DEATH

Leprosy

1988 - Combat Records

A CURA DI
ANDREA FUMAGALLI
11/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Eccoci qui a recensire il secondo disco dei Death, band che tutti conosciamo per essere stata una delle più rivoluzionarie e seminali in ambito Death Metal e nel metal in generale; la band capitanata da Chuck Schuldiner, unico e vero compositore / mente del progetto, qui alle prese con la seconda prova del suo gruppo, quel gruppo che già con "Scream Bloody Gore" aveva destato l'attenzione di tutta la scena Metal americana ed europea, contribuendo a creare una vera e propria "sotto" scena. Quel sottobosco Death ancora sepolto nell'underground, che cominciava però a muoversi, grazie alla passione di tanti gruppi come i Death. Eccoci dunque arrivati al 1988; ad un solo anno di distanza dal precedente episodio, il gruppo floridiano dà dunque alle stampare questo "Leprosy", il quale come da "tradizione" si presenta con una copertina accattivante, rappresentante per l'appunto un lebbroso coperto da una tunica, sperduto in un luogo deserto e inospitale. Un artwork divenuto in seguito iconografico quanto quello di "Scream Bloody Gore", sempre ad opera di Ed Repka. Una copertina che, tuttavia, lascia già intravedere qualche passo avanti rispetto al capolavoro del 1987, se non altro dal punto di vista contenutistico. Una paura più "reale" e meno orrorifica: la tragedia della malattia contro gli scheletri intenti a consumare libagioni comparsi appena un anno prima, figli di una "paura di sogno", scaturiti da diversi film dell'orrore che ispirarono le opere di Chuck. Uno sviluppo tematico unito ad un avanzamento  / perfezionamento musicale.  Già ad un anno di distanza, possiamo dire di trovarci di fronte ad una band cambiata, sia dal punto di vista delle line-up sia dal punto di vista della maturità compositiva; un gruppo risulta essere di molto cresciuto dal precedente lavoro , se vogliamo più "cattivo", arrogante e decisamente interessante.. ma che risentiva anche di qualche, più che giustificata, pecca dovuta all'inesperienza. Dicevamo della line-up, assai ridimensionata e cambiata. Da un lato Chris Reifert, che si occupava della batteria in "Scream Bloody Gore", viene in questa occasione sostituito da Bill Andrews, già in forze nei Massacre. Dall'altro, va detto per dovere di cronaca che sempre nei Massacre militava inoltre Rick Rozz, vale a dire il precedente chitarrista dei Death, il quale si riunisce al vecchio Chuck dopo essere stato allontanato anni prima. I Massacre costituirono per l'appunto il gruppo fondato da Rick Rozz dopo il suo allontanamento dai Death, uno split avvenuto a causa di divergenze personali con lo stesso Chuck, il quale stava prendendo sempre più il comando dei Death, spinto dalla brama di concretizzare a modo solamente suo il progetto musicale intrapreso.  Chris Reifert, invece, ritornerà nella natale California dove fonderà gli Autopsy.  Abbiamo quindi un trio, Chuck si occupa di chitarra, voce e basso, Rick Rozz della seconda chitarra e Bill Andrews della batteria. Ad onor del vero, sarebbe stato chiamato in ballo anche un quarto membro, ovvero Terry Butler, il quale secondo il racconto "canonico" avrebbe dovuto occuparsi, in "Leprosy", delle parti di basso. Voci smentite, dopo diversi anni, dallo stesso Schuldiner, il quale dichiarerà fortemente la falsità della situazione, dichiarando come il buon Butler avesse preso parte unicamente alle registrazioni di "Spiritual Healing", per poi essere di seguito allontanato dai Death. In maniera non troppo amichevole, stando alla "leggenda" che vorrebbe Schuldiner aver cacciato via il povero Terry a causa della sua scarsa tecnica. Storia forse vera a metà, in quanto magari il bassista poteva effettivamente non essere adatto al tipo di musica concepito da Chuck. Tuttavia, Butler trovò in seguito fortuna in gruppi come i già citati Massacre ed i Six Feet Under di Chris Barnes, senza contare altre numerosissime collaborazioni; a dimostrazione di quanto egli non fosse propriamente un musicista da "buttare". Tornando a "Leprosy", a livello di produzione (quest'ultima curata da Scott Burns e Dan Johnson) troviamo un lavoro migliore rispetto alla precedente opera: gli strumenti risultano essere tutti bene distinguibili, il suono è caldo e potente e ben accompagna la proposta del trio, che può essere inquadrata in pieno nel Death Metal. Un Death Metal caratterizzato da grande velocità e precisione, dove le evoluzioni chitarristiche tipiche di Schuldiner, che già nel precedente lavoro avevamo udito, diventano qui ben evidenti. Chuck dà infatti vita a composizioni dove la chitarra risulta essere sempre in evidenza, sia in fase di riffing, a volte diretto e brutale a volte maggiormente cadenzato ed elaborato, sia in fase solista, dove la tecnica del musicista risulta essere molto migliorata. Abbiamo sfuriate in plettrata alternata e veloci lick in tapping, sempre puliti e precisi. Il drumming è deciso e monolitico, anche qui si alternano i vari tupa-tupa e i tappeti di doppia cassa a tempi maggiormente articolati che ci permettono di udire la vena più tecnica del gruppo, una vena che sarà poi sviluppata maggiormente da Schuldiner nei successivi album. Prima sempre "per accenni" in "Spiritual Healing" e poi in maniera decisa in "Human" e così via, sino ad arrivare a "The Sound of Perseverance". I testi, come accennavamo all'inizio, diventano poi maggiormente profondi: dalla brutalità senza compromessi del debutto troviamo liriche più riflessive, dove si affrontano tanti temi "caldi" che facevano e fanno ancora discutere. Si affronta ad esempio il tema dell'eutanasia, il tema della morte in via più generale, per andare poi ad arricchire alcuni pezzi con testi riportabili al precedente album, seppure la brutalità degli inizi venga comunque mitigata. Abbiamo quindi un secondo capitolo che già presente un Chuck notevolmente migliorato sia dal punto di vista compositivo-esecutivo sia dal punto di vista lirico, quasi che la primordiale rabbia adolescenziale si fosse trasformata nella ben più lucida freddezza di un ragazzo che si sta avvicinando passo dopo passo alla maturità.

