DEATH

The Sound of Perseverance

1998 - Nuclear Blast Records

A CURA DI
ANDREA FUMAGALLI
28/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Eccoci dunque giunti a quello che è l'ultimo album dei Death, uscito nel 1998 sotto l'ala della della "Nuclear Blast". Quel "The Sound of Perseverance" il quale, di fatto, pone fine all'operato del gruppo guidato dal tristemente scomparso Chuck Shuldiner. Un album, questo, dove le influenze e le velleità progressive di Chuck emergono prepotentemente per dare ai pezzi un connotazione tipica, particolare, sempre diversa ed a tratti complessa, cervellotica. Un album, questo, che ha una sua personalità; incredibilmente spiccata, del resto lo capiamo sin da subito. Sin dalle prime note di "Scavenger of the Human Sorrow", indimenticabile opener di questo altrettanto indimenticabile (e forzato) commiato. Un album dotato, oltre che di un contenuto decisamente originale, anche di un background particolare. Venne infatti composto da Schuldiner dopo che quest'ultimo aveva dato vita ad un suo progetto parallelo, i Control Denied, frangente nel quale Chuck poteva abbandonare l'aggressività tipica del Death Metal per concentrarsi sugli aspetti più introspettivi della sua musica. Quelli più ricercati e particolari, originali ed estrosi. Chiaramente, anche i Death dovevano ricevere lo stesso trattamento, dal loro master mind; almeno per un ultima volta, qualora fossero reali (ma mai lo sapremo) le voci che avrebbero visto i Death "sciogliersi" dopo quest'ultima release. E così il Nostro, che per nulla al mondo avrebbe rinunciato ad una trionfale uscita di scena della sua prima, vera creatura, si preoccupò di reclutare una nuova line-up, come al solito composta da musicisti preparatissimi ed in grado di concretizzare le sue innumerevoli idee. Una ricerca che, come vedremo fra poco, non lo impegnò nemmeno molto. Anzi, possiamo quasi dire che la nuova formazione si compose praticamente da sé. Ecco quindi che alle chitarre troviamo Shannon Hamm ed al basso Scott Clendenin (recentemente scomparso), mentre alla batteria spicca il nome di Richard Christy. Non un caso, dicevamo. Proprio perché il terzetto faceva già parte dei già citati Control Denied. Evil Chuck non dovette quindi far altro che dirottare i suoi compagni verso nuovi lidi, rendendoli capaci di suonare in un disco dei Death (tant'è vero che diversi dei brani presenti in "The Sound.." erano stati in origine proprio pensati per il nuovo progetto di Schuldiner). Premesse già di per sé incoraggianti, se pensiamo poi (come già detto) che a patrocinare l'operazione fu nientemeno che la "Nuclear Blast", un'etichetta ben conosciuta  già allora, e che poteva sicuramente garantire al gruppo un'adeguata promozione, anche se di fatto la band era ormai conosciuta a sufficienza; senza che servisse chissà che opera promozionale, per darle ulteriore risalto. Proprio per questo motivo, il colosso vide bene di convincere Schuldiner a realizzare un nuovo disco dei Death, operazione che avrebbe senza dubbio riscosso più successo di un disco dei Control Denied (il cui esordio, lo ricordiamo, venne rilasciato un anno dopo: "The Fragile Art of Existence", del 1999, licenziato sempre dalla "Nuclear Blast"). Detto fatto, la formazione si chiuse nei "Morrisound Studios" di Tampa, affidandosi alle cure di Jim Morris (produttore, ingegnere del suono, responsabile mixing e mastering); il risultato fu dunque "The Sound of Perseverance", un disco che si presentava "particolare" e decisamente "astratto" persino dalla copertina . L'artwork dell'album venne infatti affidato a Travis Smith (collaboratore di nomi del calibro di Anathema e Bloodbath), il quale creò un dipinto capace di sposarsi perfettamente con le composizioni e le liriche tipiche di "The sound?". Vediamo infatti una grotta, che sembra dare sull'ignoto, mentre diversi uomini sono intenti a scalarla e a cercare di entrarvi. Sembra poi di vedere la parte interiore di ogni persona raffigurata, quella parte di noi stessi che magari non conosciamo ma che cerchiamo comunque di capire; una sorta di viaggio nella nostra persona per comprenderci e conoscerci fino in fondo. Proprio in virtù di tutto questo, "The Sound of Perseverance" fu un album che al tempo creò un po' di scompiglio tra i fan della band: sicuramente fu (ed è tutt'oggi) una album particolare, come tutti quelli dei Death del resto, e anche i seguaci del combo floridiano se ne accorsero immediatamente. Alcuni si ritrovarono spiazzati di fronte alla pesantissime influenze progressive che Chuck aveva inserito nel nuovo album; non che i Death fossero lontani dalle sonorità tipiche del Death, tuttavia in "The Sound of Perseverance" ci troviamo di fronte a riff che rimangono votati ad alcuni stilemi melodici alcune volte viranti verso il metal più classico. La brutalità pervade si il disco ma è una brutalità diversa da quella che possiamo trovare in "Human" piuttosto che in "Symbolic". Un qualcosa di ragionato e maggiormente ponderato, intrecci tipici delle influenze classiche di Schuldiner.. ed addirittura un tributo ai Judas Priest, qualche anno prima ritornati in cima alle classifiche dopo il tellurico "Painkiller", il quale spazzò via le tiepide accoglienze invece riservate a "Ram it Down" e "Turbo"Chuck e i suoi Death si concentrarono in seguito su di un tour promozionale, il quale portò quindi il nuovo disco ad acquisire una più che discreta veste live, rivelando in questo modo le sue intrinseche qualità. I brani funzionavano, potevano suonare dapprima spiazzanti.. ma sul palco mostravano in modo schietto ed onesto tutto il loro grande potenziale.  In seguito, Chuck ritornò ai Control Denied, i quali (lo ricordiamo) esordirono nel 1999 con "The Fragile art of Existence".. questo, dopo che il Nostro giunse a conoscenza della malattia che lo affliggeva. Una malattia che purtroppo lo portò a dover lasciare questa terra anzitempo. La notizia della morte di Chuck arrivò infatti come una saetta il 13 Dicembre del 2001. Una battaglia estrema, la sua, condotta fino alla fine con la tenacia e la forza che l'hanno sempre contraddistinto. Una guerra contro una delle malattia più terribili che ci possano colpire. Inizialmente, Chuck accusava unicamente dei dolori muscolari localizzati sotto la nuca. Quello che di certo non poteva immaginare era che un cancro al cervello lo stesse divorando lentamente. Ma tanto fu, Chuck non si disperò, continuando ad andare avanti come al solito, suonando e facendo le cose che più gli piacevano, senza demordere un solo giorno. A volte, però, la tenacia non basta e anche chi combatte senza sosta può cadere sotto il nemico. L'importante è che Chuck ne sia comunque uscito a testa alta, dimostrando fino alla fine che il suo carattere e la sua personalità non si sarebbero piegate neanche davanti alla morte.

