DEATH

Human

1991 - Relativity Records

A CURA DI
MICHELE ALLUIGI & MAREK
24/08/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Avevamo lasciato i Death all'inizio della maturazione definitiva, con la pubblicazione di quello "Spiritual Healing" che di fatto spinse il gruppo di Schuldiner verso lidi ben differenti da quelli precedentemente esplorati. Compiamo infatti un balzo all'indietro, tirando in ballo gli esordi definitivi dei Nostri floridiani: "Scream Bloody Gore" e "Leprosy" ci avevano donato una band aggressiva e malvagia, dedita ad un violento Death Metal ispirato ai grandi maestri del Thrash / Speed più violento ed oltranzista. "Ascoltate i miei primi dischi, potrete sentirci l'influenza dei Venom!" - "Se voglio ascoltare del Metal estremo, le mie scelte ricadono per forza di cose su gruppi come gli Slayer". Dichiarazioni rilasciate, a posteriori, dallo stesso Chuck; le quali ben rivelavano, ed anche abbastanza inequivocabilmente, quanto la vecchia scuola fosse stata importante nella formazione del Nostro chitarrista. Una vecchia scuola che aveva dunque influenzato questi primissimi dischi, consegnando alla Storia due pietre miliari della violenza fatta musica. Testi da film Horror (molti i tributi al nostrano Lucio Fulci, in quello "Scream Bloody Gore" così celebrato), atmosfere grandguignolesche, suoni distruttivi e sporchi di sangue; un'attitudine che, con il già citato "Spiritual Healing", terzo capitolo discografico dei Death, andò leggermente a disperdersi. In favore, chiaramente, di un qualcosa di abbastanza differente. Di una ricercatezza musicale più ponderata e complessa di quella già mostrata. Non che "Spiritual.." fosse una "carezza", in confronto ai predecessori: la voglia di far male (a suon di note) era rimasta.. tuttavia, mitigata da passaggi sicuramente più tecnici e meno diretti. Anche i testi, poi, avevano subìto una decisiva metamorfosi. Da cantore dell'horror, della morte e dello splatter, il buon Chuck si era scoperto attento alla sua attualità, ai problemi sociali ad esso contemporanei. Una realtà caleidoscopica affrontata con piglio a volte polemico, caustico, urticante. Non più scheletri intenti ad abbeverarsi da calici grondanti sangue; tutt'altro. Religione, società, costume: tematiche non certo nuove per il genere (si pensi ai Malevolent Creation), ma sicuramente nuove per i Death. I quali vollero dunque continuare su questa strada, sempre per volere del loro unico membro fisso, fondatore e frontman. Una scelta che portò il quartetto verso tutta una serie di cambiamenti, a cominciare dalla line-up. Se l'ultima aveva visto affiancare Schuldiner da James Murphy (chitarra), Bill Andrews (batteria) e Terry Butler (basso), la più recente vede invece l'avvicendarsi di Steve DiGiorgio (basso), Paul Masvidal (chitarra) e Sean Reinert (batteria). Su questi ultimi vale poi la pena di spendere qualche parola, prendendoli singolarmente. A cominciare proprio dal nuovo bassista, DiGiorgio, proveniente da un altro gruppo estremamente importante per la storia dell'estremo: i Sadus. Il nome Steve DiGiorgio compare infatti fra i membri fondatori del suddetto complesso, stampato a lettere di fuoco nei credits di pubblicazioni leggendarie quali la tellurica demo "D.T.P (Death To Posers, ndr)" del 1984 ed i due full-length "Illusions" e "Swallowed in Black" (rispettivamente del 1988 e del 1990).Non certo un ragazzino alle prime armi, quindi. Stesso discorso per quel che riguardò Masvidal e Reinert, che avevano proprio in quegli anni cominciato a far muovere il loro progetto Cynic (i quali avrebbero poi sfondato nel 1993 con la pubblicazione del pionieristico "Focus", pietra miliare del Technical Death Metal; ma questa, come si suol dire, è un'altra storia..). Insomma, una bella scuderia di musicisti professionisti, i cui avvicendamenti non furono comunque scevri di polemiche. Uno dei più "velenosi" fu Butler, che mal digerì il suo allontanamento a causa di profondi dissapori con uno Schuldiner che (stando ai rumors) non si fece problemi a definirlo incapace a proseguire la linea che i Death avrebbero dovuto intraprendere dopo "Spiritual Healing". Idem per quel che riguardò la coesione con i nuovi membri, i quali misero a disposizione le loro sinergie per la buona riuscita del progetto "Human"; questo il nome del quarto capitolo discografico griffato "casa Schuldiner". Il quale, però, fu il solo album a presentare riuniti