DEATH ANGEL

The Evil Divide

2016 - Nuclear Blast

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
18/07/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Grandissimi protagonisti di quella scena che fu chiamata Bay Area Thrash Metal, particolarmente con il seminale "The Ultra-Violence" del 1987, i Death Angel hanno rischiato di scomparire dopo soli tre album, nel momento di maggior lustro di tutta la loro dorata carriera, per tutta una serie di sfortunate circostanze, tra cui un gravissimo incidente automobilistico che avevo coinvolto l'allora minorenne Andy Galeon, strepitoso ragazzino che aveva fatto miracoli dietro le pelli della batteria. I giovani americani di origine filippina persero il treno per il contratto con un major e finirono nel dimenticatoio. Il secondo album "Frooling through the park" e il terzo abbastanza originale e già più maturo "Act III" erano senza ombra di dubbio album validissimi, ma ai nostri Death Angel mancava l'appoggio di un produttore di grido, ed ovviamente finanziamenti da parte di   un'etichetta discografica. Non bisogna dimenticarci che, nel periodo in cui i nostri thrashers iniziarono ad avere i loro problemi personali, eravamo più o meno sul finire degli anni '80, ed allora le grandi major cercavano sempre di spremere solo e soltanto i gruppi che riuscivano a cavarsela "da soli", lasciando il resto delle band relegate ai primi 2/3 album che erano riuscite a produrre. Come la storia ci insegna, tutto tacque per gli Angel fino al 2001, anno in cui decisero di riformarsi in occasione del Thrash of The Titans (un enorme evento benefico costruito ad hoc per aiutare il frontman dei Testament Chuck Billy e quello dei Death, Chuck Schuldiner, a guarire dal cancro). Con questo ritorno sulle scene in occasione di un evento così importante, i nostri anglo/filippini ritrovarono anche la forza e la voglia di ribattere la strada conclusasi nel 1990 così malamente, la fiamma del Thrash ancora era alta in loro. Ed infatti l'incisione di un album nuovo era il naturale passo successivo che chiunque avrebbe fatto; fu così che nel 2004 i Death Angel diedero nuovamente una scossa al mondo col loro The Art of Diyng. Il sottoscritto rimase fulminato da una loro performance incredibile alla Centrale del Tennis a Roma, in pieno pomeriggio durante un festival che aveva come headliner gli Helloween. Questo cantante bravo e dinamico con una lunghissima chioma rasta tale Mark Osegueda, correva e faceva un incessante headbanging, creando una sorta di vortice con la capigliatura, al suo fianco un chitarrista principale da urlo come Rob Cavestany ed un altro pazzo che scorrazzava sul palco come un matto, con look più punk che metal e che dava una mano nei backing vocals, tale Gus Pepa. Ted Aguilar (unico membro non in qualche modo imparentato con gli altri) era la seconda  chitarra, mentre alla batteria lo straordinario Andy Galeon, cresciuto d'eta ma ancora minuscolo dietro lo strumento, picchiava come un fabbro su quelle pelli. Fu amore a prima vista, ed oltre a comprare il nuovo album, andai a recuperare anche i primi tre dischi, rimanendone ovviamente folgorato. Ebbene, ancora oggi, dopo tutte le peripezie affrontate e gli ostacoli superati, la band di San Francisco è attivissima dal vivo con show veramente brillanti, ma anche da studio; con i successivi "Killing Season", "Relentless Revolution" e "The Dream calls for Blood" infatti , i Death Angel hanno saputo rinnovare il proprio repertorio di grandi pezzi, senza dimenticare le proprie radici.  Alcuni cambiamenti nella line up non hanno comunque scalfito i risultati sia in studio che dal vivo, prima  Gus Pepa ha lasciato spazio a Damien Sisson, e poi anche Andy Galeon ha lasciato per motivi personali (che niente avevano a che vedere con l'incidente di moltissimi anni prima), sostituito dal "barbuto" Will Carroll. Gli album dei Death Angel non deludono mai in buona sostanza, ad ogni nuova uscita troviamo qualche sorpresa, perché suonano esattamente quello che ti aspetteresti dagli autori di "The Ultra-Violence": thrash metal vecchia scuola, ma con una produzione, seppure tendenzialmente scarna, molto efficace negli strumenti, più di quanto avevano a disposizione fine anni '80. L'ottima voce e capacità di scrittura di Mark Osegueda ed un' ottima tecnica alla chitarra di Rob Cavestany fanno il resto, e sono ovviamente due valori aggiunti di grandissima caratura. Proseguendo nell'analisi breve della loro discografia, dopo l'ottimo live "German Sonic Beatdown" (con due show registrati come si evince anche dal titolo in Germania), i Death Angel hanno realizzato un dvd antologico della loro carriera nel 2015, contenente anche un tiratissimo e bellissimo live nella loro San Francisco che, parafrasando con il titolo del penultimo album si intitolava "The Bay Calls for Blood".  Corriamo come forsennati ed arriviamo al 2016, in cui i nostri filippini non si sono affatto fermati, ma regalano al mondo l'ennesima perla, argomento della recensione odierna, The Evil Divide. Cominciamo con il dire che l'album è oramai il terzo consecutivo realizzato con lo stesso entourage, con in primo piano dietro la console Jason Sucuef, che oramai sembra il sesto elemento della band. Malgrado un' invalidità che lo porta a muoversi con la sedia a rotelle, il produttore americano ( e musicista) ha fatto un ottimo lavoro già con i due album precedenti, ed anche questa volta sembra essere riuscito a tirare fuori il meglio dalla band.  Il gruppo ha raggiunto ancora una volta gli Audio Hammer Studios di Sanford, in Florida,  dove Jason Sucuef ha co-prodotto e mixato la nuova bestia affamata di sangue insieme a Rob Cavestany; il sound, come vedremo durante il track by track, riprende in larga parte la tradizione che gli Angel hanno contribuito a plasmare molti anni or sono, ma la rinverdisce portandola come un treno in corsa nel 2016, dandole una ventata di devastante freschezza e violenza. Interessante la copertina che vede un grande falena bianca su sfondo nero, sul cui dorso si staglia un macabro ed evidente teschio. Ebbene, sul dorso delle falene è realmente vero che talvolta si possono trovare strane linee che possono ricordare dei teschi (basti pensare al celebre "lepidottero testa di morto", fra i punti cardine de Il Silenzio degli Innocenti). Certo, a livello grafico qui l'effetto è stato amplificato, per rendere il tutto ancor più pregno di orrore e paura, grazie anche al sapiente uso del monocromo nero sullo sfondo. Come vedremo anche durante l'analisi del comparto musico/testuale del nuovo album, una falena volante, probabilmente quella presente nell'artwork, sarà colei che ci farà da apripista in questo nuovo album. Volendo invece fare un piccolo focus sulle  liriche, come vedremo trattano non di temi attuali o storici precisi, ma più generalmente sono la descrizione cinica e laica della frustrazione dell'uomo moderno allo stato puro: le ingiustizie sociali, le violenze, la politica corrotta e i dogmi religiosi e tutto quello che recepiamo dai mass media hanno raggiunto il limite del sopportabile, vi è un dolore psico-fisico non più umanamente più accettabile. Rabbia, odio, frustrazione, orrore ma non rassegnazione , questo è quello di cui parlano i Death Angel. Undici tracce che compongono un sanguinario demone, che dal 1987 non ha ancora accennato ad addormentarsi; lo scopo e la possanza di The Ultra-Violence sono ancora impresse a caldo nella memoria di Osegueda e soci, tant'è che non si sono mai arresi del tutto, hanno rinvigorito la loro voglia di andare avanti dopo 20 anni di silenzio, risvegliando quel sentore che da giovani li aveva portati a comporre quello straordinario esordio. Ogni nuova uscita, ed anche questa non è da meno, è una specie di ritorno alle origini in grande stile, quasi come se i Death Angel volessero dirci "siamo rimasti sopiti, ma mai morti", ed infatti ogni nuovo tassello della loro discografia non fa altro che ampliare tale concetto. Bando ad ulteriori indugi, è il momento di infilare il disco nel lettore, e sentire il cavernoso e roccioso sound del Thrash primordiale uscire dalle proprie membra.