Leprosy

Iniziamo dunque l'ascolto avvicendandoci con la title track, "Leprosy (Lebbra)". Lenti colpi di batteria supportano il riff iniziale, un riff dapprima composto da soli bicordi a cui lentamente si sovrappone un fraseggio di chitarra che ci porta a sua volta al riff portante della canzone, eseguito in tremolo picking, lento e cadenzato, il quale viene supportato da doppia cassa e in generale da un drumming per il momento equilibrato. Si cambia riff e si aumenta la velocità, la voce di Chuck risulta essere acida ma allo stesso tempo ben orecchiabile, si arriva ad una sezione più complessa, dove i riff di chitarra sono più articolati e la batteria gioca molto con charleston e rullante; la sola chitarra dà il via ad un riff più diretto e coinvolgente, si riprende con i veloci blast beat fino ad un nuovo stacco dove un nuovo fraseggio di chitarra viene ben supportato da una batteria cadenzata e quadrata,  un contesto in cui la potenza delle chitarre emerge su tutto. Ecco che iniziano gli assoli, che risultano essere particolarmente curati e perfettamente esaltati dalla qualità della produzione; si riprende poi il riff iniziale e la voce fa nuovamente la sua comparsa. Ecco che segue a ruota l'accelerazione e poi il riff più cadenzato, sino ad arrivare allo stacco di chitarra che dà inizio ad una nuova e coinvolgente accelerazione, che ci porta alla conclusione del pezzo. Come inizio, diremmo, niente male. Nel testo del brano si descrive la misera vita dei lebbrosi, persone cadute in disgrazia dopo aver contratto appunto la lebbra, una terribile malattia che distrugge a poco a poco la carne. Isolati dal mondo, vivono in una loro realtà, lontana anni luce dalla nostra. Una vita non vita, a causa di un morbo che corrode, avidamente e piano piano, la carne e le ossa; i tessuti nervosi vengono meno e il malato non si accorge nemmeno della progressiva degradazione del suo corpo, tanto essa avanza lenta ed inesorabile. Il testo è dunque molto forte e dà vita ad immagini molto crude, tuttavia Chuck cerca di calarsi nella vita di un lebbroso cercando di mettere in luce le sue emozioni ed i suoi sentimenti. Una vita vissuta nell'ombra, nella solitudine, mentre la gente ti addita e ti vede come un mostro. Nemmeno uno sguardo sarà concesso al lebbroso, la sofferenza sarà ben visibile attraverso piaghe e carne che, con il progredire della malattia, marcirà.