Scavenger of Human Sorrow

 Si inizia quindi alla grande con "Scavenger of Human Sorrow (Divoratore dell'umana tristezza)".  Un fill di batteria ed un lick fulmineo di chitarra danno quindi vita a questo primo pezzo del disco, il quale promette sin da subito di mostrarci qualcosa di nuovo, seppur brutale e maestoso. Un riff potente e massiccio si abbatte sull'ascoltatore, ben sorretto da una batteria fantasiosa e sempre interessante, la quale opta per delle dinamiche mai prevedibili, arricchendo il suo drumming di continui espedienti molto tecnici e piacevolmente "incastrati" nell'intero organico, donando grande varietà. L'acida voce di Chuck irrompe sugli strumenti prima che l'ensemble si concentri su un riff meno pesante e più introspettivo, dove chitarre batteria e basso danno vita ad un momento emozionante, in grado letteralmente di incantare l'ascoltatore. Ecco che si cambia ancora, uno stacco di chitarra intervallato da un aggressivo armonico artificiale ci porta prima ad un altro momento più lento e poi, con una rullata di batteria, ad una fulminea ripartenza. Siamo ora lanciati a tutta velocità, spinti da un riff impressionante in quanto a bellezza; insomma, un brano che non ci lascia respirare un attimo, e ci coinvolge grazie ad un corpus ricco e variegato. Un'altra rullata e un nuovo attacco frontale condotto ai danni dell'ascoltatore, ed ecco che dopo questa fase emerge solo un lick di basso al quale si aggiungono le chitarre, in uno dei riff dove le influenze più progressive vengono messe in luce. Tecnica ed emozioni, ecco l'assolo di chitarra. Potrei definirlo magistrale, o stupendo.. ma qualsiasi aggettivo si sprecherebbe, decidete voi. E dopo una parte iniziale più aggressiva, eccoci arrivati ad un frangente del solo dove la chitarra viene fatta urlare a dovere, facendo letteralmente faville. Si riprende il riff iniziale e ci si lancia nuovamente nella strofa: la struttura si ripete, ecco che ci troviamo di nuovo di fronte al magistrale rallentamento già incontrato, il quale riesce ad incantarci ancora una volta. Si arriva così ancora una volta all'accelerazione anticipata da una rullata di batteria, che costituisce il momento più intenso del pezzo. Sfido chiunque a non emozionarsi di fronte ad un riff perfetto e stupendo come questo. Possiamo quindi accommiatarci da questa opener, la quale ci ha presentato dei Death per certi versi differenti dai "soliti", ma comunque sempre avvincenti. Nel testo si parla del dolore in generale, ed in particolare ci si riferisce a chi del dolore si nutre. Vale a dire, chi si approfitta dell'altrui tristezza per arrivare a realizzare i propri obiettivi. Da qui il titolo "Scavenger of Human Sorrow", nel quale notiamo per l'appunto una parola che descrive in pieno la tipologia di persone delle quali parliamo. "Scavenger", infatti, è stato reso nell'adattamento italiano proposto ad inizio descrizione come "divoratore"; anche se una traduzione fedele risulterebbe essere "spazzino", o più metaforicamente "sciacallo-avvoltoio". Animali, come sappiamo, che preferiscono nutrirsi di cadaveri anziché cacciare a viso aperto. I quali aspettano che il predatore alfa abbia lasciato loro qualche carcassa ridotta a brandelli, sui quali si potranno fiondare. Detto fatto, Chuck si scaglia contro questi personaggi, descrivendone le gesta e condannandole apertamente. Per assaggiare la disperazione è sempre, purtroppo, l'ora giusta: quindi, lo spazzino ha sempre di che festeggiare e banchettare sui "cadaveri" generati dal dolore. Chuck, in maniera aggressiva, ci dice (o meglio ci urla) che lui non cederà di fronte a questo comportamento, che non si piegherà davanti a questa creatura che vive assaggiando l'anima degli uomini. Quel che lui è non sarà mai alla mercé di nessuno. Potrà essere triste ma nessuno si approfitterà mai delle sue debolezze, nemmeno per sogno. Già da questo testo capiamo quindi quanto il carattere del Nostro fosse determinato ed incredibilmente fiero / orgoglioso.