The Moth

La prima canzone del cd, la già citata The Moth (La Falena) inizia senza troppi preamboli, con un riff di chitarra quasi cerimoniale nelle cadenza ben supportato dalla parte ritmica. Il brano poi si concretizza subito in un mazzata thrash delle più violente, con un sound crudo ed al tempo stesso dannatamente pulito (in cui viene fuori l'enorme lavoro di precisione che è stato effettuato in post-produzione) che esalta anche i lavoro delle chitarre; ogni cambio di tempo, ogni segmento della canzone, è un sonoro calcio nelle gengive, di quelli che fanno male, ed i nostri Angel continuano senza sosta, propinandocene ancora ed ancora, in un loop senza fine. L'accelerazione imponente, in netto contrasto con l'ingresso epico di cui parlavamo, permette di entrare subito in sintonia con il tipico sound della band californiana. Mark Osegueda aggredisce le strofe in maniera più selvaggia del solito, quasi da metal estremo, e sono ottimi i contrasti con la voce pulita di Rob Cavestany alle backing vocals, uomo che peraltro sappiamo godere di un ottima ugola, ed infatti non disdegna spesso di cantare anche qualche canzone sull'album. Il brano gode di atmosfere assolutamente brillanti, che alternano mid tempi a momenti di grande accelerazione. Si sentono le influenze vecchia scuola, quel tecno-thrash che ha reso famosi i filippini, tuttavia, in questo frangente gli Angle hanno optato per qualcosa che vada anche al di là del ricordo, inserendo partiture e ritmi nettamente più aggressivi del solito, condendo il tutto anche con qualche scivolata verso lidi di Thrash sudamericano, specialmente nel comparto vocale. Ottima la parte strumentale, che ricorda un po' come tutto il resto il thrash senza fronzoli degli esordi, con distorsioni simili allo stile di Kerry King degli Slayer. Liricamente il pezzo è tosto ed oscuro, dannatamente criptico nella sua analisi, spesso leggendo le parole si ha una impressione, poi si cambia idea man  mano che si va avanti, non è del tutto chiaro il significato, ma ne possiamo dare una interpretazione assolutamente plausibile. La rabbia e la violenza del male che viene descritta come una sorta di Fenice che risorge per vendicarsi, fa pensare che si parli di un essere infernale, o  comunque di un rappresentazione del male che si insinua nella nostra pelle fino a farci sanguinare: la falena in questo caso rappresenta una sorta di nemesi notturna, che spezza il pane e beve il vino (il riferimento alle cene degli apostoli è chiaramente voluto). Egli è la spina nel nostro fianco, lo sputo in un occhio, colui che uccide gli innocenti e (citando quindi il titolo dell'album) "il male che divide". Si può bruciare il suo cuore e la sua anima ma la sua determinazione nel farci male non cambierà, come se fosse una preghiera non esaudita. Un brano di apertura quindi che parte assolutamente in medias res, e che riesce bene a collimare ritmi e stili nettamente pregni di violenza, con un comparto lirico tagliente come un rasoio e duro come una barra d'acciaio; i papabili riferimenti biblici inseriti nel concetto della falena, fanno da ampio sfondo alle mazzate sonore che i Death Angel decidono di regalarci in questa apertura d'album.