Born Dead

Passiamo quindi a "Born Dead (Nato Morto)": l'inizio della canzone è veloce e pesante, e risultano messi in evidenza tutti gli strumenti; soprattutto il basso svolge magnificamente il suo lavoro, supportando bene l'intero ensemble e al contempo conferendo "sostanza" alle chitarre. Ecco che si parte con la prima strofa, ed ecco che con uno stacco di chitarra viene suonata la carica per un riff maggiormente cadenzato che va a sostenere il ritornello. Dopo quest'ultimo si va incontro ad un nuovo riff composto da un fraseggio di chitarra suonato in tapping. Con ancora l'avvicendarsi di un ulteriore riff si torna a picchiare duro, con la voce di Chuck sempre potente e aggressiva; segno che la batteria può dunque partire con un veloce tupa-tupa che ci porta ancora ad un nuovo riff, maggiormente melodico, il quale va dal canto suo a sostenere gli assoli. Dopo brevi fraseggi di chitarra, la voce di Chuck compare ancora, coinvolgente come sempre, e ci porta quindi ad un ulteriore fraseggio il quale ha il compito di immetterci in una nuova strofa; con lo stacco di chitarra successivo ed il ricomparire del ritornello, quindi, il brano può dirsi concluso.  Continua, a livello sia musicale sia lirico, l'evoluzione complessiva giustamente incensata all'inizio dell'articolo. Anche in questo testo si scava più nel profondo,  affronta un tema assai delicato, ovvero quello della povertà e della miseria in generale. "Nato morto" è l'individuo che nasce in un mondo povero, ai margini della società; nasce morto il bambino che poco dopo morirà di fame, nasce morto il bambino che poco tempo dopo la sua nascita morirà di una malattia magari curabile, ma che non può combattere a causa del costo delle medicine. Milioni di esseri condannati a questo triste destino, col silenzio quasi omertoso e complice di altri milioni di persone, le persone che possono invece permettersi di vivere al massimo delle loro possibilità, potendo contare su di una casa, su di un pasto caldo ogni giorno, su di un sostentamento medio-importante. L'ironia di Chuck emerge nel ritornello, quando con le parole "è la loro scelta, perché non lo capite?" il Nostro sottolinea con sarcasmo acido un pensiero tristemente comune, secondo il quale chi è povero lo è perché non si è impegnato abbastanza, come se avesse scelto egli stesso di cadere in quella condizione. 

Forgotten Past

"Forgotten Past (Passato dimenticato)", terzo brano di "Leprosy", è aperto da un riff diretto e quadrato, sostenuto da un veloce tempo di batteria sin da inizio al pezzo. Sul riff iniziale si dà poi inizio alla prima strofa, sino ad arrivare al refrain composto prima da un riff monolitico e quadrato, sostenuto dalla doppia cassa, e poi da un riff composto da bicordi, decisamente più sfuggente e meno "spigoloso" del primo. Con un fraseggio di chitarra si ritorna alla velocità degli inizi, le chitarre si sovrappongono nel suonare il riff in modo da concedere una discreta varietà al pezzo; la batteria continua ad andare veloce, con i suoi tupa-tupa diretti e puliti, gli assoli di chitarra seguono a ruota e come al solito risultano essere ben curati e precisi al millimetro, seguendo alla perfezione i dettami dello Schuldiner pensiero. Si riprende con la seconda strofa, ecco che si dà una accelerata generale e si va dritti verso un refrain che va quindi a chiudere il pezzo.  Nelle liriche si torna alla violenza degli esordi, una violenza comunque più velata e non certo "crassa" alla maniera dei Venom; attitudine, quella sanguinolenta del trio di Newcastle, che aveva parecchio influenzato la proposta di Chuck, anche a livello testuale. Si va a concentrare, in questo caso, l'attenzione su di un individuo il quale ha commesso (in passato) terribili azioni. Da qualche verso possiamo immaginare che il protagonista sia un soldato perché egli decide ad un certo punto della sua vita di tornare sul luogo di sepoltura delle sue vittime, quasi come se volesse riaprire le sue vecchie ferite ed osservare ancora una volta i crimini commessi, quasi non volendoli dimenticare. Un passato dimenticato, fatto di atrocità, che tuttavia sembra ricomparire quando meno ce lo si aspetta. Non si può cancellare ciò che è stato commesso, i nostri errori torneranno sempre a chiedere il conto. Spetterà a noi imparare da essi ed a "domarli", non permettendogli di condizionare il nostro futuro.