Bite the Pain

Proseguiamo quindi con "Bite the Pain (Mordi il dolore)": un riff in tapping sorretto dalla chitarra ritmica e da fill di batteria sempre interessanti ci conducono quindi alla prima strofa, mediante questa "intro" assai particolare e decisamente ben azzeccata, ponderata al punto giusto. Tutti i suoni sono calibrati al millimetro e l'ottima produzione, in questo senso, ha fatto sicuramente il suo dovere. Inizialmente, il pezzo risulta essere calmo e riflessivo, per poi aggredire l'ascoltatore sulla base di bicordi possenti e ritmati. La doppia cassa della batteria emerge prepotentemente e ci porta ad uno stacco cadenzato e progressive, che a sua volta ci porta quindi al refrain, il quale viene raggiunto al solito in maniera non certo "convenzionale". Varietà di stili e di struttura, nulla viene lasciato al caso e nulla risulta essere noiosamente prevedibile. Dopo una rullata di batteria, dinamicamente l'intensità del pezzo cresce prima con l'assolo di Hamm e poi con l'ingresso dell'aggressiva chitarra di Schuldiner, il quale con un bending molla una vera e propria rasoiata sul volto dell'ascoltatore, che si trova ancora una volta stupito e spaesato. Un bel modo di entrare in scena e dunque "rubarla", come il Nostro è solito fare. Si riprende il riff portante e si va quindi verso una nuova strofa. Stacco maggiormente cadenzato e si va ancora una volta al refrain, che a sua vlta ci porta alla conclusione del pezzo. Brano per nulla noioso e dotato di continue variazioni che senza dubbio riescono nell'intento di coinvolgerci, ancora una volta. Il testo di questo brano si rivolge in particolar modo  a chi vive nel rimpianto di qualcosa che non è stato in grado di fare. Una sensazione comune quasi alla totalità degli esseri umani, una delle più comuni in cui ritrovarci, nostro malgrado. L'imprevedibilità della vita, d'altro canto, non ci permette mai di poter compiere una scelta avendo a disposizione SEMPRE una certezza matematica. Volenti o nolenti, siamo costretti spesso ad imboccare una strada, non potendo fare a meno di chiederci cosa ci fosse però nell'altra. E se questa fosse stata più adatta, se a non potercela far percorrere sia stata solo una mancanza di coraggio e nulla più. Si esortano dunque queste persone a non soccombere di fronte alle difficoltà che hanno trovato sul percorso della loro vita, ma al contrario di "mordere il dolore" e di nutrirsi di questo per andare avanti. Anche se in un primo momento possiamo credere che tutto sia per noi perfetto, cercando bene potremmo un giorno trovare alcune ferite da colmare, con la caparbietà e la voglia di andare avanti, imparando dagli errori commessi nel passato. Nessuno di noi possiede la formula magica, quella che ci permette di passare dal punto "A" al punto "B" senza intoppi. Quando gli ostacoli si paleseranno, perché lo faranno sicuramente, non potremo fare altro che farci trovare pronti ed in guardia, pronti a mordere e combattere.

