DEATH

Live in L.A. (Death & Raw)

2001 - Nuclear Blast

A CURA DI
ANDREA FUMAGALLI
13/12/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Eccoci qui, a parlare di un album live dei Death, il quale va a ritrarre i nostri alle prese con un'esibizione datata 1998; un album pubblicato dalla "Nucler Blast" nel 2001, un anno che per il gruppo significò, purtroppo, la fine.  Con la morte del suo indiscusso leader Chuck Schuldiner, avvenuta esattamente il 13/12/2001, la mietitrice posò a terra la sua falce, scomparendo per sempre. Un brutto male, un cancro, che rose letteralmente e poco a poco il compianto chitarrista; il quale, nemmeno a dirlo, versava nell'ultimo periodo in una forma creativa a dir poco strabiliante. Reduce dal successo di "The Sound of Perseverance", impegnato nel progetto Control Denied; un fervente inventore musicale, il nostro Chuck. Instancabile creatore d'arte, purtroppo strappato prematuramente da questa vita. Che senso potrebbe mai avere, recensire un album live dei Death, ora come ora? I "perché", alla base di determinati articoli, sono diversi. Molteplici, oserei dire: ricordare Schuldiner e la sua creatura, osannando il tutto com'è giusto che sia. Divulgare il "verbo", fra i meno informati (obbiettivamente, però: chi NON conosce di Death?). Ma innanzitutto, potremmo dire che un album live come questo"Live in L.A. (Death & Raw)" rimane un occasione unica per vedersi fornita, a portata di mano, una panoramica della carriera di un gruppo. Rimane l'occasione per capire se il gruppo in questione ha saputo comunicare agli ascoltatori delle emozioni, poiché in un live, ogni ascoltatore (e non importa di che genere stiamo effettivamente parlando) vuole assaporare la musica, la vuole toccare con mano e sentirla viva. Sia egli in loco o nella sua casa, intento ad ascoltare il CD. È per questo motivo, che oggi vogliamo parlare di questo live; perché anche se i Death non sono più attivi, i più nostalgici o anche chi non ha potuto vederli possono cercare di recuperare in parte quelle emozioni tipiche delle esibizioni dal vivo. Quelle trasmesse da un gruppo unico nel suo genere, guidato da una delle menti più geniali della storia del Metal. Quel Chuck Schuldiner che praticamente da solo contribuì a teorizzare un genere. Un ragazzo che mollò la scuola, intento a diventare un musicista professionista, in barba alle convenzioni sociali ed al "politicamente corretto". Un giovanissimo ed arrembante musicista, con la sua chitarra. Il quale si ritrovò, a 34 anni, a dover dire per sempre addio a questo mondo. Morendo da artista, potendo per lo meno constatare di avercela fatta. Sotto ogni punto di vista: non solo un musicista professionista, ma anche e soprattutto una figura di ASSOLUTO RILIEVO nel panorama Metal mondiale. E non solo, visto che le sue doti sono tutt'oggi riconosciute, all'unanimità, dai musicisti più disparati, appartenenti anche a generi posti agli antipodi dell'acciaio pesante. Qualità, quelle di Schuldiner, che dal vivo divenivano il doppio più grandi ed imponenti; e che oggi, tramite questa recensione, cercheremo di narrarvi, nella maniera migliore possibile. Anzitutto, va detto che il "Live in L.A.." consta di due versioni differenti: una in CD ed una in VHS, da noi opportunamente "fuse" per potervi fornire una panoramica più che esauriente circa l'esperienza live nella quale vi accompagneremo. Dal punto di vista "logistico", il concerto venne tenuto al celeberrimo "Whisky a Go Go" in quel di Los Angeles, in data 5 Dicembre 1998, come specificato in apertura di articolo. La formazione dei Death, durante il live, era quella che aveva già suonato sul capolavoro "The Sound of Perseverance": vale a dire, oltre il Nostro, anche Shannon Hamm ad affiancare Chuck alle chitarre (con l'onere e l'onore di condividere il lavoro del Maestro), Scott Clendenin al basso (intento com'era a riempire lo spazio lasciato dalle chitarre) e infine Richard Christy con il compito di condurre i pezzi di Chuck dettando tempi forsennati ma anche delicati e pregni di tecnicismi, stando attento anche a dare al pubblico la dose di potenza che certamente si attendeva da questa esibizione. In ultima battuta, ma non certo "ultima" in ordine di importanza, la causa che la pubblicazione di questo live si prefiggeva di perorare: ovvero, raccogliere fondi a favore della ricerca. Operazione, naturalmente, i cui proventi sarebbero stati investiti nella medicina, a favore di tutte quelle associazioni che da anni si battono per trovare un'efficace cura contro la stessa malattia che, esattamente quindici anni fa, ci strappò via Chuck, in maniera improvvisa e crudele. Partiamo quindi alla scoperta della versione più scenografica e d'impatto dei Death. Lontani dallo studio di registrazione, direttamente immersi nell'infuocata atmosfera di un palcoscenico. Perché questo era, ed è tutt'oggi, Chuck Schuldiner: un musicista a tutto tondo, capace di dire la sua tanto in una stanza quanto dinnanzi a migliaia e migliaia di persone. Facendo esattamente ciò che da sempre aveva voluto fare, ovvero suonare e produrre musica. Con le sue stesse mani.

