DEATH

Individual Thought Patterns

1993 - Relativity Records

A CURA DI
MICHELE ALLUIGI & MAREK
14/09/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Avanti tutta. Questo, sicuramente, fu il motto adottato da Chuck Schuldiner in quel 1993, appena due anni dopo dalla pubblicazione di "Human". Esatto, proprio il 1993; l'anno di "Individual Thought Patterns", degno erede del suo pioneristico predecessore. Se, infatti, in quel del 1991 i Death avevano praticamente riscritto le regole del Death Metal, battezzando e di fatto celebrando la definitiva teorizzazione del lato più "technical" del Metallo della Morte, esattamente settecento giorni dopo assistiamo a quella che fu di fatto la definitiva consacrazione del quartetto, in queste nuove vesti più prog. e sperimentali. Nell'articolo precedente avevamo ripercorso in maniera riassuntiva la storia dei Nostri floridiani: dagli inizi più marci e diretti all'approdo verso lidi più ragionati, particolari, sperimentali. Se il processo venne di fatto iniziato timidamente con "Spiritual Healing", con "Human" trovò la definitiva concretezza; e fu proprio con "Individual..", che il discorso poté dirsi completo, e capacissimo di gettare le basi per quello che sarebbe stato un futuro ancora da scrivere, ma già facilmente intuibile. Non certo scevro di successi ed apprezzamenti, of course. Procediamo comunque per gradi, indagando nel dettaglio questa quinta release di casa Death. Avevamo accennato, nella disquisizione circa "Human", quanto la formazione in esso presente fosse stata certamente all'altezza della situazione, ma di fatto incapace di coesistere, di continuare la propria esperienza lungo un percorso che prevedesse obbiettivi a lungo termine. Frizioni e litigi che portarono dapprima DiGiorgio a mollare i Death, per colpa di dissapori piuttosto evidenti con Evil Chuck. Uscito dalla porta, rientrato dalla finestra, come si suol dire; visto che il buon Steve decise ben presto di riappacificarsi con il talentuoso chitarrista, e di mettere nuovamente la sua abilità al suo servizio. Il duo Schuldiner / DiGiorgio rimase dunque invariato. A dare l'addio definitivo, anche sbattendo violentemente la porta, furono invece Paul Masvidal e Sean Reinert. Il secondo decise più che altro di seguire le orme del primo, il quale ebbe mal a sopportare il carattere autoritario di uno Schuldiner sempre più preso dalle manie di "perfezionismo". Tutti ben sappiamo quanto, in casa Death, la voce del padre padrone Chuck fosse legge; una legge che doveva per forza di cose cozzare con l'istrionismo di un Masvidal che, cacciato dalla band, ebbe comunque modo di rifarsi continuando il percorso con i suoi Cynic. Decidendo di sfidare il suo ex amico proprio nel suo campo, pubblicando nel 1993 l'album "Focus", da tutti ritenuto un autentico must (al pari di "Human") del Technical Death Metal. Cosa successe, in fin dei conti e veramente, non lo sapremo mai. Possiamo, infatti, solo ipotizzare. Eppure, Schuldiner ebbe modo, proprio in "Individual..", di levarsi più di un sassolino dalla scarpa; nel brano "The Philosopher", infatti, canzone conclusiva di questo platter, sono presenti più attacchi ad personam indirizzati proprio nei riguardi del dimissionario Masvidal. Giudicato senza mezzi termini come un saccentello da due soldi, buono ad accusare tutti di tutto, senza guardarsi mai dentro, prima di parlare. Un tuttologo insopportabile definito addirittura "sessualmente indeciso". "Pretendi di giudicarmi quando non sai neanche deciderti circa la tua sessualità". Parole al vetriolo ma paradossalmente profetiche, in quanto il definitivo outing di Masvidal risale ad appena due anni or sono. Un'uscita "dall'armadio" fatta poi in compagnia dello stesso Reinert. Ma non è dei gusti sessuali dei musicisti, che dobbiamo discutere. Tornando al nocciolo della questione, i Death si trovavano nuovamente privi di due membri, i quali dovevano essere presto sostituiti da due personaggi che fossero alla loro altezza. Antipatici e boriosi quanto si potrebbe volere.. ma due personaggi del calibro di Masvidal e Reinert, quando lasciano un qualsiasi luogo, fanno percepire distintamente la loro assenza. Eccome. Fu dunque compito di Chuck, raggruppare attorno a sé, una nuova line-up che fosse capace di continuare a picchiare duro ma contemporaneamente a sorprendere mediante inaspettati passaggi Prog. e tecnicismi sopraffini. Il vaglio dei candidati fu estenuante, ma alla fine si optò per due autentici veterani. Nientemeno che Andy LaRocque e Gene Hoglan, sui quali è bene spendere due parole, prendendoli singolarmente. Iniziando proprio da Andy, il cui nome è legato a doppio filo ad una delle personalità più importanti della storia dell'Heavy Metal. Quel King Diamond il quale, molti anni prima dimissionario dai Mercyful Fate, volle proprio mr. LaRocque come compagno d'avventura per l'inizio dei suoi progetti solisti. Chitarrista decisamente sui generis, Andy ebbe modo di