DEATH

Symbolic

1995 - Roadrunner Records

A CURA DI
MICHELE ALLUIGI & MAREK
28/10/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Non c'è due senza tre, proverbio che in casa Schuldiner equivale ad un album ben preciso: quel "Symbolic" uscito nel 1995 nonché degno compare dei blasonati "Human" ed "Individual Thought Patterns". Terzo capitolo di una nuova era, di un nuovo percorso. Ennesimo miglio macinato dai Death intenti a percorrere a testa bassa quella strada imboccata nel (di certo non) lontano 1991, la quale aveva portato Evil Chuck a riconsiderare profondamente il suo modo di suonare Metal, portandolo dal Death sguaiato e violento degli inizi verso il raffinato quanto estremo Technical / Progressive Death inaugurato proprio da "Human", e portato a compimento dai due successori. "Symbolic", se vogliamo, risulta anche più concreto di "Individual..", in virtù di una maggiore e maturata esperienza, mutuata attraverso continue sessioni di incisioni e registrazioni; giornate intere passate a suonare e suonare, le quali portarono Schuldiner ad accumulare un gran numero di materiale, da far confluire in dischi che potessero rappresentare appieno la sua "nuova" essenza. L'argomento dell'odierna recensione ("Symbolic", per l'appunto) si può quindi considerare come una sorta di importante pietra miliare, di imperiale punto d'approdo. Un disco che ebbe di fatto il compito di esprimere, ancora una volta ed al meglio delle possibilità, le volontà di un gruppo che aveva ormai trovato modo di scavalcare il suo naturale genere di appartenenza; reinventandolo passo dopo passo, aggiungendo nella propria musica suggestioni ogni volta differenti, recanti seco sfumature caleidoscopiche ed imprevedibili. Eppure, nonostante il preannunciato successo (ormai il nome "Death" era una garanzia), qualcosa stava cominciando a scricchiolare. Paurosamente, visto e considerato il fatto che "Symbolic" avrebbe tranquillamente potuto essere l'ultimo album inciso da Schuldiner sotto lo storico monicker. Paradossalmente, fu proprio l'eccessiva voglia di sperimentare che portò Chuck a maturare il desiderio di spingersi verso tutt'altro genere. Un Heavy di forgia prog. e melodicamente powereggiante; stilemi che, per forza di cose, nel gruppo creatore di "Scream Bloody Gore" avrebbero cozzato e nemmeno poco. Risale proprio al 1995, infatti, la nascita dei Control Denied. Il gruppo parallelo ai Death, per il quale Schuldiner già componeva musica dai primi dei '90; e che in quel preciso momento, più che un'idea, stava diventando una vera e propria realtà. Una realtà che divideva, per forza di cose, il bravo chitarrista. Il "vecchio nuovo" (mi si passino le definizioni risibili, ma consideriamo il fatto che il nuovo corso dei Death aveva appena compiuto quattro anni, nel 1995..), od il "nuovo nuovo"? La scelta sembrava fatta e contemporaneamente non fatta; abbandonare o non abbandonare? Dilemma shakespeariano risolto fortunatamente con la pubblicazione di "Symbolic" prima, e di "The Sound of Perseverance" appena tre anni dopo, nel 1998. Dualismi a parte, torniamo comunque nel presente ed indaghiamo la (ancora una volta) tortuosa realtà dei Death sotto il profilo della line-up. Esatto, perché come se non fossero bastate le "paturnie" di Evil Chuck a rischiare di minare il sentiero percorso dai Death, ci pensò ancora una volta la solita girandola di componenti, a rimettere tutto in discussione. Nel giro di appena quattro anni, di componenti ne erano arrivati ed usciti, come abbiamo avuto modo di vedere. Non ci fu quindi da stupirsi, se LaRocque e DiGiorgio diedero ufficialmente le dimissioni, lasciando due pesantissimi posti vacanti. Urgeva quindi trovare dei sostituti, ed anche in fretta. Con il solo Hoglan rimasto a bordo, dall'album precedente a "Symbolic", la formazione andò a rimpinguarsi con l'arrivo subitaneo di Bobby Koeble (chitarra) e Kelly Conlon. All'epoca dei fatti, due musicisti di gran talento ma dal curriculum non proprio esaltante. Distante anni luce da quelli altisonanti