Intro / The Philosopher

Le note della main theme di "Halloween", capolavoro di John Carpenter, fanno da introduzione al nostro concerto. L'amosfera si scalda subito, l'attesa è ormai alle stelle così come l'emozione degli astanti; fra non molto, Chuck e soci potranno devastare lo stage. Il quattro di batteria ci permette di iniziare ad ascoltare "The Philosopher (Il Filosofo)" tratta dall'album capolavoro del 1993 "Individual Thought Patterns". L'acida voce di Chuck si innesta sull'ensemble di strumenti: la tecnica generale, scaturita dall'esibizione generale del gruppo, è a dir poco magistrale; la batteria detta il ritmo in maniera diretta ed essenziale, andando a sottolineare i passaggi più impegnativi con fill sempre fantasiosi ed interessanti. Il basso fa la sua parte, ritagliandosi uno spazio tutto suo mentre i fraseggi di Chuck si susseguono inframmezzati solo dalla sua voce, la quale trova il proprio terreno fertile su quelle ritmiche così potenti, in grado di colpire duro l'ascoltatore. Un po' come le parole pronunciate dal frontman: "The Philosopher, You Know so Much, About Nothing at Hall", un attacco quindi rivolto a tutti i pensatori che però non sono in grado di dare una praticità alle loro riflessioni. In tutto il testo abbiamo questa sorta di riflessione generale, compiuta per screditare determinati soggetti, fino ad arrivare alla fine dei versi, dove Chuck senza mezzi termini enuncia quel che è stato il protagonista, sin da subito, delle lyrics in questioni. Giocando sul tema dell'indecisione sessuale, infatti, il frontman si sta rivolgendo al suo ex collega ed amico Paul Masvidal, con il quale ebbe molto a che ridire. Ben si sapeva, in ambito Metal, quanto Masvidal avesse marcatissime tendenze omosessuali, da lui sempre celate con forza, nonostante l'evidenza (l'outing definitivo è avvenuto proprio negli ultimi tempi). La rabbia e la potenza alla base del testo, quindi, ben esprimono il rancore e la violenza suscitati da una figura saccente, pesante e moralista. Come può un filosofo insegnarti a vivere, se non è nemmeno conscio della sua sessualità? Ritrovandosi a sapere tutto del niente? Il testo ben si accompagna alla musica, sia volendo parlare delle linee vocali sia volendo parlare dell'argomento trattato; Chuck non ha mai avuto problemi ad esprimere ciò che pensava e il mezzo migliore che poteva trovare era la sua musica. Tornando proprio a quest'ultima, ecco che scorrendo il pezzo giunge ad un assolo di basso che anticipa la conclusione generale pre-finale, non prima che le chitarre possano sbizzarrirsi con i fraseggi che hanno impregnato tutti i pezzi dei Death. Un vero e proprio assalto, uno dei brani più diretti e possenti dell'intero "Individual..", qui reso alla perfezione ed anzi, se vogliamo anche amplificato e vestito di maggiore aggressività / corposità del suono.

Spirit Crusher

Il riconoscibile e immortale riff di basso di "Spirit Crusher (Devastatore dello Spirito)" non permette al pubblico di prendere fiato, la voce di Chuck aggredisce da subito gli astanti mentre le chitarre e la batteria continuano imperterrite, riversando la loro potenza sull'ascoltatore. Una veloce ripartenza e poi il coinvolgente refrain, le parole "No guilt, it feeds in palin Sight, Spirit Crusher, Stay Strong and Hold to Tight, Spirit Crusher " portano chi ascolta il pezzo a pensare che attraverso questi versi venga espressa  quasi una sorta di summa della filosofia di vita di Chuck, fatta di momenti di difficoltà, sempre affrontati tuttavia con la tenacia di chi vuole arrivare ai suoi obiettivi a tutti i costi, senza mai abbassare il capo di fronte alle avversità della vita. Mentre la sezione ritmica diventa meno potente, lasciando modo a Chuck di esprimersi, possiamo finalmente godere appieno di tutta la grandezza chitarristica di un vero e proprio genio della sei corde. Tecnica e potenza, rabbia e capacità: un miscuglio letale, in grado di annichilire chiunque. Ecco il bridge, accolto da un'ovazione del pubblico, il tupa-tupa di batteria colpisce in pieno gli astanti ed ecco che arrivano anche gli assoli, aggressivi e veloci come al solito. Dopo questi ultimi, ecco che dopo una sorta di fuga delle chitarre, con un nuovo riff, il gruppo torna a concentrarsi sulla strofa. Il pezzo viene velocizzato in tutta la sua durata, soprattutto nelle parti più veloci possiamo apprezzare l'aggressività della batteria. Eccoci all'ultimo refrain con cui Chuck urla tutta la sua rabbia, un altro stacco prima che si acceda nuovamente al bridge con il quale il pezzo viene concluso. Insomma, il frontman non si discosta dal modus operandi della traccia precedente e continua imperterrito a declamare versi al vetriolo. In questo caso, però, niente invettive: ma solo, esclusivamente, rabbia personale. La voglia di arrivare, di essere forti, di continuare sempre per la propria strada, senza che nessuno riesca o nemmeno provi a fermarci. 