Cause for Alarm

Un bellissimo riff, anzi, forse è il caso di definirla l'ennesima rasoiata, tenuto su note basse, apre la successiva Cause for Alarm (Causa Di Allarme). Il riff iniziale stavolta viene seguito a ruota da tutta la band, che entra a spron battuto nell'esecuzione del brano senza neanche lasciarci il tempo di respirare; il chorus vede una impressionante accelerazione, sempre coadiuvata da ottimi backing vocals. Velocità pura, ma questa volta più ritmata e meno brutale rispetto alla prima canzone; la scelta stilistica operata in questo frangente, è quella di andare ad esplorare in parte le tradizioni classiche sia del Thrash, che della scuola Metal americana in generale. I Death Angel prendono le proprie tradizioni, soprattutto i propri ascolti, e gli danno una sonora svecchiata, andando a rinverdire i fasti di un tempo che fu. Portando il sound in questo "secolo", la band filippina compie una operazione assolutamente encomiabile, andando a darci un assaggio anche della loro pura tecnica, oltre che la violenza sprigionata nel primo slot. Voce e chitarre come sempre sono in prima linea, la batteria ed il comparto ritmico in generale invece, vengono spesso innalzate a più non posso, creando questo tappeto sonoro di ingenti proporzioni che ci martella la scatola cranica dall'inizio alla fine. l cambio di tempo per il chorus è, invece, se possibile ancora più veloce, andando a scavare, piuttosto che nella tradizione Heavy, in quella marcia  e corroborante scuola Speed anni '80 che tante e tante formazioni ha ispirato nel loro inizio di carriera (basti pensare all'esordio dei Metallica). Segue Rob Cavestany, che usa tutta la sua esplosività nell'uso delle dita in un solo di ottima fattura, prima che pesantemente Sisson e Carroll riportino le coordinate del brano sullo stesso stampo inziale. Il brano ricorda i Megadeth dei tempo migliori (e perché no, anche dell'ultimo ottimo "Dystopia"); possiamo affermare questo perché prima delle varie strofe che compongono il brano, vi sono dei momenti di raccordo con degli ottimi spunti ancora ad opera di Cavestany, un po' nello stile di Dave Mustaine. Il rosso chitarrista dei Megadeth infatti, non è estraneo a certe dinamiche, e le varie influenze classiche le ritroviamo spesso anche nei suoi brani, ed i Death Angel non vogliono essere da meno. Il brano si chiude con un ultima poderosa ancora accelerazione finale per l'ultimo chorus, che ci traghetta verso la dissolvenza. Il modo di  cantare di Mark Osegueda è quello che conosciamo da anni, non ha una brutta voce e non è il solito cantante grezzo che originariamente contraddistingueva molte band thrash fine anni '80, ma ha il dono di essere aggressivo ed efficace (pur utilizzando spesso toni clean), sottolineando con enfasi le parole. La canzone è un pugno in faccia, breve e decisivo, che viene assestato al malcapitato ascoltatore; un' altra grande perla thrash nella già ottima seconda parte di carriera della band.  La causa di allarme del titolo è la paura di essere schiacciati dai soliti personaggi senza scrupoli, da un manipolo di uomini che decidono il tuo destino. Oramai la soglia del pericolo è stata superata, le leggi oramai sono state infrante a loro piacimento, bisogna aver la forza di combattere per il diritto di avere un scelta, non tutti dobbiamo essere uniformati ad un opinione unica.  Un testa quanto mai attuale che mette il luce le contraddizioni delle nostre società capitalistiche ed egoistiche. Certi temi sicuramente non sono estranei al Thrash Metal, la critica sociale come sappiamo permea le liriche di decine di formazioni, dalle storiche alle meno conosciute, e gli Angel certo non vogliono esimersi da questo storico e continuo meccanismo. C'è da dire anche che grazie alla grande voce di Mark, ogni singola strofa del brano arriva dritta come un fuso nella nostra testa, dando ancor più energia ed enfasi al significato generale della canzone.