Left to Die

Si chiude il lato A di "Leprosy" con l'arrivo di "Left to Die (Abbandonato alla morte)": ecco subito che un bel fraseggio di chitarra da il via alle danze, ed un riff assai preciso e quadrato è pronto a seguirlo, risultando essere più melodico di quest'ultimo. Lo screaming disperato di Chuck, dal canto suo ci giunge ben presto alle orecchie, facendoci sentire la sua prepotenza e potenza. La strofa è composta da un riff diretto e ben assimilabile, mentre il refrain si innesta su di un riff altrettanto diretto e coinvolgente. Dopo il refrain ecco uno stacco di chitarra che dà il via ad un nuovo riff di chitarra, un riff sempre abbastanza "diretto" e ben sostenuto,  sul quale voce di Chuck si innesta in maniera  a dir poco splendida. Ecco un rallentamento, e dopo le parole di Chuck è la chitarra a parlare, letteralmente. Si riprende a malmenare rullante e charleston con una nuova accelerazione, improvvisa, ed ancora una volta risulta lo screaming di Chuck a dominare. Si va quindi verso un'altra strofa, lenta e cadenzata, e poi allo stacco che ci porta al refrain. Sul riff che compone il refrain abbiamo poi nuovi assoli che ci conducono a loro volta alla conclusione del pezzo.  Il testo si concentra su di un tema, come possiamo constatare, ricorrente, ovvero quello della morte, vista in diversi modi differenti, secondo molte prospettive. Sembra che, come nelle liriche precedenti, si sia tornati a parlare in special modo della guerra. Non si fa direttamente riferimento a quest'ultima e nemmeno ai soldati, tuttavia sembra proprio che con il progredire del testo Chuck vada a descrivere la storia di tanti, troppi ragazzi che vengono inviati, come carne da macello, verso i vari fronti; per poi venir lasciati morire per l'appunto nel sangue, senza speranza di poter rivedere i propri cari. Un triste destino al quale il prescelto non potrà sottrarsi, venendo meno poco a poco, con sofferenza e realizzando, nel momento della morte, che non ci sarà la possibilità di tornare indietro. La morte, dunque, che avviene (parlando più in generale) quando la nostra sorte viene da noi scioccamente affidata a qualcuno, che può permettersi di manovrarla a suo piacimento. Sarà quando ci saremo accorti di tutto, che ci ritroveremo soli ed abbandonati, morendo, senza nessuno che possa donarci anche solo un po' di calore umano.

