DEATH O MATIC

XXV

2016 - self released / independent

A CURA DI
MAREK
13/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

E' sempre piacevole alternare recensioni di dischi Storici ad altri articoli di contro incentrati su realtà emergenti. Proprio per ricordarci che, chi quella Storia l'ha effettivamente scritta, non è nato famoso. Alle spalle dei Megadeth e degli Antrax ci sono, difatti, anni ed anni di onorata gavetta. Serate nei pub dinnanzi a venti persone massimo, viaggi interminabili in pullmino, sacrifici, lavorare per pagare i costi della benzina e della strumentazione.. "it's a Long Way to the top..", direbbe qualcuno giusto un po' famoso. Proprio per questo motivo, una realtà come "Rock & Metal in My Blood" non può esimersi dal proporvi con la giusta cadenza gruppi che siano emergenti ed affamati di gloria; band nostrane e non, formate da musicisti già abbastanza rodati od appena ai loro inizi. Tutte quelle realtà, insomma, che noi tutti dovremmo guardare con rispetto ed interesse, per fare in modo che la nostra scena (ed in generale, il nostro genere preferito) possano in futuro vedere un giusto ricambio generazionale. Ad annacquare troppo il vino c'è il rischio che esso perda d'aroma e di corposità, recita un vecchio adagio.. e molti capitani di lungo corso sperano vivamente (anche supportando in prima persona) che un giorno possano nascere realtà giovani e fresche, in grado di proseguire degnamente un sentiero tracciato con fatica e spirito di sacrificio. La realtà che oggi abbiamo deciso di proporvi è tutta italiana e può dirsi letteralmente "neonata", attiva da due anni nemmeno ma comunque formata da musicisti d'esperienza (con già all'attivo date live ed incisioni con altre band), intenzionati ad imbarcarsi in un progetto che possa dunque regalare soddisfazioni, percorrendo una strada che (glielo auguro personalmente) possa negli anni risultare lastricata di successi. Loro sono i parmensi Death-o-matic e si presentano come un gruppo basato su solidi standard sonori ma comunque aperto a vari tipi di sfaccettature "estreme". Di estremità parliamo, proprio perché il nostro complesso si propone di proporci (mi si conceda il gioco di parole) un sound Death Melodico di chiara ispirazione nordica (svedese, per la precisione) unito però, di quando in quando, a qualche sensazione "massiccia" in puro stile nu-alternative Metal. I nostri amici nascono quindi verso la fine del 2014 dalla sinergia venutasi a creare fra il batterista Paolo ed il bassista Fabio, ai quali si unisce ben presto Leonard alla chitarra e Tommy alla voce. Il ruolo di secondo chitarrista risulta essere -nei primi tempi- un'alternanza di musicisti differenti, finché i Death-o-matic non vedono nell'arrivo di Nicolò un pilastro sul quale potersi stabilizzare per poter iniziare a fare sul serio. Iniziano ben presto a farsi notare dalle loro parti ed anche al di fuori dei confini natali, intraprendendo tutta una serie di concerti che li porta ben presto all'incisione del loro primo EP autoprodotto, costituito da sei tracce ed intitolato "XXV", oggetto della nostra odierna analisi. I Nostri hanno decisamente iniziato col piede giusto, proponendo un lavoro diretto e potente, curando il dettaglio ed anche realizzando un videoclip (diretto da Patrizia Cogliati) per uno dei brani, "Lay Down". L'artwork è quantomeno adatto, dal canto suo, ad un genere estremo: possiamo notare una figura con il suo sguardo vitreo posato su di noi e tutta una serie di tentacoli che escono dalla sua bocca. Sulla sua lingua è inciso il titolo dell'album, mentre altri tentacoli sembrano partire dalla nuca, espandendosi a perdita d'occhio. A partire dalla fronte sino ad arrivare sulla testa, invece, uno squarcio rivelante tutta una serie di occhi intenti anch'essi a scrutarci, quasi ad ammonirci. Un bel biglietto da visita, non c'è che dire. Siamo dunque pronti ad immergerci in questa nuova realtà.. lo stereo già ruggisce, partiamo alla scoperta di questa brand new band. Let's Play!