Lost

Una volta conclusosi il secondo slot, arriviamo dunque a quello che senza ombra di dubbio è il capolavoro di "The Evil Divide": Lost (Perduto). Parlare di ballata sarebbe alquanto riduttivo, il brano parte subito con un ondata di note travolgenti, che riporta alla mente un passato non troppo lontano, udito ad esempio sull'ultimo full lenght firmato dagli Anthrax, ma poi i passaggi certosini e curati portano a ritmi più da mezzo tempo ed a due bridge senza ritornello. Chi ascolta si immagina come possa essere il chorus e l'attesa viene premiata da un grandissimo cantato di Mark, forse il più bello della sua carriera. Per altro anche nel bridge il frontman dei Death Angel riesce come un catalizzatore a raccogliere una energia ricolma d'un adrenalina quanto mai emozionante, persino le parole e le rime sono meravigliosamente azzeccate allo stato d'animo e interpretativo di Mark. Arriva così il chorus drammatico e bellissimo di cui parlavo; ci investe in pieno come un ondata emozionale, quasi che la pioggia taumaturgica di cui si parla nei testi sia una toccasana anche per le nostre orecchie e, perché no per il nostro cuore. Sinceramente, senza esagerare, ti viene da piangere e gridare quasi dall'intensità del momento. Del resto chi di noi non ha vissuto un passaggio emozionale nella propria vita dove avrebbe voluto gridare sotto la pioggia la propria rabbia o il proprio dolore ? Dopo un breve solo, il lungo bridge precede il chorus, che per la seconda volta tocca le corde giuste dei nostri sentimenti, davvero un urlo liberatorio, che ti viene voglia di cantare insieme a Mark. Un momento in cui i nostri Death Angel si ritagliano un angolo di album per dare sfogo alle loro vene compositive più alte; i tasselli del brano sono inseriti come in un enorme ed ampio mosaico, i vari riff e bridge che collegano i blocchi della canzone, trasudano passione ed emozioni da ogni poro, senza mai dimenticare comunque le origini musicali da cui la band proviene. Si erge questa Lost a canzone migliore del disco come abbiamo detto in apertura, e particolarmente encomiabile è il lavoro di Osegueda dietro al microfono. Il suo cantato che qui si eleva quasi ad un grido disperato ed emotivo, fa da netto contrasto e cornice alla musica suonata, creando un connubio difficile da dissolvere ed altrettanto difficile da dimenticare. Un esempio di quel che questi ragazzi filippini riescono a tirare fuori dal loro cilindro, senza mai frapporre una sbavatura, solo la pura genialità di chi sa comporre dannatamente bene. Il testo della canzone verte sul desiderio di redenzione, di trovare un qualcosa a cui credere. Il protagonista è giunto in una sorta di punto di non ritorno, la sua anima è lacerata da ferite oramai mai più rimarginabili, il male che è stato fatto lo ritorce e lo deforma nell'anima e nella mente. Piova su di lui, per purificare i suoi peccati e lavare la sua coscienza. Nella canzone è evidente il classico tema dell'uomo che deve credere in qualcosa per non essere offuscato dalla paura di quello che ci aspetta dopo la morte, soprattutto se si è vissuto una vita moralmente discutibile. Nel video ufficiale, ovviamente prevalgono colori e toni cupi, la band suona sostanzialmente in bianco e nero mentre si intuiscono storie di vita vissuta (droga ,emarginazione sociale, bullismo ecc) che vedono protagonista una giovane ragazza ed un bambino, appoggiati seduti ad un muro con un espressione vacua, quasi di rassegnazione.

Father of Lies

La quarta traccia, anch'essa dall'avvio molto dinamico, è Father of Lies (Padre Delle Bugie). Le due chitarre di Cavestany e Augilar costruiscono un intreccio ritmico impressionante, partono tutte e due all'unisono con un groove impressionante e, prima della prima strofa, le due chitarre si alternano per qualche secondo da sole, prima che torni a martellare come un fabbro Carrol. Mark inzia a cantare nella sua maniera, ed è come sempre efficace nella sua resa, conferendo ad ogni parola quella spinta in più che in sede live non può far altro che farti alzare le corna al cielo. Dopo il primo chorus un piacevole passaggio all'unisono melodico accende la curiosità dell'ascoltatore, mostrando anche le capacità tecniche non indifferenti della band californiana. Non è estraneo infatti, negli Angel come nel Thrash più tecnico in generale, voler inserire momenti più melodici all'interno del disco, senza vergogna, ma anzi, frapponendoli ad altri momenti nettamente più marci e cattivi quasi a fare da contrappeso. E' in fondo l'espressione delle influenze stilistiche cui il Thrash in parte si rifà, ovvero la parte "classica" dell'Heavy Metal, con i suoi saliscendi ed alternanze di momenti diabolici ad altri più etere. Secondo verso, chorus, passaggio melodico e dopo un breve momento ancora di canto, ecco che nuovamente i ritmi si fanno più lenti e melodici ( con in grande evidenza il basso di Sisson, il cui suonare quasi sincopato dona grande forza alla musica, fornendo quella base così "gutturale" a livello musicale, da far rimbombare il resto del sound) per poi scatenarsi in un accelerazione con il solo di Cavestany; solo che ha le fattezze ed il sapore dell'old school, una enorme bordata di note "a cascata" che ci cadono in testa e ci investono come un treno in corsa, facendoci assaporare sulla lingua tutto ciò che abbiamo sempre apprezzato di questa band. Ultima strofa e chorus con il finale contraddistinto da alcuno secondi di chitarre acustiche accompagnate solo dal basso in dissolvenza. Questo pezzo mostra come i Death Angel sappiano si picchiare duro sui propri strumenti, ma anche essere molto tecnici in alcuni delicati passaggi. Devo dire che il testo è abbastanza criptico, sebbene da alcune frasi si possa azzardare un' interpretazione credibile.  Per "Padre delle menzogne" possiamo intendere come padre in senso religioso, e quindi un testo piuttosto polemico sugli insegnamenti religiosi e i dettami della Chiesa.  Il protagonista delle liriche non intende abbassarsi ai dettami e alle leggi religiose, intende camminare a testa alta e vivere la propria vita senza sensi di colpa. Sempre a suonare lo stessa canzone, sempre a ripetere le stesse parole, il vostro testamento è una pila di polvere, grida il protagonista con tutto il fiato che ha in corpo. Si sente tradito dal padre delle bugie, sente che tutto quel che esce dalla sua bocca non è altro che una cornucopia di niente. Pur non essendo forse così feroci nell'attaccare la Chiesa Cattolica come istituzione, come ad esempio fanno band dello stesso genere musicale come Slayer ed Exodus, per fare due esempi pratici, anche in passato i Death Angel hanno comunque scritto dei pezzi contro un certo modo di inculcare la religione, non necessariamente solo cattolica ovviamente.

