DEATH

Scream Bloody Gore

1987 - Combat Records

A CURA DI
ANDREA FUMAGALLI
04/07/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

I Death rappresentano una delle istituzioni della scena Death Metal, a livello mondiale. Ogni metallaro, di qualsiasi età e provenienza, ne ha sicuramente sentito parlare, almeno una volta nella sua vita; anche coloro i quali che, magari, non sopportano il Death Metal.. ma molte volte si sono letteralmente innamorati delle opere di Chuck Schuldiner, opere universali, capaci di arrivare ad un pubblico vastissimo ed incredibilmente eterogeneo. Opere che si sono susseguite nell'arco di un decennio e  nelle quali l'evoluzione della proposta sonora è sempre stata netta nonché ben percepibile. Tutte le storie hanno un principio, un punto d'inizio.. ed oggi, con l'articolo che vi proponiamo, andremo a recensire proprio il debutto dei Death, vale a dire "Scream Bloody Gore", un disco uscito nel 1987 e che forse, assieme al ben conosciuto "Seven Churces" dei Possessed, ha contribuito a codificare definitivamente quello stile che conosciamo con il nome di "Death Metal". Un autentico pilastro, un disco straordinario, che al contempo scriveva la storia ma era ancora ben lungi dal farci osservare appieno tutte le reali qualità di uno Schuldiner che, a partire dal 1987, avrebbe sempre migliorato la sua proposta, giungendo di volta in volta a lidi sempre più impegnativi e particolari, per ciò che concerne la sperimentazione musicale.  Alla base del genere mostrato da questo LP troviamo naturalmente un'estremizzazione del Thrash che tanto piaceva negli anni '80: band come gli Slayer e Metallica esercitarono infatti un notevole ascendente su Chuck ed i suoi contemporanei, senza scordarsi poi di un certo tipo di Heavy Metal. Gruppi quali Mercyful Fate (caratterizzati da un sound oscuro e da intricate trame musicali) od i più scalcinati ("punk", se vogliamo) Venom, che con la loro crudeltà ed il loro sound grezzo contribuirono non molto a definire l'immaginario dei vari Schuldiner, Becerra e così via. Complessi che dettarono di fatto le fondamenta del Death Metal, il quale giunse a delinearsi quando i primi suoi alfieri estremizzarono ancora di più la velocità di esecuzione e la pesantezza dei riff uditi in album come "Reign in Blood" o "Black Metal", e si cominciò a cantare sperimentando lo stile vocale che tutti oggi conoscono come growl; uno stile sporco e aggressivo, che ben si sposava con la violenza degli strumenti. Questo, dunque, il panorama in cui si inseriva il disco di debutto dei Death. Una testimonianza, quest'ultimo, molto importante, fondamentale per molti versi. Un album che venne inciso da Chuck Schuldiner che si occupò di chitarre, basso e voce, con l'ausilio di Chris Reifert  (personaggio che successivamente fondò gli Autopsy), il quale registrò invece la batteria. Al tempo in cui effettivamente venne licenziato "Scream Bloody Gore" i Death esistevano comunque da un po' di tempo, ed avevano alle spalle una storia assai rocambolesca. Compiere un passo indietro, per raccontarla, è più che mai doveroso. Precisamente, il gruppo si formò nel 1983 dalla sinergia dei liceali Barney Lee (batteria / voce) e Frederick Delillo (alias Rick Rozz, chitarrista) ed il nostro Chuck Schuldiner, anch'egli chitarrista nonché poco più che adolescente. Un trio dedito all'adorazione del Metal più veloce e pesante dell'epoca: Slayer, Venom, Raven, Mercyful Fate, successivamente i Celtic Frost; un potpourri di band differenti dalle classiche scene U.S. Power e N.W.O.B.H.M., delle quali Chuck era comunque un cultore, senza scordare il suo amore per un certo tipo di progressive (non un caso che, nei suoi ascolti abituali, potessero essere inseriti dischi come "The Nightcomers" degli Holocaust o differenti opere dei Queensryche). Il trio si battezzò ufficialmente Mantas, monicker ispirato nientemeno che da Jeffrey "Mantas" Dunn, chitarrista dei Venom. Il tutto per volere del giovane Chuck, più che mai deciso a fare sul serio. Una presenza, quella di Schuldiner, destinata sin dall'inizio a divenire dunque preponderante ed imprescindibile, all'interno di quella che sarebbe stata la storia dei suoi Death. La sua intraprendenza e la sua genialità permisero ai Death di diventare, nel tempo, uno dei gruppi più rispettati all'interno della scena; nonostante, parlando col senno di poi, i vari cambi di formazione e problemi nati in seno al progetto. Vicende particolari quanto la vita del Nostro. La storia personale di Chuck risulta sin da subito travagliata, benché iniziata normalmente: figlio minore di una coppia di insegnanti, visse la sua vita in maniera normale e spensierata sino alla morte del fratello maggiore, avvenuta in un incidente stradale. Un episodio che gli causò un dolore infinito, un dolore che venne in parte acuito da una chitarra acustica, che i genitori regalarono al piccolo Chuck con l'intenzione di distrarlo un po'. Una cura che (fortunatamente!) funzionò "troppo" bene, tanto che Schuldiner si innamorò letteralmente della sua chitarra. La musica divenne quindi una vera e propria ossessione, alla quale dedicarsi anima e corpo. Ben presto decise di prendere delle lezioni, venendo seguito da un maestro. Tuttavia, il giovane chitarrista mal riusciva a conciliare una formazione "troppo" classica con quel che egli realmente voleva suonare, ispirato da band come KISS ed Iron Maiden, ma anche più pesanti, come i Kreator. Obbligato a suonare brani come "Mary aveva un agnellino", ben presto Chuck decise di provvedere a sé stesso in maniera autonoma, trasformandosi in un autodidatta. Il suo ritmo di esercizio si assestava sulle tre ore giornaliere, ma nel week end, complice la chiusura delle scuole, poteva estendersi praticamente all'infinito. Con il passare del tempo, il giovane chitarrista ricevette una chitarra elettrica con la quale iniziò a macinare riff su riff, composti direttamente da lui, basandosi sulla musica dei suoi eroi. Dopo l'incontro con Kam Lee e Rick Rozz, Chuck si diede ancor di più anima e corpo alla composizione dei pezzi, avendo ora un gruppo alle spalle con il quale poter concretizzare le sue idee. Tuttavia, la musica era ormai divenuta una passione irrefrenabile, che mal si conciliava con i suoi naturali obblighi di adolescente. Schuldiner prese così la decisione di abbandonare gli studi, determinato a diventare un musicista