibile pensare a questi versi come ad un qualcosa di mantrico, anthemico quasi, misticheggiante e misterioso. Una formula magica che la frontgirl pronuncia in maniera magistrale, perfettamente sostenuta da una ritmica possente e precisa (basso e batteria a dir poco perfetti) e da una tastiera che si distacca in toto dal funambolismo precedente per emettere note ben più lunghe ed atmosferiche, buie come la notte, ottimo sostegno a quella che comunque sembra essere una volontà di "far male", musicalmente parlando. In sostanza, un ritornello che potremmo definire addirittura martellante. La tastiera cesella, la chitarra graffia, la ritmica distrugge, Steva ci inquieta. Un poker d'assi che letteralmente ci lascia spiazzati e ci spinge a cantare, dato che le parole del ritornello sono facilmente memorizzabili anche solo dopo un primo ascolto. Conclusa questa fase, le tastiere di Alex tornano a sfoggiare un sound "clownesco" e ci accompagnano dunque ad una nuova strofa, la quale si differenzia dalla prima solamente per una maggiore intensità proposta. Di lì a poco veniamo nuovamente investiti da un secondo ritornello, colpo di grazia totale, quel che serviva per ipnotizzarci definitivamente; siamo lì, seduti al nostro posto, osserviamo lo spettacolo di questo dannato circo e benché la visione ci terrorizzi non riusciamo assolutamente a distogliere lo sguardo da quelle visioni orribili e deformi. "Gabba gabba gabba gabba gabba gabba gabba..", i Nostri hanno realizzato con questa semplice parola un qualcosa di terribilmente efficace, in grado di rapire e martellare al contempo, catturandoci, torturandoci e lasciandoci in balìa di una compagnia di folli circensi, atti a renderci parti integranti del loro freak show. Terminando il secondo ritornello, il nostro orecchio trova un po' di sollievo udendo delle chiare e limpide note di pianoforte, dapprima isolate ed in seguito raggiunte da un'incalzante chitarra. Una sezione strumentale interessantissima, guidata ancora una volta dal ritmo poderoso di Frater e C-AG1318, i quali non rinunciano alla potenza ma riescono in questo caso ad essere leggermente più coinvolgenti, aiutando Alex e Bones a donare la vita ad un momento quasi sfociante nel rockabilly tinto lievemente di richiami dark. Una sezione (e non esageriamo di certo!) addirittura ballabile, meravigliosamente pazza e spiazzante, nella quale la chitarra suona anch'essa meno pesante e sicuramente più adatta a questo particolare frangente, il quale si avvia presto verso un progressivo rallentamento sfociante a sua volta , in un nuovo ritornello, un vero e proprio trionfo di intensità e teatralità, reso ancora più poderoso che nelle due precedenti volte. Ci avviamo dunque alla ripresa delle note iniziali, che di fatto, di lì a poco, chiudono questo memorabile episodio. Se i Deathless Legacy abbiano composto questo brano per far sfaceli in sede live, non ci è dato saperlo: sta di fatto che diventerà sicuramente uno dei punti forti delle loro esibizioni future, potrei scommettere tutto ciò che volete. Come facilmente intuibile dal titolo e dalle atmosfere, dunque, il protagonista di queste liriche è un circo dei Freak; un tipo di intrattenimento assai popolare nel lasso di tempo che andava da fine '800 sino alla seconda metà del '900, anni in cui il brivido veniva ricercato con quel che la natura metteva (tristemente) a disposizione del pubblico ludibrio. Le compagnie di questi circhi erano infatti persone afflitte da orribili deformazioni fisiche o grottesche menomazioni, in altri casi anche da malattie dei quali erano i portatori più unici che rari. La donna barbuta, il nano, l'uomo tronco o con tre gambe.. chiunque avesse avuto la sfortuna di essere un "mostro" (almeno secondo la morale dell'epoca) poteva cercare una sorta di "rivalsa" in questi baracconi itineranti. Non furono pochi i casi in cui un "freak" (questa la denominazione affibbiata agli sfortunati) riuscì ad avere successo: si pensi ad esempio a Joseph Merrick aka "L'Uomo Elefante", personaggio vissuto nella seconda metà dell'800 ed afflitto da una gravissime deformazioni fisiche (da qui il suo soprannome). Gli spettacoli itineranti in cui esibiva le sue malformazioni erano l'unico modo in cui poteva sostenersi, l'unica alternativa alla sua precedente e degradante occupazione (la vendita di lucido per scarpe in strada); tuttavia, in linea di massima i freak venivano sfruttati e denigrati anche dai loro stessi datori di lavoro, trattati come merce da gettare non appena le loro particolarità sarebbero "passate di moda" o non avrebbero più suscitato il clamore di un tempo. Nel testo dei Deathless Legacy troviamo dunque dei riferimenti precisi e mirati, a questo mondo: dapprima notiamo la presenza di un nano come "banditore" e presentatore dello spettacolo: il suo nome è Dummkopf ("allocco", in tedesco) ed è qui per presentarci tutto il resto della compagnia. Ci sembra molto sprezzante e sicuro di si, totalmente disinteressato a lasciarsi puntare contro le sciocche dita di una borghesia annoiata. Il suo atteggiamento è quasi di sfida, come se egli fosse orgoglioso della sua condizione. Egli è un Freak, ma non per questo vale meno di uno qualsiasi di noi. Basso che sia, è una persona, un uomo. E merita estremo rispetto. Un rispetto che egli sembra volersi conquistare sfidando il suo pubblico, introducendoci orgoglioso alla sua "famiglia". Troviamo innanzitutto la presenza di Josephine Joseph, circense di origine polacca realmente esistita e divenuta nota per il suo essere un'ermafrodita. Come possiamo evincere dal suo nome, un gioco di parole atto a rimarcare la sua duplice natura, ella è sia uomo sia donna, contemporaneamente; viene poi la volta di Pinhead, anch'egli personaggio realmente esistito e consegnatosi alla storia con il nome di Schlitzie. Un uomo affetto da una grave forma di microcefalia, condizione che lo portò quindi ad avere una testa ben più piccola del resto del corpo (da qui il soprannome di Pinhead, ovvero "capocchia di spillo"). Il "re" della compagnia, a quanto Dummkopf sostiene, sembra essere Johnny Eck, un altro freak realmente vissuto e caratterizzato dalla totale mancanza di arti inferiori. Ultimo ma non per importanza, in fine, il leggendario Prince Randian altrimenti noto come "Snake Man", l'uomo serpente, soprannome derivato dal suo essere un tronco umano. Niente braccia o gambe, il tutto a causa della "sindrome di Tetra Amelia"; l'unico modo che aveva di spostarsi, dunque, era strisciare. Tutti questi personaggi non possono non far saltare nella nostra mente una pellicola a dir poco storica, quel "Freaks" girato da Tod Browning nel 1932. Collegamento che spiega alla perfezione il carattere sprezzante di Dummkopf: nel film di Browning, infatti, i freaks ci vengono presentati come esseri benevoli e sensibili, tuttavia pronti ad uccidere se feriti nell'animo. Questa è la sorte nella quale incapperà chiunque oserà ridere delle disgrazie altrui; non bisogna mai farsi gioco di chi ha solamente avuto la sfortuna d'essere colpito da una malattia rara, siamo tutti esseri umani e finché ci dimostreremo retti ed onesti, meriteremo rispetto a prescindere dal nostro aspetto. Il riferimento al film "Freaks" viene accentuato soprattutto nel ritornello, nel quale (come abbiamo visto) viene ripetuto incessantemente lo slogan "Gabba! Gabba!". L'origine (come fu per la nota "Pinhead" dei Ramones) è proprio da ricercarsi nella filastrocca cantata dai Freaks durante il matrimonio di uno di loro, il nano Hans, con una donna "normale". Bevendo e brindando, i fenomeni accettavano di buon grado la donna, invitandola nella loro cerchia intonando il coro "Gubble Gubble, ti accettiamo! Gubble Gubble, una di noi!".