tutti i membri sino ad ora citati. DiGiorgio abbandonerà infatti il gruppo appena terminate le registrazioni, lasciando addirittura incompleta una track, "Cosmic Sea", la quale venne completata dal successivamente bassista Skott Carino, che ne incise la prima metà. Steve si ripresenterà tuttavia nella release successiva a "Human", ovvero "Individual Throught Patterns", siglando quindi la pace con l'autoritario Schuldiner. Discorso opposto invece per Reinert e Masvidal, i quali non si ripresentarono più in alcun disco dei Death. Soprattutto con Masvidal, dopo l'idillio iniziale gli attriti parvero insormontabili, conditi anche da velati insulti alla sua personalità sentenziati a posteriori. Molti di voi avranno sicuramente presenti i versi del brano "The Philosopher", contenuto proprio in "Individual..". "Sai tutto di nulla.." / "..predichi ed insinui su ciò che io dovrei essere, ma non sai neanche deciderti circa le tue preferenze sessuali..". Cosa successe non ci è dato saperlo. Stette di fatto che, dopo questa esperienza, la formazione alla base di "Human" non si riunì mai più. Un disco, se vogliamo, storico anche per questo: ma soprattutto, evitando il gossip facile, perché fu il primo vero album dei "nuovi" Death, anche più di quel che fu "Spiritual Healing". Polemiche a parte, la formazione si dimostrò seriamente capace e preparata, in grado di tener botta ad un genio come Evil Chuck, il quale non risparmiò in questa nuova release tutta la sua prorompente voglia di sperimentare. Marcatissime incursioni Prog., volontà di sfoggio di tecnica, quest'ultima messa la servizio della creazione di un sound che fosse difficile da inquadrare, sempre stupefacente ed avanguardistico. Più testi e liriche assai introspettive, dal vago retrogusto cervellotico, spessissimo indugianti in temi a tratti esistenzialisti. Questi erano i Death di "Human", ormai lontani anni luce dai violenti e "scellerati" (in senso buono, ci mancherebbe!) esordi. "Arriva un punto, nella tua vita, in cui cresci. E capisci di non poter star sempre a parlare di mostri, zombie e suore squartate". Questa la laconica sentenza del frontman dei Death, il quale si ritrovò addirittura a doversi difendere dagli attacchi di diversi fan nonché colleghi. Girava voce che un certo Trey Azagthoth si fosse detto deluso da questo nuovo corso, accusando Schuldiner di "non suonar più Death Metal". Secca la risposta di Chuck, il quale si dichiarò vicino al genere sin da molto prima che il buon Trey iniziasse anche solo a pensare di suonarlo. Ma questo, come dicevamo, non conta. Chiacchiere a parte, i fatti dettero non poco ragione ai Death: "Human" divenne il disco più venduto della storia del gruppo (per la grande gioia della "Relativity Records", oltre centomila copie secondo le stime del 1995; oltre seicentomila, secondo quelle del 2008) nonché uno dei più influenti della Storia del Metal tutto. Un disco coraggioso, avanguardistico, pioneristico. Proprio nel 2006, la rivista "Guitar World" lo piazzò infatti all'ottantaduesimo posto della sua classifica dei "Cento migliori dischi Metal di tutti i tempi". Insomma, andò come andò: fra litigi ed incomprensioni, sberleffi e porte sbattute; quel che successe in quel dei "Morrisound Studios", però, fu sin da subito destinato a restare negli annali. La sapiente mano di Scott Burns riuscì ancora una volta a supportare le galoppanti idee del frontman dei Death, il quale poté ritrovare nel suo storico produttore un più che degno alleato. Idem per Michael Fuller, che mise a disposizione di Chuck i suoi "Fullersound Studios" per il mastering finale. Sigillo finale, un artwork che per la prima volta in assoluto non venne curato da Ed Repka. Il posto del talentuoso artista venne infatti preso da René Miville, il quale seguì i Death sino al 1995. In tema di "Umanità", la nuova copertina vede due figure umane in bianco e nero, poste ai lati. A sinistra, un corpo che mostra gli organi interni, a destra uno scheletro. Il tutto posto su di uno schermo astratto, confuso, nel quale dominano tonalità beige, marroni, giallo ocra, macchie nere. Persino il logo risulta assai differente, da quello dei primi tre album. Notiamo, infatti, come la "D" di Death abbia perso la ragnatela ed il ragno ad essa legato. Un cambio di direzione anche stilistico, se vogliamo. Fatte le dovute premesse, non ci resta altro da fare che addentrarci in questa nuova fatica del quartetto floridiano.