di Andy e Steve, per dire; eppure, la scelta si rivelò ancora una volta vincente. Nonostante la volontà di cambiare e di virare le attenzioni più sui Control Denied che altro, nonostante l'ennesima line-up da rinnovare quasi ex novo, Chuck sfoderò una cascata d'orgoglio. Ritrovandosi ancora una volta pronto a stupire il suo auditorio, con un prodotto che avrebbe non solo continuato, ma anche rinnovato per molti versi la sua proposta musicale. Rispetto al disco precedente, infatti, in "Symbolic" possiamo trovare tante e significative novità, le quali lo resero per forza di cose fresco e per nulla stantio, capace di suonare sorprendentemente "attuale", e non certo derivativo o dipendente in maniera eccessiva da "Human" ed "Individual..". Che fosse stata la voglia di suonare in uno stile differente, la quale stava prendendo piede nella nascita dei Control..? Può darsi, visto che parliamo di peculiarità al quanto singolari. Un elemento spicca subito alle nostre orecchie, infatti, è proprio il deciso cambio di sonorità adottato: le accordature si alzano di un tono, conferendo ai riff una maggiore limpidezza, consentendo inoltre un maggiore utilizzo della melodia negli arrangiamenti compositivi. E, dulcis in fundo, cambia anche il registro vocale: dal suo consueto growl sporco, Chuck Shuldiner passa ad uno screaming acido misto al falsetto, che utilizzerà da qui fino alla fine della sua carriera. Tanto bastò per fare di "Symbolic" un prodotto decisamente sui generis, curioso; una ventata di novità, rappresentata anche dal team di produzione e dal cambio di etichetta. Prima di tutto, l'album venne licenziato dalla blasonata "Roadrunner Records". In seconda battuta, alla consolle troviamo invece Jim Morris ad affiancare Chuck nelle vesti di produttore, nonché a ricoprire il ruolo principale in sede di engineering. Mastering affidato a George Marino, mentre non ci si sposta dai "Morrisound Studios" di Tampa. Anche per quel che concerne l'artwork, troviamo sempre il cupo ed inquietante astrattismo di René Miville, mentre il logo cambia ancora: la "t" di Death diviene infatti una croce greca, e non più una croce latina rovesciata. Fatte le dovute premesse, non ci resta latro da fare, dunque, che buttarci a capofitto in questa nuova avventura.

Il lavoro si apre subito con la titletrack, "Symbolic (Simbolico)" viene posta come prima canzone quasi a ribadire subito che i Death hanno compiuto un nuovo passo avanti nella loro evoluzione ed il messaggio che traspare dal riff terzinato iniziale sembra proprio essere "bene, avete ascoltato il nostro passato, adesso spalancate le orecchie per il nostro presente". L'apertura della traccia è affidata alle chitarre, che eseguono un fraseggio tanto semplice efficace, a cui gradualmente si aggiungono gli altri strumenti, quasi come se la band volesse rendere "meno drastico" il proprio cambio di stile. Si avverte fin da subito che il gruppo è diventato più raffinato ma non per questo meno potente ed aggressivo, le pennate infatti sono precisissime e morbide, senza nemmeno un riverbero, ma non mancano certo il mordente e la spinta; è proprio questa precisione esecutiva che ha scisso in due i fans della band: chi preferiva i più crudi lavori dell'inizio e chi li ha letteralmente bypassati in favore di materiale dal gusto più sopraffino dei dischi da Human in avanti; fatto sta che la canzone scorre via senza quasi senza rendersene conto, ipnotizzandoci con l'azzeccatissimo connubio fra parti ampie ed aperte realizzate con dei power chords profondi e tenuti, sui quali si eseguono gli ormai noti fraseggi chitarristici, alle vere e proprie mazzate dove la batteria di Gene Hoglan spinge come un treno in corsa utilizzando dei quattro quarti tipicamente thrash metal. Per gli ascoltatori che seguono i Death da più tempo, la differenza si nota in maniera molto marcata negli assoli eseguiti da Koeble: il suo è uno stile maggiormente orientato verso il jazz, ma come i Death hanno ampiamente dimostrato nei loro lavori precedenti per suonare