Phantom Manor

Passiamo dalle atmosfere circensi a quelle ben più opprimenti e macabre di una casa stregata: "Phantom Manor (Il Maniero dei Fantasmi)" viene aperta da una tastiera ormai priva di velleità grottesco-funamboliche. Alex decide di far rivivere in questo frangente un sound antico, tipico di molti strumenti come spinette e clavicembali; proprio per ricamare meglio l'immagine che va dipanandosi dinnanzi ai nostri occhi, nel corso dell'ascolto: quella di un austero maniero, imponente e spaventoso, abitato da chissà quali immonde presenze. Le note del tastierista procedono inarrestabili e vengono presto inserite in un contesto velocissimo e dinamico, nel quale spicca incredibilmente l'irrefrenabile batteria di Frater Orion, intenta a far viaggiare a mille chilometri orari il suo doppio pedale. Le note emesse da Van Eden divengono ancora più atmosferiche, la chitarra assume un tratto quasi "vorticoso", inglobandoci assieme al resto dell'ensemble in un incubo a tinte cinquecentesche. Grande velocità che ben presto trova un primo rallentamento: poche note di tastiera, assai evocative e supportate da ottimi cori (anch'essi spettrali quanto servono), danno il via ad una nuova sezione caratterizzata da un ritmo sostenuto ma non forsennato, sul quale Steva può fare la sua comparsa. La frontgirl opta in questo senso per un cantato molto più delicato e meno oscuro, risultando comunque sempre molto efficace ed incredibilmente a suo agio in queste nuove vesti. Possiamo udire distintamente anche il basso di C-AG1318, il quale proprio come Frater rimane fisso su di una ritmica efficace e granitica, ma non selvaggia o belluina. Le tastiere fanno al solito il loro incredibile lavoro, e notiamo come i toni forsennati di inizio song siano riproposti in fase di pre-retornello, sezione la quale è un vero e proprio tripudio di aggressività nonché una netta ripresa degli stilemi iniziali. Un frangente in cui anche Steva lascia momentaneamente da parte velleità "posate" per risultare ben più acida e corrosiva. Il refrain, dal canto suo, è invece uno splendido concentrato di carica evocativa, un trionfo di toni solenni ed oscuri, tinti di meravigliosa drammaticità. Un'esplosione che ricorda incredibilmente da vicino i momenti dei Death SS più melodicamente ispirati, quelli del periodo "Do What Thou Wilt". Un momento magari meno d'effetto o meno memorizzabile del ritornello di "Circus.." ma incredibilmente valido nel suo essere meno anthemico e più portato ad esaltare le capacità atmosferiche del combo toscano. Si ritorna a correre dopo poco, con la doppia cassa di Frater che suona la carica e ci riaccompagna verso una nuova strofa, al solito non aggressiva ma assai contenuta e "quadrata" dal punto di vista ritmico. A differenza della precedente, Steva preferisce mantenere un cantato più aggressivo, divenendo poi portatrice sana di pathos nel nuovo ritornello che di lì a poco si avvicenda, fornendoci un nuovo momento di assoluta epicità. Troviamo quindi una sezione strumentale, nella quale la chitarra del sergente sfodera un riffing semplice ma assai efficace, sorretto dagli effetti spettrali suscitati invece da Van Eden. La ritmica è anch'essa semplice come il guitar work, il quale assume connotati ben più interessanti durante un mini assolo di pregevolissima fattura, presto avvicendato da un nuovo ritornello. E' sempre un piacere udire questo preciso frangente del pezzo, prendendo atto dello splendido contrasto "luce / ombra" messo in atto dai nostri. Sembrerebbe quasi che il loro sound fosse stato in precedenza tinto di sacralità ma poco dopo immerso in una profondo pozzo di profanità; notte e giorno, bene e male, concetti opposti che riescono a vivere in questa melodia così struggente ma così pregna, al contempo, di dannazione. Lo stesso tipo di fascino che potrebbe suscitare un Vampiro, per intenderci: creatura condannata ad essere morta fra i vivi, ma con un'innata capacità di attirarci verso di Lei, pur essendo consci del pericolo che corriamo. Verso la fine torna anche la doppia cassa di Frater, i tratti vorticosi del sound di cui parlavamo in precedenza sembrano volerci inglobare definitivamente e siamo lì, pronti per cadere nel baratro, udendo anche una sorta di sinistro scampanellio e facendoci lacerare l'anima dal cantato drammatico di Steva. Poi, tutto ad un tratto, la fine. Proprio come se ci fossimo svegliati, di soprassalto, da un incubo terribile. Un incubo che si è consumato all'interno di quattro mura possedute e maledette: siamo nel nostro letto, letteralmente in balia di un violento attacco di pavor notturno, provocatoci da una vista disturbante ed orribilmente realistica. Non capiamo bene cosa stia danzando irrefrenabile dinnanzi ai nostri occhi, riusciamo solamente a distinguere delle ombre appartenenti a chissà chi, provenienti da chissà dove. Esse danzano irrefrenabili, irrequiete, dipingono dinnanzi al nostro sguardo sbarrato dalla paura delle immagini di morte certa. Immersi in un bagno di sudore, le coperte cominciano a divenirci pesanti ed opprimenti. Cosa danza, dinnanzi al nostro sguardo? Chi, o che cosa sono? Perché ci sentiamo come rapiti, posseduti, in balìa di poteri arcani? Come mai riusciamo a distinguere in maniera nitida il tocco gelido della morte? Domande alle quali non riusciamo a trovare una risposta che possa essere soddisfacente, una risposta che possa spazzare via dalla nostra camera quell'immondo quadro di dannazione. La nebbia comincia a circondare la casa, ad insinuarsi in ogni stanza.. ci sentiamo stranamente parte di essa e percepiamo distintamente la presenza di uno spirito di potenza superiore a tutti gli altri. Il fantasma della casa, il capo supremo di tutte quelle empie entità. Il segreto è celato nell'antica biblioteca, alla quale dovremmo ad ogni costo attingere per scoprire le vere origini e vicissitudini di quel luogo pregno di sofferenza. Scopriamo da un antico diario che l'ex proprietario, Edward Thanatos (antica parola greca traducibile nell'odierna "morte"), possedeva facoltà più uniche che rare; egli era in grado di vedere i fantasmi, di entrare in contatto con demoniache presenze come i ghoul. "Dono" non propriamente sfruttato a dovere, in quanto la sua fine è stata tragica. Forse si è spinto troppo oltre, forse il tutto gli si è presto ritorto contro.. fatto sta che in un modo o nell'altro è sempre il padrone della casa. Egli è il fantasma supremo, il custode di quel luogo maledetto.. ed è qui per renderci la sua anima da tormentare. Egli si alimenta della nostra paura, si bea del terrore che legge chiaro nei nostri occhi.. e non si fermerà finché non ci vedrà stramazzare al suolo, in preda alle convulsioni ed al panico più totale. Che la maledizione di Edward Thanatos si compia, dunque. Il suo esercito di spettri è qui per farci del male, e non li richiamerà all'ordine prima di averci fatto pagare a caro prezzo la visita imprevista alla sua proprietà.