Già dalla prima traccia questo disco si presenta innovativo su tutti i fronti: "Flattering of Emotions (Prodigo d'emozioni)" si apre con un passaggio sui fusti eseguito sapientemente da Reinert, che quasi inconsciamente ci avvisa che sarà nel drumming jazz/fusion il suo maggiore ambito di espressione; pochi accordi aperti di chitarra, possenti e funerei, prima che la canzone si lanci su velocità funamboliche. Per chi come il sottoscritto ha seguito la band in tutti i suoi lavori dopo essersene infatuato, lo sviluppo della strofa si presenta subito come un'evoluzione di quel riffing selvaggio che aveva animato le prime due uscite dei Death; le pennate sono veloci ed aggressive ma ormai il livello della band è andato notevolmente avanti ed alla furia si sono sostituite la precisione a dir poco chirurgica e la fluidità d'esecuzione impeccabile. La batteria mitraglia letteralmente i nostri timpani ma sempre con il giusto registro: devastante ed iper veloce nelle strofe, dinamica e piena di groove nei bridge, che come si accennava, hanno ben poco degli stilemi classici del death metal vecchia scuola. La novità si riscontra anche a livello di liriche; Chuck Shuldiner, unico autore di tutti i testi dei Death, ha notevolmente ampliato il suo range di spunti: dalle tematiche splatter di Scream Bloody Gore e Leprosy è passato dal sociale di Spiritual Healing ("Living Monstruosity", per citarne una, verte sui danni che l'abuso di droga porta ai nascituri, tema purtroppo assai diffuso nella realtà odierna) ed in Human arriva ad esplorare l'ambito introspettivo; "Flattering of Emotions" riguarda infatti la totale apatia provata dopo la disillusione di ogni certezza, dopo la quale ogni nostra emozione viene letteralmente spianata ( "Should we not prepare for the uncertain, mysteries of our life, of our destiny, see things that are not there, intruding voices, what went wrong to their picture perfect life, they once knew, flattening of emotions" trad. "Non dovremmo prepararci per l'ignoto, per i misteri della nostra vita, del nostro destino, vedere cose che non ci sono, ascoltare voci che si intromettono, cosa è andato storto all'immagine della loro vita perfetta, una volta lo sapevano, appiattimento delle emozioni"); per la prima volta un lavoro estremo prende a trattare tematiche filosofiche ed esistenziale mai esplorate prima. La seguente "Suicide Machine (Macchina del suicidio)" non necessita di troppe presentazioni per tutti i fans della band, dato che quel riff di chitarra in apertura da solo incendiava il pubblico ad ogni live dopo soli due giri. Sono le partenze improvvise uno degli elementi vincenti dei Death, dopo le pennate d'apertura infatti, conclusa dall'immancabile armonizzazione, la batteria di Reinert ed il basso di Di Giorgio entrano serratissimi a creare un vero e proprio muro sonoro, che dopo un susseguirsi di battute lineari arriva al vertice con un tempo sincopato, per poi riprendersi ciclicamente fino al break di chitarra che precede la strofa. Otto note che si concludono con un accento, il giusto elemento per far salire la tensione, prima che le quattro ditate del basso (che nel caso del bassista americano sono delle vere e proprie zappate sulle corde) avviino il pezzo. La struttura è più lineare e diretta rispetto alla canzone precedente, ma è proprio sulla "semplicità" che si basa l'efficacia di questo brano, immancabile nelle set list dei concerti. La batteria alterna un rullante in quarti ad uno in ottavi per creare quel senso di maggiore enfasi sulle frasi del cantato, come a voler sottolineare ogni parola proferita da Shuldiner, ma è nel bridge prima del ritornello che il gruppo abbandona momentaneamente la linearità per abbandonarsi ad un costrutto ritmico decisamente "fuori dagli schemi": su un drumming jazzistico infatti, mentre il basso esegue un fraseggio dal gusto tipicamente funky, le chitarre si allineano su una parte neoclassica, con la celebre armonizzazione di quinta con la quale i Death hanno letteralmente fatto scuola. Ma come si diceva prima, è giusto una parentesi, prima che si riprenda a martellare con un tupa tupa alla vecchia maniera; d'altro canto questi musicisti, per quanto bravi, sono cresciuti con la tradizione estrema, sempre presente nel loro retaggio, e questa successione arriva a