DEATH SS

In Death of Steve Sylvester

1988 - Metal Master Records

A CURA DI
SONIA GIOMARELLI
13/03/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Chi conosce bene le sonorità pesanti sa che nel nostro Paese il Metal e il Rock non hanno mai goduto di grande considerazione, nonostante un'importante tradizione sulla quale è impossibile sorvolare. Chi ha vissuto gli anni '70 non può dimenticare, infatti, la gloriosa stagione del Progressive e band come PFM, Balletto Di Bronzo, New Trolls, Banco Del Mutuo Soccorso, Alluminogeni, La Locanda delle Fate eccetera: una Scena all'epoca seconda solo a quella inglese, nonostante dei gruppi sopracitati quasi nessuno si ricorda, a parte qualche nostalgico e qualche cultore del genere. In ambito Metal si finisce ancora di più nell'Underground e se tale musica  si afferma in Gran Bretagna  già nei tardi anni Settanta, (la leggendaria N.W.O.B.H.M., "New Wave Of British Heavy Metal" che tanto affascina ancora  oggi) in Italia bisogna aspettare  i primi anni Ottanta (il 1983 fu l'anno simbolo con la pubblicazione dell'antologia "Heavy Metal Eruption" e l'organizzazione il 21 Maggio del "Festival di Certaldo", primo evento musicale di genere fatto nella penisola ), vuoi per la mentalità "retrograda" e bassa dell'ascoltatore medio  italiano abituato fino ad allora a sonorità Soft, vuoi anche per la paura ad approcciarsi ad una musica nuova, più pesante e più veloce del "semplice" Rock. L'affermazione dell'Heavy metal avviene quindi, pienamente, solo nella seconda metà degli anni Ottanta con la nascita della prima stampa specializzata (le leggendarie riviste  Metal Shock ed HM) ma con una tabella di marcia a passo di lumaca rispetto al mondo anglo-sassone. Fra gli apripista e pionieri del genere c'è da annoverare i livornesi Strana Officina (già in attività dai primi anni Settanta), i genovesi Vanexa (nati nel 1978), i milanesi Vanadium (1980), i fiorentini Sabotage (1981) e i pesaresi Death SS, vera e propria band divenuta un culto molto più che semplicemente italiano, nel corso degli anni. Sappiamo tutti la storia di quest'ultimi ,creatura personale di Steve Sylvester che dopo la fondazione del gruppo nel 1977, si ritrova a dover gestire problemi interni e dissidi con il suo amico e co-fondatore Paul Chain (vero nome Paolo Catena) . Nel 1982 la band pesarese si scioglie e nel 1983  Chain fonda e porta a compimento il progetto Violet Theatre reclutando alcuni ex membri del gruppo madre (il bassista Claude Galley ) e altri musicisti presi in qua e là da gruppi della scena marchigiano-romagnola, scena  che all'epoca ha dato i natali a band leggendarie e ormai dimenticate (Revenge, Run After To, Boohoos), molte delle quali gravitavano proprio attorno alla  figura di Paul Chain, vero guru e maestro del Rock marchigiano. Steve a sua volta non si dà per vinto: nel 1985, dopo l'avvenuto trasferimento a Firenze ed una ritrovata stabilità fisica ed emotiva, recluta altri musicisti e ridà vita al progetto Death SS, suo anche per quel che riguarda il monicker (che gli procurò all'epoca delle pesanti critiche  a causa delle  "SS", erroneamente confuse per un simbolo neo-nazista ma che in realtà  indicano le iniziali del suo nome d'arte e del suo vero nome, Stefano Silvestri), esordendo di nuovo e questa volta "ufficialmente" (senza contare demo e bootleg degli inizi) con il monumentale "?in Death of Steve Sylvester". Uscito nel 1988 per la  milanese Metal Master,troviamo dietro la sua genesi e regia esponenti della scena Heavy toscana come il fiorentino Andy Fois (chitarra, nella line-up vera e propria) e Dario Caroli (batteria, presente anche negli arrangiamenti dei brani) provenienti dai Sabotage, l'altro chitarrista Mario Assennato (dai Machine Messiah, Cult band nata e morta negli Eighties ), il bassista Ezio Lazzerini e il batterista Mimmo Palmiotta (noto anche gli ambienti Heavy- Power per la sua militanza tra le file dei Domine). Un LP fra l'altro introdotto da un artwork simbolico, in cui troviamo uno Steve seduto su una sorta di trono, quasi a significare la sua autorità e superiorità su tutti. Un chiaro segno di come i nuovi Death SS, rinati, girino intorno alla figura carismatica di Sylvester stesso, l'unico rimasto a indirizzare il gruppo verso il successo.  Se la copertina è un chiaro indizio, non è da meno il titolo del lavoro, simboleggiante la morte e la conseguente rinascita del frontman, ormai più che determinato a mostrare al mondo le sue capacità e la sua rediviva forza, anche se tutto il disco è lo specchio della mente oscura di una figura ormai divenuta un'icona del Rock tricolore. E iniziamo quindi ad analizzare canzone per canzone questo album!