Trapped In a Corner

Chitarre affilate, sorrette da fill di batteria fantasiosi ed in grado di attirare l'attenzione anche dell'ascoltatore meno attento, permettono al gruppo di introdurre "Trapped In a Corner (Intrappolato in un angolo)". La dura ritmica di chitarra, sempre condotta dal magistrale drumming di Christy permette al gruppo di tenere il pubblico sul filo del rasoio, un pezzo serrato fino allo stacco di chitarra melodico e estremamente progressive, con i suoi intricati tempi.  La voce di Chuck si inserisce in questa fase, già ricca si suo. Ecco un assolo di chitarra, il duo Schuldiner/Hamm fa scintille scambiandosi gli assoli in modo che il pubblico possa assistere a questa sorta di battaglia. Il pezzo continua con la sua durezza fino alla fine. Tutto il testo del pezzo viene incentrato su un attacco personale di Chuck ad una non meglio specificata persona ( la quale potrebbe ben rappresentare in realtà, una categoria) che, attraverso le sue bugie, ha creato false speranze in chi gli ha creduto e ha poi distrutto i sogni di chi è stato alla fine ingannato. Intrappolato in un angolo è però, in una sorta di ribaltamento della prospettiva, chi ha fatto delle bugie la sua arma, chi ha condotto una vita basata sul gabbare il prossimo nella maniera più indegna possibile. Le sue menzogne sono venute a galla ed ora è il momento della vendetta, della resa dei conti. Il nostro aguzzino pagherà, le sue false parole verranno consumate dalla fiamma della nostra rabbia. La stessa fiamma che, una volta distrutto il muro di ciance, arderà le carni e le ossa del bieco tizio. L'individuo cadrà, nonostante tanti di nascondersi prima ancora che i sogni potranno essere infranti.  E' in un vicolo cieco, non può fare altro che pregare di morire in fretta. Un testo, quindi, che va a riassumere quanto succede a molte persone, vittime a volte di orridi personaggi in grado di promettere ed ingannare. La fine di questi individui non può che essere quello di cadere in disgrazia, le bugie non portano a niente e questo Chuck lo sa bene, al punto da volere esprimere il concetto con questo testo.  Insomma, ancora una volta il contesto perfetto per sfogare rabbie e frustrazioni passate. Benché tecnici e serrati, i dialoghi di Chuck ed Hamm risultano perfettamente funzionali all'espressione d'estremo tipica dei Death. Sicuramente un brano non prevedibile, dal punto di vista compositivo. Ma non per questo leggero od altro. Anzi, una vera e propria bomba detonata senza preavviso.