Pull the Plug

Lato B aperto da "Pull the Plug (Stacca la spina)", quinta traccia dell'album. Troviamo subito un'introduzione particolarmente cadenzata, unita in connubio con la voce di Chuck: due espedienti che ci salutano a dovere dettando quindi l'inizio di questo nuovo episodio. La quiete dura poco, visto che un riff in tremolo picking, accompagnato da una doppia cassa veloce e da un rullante martellante, ci portano immediatamente alla prima stofa e poi verso un refrain che invece, in antitesi, è segnato da un rallentamento e da un riff maggiormente cadenzato, composto da bicordi. Ecco che un fraseggio di chitarra sostenuto da una rullata di batteria ci porta ad una sezione più tecnica e accostabile quasi al progressive, un primo vero vagito di quel che saranno i Death negli anni a venire. Il gruppo riprende però a malmenare i propri strumenti, lo screaming lancinante di Chuck irrompe sull'intero ensemble, ed ecco che la velocità si smorza un'altra volta ed un riff più equilibrato va a fare da base agli assoli. Il pezzo continua in maniera cadenzata fino ad una nuova esplosione, conseguente all'avvio di una nuova strofa e di un nuovo refrain. Quindi, troviamo la voce di Chuck che scandisce le parole "Pull the Plug" fino alla conclusione del pezzo.  Sempre in linea con la volontà di impegnarsi anche testualmente parlando, Chuck va a descrivere in questo testo la vita di un malato, costretto a letto da un coma profondo. Egli vive in uno stato praticamente sospeso fra la vita e la morte, non sapendo se effettivamente sia vivo o magari trapassato, tanto soffre ed è confuso. L'impossibilità di comunicare e di vivere come ogni essere umano dovrebbe poter fare diventa quindi una vera e propria tortura, un crimine contro l'umanità. Il malcapitato desidera sol una cosa: non vuole guarire, sa che sarebbe impossibile, e non crede nei miracoli.. egli desidera morire, per lo meno per porre fine alla sua sofferenza. La vita del malato, del comatoso, viene descritta come una vita consumata nell'attesa che sopraggiunga la morte, una vita terribile, senza relazioni ed emozioni.  Il narratore, che si immedesima nel protagonista, si rivolge con il pensiero a colui che condivide la stanza con appunto il malato, pregandolo di prendere l'occasione giusta per staccargli la spina, perché la sofferenza possa finire. "Staccare la spina", ovvero spegnere i macchinari che tengono in vita il comatoso, forzandolo ad essere vivo benché egli sia morto dentro.

Open Casket

Senza indugio alcuno proseguiamo con "Open Casket (Bara Aperta)", brano caratterizzato da un inizio sicuramente veloce ma anche atmosferico, se così possiamo dire. Si parte al fulmicotone attirando subito l'attenzione dell'ascoltatore, e la strofa viene basata su di un riff forsennato e scattante, fino ad un rallentamento che presto sopraggiunge. Un frangente nel quale la voce di Chuck emerge sugli strumenti , i quali, dal canto loro, non risultano essere mai invadenti. Si riprende con veloci tupa-tupa e con un riff aggressivo, e si continua il pezzo fino agli assoli, questa volta più veloci ed aggressivi che in altri frangenti. Si arriva quindi ad un riff tagliente e dissonante, fino a giungere in una nuova sezione più cadenzata, che lascia emergere il lato più tecnico del gruppo. Espediente che ha il merito di donare la vita ad una sezione dove le abilità dei musicisti vengono (semmai ce ne fosse stato bisogno) sottolineate e messe in definitiva luce, valorizzate a dir poco. Un altro "antipasto" dei successivi lavori dei Death, in poche parole. Ecco che si arriva ad un nuovo cambio di riff e si accede al refrain: la batteria riprende a malmenare, proseguendo con un'aggressività senza compromessi, sino ad arrivare alla fine del pezzo.  E' ancora di morte che parliamo, nelle liriche di questo brano. Si riflette su come essa a volte venga sottovalutata, come il dolore che derivi dal trapasso, il dolore che colpisce i parenti e le persone più vicine al deceduto, non venga  poi così condiviso da molti. A soffrire veramente sono solo i cari della vittima, sui quali si è abbattuta una vera disgrazia. Per il resto, i partecipanti alla veglia funebre si limitano a portare omaggi  e far condoglianze, quasi per dovere, quasi per "tradizione", mentre ad una famiglia spezzata non resta altro da fare che rassegnarsi al destino. La morte è un entità che non possiamo controllare, possiamo fare solo delle previsioni sul nostro futuro ma non sapremo mai quando la falce ci colpirà. Un'angosciosa trattazione del tema è ciò a cui Chuck dà vita, ciò che il testo ci comunica è una sensazione di ansia ma anche di rassegnazione, proprio perché alcuni avvenimenti non possono essere controllati o addirittura evitati. La Storia vuole che il brano fosse nato come dedica al defunto fratello di Chuck, un modo per far sentire al caro scomparso tutto l'affetto che i "suoi" vivi sono ancora in grado di dimostrargli.