La title-track iniziale "Vampire" (Vampiro) viene introdotta da un inquietante rintocco di campana a cui fanno seguito rumori di una bara che si sta aprendo: è l'inizio del terrore. La minacciosa voce di Steve Sylvester che nella prima strofa introduttiva pronuncia le parole "?io sono ritornato indietro dalla vita" suona quasi da monito e metaforicamente parlando lo possiamo interpretare come la rinascita della creatura di Steve dopo lo scioglimento del nucleo originale del gruppo, quindi il ritorno in scena del principe delle tenebre. In termini musicali ci troviamo di fronte ad un brano classicamente Heavy (ritmica e refrain) che parte veloce e prosegue verso la seconda metà su tempi più lenti e cadenzati. La track è impreziosita da un assolo semplice, di matrice Hard N' Heavy e si conclude con una strofa finale sulla quale Steve invita l'ingenuo ascoltatore a seguirlo con lui nel "Regno del sangue" e a convertirlo al male. A livello di Songwriting non ci si sorprende, chi sa la storia dei Death SS può interpretare questo testo ed in generale gli altri come una sorta di metafora della vita artistica di Sylvester. Segue "Death" (Morte), dal titolo inequivocabile. Introdotta da un arpeggio di chitarra e da una performance vocale di Steve quasi malinconica, la canzone sfocia poi in un Heavy dai tempi lenti in cui il buon principe si diletta in vocalismi nasali e ci rende partecipi di un testo angoscioso e quasi claustrofobico ("E' così stretto qui/ Non vedo niente!/Com'è buio qui!/E' tutto nero attorno a me "). La track ha un andamento moderato per tutta la prima parte e dopo l'assolo si parte con una ritmica ed una tempistica ad dir poco veloce di chiara matrice Thrash. Sylvester gioca con il testo e chiude la sua performance con una chiara convinzione di essere di nuovo morto, almeno per ora! Da notare bene come alcuni brani di questo disco prendano come oggetto un tipico personaggio del mondo Horror. Personaggi interpretati  da ognuno dei membri del gruppo . I costumi scelti da Steve richiamano fortemente l'iconografia dei vecchi film della Hammer, e dopo il vampiro e la morte troviamo il personaggio della Mummia, ossia l'oggetto della terza track in scaletta, "Black Mummy" (Mummia Nera). Atmosfere ancestrali introducono un brano con una struttura musicale costruita su stacchi Doom (con chiari riferimenti ai Black Sabbath per quando riguarda i refrain) e sferzate tendenti al Thrash.Il testo elogia il personaggio della Mummia che nella prima parte viene elevata a status di antica e gloriosa potenza ("Tu oh faraone/Tu  oh così alto e grande Re") ma che successivamente diventa uno scabro oggetto da esposizione in un museo ( "Esposto in un museo per il piacere delle masse di curiosi"). La trasformazione attuata nel testo in cui ritroviamo la stessa mummia riprendersi la sua gloria e diventare serva del Male ("E ora ritorni al tuo maledetto fatale giorno") viene scandita quindi dalla musica stessa che si dimena in un Heavy-Thrash roboante e minaccioso. Erik Landley (al secolo Ezio Lazzerini) introduce con un giro di basso un superclassico della produzione firmata "Death SS", la splendida "Zombie". A livello musicale la proposta non cambia e ci muoviamo ancora in un Heavy vecchia scuola qui rivisitato in chiave personale dal gruppo (non riuscirei a trovare paragoni con altri gruppi Italiani ed esteri dell'epoca e su questo i nostri sono stati veramente all'avanguardia). Da sottolineare il lavoro superlativo di Steve ed il suo cantato enfatico e provocatorio; per non parlare dell'assolo finale, uno dei migliori momenti sia del disco, sia di tutta la produzione del combo marchigiano, unito ad un riff splendido, fluido ed emozionante, capace di sovrastare su di una ritmica sempre di alta qualità, minacciosa e rocciosa. Il testo celebra la vittoria della morte sulla vita con Steve che quasi si trasforma in uno Zombie -  appunto!-  e decanta la sua liberazione dal mondo delle tenebre ( " E finalmente rivedo ancora la luce / La luce del giorno del ritorno") e  la voglia di uccidere e sterminare la razza umana ( "Gli uomini non si preoccupano della loro morte/ Io non so per cosa loro sono tornati/ Sono tornati per uccidere"). La bestia che sentiamo ululare nei primi secondi della quinta traccia ci fa capire che è ormai arrivato il momento di "Werewolf" (licantropo). La musica segue il testo e se nella prima strofa la ritmica si contiene, è nella seconda che la trasformazione dell'uomo a stato di bestia viene portata a compimento. Questa trasformazione (compresa anche lo stato psicologico) viene difatti scandita da una performance incessante dietro le pelli di Boris Hunter (Mimmo Palmiotta) e da refrain rombanti. La chitarra sforna refrain minacciosi, la voce di Steve trasmette un senso di disperazione e il brano si conclude di nuovo con la bestia ululante.  