Scavenger oh Human Sorrow

Una magistrale rullata di batteria permette a Chuck di dare vita al suo estro solista, con il lick che introduce "Scavenger oh Human Sorrow (Divoratore d'umana tristezza)". La strofa è quella che conosciamo ormai a memoria, dopo una prima parte più dura e serrata i fraseggi di chitarra si fanno spazio per arrivare ad una sezione melodica e riflessiva sempre sorretta da continui fill di batteria. Ecco che l'atmosfera si placa ancora di più con quel riff di chitarra tanto melodici quanto aggressivo, con la voce di Chuck continua imperterrita ad enunciare i versi del pezzo. Parole che si riallacciano a quanto trattato nel precedente pezzo, parole che si rivolgono ad un fantomatico spazzino che si ciba dell'altrui dolore. Uno spazzino che può essere identificato nell'egoismo e nella barbarie che ogni individuo nasconde dentro di sé, l'eterna lotta dell'uomo per affermarsi sui propri simili, scacciandoli e combattendoli con tutti i mezzi, mezzi non necessariamente violenti ma che sanno colpire l'animo ed in generale l'interiorità dell'avversario, provocandogli dolore. Un dolore che non si può curare con l'aiuto di nessuna medicina, in quanto non fisico. Un male che ci affligge dentro, che ci tortura e ci rende vulnerabili a qualsiasi tipo di negatività. Insomma, un vero e proprio tarlo atto a roderci testa e cuore. Nonché l'anima. Ecco che si ha la ripartenza, i tempi e le velocità si fanno furiosi, il gruppo sembra essere un treno in corsa. Ecco lo stacco di basso seguito da una sezione tanto delicata quanto suggestiva, gli assoli di chitarra irrompono prepotentemente, con la maestria degli uomini delle sei corde che emerge soprattutto in questa sezione. Si riprende il riff portante in modo ch si possa dare vita ad una nuova strofa. Ecco che di nuovo si va a rallentare e a intraprendere quello che è un autentico viaggio tra digressioni strumentali così ispirate e magnetiche che per quanto possiamo ascoltare e riascoltare continuano a stupirci. Un vero e proprio viaggio musicale in grado di dipingere dinnanzi ai nostri occhi quelle che sono le emozioni e le sensazioni di chi si vede roso dentro dal mostro, dal divoratore di tristezza. Egli alimenta il nostro status, aumenta le nostre tribolazioni, pur di avere a disposizione un banchetto che si riveli più lauto che mai. Il tutto, unito al solito ottimo background sonoro. La ricercatezza musicale fatta per stupire l'ascoltatore senza annoiarlo ma incantandolo, un po' come uno scrittore può con i suoi racconti portarci in altri luoghi, lontano dal nostro. La brutalità del resto non viene messa da parte come accade nel riff conclusivo del pezzo, il quale conclude il brano in maniera veloce e diretta. 

Crystal Mountain

Energici e coesi i membri del gruppo danno vita a "Crystal Mountain (La montagna di Cristallo)", che vede da subito in evidenza il drumming forsennato e sempre fantasioso di Christy. Il bellissimo passaggio di chitarra fa da bridge portandoci al refrain del pezzo, orecchiabile e assimilabile. Ecco qui lo stacco di chitarra seguito da un rallentamento monolitico con il quale il gruppo massacra per bene gli ascoltatori, i quali nel frattempo sono intenti a dimenarsi forsennati sulle note di questo stupendo pezzo. Gli interventi chitarristici si sprecano, la velocità di esecuzione e la pulizia sonora sono ineccepibili; si riprende il riff iniziale e si continua con il pezzo.  Il gruppo risulta essere sempre coeso, il trasporto è eccezionale, il pezzo assume una sua dimensione live,  conservando bene ciò che è la sua essenza in studio ma anche e soprattutto sfoggiando quelle tipiche sfumature che possono essere sentite e percepite solo in un contesto live. Tutto quello che i Death hanno saputo assemblare in studio viene riproposto in maniera magistrale ma senza che il gruppo risulti freddo o troppo distaccato. Grande energia e passionalità. La montagna di cristallo rappresenta una sorta di barricata dove chi crede in un Dio, indipendentemente  dall'entità in cui questo venga eventualmente identificato, si  innalza, mettendosi letteralmente  in cattedra e di conseguenza andando a giudicare sprezzante tutti coloro i quali che compiono la scelta di non credere in un qualcosa di superiore che muove il mondo. Ecco allora che il religioso, con invidiabile ipocrisia, crede di muoversi nella direzione del bene non rinunciando però e comportamenti scorretti e meschini.  Altro atteggiamento che Evil Chuck vuole stigmatizzare, andando a scagliarsi contro la presunzione e la cieca ignoranza. Egli è un uomo libero, non ha bisogno di dogmi e catene, come non dovrebbe averne bisogno nessuno. La sua musica è questo, dopo tutto: un'esecuzione, quella di "Crystal..", particolarissima e camaleontica; com'è sempre stata, alla fin fine, la discografia intera dei Death. Niente limiti, niente barriere, semplicemente la grande capacità di sapersi esprimere mediante le momentanee ispirazioni. Il brano, dunque, nella sua complessità, va a condannare in toto la volontà di trincerarsi altresì dietro stilemi precisi, non uscendo mai dal proprio selciato. Non solo una critica religiosa, dopo tutto: anche un qualcosa di più estendibile a varie branche della vita. Dallo spirito alla musica.