metal non occorre necessariamente uno stile esclusivamente metal. Il testo racconta un momento fondamentale dell'esistenza, il passaggio dall'infanzia all'adolescenza fino all'età adulta, in particolare in quel momento in cui cambiano tutte le nostre percezioni ed abbiamo ormai preso confidenza con il nostro lato emotivo, in particolare i ricordi, che abbiamo ora modo di esplorare alla luce di tutte le esperienze acquisite ("I don't mean to dwell, but I can't help myself when I feel the vibe, and taste a memory, of a time in life, when years seemed to stand still" trad. "Non intendo soffermarmi, ma non riesco ad aiutarmi quando ne sento l'atmosfera ed assaporo il ricordo di un momento della mia vita, quando gli anni sembrava si fossero fermati"). "Zero Tolerance (Tolleranza Zero)" inizia con una batteria che entra gradualmente in fade in; Hoglan non è certo un batterista dalla mentalità limitata ed in pochi secondi sfodera tutto il suo eclettismo aprendo la traccia con un contrattempato cadenzato e preciso, il quale sostiene l'ingresso delle chitarre possenti e granitiche. Gli accordi lunghi come base dei fraseggi melodici sono uno dei punti di forza dei Death e tutta la prima parte del brano si muove su una struttura basata sullo stop and go, dove sulla base ritmica si inseriscono anche degli armonici eseguiti con un effetto delay. A 2:13 avviene un cambio che introduce la seconda parte della canzone, la progressione inizia sull'esatta coincidenza con la pronuncia della frase "Fate is your deciding God"; la velocità infatti aumenta, ma è il charleston ad essere utilizzato per tenere il tempo, viene raddoppiato il tempo contrattempata la struttura di batteria utilizzata in apertura della canzone e mentre la chitarra ritmica esegue una nota in maniera serrata la solista ha modo di sfoderare tutta la maestria, creando quel tempo di attesa prima della ripartenza finale. La parte solista di "Zero Tolerance" è una suite tipicamente jazz e per la sua irregolarità risulta quasi "sbagliata" ma l'efficacia di questo brano sta proprio in questo: la precisione viene portata alla sua quintessenza, andando a proporre tempi che all'orecchio umano (ormai abituato ai canonici quattro quarti) sembrano errati. L'intera canzone dunque si struttura su schemi non del tutto convenzionali, tanto che le stesse frasi del testo ricorrono a degli enjambement (espediente letterario tipico della poesia, che consiste nell'alterazione tra l'unità del verso, in questo caso una battuta musicale, e l'unità sintattica). Il testo di questa canzone si presenta come marcatamente pragmatico: tolleranza zero contro chi viola la legge e non ci sono scuse, chi compie azioni criminose deve pagare ("This is not a test of power, this is not a game to be lost or won let justice be done, there will be zero tolerance, for the creator of hallowed intentions, there will be zero tolerance, fate is your deciding God" trad. "Questa non è una prova di forza o un gioco che può essere vinto o perso, lasciate che sia fatta giustizia ci sarà tolleranza zero per i creatori di intenzioni santificate, il destino sarà il dio che sceglierà"). Un arpeggio atmosferico ed etereo costituisce l'inizio di "Empty Words (Inutili parole)", una serie di terzine scandite solo dalle percussioni che alternano sequenze di due e tre accenti scandisce il tempo in questa sezione dove a sostenere il tutto sono le tastiere; le chitarre si muovono fluide in un effetto pulito leggermente riverberato per essere morbido e creare il giusto contrasto con lo sviluppo del brano. A 0:44 entrano le sei corde distorte, il basso e la batteria. Il tempo è decisamente più lineare e la potenza espressiva del riff principale ha reso questa canzone una delle più celebri dei Death. Sono nuovamente i powerchords aperti ad essere l'elemento costituente delle strofe, i quali si alternano con lo sviluppo accelerato della parte centrale creando un bridge più dinamico ed accattivante. Una struttura ariosa si ha poi nel ritornello, dove le chitarre entrano di