Baal

Proseguiamo avanti tutta con l'arrivo di "Baal", quarta traccia del lotto. L'inizio è assai magniloquente, le ampie ed ariose note ricamante da Alex si fanno piacevolmente ascoltare e sono disposte a spianare il terreno per un ulteriore cambio di tono. Dal circo demoniaco al maniero infestato dagli spiriti, passando adesso in un contesto assai più trascendentale, se vogliamo. Trascendentalità che viene messa momentaneamente da parte quando la tastiera si riduce ad una serie di sibili accompagnati da un ritmo molto sostenuto: Frater Orion e C-AG1318 aumentano i giri del contatore, mentre Bones si diletta proponendoci un riffing quasi strizzante l'occhio ad alcune soluzioni tipiche di un certo tipo di Metal di stampo prettamente finnico. Un insieme di particolarità che, una volta unite e ben amalgamante, non possono che ricordarci i momenti maggiormente d'assalto dei Nightwish periodo "Oceanborn". Estremo e melodico ben si fondono e donano dunque vita a questo bel frangente, il quale mantiene intatta la sua magniloquenza anche quando il ritmo diviene meno serrato, ad inizio strofa; Steva può dunque fare la sua comparsa, introducendoci all'interno di un bel momento pregno di pathos che conosce in seguito una nuova accelerazione in concomitanza della comparsa del ritornello, momento nel quale i ritmi divengono nuovamente serrati e si può spingere sull'acceleratore. Le assonanze con i Nightwish continuano a farsi sentire, verrebbe quasi da aspettarsi velleità "liriche" da parte della frontgirl, se non che Steva decide saggiamente di mantenere intatta la sua particolare timbrica, più che mai efficace in un contesto del genere. Un contesto in cui è la melodia ricamata da Van Eden a farla da padroni, una melodia che certo ammira lusingata i lavori di Holopainen ma comunque è filtrata attraverso l'esperienza ed il gusto dei Deathless Legacy. Oscurità, parola d'ordine: non ci sarebbe spazio per i delicati viaggi sonori e per le romantiche orchestrazioni del tastierista finnico, e di questo ne siamo tutti perfettamente consapevoli. Nuovo avvicendarsi di strofa e ritornello, con il contesto che diviene maggiormente "veloce" con l'avvicinarsi al momento del refrain ed esplode proprio con l'arrivo di quest'ultimo; minuto 2:35, la tastiera scoppia in tutta la sua magniloquenza, ben sostenuta da una batteria cadenzata e precisa e da una chitarra magnificamente composta e dedita ad un riffing di ampio respiro. Lunghe note si avvicendano sino al minuto 2:55, momento in cui la chitarra diviene più serrata e marziale, e la batteria mantiene comunque la sua cadenza precisa e perentoria (fatta eccezione per un brevissimo giro di doppia cassa da parte di Frater). Questo nuovo momento sfocia dunque in un intervento solista che ci svela l'anima più Heavy Metal del nostro Sgt. Bones, il quale prende spunto dal maestro LaRocque per mostrarci un assolo molto King Diamond oriented. Una chitarra che nella seconda parte del momento solista gode anche di un bell'effetto atto a valorizzare la velocità d'esecuzione del bravo chitarrista, un effetto che sembra quasi rendere i suoi suoni "cibernetici" così come quelli della tastiera, la quale si diverte a mostrarci un lato industrialeggiante davvero degno di nota. Finito l'assolo, osserviamo come i tempi divengano mano mano più serrati. Si comincia ad accelerare pian piano, e di lì a poco la doppia cassa torna prepotente. Il riffing diviene estremo, il contesto concitato, Steva è autrice di una prova dilaniante e sanguinolenta mentre tutto il gruppo decide di lanciarsi a grande velocità verso la fine del pezzo, il quale si chiude di fatto riprendendo le battute iniziali. Altro momento assai interessante, meno diretto e più "magniloquente", ma non per questo meno efficace. Dal titolo capiamo immediatamente come il protagonista delle liriche sia Baal, antica divinità fenicia considerata patrona delle tempeste, nonché della fertilità e della fecondità. Un dio che occupava notevole spazio nel pantheon precristiano, considerato addirittura come uno dei più importanti se non il più importante fra tutti gli Dei. Assimilato a Crono dai greci ed a Saturno dai Romani, la sua figura venne totalmente demonizzata con l'avvento del monoteismo giudaico. I seguaci delle nuove correnti, infatti, giurando fedeltà a Dio, arrivarono col definire false le loro antiche divinità, considerandole solamente come statue da idolatrare e nulla più. Nel testo, notiamo come sia lo stesso Baal a parlare, presentandoci la sua figura. Egli si introduce a noi proclamandosi il protettore del mondo e di tutti gli Dei, citando anche un'altra importante divinità ugarita (propria cioè dell'antica città di Ugarit) ovvero El. Quest'ultimo, secondo gli ugariti, era considerato come il padre di Baal e dunque il creatore del Tutto, titolo in seguito ceduto al figlio. Non sono tutt'oggi rari i casi in cui gli archeologi si ritrovano a dover assimilare El e Baal in un'unica entità, viste le forti similitudini e la propensione ad unificarle tipica dei loro antichi adoratori. Andando avanti nel testo vediamo citato anche il dio Mot, dio della morte e dell'oltretomba nonché figlio di El e fratello di Baal. Più volte in conflitto con quest'ultimo, ha tentato di ucciderlo varie volte (non è un caso che i Deathless Legacy, per bocca di Baal stesso, lo definiscano come "snide", ovvero "maligno"). I Nostri decidono di approfondire tale rivalità, citandoci un'altra presenza derivante dallo stesso pantheon di El, Baal e Mot. E' il turno, per Anat, di entrare dunque in scena. Ella è apertamente schierata dalla parte del suo fratello-amante Baal, ed è pronta a mettere a disposizione del suo amato tutti i suoi poteri di feroce dea della guerra. Una furia senza confini, che Anat è pronta a scagliare contro chiunque decidesse malauguratamente di far del male alla persona per lei più cara in assoluto. A far la loro comparsa sono anche i Rapiuma, ovvero le ombre, gli spiriti dei morti, evocati sempre da Baal nel conflitto contro Mot. Sembra proprio il Dio supremo ad avere la meglio sul malvagio fratello: Baal risorge infatti prepotente dal regno dei morti, per punire il suo avversario in maniera esemplare. Mot non sembra credere ai suoi occhi e si domanda come sia possibile, che il fratello non sia perito sotto i suoi colpi. "I am your wound", "io sono la tua ferita", pronuncia il Supremo, rivolgendosi direttamente a Mot. Sembra proprio che quest'ultimo abbia perso e che ben presto verrà ricacciato nel suo oscuro regno, ove non potrà più nuocere a nessuno.

Wolfgirl

Giro di boa raggiunto con "Wolfgirl (Licantropa)", pezzo che presenta dei ritmi quadrati ma concitati, molto accattivanti e sicuramente ben più "accondiscendenti" dei due precedenti episodi. Come accaduto per "Circus..", ci troviamo dinnanzi ad un brano che punta senza dubbio sulla schiettezza tipica del singolo di lancio; non ci sorprende, dunque, che il pezzo in questione sia stato rappresentato nel secondo videoclip ufficiale della band, come già accaduto con "Queen of Necrophilia". L'orecchiabilità, in effetti, è quella del brano di punta di "Rise..", anche se possiamo notare come l'evoluzione musicale della band abbia reso il contesto ben più articolato che nel precedente episodio. Abbiamo come detto una partenza sostenuta e coinvolgente, dominata da tastiere sempre "spettrali" e da una ritmica precisa, rasentante la perfezione di un metronomo. Subito dopo i toni cambiano, i suoni emessi dallo strumento di Alex Van Eden si fanno più squillanti e nitidi, mentre un rallentamento generale permette a Steva di sfoderare la sua innata teatralità. L'approccio della cantante al contesto è a dir poco ottimo, la sua performance fa letteralmente vivere le liriche del testo; brano che conosce una nuova accelerazione di lì a poco, non eccessiva ma comunque efficace, il tutto propedeutico all'esplosione di uno dei ritornelli più affascinanti di tutto il disco. Se quello di "Circus.." puntava tutto sul martellante insistere, in questo caso notiamo quanto la band voglia indugiare nella melodia maledetta, donando la vita ad un tipo di drammaticità assai apprezzabile. Straordinaria Steva, bravissimo Van Eden, al solito magnifici Frater Orion ed il nostro cyber bassista. Per non parlare di Sgt. Bones che in ogni pezzo riesce praticamente ad adattare il suo stile alle mille sfaccettature che i Nostri ci stanno presentando. Davvero un lavoro di gruppo a dir poco magistrale, il quale trova il suo degno proseguo in una ripresa dello stilema iniziale, seguito nuovamente da un rallentamento e dall'arrivo di una nuova strofa. Le coordinate non cambiano, la frontgirl ha voglia di trasportarci letteralmente all'interno del brano, intensificando la performance anche più che nella strofa precedente. Nuovo splendido ritornello, seguito da un delicatissimo suono di pianoforte e da una chitarra meravigliosamente "arpeggiosa", per dirlo alla Malmsteen. Un momento che si protrae quanto basta, che sorprende per melodia e validità dell'orecchio musicale dei Nostri; è ben presto un ululato di Steva ad aprire nuovamente le danze estreme: Frater spinge sul doppio pedale e Bones torna a sfoggiare un riffing più incalzante e sporco, culminante in un nuovo assolo di forgia Hard 'n' Heavy, incredibilmente ben eseguito. Note veloci, ottima tecnica, sound limpidi e puliti, il tutto reso drammatico da una tastiera per nulla invasiva ma anzi collaborativa. C'è tempo per un ultimo ritornello, ancora ottimamente eseguito, il quale si dipana lungo una conclusione di grande effetto. Note e grosse lunghe di tastiera presto sfumate, e seguite a ruota da un demoniaco carrilon. Un brano diretto, schietto, che fila via liscio ed implacabile e ci fa esplodere in un canto liberatorio in fase di refrain. Altro grande momento, il lato più orecchiabile dei Deathless Legacy. Come possiamo evincere dal videoclip realizzato dai nostri, la protagonista delle liriche altro non è che una licantropa, divenuta tale dopo aver recato un gravissimo affronto alla Natura. Ella era in origine una ragazza di buona famiglia, ricca e decisamente viziata. In un delirio di onnipotenza, a seguito di un "grave" affronto ricevuto da un branco di lupi, decide di assoldare un qualcuno che li faccia fuori uno dopo l'altro: giunti sino all'allevamento della sua ricca famiglia per fame e necessità, infatti, i lupi altro non avevano fatto che mettere in atto il meccanismo della catena alimentare, assalendo gli agnelli e cibandosene a sazietà. Il che, per chiunque conosca gli equilibri della natura, non è affatto strano: troppo spesso il terreno da sfruttare viene esteso a perdita d'occhio, e non ci rendiamo conto di quante risorse o comunque zone strappiamo (egoisticamente) a creature come i lupi, i quali pur di non morire di fame si vedono costretti ad invadere le nostre proprietà. Non esiste cartello o comunque divieto che possa fermare il branco, quando la fame chiama ed i cuccioli abbisognano di carne fresca, ecco che gli adulti si spingono a cacciare sin dove riescano a trovare qualcosa di commestibile. Motivazioni del tutto sconosciute alla nostra protagonista, la quale non solo autorizza una mattanza senza quartiere, ma si bea delle sue "prede" anche ricavandone pellicce e vari capi di vestiario. Un affronto che una strega non riesce proprio a sopportare. La vecchia lancia dunque una terribile maledizione contro la ragazza, la quale sarà dunque costretta, ad ogni sorgere di luna piena, a trasformarsi in un essere mostruoso, uccidendo quanti più innocenti possibili. Se dapprima la sua famiglia l'aveva unicamente ritenuta una povera pazza da internare (ed alla quale far subire una terribile lobotomia, atta a curare la sua "psicosi), quando ella si vede costretta a trasformarsi dinnanzi a loro, tutto cambia. In preda al panico, i suoi famigliari cercano di scappare ma è letteralmente impossibile sfuggire a quel tornado di zanne ed artigli. La licantropa proseguirà ad uccidere finché il maleficio la possiederà, e nessuno all'infuori della strega potrà liberarla da questo insano male. Sicuramente una vita più movimentata, ora che le sue preoccupazioni non saranno più il patrimonio di famiglia ed i suoi numerosi possedimenti. Piccola nota: il videoclip è stato girato nientemeno che da Frater Orion, e vede come protagonista la stessa Steva, nel ruolo della ragazza posseduta. Tutti gli altri membri sono presenti ricoprendo anch'essi vari ruoli.