Primitive Ways

Ci avviciniamo alla conclusione con "Primitive Ways (Modi selvaggi)". Partenza al fulmicotone nella quale gioca un gran ruolo la voce del sempiterno Chuck , la qui ugola ben si amalgama all'accelerata devastante che di fatto indica la via al pezzo. Un veloce tupa-tupa sostiene il pesante riff di chitarra sino ad arrivare al ritornello, dove la batteria rimane inalterata mentre le chitarre danno vita ad un riff in tremolo picking. Si continua dopo il refrain a correre sino ad arrivare ad un rallentamento, dove la doppia cassa emerge prepotentemente mentre Chuck continua a cantare ben sostenuto dai riff di chitarra sempre in tremolo picking. Ecco uno stacco di sei corde e si riprende a correre fino a riprendere il primo riff e ad attaccare con una nuova strofa. Ecco che si arriva al refrain per poi proseguire con un riff maggiormente melodico, il quale ci porta fuori dal ritornello e ci conduce alla parte più tecnica del pezzo.  Abbiamo poi gli assoli di chitarra e la ripresa dei due riff precedenti ( uno è il riff portante), ripresa sancisce quindi la conclusione del pezzo. Il testo del pezzo ci riporta ai fasti di "Scream Bloody Gore" ed è caratterizzato da violenza e brutalità, senza che però i tassi di queste ultime raggiungano i picchi del precedente album. Il titolo del pezzo  dice di per sé tutto circa le tematiche affrontate, e cioè la descrizione di un mondo in cui le persone sono state nuovamente ridotte a vivere secondo modi primitivi. Una scelta coraggiosa che alcuni hanno già intrapreso (nell'immaginario del testo chiaramente) e che vede uomini uccidere altri uomini per placare i loro bisogni, come la fame. La glorificazione del cannibalismo, in poche parole, il quale viene indagato dal punto di vista più "orrorifico", abbandonando per un attimo il clima serioso delle altre liriche. Probabile che Chuck avesse voluto tornare a glorificare i suoi amati film dell'orrore, andando a parlare di pellicole come "Cannibal Holocaust" o "Cannibal Ferox", film nei quali il tema del cannibalismo è portante ed in cui si mostrano eccidi di tal guisa.

Choke on It

Arriviamo quindi alla fine del platter con "Choke on It (Strozzarsi)". Una partenza affidata ad un riff più lento ed oscuro caratterizza l'intro di questo pezzo, assai misterioso ed inquietante. Uno stacco di chitarra, comunque, si palesa di lì a poco e permette alla batteria di cominciare con un tupa-tupa veloce e preciso, mentre Chuck inizia con la sua prima strofa. Ecco che si arriva ad uno stacco dove la velocità cala bruscamente e si dà il via ad un frangente maggiormente tecnico. Il classico break dove la velocità fa posto alla bravura dei musicisti; i quali decidono di continuare, al termine della sezione, con un riff dritto e pieno di groove che segna l'inizio del refrain. Ecco un altro stacco di chitarra con un riff veloce e tagliente sostenuto sempre da una batteria veloce e precisa. Un nuovo stacco ci porta ad una sezione ancora una volta più lenta e tecnica, prima che si riprenda ad accelerare con un riff diretto e pesante, sul quale la chitarra di Chuck si innesta con un assolo veloce e tagliente. Si riprende poi a martellare con chitarre a batteria sempre veloci e coinvolgenti, fino ad arrivare ancora una volta allo stacco più tecnico. Sul riff proposto emerge una doppia cassa che dona potenza allo stesso riff e contemporaneamente ci avvia verso la conclusione, con l'ultimo refrain anticipato dalla chitarra di Chuck che si sbizzarrisce con pinch armonichs e giochi di leva. Si rimane, nel campo lirico, "fermi" in un testo disimpegnato, andando a descrivere la morte di un prigioniero catturato e poi soffocato dai suoi carcerieri. La lingua scende in gola, il respiro viene a mancare e il malcapitato non vedrà sorgere un altro giorno. Atroce morte per soffocamento, dunque, forse uno dei trapassi più angustianti e dolorosi possibili. L'ossigeno non riesce a filtrare, la gola brucia e si ha come la sensazione di ritrovarsi già morti, nell'Inferno, scontando chissà che atroci pene. Il colore del nostro volto cambia ed il cuore batte all'impazzata, gli occhi si capovolgono e la saliva comincia a sgorgare dalle nostre labbra. Vorremmo vomitare ma non possiamo, dalla nostra bocca non può entrare ed uscire nulla. Il sangue comincia a colare dal naso.. e, dunque, il trapasso avviene.