nuovo a gamba tesa prima di lanciare una sfida di assoli sostenuti da un drumming lineare e martellante. Più in generale questo brano i presenta come uno dei più "facili" dei Death ma il gusto e la perizia nel mescolare sapientemente ritmiche monolitiche e melodie chitarristiche fa sì che il tutto scorra armoniosamente senza stonare: esempio lampante di questa armonia compositiva è il break che si ha rispettivamente a 2:08 e prima del finale a 5:14: una pausa con una chitarra che esegue gli accordi e l'altra una parte solista in tapping per poi partire con il tempo raddoppiato; un utilizzo delle progressioni dinamico ed energico che ancora una volta mostra tutta la creatività del gruppo. Questa volta il testo verte sull'ipocrisia delle persone, le menzogne sono solo parole vuote che ci impediscono di arrivare all'essenza di quella realtà che costituisce il vero nostro io ("Ashes and promises share a bond through the winds of change, words are blown away, when visions that should be, are tattooed in your mind, the power to let go, is sometimes hard to find, the answer cannot be found, in the writing of others, or the words of a trained mind, in a precious world of memories, we find ourselves confined" trad. "Ceneri e promesse condividono un legame, attraverso i cambiamenti del vento le parole svaniscono, quando le visioni di come le cose dovrebbero essere sono tatuate nella tua mente, il potere di lasciarle andare a volte è difficile da trovare, la risposta non si può trovare nelle scritture di altri o in quelle di una mente allenata, in un mondo di preziosi ricordi, ci troviamo confinati") in un viaggio filosofico ed introspettivo (temi questi ormai cari a Chuck Shuldiner) il frontman dei Death ci conduce in un cinico viaggio nella realtà. Spetta alla sezione ritmica il compito di dare il lancio a "Sacred Serenity (Sacra serenità)": la batteria di Hoglan si abbandona ad un giro dinamico e scandito sui fusti, mentre il basso di Kelly Conlon esegue un fraseggio accentato per contornare tutto; le chitarre entrano nuovamente sontuose, tradizionalmente divise tra la parte ritmica fatta di power chords aperti ed una solista limpida e pregna di pathos, l'evoluzione del pattern conduce poi ad un tempo sincopato su cui Evil Chuck ha modo di stendere le parole della prima strofa. Ormai è assodato che i Death sono maestri nello svluppare break incisivi e variegati tra una strofa e l'altra ed anche su questa traccia il crescendo ritmico si fa sempre più movimentato, per poi giungere ad un ritornello di ampio respiro. Su questa canzone le chitarre soliste hanno modo di esprimere tutto i loro estro ma è il medley intermedio a lasciare senza fiato, un bellissimo arpeggio accompagna una parentesi tanto introspettiva quanto coinvolgente, troppo breve, data la sua incommensurabile melodia per essere interrotta con la seconda strofa ed il conseguente finale. Le chitarre pulite infatti creano un'aura mistica che ci avvolge in toto facendoci percepire sulla nostra pelle quella sacra serenità che solo in una dimensione astrattamente spirituale possiamo percepire ("Wherever we go, whatever we do, your shadow is not far behind our steps, and our breath, protecting and watching all... observing spirits on the wall, what are they telling you? Following all instincts that are pure, oblivious to time that may be the cure, sacred is the gift that they have without knowing, serenity is knowing it's safe from destruction of time" trad. "Ovunque noi andiamo, qualunque cosa facciamo, la tua ombra non è lontana dai nostri passi, e dal nostro respiro, proteggendo ed osservando ogni cosa, osservando gli spiriti sul muro, cosa ti stanno dicendo? Seguendo tutti quegli istinti puri, ignaro del tempo che può essere la cura, sacro è il dono che essi hanno senza saperlo, serenità e sapere di essere al sicuro dalla distruzione del tempo") siamo di fronte ad una dimensione intellettuale delle liriche, un qualcosa a cui la musica dei Death fa da contorno mentre spalanchiamo le nostre porte sensoriali. La