professionista. I genitori, d'altra parte, lo incoraggiarono sempre;  ponendo, però dei paletti al Nostro. Chuck ricevette infatti un termine perentorio:  avrebbe dovuto ottenere un contratto discografico, altrimenti il suo sogno sarebbe finito. Detto-fatto, i Mantas iniziarono a rilasciare demo su demo, riuscendo a crearsi un buon nome nell'underground Floridiano, anche grazie ad un'intensa attività live; benché le loro registrazioni non fossero di grandissima qualità e fossero effettuate in presa diretta in un garage. Lo stesso Schuldiner ebbe modo di dichiarare: "Quando esordii con la band, avevo solo suonato la chitarra per sei o sette mesi. Non sapevo neanche suonare un assolo. Il mio unico obiettivo era di suonare riff feroci, accompagnandoli con il suono di chitarra più crudele mai sentito". La volontà c'era, ma era insito nel Nostro anche il "tarlo" del miglioramento, quella scintilla che lo portò sempre a comportarsi da "ultra-perfezionista", arrivando a licenziare (in futuro) membri su membri per la loro incapacità di star dietro alle sue idee. Dopo cinque demo (la più significativa delle quali fu "Death by Metal" del 1984), avvenne il definitivo cambiamento. Chuck volle difatti cominciare un nuovo percorso, pur mantenendo vicino Rozz e Lee, mantenendo la brutalità di base ma comunque spostandosi verso un sound più tecnico e meno prevedibile. Decise così di ribattezzare i Mantas in "Death", prendendo spunto dal suo periodo di depressione, dovuto alla morte del fratello. Come ebbe modo di dichiarare in interviste successive, Chuck ammise di aver voluto usare questo monicker per "esorcizzare" il suo dolore. I testi pregni di horror e violenza erano infatti, come per i Venom, un gioco da portare avanti, rendendo determinati argomenti meno spaventosi e terribili di quanto in realtà siano. La nuova creatura ebbe subito modo di farsi sentire. Live e demo a profusione, e proprio parlando di queste ultime, possiamo ricordare pubblicazioni come una ri-edizione di "Death by Metal", seguita dalla tellurica "Reign of Terror", entrambi nastri del 1984, accompagnati anche da una lunga serie di tapes registrati durante i concerti. Il 1985 è l'anno di  "Infernal Death", demo che segna il primo vero cambio di rotta della formazione. Con il passare del tempo, infatti, prima Rick Rozz e poi Kam Lee si allontanarono dal gruppo, non condividendo l'eccessiva perizia / voglia di evolversi che Schuldiner pretendeva da ogni membro del suo gruppo. Chuck era una persona già molto carismatica e sicuramente era dotato del tipico approccio da leader, atteggiamento che lo avrebbe sempre fatto rimanere a galla nonostante i problemi. Il nostro non si fece scoraggiare dalla dipartita dei due compagni e si buttò dunque nella ricerca di nuovi componenti. Le prime scelte lo portarono in quel di San Francisco, e constarono in Scott Carlson e Matt Olivio, basso e chitarra, entrambi ex Repulsion. Subentrò anche il batterista Eric Brecht, percussionista dei D.R.I., una sinergia che diede vita ai "nuovi" Death ed alla demo "Back From the Dead". Tuttavia, Schuldiner non fu affatto soddisfatto, e decise di sciogliere nuovamente il gruppo. Si prese dunque un quasi anno sabbatico, nel quale dedicarsi ancor di più allo studio della chitarra. Nel 1986 ebbe anche modo di partecipare, in veste di chitarrista solista, nell'album "Strappado" dei canadesi Slaughter. Risultato di un suo breve viaggio a Toronto, episodio che tuttavia non ebbe un seguito ed anzi fece sorgere in Chuck, ancor di più, la voglia di essere il master mind di un progetto che fosse stato suo e solo suo. Il nostro tornò dunque in Florida ed in seguito ancora a San Francisco, città in cui ebbe modo di conoscere, grazie ad un annuncio, per l'appunto il batterista Chris Reifert. Una collaborazione dalla quale scaturì la demo "Mutilation", che riscosse non pochi successi in ambito underground, tanto da "allertare" la "Combat Records", la quale propose a Chuck di incidere un primo vero LP d'esordio. Contratto ottenuto, con buona pace dei suoi genitori. Ecco così che "Scream Bloody Gore" vede i Death ridotti praticamente ad un duo. Il disco si compone di dieci tracce, cinque per lato. Tracce grezze e dirette, che mirano a far male all'ascoltatore, il quale deve fare i conti non solo con una musica violenta e pesante ma anche con testi incredibilmente diretti e macabri. La passione di Chuck per i film horror di manifestò in pieno nelle liriche del gruppo e un pezzo come "Evil Dead" ne è l'esempio. Secondo una dichiarazione di Chuck , lui ed i suoi compagni di gruppo erano in particolare attratti dal film "Evil Dead", appunto; tanto da recarsi, tutte le sere, a vederlo presso il loro cinema locale. Capiamo bene, quindi, che di materiale sul quale scrivere testi che provocassero sgomento tra i benpensanti ce ne fosse a sufficienza. Pur mantenendosi comunque distanti da un certo tipo di satanismo espresso da band come Venom, appunto, ed Hellhammer. L'aggressività dei testi è forse il modo con cui Schuldiner nascondva la sua vera personalità, una personalità molto distante da quella di tanti suoi, illustri, colleghi. Timido e riservato, il chitarrista voleva forse sfogare il proprio dolore, e la sua determinazione vedeva proprio nel proprio disagio interiore suo carburante. La musica come strumento di riscatto nei confronti della vita rappresenta per Schuldiner la via da seguire, testi violenti che sapessero turbare l'ascoltatore, una violenza repressa a lungo e sfogata proprio nelle liriche del gruppo. "Scream Bloody Gore" uscì come detto per la "Combat Records" e fu prodotto da Randy Burns, il quale venne menzionato nei crediti come percussionista. Secondo i credits, sarebbe presente anche un certo John Hand come chitarra ritmica, anche se, a conti fatti, è stato Chuck ad occuparsi di ogni situazione concerne alle asce. A colpire subito, di "Scream..", è naturalmente la cover. Il disco venne infatti dotato di una copertina molto bella, divenuta ormai iconica di un movimento, e disegnata nientemeno che dal grande Ed Repka. In questa illustrazione, vediamo raffigurati tre zombie atti a brindare con calici contenenti forse vino (o forse sangue ?), con fare cerimoniale, all'interno di una cripta. Una copertina dai colori accesi che già era in grado di attirare un curioso ascoltatore, soprattutto chi era in cerca di un qualcosa che fosse quanto meno ESTREMO.