In Hell to Pay

In Hell to Pay (L'Inferno da Pagare), ancora una volta si rivela essere Rob il metronomo della band; tocca a lui infatti darci una sonora sveglia con il riff di partenza, quasi come se fosse una sirena antiaerea. Anche questo riff, come molti altri all'interno del disco, è ricolmo fino nel midollo di vecchia scuola, veloce, tagliente e lisergico, una enorme coppa di sangue da cui bere a piene mani. Il riff di Rob che ci invita a questo balletto di morte, viene poi seguito poi da tutta la band, con il nostro axeman che cambia registro dando fuoco alla polveri con un diversi riff concatenati fra loro e legati da bridge di pregevole fattura, il tutto come sempre con una resa  segaossa come non mai. Impressionante il chorus cantato sul riff "da antiaerea" di cui accennavo inizialmente. La voce ed i cori della band si ergono magistralmente sul main riff suonato da Rob, conferendo al tutto un sapore davvero particolare, e molto più aggressivo. Il chorus viene poi legato ad un altro riff, seguito poi da un veloce solo dello stesso Cavestany, solo che si impronta sulla velocità di esecuzione unita ad una tecnica sopraffina. Se consideriamo poi, e lo abbiamo già sottolineato, l'ottimo lavoro effettuato in fase di missaggio, il tutto ci appare nitido e cristallino, nessuna nota sfugge al nostro ascolto. La base ritmica della coppia Carroll / Sisson è impressionante, un'altra corsa al macello assoluto. Dopo il secondo verso e seguente chorusm, abbiamo un bellissimo momento di circa una ventina di secondi, nei quali il buon Mark Oseugueda canta un ritornello alternativo su un base ritmica data dalle chitarre, base dal sapore classicheggiante, Heavy fino nel midollo, che dal vivo non può far altro che scatenare un totale headbanging. La brevità di questa canzone ( che con i suoi 3.12 è il pezzo più corto dell'album) è un caratteristica che già l'album precedente aveva evidenziato, il minutaggio giusto per pezzi Thrash Metal al fulmicotone. Nelle scrittura delle musiche ho notato su questo album una sorta di canovaccio, spesso il "vero" ritornello arriva molto tardi, quasi a creare una spasmodica attesa da parte dell'ascoltatore su dove vuole andare a parare la band. Il testo ancora un volta è molto aggressivo e virulento come la canzone, c'è un dura presa di posizione verso un persona che ha tradito la fiducia. Colui che aveva conquistato la stima e l'amicizia ora in un momento di deprecabile egoismo è diventato il tuo peggiore nemico. Ora ci sarà un inferno da pagare, non è possibile passarla liscia senza conseguenze. Un altro superuomo, un altro supereroe che in realtà è solo un altro perdente viziato. Anche in questa canzone vi è una sorta di insofferenza, di odio latente verso un certo modo di comportarsi e di pensare. Del resto anche nelle nostre vite di tutti i giorni è capitato di essere traditi da persone che credevamo amiche, ed anche questo è un altro argomento tanto caro a questo filone musicale, dando voce alla parte Hardcore della musica, in cui accanto alle critiche sociali, si cercava e si cerca spesso di inframezzare un melanconico disgusto verso le più abbiette dinamiche umane. 

It Can't Be This

It Can't Be This (Non Può Essere) inizia in maniera molto subdola grazie ad un paio di colpi sulla cassa di Carroll, a cui si unisce un ottimo giro di basso di Sisson. Una volta terminato il giro iniziale, abbiamo qualche secondo di attesa prima che entrino in scena le chitarre di Cavestany e Augilar, le quali si intrecciano ancora in un riff veramente travolgente, non solo per la velocità, ma anche per l'andamento a spirale che avvolge l'ascoltatore ignaro. Minutaggio che invece qui supera di poco i cinque minuti, quasi in contrapposizione a ciò che abbiamo ascoltato in precedenza. I Death Angel vogliono offrirci uno spettacolo a tutto tondo, andando a foraggiare ogni aspetto del proprio saper comporre, e questa sesta traccia ne è un chiaro esempio. La qualità costruttiva dell'intera suite, le chitarre come sempre in prima linea, ma unite anche ad un comparto ritmico che fa sempre la sua porca figura, fanno di questo slot uno dei più interessanti dell'album, grazie anche come vedremo all'inserimento di alcuni momenti melodici come ci hanno abituato qualche traccia fa. Volendo aprire una piccola parentesi, in un certo senso, come era accaduto su "Lost", i Death Angel sanno essere violentissimi anche quando non vanno a 300 all'ora, grazie ad alcune influenze accumulate probabilmente negli anni di silenzio del gruppo, che vanno a risvegliare meccaniche groove mai veramente sopite. Il roccioso meccanismo di composizione, nonostante l'inserimento di partiture anche più blande e tranquille, risulta sempre una enorme collezione di schiaffi in faccia, e forse è proprio questo che rende unici i nostri filippini. Un ottimo lavoro di backing vocals di Cavestany nel bridge prepara la strada per chorus, in cui Mark disegna tutta la disperazione per un vita non degna di essere vissuta. Percussioni di Carroll, che scandiscono i tempi per un preambolo che subito conduce ad una accelerazione che può in parte vagamente ricordare la traccia "The dream calls for Blood" dell'album precedente. Un pregevole momento melodico come accennavamo prima, arriva quando meno ce lo aspettiamo, con Osegueda che nel suo straziante canto, viene accompagnato da chitarre melodiche è seguito dall'ultimo chorus, finale con protagonista ancora la batteria di Will Carrol che chiude malvagiamente il brano con un poderoso colpo di gong.  Il testo vede protagonista un uomo ancora una volta distrutto e sbattuto a terra dalla vita, ancora una volta il senso di frustrazione prevale su tutto, si sente ancora una volta inutile, come se la vita lo avesse per l'ennesima volta tradito, lo avesse messo all'angolo e stesse continuando a dargliele di santa ragione. Non sa cosa vuole nella vita, ma certo sa che non può essere quello che in realtà è tutti i giorni, un' anima in pena che sta perdendo il controllo di un vita che non vuole perdere.  Non sa cosa vuole, ma non può certo essere solo questo, il suo cuore sta per essere prosciugato mentre il mondo cade, una vita tragica che non può essere sistemata. I Death Angel riescono ad essere "metal" e pesanti non solo quando premo l'acceleratore, ma anche quando usano tempi più sincopati in cui però le cihtarre la fanno sempre da padrone. "It can't be this" contiene uno dei migliori chorus dell'album, di quelli che durante i concerti ti fanno finire la gola a furia di cantare, direi secondo solo a "Lost".