seguente "1000 Eyes (Mille occhi)" riprende lo stile più "standard" del gruppo, presentandosi come un brano decisamente più lineare a livello di struttura e quindi più facilmente digeribile anche ai profani del genere. Il riffing è tagliente e serrato, sostenuto passo passo dalla cassa di Hoglan sempre mitragliante e precisa quanto un cecchino in caccia. Il tiro è decisamente più thrash metal e di metallari più accaniti non potranno fare a meno di scuotere le loro teste, anche sull'ingresso dell'usuale medley che rallenta l'incedere solo momentaneamente, perché ad esso segue infatti una ripartenza al vetriolo. A far da contrasto con le pelli sempre con il tachimetro altissimo sono le chitarre: Bobby Koeble si dimostra sempre all'altezza della situazione pur arrivando da un genere diverso dal metal estremo e la sua chitarra ci regala dei fraseggi dalla marcata impronta melodica, un momentaneo sospiro prima della riprese esasperate di Evil Chuck, la cui voce verte su uno screaming sporco vagamente tendente al falsetto. "1000 Eyes" è, a conti fatti, un brano che possiede tutto ciò che si può chiedere ai Death: potenza, precisione e melodia, il tutto tenuto insieme da un songwriting innovativo che ancora oggi riesce a stupire. Il testo descrive la condizione dell'essere umano moderno, sempre al centro dell'attenzione di un pubblico che in silenzio osserva ogni nostra mossa, tutto, delle nostre azioni è tenuto sotto l'osservazione dei mille occhi che ci guardano, come si sente nel pre ritornello ("Viewing the blind complexity, by which laws were justified, to erase simplicity, to the left and to the right, from behind, they're out of sight, plunging into a new found, age of advanced observeillance, a worldwide, foolproof cage, privacy and intimacy as we know it, will be a memory, among many to be passed down, to those who never knew , living in the pupil of 1,000 eyes, we are enslaved now" trad. "Osservando la cieca complessità, da cui sono giustificate le leggi, a cancellare la semplicità, da sinistra a destra, dalle nostre spalle esse sono fuori dalla nostra vista, immergendoci in una nuova scoperta, un'età di sorveglianza avanzata, una gabbia a prova di errore, privacy ed intimità così come le conosciamo saranno solo un ricordo da tramandare, ai tanti che non l'hanno mai conosciute, vivendo nelle pupille di mille occhi, adesso siamo tutti schiavi"). Già dalle prime note "Without Judgment (Senza giudizio)" si presenta come uno dei pezzi più possenti del disco, le chitarre fanno sontuose il loro ingresso puntando tutto sul tiro di un palm muting ritmico, condito come sempre dalle chitarre armonizzate ad eseguire un fraseggio melodico. Tutto il brano nel suo complesso si tinge di un'aura oscura, le sei corde passano da un riff al successivo senza che vi siano passaggi a segnare le cesure tra uno e l'altro ed il prevalere delle tonalità ribassate avvolge tutto il brano in alone di pura oscurità; sono sempre i Death, ma Chuck Schuldiner e soci ribadiscono che il pathos e le emozioni sono il loro pane quotidiano e ce ne danno prova nel medley della canzone: a 2:50 la chitarra del leader del gruppo esegue una melodia dal tocco malinconico ed introspettivo, accompagnata dal basso e dalla batteria che restano in disparte, quasi a voler dare spazio alle lacrime di un'anima afflitta che sprigiona il suo dolore, ma dopo la tristezza ecco tornare la rabbia con la ripresa del riff principale sostenuto dalla batteria di Hoglan che esegue un tempo terzinato. Anche su questa traccia ritroviamo la struttura ciclica, che dallo sviluppo iniziale si evolve per poi riprendere le coordinate iniziali e volgere verso al finale, che arriva furioso e netto come chi in preda alla collera sprigiona il suo malessere per poi calmarsi improvvisamente. Questa volta Chuck Schuldiner riprende nel testo un tema fondante della filosofia fin dai tempi antichi, ossia il ruolo del giudizio, inteso come distinzione fra bene e male, nell'esistenza dell'uomo; esso è fondamentale per distinguere