Il testo descrive a pieno il cambiamento fisico e psicologico del protagonista,incapace di reagire alla forze del male che lo stanno riducendo ad uno stato primordiale ("Ho visto il mio corpo ricoperto di peli/ Denti e orecchie si sono allungati/Sono cambiato,Non sono più un uomo/Diventerò un licantropo"). Il terrore imperversa nei solchi di questo Lp e la successiva "Terror" (Terrore), introdotta da un ritmo di batteria quasi guerresco, lo ribadisce ancora una volta. Un lenta e occulta angoscia porta l'ascoltatore a perdersi e a rimanere atterrito di fronte ad una track che -a parer mio - reputo tra le migliori del disco. Il cimitero diventa teatro di cerimoniali Doom con stacchi Heavy e assoli epici a cui fa capolinea un piccolo giro di basso verso la  seconda metà.  Leggendo i testi dei brani possiamo accorgerci come il protagonista sia costantemente intrappolato in un mondo dominato dal male ed anche in questo caso non si fa eccezione. Il povero ascoltatore si ritrova catapultato in un contesto oscuro, fatto di presenze terrificanti. Già la prima strofa  dà un esempio di cosa stiamo parlando ("Sono stato catturato da una tempesta di tuoni/ Persi il mio treno/ Non ci sono rifugi in questo posto/ Sono obbligato a trovare riparo in questo vecchio cimitero / che sembra abbandonato"). Già dalla spiegazione sembra di essere finiti in uno dei  vecchi film Horror della Hammer, tanto cari a Steve, il quale ha più volte dichiarato di esserne un grande fan. Ed è proprio questo l'obbiettivo di Steve: far rivivere le sue passioni attraverso la musica: ha sapientemente ripreso le iconografie cinematografiche (la già citata Hammer)  e fumettistiche horror (titoli di culto come "Jacula", "Terror", "Zora la Vampira", lavori a tinte orrorifiche ed erotiche prodotti dalla RG che per chi non lo sapesse, è una storica casa editrice italiana fondata da Renzo Barbieri e Giorgio Cavedon nel 1966) e le ha introdotte in musica attraversando in primis la cultura Glam Rock (Steve alla'epoca della fondazione dei Death SS nel '76, era un grande fan degli Sweet e dei KISS) ed in seguito spostandosi verso il genere che oggi ascoltiamo grazie alla passione all'epoca nata per sonorità più estreme, come il Punk Rock o il classic heavy metal, senza scordarsi di suggestioni più riflessive ed introspettive incarnate dal Progressive. In questa maniera ha creato un immaginario sonoro e visivo unico per l'epoca e che influenzerà  diverse band HM che nasceranno negli anni Ottanta. E proprio crescendo con il Glam Rock old school, Steve ha voluto inserire nella tracklist anche una originalissima cover di "I love the Dead" (Io amo i Morti) di Alice Cooper (tratta da "Billion Dollar Babies" del 1973). Confrontando l'originale con la rivisitazione dei pesaresi, ci accorgiamo che , escludendo il testo (anche se alcune strofe non vengono cantate, come l'iniziale: "Finalmente solo ! /Ti voglio tanto/ La sposa più dolce!...") solo lievemente rimaneggiato da Steve per dare un tocco personale, la musica è totalmente stravolta. Il pezzo originale è una ballata costruita su pianoforte,chitarra e batteria e su cori quasi kitsch. Nella versione dei Death SS è il Metal che regna con le sue chitarre amplificate al massimo. La morte viene presa come qualcosa da venerare e le ragazzate coresche si fanno sentire nel ritornello principale ("I Love the Dead"/ "I Love The Dead"). Nulla a che vedere con l'originale di Cooper che in questo caso viene si tributato in qualche maniera, ma spogliato di tutta la sua minacciosità.  "The Hanged Ballad" (La ballata dell'Impiccato) e lo dice pure il nome, è una ballata totalmente costruita su un giro di chitarra e tastiera da cui fanno capolino anche stacchi sinfonici verso la metà del brano. Sylvester non è più un demone ma un angelo che si cimenta in un canto pulito e malinconico , dove chiede sorprendentemente a Dio di essere assolto da propri peccati  ("Ma noi ora preghiamo Dio affinchè ci assolva") .Una parentesi che dura molto poco, ciò che Steve canta è solo un'illusione, uno scherzo e l'ascoltatore quasi preso in giro, se ne accorgerà nell'ultimo brano. E si, Steve sta dalla parte del Diavolo e si prende gioco di Dio nell'ultimo episodio del disco, la roboante "Murder Angels" (Angeli assassini). "Sono qui!"/ Li sento! Sono arrivati qua per distruggerci/ Loro sono gli angeli assassini". I primi quattro verso distruggono  tutto ciò che Steve aveva decantato  nel brano precedente.  Le ritmiche si fanno velocissime, la chitarra lancia riff di puro metallo e la voce di Sylvester ritorna ad  essere infernale.  La venuta del Male è concreta e Dio (eterno rivale del mondo infernale) viene quasi distrutto assieme alla razza umana da lui creata. Le forze oscure vengono accolte quasi come una liberazione ( "Si benvenuti angeli assassini/ Benvenuti maledetti angeli senza cuore / Voi che venite da lontano pe distruggere").