Spirit Crusher

Terzo brano del lotto, arriva quindi il momento di "Spirit Crusher (Distruttore dello spirito)", singolo estratto per il quale venne addirittura realizzato un videoclip, ottenuto mediante la riproposizione di una performance live dei Death svoltasi ad Eindhoven. La stessa performance che venne poi riproposta in un vero e proprio live album, il "Live in Eindhoven" del 2001. Addentrandoci in discorsi prettamente musicali, ecco il basso dare vita al pezzo con un riff poi ripreso dalle chitarre, seguite a ruota dalla sempre dinamica e fantasiosa batteria di Christy. Dopo la prima strofa si arriva ad una sezione più massiccia, dove gli strumenti incedono inesorabili verso l'esplosione condotta a folle velocità, che ci porta ad uno stacco di chitarra sulla quale poggia il refrain della canzone.  "No guilt, it feeds in plain sight, Spirit Crusher, Stay strong and hold on tight, Spirit Crusher!!"; ecco le significative parole che compongono il ritornello, il quale in tutta la sua malvagità si palesa per colpirci, e ci conduce quindi verso uno stacco di chitarra che detta un nuovo riff sempre veloce ma molto più "assimilabile". La cavalcata degli strumenti permette a Chuck di continuare con il testo del pezzo fino ad arrivare alla sezione degli assoli, eseguiti prima da Schuldiner e poi da Hamm. Il primo contraddistinto da uno stile più aggressivo, da una pennata alternata tagliente e precisa mentre il secondo forse più melodico ed espressivo. Ecco che il gruppo esce dagli assoli con un nuovo riff per andare poi a riprendere proprio il riff portante, ripetendo tutto il pezzo sino ad arrivare al refrain, il quale viene riproposto due volte dando modo a Chuck di esprimersi con un acuto finale da pelle d'oca. Arriviamo poi allo stacco di chitarra e alla veloce cavalcata che conclude dunque questo pezzo. Non un caso, vista la sua potenza, il fatto che sia stato scelto come unico singolo di lancio del disco tutto. Nel testo ci si abbandona a quello che è ormai sembra essere il concept dell'intero platter, vale a dire la capacità dell'uomo di resistere di fronte alle avversità della vita, mediante viaggi introspettivi, indirizzati alla conoscenza di noi stessi. È così che l'uomo, trovandosi davanti ad un "Distruttore di Spiriti" vale a dire un qualsiasi ostacolo che pare insuperabile, come una malattia o un improvviso accadimento, deve resistere e combattere duramente. Senza cedere di fronte a questo "distruttore" che per la sua stessa natura si ciba delle persone, della loro anima, riducendole ad un'esistenza vuota e infelice. Non lo dobbiamo odiare,  è la sua naturale attitudine quella di procurare dolore e nessuno potrà mai ricacciarlo dalle profondità oscure dalle quali proviene. In un certo senso, è un essere che vive talmente a stretto contatto con noi da potersi considerare una sorta di alter ego. I problemi, del resto, vengono spesso ingigantiti dai nostri modi di approcciarci. Più il nostro atteggiamento è negativo, più essi divengono insormontabili. Se li affrontiamo di petto, invece, possiamo in qualche modo cavarcela, in un modo o nell'altro. Non dobbiamo quindi ignorare il tutto, né sperare che se ne vada.. dobbiamo invece affrontarlo, prenderci confidenza, capire. Solo in questo modo non saremo mai succubi del Distruttore ma anzi riusciremo a domarlo, a renderlo impotente. 

Story to Tell

Prima metà del disco chiusa da "Story to Tell (Una storia da raccontare)". Troviamo in questo brano una partenza più lenta e riflessiva, "spettro" di quel che si rivelerà essere l'intero brano: senza timori di smentita, definibile come uno dei più articolati dell'intero album. Ecco che dopo un coinvolgente lick di chitarra si va alla strofa, cadenzata e in grado di tenere alta la nostra attenzione, grazie alle sue particolari dinamiche.  Si ha una variazione nel mezzo della stessa strofa, la chitarra disegna un lick che ci porta ad una sezione più pesante dove le chitarre diventano dure e rocciose. Ecco che gli strumenti cessano di suonare e si riprende dopo poco con un nuovo riff, in una sezione ancora una volta cadenzata e riflessiva che sfocia in uno stacco ancora una volta duro ed intricato, dove Chuck inserisce il refrain.  Dopo quest'ultimo, ecco che si va agli assoli: inizialmente le chitarre sono aperte e sognanti ma dopo un furioso bending l'atmosfera si incupisce sino ad arrivare ad una sezione più intricata dove si continua con l'assolo. Gli strumenti tacciono un'altra volta e si prosegue verso un'altra sezione. I riff e i lick di chitarra richiamano atmosfere addirittura orientali e ci si avvia verso una fase dl pezzo dove l'impianto ritmico supporta le continue variazioni di chitarra.  Si ha un nuovo stacco e si riprende la strofa. La struttura del pezzo viene poi ripetuta incluso il refrain, che chiude il brano di netto. Un folle viaggio attraverso tutta la tecnica e l'estro compositivo di quel geniale personaggio che corrisponde al nome di Chuck Schuldiner. Ecco un altro testo dove la perseveranza dell'essere umano, intesa come valore supremo, viene messa in primo piano. Si parla di una storia da raccontare, la storia di ognuno di noi. Fatta di episodi pieni di difficoltà e fiducia, momenti belli e brutti, frangenti favorevoli ed altri decisamente meno. Ogni storia può essere raccontata, da chi hai il coraggio di aprirsi verso chi merita; una storia che potrà anche aiutare chi è in difficoltà, facendogli capire che non si è mai soli e che anche la più brutta delle situazioni è stata magari condivisa, una volta, in un modo o nell'altro. Le nostre storie sono praticamente imprevedibili e sempre riscrivibili, almeno finché abbiamo facolta di vivere. E' per questo che dobbiamo andare avanti senza credere che la storia possa avere un finale già scritto. Basta rileggere e rileggere il libro della nostra vita per capire che non sarà così. A ben pensare, quante volte ci sembra di andare in una direzione ed invece dopo ci si ritrova su un'altra strada; e forse Chuck ci sta comunicando proprio questo, dicendoci della necessità di adattarsi a quello che il futuro ci riserva, senza dare peso a dubbi o incertezze. La nostra saga sarà scritta dalle nostre mani, ed è necessario essere in grado di poter mantenere sempre la nostra autonomia di scrittori. Senza mai scoraggiarsi, perché si può sempre aprire un nuovo capitolo, quando uno viene chiuso.