l'uomo dagli altri esseri viventi e dare alla sua società una ragione d'essere, senza di esso non saremmo altro che degli esseri privi di ragione che sprecherebbero la loro vita ad immaginare una realtà migliore impossibile da attuare ("Without judgement what would we do? We would be forced to look, at ourselves emerged in lost time, assuming what may be, without judgement, perception would increase a million times" trad. "Senza giudizio che cosa potremmo fare? Saremmo costretti a guardarci fra di noi emergendo in un tempo ormai perso, immaginando come potrebbe essere la vita, senza giudizio, questa percezione aumenterebbe di un milione di volte"), un'altra analisi dell'Io decisamente affascinante condotta da uno dei gruppi precursori del death metal tecnico. "Crystal Mountain (Montagna di cristallo)" è un pezzo che per gli amanti dei Death non ha bisogno di troppe presentazioni, vista la sua costante presenza nelle setlist del gruppo e che ad ogni concerto la partenza esplosiva di questa canzone ha sempre scatenato la bolgia. Il tempo della batteria parte subito sincopato, con le chitarre serrate e granitiche fin dai primi secondi sia nei passaggi in palm muting che negli accordi tenuti, sui quali si stende un fraseggio dal gusto tipicamente neoclassico e con un retrogusto quasi orientale. Tutta la struttura mantiene sempre lo stesso tiro, giocando unicamente sull'alternanza di raddoppi e dimezzamenti per poi arrivare all'apice progressive del ritornello, dove le chitarre si intrecciano sinuose in uno dei riff che è passato alla storia del metal. Nella parte intermedia il tiro scende leggermente per passare ad un momento più riflessivo e contratto sulle ritmiche prima di aprirsi con un passaggio in tapping eseguito da Chuck Schuldiner, una delle parti più originali mai composte dal gruppo statunitense, che ci riallaccia al secondo blocco del brano identico al precedente; pur essendo divisa in soli due blocchi uguali, il brano scorre via senza che nemmeno che nemmeno ce ne si possa rendere conto, arrivando al finale arricchito da una sovraincisione di chitarra acustica che ancora una volta dimostra, come se ve ne fosse ancora bisogno, di tutto l'eclettismo ed il gusto di questa band. Il testo di questa canzone è un interrogativo sulla fede religiosa, se essa sia o meno realmente utile per superare le avversità; non simo di fronte ad uno stereotipo black metal, anzi, con fare molto illuministico viene posta l'ormai celebre diatriba tra fede e ragione, ovviamente a favore di quest'ultima, che descrive l'intero complesso religioso come una montagna di cristallo, imponente e fragile al tempo stesso ("Built from blind faith, passed down from self-induced fantasy, turn a page to justify, conjuring power it opens wide on your seventh day, is that how it's done? Twisting your eyes to perceive, all that you want, to assume from ignorance, inflicting wounds with your cross-turned dagger, inside crystal mountain Evil takes its form, inside crystal mountain, commandments are reborn" trad. "Costruita da una fede cieca, tramandata da una fantasia autoindotta, basta girare una pagina per giustificare, evocando un potere che si spalanca sul vostro settimo giorno, è così che essa è fatta? Torcendo gli occhi per percepire tutto ciò che si vuole, per assumere ciò che occorre per infliggere ferite con un pugnale a forma di croce, nella montagna di cristallo, il male prende forma, nella montagna di cristallo, i comandamenti rinascono"). Con la successiva "Misanthrope (Misantropo)si torna a calcare gli stilemi del thrash metal, d'altro canto esso è sempre stato una delle influenze di Chuck Schuldiner, che grazie al suo estro costruisce nuovamente un'alternanza fra parti serrate e parti contrattempate di grande efficacia; dalla velocità alcalina dell'inizio il tempo diminuisce e raddoppia sempre in maniera costante, creando quei cambi spiazzanti che danno ad ogni canzone di Symbolic un tiro quasi disorientante ma altresì un dinamismo che tiene sempre alta la nostra attenzione. Sono