farsi notare al grande pubblico grazie agli straordinari lavori compiuti in album come "Abigail" (1987); disco nel quale, oltre ad una tecnica incredibile, il chitarrista riuscì a mostrare anche una notevole attitudine neoclassic, sfoderando soluzioni alcune volte "malmsteeniane", per molti versi. Uno stile che col tempo divenne il suo marchio di fabbrica, rendendolo di fatto uno dei migliori axemen della storia del Metal. Non certo un ragazzino qualsiasi, insomma. Così come non lo era di certo Gene Hoglan, considerato a maggior ragione e tutt'oggi come all'epoca, come uno dei migliori batteristi presenti nel panorama dell'acciaio pesante. Colonna dei thrashers Dark Angel, Gene si era imposto nella scena con il suo drumming possente ma incredibilmente curato nel dettaglio, tecnico e roboante. Ne erano (e ne sono) la prova dischi come "Leave Scars" (1989), a parer del vostro affezionatissimo uno dei migliori dischi Thrash mai realizzati. Più che due rimpiazzi, due autentici terni al lotto azzeccati. Schuldiner poteva continuare a dormire sonni tranquilli, in quanto il trio DiGiorgio / LaRocque / Hoglan era pronto a mettersi al suo servizio. Potenza e tecnica, rabbia e progresso: tutto questo fu "Individual Thought Patterns", che si pose perfettamente nell'importante sentiero scavato da "Human". Etichetta e team di produzione, a differenza della line-up, invece non cambiarono. Lavoro sempre patrocinato dalla "Relativity Records", alla consolle troviamo ancora l'inossidabile Scott Burns, affiancato dall'attento Schuldiner. Residenza delle registrazioni: naturalmente, i "Morrisound Studios". Ed anche per quel che concernette il lato più "artistico", Chuck vide bene di donar nuovamente fiducia a René Miville, il cui stile risulta inconfondibile anche in questa nuova copertina. Nella quale troviamo il "solito" sfondo astratto, a chiazze, sormontato dal logo del gruppo posto su di un teschio privo d'orbite. Teschio, a sua volta, posizionato su di una porzione di globo terrestre, "circumnavigato" dal titolo dell'album. Il solito trionfo di tonalità marroni, nere, beige. Un astrattismo freddo ed inquietante, in netta contrapposizione con i variopinti e fumettistici artwork dell'era Repka.

Il disco si apre senza tanti compromessi: "Overactive Immagination (Immaginazione iperattiva)" è una traccia che travolge fin dai primi secondi, con la batteria di Gene Hoglan che spazza via tutto con un rapido giro sui tom. Lo sviluppo del brano è avvincente fin da subito, le chitarre articolano il loro riffing su una strofa lineare arricchita da un fraseggio neoclassico, espediente questo la cui elaborazione è in Spiritual Healing per poi divenire assodata in Human. Le armonizzazioni ormai sono un elemento in cui Chuck Shudiner è diventato esperto e viene seguito passo passo da Andi LacRoque (presente sull'album solamente in studio, per la realizzazione del video di "The Philosopher" e del successivo tour sarà sostituito da Ralph Santolla). Dopo una prima parte diretta ecco sopraggiungere, ad esattamente a 0:52, il cambio radicale in mid tempo che tanto rende grandi i Death, la batteria infatti si dimezza per lasciare maggiore spazio alle chitarre ed al basso, i quali, danno libero sfogo a tutto il loro animo progressive muovendosi alchemicamente su una linea elaborata e d'effetto; non vi è cantato su questa sezione di brano, è la musica a dover parlare, solo successivamente arriverà un brevissimo inciso per una piccola porzione di testo, ma verrà nuovamente interrotto per la parte dedicata all'assolo, il cui gusto sperimentale e l'esecuzione impeccabile lo rendono qualcosa di mai visto (o meglio sentito) su un disco death metal. Conclusasi questa innovativa porzione centrale di traccia la struttura si riallaccia al riff iniziale, creando così un crescendo talmente ben eseguito che quasi non fa avvertire il progressivo accelerare degli strumenti. Sul piano lirico questa canzone descrive l'intera esistenza umana come una recitazione teatrale, l'essere umano infatti esegue ogni sua singola azione con una consapevolezza premeditata, come le movenze di un attore scritte sul copione, ma per poter scrivere una simile "sceneggiatura" chiaramente occorre un'immaginazione iperattiva ("Your existence is a script, life for you is a performance, play out the leading role, directing and premeditating every move that creates the act of manipulation, mastering the art of deception. That increases your sick addiction, it's an overactive imagination, that enslaves your empty shell" trad. "La tua esistenza è uno scritto, per te la vita è una performance ed interpreti il ruolo principale, dirigendo e premeditando ogni azione, creando l'atto della manipolazione e padroneggiando l'arte dell'inganno. Ciò accresce la tua insana attitudine, è un'immaginazione iperattiva che schiavizza il tuo guscio vuoto"), con questo brano prosegue quindi l'evoluzione dei Death anche come esploratori dell'introspezione