Flesh and the Power it Holds

Seconda metà aperta da "Flesh and the Power it Holds (La carne ed il potere ch'essa detiene)", altro pezzo sui generis come il precedente, dove le "nuove" influenze caratteristiche del background questo disco emergono maggiormente. Abbiamo un bel riff in partenza, che conduce ad uno stacco di chitarra armonico e orecchiabile ben sorretto da un drumming fantasioso e in grado di destare da subito la nostra attenzione. Ancora un cambio di riff e si parte quindi con un riff più scattante, sul quale viene "spalmata" la prima strofa. Ecco il refrain, composto da bicordi armoniosi che si susseguiono fino a che, dopo poco, si riprende sempre con la strofa. In un gioco di alternanze continue, ecco nuovamente il ritornello, questa volta sorretto da una doppia cassa bella solida, che conferisce potenza al riff. Il degno preludio al palesarsi di uno stacco più intricato che ci conduce alla fase centrale del pezzo, dove chitarre pesanti e serrate, sempre sorrette da un drumming efficace, ci conduco ad una fase dove i riff cambiano e si dà quindi vita ad un'alternanza tra un riff più aperto ed un altro più serrato e granitico. Ecco uno stacco che spezza in due la tensione che si è finora creata, e poi l'ingresso di un arpeggio di chitarra ingrossato dal chorus. La chitarra di Schuldiner dà inizio ad un assolo seguito da un arpeggio di basso, che anticipa l'ingresso delle possenti chitarre che a questo punto sorreggono il basso, divenuto l'assoluto protagonista di questa sezione. Si riparte con il riff della strofa per poi arrivare al refrain. La strofa viene ripresa così come viene ripreso il refrain, sempre appesantito dalla doppia cassa. Si arriva quindi allo stacco di chitarra maggiormente intricato sentito pocanzi, per poi arrivare al riff maggiormente serrato anch'esso già sentito, sino al susseguirsi dei riff che ci porta ad un'accelerazione dove le chitarre diventano più dirette e ci portano quindi alla conclusione del pezzo. Nelle liriche, questa volta leggermente più criptiche delle precedenti, si vuole portare l'attenzione su di un concetto a tratti astratto ma in fin dei conti percepibile, più o meno distintamente. Chi detiene questo potere sulla "carne", e cos'è quindi "la carne"? Potremmo identificare quest'ultima come il materialismo in senso metaforico. Comandare la carne, violarne e rubandone il potere intrinseco, potrebbe dunque garantire la possibilità di governare incontrastati. La vogliamo, la bramiamo, rinneghiamo quindi lo spirito. La carne sa dare potere, avere il controllo su di essa ci appassiona. Ma come la carne ci attira e ci dona immense facoltà, ci sputa anche fuori dopo averci masticati. Questo nel senso che chi ha il potere poi paga la sua avidità, facendosi schiacciare da quest'ultima. Un conto da pagare, l'esagerazione, mediante l'insoddisfazione e con la perdita della dignità. Chi governa realmente, alla fine? Proprio la carne. Siamo schiavi della materia, e dobbiamo fare in modo di spezzare i legacci di quest'ultima, per non finire persi nei meandri della nostra stessa cupidigia.

Voice of the Soul

Arriva quindi il momento di "Voice of the Soul (La voce dell'anima)", brano atipico per qualche verso, fra i veri e propri simboli del platter qui analizzato. Un pezzo che, stando ad alcune dichiarazioni di Chuck risalenti al 1999, avrebbe visto la sua nascita già nel periodo di "Human", almeno per quel che riguarda le partiture acustiche che qui possiamo udire. Un pezzo che va a differenziarsi dai precedenti, creando un vero e proprio "stacco" fra ciò che abbiamo ascoltato e che ora, in questo preciso momento, stiamo ascoltando. Questo brano interamente strumentale si apre dunque con un arpeggio di chitarra acustica dolce e aperto, melodico, particolarmente ispirato e sentitissimo. Le chitarre elettriche vanno a disegnare il tema principale della composizione, un tema struggente e drammatico. Ecco che le chitarre acustiche incalzano, gli intrecci di chitarra elettrica diventano poi gli assoluti protagonisti di questa fase, un susseguirsi di note emozionanti che ci portano al punto più intenso di questo autentico capolavoro, finemente incastonato fra tracce certamente particolari ma comunque "estreme", sotto tutti i punti di vista. Ecco che le chitarre per un attimo si interrompono per lasciare spazio alla sola chitarra acustica. Ancora una volta le chitarre elettriche emergono dall'oscurità, questa volta con un lick aperto ma allo stesso tempo malinconico. Si riprende dunqiue la parte principale, con le chitarre vengono doppiate fino alla conclusione del pezzo. Un frangente assolutamente particolare, messo al posto giusto nel momento giusto. Un brano che avrà sicuramente destato molto scalpore fra i fans dei Death dell'epoca. Chitarre acustiche in un disco Death Metal? Tutto era possibile e Chuck era pronto a dimostrarcelo, senza timore d'essere ripreso o comunque schernito. Dal padrino del Death Metal potevamo e dovevamo aspettarci un coraggio simile, poco da dire.