Infernal Death


Si comincia questo viaggio nelle profondità del terrore e della brutalità grazie all'avvicendarsi della open track, "Infernal Death (Morte Infernale)". Un'intro affidata a una chitarra profonda e tombale dà definitivamente il via al disco, preannunciando l'assalto che seguirà. Lentamente gli strumenti iniziano a muoversi, mentre lo screaming lancinante di Chuck irrompe selvaggiamente, squarciando l'aria e caricando il contesto di tensione e violenza. Il tutto sino alla fulminea accelerazione, introdotta da una rullata di batteria, giunta a suonare la carica. Il tupa-tupa furioso delle pelli maltrattate sostiene un riff orecchiabile e pregevole per l'intera strofa, cruccio particolare di Chuck era infatti che il tutto non suonasse troppo "fracassone" ma che anzi la sua proposta avesse un "senso", tecnicamente parlando. Una strofa dunque violenta ed urticante, che tuttavia già mette in mostra grandi qualità. Il refrain è affidato a veloci bicordi, sempre sostenuti da una batteria tirata e veloce, incessante.  Dopo una seconda strofa ed un nuovo refrain si ha un cambio di riff, segno che per gli assoli è dunque tempo di presentarsi. Notiamo come essi siano sostenuti dai medesimi riff di strofa e refrain, suonati per acuire l'enorme lavoro svolto da uno Schuldiner fiero e selvaggio. Il pezzo si avvia verso la conclusione, non prima di un ulteriore refrain e della ripetizione del riff che aveva preceduto gli assoli. Ottima prova, e siamo solo all'inizio. Un testo che a sua volta comincia ad introdurci la grandguignolesca carrellata di immagini macabre e disgustose che caratterizzeranno tutte le liriche dell'album. All'inizio di questo collage di immagini orripilanti si parla delle gesta di un folle, intento a bruciare i corpi delle sue vittime. Non si sa se il protagonista di questo brevissimo testo sia un inquisitore o comunque abbia a che fare con i roghi di streghe, fatto sta che gode nel vedere persone ardere vive, fra atroci sofferenze. Tutto il testo viene rivolto a evocare immagini di terrore e inquietudine, facendoci quasi udire le risa di questo folle, con gli occhi resi luccicanti a causa dei riflessi delle fiamme. Le sue vittime strepitano, urlano, si consumano a poco a poco.. una morte infernale attenderà gli sfortunati capitati nelle mani del maniaco, una morte che non si augurerebbe neanche al peggior nemico, tanto è dolorosa, violenta ed inumana. L'odore di carne bruciata impregna l'aria ed il mostro è soddisfatto.. il suo unico cruccio è ora quello di trovare nuovo "combustibile" umano da sfruttare per i suoi perversi rituali.

Zombie Ritual

E proprio di riti parliamo, neanche a farlo di proposito, nella successiva "Zombie Ritual (Rituale dei non morti)". Anche in questo caso siamo iniziati al contesto da un'introduzione lenta e gradevole, che affida a possenti note di chitarra (ma soprattutto alle linee di basso, qui poste in evidenza) il compito di avviare l'ascoltatore all'interno del pezzo.  La batteria rimane dal canto suo lenta e monolitica, sino a sfociare rapidamente in un'accelerazione, per mezzo di un veloce tupa-tupa che ci porta dunque nel vivo della prima strofa. La voce di Chuck è subito in risalto, ed ecco subito una variazione basata su un riff che si compone di bicordi e linee di chitarra suonate in tremolo picking. Successivamente udiamo un preciso stacco, e l'ingresso della doppia cassa martellante ci porta quindi ad una sezione più cadenzata che a sua volta ci conduce al refrain. La voce di Chuck ripete le parole "Zombie Ritual" con fare mostruoso, prima che si riprenda a martellare l'ascoltatore con l'introduzione della seconda strofa. La struttura si ripete, abbiamo il pre-refrain e poi il ritornello che ancora una volta risulta essere efficace e vincente, in virtù della sua brutale semplicità. Ecco che gli assoli spuntano senza tante anticipazioni, mostrandoci ancora una volta quanto per Chuck fosse essenziale il binomio "tecnica / brutalità". Splendide esecuzioni che si lasciano ricordare, il pezzo quindi continua con la riproposizione del ritornello, il quale ci porta alla conclusione definitiva del pezzo. Non molti sanno che, liricamente parlando, il testo di questo brano risulta uno splendido tributo ad un regista italiano molto stimato da Schuldiner. Parliamo de "il terrorista dei generi", ovvero Lucio Fulci, maestro dell'Horror tricolore ed autore di un film, "Zombie 2" (1979), particolarmente amato da Chuck.  Al centro del testo troviamo quindi la figura degli Zombie, descritti come Fulci li presentava. Morti resuscitati, dalle carni nere e putrefatte, dalle orbite brulicanti di vermi. Creature disgustose e violente che infestano la terra aggredendo gli umani, masticando la loro carne senza alcun rimorso o inibizione, per trarne nutrimento. Una volta caduti sotto le armi e le fauci degli Zombie il malcapitato si unirà a loro, divenendo anch'egli un morto vivente e perdendo in questo modo la sua umanità. Risorgerà in cerca di vittime, sarà destinato ad essere imprigionato all'inferno che verrà ad essere la sua dimora. La sua UNICA, dimora. Da quel che si evince dalle liriche, il buon Schuldiner ebbe sicuramente modo di rappresentare due scene cardine del film: l'apocalisse finale (orde ed orde di Zombie partiti letteralmente "alla conquista" di New York e la famosa scena del "banchetto", ovvero quella in cui quattro zombie sono intendi a mangiare un cadavere non lesinando versacci, sputi e rigurgiti di varia natura. Insomma, un vero e proprio excursus all'interno di una pellicola storica.