Tiamat

Un sinistro pianoforte ci introduce la sesta traccia, "Tiamat"; note tetre ed angoscianti, che sembrano riprendere le atmosfere già sfruttate da King Diamond durante l'era "Conspiracy" (un brano su tutti, la opener "At The Graves"). Si prosegue dunque su questo modus operandi, con questa melodia assai sinistra che stagliandosi lungo un crescendo rossiniano viene presto raggiunta da un poderoso riff di chitarra e da una ritmica incalzante e possente. L'atmosfera rimane sempre molto tetra ed il brano sembra dunque basato su questo espediente: un dipanarsi incalzante, veramente "da brivido", anche grazie alla camaleontica tastiera di Alex Van Eden il quale, sfruttando a dovere le sue mille risorse, riesce fra effetti nuovamente "cibernetici", scampanellii e note profonde e solenni a venare di grande varietà un brano che sta risultando sino ad ora come uno dei più suggestivi dell'intero platter. Steva, dal canto suo, opta per un cantato molto più controllato (a tratti sussurrato) il quale diviene più intenso man mano che ci si avvicina al refrain. Un nuovo crescendo, nel quale la band si adagia su tempi molto più serrati e mitraglianti, spigolosi e marziali, nei quali la frontgirl sfodera gli artigli ed è nuovamente pronta a graffiare, ringhiando e declamando al contempo i versi di questo sesto pezzo. Il ritornello è un nuovo trionfo di melodia gotica, su sostenutissimi ritmi batteristici la tastiera torna a tendere la mano al genio di Holopainen ed abbiamo nuovamente dei richiami non troppo velati ad i Nightwish, anche se il contesto è assai più estremo ed oscuro di quello riscontrabile nella band di Tuomas. Un'ottima esecuzione, possiamo percepire una gran drammaticità ed un grande gusto per una sorta di alfieriano "forte sentire". Un brano che vuole fare della magniloquenza il suo distintivo e vi riesce più che bene, andando a conquistarci proprio per la sua carica imponente e prorompente. Un breve riff dal flavour hard 'n' heavy (un po' LaRocque, un po' John Skyes) stacca il refrain dall'inizio della nuova strofa la quale fa presto ad avvicendarsi; il registro non cambia, eccezion fatta per una maggiore intensità ed un sostanziale aumento del pathos (facilmente riscontrabile nel cantato di Steva, che non "sussurra" più!), il quale raggiunge il suo culmine in un nuovo ritornello, splendidamente eseguito. Minuto 3:14, ci accoglie una sezione strumentale fatta di note sibilanti (sembrerebbero quasi quelle di una steel guitar) ben amalgamate ad un melodicissimo arpeggio di chitarra. L'elettrica torna in seguito a mordere, mostrandoci la sua pesantezza la quale va letteralmente a porsi in maniera antitetica ma complementare allo splendido lavoro di pianoforte che possiamo udire, posto in primissimo piano. Un pianoforte la cui struggenti note si rincorrono e danzano letteralmente lungo il pesante riff d'ascia, dipanandosi meste quasi alle tastiere ci fosse un certo Stian Aarstad. Un velo di melodia particolarmente piacevole ed ipnotizzante, ben presto sfociante in un nuovo aggressivo ritornello. Di nuovo magniloquenza, di nuovo potenza, di nuovo una concezione romantica (nel senso filosofico!) della musica che ben si scaglia contro noi ascoltatori. Il brano si conclude dunque stabilendosi su tempi più marziali e cadenzati, angosciosi, incedenti: quasi simulando i movimenti di un famelico predatore, attento e furtivo, intento a sorprenderci nella notte senza nemmeno darci il tempo di realizzare cosa stia per succedere. Come già accaduto in "Baal", è nuovamente un'antica divinità precristiana ad essere oggetto delle liriche di questo brano. Tiamat era infatti la Dea babilonese considerata madre di tutto il cosmo nonché dominatrice delle acque salate e degli oceani. L'atmosfera suscitata dai Deathless Legacy è assai particolare, in linea con quanto sentiamo a livello di sound: la nebbia si innalza creando una fitta coltre nella notte, il mare è ricoperto da una mistica foschia. Ci entra nelle ossa, la percepiamo, la sentiamo; la giusta notte per entrare in contatto con il tutto, con la grande madre Tiamat. Da sottolineare come i Deathless Legacy abbiano voluto rendere il contesto ancor più misterioso ed esoterico, inserendo addirittura un verso in lingua accadica tratto dall' "Enûma Eli?", antico poema teogonico e cosmogonico appartenente alla tradizione religiosa babilonese. Traducibile nell'italiano "quando in Alto", il poema ha come argomenti cardine il mito della creazione del mondo e soprattutto le imprese di un altro dio dell'antica tradizione mesopotamica, ovvero Marduk. Secondo le antiche usanze, l'intero poema veniva recitato durante l'Ak?tu, la festa babilonese tenuta in onore dell'inizio del nuovo anno, la quale avveniva durante il mese di Nis?n. Il verso in questione è "?u-ma la zuk-ku-ru ?i-ma-tú la ?i-na-ma" (Tavola I vv. 1-9), traducibile nell'italiano "Nessuno aveva un nome e i loro destini erano incerti", a sottolineare il passaggio del poema nel quale si descrive una sorta di caos primigenio dal quale in seguito si plasmarono gli elementi, il mondo come lo conosciamo e le divinità. Un principio primo nel quale svetta Tiamat, come spiegato nei versi precedenti. "ZUAB ma re?-tu-ú za-ru-?u-un mu-um-mu ti-amat mu-al-li-da-at gim-ri-?ú-un A-ME?-?ú-nu i?-te-ni? i-?i-qu-ú-?ú-un" - "Nulla esisteva eccetto Apsû, l'antico, il loro creatore, e la creatrice-Ti?mat, la madre di loro tutti. Le loro acque si mescolarono insieme". La figura chiave del testo viene dunque messa in relazione con un'altra importante divinità della teologia mesopotamica, Abzu, ovvero la personificazione delle acque sotterranee. Secondo le antiche credenze, ogni fonte d'acqua dolce (laghi, sorgenti, fiumi ecc.) proveniva da un immenso oceano sotterraneo, del quale Abzu era il sovrano. Fu dunque compagno di Tiamat (acque dolci e salate che si mescolano, questo il senso dei versi pocanzi citati) e progenitore degli Dei tutti. I Deathless Legacy decidono anche di parlarci di quel che fu il suo triste destino: disturbato nel sonno dagli Dei più giovani, Abzu decise di distruggerli perché infastidito dalla loro confusione. Fu tuttavia fermato da Ea, il quale lo stregò mediante un incantesimo che lo confinò all'interno di uno stato di sonno perenne, scaraventandolo nelle profondità della terra. Come atto di "lesa maestà" totale, inoltre, Ea decise di stabilirsi nel regno di Abzu e di assumerne le funzioni, governando l'oceano primordiale e le acque dolci. Più che un testo, un'autentica lezione di Storia. I Nostri non si accontentano ed in un verso citano anche il Leviatano, mostro marino della tradizione ebraica ma di chiara derivazione pre-giudaica. Tracce di una bestia simile possiamo trovarle già nei miti di Baal, nei quali proprio il Dio e sua sorella Anat sono impegnati a distruggere un gigantesco mostro marino similissimo al Leviatano, chiamato Lôt?n. Alcune fonti lo vorrebbero addirittura identificabile con Tiamat stessa, definita a più riprese "Dea Serpente" e dunque inquadrabile come un'entità mostruosa. I Deathless Legacy propendono più per la separazione delle entità, invocando il Leviatano come protettore della Madre. Fonti, quelle che parlano della "Dea Serpente", che comunque ci riconducono ad un altro episodio della vita di Tiamat, trattato all'interno dell'ultima strofa. Secondo alcuni antichi scritti, difatti, il Dio Marduk avrebbe sconfitto proprio una creatura molto simile ad un mostro marino, identificabile con la stessa Tiamat. Marduk, nato direttamente dal cuore di Abzu e generato da Ea e Damkina, fu grande protagonista della "Teomachia" (scatenata, lo ricordiamo, proprio dall'affronto che Ea recò ad Abzu) babilonese affrontando proprio la dea delle acque salate, uccidendola definitivamente. Il gruppo preferisce comunque narrarci della Dea Serpente trattando i momenti precedenti alla battaglia: la vediamo dunque intenta a creare uno stormo di demoni atti a rimpinguare il suo esercito, schiere che in seguitò lancerà contro il potere di Marduk (armato, quest'ultimo, dei "venti cattivi" noti come Tifone e Tornado), agguerrito e più che mai deciso a farla fuori per poter governare su tutti gli Dei. La battaglia è dunque pronta per essere cominciata, non ci è dato sapere l'esito ma possiamo percepire distintamente l'elettricità e quasi l'odore della guerra, del sangue divino che presto colerà lungo le lame.