spiazzarci quasi come a ribadire che nonostante l'alto livello tecnico i Death sanno anche "spaccare le teste a dovere". La canzone infatti si muove seguendo uno schema abbastanza standard di "strofa-bridge-ritornello", ma ben lungi dall'essere monotona e scontata, anzi, ancora oggi, a ben ventitré anni di distanza, rimane ancora una delle più trascinanti dell'album. Il tema è l'eutanasia, argomento che in un paese come gli Stati Uniti, diviso fra conservatori e progressisti, suscita non poco scalpore; il concetto principale è la libertà che ognuno dovrebbe avere nel decidere come la sua vita debba finire, invece che essere in balia di medici e parenti morbosi che con l'accanimento terapeutico prolungano solo l'agonia del malato. La macchina per il suicidio quindi rappresenta una richiesta per morire con dignità ("Controlling their lives, deciding when and how they will die, a victim of someone else's choice, the ones who suffer have no voice, manipulating destiny" trad. "Controllando le loro vite, decidendo come e quando devono morire, vittime della scelta di qualcun altro, coloro che soffrono non hanno voce in capitolo, manipolando il loro destino"), tralasciando l'opinione che ognuno di noi può avere in merito, sicuramente Chuck Shuldiner si schiera dalla parte di chi giace su un letto d'ospedale, ahimè presagendo involontariamente quello che sarebbe poi stato il suo destino. "Together As One (Come fossimo un tutt'uno)" inizia travolgendoci come un carro armato: gli strumenti partono tutti assieme senza un'introduzione vera e propria e l'effetto è a dir poco letale; il riff principale è leggermente più elaborato, ma se c'è un talento che i Death hanno sempre avuto è quello di proporre brani di altissimo valore tecnico mai fini a se stessi ma sempre coinvolgenti e ricchi di tiro; i passaggi sincopati, gli stop and go e gli assoli di chitarra complessi non risulteranno mai noiosi (nemmeno nei lavori successivi a Human dove la tecnica si accresce ulteriormente) anzi, andranno a porsi come esempio e "palestra" per intere generazioni di musicisti. La doppia cassa di Reinert, unita alle note serrate degli strumenti a corde, crea un ritornello decisamente facile da imprimersi nelle nostre teste a cui fare il coro durante il live (per chi ha avuto la fortuna di vederli con ancora il loro leader dietro il microfono o assisterà alle esibizione del Death To All Tour) o sparando il brano a tutto volume dallo stereo. La voce di Chuck si caratterizza su tutti i brani dell'album per il suo growling gutturale ma non eccessivamente sporco, che rende ben riconoscibili le parole delle liriche, questo disco sarà il penultimo cantato con questo registro vocale, dato che per gli ultimi due album la voce opterà per uno screaming misto a falsetto. Il testo narra della condizione di disagio in cui vivono i gemelli siamesi, giudicati dagli altri come una creatura grottesca ma che come tutti gli esseri viventi sono anche loro da considerare umani quanto gli altri, perché pur avendo due cuori e due menti l'anima è una sola ("Labelled a creation of evil, ridiculed for their shocking appearance, sharing both pleasure and pain two minds, two hearts, one soul, separating mentally, an illusion of privacy, together they absorb each other's lives, as one they will live and they will die, a living hell has begun" trad. "Etichettati come una creazione del male, giudicati ridicoli per il loro aspetto shockante, condividendo piacere e dolore, due menti, due cuori, una sola anima, separando mentalmente un'illusione di privacy, insieme assorbono l'uno la vita dell'altro, come uno loro vivono e muoiono"), un'altra lancia spezzata in favore di chi ancora oggi non per sua colpa vive come un emarginato per la propria condizione fisica. Ben più complessa è l'apertura di "Secret Face (Volto segreto)": una serie di sto and go anticipa uno strofa velocissima dove il charleston in trentaduesimi ed il rullante in sedicesimi sostengono un riffing taglientissimo. A differenza delle tracce precedenti, qui i Death arrivano all'apoteosi dello sperimentalismo tecnico, tanto che fanno la loro comparsa anche i delay ed altri effetti ad arricchire la gamma di suoni che va ben oltre le semplici distorsioni ed accordature ribassate; l'assolo nella parte centrale, prima della ripartenza