Intro/Memento

Dopo una Intro dalla durata esigua (appena un minuto e ventiquattro secondi) si inizia definitivamente con "Memento (Ricorda)", poggiando immediatamente su standard qualitativi molto alti. Partenza sparata con la batteria di Paolo che ricama un ritmo concitato, sul quale le chitarre ricamano a loro volta un riffing estremo ma fortemente melodico, debitore dell'esperienza di Goteborg. Si continua sempre con il tutto ben intriso in questo mood, fra ottimi dialoghi chitarristici ed un bel connubio di potenza / melodia, finché Tommy non entra in scena facendo in modo che la band tutta acquisisca un flavour molto più moderno che classicista, pur rimanendo le due componenti in perfetto equilibrio. Un connubio niente male atto a mostrarci l'apertura mentale dei nostri, i quali ri-accelerano prepotenti verso il quarantesimo secondo. Batteria devastante intenta a picchiare a più non posso, basso frastornante quanto basta e chitarre veloci, degno preludio ad una piccola decelerazione; la quale, comunque, non sembra volersi protrarre troppo a lungo. Mantenendo più o meno costante il livello di "concitazione" generale, il gruppo decide in seguito di stupirci adottando linee vocali "inaspettate" verso il minuto 1:29. Una manciata di secondi prima, Tommy è impegnato a declamare i suoi versi in maniera rabbiosa coadiuvato da una melodia quasi ipnotica (ma oltremodo incalzante) di chitarra, ma ecco che in seguito un coro di voci pregne di velleità melodiche fa la sua comparsa, fungendo quasi da "contraltare" alla potenza del singer, il quale rimane dapprima leggermente in disparte ma poi giunge a farsi sentire in maniera prepotente, ruggendo minaccioso e mordendo. Notiamo come in questo momento il sound risulti meno tirato ma più pesante e massiccio, quindi nuovamente orientato verso un qualcosa di più Nu che Death. Non che la cosa ci dispiaccia, sia chiaro. Si continua in questo modo sino al minuto 2:16, momento in cui un riff zanzaroso dà in seguito il via ad una nuova cavalcata mortale. Batteria spaccaossa, ritmica tiratissima e riff a mitragliatrice, un vero e proprio trionfo d'estremo. Si decelera brevemente dopo qualche colpo di charleston dato a mo' di stacco, ed ecco che Paolo scandisce tempi meno violenti e più ragionati. Ascoltiamo nitidamente l'ottimo basso di Fabio che accompagna in un frangente la voce di un Tommy sempre più straordinario, ed è così il momento di un bel break down finale nel quale i tempi calano inesorabili e tutto viene dunque condotto verso la fine, la quale giunge sfumando. Il testo di questo brano sembra avere alla base un forte significato anti-inividualistico. Il protagonista è infatti un misterioso interlocutore, il quale funge quasi da "voce della coscienza" di un uomo che non ha avuto scrupoli nel sacrificare tutto il sacrificabile, in nome delle sue ambizioni personali. Ha combattuto persino il suo stesso Dio, egli è un guerriero privo di rimorsi e soprattutto capace di ingaggiare una battaglia ogni volta che se ne si presenti l'occasione. Guerra, guerra ed ancora guerra: niente lo ha mai fermato, nulla è mai stato "troppo" per lui. Arriva però il momento in cui è la nostra coscienza a chiederci di fare i conti; abbiamo scolpito nella pietra tutti i nostri sbagli, tutti i nostri errori, senza neanche accorgercene.. ed ecco che la nostra anima ci prende per mano e ci guida in un macabro "tour" all'interno della nostra stessa galleria degli orrori, ove sono esposte tutte le nostre nefandezze. Siamo scioccati ed allibiti, nonostante abbiamo sempre negato di aver commesso quelle terribili azioni, ora è tutto dinnanzi ai nostri occhi. Non possiamo non guardare, non possiamo far finta di nulla. In un lampo tutto viene rivissuto.. le lacrime dei nostri cari, il dispiacere che abbiamo recato loro, il nostro voler pensare solo a noi stessi. Il guerriero delle liriche viene dunque messo dinnanzi ad una crudele realtà. E' ormai troppo tardi, i suoi stessi fratelli provano odio puro nei suoi riguardi e non c'è più niente che egli possa fare. Anche se, forse, non tutto è perduto. Dimentichiamoci delle porte ormai chiuse.. ma facciamoci trovar pronti per aprire quelle che abbiamo sempre ignorato e che, nonostante tutto, sono ancora spalancate. Per noi, per tutti coloro i quali hanno l'umiltà ed il coraggio di ammettere i propri sbagli e di porvi rimedio. Con serietà ed abnegazione, umiltà e voglia di cambiare.