dell'animo umano. Uno sviluppo cadenzato apre la seguente "In Human Form (In forma umana)", la velocità viene momentaneamente abbandonata per concedere al gruppo un nuovo campo su cui muoversi; potrebbe risultare un terreno nuovo per Chuck e soci ma al contrario la preparazione si dimostra ineccepibile anche su questo stile: Gene Hoglan, batterista rinomato per la sua velocità alcalina, fa quello che vuole anche sui tempi dispari e sui sincopati; lui e di Giorgio infatti sono una macchina ritmica più che efficiente, in grado di creare sempre una base precisa e ricca di personalità per le parti di chitarra. Il tempo accelera solo per brevi tratti, al fine di creare un senso di dinamismo che non cessa mai di tenere desta l'attenzione dell'ascoltatore, si fanno sempre più numerose poi le parentesi soliste, dove Shuldiner e LaRocque si "danno battaglia" alternandosi con i loro differenti stili: il musicista svedese infatti possiede un'impronta maggiormente Hard Rock, essendo infatti rinomato per essere l'ascia sempiterna di King Diamond, ma il suo lavoro su un disco death metal di certo non stona, anzi, arricchisce il tutto conferendo ancora maggior varietà al sound generale del lavoro. A livello compositivo questo è uno dei brani più sperimentali mai composto dai Death, le strutture si alternano andando a volte a muoversi su tempi tutt'altro che canonici e sembra quasi che siano i musicisti a dettare legge al metronomo ma il talento della band è proprio questo: essere varia, originale e con una tecnica al di fuori del comune senza minimamente annoiare. Il testo, dando adito al più genuino disgusto verso la razza umana, presenta la forma dell'uomo come un pericolo da cui stare alla larga, vista la sua pericolosità derivante dalla sua totale ipocrisia ("People of the earth beware, it is here in human form, an atrocity laced with greed, filled with evil intentions, ready to attack" trad. "Gente della Terra attenti, c'è qui in forma umana un atrocità cucita con l'avidità, nutrita con le intenzioni malvagie e pronta ad attaccare"). "Jealousy (Gelosia)" parte subito serrata su un registro ritmico ideale per lo stato d'animo che descrive: le tonalità discendenti del riffing sembrano quasi descrivere la parabola delle sensazioni che ci conducono alla gelosia più radicata: da una partenza moderata, come l'apparente indifferenza che mostriamo verso la persona che è oggetto della nostra emozione, la quale è intenta con il suo atteggiamento a girare il coltello nella piaga, si passa ad un ritmo frenetico e soffocante, coincidente all'istante in cui matura la rabbia ci matura dentro. Non possiamo farci nulla, è più forte di noi, cerchiamo di schiodarci dalla testa quell'altro essere umano ma ormai è avvinghiato alle pieghe del nostro encefalo e non riusciamo a staccarcelo di dosso. Con questa traccia Chuck Shuldiner compie in maniera a dir poco unica la missione che ogni musicista si pone (o almeno dovrebbe) suonando la propria musica: esplorare le emozioni e descriverle attraverso il suono. Le chitarre armonizzate sembrano quasi ricreare attraverso i loro fraseggi i processi mentali e le sinapsi che si susseguono all'interno del nostro cervello quando ormai la gelosia si è impossessata di noi: delle sonorità a metà fra l'onirico ed il malvagio, accompagnate come sempre dal basso di Steve Di Giorgio, il cui tocco è sempre riconoscibile ad ogni ditata sulle corde del suo fretless. Le liriche di questa canzone sono tanto introspettive quanto dirette, non c'è spazio per la falsità, pur cercando di essere stoici fino all'inverosimile siamo pur sempre esseri umani e la debolezza verso le emozioni sarà sempre parte del nostro essere ("What do you want from me? What is it you expect?, I have spoken my mind from deep inside my soul, behind the eyes is a place no one will be able to touch, containing thoughts that cannot be taken away or replaced, you want what is not yours, Jealousy, you want what you cannot have, Jealousy, spiteful harsh words, it comes as no real surprise. Tell me what you are" trad. "Che cosa vuoi da me?" Che cosa ti aspetti? Ho detto la mia parlando dal profondo della mia anima, dietro agli occhi c'è un posto che nessuno può raggiungere, dove sono custoditi pensieri che non potranno essere rimossi né rimpiazzati, vuoi ciò che non è tuo, gelosia, vuoi ciò che non puoi avere, gelosia, parole ingannevoli, giunge come una sorpresa non reale. Dimmi ciò che sei"). Il fraseggio che introduce "Trapped In A Corner (Intrappolato nell'angolo)" è in grado di esaltare i fan dei Death dopo solo due note; basta guardare i filmati live di questa canzone per vedere esplodere il tripudio fra il pubblico dopo nemmeno un giro esecutivo. Il pezzo prende lentamente forma, Gene Hoglan si limita a tenere il tempo sul charleston mentre le chitarre mostrano subito tutta la loro maestria, ma a 0:20 fanno il loro ingresso anche la batteria ed il basso. Lentamente lo sviluppo verte su un mid tempo