Conclusioni

In sostanza, possiamo sicuramente dire che "Leprosy" rappresenta la continuazione ideale di "Scream Bloody Gore"; un secondo disco che mette in luce un miglioramento spaventoso (nel senso buono, of course) di Chuck il quale, non dimentichiamocelo, sicuramente e degnamente sostenuto dagli altri musicisti che registrarono il disco. Una formazione davvero ben compatta, intenta a seguire i dettami precisamente dettati dal capitano Schuldiner. Le composizioni diventano meno grezze, c'è una grande fantasia in fase di scrittura dei pezzi e ci si allontana dalla struttura base strofa-ritornello per approdare verso lidi più complessi, dove si susseguono senza sosta diversi riff di chitarra, i quali vengono comunque ripetuti lungo il pezzo  dando all'ascoltatore la possibilità di assimilarli in un tempo relativamente breve, e di farlo godere così appieno / sin da subito dell'atmosfera che permea questo disco.  L'abilità dei musicisti è quindi sotto i nostri occhi, dal punto di vista tecnico troviamo un bel drumming, veloce e preciso, chitarre come sempre in evidenza, assoli vorticosi e la voce di Chuck che si sposta dal ruggito iniziale a registri più alti, diventando più acida e di impatto maggiore. Dal punto di vista lirico abbiamo poi un'evoluzione anch'essa da non sottovalutare: pur non abbandonando la brutalità tipica dei primi testi, Chuck approda a liriche più introspettive, come dicevamo già nell'introduzione, parlando di morte a seconda di varie situazioni. Dalla più triste alla più cruenta, dalla più delicata alla più orrorifica. Un miglioramento quindi da tutti i punti di vista, un disco completo, tecnico e tuttavia brutale da godersi appieno senza mai dimenticare che i pezzi sono stati scritti tra il 1987 e il 1988. Pensiamo quindi a quanta inventiva dovesse aver posseduto il Chuck  di quegli anni, e di quanta ne avrebbe dimostrata nei periodi successivi. Senza scordarsi della sua capacità di migliorarsi in breve tempo, dal punto di vista tecnico e musicale. Il risultato degli sforzi del gruppo è dunque sfociato in un'ottima opera, che si compone di otto pezzi interessanti e che non ci danno mai momenti di noia. Il disco in sé si presenta quindi abbastanza compatto, non trovando punti morti. Dopo l'inizio marziale di "Leprosy", un pezzo dove la pesantezza iniziale lascia spazio alla velocità e all'aggressione frontale, senza che ci si dimentichi di inserire parti più lente e cadenzate, si continua con tracce di spicco come "Born Dead" (dove l'iniziale accelerazione viene sostituita dal rallentamento del refrain e seguita dalla cavalcata nella sezione degli assoli) ma anche "Open Casket", fino ad arrivare alla conclusiva "Choke on It" la quale risulta essere invece maggiormente cadenzata, pregna di un'atmosfera opprimente. Ogni pezzo è di per sé pregno dello stile tipico di Chuck, c'è una sorta di atmosfera che permane nell'aria durante l'ascolto, diversa da quella di "Scream Bloody Gore" e diversa a sua volta da quella creata dai dischi che verranno. Siamo di fronte quindi ad un disco che ha la sua personalità e l'ha conservata negli anni. In conclusione, "Leprosy" è certamente un disco da avere, assolutamente. Il definitivo trampolino di lancio della band. Da qui in poi, i Death si sposteranno sempre di più dal Death Metal classico al Progressive Death Metal: se volete quindi avere un disco che seppure non brutale come gli esordi si mantiene su uno stampo classico, "Leprosy" fa al caso vostro.

1) Leprosy
2) Born Dead
3) Forgotten Past
4) Left to Die
5) Pull the Plug
6) Open Casket
7) Primitive Ways
8) Choke on It
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