Useless

 Quattro colpi di charleston danno immediatamente il via al secondo brano del lotto, "Useless (Inutile)", il quale si fregia immediatamente di un riffing spiccatamente melodeath di forgia svedese. L'intento del gruppo era quello di far apparire la propria proposta come abbastanza classicista, come idea di base.. ed udendo il lavoro di chitarre svolto in questo brano possiamo tranquillamente affermare quanto l'intenzione si sia tramutata in una certezza fatta e finita. Nicolò Leonard sono bravissimi, in questo senso, a far rivivere le gelide atmosfere delle terre scandinave; di contro, il forte elemento modernità viene rappresentato dalla voce di Tommy, il quale opta (come in tutto il paltter) per un cantato non in growl, ma bensì molto vicino allo "stile Anselmo". I forti richiami ai Pantera ed in generale ad un tipo di Metal abbastanza moderno sono dunque presenti soprattutto nella voce, la quale si dipana in maniera efficacissima lungo questi riff roboanti ma anche melodici nel loro districarsi. Massicci e sofferti, cavalcano senza sosta mentre la sezione ritmica è anch'essa solidissima e capace di tenere botta in maniera potente e concreta. Fabio Paolo hanno carattere da vendere e lo dimostrano mostrando muscoli e personalità, cesellando alla perfezione un sound che non conosce cali di ritmo almeno fino all'avvicendarsi di pantagruelici break down atti comunque a rendere il brano più minaccioso e massiccio. Momenti che rivelano ancora una volta l'anima più moderna della band, break down di chiaro gusto "pantereggiante" anch'essi. Proprio parlando di rallentamenti, ottimo quello che dal minuto 2:18 in poi porta alla realizzazione di un assolo a dir poco perfetto: melodicamente drammatico e ben eseguito, il quale prelude ad una nuova accelerata la quale ci fa udire la marzialità del tempo tenuto da Paolo, che risulta essere chirurgico anche nell'uso della doppia cassa, la quale farà capolino di lì a poco. Un battere minaccioso ed incombente, presto sormontato dai colpi di charleston uditi in apertura. Di lì a poco si riprende ad andare velocissimi riadattando stilemi più marcatamente Death, ed il brano può dunque concludersi in un tripudio di potenza e violenza sonora. Da sottolineare la grande prova di Tommy, cantante davvero dotato e capace di infondere grande pathos ad una sezione strumentale comunque degna del proprio ruolo. Il brano si fregia di liriche particolarmente significative, con alla base un gran bel messaggio. Cos'è, sostanzialmente, un "inutile"? Non sembra esserci una forte connotazione dispregiativa, nelle parole che i nostri riservano a questa figura. Al contrario, le liriche sembrano quasi una sorta di incoraggiamento, di invito a migliorarsi. Non tutti abbiamo la forza di difendere degli ideali conquistatici con le unghie e con i denti, non tutti riusciamo ad essere sempre noi stessi, nel bene e nel male. C'è chi ha un carattere più debole e proprio per questo è portato ad agire quasi come una "banderuola", cambiando "schieramento" a seconda di come gira il momento. Sempre coi più forti, mai da soli o a combattere assieme ai propri compagni. Una fragilità che è solo apparente, in quanto ogni uomo ed ogni donna possono avere, dentro di sé, dei poteri assopiti che aspettano solo di essere liberati. Essere noi stessi, schierarci, prendere una posizione: componenti fondamentali della Vita, elementi imprescindibili, un insieme di cose che dimostra la nostra esistenza, su questo pianeta. Non dobbiamo trincerarci dietro limiti facilmente superabili, nessuno risulta essere "inutile". Al contrario, dobbiamo solo liberarci di questa mortale apatia, smettendola di crogiolarci in questa situazione. Non è mai troppo tardi, la vita è più lunga di quel che si pensi ed è sempre l'ora giusta per iniziare a vivere davvero. L'ultima strofa è chiaramente incentrata su questo concetto: c'è sempre un'altra possibilità, c'è sempre l'occasione di diventare persone migliori. Dobbiamo costruire da soli la nostra casa, il cemento che la compatterà sarà formato da forza e da senso dell'onore. Il nostro futuro è nelle nostre mani, possiamo letteralmente "impugnarci" come l'arma potentissima che siamo. Volere, del resto, è potere. Da che mondo è mondo.