Hatred United, United in Hate

Procediamo l'ascolto con la successiva canzone, intitolata Hatred United, United in Hate (L'Odio Unisce, Uniti Nell'Odio), che ricorda già dal titolo una recente canzone dei Kreator ("United in Hate" per la precisione). Anche in questa circostanza l'inizio risulta essere melanconico e lento, ma come ormai abbiamo imparato avendo superato la metà dell'album, è solo un momento di relativa calma che serve per affilare le armi, le chitarre disegnano una solta di lenta agonia musicale, ricolma nuovamente di sentimenti contrastanti. Per l'ennesima volta ci ritroviamo a pensare a quanto questi ragazzi (non più così ragazzi) siano riusciti a mantenere saldo lo spirito di quando erano solo 18/20enni (tranne il batterista, che invece era minorenne), ed avevano quella genialità giovanile che li portò a mettere insieme Violence. Riusciamo bene a percepire quella smodata voglia di andare avanti mentre ascoltiamo le tracce che si susseguono, e se nel precedente album alcune cose ci avevano lasciato un po' l'amaro in bocca, con questo Evil Divide gli Angel hanno piantato in terra un paletto che difficilmente potrà essere tolto. Il momento "di stanca" iniziale come dicevamo, è solo una scusa per darci poi il primo colpo di grazia; ed infatti i nostri poco dopo letteralmente ci investono con una scarica di elettrica danza davvero di ingenti proporzioni. Uno di quegli attacchi che dal vivo possono fare veramente sfracelli, con feriti e vittime nelle prime file; la capacità di passare dalla calma alla tempesta risulta una delle armi vincenti dei Death Angel. Quella voglia di suonarcele a più non posso, ma anche di dare vita a momenti di pura estasi compositiva, fanno si che il sound non annoi mai fino in fondo, una sorpresa continua, e non possiamo che esserne dannatamente contenti. Will Carrol picchia pesantemente sui tamburi per un'altra cavalcata thrash che non lascia assolutamente via d'uscita, ne tantomeno vuole fare prigionieri; Mark canta benissimo, venendo sostenuto ancora brillantemente su ottimi cambi di tempo, barcamenandosi tra versi e bridge, ma, un po' come abbiamo già visto accadere su "Lost", il vero chorus arriva molto dopo, preceduto da un breve solo, potentissimo ed altrettanto di pregevole fattura, quasi come una sentenza sottolineata dalla voce rauca e decisa di Osegueda, ed allo stesso tempo da una ritmica di chitarra insidiosa e avvolgente. Di seguito abbiamo un interludio strumentale che aggancia e prende per i piedi l'ultima strofa, trascinandola via con sé, mentre poi ritornano brevemente le chitarre melodiche di Augilar e Cavestany, lasciate in piena libertà, da sole come all'inizio del brano. Tutto questo avviene mentre in sottofondo, e sempre più in crescendo, arrivano batteria e basso per l'ultimo folgorante chorus. Sul web è disponibile un video abbastanza interessante di questa traccia in particolare, con degli ottimi primi piani degli strumenti mentre vengono suonati, e si scorge anche la lavorazione della bozza dell'artwork di copertina. Uno degli assoli della canzone vede come ospite Adreas Kisser, talentuoso chitarrista brasiliano ex membro di realtà importanti come Sepultura, Pestilence, e turnista live di gruppi come Scorpions, Motorhead ed Anthrax stessi.  Il testo parla di una sorta di invito alla rivolta, accecati dall'odio verso un sistema che oramai opprime tutto, siamo chiamati dai nostri fratelli a combattere, fianco a fianco ai nostri compagni, scenderemo in piazza e faremo valere la nostra voce più di tutte le altre. Una canzone di sfogo violento che non identifica un nemico particolare, quel che è certo che siamo stati piegati e umiliati da quando siamo nati fino a diventare degli schiavi. E' ora di reagire, bisogna usare l'orgoglio per vincere la lotta, per andare avanti e sconfiggere tutti coloro che si mettono sulla nostra strada, e che non hanno fatto altro che perseguitarci per tutta la vita. 