The Tomb

Inizio "ambient" per il settimo brano del lotto, "The Tomb (La Tomba)", pezzo aperto da un oscuro vento di tempesta e rumori di scavi, quasi ci trovassimo effettivamente all'interno di un cimitero. La pala lavora frenetica il terreno, sentiamo il terreno sgretolarsi ed una cornacchia appollaiata su di un ramo decide di farci udire i suoi versi carchi di sventura e pericolo incombente. Circa venti secondi e subito veniamo investiti da un riff a dir poco Sabbathiano, lento e strisciante; un guitar work debitore dello stile di Tony Iommi, ed una tastiera magnificamente spettrale che (come al solito) cesella magnificamente le note emesse dalla sei corde donando al tutto un tocco di melodia dannata. Piccola sezione in cui udiamo Sgt. Bones in solitaria (intento questa volta ad appesantire il suo sound, spostandosi verso il "filone Electric Wizard" et simila) e ben presto la band tutta riprende a farsi udire nel suo insieme, concentrando le sue ispirazioni sia nel Doom vecchia scuola (Black Sabbath ma anche Witchfinder General, Candlemass) sia in quello più moderno e pesante (i già citati Electric Wizard). Steva sembra quasi riprendere le peculiarità declamatorie di Messiah Marcolin, ed è infatti intenta a "soffrire" letteralmente il brano, sfoggiando una voce profonda presto sporcata da rimandi scream i quali spazzano via ogni traccia di melodia nelle sue linee vocali, le quali tornano più imperiali in fase di ritornello. Momento, questo, che non può non tirare in ballo nuovamente i Death SS del periodo "Do What Thou Wilt". Basti pensare a brani come "The Shrine in the Gloom" per rendersi conto di quanto "The Tomb" possa risultare potente, sfoggiando soprattutto una tastiera la quale risulta essere fiera, solenne e regia come un organo. Quasi i nostri stessero mettendo in scena un vero e proprio dramma teatrale, a base di Doom e melodie sinistre. Piccola "fanfara" di note squillanti ed effetti che quasi tirano in ballo i fiati sornioni ed inquietanti sfruttati da Tom Warrior in brani come "Oriental Masquerade", e suibito Bones riprende a giocare al Mappe Bjorkman della situazione, ricamando uno splendido riff stile Candlemass il quale sfocia in un assolo magistralmente eseguito. Lento, ipnotico, strisciante, suadente.. una sequenza di note intente ad avvolgerci fra le loro calde spire, stritolandoci in un abbraccio mortale. Sono due terrificanti urla di Steva a porre fine al momento solista, e la band può dunque riprendere a mostrarci le sue potenzialità drammatico-teatrali in un nuovo, fantastico refrain. La batteria di Frater Orion ed il basso di C-AG1318 mantengono il loro andamento sulfureo, la chitarra di Bones continua ad indugiare senza sosta nel repertorio Doom di ieri ed oggi, Steva è come sempre una grande interprete mentre Van Eden cesella tutto con i suoi instancabili e magici tasti. Dopo "Tiamat", un'altra esplosione di emozioni. Per tutti gli amanti di un certo tipo di sound, sicuramente oro; e diciamolo francamente, è stato realmente esaltante trovare all'interno di un disco così variegato uno splendido (E PERSONALISSIMO) omaggio a grandi maestri come Tony Iommi e compagnia. Un applauso ai Deathless Legacy, per aver mostrato ancora una volta una grande poliedricità ed uno spirito di adattamento anche superiore a quello di un camaleonte. Dalla mitologia babilonese passiamo ai racconti del Solitario di Providence: H.P. Lovecraft è difatti il sommo ispiratore delle liriche di questo brano, che risulta essere una vera e propria rappresentazione musicale di uno dei suoi racconti più famosi, intitolato proprio "The Tomb". Scritto già nel Giugno del 1917 ma pubblicato solamente nel 1922, è ritenuto da tutti gli studiosi di letteratura dell'orrore come uno dei racconti più importanti del buon Howard, il quale decide di presentarci in queste righe il primo di una lunga serie di suoi alter ego (fra i quali possiamo ricordare il sognatore Randolph Carter). Protagonista di "The Tomb" è infatti Jervas Dudley, inizialmente un bambino di dieci anni assai curioso ma annoiato dalla vita monotona alla quale è costretto dalla sua benestante famiglia. Volenteroso di esplorare e dotato di un'immaginazione assai frenetica, addentrandosi nei boschi vicino la sua grande casa scopre per caso il misterioso mausoleo della famiglia Hyde, suoi antichi discendenti da parte di madre, il cui vecchio palazzo fu dato alle fiamme diversi anni prima. Il mausoleo è sigillato mediante un lucchetto, che inizialmente Jervas tenta di forzare, non riuscendovi. Sconsolato, si addormenta per la fatica davanti alla tomba. Vi tornerà diverse volte, sempre non riuscendo ad aprire la porta; facendo comunque tesoro degli insegnamenti ricavati dalle vicende di Teseo lette nelle "Vite Parallele" di Plutarco, decide di attendere anche lui, come l'eroe mitologico, che il suo destino si compia e che il momento sia propizio. Solo allora egli, ispirato dal volgere benevolo degli eventi, potrà penetrare nella cripta. Passa qualche anno e durante uno dei suoi soliti riposi pomeridiani dinnanzi alla tomba scorge per la prima volta, da una fessura di quest'ultima, una luce. Capendo che finalmente era giunto il momento propizio, si reca immediatamente in casa per rovistare all'interno di un vecchio baule trovato in soffitta. Lì troverà una vecchia chiave, con la quale potrà finalmente superare lo scoglio del lucchetto e penetrare all'interno della tomba. Girovagando all'interno, Jervas osserva tutte le bare della famiglia Hyde.. scoprendone, con enorme sorpresa, una molto particolare. La cassa è infatti sormontata da una lapide che reca il suo nome, ed è per giunta vuota. Da quel momento, il ragazzo passerà ogni notte all'interno di quel sepolcro, dormendo nel suo nuovo "letto" e sviluppando un'insana paura per il fuoco e per i fulmini. Proprio durante una sera come le altre ha una visione a dir poco terrificante: giungendo presso la cripta, nota come il palazzo degli Hyde, in origine carbonizzato, sia tornato meravigliosamente in vita ed ospiti addirittura una festa da ballo, alla quale viene invitato a prendere parte. Divertito, il giovane si lascia andare al clima spensierato e festaiolo, finché un fulmine colpisce l'abitazione, dandola in pasto alle fiamme. Credendo d'essere anche lui avvolto dal fuoco ed ustionato, il giovane Jervas comincia a scalciare dimenandosi, per poi scoprire d'essere trattenuto da due uomini giunti ad aiutarlo. Il ragazzo, infatti, era stato fatto pedinare dal padre sotto consiglio di un vicino di casa, il quale aveva notato quanto il giovane mostrasse un morboso e preoccupante attaccamento per quei luoghi. Contemporaneamente al delirio di Jervas viene poi rinvenuta, fra le macerie del palazzo (che agli occhi del padre e dei due uomini era comunque rimasto un cumulo di macerie), una scatoletta contenente una statuina. Sulla miniatura sono incise le lettere "J.H.". Non ci mette poco, Jervas, ad urlare che la statuetta lo ritrae e che quelle lettere altro non sono che le iniziali del suo vero nome, Jervas Hyde. Creduto pazzo, viene internato in un manicomio.. tuttavia, potendo contare sull'appoggio del suo servo Hiram, egli decide di sfruttarlo per verificare in prima persona se la sua è veramente pazzia, o se in quella storia vi è una percentuale di inquietante verità. Hiram torna così nella cripta per conto del suo padrone.. constatando che la tomba vuota con sui inciso il nome del giovane esiste. Sollevato, Jarvis gli dà il preciso ordine di seppellirlo lì, quando sarà il momento.