Denial of Life

Si prosegue con "Denial of Life (Negazione della Vita)". A differenza dei precedenti due, il terzo brano del lotto parte subito veloce, ben scandito da un riff in tremolo picking e da un veloce tempo di batteria. La voce di Chuck va a unirsi agli strumenti dopo poco, in un tripudio di somma violenza. La strofa si mantiene su di una velocità costante, brutale e sostenuta, mentre il refrain è invece caratterizzato da una decelerazione, contesto nel quale la voce di Chuck è ancora una volta protagonista, spiccando per potenza. Un bel connubio ed una bella variazione, non c'è che dire. Si riprende la strofa, dopo che la chitarra, da sola, va a riprendere il riff portante del pezzo. Il duo Schuldiner / Reifert continua ad aggredire l'ascoltatore, con un pezzo grezzo e devastante, che gode di un minutaggio scarno proprio perché può in questo modo sfogare tutta la sua violenza nel poco tempo a disposizione. Il secondo ritornello ci dà una riconferma sulla qualità della voce di Chuck, che già in questi frangenti risulta essere ben calibrata e in grado di emergere dignitosamente sugli strumenti. Ecco dunque che si ha una variazione, le chitarre acquisiscono vigore, anche grazie e fulminei assoli sempre ad opera di Schuldiner. Successivamente un'altra variazione, dove i riff di chitarra diventano maggiormente grossi e pesanti, con il compito di portarci alla conclusione del pezzo. La composizione delle liriche è qui molto confusa e meno esplicita che nei precedenti brani: si va di fatto abbandonando le parole estremamente forti dei due precedenti testi per descrivere invece i pensieri di un soggetto che sta per suicidarsi. Egli rifiuta la vita, con un coltello insanguinato pone fine alla sua esistenza lasciandosi dietro il suo cadavere. La morte e la disperazione lo accolgono, una volta entrato nel mondo di dolore del quale ha ormai deciso di proseguire la sua esistenza. E' impossibile descrivere al 100% i pensieri di un suicida. Non sapremo mai cosa e perché un determinato avvenimento abbia spinto qualcuno a levarsi la vita. Sta di fatto che la confusione di quei momenti è particolarmente marcata dal susseguirsi di pensieri e stati d'animo differenti. Confusione, tanta confusione. Un rumore assordante, il fluire incessante di immagini e suoni, la volontà di farla finita per strapparsi di mano ad un dolore ormai divenuto insopportabile. Come proseguire? Come poter affrontare la vita, quella vita così crudele e menefreghista? La soluzione è a portata di lama.. non resta altro da fare che lasciare che il coltello scivoli sulle nostre vene ed arterie, chiudendo quindi il cerchio.

Sacrificial

Segue senza sosta "Sacrificial (Sacrificale)": le chitarre ritornano ad essere lente e profonde nella intro e non solo, dato sì che questo espediente verrà esteso anche facendolo "sconfinare" nel vero e proprio inizio del pezzo. La prima strofa, infatti, si caratterizzerebbe per la sua lentezza; la quale, tuttavia, non dura poi molto. Ecco che la velocità aumenta con un bel cambio di riff, anche se la batteria continua ad essere particolarmente cadenzata, prima che irrompa il refrain e il gruppo decida di ritornare a suonare ad altissime velocità. Subito dopo si ritorna al riff portante, catacombale e marcio fino al midollo, la voce di Chuck sembra portare alla nostra mente i devastanti scenari evocati dalle liriche del gruppo. Ecco che il Nostro riprende il riff che anticipa il refrain, l'esplosione di violenza che caratterizza quest'ultimo ci colpisce un'altra volta, gli assoli irrompono poi maestosi senza anticipazioni od orpelli vari. Semplicemente, espressioni soliste dedite a mostrarci la violenza e la tecnica di cui Chuck di fatto dispone. Dopo gli assoli, il pezzo sembra rallentare e concedere all'ascoltatore di riprendere fiato, prima che si ritorni ancora una volta al refrain ed alla definitiva conclusione il pezzo, il quale si interrompe bruscamente. Nel testo  si ritorna alla violenza tout-court, abbandonando quindi i pensieri confusi e tristi del suicida presente in "Denial..". Forse ispirandosi al film "Non aprite quella porta" ("Texas Chainsaw Massacre", di Tobe Hooper, 1974), il gruppo dà vita a delle liriche malatissime; nelle quali, di fatto, si descrivono le gesta di questo folle che, con la sua motosega, semina terrore e panico negli sventurati che lo incontrano. Le terrificanti torture e la brutale uccisione delle vittime non sono altro che la prassi per questo serial killer che non si ferma davanti a niente, che ama vedere i malcapitati ridotti in pezzi, annegati in un lago creato dal loro stesso sangue. Sembra proprio il modus operandi del ben noto Leatherface ("faccia di cuoio"), il serial killer del film citato prima. Un gigantesco essere deforme che, dopo aver torturato a morte le sue vittime, le fa a pezzi con il suo "giocattolo" rotante. La pelle degli sventurati veniva usata, nella pellicola, per ricavare maschere e vestiti, che Leatherface era solito indossare, per coprire le deformità delle quali era solito vergognarsi molto. 