My Tragedy

"My Tragedy (La mia Tragedia)è aperta da un riff molto melodico (forgia Goteborg, ancora una volta) degnamente supportato da roboanti colpi di batteria. Subentra (per poco) in solitaria Tommy, il quale viene di seguito accompagnato dal resto della band, in questo brano ben più intenzionata a mostrare le sue velleità maggiormente alternative, andando a ricamare un brano che si, è estremo per accelerate Death niente male e per l'uso iniziale delle melodie "svedesi", ma che in generale poggia le sue basi anche e soprattutto sull'importante lavoro di bands quali Soilwork ultimo periodo et simila. Se vogliamo, un pezzo (sino a questo momento) facilmente utilizzabile come singolo proprio per quanto i suoi ritmi e la sua andatura risultino essere sicuramente più accessibili  di quelli degli altri "fratelli". Importante break down al minuto 1:11, momento in cui il ritmo cala vertiginosamente ed il contesto diviene più quadrato ed inquietante. Su queste note perentorie e spigolose, dall'andatura marziale, Tommy è bene in grado di mostrarci il suo valore; anche e soprattutto quando viene aiutato da delle backing vocals le quali tirano nuovamente fuori il lato quasi "metalcore" della band atto a rendere alcuni frangenti più melodicamente sofferti. Si ritorna a correre ben presto verso il minuto 2:10. Stacco di batteria e subito si accelera, tornando nelle sacre terre dell'estremo. La voce filtrata ed effettata del singer giunge brevemente alle nostre orecchie, anche se dopo un urlo belluino di quest'ultimo sopraggiunge un nuovo break down atto a presentarci nuovamente un momento "oscuro" e fatto di precisione chirurgica, freddo come la lama di un predatore della notte. Marzialità presto accantonata, sul finale, dall'adozione di un groove tipicamente pantereggiante ed in grado di donare più colore ad un brano che si era presentato come "orecchiabile" ed "accessibile" e che invece si è rivelato camaleontico nel suo dipanarsi. "My Tragedy" contiene forse le lyrics più criptiche ma al contempo affascinanti dell'intero platter. E' di un viaggio ai confini della nostra anima, che si parla. Un'anima che crediamo di conoscere come le nostre tasche, un posto che crediamo di sondare quotidianamente riconoscendo a menadito ogni strada, ogni curva. Ed invece, c'è sempre il rischio di svegliarsi un mattino e di rendersi conto di non sapere chi effettivamente siamo. Tutto può metterci dinnanzi a nuove realtà o a nuovi modi di interpretare il nostro Io. Concetto un po' "pirandelliano", se non vogliamo lesinare citazioni nobili, tuttavia lo scoprirsi ed il ri-scoprirsi è tipico dell'essere umano. Lati oscuri che mai abbiamo incontrato, nuove facce, nuovi sentimenti.. situazioni particolari e tal volta anche paradossali. Il protagonista di questo testo compie un viaggio a dir poco drammatico, prendendo appunto una nuova strada (che tutti gli avevano caldamente sconsigliato) che lo allontana totalmente dalla luce. Il buio cresce in lui, lo inghiotte e lo trafigge come un infame macellaio pronto a mettere fine a questa situazione dai risvolti tragici. Che sia tutta una metafora per indicare uno stato di depressione acuta? Non ci è dato saperlo, tuttavia le espressioni (molto forti ed al contempo poetiche) utilizzate potrebbero portarci a pensare in questo senso. Buio, tempeste di lacrime prive di dolore, vuote, insignificanti.. sembra che il tutto  sia stato intrapreso per compiacere qualcuno o meglio a causa di qualcuno (lett. "attraverso questa tempesta di fuoco per te"), ed al contempo c'è comunque la voglia di non arrendersi all'evidenza. Non arrendersi finché almeno l'ultima luce, l'ultima fioca speranza, non sarà definitivamente spenta. Un gran bel mix di immanenza e trascendenza, di lotta interiore contro sé stessi e diversi agenti esterni. 