sul quale si scaglia il growl esasperato di Evil Chuck, che lentamente viene rimarcato attraverso gli accenti ritmici del tempo. Dopo la prima strofa i Death si abbandonano ad un nuovo sviluppo progressivo nella sezione centrale del pezzo (locazione ormai designata dalla band americana per sguinzagliare l'estro compositivo); questa volta è LaRocque ad aprire la sfida solista, il suo tocco è più leggero rispetto di quello del cantante e chitarrista, il quale possiede invece una pennata più fluida ma con un tocco più deciso ed incisivo, ma è la sinergia fra i due stili a rendere unici gli assoli dell'intero album, che ancora oggi restano un vero e proprio punto di riferimento per chiunque si cimenti a suonare la chitarra facendo metal. Nonostante il mai troppo eccessivo elogiare le chitarre va anche considerato che la sessione ritmica di questo lavoro è a dir poco unica, la batteria di Hoglan riesce a costruire passaggi di doppia cassa e sui tom anche in battute brevissime e nelle stesse Di Giorgio fa colare le sue cascate di note, insomma, volente o nolente, tutto dei Death si può dire meno che siano scontati e banali dal punto di vista stilistico e compositivo. Se la traccia precedente riconosceva la debolezza dell'uomo verso le sue emozioni, in questa il testo rilascia tutta la rabbia che si può provare verso l'ipocrisia; una specie di link tra approccio passivo ed implosivo ed approccio attivo ed esplosivo; come spesso si suol dire "le bugie hanno le gambe corte", ma Chuck Shuldiner va oltre questo semplice modo di dire, ammonendoci che i bugiardi prima o poi saranno chiusi all'angolo dalle loro stesse menzogne ("I want to watch you drown in your lies. The end of your masquerade, a matter of time, intertwining lies, domination, control, feed his twisted nature, it is sickening to see dreams die, a word of advice, fate's patience is growing short" trad. "Voglio guardarti annegare nelle tue bugie, la fine della tua mascherata è solo una questione di tempo, intrecciando bugie, dominio e controllo nutre la sua stessa natura , è rivoltante vedere i sogni morire, un consiglio, la pazienza del destino sta per arrivare al limite") il concetto di fondo si potrebbe spiegare sempre citando un proverbio: "uomo avvisato, mezzo salvato", ma sicuramente condito con questo supporto musicale l'efficacia del messaggio non può che guadagnarne. "Nothing Is Everithing (Nulla in tutto)" possiede un incipit a dir poco declamatorio: una serie di stacchi che si concludono con due power chords distanti fra loro giusto un semitono per conferire un atmosfera solenne ed imponente. Su questa traccia il fraseggio eseguito da Shuldiner e LaRocque è uno dei più celebri dei Death ed è rimasto ben impresso nella mente dei fans più accaniti; una serie di note limpide e pregne di pathos, che rilasciano emozioni ad ogni movimento della mano sullo strumento, ecco perché si dice che un brano si esegue con le mani ma lo si suona col cuore. Non manca però la potenza adrenalinica, il tempo di batteria è sincopato e le la ritmica si muove su un palm muting deciso e granitico, che ben sostiene il succitato fraseggio, creando così un contrasto eccellente fra melodia e potenza, che aumentando in crescendo arriva fino al punto fatidico a 1:52: il pezzo si interrompe in un break, dove un effetto eco diffonde la parola "over". Ecco qui partire una progressione decisamente thrash metal, il cui tempo è lineare e serrato e le chitarre tritano le corde, mentre LaRocque esegue la parte ritmica Shuldiner esegue il suo assolo per poi concludere e riprendere il fraseggio portante della canzone; siamo di fronte ad uno dei pezzi più eclettici del lavoro, il giusto compromesso fra vecchia e nuova scuola, di cui i Death sono considerati ancora oggi, a ben ventuno anni di distanza, gli innovatori indiscussi. Le liriche raccontano di un immaginario altro mondo dove i valori sono completamente invertiti, dove il nulla è tutto e viceversa appunto, al quale si può arrivare solo spalancando la porta della nostra mente ("Living like us and sharing our day. In another world very far away, a different existence, yet virtually the same. Aggression is sadness and laughter is pain, look deep into their eyes for what they have to say, emotions take control of life everyday. Unpredictable variations of behavior, hold the key to the mental door, where nothing is everything, and everything is nothing, staring beyond the wall a thousand times over" trad. "Vivere come noi e condividere la nostra giornata. In un altro mondo molto lontano, una diversa esistenza, ma praticamente la stessa. L'aggressività è la tristezza e la risata è il dolore, guarda in profondità nei loro occhi per quello che hanno da dire, le emozioni prendono il controllo della vita quotidiana. Variazioni imprevedibili di comportamento, tenendo la chiave per la porta mentale, dove niente è tutto, e tutto è niente, guardando oltre il muro mille volte"). Arriviamo ad