Mutilation

A chiudere il Lato A di "Scream Bloody Gore", la titletrack della celebre demo del 1988, ovvero "Mutilation (Mutilazione)". La chitarra disegna un riff in tremolo picking grosso e devastante, ed il gruppo può dunque partire a tutta la velocità con la prima strofa. La batteria si rende protagonista di velocità sostenute che ci potano subitamente al refrain, senza farci perdere tempo. Un refrain che risulta caratterizzato da un riff in tremolo picking e da notevole velocità, componente che non vuole scemare per nulla al mondo. Si ritorna alla strofa,  e si riprende poi il refrain, in un susseguirsi brutale che rinuncia a particolarismi per poter in questo senso glorificare la violenza e la potenza. La voce di Chuck, dopo tutto, ruggendo rabbiosamente la parola "Mutilation", dichiara magnificamente quelli che sono gli intenti di un brano di questo calibro. Ecco che la chitarra riprende il riff iniziale e la batteria segue le sua intenzioni, entrando di potenza con la doppia cassa e abbattendosi sull'ascoltatore. I fulminei assoli anticipano il pre-refrain e poi il refrain stesso ci porta alla conclusione di un pezzo a dir poco devastante, nel vero senso della parola.  Il testo, dal canto suo, ben si sposa con l'aria di "essenzialità" che qui si respira, e risulta quindi molto scarno, un "riempitivo" di lusso, non andando a descrivere chissà cosa. Si parla ancora una volta delle gesta del serial killer, il quale sottopone le vittime a torture terrificanti ed indicibili. Alla base di tutto sembrerebbe esserci una volontà di vendetta, che porta il protagonista a straziare il corpo di un suo rivale. Coltellate multiple, ferite, sfregi, pugnalate, lividi.. una carrellata di immagini che sicuramente fanno percepire l'odio che quest'uomo doveva provare per la persona che ora sta massacrando senza pietà. Dato che, a parte le strofe (in cui comunque non viene detto molto, in quattro versi ciascuna), il tutto si traduce in frasi ripetute ossessivamente, quali: "Mutilato, mutilato, devi morire male!!". 

Regurgitated Guts

Il Lato B viene battezzato da "Regurgitated Guts (Viscere vomitate)": il pezzo viene caratterizzato da una partenza veloce e dinamica, il riff di impronta marcatamente thrash viene sostenuto da una batteria sempre coinvolgente, seppure essenziale e mai troppo estrosa. Le linee vocali risultano poi sempre interessanti, sicuramente degne di ciò che un contesto del genere richiedeva.  Ecco che il pezzo alterna il riff portante con un altro riff più veloce che aggredisce l'ascoltatore e conferisce varietà al brano, non scadendo quindi nella riproposizione di stilemi già abbastanza adoperati. La struttura del pezzo si ripete una volta e si ritorna poi al riff più cadenzato. Ecco che un nuovo riff di chitarra sostenuto dalla cassa di batteria ci porta al refrain, basato su veloci bicordi di chitarra sostenuti da un tupa-tupa incessante. Si riprende il riff portante e poi si va all'accelerazione, in un vero e proprio alternarsi letali di soluzioni sempre vincenti. Si ripete ancora una volta la struttura del pezzo e si va ancora allo stacco di chitarra, che ci porta al refrain. Il pezzo acquisisce varietà grazie ad un nuovo riff basato su bicordi che va poi a sostenere gli assoli e ci porta al riff che, nella strofa, sosteneva l'accelerazione già indicata in precedenza. Ecco dunque un'ulteriore variazione, l'ennesima, che ci porta alla fine del pezzo. Un vero e proprio mix letale di cambi ed improvvise accelerazioni. La tematica horror continua a intessere le liriche dei nostri, ed ancora una volta viene tirato in ballo Lucio Fulci. Il film che Schuldiner decide di tributare, in questo testo, è il celeberrimo "Paura nella città dei morti viventi", classe 1980. Un film che narra di un'antica maledizione abbattutasi su di una indifesa cittadina, la quale è afflitta da una presenza demoniaca, dotata di poteri al di sopra della normalità. Il titolo del pezzo fa difatti riferimento ad una delle morti che l'entità è in grado di provocare, nei malcapitati. Un prete maledetto che, solo fissando la sua vittima, riesce a prosciugarla delle sue viscere, facendole letteralmente uscire dalla bocca. Celeberrima la scena in cui una ragazza, vedendo il demoniaco prete, dapprima inizia a sanguinare dagli occhi e solo di seguito si ritrova a rimettere il suo intero apparato digerente. Un demone dunque testimone di un'apocalisse: quando il servo infedele di Dio tornerà dall'inferno, la vita dell'umanità avrà fine.  Tra atroci dolore e sofferenze, tutto quel che conosciamo verrà annullato mentre ognuno cercherà invano la salvezza. 