della seconda strofa, crea per un attimo un'atmosfera space rock, in un contrasto quasi spiazzante con la parte extreme del brano ma comunque ricca di fascino; le chitarre inoltre si muovono su scale che conferiscono al medley uno stile orientaleggiante, il quale, verrà poi ripreso a 360 gradi da Masvidal con i suoi Cynic. Dopo questo sviluppo comunque i Death tornano sulla linea di guerra sfoderando tutta la loro potenza, muovendosi su schemi ritmici notevolmente complessi. Da fan della band sono il primo a sostenere che, per quanto efficace ed indubbiamente eseguita ai limite della perfezione, "Secret Face" resti la canzone più difficile da metabolizzare, soprattutto per chi si appresta ad un primo approccio con i lavori del gruppo; ma per essere nel 1991 siamo di fronte ad una levatura tecnico-esecutiva che rompe ogni schema preesistente (tanto per fare un confronto lo stesso anno uscì "Nevermind" dei Nirvana, di notevole caratura nel panorama rock ma di ben altro spessore in fatto di tecnica). La seconda parte della canzone aumenta la spinta, ed il tiro della strofa, essendo più regolare, si presta benissimo per headbanging. Sul nuovo passaggio in mid tempo è Steve di Giorgio ad avere maggior spazio, sulle note fluide e limpide delle chitarre infatti si collocano anche i fraseggi del bassista americano, che andando verso la fine della canzone, dà libero sfogo a tutte le potenzialità del suo basso fretless attraverso note calde e ricche di corpo. Tema del testo questa volta è l'ipocrisia degli esseri umani, tutti infatti sotto quella "maschera" che sfoggiamo nella vita di tutti i giorni celiamo la nostra faccia segreta ("There is a mask that covers up one's true intentions, once removed, things become very clear, analyze behavior, patterns to see beneath, the person that is presented to you, vulnerable through trust, life is a twisted maze of obstacles, presented by people with a secret face" trad. "C'è una maschera che copre le vere intenzioni, ma una volta rimossa, le cose diventano più chiare, analizzi esempi di comportamento per guardare in essi, la persona che ti si presenta davanti, vulnerabile nel fidarsi, la vita è una confusa serie di ostacoli, presentati dalla gente con una faccia segreta"), ogni essere umano, conosciuto o meno che sia, possiede due facce distinte, ma solo quella nascosta risulta essere quella reale. "Lack Of Comprehension (Incomprensioni)" all'epoca divenne il singolo scelto per la realizzazione del primo videoclip ufficiale della band; ad introdurre il brano una delicatissima serie di note di chitarra dal gusto tipicamente prog, ricca di armonici e con Di Giorgio avente carta bianca per sfoderare tutta la sua maestria, poi la partenza, una vera e propria esplosione di potenza e precisione: la strofa infatti scorre lineare con la serie di note stesa su un pedale in sedicesimi, di cui ogni colpo è preciso e scandito quasi fosse una martellata sulla pelle della cassa. A spezzare questa linearità è un inciso chitarristico eseguito da Masvidal, che si lancia sulle tonalità alte uscendo momentaneamente dal tenore cupo e chiuso della parte ritmica, un semplice fraseggio, ma efficacissimo sia a spezzare momentaneamente la linea principale sia poi a riallacciarvisi una volta concluso. Nel main riff le note accentate rimarcano i colpi di rullante, creando così un susseguirsi lineare e preciso di accenti e progressioni che, pur essendo all'epoca nuovo per gli stilemi del genere, si rivela efficacissimo. A 1:13 arriva il break, ormai i Death sono diventati dei maestri nel passare da una sezione all'altra attraverso le pause nette e tale espediente si rivela ideale per ripartire in quarta, la furia aumenta e continua a crescere fino a quando le parole "Lack Of Comprehension" vengono scandite sia dalla voce che degli strumenti; dopo questa sessione chiusa e quasi claustrofobica ecco che il brano si apre con un assolo arioso e ricco di melodia, per poi tornare sulla struttura precedente per la seconda strofa, che si ripete identica alla prima fino al finale. La varietà e la ricchezza stilistica dei Death quasi non ci fa percepire che l'intero blocco viene a ripetersi identico al primo, proprio perché già in questo quarto lavoro la band americana mette alla luce tutta la sua maestria ed il suo estro