Flesh and the Power it Hold

Arriviamo ora a "Flesh and the Power it Hold (La carne ed il potere ch'essa detiene)": pezzo impegnativo questo, un susseguirsi di riff e rallentamenti riempiti come al solito da fraseggi di chitarra introspettivi e malinconici. Ancora una volta il direttore dell'orchestra si conferma essere Christy, con il suo drumming anche qui diretto e preciso, conciso quando serve e in grado di tenere alta l'attenzione degli ascoltatori anche nei passaggi più intricati, senza però sovrastare le chitarre; le quali, anzi, grazie ai continui interventi di batteria, risultano essere ancora più interessanti ed in un certo senso completate ed arricchite. Dopo la prima strofa infatti abbiamo il refrain, dove tutte queste caratteristiche vengono messe in evidenza: la sezione ritmica è potente ed energica,  ed ecco  che abbiamo una ripartenza, anche qui al solito la velocità e i riff più diretti vengono collegati da ampie digressioni strumentali in seguito portate al limite del progressive (del resto il pezzo è tratto da "The Sound of Perseverance" ). Dopo gli assoli il gruppo ha modo di riprendere con un'altra strofa, il tutto prosegue sin fino al refrain e poi vira verso altre e numerose digressioni strumentali, contesto nel quale Chuck può inserire la sua voce, sempre portatrice di parole che portano l'ascoltatore a riflettere, parlando di come " la carne" (intesa come l'umanità) e la vita terrena possano dare grande potere alle persona che sappiano sfruttare il tutto a proprio vantaggio. Del resto, siamo una razza colonizzatrice e dotata di grande ingegno. Sfruttandolo avremmo potuto fare del bene, ed invece ci siamo ridotti a farci la guerra, inventando ogni giorno un nuovo mezzo per distruggerci a vicenda.  Arriverà necessariamente un momento in cui chi ha sfruttato il tutto sino all'ultimo dovrà pagare il suo conto, ed allora sarà sicuramente troppo tardi per pentirsene. Ecco che gli strumenti continuano a macinare note su note, finché non si raggiunge la conclusione del pezzo. Altra grande esecuzione, accompagnata da una tematica assai delicata e particolare.

Zero Tolerance

Ecco che anche "Zero Tolerance (Tolleranza Zero)" comincia a scorrere con le sue cascate di note, nella sala concerti del "Whisky a Go Go". Un ritmo lento e sussultante, per questo pezzo che chiaramente dà modo al pubblico di "riposare" e godersi un po' i musicisti nella loro bravura. La voce di Chuck è ciò che ci colpisce maggiormente: potente e acida, la fa da padrona almeno per quanto riguarda le strofe. Anche in sede live, il pezzo vede alternarsi il consueto drumming monolitico e fantasioso, seguito a ruota dai fraseggi di chitarra, a loro volta seguiti da vorticosi assoli ad opera dei due instancabili axe-man. Il pezzo continua con il suo ritmo fino alla sua conclusione.  Interessante anche notare come in questo brano troviamo un testo lungo ed articolato, molto introspettivo per certi versi, il quale sembra portare in luce una critica che Chuck rivolge al mondo religioso. Evitando termini troppo espliciti ed eccessivi, il singer si concentra su riflessioni riguardanti per l'appunto la religione, parlando di come essa non tolleri distaccamenti dal verbo della fede, giudicando le persone in base a come si comportano e mettendole in mano ad un Dio che decide del loro destino. Un comportamento che il Nostro mal tollera ed anzi, tende a condannare in maniera anche piuttosto alacre e veemente. Non è un caso che il suo anti-dogmatismo avesse preso piede proprio negli anni, per lui, di maggior sofferenza. Con un cancro in stato di avanzamento, sicuramente il povero Chuck avrà dovuto sorbirsi chissà che concione, circa la sua malattia. Tutte parole sulla carta "gentili", riguardanti una clemenza divina che a lui era stata evidentemente negata. Un uomo che, proprio in quell'istante, stava preparandosi per dire addio alla sua donna, alla sua famiglia, ai suoi amici. Con l'augurio magari di rivedersi, in un'altra vita. Ma chissà dopo quanto tempo. Con sempre l'interrogativo: potremo in effetti rivederci, c'è vita dopo la morte? Per il momento, il Nostro preferiva condannare la grettezza mentale di chi si ergeva a portavoce di un qualcosa di invisibile, con il quale forse dovremo fare i conti, ma solo quando giunga il nostro momento.