Baptized in Blood

Ci avviciniamo alla conclusione con la comparsa di "Baptized in Blood (Battezzato nel sangue)". L'intro è affidato ancora una volta (come già accaduto in diversi episodi) ad un riff lento e soffocante, il quale sostiene magnificamente il lancinante screaming di Chuck. Durante la strofa, si continua invece con un riff in tremolo picking e con un veloce tupa-tupa di batteria, proprio per accumulare maggiori tensioni e velocità. Il refrain è caratterizzato a sua volta da un rallentamento e poi da una veloce accelerazione, mostrando quindi una varietà senza dubbio esaltante. Il riff in tremolo torna a fare da padrone con l'avvicendarsi della seconda strofa, quando la pesantezza delle chitarre irrompe sull'ascoltatore e ci porta ad un nuovo pre-refrain seguito poi dal ritornello ben collaudato e studiato.  Ancora una volta si ha la ripartenza affidata alla chitarra, ecco un cambio di riff che ci porta ad una sezione più cadenzata e dinamica. Gli assoli irrompono dunque ed ancora una volta (seguendo una sorta di "prassi") senza anticipazioni, seguiti poi dalla ripresa del ritornello, con la conseguente variazione che ci porta quindi alla conclusione di un altro bel pezzo.  Nelle liriche si narra la storia di questo bambino che rappresenta di fatto il figlio del demonio. "Battezzato nel sangue", egli seminerà odio e violenza, l'apocalisse si scatenerà a causa sua mentre l'umanità, impotente, perirà sotto cieli neri, senza luce. Impossibile leggere un testo del genere e non pensare ad un celebre horror del 1974, tale "The Omen", diretto da Richard Donner. Un film nel quale un innocuo bambino di nome Damien risulta essere in realtà l'Anticristo, dotato di poteri sovrannaturali ed in grado di uccidere chiunque tenti di ostacolarlo. Il diavolo in persona, il primo dei caduti, il principe delle tenebre: battezzato nel sangue di tutte le sue vittime, le quali muoiono di fatto nel modo più cruento e violento possibile.

Torn to Pieces

Avanti tutta con "Torn to Pieces (Fatto a pezzi)", terzultimo brano di "Scream Bloody Gore". Una chitarra grossa e pesante irrompe all'inizio del pezzo, mentre la batteria va a sostenerla con un tempo ben scandito ed assai potente. La strofa viene caratterizzata dal riff dell'intro, una strofa tiratissima che ci porta quindi ad una variazione sulla quale si staglia il pre-refrain; successivamente, un break dove Reifert detta il cambio di velocità con il charleston ci porta al refrain, il quale può dunque palesarsi senza ostacoli. Dopo questo si continua con la strofa e la sua velocità martellante. Ecco che si arriva alla variazione che anticipa il refrain, con quest'ultimo frangente che quindi irrompe dopo il "via" della batteria. Ecco un nuovo riff sostenuto solo in maniera essenziale dalla batteria ed il palesarsi degli assoli, e si va poi a riprendere il refrain, fino alla conclusione del brano.  Ancora morti e nefandezze in questo nuovo testo, dove si narrano le gesta di questo gruppo di cannibali intenti ad uccidere un gruppo di malcapitati. Giovani ed impotenti, le vittime subiscono agghiaccianti torture, e l'ultima vittima è quella che soffre maggiormente:  prima vede torturare i suoi amici e poi cerca invano di scappare, mentre un grosso uncino la trafigge. Riferimenti filmici ancora una volta abbastanza definiti e per di più nuovamente tricolori. Impossibile che Chuck, infatti, non si sia direttamente ispirato ai cosiddetti "cannibal movie" all'italiana, una serie di film tutti incentrati su di una comune tematica: una troupe di giornalisti / ricercatori occidentali barbaramente trucidati da tribù di "selvaggi", all'interno di una giungla o di un paese sperduto. Titoli come "Cannibal Ferox" di Umberto Lenzi o magari "Cannibal Holocaust" di Ruggero Deodato avranno sicuramente catturato l'attenzione dell'allora giovane Schuldiner, poco ma sicuro.

Evil Dead

Giunge ora uno dei brani più famosi dell'intero platter, la penultima "Evil Dead (La Casa *)". Un'introduzione affidata ad un lick in tapping di Chuck, sostenuta dal charleston di Reifert, ci accompagna durante la progressiva marcia verso il riff portante del pezzo. Questo viene anticipato prima dalla sola chitarra e viene successivamente sostenuto (in maniera assai essenziale) dalla batteria; si staglia in seguito su di un tempo più veloce e dinamico che dunque ha il compito di portarci alla prima strofa. Questa viene caratterizzata da un riff composto da bicordi che ci porta al refrain basato invece sul riff portante già udito.  Ecco che la strofa si ripete e il refrain segue a ruota, tutto viene nuovamente presentato in rapida successione per non darci modo di resistere a questo serrato attacco. Una vera e propria blitzkrieg sonora, non c'è altro da aggiungere! Ecco che si arriva alla sezione assoli basata prima sul riff che accompagna la strofa e poi su quello portante, riff che hanno il compito di esaltare quanto Chuck è in grado di fare, sei corde alla mano. Ecco che la sezione solista si protrae con una ripetizione dei due riff e abbiamo poi uno stacco di chitarra, successivo al quale l'ascia riprende il riff portante. Si va alla terza strofa e al successivo refrain che ci accompagna alla fine del pezzo, chiudendo di fatto uno dei momenti più belli di tutto "Scream Bloody Gore". Riprendendo la trama del film "La Casa" (* motivo per il quale il titolo del pezzo è stato tradotto con il suo corrispettivo "filmico" italiano, ndr) i nostri vanno in queste liriche a descrivere la disavventura di un gruppo di ragazzi, decisi ad "invadere" uno chalet abbandonato per potervi far festa durante un week end. Quel che scoprono all'interno dell'abitazione, però, ha dell'incredibile: mediante l'ascolto di un nastro lasciato incustodito nella cantina dello chalet, i ragazzi vengono a conoscenza del fatto che un archeologo si era infatti rifugiato in esso per poter studiare il famoso "Necronomicon", un libro contenente formule di magia nera in grado di poter risvegliare demoni e defunti. Spingendosi troppo oltre con i suoi studi, il professore aveva risvegliato di fatto un potente demone, lo stesso che, dalla scoperta del nastro in poi, si divertirà a torturare il gruppo di amici. Spetterà dunque ad Ash, il protagonista, cercare di fronteggiare le forze maligne che popolano l'infernale abitazione, e che man mano comincerà a "demonizzare" tutti i suoi compagni. Le urla dei morti si insidiano nella testa del malcapitati, li portano alla pazzia. Nella notte tutti moriranno, a meno che Ash non riesca a spezzare il maleficio.