però le strofe a colpire maggiormente rispetto agli sviluppi progressivi, il testo è infatti cantato sul quattro quarti serrato e dinamico, il che conferisce anche alle liriche stesse una maggiore grinta; la struttura ciclica è ormai un dato di fatto, ma come si accennava esso si dimostra sempre efficace ed attraente per l'ascoltatore senza mai essere noioso. Il vero motore del brano risulta essere Hoglan, che con la doppia cassa si dimostra sempre ineccepibile in fatto di precisione e le cui costruzioni ritmiche rendono sempre ogni passaggio una vera propria sfida esecutiva. La canzone descrive una nuova condizione di disagio, chi possiede una propria opinione ed è abituato a ragionare con la propria testa si trova circondato dall'ignoranza ed è costretto a vivere in una condizione di misantropia totale ("Misanthrope, hater of all mankind, there is some hope, for those who own their mind, they came, they saw and acknowledged some good, some bad opinion: dangerous, stay where you are, don't get consumed, by what they created from sheer neglect, in denial of years and years of shattered souls, that were lost to the power of fragile, frightful minds" trad. "Misantropo, colui che disprezza tutta l'umanità, c'è qualche speranza per coloro che possiedono la propria mente, sono venuti, hanno riconosciuto alcuni pareri buoni ed altri cattivi, ma tutti pericolosi, resta dove sei, non venire consumato da ciò che hanno creato per pura negligenza, nel rifiuto di anni ed anni di anime distrutte, perse nel potere di menti fragili e spaventose"), la descrizione chiaramente è quella di una società sempre più ignorante, il brano è del 1995, ma anche nel 2014 esso si rivela più che mai attuale. L'album si conclude con "Perennial Quest (Avventura infinita)", una delle tracce più elaborate dell'album a livello stilistico, data i suoi numerosi cambi di struttura e dalla ricchezza di riff e di melodie intrecciate tra loro; sono gli stop and go gli elementi caratterizzanti della canzone, le pause si susseguono sempre precise, alternandosi in maniera quasi algebrica ai numerosi cambi di tempo, che fanno sì che i Death diano libero sfogo a tutta la loro vena progressive. Se si vuole avere una prova tangibile dell'enorme crescita fatta dal gruppo di Chuck Schuldiner dagli esordi di "Scream Bloody Gore" a "Symbolic" questa canzone è sicuramente una delle più efficaci, nell'ascolto sembra infatti di sentire due band completamente diverse, eppure, i ragazzi iracondi inneggianti alla truculenza ora sono diventati dei musicisti con anni di esperienza, che hanno espanso la loro mente fino a creare qualcosa di unico destinato a restare nella storia el genere che più stimiamo ed apprezziamo. Il testo riguarda la ricerca, quel continuo ricercare che ognuno di noi compie nel corso della sua esistenza, l'oggetto ricercato è diverso per ognuno di noi, ma il suo ritrovamento segna solo il culmine di un processo che trova nell'atto del cercare e conoscere l'elemento che ci fa crescere sia spiritualmente che intellettualmente ("Won't you join me on the perennial ques reaching into the dark, retrieving light, search for answers on the perennial quest, where dreams are followed, and time is a test. No time for mental crutches, the maker has moved on, I will take it raw and be on my way" trad. "Vuoi unirti a me in questa perenne ricerca? Cercando nell'oscurità ritrovando la luce, cercando delle risposte, nella ricerca perenne, dove i sogni sono trascorsi ed il tempo stesso è una prova. Non c'è tempo per delle stampelle mentali, il manovratore ha fatto la sua mossa, io la subisco e la troverò sulla mia strada"), la chiusura di questo brano è un arpeggio di chitarra acustica accompagnato da una parte solista eseguita con la elettrica che si conclude in fade out, come se i Death volessero ribadire che questo album è un passaggio di un nuovo ciclo che si conclude per lasciare spazio al successivo attraverso un'interpretazione delle emozioni per mezzo delle chitarre semplicemente coinvolgente.