The Graveyard

Dalla tomba passiamo al cimitero, "The Graveyard (Il Cimitero)", brano numero otto, il quale è aperto da un riff alla King Diamond e da una tastiera - "organo" meravigliosamente old school. I tempi sono complessi e ben cadenzati proprio come potevano esserlo in un qualsiasi album del Re Diamante, notiamo infatti una propensione ad una struttura molto più articolata, fatta di tempi ben sostenuti e richiami ad un certo tipo di Heavy tecnico che molto fece la fortuna di gruppi come Mercyful Fate ed il progetto solista di King. Verrebbe quasi da pensare, se Steva cantasse in falsetto, di ritrovarsi proprio al cospetto di un brano tratto proprio da "Them" o "Conspiracy". Fortunatamente, però, i Deathless Legacy non sono interessati a scadere nella becera copia di quel che fu, dunque il tutto suona meravigliosamente personale e filtratissimo attraverso quello che sono le reali potenzialità della band, sinceramente troppo avanti per scadere nei tributi fini a loro stessi. La tastiera di Alex, dopo appena quaranta secondi, sembra quasi virare nuovamente su di un sound "tecnologico - cibernetico", espediente adottato in un momento molto concitato, nel quale la band prende a correre in maniera decisa fermandosi solo con l'avvicendarsi del ritornello, arioso e predisposto a suonare quanto più "drammatico" e "declamatorio" possibile. Inutile dire che possiamo apprezzare immensamente sia i momenti più contenuti sia quelli maggiormente veloci, in un continuo alternare di stili che ci mostra forse il lato più tecnico dei nostri. In questa "The Graveyard", difatti, le buone capacità strumentali dei nostri sono ampiamente valorizzate: Sgt. Bones è bene attento a non perdersi mai nei meandri del brano, adattando il suo stile a quello dei repentini cambi di registro, mentre Frater e C-AG1318 sono anch'essi bravissimi in fase di "dettato", impostando alla perfezione il "gioco" dei Deathless Legacy. La notevole carica espressiva di Steva e Alex Van Eden, dunque, giunge a cesellare meravigliosamente il momento, a suon di melodie particolarissime e linee vocali sofferenti e sentite. Soprattutto Alex sfoggia, al minuto 3:09, un sound quasi à la Deep Purple, un tocco di old school che chiama in gioco il sempiterno e compianto Jon Lord. Proprio sullo stile di quest'ultimo, il tastierista si lancia in un bellissimo assolo dal sapore settantiano, perfettamente sorretto (al contempo) da un riff pesante, a metà fra l'hard rock e l'Heavy più pesante e moderno. Una nuova alternanza di Storia e Presente, un connubio straordinariamente esaltante che concede al brano un'andatura incredibilmente Hard 'n' Heavy oriented e che svela ancora una volta di quanta "pazzia" i nostri Deathless Legacy riescano a farcire i propri pezzi. C'è tempo dunque per un ottimo ritornello, ed a malincuore ci avviamo alla conclusione di un autentica perla fra le tante. Un momento spiazzante e coraggioso, che farà la felicità dei tanti amanti di un certo tipo di tecnica e sonorità classiche. Da promuovere a pieni voti. L'evoluzione di "The Tomb" non rappresenta come il suo predecessore un testo derivato da una nobile tradizione letteraria, tuttavia ci presenta un'importante e sicuramente interessante riflessione circa la vita e la morte. Sembra proprio che i Deathless Legacy vogliano stigmatizzare la paura di quest'ultima, cercando di far aprire gli occhi a chi vive, paradossalmente, in funzione della sua futura scomparsa. "Only Death is Real", dice Tom Warrior, e nessuno vuol certo mettere in dubbio il fatto che, prima o poi, le campane suoneranno per tutti. E' altrettanto vero, però, che non bisogna assolutamente "nevrotizzarsi" o comunque sviluppare una sorta di "ansia del trapasso". Come giustamente il gruppo ci ricorda, siamo "i creatori del nostro stesso destino", abbiamo fra le mani un potere inimmaginabile. Tutto il tempo che abbiamo a disposizione è prezioso ed irrinunciabile, irripetibile: possiamo sfruttarlo a nostro piacimento, facendo ciò che amiamo, impegnandoci per fare in modo che il nostro tempo su questa terra possa essere ricordato come positivo e soprattutto impegnato, da noi stessi in primis. Vivere avendo paura della Morte significa, paradossalmente, morire. Rinunciare a godersi il bello dell'esistenza che -pur fra mille difficoltà- possiamo vedere, toccare, far nostro ogni volta che ci mostriamo recettivi e ben disposti. "chi è vivo? Chi è morto?", domanda interessante e paradossale, in quanto alcune volte la calma serafica di un cimitero soppianta decisamente le nevrosi del mondo dei vivi, i quali preferiscono fustigarsi l'anima piuttosto che essere felici, dannandosi dietro mille e sciocche preoccupazioni che gli precludono solamente la reale possibilità d'essere felici. La chiave di volta, comunque sia, è presente nell'ultimo verso del testo, a mio modo di vedere incredibilmente veritiero: "non capisci che viviamo assieme, vivi e morti?", parole all'apparenza semplici ma cariche di saggezza. Quasi a riprendere la dottrina del contrario di Eraclito, secondo la quale l'equilibrio fra due forze opposte determina l'esistenza tutta (non vi sarebbe Pace senza Guerra, ad esempio, o Notte senza Giorno), i Deathless Legacy ci dicono come la Morte, alla fine, non sia altro che una componente della vita stessa. Temerla in maniera spasmodica è sbagliato.. si fa prima ad accettarla come una meta conclusiva, come la fine della nostra avventura, del nostro percorso. Tutti, prima o poi, arriveremo al cimitero.. se nel mentre, però, ci sforzassimo di abbandonare paure cieche ed irrazionali, scegliendo di vivere il tempo che ci è concesso concentrandoci unicamente su ciò che amiamo.. diciamolo, sarebbe molto meglio.