Daylight Supremacy

 Giro di boa compiuto con "Daylight Supremacy (Luce Suprema)", la quale è aperta dapprima dalla batteria di Paolo il quale, con uno stacco deciso, suona la carica ed "ordina" ai suoi di entrare in campo. Riff a motosega pregni di velleità aggressive e nemmeno troppo melodici fanno subito la loro comparsa, andando a pigiare subito sull'acceleratore per fare in modo che il gruppo possa aggredire sin da queste battute iniziali, senza perdere tempo. Nuovamente notiamo come il connubio fra classico e moderno sia calibrato in maniera pressappoco perfetta, anche meglio di come avviene in tante realtà contemporanee ai Nostri. Bilanciare classico e moderno è molto spesso un'ardua impresa, e se realtà giovani come i Death-o-matic riescono immediatamente a concretizzare una pretesa sulla carta molto coraggiosa (ovvero la convivenza di due generi -per molti- considerabili "opposti") è bene sottolinearlo, per dovere di cronaca. L'entrata del vocalist estremizza ancora di più il contesto, facendo in modo che l'andatura generale risulti anche più cruda e corrosiva degli altri brani. Piccole decelerazioni solo in fasi sparute, in generale l'andatura è sempre tiratissima ed è realmente un piacere abbandonare i freni inibitori lasciando andare il collo a questi ritmi scatenati e letali come le fauci spalancate di uno squalo bianco. Minuto 1:30, i tempi di batteria divengono più marziali ed abbiamo dunque un importante break down. Momento a dir poco perfetto, in cui i ritmi calano ma esplode letteralmente la melodia; anche i cori giunti in aiuto di Tommy permettono a questa magniloquente esplosione di espressività di manifestarsi nel suo intero, di deflagrare come una bomba la quale ha l'unico scopo di rendere il pezzo più denso di pathos e meno violento di quanto udito nelle precedenti battute. Davvero un momento da ricordare, presto "soppiantato" da una nuova corsa folle prontissima, di lì a poco, a sopraggiungere perentoria. Si torna a correre, Fabio Paolo sono gli importanti mattatori di una macchina del ritmo precisa al secondo mentre Nicolò Leonard dialogano meravigliosamente bene con le loro asce, andando pian piano ad adottare un riffing più accattivante che tirato, ed ecco sopraggiungere sul finale l'esplosione melodica descritta pocanzi, che riveste il pezzo quasi di velleità metalcore. Si torna a pestare solo nelle ultimissime battute, momento in cui Tommy ruggisce gli ultimi versi e tutto si adegua al suo modus operandi. Il testo sembra riproporre l'eterno dissidio che si instaura in ognuno di noi.. lo scontro sempiterno fra ottimismo e pessimismo. Cosa rappresenta, la luce del giorno? La speranza, l'inizio di un nuovo ciclo; un'alba che squarcia la coltre della notte e ci porta finalmente a guardare in faccia ciò che siamo, riscaldati dai tiepidi raggi solari. Domande esistenziali alle quali possiamo rispondere grazie all'aiuto di un'aurora magica che incendia l'oscurità e ci porta a valutare / vedere oggettivamente che cosa abbiamo in mano. Dove andiamo, cosa facciamo, perché.. tutto il male sembra svanire nel nulla, mentre un nuovo giorno è intento a nascere. Cerchiamo di sconfiggere i nostri demoni, di abbandonare ogni idea negativa, cerchiamo a tutti i costi di arrampicarci lungo le pareti dell'esistenza per vedere meglio il Sole. Tuttavia, il caldo abbraccio delle ore diurne non può durare in eterno; ed ecco che la notte cala, penetrando nelle nostre ossa e gelando ogni nostro pensiero positivo. Siamo letteralmente in balia dei mostri creati dalla nostra mente. I lupi sono lì che ci attendono famelici, e cerchiamo stoicamente di far fronte a tutto questo dolore, cercando di superare ogni tipo di avversità. Persi in una dimensione che nessuno vede.. dominata da "loro", ovvero i mostri ed i lupi, predatori mai sazi di negatività, ansia ed angoscia. Mostri che fanno leva sulle nostre stesse debolezze, per fiaccare la nostra resistenza. Perché sanno che, prima o poi, arriveremo a definirci nient'altro che come un insignificante mucchio di ossa e bugie. Pezzi di carne che camminano su di un pianeta senza uno scopo, progettati e programmati per soffrire. Una sorta di pessimismo cosmico particolarmente ben esplicato negli ultimi versi.