Zombie Ritual

Se con "Zero Tolerance" il gruppo aveva espresso la propria maestria e le proprie capacità di sapere gestire bene anche un pezzo maggiormente lento e tecnico (non che i precedenti non lo fossero, tecnici ) con "Zombie Ritual" abbiamo un ondata di brutalità direttamente ripescata dal passato, ovvero dal primo ed indimenticabile "Scream Bloody Gore", classe 1987. Una canzone certamente ben voluta dal pubblico, a giudicare dall'ovazione che accompagna il riff iniziale della canzone.  Il furente tupa-tupa di batteria sostiene perfettamente le serrate e taglienti ritmiche di chitarre mentre la consueta voce di Chuck aggredisce gli ascoltatori. Il bridge che porta al ritornello assume grande potenza, soprattutto dopo essere stato accelerato dal gruppo, in maniera esponenziale rispetto alla versione in studio.  Il refrain farebbe male a chiunque, anche a chi è avvezzo alle sonorità più brutali; qui, la magia di sapere comporre un pezzo con poche note ma assemblate perfettamente, risalta in maniera incredibile. Di "Zombie Ritual" non cambieremmo niente, proprio perché quel susseguirsi di "strofa ritornello strofa ritornello" riesce a massacrarci ancora per bene, nonostante all'epoca il brano avesse compiuto la bellezza di dodici anni.  Dopo il breve assolo si ritorna un'ultima volta al refrain, e si chiude così il pezzo. Veloce, diretto e potente. Anche dal punto di vista lirico veniamo portati indietro nel tempo, a quando Chuck veniva influenzato (nella scrittura dei testi) dai film horror che tanto adorava guardare. In particolare, "Zombie Ritual" è dedicato non solo agli zombie movie in generale, ma anche e soprattutto all'immortale capolavoro del maestro  Lucio Fulci. Quello "Zombi 2" che tanto affascinò Chuck, a tal punto da tributarlo con questo brano, estendendo la celebrazione anche al padrino del Gore, soprannome che Fulci si è guadagnato presso i fans americani. Il solito tripudio di morti viventi, pallottole, macabri banchetti, persone mangiate vive, larve negli occhi e teschi sepolti nel terriccio. Tutto il testo, senza pretesa di affrontare temi impegnati, descrive scene orripilanti dove violenza e sangue scorrono a fiumi, in puro stile splatter. Dobbiamo dunque essere fieri di aver avuto, nel nostro paese, un personaggio in grado di arrivare all'interno di una mente così fervida e particolare, come quella di Schuldiner.

Sucide Machine

Si ritorna alla tecnica ed a riff maggiormente intricati e tecnicici con "Sucide Machine (La macchina del suicidio)" tratta dall'album "Human" del 1991. Si colpisce subito, senza l'adozione di compromessi alcuni, con la prima strofa; per poi lasciarsi andare a divagazioni strumentali che ci portano al conosciutissimo fraseggio di chitarra valorizzato anche dagli interventi al basso di Clendenin. Si riparte a tutta velocità per poi arrivare al refrain: "Prolong the Pain, How long it Last, Sucide Machine". E' così Chuck ci porta a capire come nel testo si affronti il tema dell'eutanasia, del resto già affrontato in "Pull the Plug" (brano presente in "Leprosy").  Le posizioni di Chuck, attraverso un testo articolato che sa affrontare l'argomento in maniera matura, emergono dunque in tutta la loro onestà e coerenza. Un tema ancora adesso al centro dell'attenzione mediatica, nel quale chiunque si ritrova suo malgrado "trascinato" e quindi quasi "costretto" a prendere una precisa posizione. Rinnegare la sofferenza altrui per il proprio egoismo è una mossa egoista e senza senso, l'unica soluzione è approvare l'eutanasia in modo che chi si trovi in gravissime condizioni di salute, dovendo perire lentamente in malattia senza più la possibilità di alzarsi dal letto, possa morire con dignità senza costringere i propri cari a vedere l'ombra di quello che la sua persona era. Insomma, posizioni da parte di Schuldiner ancora una volta chiare e nitide, sempre schierate a favore della "conservazione" della dignità umana, senza mai porgere il fianco ad un qualcosa che possa in qualche modo lederla. Spettacolare il momento dedicato agli assoli: il magistrale intervento di Chuck ci porta ancora una volta alla strofa, fino ad arrivare al bridge e poi via sin verso il refrain.  Si continua così tra rasoiate e sprazzi di pura tecnica, uniti a finissima genialità, fino ad arrivare alla conclusione del pezzo.

Togheter as One

Ecco qui che, senza nemmeno proferire una parola, si continua sulla scia di "Human" con "Togheter as One (Tutti per uno)".  La partenza è velocissima e ci porta di seguito ad un rallentamento che spezza il pezzo e massacra gli astanti, annichilendoli grazie ad un'atmosfera pesantissima. Qualche verso della strofa e poi via verso la ripartenza che segna l'attacco al refrain. Dopo questo ecco l'assolo, una bella ritmica chitarristica lo sostiene mentre basso e batteria non fanno altro che dare una base al tutto. Sempre ben percepibili, gli strumenti si buttano nelle continue fughe, nelle continue variazioni fino a che il main riff colpisce gli astanti in pieno. Un altro rallentamento e poi si inizia di nuovo con il refrain che permette al gruppo di chiudere il pezzo.  Ecco che le liriche affrontano,  per così dire, due temi.  "Insieme come uno" potrebbe riferirsi direttamente al dramma che affrontano nella vita due gemelli siamesi. Lo capiamo da numerose parti delle liriche come ad esempio "Un'illusione di Privacy, Insieme, assorbono le vite degli altri, Come uno vivranno o moriranno, è iniziato un inferno vivente" e ancora "Esposto come un incubo [?], ai normali sembra grottesco, Connesso da un legame di carne": d'altra parte, a ben vedere, il significato che può materializzarsi immediatamente davanti ai nostri occhi è quello di una critica alle persone che si chiudono in una relazione troppo serrata in modo da diventare una cosa sola, e chiudendo fuori il mondo esterno. Un legame esclusivo che assume i connotati di un vero e proprio inferno. 