To Forgive is to Suffer

Penultimo inedito del platter, arriva il momento anche per "To Forgive is to Suffer (Dimenticare vuol dire soffrire)". Ecco una bella partenza con una rullata di batteria e le chitarre alle prese con un riff tagliente e imperioso. Il basso sorregge il tutto in maniera superba sino ad arrivare ala strofa, dove a dir la verità le chitarre continuano ad inanellare un susseguirsi di note che vibrano nell'aria, dando al pezzo una sonorità superba, creando un'atmosfera di grande tensione emotiva e sensazione di potenza. Ecco un rallentamento dove il gruppo prosegue sempre con grandi riff e fraseggi ma in maniera più diretta ed ordinata, per poi arrivare ad uno stacco nel quale emerge ancora una volta la pesantezza delle chitarre.  Uno stacco dove basso e batteria la fanno da padroni e le chitarre disegnano accordi di grande effetto, i quali sostengono la voce di Chuck, sempre aggressiva e potente. Ecco che si riprende il riff iniziale, la strofa con le sue divagazioni chitarristiche e poi il refrain composto anche qui da fraseggi chitarristici d'effetto, più il rapido palesarsi di un assolo tagliente ed aggressivo, che ci porta quindi verso la sezione più "riflessiva" e particolare del pezzo. Ecco lo stacco di chitarra che ci conduce  ancora una volta alla sezione che anticipa il riff principale, il quale viene ripreso per continuare con la strofa, il tutto per condurci di fatto ad uno stacco dove un fraseggio in tapping della chitarra viene sostenuto da una veloce batteria e da un arpeggio di basso. Si fa tappa quindi verso una divagazione strumentale che ci porta verso la conclusione definitiva del pezzo.  Un testo molto profondo, quello di questa "To Forgive is to Suffer". Chuck, difatti, ci parla di come molte volte, nella nostra vita, siamo disposti ad accettare le angherie a cui siamo sottoposti, "perdonando" il nostro aguzzino. Le parole fanno male più di quanto non lo farebbe una lama affilata, e mano a mano feriscono la nostra carne (e, cosa peggiore, la nostra anima). Invece che tagliare i conti con il passato, cosa ci riduciamo quindi a fare? Per andare avanti un altro giorno siamo disposti a perdonare ferendoci un'altra volta da soli, soffrendo per il perdono, ingoiando l'ennesimo rospo. Un atto reprensibile e che dovremmo evitare, che dai più viene visto come il modo più facile per dire "Ok, andiamo avanti". Ci sentiamo incapaci di lottare, di far valere le nostre ragioni. Non sempre, "perdonare" è la strada giusta. Spesso si traduce solamente come lo sfogo di tante paure e frustrazioni. Nulla da gare, il modo migliore di reagire davanti ad un'ingiustizia è allontanarsi dalla persona che l'ha commessa, anche a costo di restare soli. Farglielo notare, affermare che ci siamo sentiti offesi, pretendere delle scuse. Solo allora potremo perdonare, se chi ha sbagliato si ritroverà a fare sincera ammenda. In casi differenti, però, mai cedere. Mai spostarsi di un millimetro. Dobbiamo andare avanti e farci rispettare, senza farsi piegare dalla paura di restare soli.