The Dove Has Died

Tornano prorompenti le influenze Goth nell'ottava traccia, "The Dove Has Died (Morto è il Santo Spirito)", aperta da note di tastiera declamate in proverbiale pompa magna. Un lavoro eccelso e magniloquente, accompagnato da un riff serratissimo e ben presto da una doppia cassa selvaggia e belluina, in generale da una sezione ritmica decisamente sugli scudi. Basso e batteria dettano tempi concitati, i quali si dilatano leggermente col proseguo del brano e danno vita ad uno splendido groove, permettendo al brano di filare veloce ed elegante quasi come uno scocco di freccia. Verso il quarantaquattresimo secondo tornano prepotenti le ritmiche scalpitanti e concitate, si continua in questo modo per una manciata di secondi e ben presto i ritmi tornano più ragionati, riacquisendo il groove accattivante percepito qualche battuta prima. Abbiamo un sostanziale rallentamento nelle fasi di pre-refrain e nel refrain stesso, momenti in cui il gruppo decelera per esprimere maggior pathos. Compito che riesce magnificamente ad una Steva in grande spolvero, coadiuvata al solito da una tastiera eccezionalmente drammatica. Dopo il ritornello possiamo udire nuovamente dei "fiati" à la Celtic Frost, e ben presto tornano immediatamente protagoniste le note "cibernetiche" di Alex Van Eden , alle quali il basso e la batteria di Frater e C-AG1318 dettano tempi serrati; così come li dettano alla possente ascia di Sgt. Bones, dedita per tutto il brano ad un riffing serrato e pesante. Dal minuto 2:27 è nuovamente il chitarrista a rendersi protagonista, tirando fuori dal cilindro (ancora una volta) l'anima "Mercyful Fate" dei nostri e lanciandosi in un assolo tecnicamente interessante, molto "sentito", particolarissimo ed a tratti anche splendidamente effettato. Un meraviglioso preambolo che ci porta al ritornello finale, trionfo di drammaticità chiuso dalla risata di Steva e dai fiati sintetizzati, ancora una volta evocanti le bizzarre atmosfere di "Into The Pandemonium". Altro brano estremamente interessante, altro momento degno di nota, seppur meno complesso del brano precedente. Altro pezzo che suona molto diretto ed orecchiabile, dalla struttura non troppo "variegata" ma al solito pregno di influenze ed esperienze assai ben amalgamate fra di loro. Instancabili ricercatori ed attenti osservatori, anche in questo caso i Deathless Legacy ci propongono un testo ispirato ad un'opera letteraria, "Paradise Lost (Il Paradiso Perduto)"; imponente poema epico del '600 scritto e concepito dalla mente di John Milton, fu scritto in versi sciolti e suddiviso in dieci libri, divenuti dodici in una seconda pubblicazione (in quest'ultimo caso, la volontà di tributare la suddivisione dell' "Eneide" di Virgilio è palese). Argomento centrale del Poema è la caduta dell'uomo, la conseguente cacciata di Adamo ed Eva dal giardino dell'Eden e la perdita di ogni tipo di beatitudine e privilegio del quale l'uomo e la donna potevano godere, fintanto che si trovavano nelle grazie di Dio. Come ben sappiamo, argomento centrale di questo episodio biblico è Satana, il quale (sottoforma di serpente) tentò Eva spingendola a gustare il frutto proibito, la mela; l'unico limite imposto da Dio alle sue creature umane, lo ricordiamo, era proprio quello di tenersi alla larga da quell'albero. La figura dell'avversario, del tentatore, diviene notevolmente sviluppata anche all'interno di "Paradise Lost", nel quale Satana assurge a figura principale. Egli è l'angelo caduto, il primo avversario di Dio, colui il quale cerca in ogni modo di spodestarlo dal suo trono per poter governare al suo posto. Un Satana che dunque organizza un esercito per compiere la definitiva scalata verso il regno dei Cieli, per distruggere una volta per tutte il suo acerrimo nemico. I Nostri accendono i riflettori proprio sulla sua personalità guerresca e sul suo piglio generalesco; il Satana dei Deathless Legacy arringa spavaldo le sue truppe, caricandole a dovere la notte prima della battaglia decisiva. La schiera di dannati pende dalle labbra del suo sovrano ed è prontissima a servirlo in tutto e per tutto, senza indugiare o tentennare. Satana ne è ben consapevole, e già gode al solo pensiero di immaginarsi il suo esercito marciare fiero e compatto, schiacciare gli angeli ed i servitori di Dio, senza mostrare pietà alcuna. Strapperanno loro le ali, dilanieranno le loro carni, il Paradiso si tingerà di rosso sangue ed il Male calpesterà trionfante i cadaveri dei soldati di Dio. La marcia finale sta per iniziare, la Guerra eterna conoscerà finalmente il suo culmine. Nei versi finali viene esplicata, poi, la volontà ultima di Satana. Egli è pronto a risorgere, spiegando le sue immense ali. Di chi è la colpa di questo eterno conflitto? Di chi è la colpa di questo futuro spargimento di sangue? A detta dell'arcidemone, di Dio in persona, della sua tirannia, del suo orgoglio smisurato. I Deathless Legacy hanno sicuramente subìto l'involontario fascino del quale Milton ha caricato la figura di Satana: intento del poeta era quello, infatti, di trasmettere col suo poema il senso della provvidenza eterna, sperando di far luce sul conflitto fra quest'ultima ed il libero arbitrio. Di tutt'altra convinzione era invece il pittore William Blake, il quale illustrò "Paradise Lost" e rimase a sua volta affascinato da determinate immagini, dichiarando quanto segue: "Milton stava dalla parte del Diavolo, senza saperlo". Un po' come fu per la "Divina Commedia", la quale agli occhi di molti è risultata affascinante proprio per via delle truculente descrizioni dell'Inferno, così il poema di Milton. I Deathless Legacy sono stati bravissimi a catturare l'essenza del personaggio Satana all'interno del poema, dando vita ad una sorta di mini-discorso bellico capace di infiammare l'animo di tutti i loro seguaci. Possibile che questo testo possa essere letto, alla luce dell'adunanza, come una sorta di dichiarazione di intenti, di volontà "affermativa"? Pensateci: i Nostri che risorgono dalla tomba (riferimento al precedente album) ed organizzano un esercito ("the Gathering", appunto) per tentare una vittoriosa scalata. Secondo il sottoscritto, il tutto suona abbastanza bene.

Smash Your Idols

E' la chitarra di Bones ad aprire il penultimo brano del lotto, "Smash Your Idols (Distruggi i tuoi idoli)". Un riffing serrato ed in crescendo, che aumenta man mano di volume e ben presto viene raggiunto dalla tastiera di Van Eden, continuando a correre mantenendo intatta la sua intrinseca sostenutezza. Compare Steva per un frangente, declamando i primi versi, per poi lasciare nuovamente spazio ad una chitarra incalzante e a dei sinistri sibili.. preludio ad un'autentica esplosione di intensità la quale si palesa di lì a poco, con la cantante decisamente sul pezzo e sugli scudi. Non è un caso che Steva, in questo disco, abbia aumentato notevolmente l'emotività delle sue performance: proprio qualche tempo fa, aveva avuto modo di mostrarsi alle prese con un brano storico della musica italiana, quel "Ti Sento" dei Matìa Bazar che in maniera a dir poco emblematica e quasi antonomasica rappresenta un certo tipo di musica assai "sentita" e basata su di un coinvolgimento che definiremmo totale. Bordate di scintille ed emozioni che volano, anche in questo caso Steva è intenta a rapirci col suo cantato esplosivo, inserito in un contesto magnificamente gotico e decadente. Si re-indugia nuovamente in sound "cibernetici" in fase di pre-refrain, ed anche nel ritornello (in cui le note risultano comunque più lunghe e più "atmosferiche" che guizzanti e veloci); suoni industrial presentissimi nei momenti che precedono l'inizio della seconda strofa, la quale non cambia registro e risulta sempre ben condotta da una ritmica quadrata e da un Bones che marcia spedito come un Nazgul alla ricerca dell'anello. Pre-refrain e refrain riproposti come in precedenza, ed abbiamo dunque una significativa riduzione della velocità a partire dal minuto 2:44. Le note di pianoforte, unite a scampanellii vari, sono intervallate unicamente dai "tuoni" generati da Sgt. Bones. Tornano basso e batteria, la ritmica è incredibilmente doomeggiante mentre la voce effettata (il giusto) di Steva declama i versi del testo, più che cantarli. Si ritorna a camminare con l'arrivo di un altro bell'assolo del chitarrista, il quale estremizza ancora di più le sue radici mostrandoci anche cos'ha avuto modo di imparare dopo prolungati ascolti di gruppi moderni come White Zombie. Incedere Heavy e pesantezza "alternative", momento da ricordarsi ed è subito il momento per l'ultimo ritornello, nel quale una Steva drammatica e minacciosa dà sfoggio per l'ultima volta delle sue doti, per poi lasciarci in compagnia di meste e tristi note di pianoforte. Cultura profusa ancora una volta all'interno delle liriche: ad essere chiamato in causa, dopo Lovecraft e Milton, è nientemeno che il celeberrimo filosofo tedesco Friedrich Nietzsche. I Deathless Legacy accendono la luce su una sua opera in particolare, "Il Crepuscolo degli Idoli" (in tedesco  "Götzen-Dämmerung", gioco di parole che richiama il famoso "Crepuscolo degli Dei", opera di Wagner), nella quale il pensatore criticava apertamente la cultura dominante del suo presente. Una critica rivolta non solo alla società tedesca (definita addirittura "grezza" nei modi, "barbara") ma anche a quella della Francia, dell'Italia e dell'Inghilterra. Contro tutti gli odierni "rappresentanti" di questa "nuova" cultura, Nietzsche antepone grandi figure del passato: possiamo citare in questo senso Giulio Cesare, Goethe, Napoleone, Tucidide, Dostoevskij, esseri umani ritenuti grandi dal filosofo, e soprattutto "sani", lontani dall'inquinamento culturale del suo presente. Contro il concetto di "morale" e dunque di "idolo" ed "ideale", Nietzsche propone la sua "filosofia del Martello", ovvero uno strumento di rottura; un qualcosa che potesse scardinare il concetto di moralità imperante dei suoi tempi (egli stesso si definiva un immoralista) il quale impediva all'uomo il vero progresso, ovvero gli precludeva la possibilità di compiere il passo che lo avrebbe tramutato da "scimmia" in "Ubermensch", ovvero nel "superuomo", l'essere perfetto. Un discorso che i Nostri fanno loro, comunicandoci di "rilasciare" i finti valori, di distruggere i nostri attuali valori (la smania dell'accumulo, l'orgoglio, la fame di ricchezza ad ogni costo) per abbracciare il divenire, l'essenza stessa di una vita che non può essere soggiogata da nevrosi ed anche da paure (come quella citata in "the Graveyard", ad esempio. I Nostri concludono il discorso citando un passo di un'altra importante opera di Nietzsche, ovvero la celeberrima "Così Parlò Zarathustra": "Guardate come si arrampicano, queste agili scimmie! Si arrampicano l'una su l'altra, e vanno così nel fango e nell'abisso. Voglion tutti accostarsi al trono: è la loro follia - come se la felicità stesse sul trono! Spesso sul trono sta il fango, e spesso anche il trono è sul fango. Mi sembrano tutti folli costoro, e scimmie rampicanti, ed esaltati. Il loro idolo pute, il freddo mostro; putono tutti insieme questi adoratori dell'idolo". La smania di idolatrare, di inseguire una falsa bandiera, di trincerarsi volutamente in un mondo falso, bugiardo, nevrotico e soprattutto arretrato: un sistema di falsi valori antitetico a quello dei Deathless Legacy, i quali propongono invece un qualcosa di totalmente opposto. Da bravi filo-Crowleyani, difatti, tutta la loro esperienza può essere vista come una grande manifestazione del "Do What Thou Wilt". Fa ciò che senti, semplicemente.. senza perdere tempo dietro dogmi di ciascun tipo.