E' la vittoria personale del male e di Steve soprattutto, che sforna assieme ai sui fedeli sudditi uno dei dischi più importanti dell'epoca e sicuramente tra i migliori in circolazione tutt'oggi. Da sottolineare comunque che, essendo l'opera  uscita  solo con più di dieci anni di ritardo, esistevano già delle registrazioni precedenti di alcuni brani  che risalivano ai tempi in cui ancora nel gruppo militava Paul Chain. Il disco è quindi frutto di un lavoro di arrangiamento e ri-registrazione dei brani, alcuni dei quali come "Vampire", "Death" e "Werewolf" sono però  totalmente inediti. Da ricordare  inoltre che il full-length è stato ristampato successivamente nel 1997 dalla Lucifer Rising Records (etichetta fondata da Steve) con l'aggiunta di quattro bonus-track: le cover dei Black Widow, "In Ancient Days"e "Come to The Sabbath", la versione demo di "Zombie" (risalente ai primi anni di attività con Paul Chain) ed un versione live di "Black Mummy". In questo album Steve si riprende il maltolto e rimette in piedi la creatura che aveva fatto nascere un decennio prima gestendola a suo piacimento: i Death SS, rinati, lasciano quindi  alla scena Metal italiana ed estera un capolavoro di disco che brilla sia livello compositivo sia di produzione. "In Death Of Steve Sylvester" è un album innovativo e originale per l'epoca in cui è uscito e immortala bene il momento d'oro dei nostri.

1) Vampire
2) Death
3) Black Mummy
4) Zombie
5) Werewolf
6) Terror
7) I Love The Dead
(Alice Cooper Cover)
8) The Hanged Ballad
9) Murder Angels

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