Scream Bloody Gore

Con la titletrack "Scream Bloody Gore" la prima stampa dell'LP giungeva dunque alla fine. Il pezzo viene caratterizzato da un riff roccioso e compatto, sostenuto da veloci tupa-tupa. La voce di Chuck entra quasi subito in scena, la strofa scorre velocemente fino ad uno stacco dove si ha un cambio di riff e il gruppo continua a massacrare le orecchie dell'ascoltatore, senza mostrare pietà alcuna. Ecco che si riprende il riff iniziale e su questo si inserisce il refrain. Si va alla seconda strofa e poi alla variazione che ci porta nuovamente ad un altro refrain, sparato subitamente e senza orpelli od introduzioni. Ecco che giungiamo al bridge, gli strumenti rallentano ed emerge un riff maggiormente cadenzato e quadrato, sostenuto da una batteria marziale ed essenziale, nelle sue esecuzioni. Ancora un cambio riff, la potenza del pezzo si attenua e poco dopo la chitarra solista emerge sugli strumenti in maniera diretta e quasi sfacciata. Si riprende il riff iniziale, che ci porta, con  qualche ripetizione, alla conclusione di un brano anche questa volta possente e tellurico, privo di momenti "stanchi" ed anzi carico e roboante come tutto il disco.  Il violentissimo testo non trova una trama particolare, nel senso che ci troviamo di fronte ad una raccolta di immagini violente. Il titolo "Scream Bloody Gore", intraducibile in italiano ma di fatto composto da parole come "urlo", "sanguinolento" e "gore", termine americano indicante un enorme insieme di immagini violente e disgustose, riassume per bene il contenuto delle liriche dell'album tutto. Si parla di questa persona che con dei poteri paranormali riesce a guidare un gruppo di morti viventi i quali, come di consueto, distruggono tutto quello che trovano, facendo a pezzi le loro vittime. Sangue, frattaglie, viscere, interiora, fiumi di liquidi corporei, pus.. tutto si riversa lungo le strade in un tanfo nauseabondo, mentre l'orgia di violenza è solo ai suoi inizi. Morsi ed amputazioni, malattie, teste che esplodono, cervelli colati dalle orecchie delle vittime. Un testo a dir poco allucinante, privo di un senso, se non quello di far rivoltare lo stomaco agli ascoltatori più sensibili.

Bonus Tracks

A questo punto, il disco orignale si conclude. Sono presenti tuttavia due bonus tracks nella versione CD; ovvero, due ri-registrazioni di pezzi probabilmente scartati dalla tracklist finale. Brani che comparivano già, comunque, nei precedenti demo del gruppo. Il primo dei due brani risulta essere "Beyond the Unholy Grave (Oltre la tomba dannata)". Un botta e risposta tra chitarra e batteria, su un riff veloce e tagliente, dà definitivamente il via al pezzo. La voce di Chuck si staglia sull'ensemble di strumenti, dopo due versi il riff cambia, tuttavia la linea vocale di Schuldiner rimane invariata. Si riprende il riff portante e si accede quindi al refrain, violento e diretto. Ecco che si ritorna alla strofa e si accede poi ad una variazione, anche se ben presto e come accaduto in precedenza si ritorna al riff portante che sostiene il secondo refrain. La voce di Chuck emerge perfettamente sugli strumenti, lo screaming lancinante trapana le nostre orecchie che devono ora subire l'intervento della chitarra solista, più che mai sul pezzo e decisa a farci del male. Ecco che viene ripreso il refrain, che ci porta quindi alla conclusione di un pezzo aggressivo e terribilmente valido. Di certo non quanto un "Evil Dead", ma sicuramente in grado di non sfigurare nella tracklist canonica. Sorprendente come la figura di Fulci ed il cinema italiano in generale continuino a saltar fuori, leggendo i testi dei Death dell'epoca. A partire dal titolo, infatti, il testo di questa traccia rappresenta un altro tributo ad un film di Fulci, considerato dalla critica e dai fan il suo miglior prodotto: "..e tu vivrai nel Terrore! L'aldilà", in inglese conosciuto come "The Beyond". Trama della pellicola, una casa maledetta, luogo dell'esecuzione di un pittore sospettato di stregoneria. L'abitazione, in principio un Hotel, fu (secondo il fantomatico libro di "Eibon") costruita su di una delle sette porte dell'Inferno. Cercarne di comprendere i segreti non farebbe altro che invischiarsi in una situazione complessa e tragica: a farne le spese, i due protagonisti della pellicola, i quali giungono dopo un'incredibile serie di peripezie, al cospetto del nulla eterno, dell'aldilà. Visioni che un vivo non dovrebbe mai percepire.. motivo per il quale, i due, in seguito ad un violento attacco di panico, si ritrovano ciechi ed in ginocchio in una landa desolata, piena zeppa di cadaveri. Una landa senza inizio né fine. 