The Skeleton Swing

Giungiamo dunque alla fine (ahinoi) di questa nuova avventura nel mondo dei Deathless Legacy, i quali si congedano da noi con un brano imprevedibile e sinceramente sorprendente, nella sua brevità. Aperto inizialmente da rumori cimiteriali e sepolcrali, "The Skeleton Swing (Lo Swing dello Scheletro)" non impiega poi molto a spezzare ogni tipo di idea che potevamo esserci fatti, ascoltando questi primi secondi. Se speravate in un contesto stile "The Tomb" siete fuori strada, ma la vostra "delusione" verrà presto e completamente dissipata quando il basso di C-AG1318 suonerà la carica per l'inizio di questo allegro e travolgente pezzo. L'atmosfera è incredibilmente ballabile e festosa, riprende a piene mani dagli stilemi Rock 'n' Roll per poi tingere il tutto di Goth, creando un fantastico ed irresistibile intreccio di sonorità cupe ma al contempo irriverenti, simpatiche e "mortuarie". Esiste, il termine Gothabilly? In caso di risposta negativa, mi sia concesso di coniarlo sul momento, in quanto penso sia l'unico modo per poter descrivere questa folle danza macabra. Una festa horror alla quale tutti siamo invitati e nella quale il gruppo fa di tutto per farci divertire e perdere letteralmente la testa. Per essere un party di zombie e fantasmi, scheletri e non morti, l'atmosfera è fin troppo vivace: Alex sembra posseduto da Jerry Lee Lewis mentre la chitarra di Bones incede come una saetta, donandosi completamente alla causa Rock 'n' Roll ma non scordando di farci udire la pesantezza di quel sound tipico del Metal anni '90; Steva riesce sempre a dimostrarsi emozionata quanto basta anche se in questo preciso frangente i versi sono un susseguirsi serratissimo di parole pronunciate in maniera lesta, mentre la sezione ritmica tiene perfettamente botta (ed un applauso sincero va rivolto a Frater e C-AG1318, autori anche in questo caso di una grande prestazione) dettando ritmi veloci ed infernali. Si prosegue dunque su questo stilema, abbiamo un solo rallentamento verso il minuto 1:56, un piccolo attimo di tregua: Van Eden emette note che danzano come fuochi fatui nella notte mentre la chitarra di Sgt. Bones diviene sicuramente più melodica ed incline a stilemi più tipici dell'Heavy. Da segnalare l'interessante ritmo scandito da Alex, ottimamente inserito anche in questo breve break, presto interrotto da un botta e risposta di chitarra e batteria che ci ricatapulta immediatamente nel contesto Goth 'n' Roll. Per un momento possiamo udire solamente Steva accompagnata dal ritmo di Frater, ma ben presto il ritornello esplode in tutta la sua potenza e torniamo a ballare come dannati, totalmente rapiti da quest'atmosfera unica nel suo genere. Il finale è quanto di più concitato possiamo trovare nell'intero brano, con ritmiche che rasentano quasi il "blast beat". Un'ultima scarica prima della quiete finale, e con il "buh!" di Steva, dunque, il sipario cala su questo splendido "The Gathering". Proprio come la musica, anche il testo di quest'ultimo brano sembra tendere la mano verso un concetto di orrore visto comunque come giocoso e quasi spiritoso. Una specie di "Black Humor", potremmo così definirlo, tuttavia intelligente e debitore di molte tradizioni (non semplicemente uno scherzare sulla morte, cosa che chiunque potrebbe fare). In un'autentica visione della morte stigmatizzata e resa quasi divertente (verrebbe da pensare al party di Halloween che i Type O Negative immaginavano nella loro "Halloween in Heaven"), vediamo un protagonista spaventato a morte da visioni e voci sepolcrali, le quali lo chiamano a gran voce e lo attirano a loro. Impossibile non farsi saltare in mente il celeberrimo spirito Beetlejuice: la figura eletta a cerimoniere della festa, infatti, sembra ricalcare il suo aspetto zombesco e soprattutto la sua carica di ironia dissacrante. "Memento mori!!", si urla al povero protagonista, al quale non resta altro da fare che farsi trascinare in questa danza organizzata a posta per lui. Egli è morto, in definitiva: anziché rimpiangere la vita terrena, può dunque lasciarsi andare a questa grande festa e ballare con gli scheletri, segnando il suo definitivo passaggio dalla vita terrena a quella dell'oltretomba. Il terrore ancora persiste, ma il gelido sorriso degli scheletri sembra in qualche modo dissiparlo. Senza rendersene conto, il novello deceduto comincia a scuotere il suo sedere al ritmo incalzante della dannata orchestra, ritrovandosi agghindato come un novello Fred Astaire con tanto di bastone e cilindro. Abbracciare la morte, dunque, è l'unica cosa da farsi. Stare a rimuginare sugli eventi passati non ha senso, né tanto meno ce lo avrebbe disperarsi per ciò che si è perso. Dopo tutto, ci si sta imbarcando verso una nuova dimensione dell'essere. Diceva il celeberrimo José Mojica Marins nei panni del becchino Ze Do Caixao che la vita altri non è che l'inizio della morte.. dunque, che festa sia!

Conclusioni

Non piove sul fatto che i Deathless Legacy siano cresciuti in maniera esponenziale dal loro esordio. Se in "Rise.." era soprattutto la "foga giovanile" a consacrarli come una band dal grande potenziale (una foga tradotta in voglia di osare e shockare come pochi sanno fare, attualmente), in questo caso ci troviamo sì di fronte ad una scalpitante frenesia tipica del gruppo con ancora tanta voglia di dimostrare.. ma, al contempo, cominciamo a vedere in maniera netta i primi segni di una importante maturità. La quale si traduce in diversi fattori riscontrabili lungo l'ascolto di questo "The Gathering"; ancora una volta ci troviamo dinnanzi all'impossibilità di catalogare il genere d'appartenenza di questo combo toscano. In molti lo definiscono Heavy Metal, e se forse è questo lo stilema a fungere da solida base per tutto il resto, tuttavia non si può esaurire nei due termini inglesi la pura essenza di una band capacissima di destreggiarsi all'interno di un panorama vastissimo, riuscendo a non indugiare nello sperimentalismo fine a sé stesso. Al contrario, ogni excursus è perfettamente ragionato, frutto di una conoscenza musicale notevole e da una grande poliedricità di fondo, propria di tutti i componenti. Quando in una band si è in tanti e si decide di far combaciare le proprie vedute anziché contrastarle in nome dell' "io", ecco che dischi come "The Gathering" possono vedere la luce del sole, facendosi apprezzare per estro e pazza genialità. Rockabilly, Goth, Heavy, suoni quasi "industriali", giocosi ed angoscianti, evocativi e tetri.. tanti affluenti capaci di dipanarsi da un profondissimo Abzu creativo. Da non sottovalutare, poi, la complessità dei testi propostici: ancora passi avanti da "Rise..", il quale aveva certamente la sua complessità scritturale; nel caso di questo nuovo disco, però, possiamo notare uno sforzo culturale notevole, anche maggiore che in precedenza. Mitologia mesopotamica e mediorientale, letteratura, filosofia, riferimenti cinematografici, tutto in questo senso riesce a creare un folto caleidoscopio di tematiche le quali non si esauriscono nel semplice contesto dell'orrore visto come un qualcosa di "topico" e "cristallizzato". I vari volti della paura vengono infatti indagati e sviluppati nella loro interezza, così come le varie facce del pensiero esoterico / filosofico hanno modo di essere trattate in maniera molto approfondita e mai superficiale. Bisogna senza dubbio accogliere con grande entusiasmo uno sforzo musicale e testuale di tal calibro. I Deathless Legacy potevano tranquillamente optare per la perpetrazione di una formula standard andando così a giocare sul sicuro.. invece, non lo hanno fatto. Hanno osato ancora di più, si sono spinti ancora più oltre. Stanno crescendo e, Cthulhu mi sia testimone, sono veramente contento di avere nella mia nazione realtà così camaleontiche e mai banali. Promossi ancora una volta a pieni voti. Fate vostra una copia di "The Gathering" ed immergetevi a capofitto nel mondo di questi ragazzi.. non ve ne pentirete, anzi, vi assicuro che potrete sicuramente (addirittura) uscirne anche più acculturati di prima! Con una sana dose di paura e brividi lungo la schiena in più, ma questo era sottinteso.

1) The Gathering
2) Circus of The Freaks
3) Phantom Manor
4) Baal
5) Wolfgirl
6) Tiamat
7) The Tomb
8) The Graveyard
9) The Dove Has Died
10) Smash Your Idols
11) The Skeleton Swing
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