Surrender the Throne

Il penultimo brano corrisponde al nome di "Surrender the Throne (Cedere il Trono)", il quale viene aperto da un riff dal flavour tipicamente moderno presto sopraggiunto da un bel ritmo "tribaleggiante" nel quale i tamburi di Paolo vibrano sacrali. TommyLeonard Nicolò entrano dunque in scena coadiuvati da un Fabio instancabile, ed il brano sembra partire in maniera più blanda dei precedenti, andando ad adottare un ritmo più preciso che forsennato. Si comincia comunque a correre molto presto, dopo una trentina di secondi. Ottimi giochi di cori (che ancora una volta addensano nel brano forti richiami al mondo moderno del Metal) e si può dunque affrontare il break down del secondo 00:56. Ritmi pesanti, asce massicce in fase di ritmica e melodiche in fase solista, il cantato di Tommy squisitamente drammatico e roboante; tutto studiato alla perfezione per offrirci un momento ad hoc, particolarmente coinvolgente. Di nuovo "corsa" dal minuto 1:52, si accelera ma il pathos non viene comunque infranto. Corsa che dura poco, in quanto un nuovo break down è lì pronto a far capolino e ad offrirci una nuova esplosione di "emotività", nella quale tutti si dimostrano in grado di emozionare a suon di note. Particolarissimo il momento che si palesa al minuto 2:30, frangente in cui gli strumenti risultano più oscuri che mai e preludono ad un esplosione di groove che ci porterà nuovamente ad udire eco dei Pantera, per via dei tempi lenti e delle atmosfere claustrofobiche. Di contro, l'assolo che segue il tutto è estremamente melodico e perfettamente ben congeniato ad aumentare i carichi di "teatralità". Una teatralità melodica che richiama il Death Goteborghiano e si esplica in maniera totale durante i frangenti finali. Un momento straziante, dilaniante, denso di fortissima personalità e voglia di catturare emotivamente l'ascoltatore, il quale non potrà fare a meno di farsi rapire. Poco ma sicuro. Groove pantereggianti ripresi all'estremo finale, momenti che chiudono di fatto forse la migliore traccia del lotto. Il testo è questa volta completamente incentrato su di una visione assai negativa dell'esistenza. Lyrics che parlano di quanto la nostra vita sia miserabile e di quante e quali possibilità ci siamo lasciati indietro, non sfruttandole per (nostra) manifesta incapacità di scorgerle e concretizzarle. Cerchiamo di scappare via da tutto ciò che è oscuro e negativo, ci proviamo, lottiamo contro i demoni.. ma se fosse troppo tardi? Se ci dimenticassimo persino il perché vogliamo evadere da questa gabbia, che fra l'altro abbiamo costruito con le nostre stesse mani? Sarà quello il momento in cui realizzeremo che l'apatia avrà vinto sulla speranza, e nulla e nessuno potrà più farci ritornare sui giusti binari. Circondati da un'orda di "zombie" i quali banchettano con le ossa di chi prima di noi si è perso lungo il cammino, ci rendiamo conto che è impossibile scacciare determinate prese di coscienza. Dovremmo inginocchiarci dinnanzi a quel maledetto trono, quello della sconfitta. Scaviamo a mani nude la fossa nella quale sono contenuti tutti i nostri ricordi, i quali riaffiorano prepotenti trasportandoci in uno status ancor più negativo di quanto già quello "standard" non lo fosse già. Tutti i nostri amici, persi anche loro.. il dolore che la loro perdita ci provoca attanaglia in maniera indegna, tanto più se pensiamo a quanto abbiamo perso, intraprendendo questa dura guerra con noi stesso. Tanto, ce ne rendiamo conto. E questo brucia. Brucia da morire. 