A moment of Clarity

Il "quasi" finale giunge quindi con "A moment of Clarity (Un momento di chiarezza)", un brano che comincia in maniera più serrata per poi sfociare in un riff ancora una volta aperto e emozionante. Ecco la prima strofa, serratissima e aggressiva, che ci porta ad un'apertura dove le chitarre acquistano potenza ed intensità, e gli strumenti vengono messi in primo piano rispetto alla voce. Ecco che si arriva ad un rallentamento dove di nuovo le chitarre intonano riff e fraseggi cadenzati e introspettivi, con di nuovo il basso che diviene protagonista assieme alla batteria. La voce di Chuck continua ad intonare le liriche del pezzo, sempre in maniera potente e perentoria. Ecco quindi che si ha un bel assolo di chitarra, anche questo si compone di sonorità allo stesso tempo aperte e malinconiche, sino a portarci ad uno stacco dove le chitarre continuano a farla da padrone. Si continua con la chitarra solista, questa volta è Schuldiner a farci venire la pelle d'oca con la sua sei corde. Ecco ancora lo stacco di chitarra e il ritorno alla strofa con il suo riff serrato e aggressivo. Un nuovo stacco  e poi il rallentamento  dove la batteria risulta essere ispirata e come al solito fantasiosa.  Abbiamo poi un altro cambio dove sempre la batteria e il basso sono i protagonisti e poi ecco che si giunge ad una fase più diretta e potente. I bicordi di chitarra si susseguono e ci conducono ad un'altra fase solista dove la chitarra di Schuldiner si esibisce un'ultima volta, arrivando sino alla parte conclusiva del pezzo. Un brano al solito particolare e mai fine a se stesso, ricco di situazioni e capace di suscitare sensazioni ogni volta differenti. Proprio come i suoi predecessori. Ed anche il testo affronta, seguendo la "tradizione" e per un'ultima volta, il rapporto tra una persona e la sua vita. A volte siamo persi nell'oscurità, non sappiamo cosa fare e dove andare, sentendoci totalmente smarriti, prede totali di questa notte che ci avvolge e sembra non volerci dare tregua. Per fortuna, alcune volte possiamo aprire gli occhi e godere di un "momento di chiarezza", un momento prezioso che, concedendoci un po' di ossigeno, dirada le nebbie che avvolgono la nostra mente. Un faro nella notte che risplende e ci indica dunque la via giusta, quella da seguire, quella che ci riporterà definitivamente a casa. Il luogo in cui riusciremo finalmente a trovare calma e quiete, liberi dalle ansie e dalle paure che contraddistinguono il nostro vivere quotidiano. Un momento in cui possiamo e riusciamo a rimettere apposto le nostre idee, una pausa decisiva, la quale ci permette quindi di andare  avanti senza paura ed incertezza alcuna.

Painkiller

Ultimo brano del lotto, quindi, risulta essere una cover. E che cover, aggiungeremmo, visto si che Chuck decide di scomodare nientemeno che i Judas Priest, numi tutelari dell'intero movimento Heavy Metal, dalle sue origini sino agli sviluppi più recenti. Il brano scelto, tuttavia, non è un "classico" estrapolato da dischi storici come "British Steel" o "Defenders of the Faith". Al contrario, i Death decidono di rendere omaggio alla titletrack dell'album "Painkiller", uscito solamente otto anni prima di "The Sound of..". Un disco divenuto classico ai nostri giorni, ma che all'epoca venne inquadrato in modo ambivalente. I puristi del Metal non apprezzarono spasmodicamente i connotati violenti ed oscuri del sound che i Judas Priest mostrarono di aver maturato, ma su una cosa tutti conversero: il fatto che con il suo suonare vero e sincero, privo delle influenze che all'epoca stavano delineando generi come il Grunge ed in seguito il Nu Metal, "Painkiller" avesse in qualche modo risollevato le sorti del classic Metal, facendo tornare la Old School in cima alle classifiche e mettendo di fatto in contatto due generazioni differenti. Tornando propriamente al brano, si parte con la ben conosciuta intro di batteria, leggerissimamente accelerata rispetto all'originale e presto sormontata da due inumani acuti di uno Schuldiner che sembra quasi calarsi nei panni di Halford ed anche un po' di Eric Adams, contemporaneamente. Presto giunge il tellurico riff di apertura e dunque il pezzo conosce il suo proseguo definitivo. La voce di Chuck attacca con aggressività la prima strofa, eseguita senza variare troppo dall'originale (l'unica differenza sta nel fatto che un gruppo Death Metal ha dotato un brano Speed Heavy della naturale pesantezza che gli è propria), facendoci quindi giungere al refrain, ripiombando poi nella strofa. Ogni momento è sapientemente arricchito e reso ancor più violento dagli acuti di Chuck, più che mai sugli scudi. Non c'è che dire, il gruppo sa bene come trasformare un grande classico in un vero e proprio proiettile! Altra sostanziale differenza sta nel fatto che gli assoli vengono totalmente rivisitati ed eseguiti "alla Death". Momenti solisti degni della grandezza del gruppi, che si protraggono a lungo prima che il gruppo riprenda con la strofa e per l'ultimo refrain, seguito da un altro veloce assolo che ci porta alla conclusione del pezzo. Possiamo in sostanza constatare quanto i Death siano riusciti quindi nel dare nuova linfa all'(all'epoca già) arcinota "Painkiller". Tecnicamente ed emozionalmente un brano riuscitissimo, anche se una menzione d'onore va necessariamente fatta parlando della voce di Chuck, che risulta essere di grande potenza ed impatto. Per quanto riguarda le liriche, esse non vengono variate affatto. Troviamo sempre il solito testo apocalittico, denso di immagini "da fine del mondo". Un pianeta devastato ed una stirpe, quella umana, che sta per giungere al capolinea. Nulla sembra poter essere in grado di salvarci, eppure c'è ancora una speranza. Un eroe, una figura leggendaria e terrificante al tempo stesso. Il Painkiller, appunto, che vediamo poi raffigurato nella copertina del disco omonimo. Una sorta di cavaliere d'acciaio, a bordo di una "dragomoto" dotata di lame affilate al posto delle ruote. Una figura ambigua, tanto crudele quanto unica speranza che abbiamo di salvarci. Siamo ai suoi piedi e lo imploriamo di salvarci, di fare qualcosa. Egli sembra persino in grado di affrontare l'apocalisse: bardato d'armature lucenti, veloce come un raggio laser, crudele come un proiettile che buca la carne della sua vittima. Lui è il Painkiller.. l'anti-eroe che ci salverà, se lo meriteremo.