Breakway

Anche la successiva Breakway (Staccarsi) inizia lentamente, seppure la ritmica della due chitarre il realtà sta preparando le condizioni per il solito uragano sonoro. Le chitarre e colpi secchi di batteria creano un suono quasi malefico, una sorta di antro negli Inferi che, per altro, puntualmente avviene con il passaggio successivo, in cui le chitarre  preparano alla battaglia campale, poi come la regola n. 297 (ovviamente stiamo ironizzando) del thrash metal esige, tutta la band lo segue a velocità assoluta. Un altro brano in cui si evince la voglia smodata dei Death Angel di colpirci duro ed in your face con brani veloci e ritmati; la calma iniziale ben presto si trasforma in una vera e propria tempesta sonora, in cui noi come capitani coraggiosi ci ritroviamo sballottati a destra e sinistra, in preda alla furia della natura. Mark e soci hanno messo in piedi un comparto che, a discapito dei tristi anni di silenzio che li hanno visti scomparire dalle scene, non è mai morto del tutto, e continua a godere di quella freschezza che aveva nel 1987. Come accade per molte altre formazioni encomiabili, si veda la voce Onslaught ad esempio, anche i Death Angel non avranno mai il seguito dei ben più blasonati Metallica o Testament, nonostante se lo meritino tutto. La classe guardinga e ricolma di rabbia che riescono a sprigionare è davvero senza eguali, ed allo stesso tempo riescono anche a non annoiare assolutamente l'ascoltatore, proponendogli di continuo soluzioni nuove e mai sentite prima nelle canzoni precedenti. Colpi di batteria di Carroll fanno da break, prima alternati solo con le chitarre, poi subentra anche la gran cassa e torna il primo chorus con il cantato di Osegueda. Doppia cassa ed una corsa a chi riesce a mettersi in salvo, viene ulteriormente supportata  con degli azzeccatissimi backing vocals, intelligenti ed efficaci nel semplice chorus. Un passaggio intermedio, un sorta di secondo ritornello suggellato da un momento brevissimo di pausa con le due voci che si mischiano, prima del solo, con ancora le rullate di Carroll che ci riportano al macello iniziale. La canzone si chiude con un ultimo grido tirato di Mark. Questa canzone è la classica che non fa prigionieri dal vivo, e che ti costringe a frantumarti il collo a furia di muovere la testa a ritmo della musica che sta passando. Il testo è un classico del metal e della mentalità anti-conformista. Le liriche scritte dagli Angel invitano non troppo formalmente a distaccarsi dal pensiero comune, dal seguire sempre e comunque il gregge dominante. Alzati e svegliati, non farti intrappolare dalla rete (intesa forse anche come la rete internet, vero ricettacolo di menti perdute, specialmente negli ultimi anni). Siamo venuti dal basso, siamo stati giudicati, ma non siamo gli unici al mondo e, se non volete avere a che fare con noi, potete tranquillamente togliervi dai piedi. 

The Electric Cell

Anche con la successiva The Electric Cell (La Cella Elettrica), i "cugini" filippini dimostrano di non voler mollare di 1 cm, e soprattutto di non essere assolutamente stanchi di volercele dare di santa ragione. L'ingresso di tutta la band è imponente, seguito poi solo per qualche secondo dalla chitarra di Cavestany a dettare legge con un riff in tipico stile Bay Area; l'alternate picking unito ad un effetto distorto all'inverosimile, la fanno da padrone in questo primo frangente di brano, il che come abbiamo detto, ci riporta alla memoria l'inizio del Thrash anni '80, in cui gli stessi riff che venivano scritti hanno e stanno facendo ancora la storia, diventando uno stile riconoscibile al primo tocco. Non dimentichiamoci infatti che la scena della Bay Area è stata la prima in assoluto, dai Big 4 in poi, ed ha aperto le porte ad un modo di suonare che, col passare degli anni, si è sempre contraddistinto anche dai cugini europei, divenendo, di fatto, assolutamente riconoscibile in qualunque occasione. Tornando all'apertura di cui stavamo parlando, essa può ricordare sia la storica "Kill as one" sia "Through to the Wolves". Dopo l'intro così cacofonico e ricolmo di maligna fantasia, Mark attacca le strofe e dopo un paio di cambi di tempo ben strutturati si arriva al vero chorus, su cadenze più lente e ritmate, per permettere al frontman dei Death Anegl di sentenziare con la sua voce le inesorabili conclusioni. Tra le prime due strofe Cavestany si diverte ad inserire tecnicismi di chitarra notevoli, che danno anche un tocco melodico al brano. Uno strano verso femminile, quasi una sorta di nenia araba, per qualche secondo fa capolinea, seguita da un voce demoniaca in sottofondo a fare da contralto, per poi passare ad un bel passaggio armonico, in stile Maiden, con le due chitarre che si incrociano suonando la stessa melodia; i due axemen della band si danno gran battaglia per tutto l'album, sputano scintille dalle loro sei corde e cozzano come antichi guerrieri, il clangore delle loro spade risuona nelle nostre orecchie, mandandoci in estasi. Ultimo chorus prima della conclusione, arriva anche esso in pieno volto, e fila liscio, pulito e devastante; il tutto prima della solita deflagrazione finale che ci traghetta alla dissolvenza. Anche il testo di Electric Cell è piuttosto ostile nei confronti del mondo che ci circonda: siamo prigionieri di un cella elettrica, dove siamo costretti a inginocchiarci di fronte all'ennesima follia religiosa. Ancora un uomo fatto di religione, una malattia senza cura. Controllano i nostri singoli movimenti, ci invitano a seguirli con il loro fascino da serpenti e ci indicano con le loro dita ossute quello che dobbiamo fare. Ostentano la loro ricchezza e si infiltrano nelle nostre menti, sono come ratti famelici che razziano le nostre vite, quale sarà il futuro dei nostri figli ? La risposta è semplice; con queste premesse non potrà che essere assolutamente squallido, e noi non stiamo facendo assolutamente niente per impedire che ciò avvenga. Torna ancora il tema dell'uomo che non è libero di vivere la propria vita come vuole, ma che viene invece subdolamente indottrinato verso il male, l'egoismo e l'apatia, l'ennesimo tema che troviamo in tanti altri dischi Thrash più o meno importanti, ed anche i nostri Death Angel lo affrontano con la classe di sempre.