Lay Down

L'ultima track, "Lay Down (Inginocchiati)viene aperta da un sinistro crescendo, il quale sfoga poi in un'autentica esplosione di melodeath particolarmente ben suonato. Notiamo quanto il tutto sia denso di forte drammaticità (chitarre ispiratissime) e quanto i tempi siano comunque violenti e serrati, veloci e mitraglianti. La batteria è tuttavia ben presto destinata, in una piccola parentesi, ad adottare un groove che porterà il pezzo a risultare meno "drastico" e più incalzante, anche se di lì a poco si torna a correre in maniera più o meno decisa, alternando andature estreme ad altre ben più assimilabili ed accattivanti. Le chitarre ben seguono questo modus operandi "altalenante" e risultano capacissime di adattarsi, ed anche il basso di Fabio è sicuramente un elemento di forte caratterizzazione del sound dei nostri. Note dense e precise, da parte del nostro, che fa letteralmente ciò che vuole del suo quattro corde, accompagnando e cesellando al contempo. L'inaspettato è comunque dietro l'angolo e dopo la corsa sostenuta che abbiano sino ad ora udito, possiamo approcciarci ad un momento di fortissima orecchiabilità, eseguito in clean vocals. Secondo 00:57, una ricerca di "consenso" che potrebbe risultare ghiotta soprattutto per le nuove generazioni, cresciute a pane e "Psychosocial", per dire. Un momento più che apprezzabile il quale prelude ad una nuova accelerazione, la quale ci conduce in seguito ad un break down importante, in cui le chitarre si fanno massicce ed ipnotiche, mentre il ritmo risulta più marziale. Un'andatura più spedita viene in seguito ripresa, proprio in tempo per ri-sfociare nuovamente nel trionfo di melodia che abbiamo potuto udire dapprima. Melodia che continua anche quando Tommy riprende il suo cantato estremo ed il pezzo si adagia su di un ottimo groove, ben sostenuto dall'ascia ritmica. La solista dà invece vita ad una melodia tagliente e cantilenante, che si protrae sino alla fine. Un ottimo dialogo finale che si risolve così in una conclusione nuovamente pestata e veloce. "Sfumatura" finale ed anche questo momento, dunque, ci saluta dopo aver lasciato il segno. Un testo ancora una volta pregno di pessimismo e di rassegnazione, la quale suona quasi "dolce" in questa particolare accezione, in quanto il soggetto che ne è afflitto sembra quasi "piacevolmente" abbandonarsi nel suo stato d'animo. Egli sente e percepisce la sua solitudine, dalla quale deriva una profonda frustrazione.. anche se, a lungo andare, questo risulta essere il suo "stato d'animo favorito". Egli cerca di venirne a capo, facendosi carico della sua stessa agonia, tentando di mettere a fuoco ogni tipo di visione che questo status gli dipinge dinnanzi agli occhi. Il protagonista sa di non trovarsi più a casa, ha difatti abbandonato ogni luogo a lui familiare per immettersi in questo luogo sconosciuto, oscuro, che tuttavia sembra trasmettergli vibrazioni positive. Un mondo a metà fra il sogno e la veglia, mille artigli che dilaniano la sua carne tuttavia facendogli provare belle sensazioni. Sembrerebbe quasi che il testo fosse incentrato sulla dipendenza da un qualsivoglia tipo di droga: lo status a metà fra il distrutto (essere consapevoli della propria schiavitù) ed il felice (le buone ma effimere sensazioni che la droga "regala" in cambio della propria vitA), il verso "you asking for more - ne chiedi ancora" ripetuto diverse volte, un soggetto identificato dal pronome "tu"; il "tu" che obbliga il protagonista ad inginocchiarsi.. un ordine che egli esegue molto tranquillamente, disperato ma al contempo totalmente in estasi, rapito. Che ci sia dunque di più oltre all'accettazione del proprio status di depressione? Non ci è dato saperlo, ma questi indizi propenderebbero a farci pensare ad un particolare tipo di dipendenza.