Land of no Return

Conclusione "definitiva" che giunge quindi con "Land of no Return (Terra del non ritorno)", ultima traccia di questo platter. Un riff lento e compatto, marcio fino al midollo, introduce il pezzo mentre la voce sgraziata di Chuck conferisce un'atmosfera ancor più marcia a questo brano, volendo vistosamente acuire il lavoro già svolto dalle asce. Ecco che inizia la prima strofa, grande velocità per un'infernale corsa che ci porta ad un'ulteriore accelerazione la quale segna l'inizio del refrain; frangente che si conclude una volta che viene ripreso il riff iniziale, in grado di spezzare momentaneamente l'atmosfera. Ecco che comincia la seconda strofa che si ripete senza variazioni, la track continua senza soste fino agli assoli, anche questi seguono a ruota prima che si vada a riprendere il refrain che ci conduce alla conclusione di un brano sicuramente molto essenziale ma non per questo privo di begli spunti.  Nelle liriche si descrive quello che sembra essere l'inferno:  il malcapitato dovrà vivere per l'eternità in un posto orribile dove "corpi martoriati cadono dal cielo" e dove ogni grido rimane inascoltato. L'inferno è la terra dei morti, non si può tornare perché rappresenta il luogo dove dopo la morte si vivrà in eterno. Potremmo forse parlare di una "estensione" del tema già presente nella precedente traccia, se la traccia non presentasse un caso di omonimia con un film thriller del 1978, nel quale un gruppo di persone, in seguito ad un disastro aereo, si ritrova costretta a dover sopravvivere in un territorio sconosciuto. "Corpi che cadono dal cielo martoriati", dicevamo: che sia un riferimento all'incidente? Non ci è dato saperlo. Fatto sta che l'abbondanza di particolari Horror fa in modo che il testo possa più propendere per una soluzione alla Fulci, che altro.

Conclusioni

Andare a giudicare un disco come "Scream Bloody Gore" non è di certo facile, come in generale non sarebbe semplice per tutti i dischi storici, quegli album che di fatto hanno dettato una svolta nel mondo musicale. È giusto valutare obbiettivamente il disco e tuttavia, seppure questo giudizio viene emesso quasi trent'anni dopo, dobbiamo tenere in conto dell'epoca in cui uscì, cercando doverosamente di ragionare in prospettiva. Ebbene, di questo disco si è e si scriverà ancora tanto: i suoi dieci pezzi, di per sé, sono buoni se non ottimi, se amate il Death metal duro e puro. Capiamo chiaramente che siamo ben lontani dalla perfezione: abbiamo delle track che possono a volte risultare sconclusionate, a volte i pezzi tendono ad assomigliarsi o a suonare "confusi" (l'equilibrio fra violenza e tecnica non era ancora stato ben raggiunto) e se guardiamo alla struttura capiamo chiaramente che in fase compositiva si seguiva uno schema ben rodato. Uno schema (ma non si può certo colpevolizzare il gruppo) proprio questo esteso a tutti i pezzi del disco. La musica, però, non è solo tecnica; e risulta, ben sappiamo, come sempre deleterio cercare di giungere ad una conclusione oggettiva (relativamente al valore di un disco) basandosi unicamente SOLO su di un aspetto. Non stiamo parlando di un settore nel quale risulta possibile inquadrare un'opera sulla criticità fine a se stessa, proprio perché stiamo parlando di musica: una tra le più nobili arti. E proprio perché la musica è anche un'arte, contano in egual misura anche le emozioni che un disco ci sa trasmettere. E di emozioni, questo disco, ne trasmette tantissime. Parliamoci chiaro, siamo davanti ad un duo di ragazzi poco più che maggiorenni, alle prese con un disco di debutto il quale, in circa quaranta minuti, dà vita ad un concentrato di brutalità e violenza "fine a se stessa" impressionante. Una violenza sonora che prende spunto dai Venom e dagli Slayer ma che di fatto pone il discorso in un nuovo territorio, in un nuovo campo da gioco. Più estremo, più tirato, più malvagio e sfacciato. Immaginate voi che impeto un testo come quello di "Mutilation" poteva avere su un audience ancora poco abituata a simili affronti, o il livello di adrenalina che le strofe e il ritornello di "Evil Dead" potevano trasmettere a tanti giovani metallari del periodo. È per questo che, chiaramente, "Scream Bloody Gore", nonostante non sia di certo paragonabile ai successivi dischi del gruppo, (già "Leprosy", uscito un anno dopo, con una line-up più completa e un maggiore carico di esperienza è un disco infinite volte più completo), DEVE essere considerato uno dei dischi più rispettabili all'interno del genere. E questo perché, con le sue ingenuità, con i suoi testi che non avevano il benché minimo tatto, incarnava la disperazione e la rabbia di Chuck, una disperazione che dava al ragazzo una motivazione per andare avanti e scatenare un vero e proprio olocausto sonoro contro il mondo intero. Se il Metal ha fatto e forse fa ancora paura, lo dobbiamo a dischi come "Scream Bloody Gore", perché è in questi dischi che troviamo la manifestazione di quel lato oscuro che si dice che ognuno di noi possegga. Un disco che ci inserisce appieno in uno scenario di disperazione ed inquietudine  e che continuerà con la sua ombra a seguirci. Se quindi vi state proprio in questo momento approcciando al Death Metal e dovrete di conseguenza ascoltare "Scream Bloody Gore", abbandonate quanto di "moderno" avete acquisito negli ultimi tempi, non giudicatelo con le orecchie pretenziose di chi non ha vissuto quel periodo e di conseguenza tende a glorificare inutilmente le super produzioni odierne. Tenete bene a mente che, prima di ogni evoluzione e progresso in un genere, ci deve essere una base, una base che proprio Chuck e perché no, anche i compagni che fino a quel momento l'avevano seguito, hanno gettato e hanno contribuito ad espandere.  Se invece "Scream Bloody Gore" lo conoscete già a memoria, allora potete cogliere l'occasione per rispolverare il vecchio vinile dallo scaffale. Parlando, nell'ultimo caso, dei lettori più  navigati ed esperti, quelli che hanno avuto la fortuna di assistere di persona all'ascesa deal Death Metal.  Dategli una bella pulita e ricominciate a farlo girare, scatenando la rabbia primordiale che quel disco cova in sé; una rabbia forse non ancora del tutto sopita, che rivive in ogni nota suonata durante le sessioni di registrazione del debutto dei Death, in quel lontano anno che è il 1987. 

1) Infernal Death
2) Zombie Ritual
3) Denial of Life
4) Sacrificial
5) Mutilation
6) Regurgitated Guts
7) Baptized in Blood
8) Torn to Pieces
9) Evil Dead
10) Scream Bloody Gore
11) Bonus Tracks
12) Land of no Return
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