compositivo. Il tema si fa nuovamente introspettivo, raccontando il disagio di un individuo che non si sente compreso dagli altri ("A condemning fear strikes down, things they cannot understand an excuse to cover up weaknesses that lie within, lies, laying your guilt and pain, on people that had no part in the molding of a life, that creates its destruction" trad. "Una paura che ti schiaccia, cose che loro non possono capire, una scusa per nascondere una debolezza che si cela all'interno, posa il tuo senso di colpa ed il dolore su coloro che non hanno parte nel formare una persona, questo ne crea la distruzione"), anche in questo caso Chuck Shuldiner si rivela un precursore in quanto ad introspezione e metal estremo. La successiva "See Through Dreams (Guarda attraverso i sogni)" riprende come stile quanto fatto dai Death nel precedente Spiritual Healing: la struttura si presenta infatti leggermente più lineare e meno complessa delle canzoni precedenti e viene lasciato molto più spazio alla melodia delle chitarre, che, come di consueto ormai nel sound della band, si muovono spesso su parti armonizzate tra loro. La strofa viaggia dritta come un treno sostenuta dalla batteria di Reinert, intervallata solo da un tempo sincopato che richiama lo stile dei primi lavori, in particolar modo Leprosy, ma con una maggior precisione e perizia esecutiva. Indubbiamente questo brano si porrà subito come il preferito dai fans della prima leva dei lavori del gruppo, poichè esso rappresenta il giusto compromesso fra tradizione e fedeltà alla vecchia scuola e sperimentalismo tecnico e compositivo, fatto sta che anche "See Thruough Dreams" eleva i Death ad una dimensione superiore delle loro potenzialità. L'elemento vincente di questa canzone è senza dubbio l'assolo, dopo un break l'intera ritmica si alza di tonalità e resta lineare sotto una sequenza di note variegata e ricca di gusto, eseguita dallo stesso Shuldiner, che lentamente va a sfumare all'interno di uno schema cadenzato e lento, quasi dandoci l'idea che sia arrivato il finale, quand'ecco invece ripartire il brano, nuovamente con un blocco uguale al precedente. É questo il testo in cui il subconscio viene analizzato in maniera più soggettiva ma altresì metodica: in maniera quasi freudiana Evil Chuck ci conduce nei meandri della sua psiche, raccontandoci ciò che vede attraverso i sogni ("Born into darkness, where sounds portray the images that are out, out of reach from my sight, which has been denied, hands change into my eyes, body senses intensified, sight so close yet far away, in dreams my thoughts take their form, to give memories identity, through dreams I obtain, the ability to connect sight with sound" trad. "Nati nell'oscurità, dove i suoni proiettano immagini che sono esterne, al di fuori della mia vista, che mi è negata, le mani si trasformano nei miei occhi, i sensi del corpo si intensificano, la vista così vicina ed al tempo stesso così lontana, nei miei sogni i pensieri prendono forma, per dare identità ai ricordi, attraverso i sogni ottengo la possibilità di connettere la vista con il suono"), sembrerebbe la testimonianza di un paziente presa da uno psicanalista, invece è un brano dei Death. Veniamo ora alla vera e propria chicca dell'album, la strumentale "Cosmic Sea (Mare cosmico)": mai prima d'ora infatti una canzone senza testo era comparsa all'interno di un disco di metal estremo, ma come si diceva questo lavoro segna la svolta verso una nuova concezione di extreme, dove tutto è possibile quando si vuole dare libero sfogo alla propria creatività. Non essendoci parole il gruppo ha modo di sbizzarrirsi anche sull'utilizzo di effetti e suoni campionati che, come giustamente richiama il titolo, creano all'interno della nostra mente l'immagine di una galassia sospesa nell'immensità mare dello spazio. Ad aprire il brano sono degli accordi di sintetizzatore, sui quali fanno il loro maestoso ingresso delle chitarre corpose ed aperte, le diverse sovra incisioni fanno sì che tutte le varie chitarre presenti si intreccino tra loro accompagnate da una batteria tipicamente jazz, che predilige l'utilizzo dei piatti senza passaggi sui tom, lavorando solo con le bacchette sui piatti per rendere la ritmica leggera ed eterea. Si arriva ai due minuti di traccia e quindi alla fine del primo "capitolo" di questa sessione strumentale, "Cosmic Sea" è da considerarsi come divisa in tre blocchi concettuali nei quali i Death mettono alla luce tutto il loro eclettismo, andando a ricercare anche in ambiti non esclusivamente metal; ora sono nuovamente i campionamenti space rock ad avere la strada aperta, ma la loro presenza ha solo il compito di introdurre uno degli assoli di basso per cui Steve Di Giorgio è noto e che lui stesso non manca di eseguire occasionalmente nei live. Le dita del musicista sono pesanti sopra le corde del fretless eppure sembrano nate apposta per quello strumento, l'accordatura ribassata ci consente di cogliere anche il riverbero della corda, che conferisce ancora più spessore e calore ad un'esecuzione già ricca di pathos. Concluso il suo momento Di Giorgio attente i suoi compagni per partire con loro in una suite strumentare lineare, sulla quale Shuldner e Masvidal si alternano in una serie di assoli dinamici ed articolati, fino ad arrivare alla conclusione in fade out della traccia. Una canzone inusuale per il genere forse, ma indubbiamente originale ed interessante per tutti gli amanti della musica in ogni suo ramo. L'album si conclude con "Vacant Planets", i Death tornano sui loro binari principali e la ritmica si fa martellante e sostenuta, alternando stilemi death ad elementi quasi thrash metal, ovviamente tenendo sempre elevato il livello tecnico; basterà infatti ascoltare il medley centrale per averne la prova: gli assoli dei due chitarristi si svolgono interamente in tapping e sweep picking, allacciandosi perfettamente con Reinert e Di Giorgio, che nel mentre si muovono sinergici in una ritmica articolata ma perfettamente ad hoc per la situazione. È nuovamente il mid tempo ad essere la struttura prediletta, che alternata alle parti lineare crea quel continuo senso di dinamismo e disorientamento per un orecchio non abituato a questo tipo di sonorità. Riallacciandosi al mare cosmico che precede la canzone, il testo mantiene sempre la metafora "spaziale", andando però a creare una similitudine non immediata con la condizione esistenziale ("Recesses of the planet - no choice but, to adapt to an underground world, limiting our passages of thought, are they the examples of regression, a life form abusive progression, in a realm so vast, we sit among the Vacant Planets" trad. "Recessi di un pianeta, non c'è scelta, se non quella di adattarsi ad un mondo sotterraneo, limitando i nostri flussi di pensiero, sono esempi di regressione? Una progressione di forme di vita abusive in un reame così vasto, noi stiamo su pianeti vacanti"), forse per adeguarsi all'ignoranza di chi ci circonda, forse per evitare ogni forma di derisione sembra essere meglio adeguasi all'ambiente in cui viviamo tenendo le riflessioni più "elevate" solo per noi.

Arrivati dunque alla fine di questo capolavoro, diverse risultano le somme da tirare, in ultima battuta. Ripetiamo quanto già detto nell'introduzione: cosa abbia di seguito scatenato l'allontanamento dei membri qui presenti attorno a Chuck, forse non lo sapremo mai con certezza. Ed il nostro compito di recensori, di narratori, dopo tutto, è quello tassativo di basarsi su quanto esiste di concreto e tangibile. Cos'abbiamo quindi, in mano? Il presunto carattere dittatoriale di Evil Chuck? I reali motivi circa l'allontanamento di Masvidal? La conoscenza scientifica riguardo a ciò che portò DiGiorgio a non completare nemmeno le registrazioni? Nulla di tutto questo. Quel che stringiamo fra le nostre mani si chiama "Human". E BASTA. Un disco che deve essere valutato per ciò che ha donato al mondo della musica, non certo per altro. Nessuno mette comunque in dubbio il fatto che, qualche aneddoto disseminato qui e là, faccia anche "gola" e si faccia apprendere con gaudio e facilità. Ma lo ripetiamo: è di musica, che dobbiamo parlare. E la musica, in questo disco, parla letteralmente da sé. Quasi stentiamo a credere il fatto che la creatura di Schuldiner si sia evoluta a questa maniera, dopo appena tre dischi. Le avvisaglie già presenti e concrete in "Spiritual.." hanno quindi trovato il definitivo sboccio, tramutandosi in solidissime certezze, fondamenta stabili dalle quali iniziare a ricamare un nuovo decisivo corso. La brutalità e la "maleducazione" degli esordi vengono quindi messe da parte, in favore di un sound certamente più curato e ragionato, più orientato verso lidi Progressive che Death Metal nel senso più marcio del termine. Del resto, i Death di "Human" si sono mostrati al mondo come degli autentici pionieri: la voglia di cambiare, di evolversi, di sperimentare, velleità proprie di un genio come Evil Chuck, hanno senza alcun dubbio trovato in "Human" lo sbocco pressoché definitivo, il pretesto decisivo per palesarsi in tutto il loro splendore. Cerchiamo di operare una sorta di disamina della scena Death contemporanea a questo disco, statunitense e non, mettendolo in relazione con altre release. 