una delle tracce più note dell'album, "Mentally Blind (Mentalmente cieco)" è infatti una delle canzoni più celebri non solo della tracklist ma dell'intera discografia dei Death. Il gruppo fa un leggero passo indietro, andando a riprendere stilemi già elaborati nel precedente Human, come le progressioni con il raddoppiamento e dimezzamento dei tempi ed i brevi fraseggi di chitarra usati come inciso all'interno delle strofe. Questo non significa assolutamente che lo stile sia "inferiore" rispetto ai brani precedenti, anzi, su "Mentally Blind" il gruppo opta per la soluzione mai utilizzata prima: degli accordi pieni di synth a conferire maggior tono epico al ritornello, la frase "from the mentally blind comes ideas that are poison" è infatti contornata da un effetto corale di tastiere che espande maggiormente l'imponenza già fornita dalle chitarre, dal basso e dalla batteria; si avvertono appena ma se non fossero stati inseriti l'intero sviluppo ne avrebbe risentito notevolmente. Come la traccia "Cosmic Sea", contenuta nel disco precedente, questa lancia nuovamente la sfida dell'utilizzo delle tastiere nel death metal tecnico, sull'esempio di quanto fatto dagli Emperor con il capolavoro "In The Nightside Eclipse" in ambito black. Il main riff di chitarra possiede comunque un tiro davvero coinvolgente e non manca di istigare all'heagbanging, ma è il bridge ad essere più accattivante in fatto di spinta, una parte lineare con il rullante in ottavi e la cassa in trentaduesimi, un ritmo a dir poco claustrofobico, prima dell'apertura del ritornello, al quale segue una serie di stop and go dove il gruppo ha modo di offrire tutta la sua precisione. Si sviluppa poi un crescendo che conduce alla seconda strofa, in un blocco identico a quello precedente, per arrivare ad un finale solenne su cui sono le tastiere ad essere prorompenti e decisive. Il testo è una libera accusa a tutte le persone mentalmente chiuse verso le opinioni degli altri, persone per i quali il mondo funziona solo secondo la loro logica e nessun altro può permettersi di andarvi contro ma sono proprio questi i soggetti da cui bisogna stare lontani ("You see your vision and no one else's, your every word filled with sarcasm, crucify people with invisible knowledge, verbal destruction with each compulsion, we will see where you go, the future for you is nowhere, every minute a cliche of your kind, too much to say from a person with no respect, your accusations you will regret, from the mentally blind come ideas that are poison, take away the power, a shallow person you will find" trad. "Vedi solo la tua visione e nessun'altra, ogni tua parla è nutrita dal sarcasmo, che crocifigge la gente con una conoscenza invisibile, una distruzione verbale con ogni costrizione, vedremo dove andrai, per te il futuro è da nessuna parte, ogni minuto è un cliché del genere, troppo da dire per una persona senza rispetto, ti pentirai delle tue accuse, da colui che è mentalmente cieco arrivano solo idee velenose, levagli il potere e troverai una persona superficiale"), testi come questo sono tra i più profondi ed affascinanti mai scritti dal Shuldiner, che esprime il suo odio non più secondo stilemi horror splatter ma attraverso una riflessione più ragionata, come colui che prima vagava nel buio per poi essere illuminato dal faro della ragione, arrivando così ad una rivoluzione non solo sonora ma anche concettuale del metal estremo. Sono nuovamente le chitarre ad aprire la titletrack "Individual Thought Patterns (Modelli di pensiero individuali)" scandite da degli stacchi su cui il tocco di Hoglan e Di Giorgio è a dir poco monolitico, il ritmo questa volta è più spinto ed il riffing è strutturato su un terzinato serrato e preciso. Il basso di si muove libero sulle tonalità più alte, eseguendo fraseggi ed armonizzazioni dal gusto funky e jazz che ne hanno reso celebre il tocco, il death metal viene quindi arricchito con spunti provenienti da diversi generi creando qualcosa di nuovo. Il pezzo assume un registro abbastanza frenetico, ma nonostante la velocità scandita ogni passaggio e calibrato e meditato al meglio per creare una serie di passaggi ciclici che rendono la traccia dinamica e variegata, trovare il filo conduttore non è semplice, perché ogni sessione arriva a confluire nella successiva senza necessariamente un bridge che le colleghi, dando al pezzo un procedere fluido e ben amalgamato. Il drumming di Hoglan su questa traccia arriva al suo perfetto apice, un perfetto connubio tra precisione e creatività che consente alle pelli del corpulento batterista di mitragliare su ogni stacco come una mg 42 nel pieno della sua funzione. Nonostante la sua ormai nota tendenza ad indossare i dottor Martins per suonare, il suo lavoro con il doppio pedale è precisissimo, la pelle della cassa è tesissima e ciò ci consente di avvertire nitidamente ogni colpo del battente anche quando si viaggia sull'ordine dei trentaduesimi. Altrettanto