In conclusione, "Symbolic" è uno dei lavori meglio riusciti nell'intera carriera dei Death; in esso si intravede quell'apice di perfezione che raggiungerà il suo compimento definitivo solo nel successivo "The Sound Of Perseverance", considerato all'unanimità come il picco massimo raggiunto dalla creatività di un Chuck Schuldiner; il quale, all'epoca dei fatti ('95/'98) totalmente assorto nei pensieri riguardanti i Control Denied, seppe trovare ancora una volta la quadratura del cerchio adatta a donare alla sua storica creatura altri due, incredibili sussulti. E continuando a ragionare solamente su "Symbolic", scordandoci per un attimo su quel che fu in seguito: se "Individual..", per forza di cose, sembrava forse un po' troppo legato ad "Human", ecco che il suo successore sfodera coraggio ed originalità da vendere. Abbiamo appurato quanti e quali differenze siano state immesse, nel sound generale di "Symbolic", sia in fase di intro che in fase di track by track; pochi accorgimenti, ma significativi quanto bastò a rendere l'oggetto della nostra disamina un lavoro incredibilmente riuscito, decisamente un passo avanti al disco che lo aveva preceduto. D'altro canto, migliorarsi costantemente ed in maniera quasi repentina, passo dopo passo, era la prerogativa fondamentale dei Death. Da "Scream Bloody Gore" a "Leprosy", passando per le novità di "Spiritual Healing", sino ad arrivare al 1995. Sfideremmo chiunque, chiunque a trovare due dischi di questo gruppo che possano dirsi totalmente IDENTICI. Impossibile, dato che (come per ogni grande che si rispetti), ogni disco di Chuck Schuldiner risulta essere letteralmente storia a sé. L'evoluzione di questa band ha portato alla pubblicazione di album sempre migliori, sia sul piano compositivo che su quello della post produzione in studio, e nella parabola della loro carriera Chuck Schudiner ha letteralmente scritto ciò che può tranquillamente essere considerato il "vangelo del metal estremo". Od il "Manuale del Death Metal", scegliete pure voi, ciò che preferite. Non è solo la potenza ad essere importante, punto sul quale dovremmo essere tutti concordi. Benché un genere come il Death richieda (e ci mancherebbe!) brutalità e sofferenza, all'interno dei propri solchi, è altresì vero il fatto che, alla fine dei giochi, non di sola "potenza" si debba e possa vivere. Conta anche e soprattutto (nel Death come in tutti gli altri generi) saper sviluppare il proprio stile ed il proprio marchio, rendendo la musica espressa sempre personale ed innovativa. Che insomma aderisca ad uno stilema, ma che sia pronta contemporaneamente a spiccare, sotto tanti punti di vista. Songwriting, influenze, chi più ne ha più ne metta. Del resto, parliamo di un'Arte che non ammette confini troppo netti e precisi. E che preferirebbe morire, piuttosto che vedere i suoi celebranti renderla un qualcosa di prevedibile, scontato, "troppo" reale. Ragion per cui, c'è solo da ringraziare personaggi come Evil Chuck. Ringraziare loro, e la forza cosmica - casualità chicchessia / cosa sia che ha avuto il merito di piazzarli lì, dove hanno in seguito trovato il loro posto.  È anche grazie a dischi come questo "Symbolic", che il metal trova sempre e tutt'oggi nuova linfa per poter continuare ad evolversi come genere e stile di vita; le sonorità primitive dei primi due dischi sono state arricchite con espedienti ed influenze totalmente diverse da questo genere: le ritmiche jazz e le partiture acustiche saranno potute sembrare un azzardo all'epoca, ma grazie al grande estro compositivo di Schuldiner (e dei membri che lo hanno affiancato nel corso degli anni) essi si sono rivelati la carta vincente per creare un sound che, adesso e più che mai, alla luce delle numerosissime band che li citano nelle influenze, attesta ai Death lo status di maestri indiscussi. Il coraggio, del resto, è sempre stata una grande qualità del nostro Chuck. Quel coraggio che lo ha portato a rifiutare ogni tipo di etichetta e conformismo, in nome della più totale libertà. Fiero e mai sottomesso a nessun cliché. Questo, è lo Schuldiner che vogliamo ricordarci. Quel ragazzo appassionato e testardo, magari un po' dispotico e maniaco della perfezione.. testardo quanto è bastato per scrivere pagine importantissime e soprattutto INDELEBILI della storia del Metal, a 360°. Perché non ci si può dire appassionati di Metallo pesante, se almeno una volta non si è buttato l'orecchio su uno dei dischi citati in questo articolo.

1) Symbolic
2) Zero Tolerance
3) Empty Words
4) Sacred Serenity
5) 1,000 Eyes
6) Without Judgement
7) Crystal Mountain
8) Misanthrope
9) Perennial Quest

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