Conclusione

Siamo quindi giunti al capolinea definitivo. Non solo del disco, ma della carriera di un gruppo che, di lì a poco, si sarebbe visto privato della sua mente e del suo braccio. Un gruppo che, dopo la morte di Chuck, ha definitivamente cessato di esistere. Cosa dire, dunque, di quest'ultima avventura? Visto e considerato il suo carattere intrinsecamente "fatalista", il suo essere un risoluto canto del cigno? Poche cose, in realtà. E' stato sotto gli occhi e nelle orecchie di tutti, quanto quest'ultimo disco dei Death sia stato in grado, da inizio a fine, di condurci in un labirinto di emozioni. Un labirinto che va percorso più e più volte, composto da corridoi quasi infiniti, che noi abbiamo potuto svelare solo in parte. Ogni volta, sensazioni diverse, le quali vengono evocate sia dalla musica sia dalle liriche che il gruppo ci propone.  A livello musicale ci troviamo di fronte ad un quartetto di musicisti assolutamente preparati, su questo come ogni volta non abbiamo dubbi. Al fianco di Chuck troviamo infatti un chitarrista come Shannon Hamm, capace di intrecciare i suoi assoli con quelli del leader del gruppo, andando poi a suonare alla perfezione i riff da questo composti, con una perizia e precisione devastante. Che dire, poi, della sezione ritmica? Un grande lavoro di basso, che non si limita a sostenere le chitarre ma interviene a dare un contributo personale al pezzo; più una batteria che da sola potrebbe valere il prezzo del disco, per come i suoi ritmi e le sue dinamiche risultino a dir poco essenziali per la buona riuscita di "The Sound..". Abbiamo continue variazioni, una potenza assoluta  nelle parti più serrate e una grande fantasia nelle parti di maggior ampio respiro. Espedienti che vanno dunque a ricamare pezzi incredibilmente belli se non ottimi, i quali riescono a donarci praticamente tutti gli stilemi di cui un amante del Metal in generale ha bisogno. Abbiamo attacchi frontali come quello di "Bite the Pain" che si alternano a momenti epici come su "Story to Tell", senza scordarsi della strumentale "Voice of the Soul", un vero e proprio capolavoro all'interno di questo disco, che già di per sé ha un valore altissimo, preso nel suo complesso. Passando alle liriche, tutto il disco si rivolge ad analizzare il rapporto che un uomo intraprende con la sua vita: non sempre questa può essere bella o soddisfacente ed è proprio verso questi momenti che l'attenzione di Chuck decide di spostarsi. Tutta una serie di racconti in cui il Nostro quasi ci suggerisce come muoverci, mordendo il nostro dolore e facendolo suo, per farci capire come reagire, andando avanti tra mille difficoltà senza paura delle avversità che ci circondano. Non a caso, il disco è intitolato "Il suono della perseveranza"; forse una delle caratteristiche migliori del leader dei Death fu proprio quella di aver saputo perseverare, sino alla fine. Quando diagnosticarono il cancro, come dichiarò, lui andò avanti con la sua vita, con la sua musica e affrontò la malattia con coraggio e dignità.  A noi piace pensare che "The Sound of Perseverance" sia l'ultimo insegnamento  che Chuck ci abbia dato; un uomo che ci ha letteralmente condotto, durante tutta la sua carriera nei Death, all'interno della sua anima. Prima tormentata e ribelle e poi, con quest'ultimo disco, pacata e riflessiva.  "The Sound of Perseverance" non è un disco Death Metal piuttosto che un disco Progressive, o viceversa. "The Sound.." è un disco che racchiude in sé l'essenza della musica, un'arte che deve saperci emozionare. Per questo diventa difficile apprezzare un pezzo piuttosto che un altro, ognuno avrà la sua traccia preferita ma il disco va preso  nella sua totalità, non è possibile ascoltarlo un po' oggi un po' domani ( anche perché vi sfido a non rimanere incantati, su questi pezzi ). Se quindi cercate un album di rara bellezza, dove veramente la musica è in grado di parlare e di donarci qualcosa.. allora, nel caso in cui non l'aveste già fatto, date un ascolto a "The Sound of Perseverance", il quale saprà sicuramente trasmettervi ciò che state cercando.

1) Scavenger of Human Sorrow
2) Bite the Pain
3) Spirit Crusher
4) Story to Tell
5) Flesh and the Power it Holds
6) Voice of the Soul
7) To Forgive is to Suffer
8) A moment of Clarity
9) Painkiller
10) Conclusione
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