sbalorditiva è la forza con cui Di Giorgio "zappa" le corde del suo strumento, ogni nota infatti esce fuori limpida e potente e chi come il sottoscritto ha potuto vedere live questo eccellente musicista avrà sicuramente notato la potenza con cui egli scandisce ogni singolo accento o esegue uno slap. Il testo tratta il classico concetto del "pensa con la tua testa e non curarti degli altri" ma l'espressività lirica si dimostra tutt'altro che scontata, partendo da un'analisi approfondita e ragionata Chuck Shuldiner illustra nelle due strofe del testo le cause e gli effetti di entrambi gli atteggiamenti ("So quick to judge, so easily we forget, what it's like to be dissected, where feelings are tossed aside, like a drug it feeds the imagination of minds that go unanalyzed, followers to the leaders of mass hypnotic corruption that live their lives only to criticize, where is the invisible line that we must draw to create individual thought patterns" trad. "Così rapidi nel giudicare, così facilmente dimentichiamo, che cosa significa essere sezionati, dove i sentimenti sono messi da parte, come una droga nutre l'immaginazione di menti che non vanno analizzate, seguaci dei capi della corruzione ipnotica di massa che vivono la loro vita solo criticando, ove si trova la linea invisibile che dobbiamo tracciare per creare singoli modelli di pensiero"). I modelli quindi diventano elementi necessari sui quali calibrare i nostri singoli processi cognitivi, partendo da dei modelli comuni ognuno di noi dovrà poi arrivare a pensare con la propria testa disinteressandosi della massa.  La successiva "Destiny (Destino)" viene introdotta da una parte di chitarra acustica di gusto sopraffino, un arpeggio preciso, fluido ed atmosferico, grazie anche alle tastiere nuovamente presenti, crea la base per un assolo in uno stile a metà fra il classico ed il blues, eseguito dalla seconda chitarra; in questa sezione si avverte tutto lo stile dei due chitarristi attraverso la presa microfonata degli strumenti, che ci consente di avvertire anche il leggero scorrere delle dita sulle corde: a livello prettamente tecnico sarebbe un errore, eppure quel fruscio appena percettibile rende il tutto molto più "umano". Il tutto si dissolve in maniera etera prima di lasciare spazio all'ingresso prorompente degli strumenti elettrici e della batteria, è di nuovo un mid tempo a strutturare tutto il brano, ma mentre nella strofa gli accordi sono più aperti il ritornello possiede un ritmo claustrofobico e chiuso, su cui Chuck enuncia in maniera folle ed ossessa la frase "destiny is what we all seek", quasi a ribadire la debolezza dell'uomo verso un destino che non può essere controllato. Il tiro del pezzo cresce nella seconda parte, dove la batteria continua a spingere ed i break di chitarra si caricano di acidità attraverso i numerosi dirt picking che chiudono ogni battuta. Sul bridge che precede il ritornello le sei corde si lanciano su un fraseggio di cinque note aperte, a cui fanno da contraltare un basso dinamico ed elaborato ed una batteria anch'essa lasciata libera di muoversi su disegni ritmici articolati e ben piazzati. Di tutte le tracce "Destiny" è senz'altro la più sofferta, i continui break strutturali sembrano quasi raffigurare un respiro affannoso ed irregolare, come quello di colui che ormai è prossimo ad abbandonare la vita, ma nonostante questa "astrusità" il pezzo non perde mai il tiro e si mantiene sempre ad alto regime. Come accennato il testo fa riferimento alla condizione di sudditanza dell'essere umano verso il destino, esso infatti è qualcosa che deve essere accettato senza condizioni, non si può controllare, ed ogni imprevisto va quindi temuto proprio perché non siamo in grado di prevederlo ("Time is a thing we must accept, the unexpected I sometimes fear. Just when I feel there's no excuse for what happens, things fall into place, I know there is no way to avoid the pain that we must go through to find the other half that is true. Destiny is what we all seek. Destiny was waiting for you and me" trad. "Il tempo è una cosa che dobbiamo accettare, a volte temo l'inaspettato. Appena capisco che non c'è scusa per ciò che succede, le cose vanno a posto, so che non c'è modo di evitare il dolore che dobbiamo provare per scoprire l'altra metà che è vera. Il destino è ciò che tutti noi cerchiamo. Il destino sta aspettando me e te") l'alone estremo del gruppo americano viene così a tingersi con un velo di spiritualità. L'apertura di "Out of Touch (Perso di vista)" è una vera e propria suite in cui le tastiere hanno modo di creare un'atmosfera epica ed imponente, un incedere lento e cadenzato si sviluppa pocca prima della strofa, che parte a velocità sostenta e serrata. Il tempo però è più lineare, la cassa infatti scandisce ogni progressione lasciando lo spazio sia per la ritmica in palm muting sia ai fraseggi del basso e delle chitarre, armonizzate come solo i Death sanno fare. Nonostante questa