Conclusioni

Giunti alla fine di questo breve viaggio, è dunque arrivato il momento di tirare le consuete somme circa il materiale attentamente ascoltato e passato al microscopio. Non ci piove sul fatto che un EP di sei tracce sia effettivamente troppo poco per far gridare al miracolo, così come non cade neanche una goccia, di contro, sulla libertà di poter giudicare positivamente un lavoro che non sia sufficientemente composto da due dischi, un bonus dvd e 10 ghost track. Imponenza e quantità non sono sempre sinonimi di "positivo", e questo lavoro dalle dimensioni forse ridotte rispetto ad altri debut ce lo dimostra ampiamente. Eccome, se ce lo dimostra. I Death-o-matic rispondono alla "non importante" quantità con un estremo carico di qualità; qualità ben testimoniata da sei tracce potenti, accattivanti e sicuramente figlie di un bel modo di concepire ed intendere il Metal. Troppi prodotti odierni soffrono della sindrome del "revival", e preferiscono stagliarsi su stilemi ormai triti e ritriti, trasformando i gruppi che li producono in cover band più che altro. Non è sicuramente il caso dei nostri parmensi, i quali forti dei loro disparati interessi musicali e dell'esperienza dei vari singoli sono riusciti a produrre un ottimo debut / biglietto da visita, sicuramente utilissimo per fornire a tutti noi un'idea circa la loro attitudine. Un'attitudine che sicuramente vira sugli aspetti attualmente più commerciali e di forte diffusione del metallo pesante, ma di contro ci propone una forte vena sperimentale che non può e non deve passare assolutamente in secondo piano. Unire uno o più generi è infatti difficilissimo: spesso si rischia di dar vita a pastrocchi senza né capo né coda, o comunque a lavori eccessivamente pretestuosi che poi risultano essere confusionari, ridondanti e fin troppo presenzialisti di loro stessi. Non è il caso di "XXV", che nel suo caso ci mostra dapprima ottimi spunti ben realizzati, ed in seconda battuta la grande abilità del gruppo di creare un collante che ben unisca tutte le varie suggestioni che vogliono essere sviluppate. Il giudizio, dunque, è più che positivo. Posso dire di aspettare "al varco", questi ragazzi; quando saranno pronti per cimentarsi in un full-length di più ampio respiro ed a dimostrare di riuscire a tenere vivissimo l'interesse anche per più di sei tracce, allora potranno dirsi realizzati appieno. Fino a quel giorno, posso sicuramente definirli una bella promessa. Che, mi auguro, non venga infranta. Anche se il pericolo che personaggi così talentuosi possano perdersi per strada è pressoché nullo.

1) Intro/Memento
2) Useless
3) My Tragedy
4) Daylight Supremacy
5) Surrender the Throne
6) Lay Down