Empty Words

Il dolce arpeggio di "Empty Words (Parole Vuote)" viene esaltato dai due chitarristi prima che si cominci con la strofa, ed il drumming di Christy vada a sostenere i numerosi fraseggi di chitarra e la voce di Chuck.  Tra ritmiche trascinanti si giunge alla sezione centrale del pezzo con un lick di chitarra e poi una sezione vocale letteralmente da paura, anche qui seguita dagli assoli dei due chitarristi. La sezione ritmica anch'essa incredibile, dando un contributo decisivo alla riuscita degli assoli. Si continua con la strofa e in particolare notiamo il suono del basso qui sempre in evidenza, sino ad arrivare ad una veloce ripartenza, dove il gruppo continua a lasciarci impietriti fino ad uno stacco di chitarra con il quale si ritorna al bridge della canzone, che ci porta lentamente alla conclusione di essa. Sempre delicato e introspettivo, Chuck va ad affrontare i dilemmi esistenziali che ogni persona è costretta ad affrontare arrivata ad un certo punto nella sua vita. Le parole con le quali si promette qualcosa vengono spazzate via dal cambiamento repentino di prospettiva. Promesse, promesse e promesse, le quali non si sono rivelate altro che bei discorsi. Arrivati ad un certo momento capiamo quanto in passato ci siamo illusi, ci siamo creati aspettative che sono state infrante e tutto quello che è stato detto e fatto ci risulta essere vuoto, privo di senso, totalmente insignificante.  Non possiamo poi fuggire e con questo il testo viene chiuso da quelle parole vuote che rimangono per noi un vero e proprio tormento. 

Symbolic

Il riff di apertura di "Symbolic (Simbolico)" dà il via all'intero ensemble di strumenti. La voce di Chuck va subito a riempire le note del riff per la prima parte di strofa, ed ecco poi la fulminea accelerazione del combo che velocizza addirittura il pezzo, arrivando altrettanto velocissimamente al rallentamento che vede emergere un riff più riflessivo. La "calma" dura relativamente, perché si arriva ad un altro cambio che ci porta al refrain del pezzo, seguito dall'assolo di Chuck. Momento solista il quale termina in una fuga della chitarra di mentre Christy scandisce il ritmo, al solito con grande precisione. Si riprende il riff portante e si va ad una nuova strofa. Il pezzo si ripete nella sua struttura, tra accelerazioni vertiginose e rallentamenti pesanti ma allo stesso tempo in grado di esaltare i riff di Chuck, che risultano essere sempre coinvolgenti. Tutto questo finche il pezzo non viene concluso. Ecco che il testo va a parlare della purezza dell'infanzia e dell'adolescenza, dei bei tempi in cui "il tempo sembrava essersi fermato". Il cambiamento che ci porta di conseguenza alla fase dell'età adulta è inevitabile, "le ferite aperte" nella nostra anima sono il sintomo di questo cambiamento, rappresentano il momento in cui ogni individuo deve fare i conti con la realtà che avanza.  Si continua poi con parole da pelle d'oca, prendiamo come esempio il verso seguente: "Ti ricordi quando, le cose sembravano così reali? Gli eroi sembravano così reali, la loro magia congelata nel tempo", parole che non possono fare altro che ricordarci come da bambini tutto è più reale, anche le storie eccessivamente fantastiche. Si vede il brutto delle cose, certo, ma si nota solo il lato positivo degli avvenimenti. 