traccia non fosse tra le più incluse nelle set list della band essa possiede un tiro pregevole, sopratutto nel finale, dove a 3:20, dopo una sezione serrata di stop and go, parte uno sviluppo nuovamente old school da poco garantito, che ci conclude al finale: viene ripreso il primo blocco ma verso la conclusione il pezzo aumenta il ritmo e gli accenti si fanno numerosi prima della fine netta del brano. Una traccia forse un po' "confusa" vista la vasta gamma di variazioni ed alterazioni di tempo, ma di sicuro non mancherà di lasciare a bocca aperta tutti gli amanti delle sonorità dall'alto livello tecnico. Le liriche vengono distribuite sul primo e sul terzo blocco del brano, lasciando come di consueto la parte centrale libera di essere riempita dalle divagazioni tecniche dei quattro musicisti; è di nuovo la condizione esistenziale la protagonista dell'analisi di Chuck Shuldiner, l'uomo è ormai in completa della balia della realtà e non può fare nulla per salvarsi, se non vivere in una condizione fuori dal mondo ("In time we'll see who lasts, in time you will disappear, who are you to question my sincerity, for now you are high on yourself, drowning in your dreams of misguided hope, to be extreme so it seems is a mental crutch, to cover up for those that are completely out of touch" trad. "Vedremo chi durerà nel tempo, nel tempo tu scomparirai, chi sei tu per mettere in discussione la mia sincerità, per ora sei elevato su te stesso, annegando nei tuoi sogni di speranza distorta, essere estremi sembra così essere una stampella mentale per sostenere coloro che sono fuori dal mondo"). Il disco si chiude con la celebre "The Philosopher (Il filosofo)", scelto dalla band per la realizzazione del secondo videoclip ufficiale (in cui, curiosità per tutti voi, compare Ralph Santolla in sostituzione di Andy LaRocque). Un altro fraseggio di chitarra divenuto leggenda se collegato al suo autore, un semplice esercizio sul primo modo, eppure suonate da Chuck Shuldiner queste note assumono un'aura a dir poco esoterica, sostenute a loro volta dalla chitarra ritmica e dagli stacchi di basso e batteria. Lo sviluppo si mantiene incentrato sugli stop and go, che evidenziano in maniera chirurgica ogni inciso vocale, Individual Thought Patterns è l'ultimo album in cui Chuck adotterà il growl come tecnica vocale , le accordature ribassate infatti hanno finora avuto il compito di creare la giusta atmosfera "oscura" attorno ad un registro vocale poco gutturale ma comunque carico di rabbia e di energia. Le parole sono suddivise a gruppi di quattro stacchi, una progressione segmentata e geometrica, piazzata apposta per creare il contrasto con la progressione centrale, molto più lineare e di facile presa su cui lo stesso Shuldiner esegue il suo assolo. Conclusa la parentesi mediana della traccia si torna sullo stilema della prima strofa, a differenza del lavoro precedente i Death sono più "quadrati" su questo disco, le canzoni infatti tendono a tornare ciclicamente sullo sviluppo iniziale ed a variare solo in determinati punti, il che dà senz'altro al tutto un gusto più catchy, facile da seguire anche per chi non è troppo abituato ad ascoltare questo genere. La canzone si conclude con un fade out, le chitarre sono ancora intente ad eseguire un assolo mentre il basso le accompagna con le armonizzazioni, quasi a creare un collegamento con quello che sarà il successivo Symbolic, lasciando quindi nei fan quella suspence che verrà sicuramente ripagata. Contrariamente a quanto si possa pensare il testo non è un elogio alla filosofia ma un'accusa a tutti quei sedicenti pensatori che si aggirano nella vita di tutti i giorni, se proprio volessimo fare un paragone con l'ambito filosofico essi si potrebbero collegare con i sofisti,la cui conoscenza è solo enciclopedica e standardizzata al fine di minare le opinioni altrui. ("Do you feel what I feel? See what I see, hear what I hear, there is a line you must draw between your dream world and reality, do you live my life or share the breath I breathe, lies feed your judgement of others, behold how the blind lead each other, the philosopher, you know so much about nothing at all" trad. "Provi quello che provo io? Vedi quello che vedo io? Senti quello che sento io? C'è una linea che deve essere tracciata fra il tuo mondo dei sogni e la realtà, vivi la mia vita o condividi l'aria che respiro io? Le bugie nutrono il tuo giudizio sugli altri, ecco come un cieco guida gli altri, il filosofo, tu conosci così tanto riguardo al nulla") la falsa conoscenza quindi arriva ad essere definita come un male peggiore dell'ignoranza, mentre quest'ultima è una condizione in cui si vive "in buona fede" il fare saccente arriva ad inquinare le relazioni tra gli esseri umani in un modo quasi incontrollabile, ma finché avremo il coraggio di usare il nostro cervello ed avendo magari quel pizzico di umiltà che ci consenta di riconoscere i nostri limiti saremo persone migliori.