1991: l'anno di "The Ten Commandments" dei Malevolent Creation, di "The Rack" degli Asphyx, di "On The Seventh Day God Created? Master" dei Master, di "Mindloss" dei Gorefest, di "Blessed are the Sick" dei Morbid Angel, di "Butchered at Birth" dei Ca nnibal Corpse; e solo un anno prima, non dimentichiamocelo, assistevamo ad uscite del calibro di "Deicide" e "Cause of Death" (Obituary), giusto per citarne due "a caso". Un panorama pressoché affollato, un ricco buffet di atrocità sonore, di crudeltà, di rabbia fatta note. In cosa, dunque, "Human" riuscì a distanziare tutta questa carrellata di ottime release? Semplicemente, il disco che abbiamo appena ascoltato proveniva da una band la quale aveva di fatto teorizzato il sound di cui tutti gli altri andavano, da inizio dei '90 in poi, via via fregiandosi. E non è sbagliato dirlo: chi metterebbe mai in dubbio il fatto che i Death fossero stati, assieme ai Possessed ed in effetti anche ai Master (con buona pace di Speckmann il quale non ha mai mancato di rimarcare la sua importanza all'interno dei processi che avrebbero innescato la rivoluzione Death), dei veri e propri padrini del Metallo della morte? Nessuno, sarebbe da pazzi.  E' cosa nota a tutti, sulla quale non dobbiamo discutere. Ma pensateci bene: appena quattro anni dopo "Scream Bloody Gore", album che spinse tutti a muoversi verso nuove coordinate, Chuck aveva già dimostrato d'aver superato lo stesso genere da lui teorizzato, sopravvivendo ad esso e rinnovando la sua proposta; in modo tale da creare un altro disco destinato a fare storia. Quel coraggiosissimo "Human", che ebbe il modo di far conoscere in seguito al mondo realtà come Cynic, senza scordarsi poi le virate Prog. dei Pestilence o i lavori più intriganti degli Atheist. E potremmo continuare all'infinito, citando valanghe di band oggi contemporanee, che all'Umanità di Schuldiner debbono tantissimo. Creare un genere, disfarlo e plasmarlo in una nuova situazione, che certamente affonda le radici nella sua prima incarnazione ma mostra una superficie nuova e sconvolgente. Questa è stata la rivoluzione di un Evil Chuck il quale si dimostrava già avanti a tantissimi suoi colleghi, che dal canto loro avevano appena iniziato a seguire le orme di un genere musicale dallo stesso chitarrista "abbandonato", in favore della battitura di sentieri più coraggiosi ed inediti. Quando tutti stavano ancora comprendendo la portata del discorso di "Scream..", ecco che una nuova alba stava sorgendo. 1991.. anno del massacro brutale e della cinica eleganza di un puntiglioso Schuldiner, perennemente alla ricerca del nuovo, dello sconvolgente. Un'anima inquieta, quella del musicista. Un genio senza pari, in grado di scrivere un romanzo per poi riscriverlo daccapo. Comprare l'America per poi rivenderla, per quel dollaro in più. Che per molti non avrebbe fatto differenza.. ma per Schuldiner certamente sì. L'inizio di un nuovo percorso, quindi. Che scontentò forse i più oltranzisti e chiusi, ma che di fatto allargò il bacino di utenze dei Death a chi, come il loro frontman, era assetato ed affamato di coraggio, di sperimentazione. Fortunatamente, ancora oggi, questa sembra ancora essere la categoria più dominante. La lezione di "Human" è presto esplicata: mai, mai cullarsi sugli allori. Il disfacimento totale del concetto di "soggetto"; il rifiuto dell'ipse dixit, lo stoico slancio verso la via più difficile.  

1) Flattening of Emotions     
2) Suicide Machine     
3) Together as One      
4) Secret Face     
5) Lack of Comprehension   
6) See Through Dreams      
7) Cosmic Sea      
8) Vacant Planets 

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