Pull The Plug

"Pull The Plug (Stacca la spina)" arriva dunque a conclusione di questa magnifica setlist. Eccoci quindi all'ultimo pezzo introdotto da tutto il gruppo, al solito eseguendo ognuno magistralmente il proprio compito. L'intesa dai musicisti è ottima e tutto ciò fa si che il pezzo assuma una grande compattezza, risultando letteralmente letale in questa sede. La doppia-cassa  seppellisce vivi i membri dell'audience, nei rallentamenti sono invece le ritmiche rocciose di chitarra e basso a fare la loro parte, mentre nei punti più tecnici possiamo apprezzare tutto quello che nel Death metal è compreso: chitarre dinamiche e tecniche, drumming monolitico ed in questo caso estremamente tecnico, assoli al fulmicotone, magari piazzati dai due chitarristi uno dopo l'altro, come da tradizione puramente heavy, e soprattutto riff pesanti e oscuri. Insomma, una vera e propria summa dello Schuldiner pensiero, il massimo esponente dell'intera corrente Death Metal, il teorizzatore sommo di un movimento intero. Soprattutto in questo pezzo, poi, possiamo notare quanto la maturazione tecnica di Chuck riesca ad esaltare anche gli episodi forse un po' più "grezzi" della sua produzione. Lo ricordiamo, questo brano è tratto da "Leprosy", che assieme a "Scream Bloody Gore" compone la parte più intransigente dei dischi dei Death. È così che il pezzo scorre, sino a portarci alla fine di questo grande concerto.  Sempre il tema dell'eutanasia interessa le liriche del brano, come avevamo già avuto modo di vedere durante l'analisi di "Suicide Machine".  Ci si mette nella prospettiva di un malato costretto a letto, immedesimandosi nelle sue sofferenze, nella sua voglia di staccare la spina e chiudere la sua ormai finita esistenza. Un po' come il protagonista di "One" dei Metallica, anche in questo caso il poveretto urla dignità. Meglio morire, che passare una vita ridotto a quelle condizioni, senza nemmeno lo scampolo di una speranza di poter ritornare in piedi sulle proprie gambe.

Conclusioni

Eccoci dunque arrivati alla fine, stanchi, sudati e soddisfatti come se fossimo effettivamente appena usciti dal "Whisky a Go Go", dopo aver fisicamente assistito al concerto. Difficile credere che, invece, siamo semplicemente reduci dalla proiezione di una VHS / CD. Come primo live album della storia dei Death, dunque, non poteva esserci battesimo migliore di questo. Il carisma e il talento di Chuck Schuldiner non potevano rimanere solamente impressi in una serie di (per quanto ottimi) studio album, anzi: dovevano necessariamente emergere anche in sede live, ed infatti questa trasposizione è riuscita nell'impresa di farci sin da subito emozionare, donandoci sin dalla intro una buona impressione, divenuta poi pura esaltazione nel corso delle esecuzioni.  Come avevamo detto nell'introduzione, è importante capire quanto un gruppo possa dare un senso alla sua proposta in un contesto dal vivo, e vediamo qui come sia dal punto di vista tecnico sia dal punto di vista più comunicativo i Death non riescano a deluderci nemmeno volessero per un caso impossibile mettercisi di impegno. Udire musicisti come Christy, Clendenin, Hamm e Chuck ci ricorda che la musica è innanzitutto un'arte, una forma di espressione attraverso la quale il testo e le melodie si fondono. L'uno deve necessariamente essere collegato all'altro, per far si che il pezzo funzioni; ed infatti notiamo come durante tutto il concerto il gruppo riesca a prendere ogni singolo pezzo e a comunicare agli astanti che cosa quel pezzo porti con sé. Che sia la violenza primordiale di "Zombie Ritual" o l'impegno sociale di brani come "Suicide Machine", oppure ancora la pura riflessione spiritual/religiosa come nel caso di "Crystal Mountain"; o ancora tematiche legate alla rabbia ed al dolore di tutti i giorni, come accade in "Empty Words" o in "The Philosopher". Abbiamo quindi un disco completo da tutti i punti di vista: i musicisti suonano perfettamente le loro parti, abbiamo qualche sbavatura ma si sta parlando di un live registrato in maniera diretta, non di un concerto (come tanti ne girano) modificato in seguito in studio. Quindi, non c'è modo o maniera d'essere schizzinosi. Possiamo e dobbiamo godere delle spettacolari evoluzioni di batteria e di chitarra, nonché degli interventi di basso, strumento che rimane sempre ben presente e soprattutto dotato di una sua esistenza autonoma, contribuendo non solo a creare "fondo" ma a dare un qualcosa in più al brano dal punto di vista compositivo. Il voto è puramente indicativo, un live non dovrebbe avere una valutazione: valuterete voi, in base a quanto in concreto il disco vi lascerà. Quello che di sicuro troverete è il talento e la bravura di musicisti che risultano sicuramente coesi tra loro, non perdendo occasione e lo ribadiamo, forse anche in maniera un po' prolissa, di mostrare come si suona e come è doveroso far sì che ogni pezzo suonato su disco dal vivo possa assumere una sua personalità, senza essere snaturato ma al contempo non dovendo essere necessariamente la fotocopia di quanto affrontato nel full-length.

1) Intro / The Philosopher
2) Spirit Crusher
3) Trapped In a Corner
4) Scavenger oh Human Sorrow
5) Crystal Mountain
6) Flesh and the Power it Hold
7) Zero Tolerance
8) Zombie Ritual
9) Sucide Machine
10) Togheter as One
11) Empty Words
12) Symbolic
13) Pull The Plug
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