Tirando le somme, siamo nuovamente dinnanzi ad un album da manuale. Un disco che, sebbene risenta del "peso" di aver dovuto "far da seguito" ad un capolavoro come "Human", non fa altro che esaltare la portata di quest'ultimo. Mostrando, come se ce ne fosse stato bisogno, quanto il precedente capitolo avesse dato inizio ad un ciclo vincente. "Individual Thought Patterns" ha quindi avuto modo di confermare il notevole successo riscosso dal suo predecessore, andandosi ad inserire nella scala mentale di un metodico Schuldiner, il quale aveva voluto apporre ad essa un ulteriore, solido gradino. Un altro passo in più verso una gloria che ormai era già diventata imperitura, ma che doveva per forza di cose venir "bloccata", fissata. Un calo di tensione era fuori discussione, avrebbe significato il disgregarsi totale della credibilità di Chuck, il quale voleva in questo 1993 dimostrare (anche in maniera testarda ed implacabile) quanto le sue scelte fossero giuste; a discapito di chi gli "consigliasse" (più o meno velatamente) di tornare sui suoi passi, di donarsi ancora una volta ad un Death meno cervellotico e ragionato. Voci che non turbarono l'animo di Schuldiner, il quale creò (in barba ad ogni detrattore) un nuovo capitolo importantissimo della storia del Death Metal, anch'esso destinato a fare storia. Una più che degna continuazione, un proseguo che non giovava certo dell'elemento "sorpresa" presente in "Human".. ma che di fatto convince su tutti i fronti. Chiarissime virate Prog., slanci di tecnica inarrivabili, il tutto condito comunque da una sana volontà di far del "male" a livello sonoro. La componente Death, comunque, non venne certo a mancare. Tutt'altro. Se da un lato abbiamo chi questo genere l'ha praticamente inventato (e d'accordo, diamo anche i meriti ai Master ed ai Possessed..), dall'altro abbiamo due colonne dell'estremo come DiGiorgio ed Hoglan. Attenti e precisi quanto si vuole, ma pur sempre d'estrazione Death/Thrash. E dunque, abituati a premere sull'acceleratore; e di questo, chiunque abbia ascoltato almeno una volta sia i Sadus sia i Dark Angel, ne è perfettamente a conoscenza. Quel che preme sottolineare è, invece, il notevole apporto avanzato da un Andy LaRocque in un ambiente comunque abbastanza "nuovo", per lui. Un luogo in cui, certamente, non poteva donarsi alle melodie cupe e tetre già sfoggiate con King Diamonmd; per forza di cose, insomma.. ambienti diversi. Eppure, lavorare a fianco di una personalità importante come quella del Re Diamante, fece in modo che Andy risultasse incapace di sbagliare. Anzi, forse proprio per la sua "distanza" da Schuldiner, sentiamo entrambi quasi divertiti e spronati a venirsi incontro, cercando un ponte fra i loro rispettivi generi. Un ragazzo cresciuto a pane e Venom contro un altro, invece, cresciuto suonando Hair Metal ed Hard Rock, prima di giungere alla corte dell'ex Mercyful Fate. Un ossimoro che, invece di svelarsi insostenibile, s'è rivelato ben più di una cerimonia degli opposti. Una chimica in grado di far scaturire da entrambi il meglio. I continui e serrati dialoghi fra le due asce, infatti, sono un'autentica dimostrazione di forza e di eleganza allo stesso tempo. Dodici corde in grado di vibrare all'unisono, in grado di creare mediante la loro sinergia un qualcosa di grandioso. Chiariamoci: la perizia esecutiva di Masvidal e Reinert aveva sicuramente il suo perché, ed è sostanzialmente difficile rinunciarvi. Quando si hanno a disposizione due personaggi come LaRocque ed Hoglan, però, lo "sforzo" si fa più che volentieri. I momenti più "marcati" e "pestati", affidati a due musicisti più sanguigni come questi ultimi, infatti, risultano senza dubbio convincenti e vincenti; senza dimenticare poi il loro apporto tecnico, assolutamente degno di un nome come quello dei Death. Avvertiamo il cambio di "mano", certamente; ma lo ripetiamo, quest'ultimo non risulta affatto fastidioso, né tanto meno fuori luogo. Parliamo di professionisti del loro settore, i quali avevano fatto proprio il palcoscenico ed avevano recato in esso tutto il loro sapere e la loro capacità. Quindi, approvazione massima per questo nuovo capitolo discografico dei Death, il quale continuò il trend positivo di "Human" e permise nuovamente alla "Relativity Records" di sfregarsi le mani, pensando ai ricchi dati di vendita. Si continuava, dunque, alla grandissima. La strada verso "Symbolic" era tutta in discesa; la strada verso un altro, strepitoso capolavoro che di lì a poco avrebbe fatto la sua comparsa.

1) Overactive Imagination     
2) In Human Form 
3) Jealousy    
4) Trapped in a Corner  
5) Nothing Is Everything     
6) Mentally Blind      
7) Individual Thought Patterns    
8) Destiny       
9) Out of Touch      
10) The Philosopher 

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