Let the Pieces Fall

Un ingresso ben ritmato e quasi d'attesa, come sulla prima canzone dell'album, è il viatico di Let the Pieces Fall (Lasciar Cadere i Pezzi); dopo pochissimi secondi lo sheridding delle due chitarre prende il sopravvento, e come oramai abbiamo imparato ad apprezzare in questo disco, tutta la violenza della band viene sprigionata, dandoci ben pochi attimi per riprendere fiato. Non ci sono compromessi in questo album dei Death Angel; o abbiamo momenti di pura estasi melodica, con un abbassamento dei toni (anche se comunque sempre pregni di quella violenza che abbiamo citato varie volte), oppure abbiamo una bordata senza precedenti, niente è lasciato al caso. Ottimi come sempre i cosi da parte degli altri membri, che aiutano a sollevare ancor di più le sorti del brano ad ogni occasione buona e, come in altre occasioni, il vero chorus non viene proposto immediatamente, ma si fa attendere dopo due bridge. Uno dei migliori chorus, sia per come è stato preparato ritmicamente, sia melodicamente grazie all'ottima ugola di Mark, è presente proprio sul brano che va a chiudere l'album; un passaggio veloce e ritmico al tempo stesso, con Osegueda che spara in faccia a noi ascoltatori le ultime cartucce della sua gola, mentre intorno si scatena l'inferno vero e proprio. Ottimo il passaggio centrale con le percussioni alla batteria, che precedono un solo piuttosto articolato di Cavestany, prima molto effettato e distorto, poi nella seconda parte ricchissimo di scale melodiche, veramente da urlo. La canzone sembra chiudersi qui, ma subito irrompe Mark con 'ultima strofa suonata a velocità elevata, a cui si vanno a concatenare prima un altro bridge e poi un altro chorus, sempre nel segno della aggressività (ripetuto due volte) che chiude la canzone con un urlo finale di Mark; la canzone va definitivamente a chiudersi con un progressivo crescendo della band, che raggiunge la vetta sonora prefissata, e poi il tutto viene portato via dalla dissolvenza. Sempre aggressività e orgoglio anche nel testo di questa canzone: il protagonista attende che il castello di carta crolli e che i muri si frantumino perché sa vedere attraverso gli occhi, è fedele alla sua linea e non intende arrendersi. Non si farà ancora una volta deprimere dalla parole odiose degli altri, il loro scudo di vigliaccheria. Adesso con il senno di poi siete insinuati dal dubbio Egli cadrà sempre in piedi perché non infatuato dalle bugie che circondano la nostra esistenza , lascia che tutto il resta cada a pezzi, la lotta non è ancora vinta, ma è appena iniziata,. Il thrash metal è una musica anche di sfogo, si sa,  fisico oltre che mentale, quindi i testi dei Death Angel servono proprio per annegare nella musica le nostre frustrazioni quotidiane.

Bonus Track: Wasteland

L'ultima canzone, aggiunta come bonus track nell'edizione digipack dell'album, e dal titolo di Wasteland (Deserto), è un' ottima e fedele cover di un band inglese chiamata The Mission, band che ebbe un breve momento di popolarità con questa canzone nel 1987. Troviamo Rob Cavestany come lead vocals di questa canzone, che inizia proprio con una frase parlata del chitarrista di origini filippine: "Credo ancora che ci sia Dio in cui credere, ma non so per quanto Dio creda ancora in me" . Si nota subito che il brano non c'entra nulla con il genere che normalmente fanno i Death Angel, ma tutto sommato possiamo definirla come una buona versione rock dell'originale, che era molto più patinata, una sorta di pop rock. Fin dall'inizio il suono delle chitarre è ovviamente maggiormente alto ed elettrico, con in evidenza anche il basso di Sisson, mentre nelle strofe la voce melodica di Cavestany ben si adatta anche quando si alza nel chorus. Il fraseggio strumentale centrale è pregevole, grazie anche al contributo di Will Carroll, mentre l'ultima strofa con la voce effettata di Cavestany da quel sapore e tocco particolare a questa cover, a cui poi segue la chitarra melodica e la doppia cassa, che precedono l'ultimo chorus prima della dissolvenza finale. Le liriche della canzone si aprono parlando di una sorta di finestra in cui il protagonista ha una visione cristallina degli anni a venire. Non sa ancora se sceglierà il Paradiso o l'inferno, ma sembra quasi in una sorta di limbo metafisico i cui può vedere cosa possono comportare le sue azioni. Cosi danza sulle nostre tombe quando arriverà il momento, su tutta la terra, su tutte le terre devastate .Sembra una canzone fondamentalmente triste, in cui oramai senza più ideali e valori da seguire si attende desolatamente la fine del tempo. Fa piacere che Rob Cavestany non rinunci a cantare almeno un brano suo ogni album, è dotato di una bella voce che ben contrasta quella aspra ma incisiva di Osegueda. Una scelta coraggiosa quella dei Death Angel, che in realtà come abbiamo visto si limita solo a chi ha acquistato il CD in formato "esteso"; una cover che forse per alcuni versi lascia il tempo che trova, essendo abbastanza dissonante con ciò che siamo abituati a sentire da parte di questa band. Tuttavia, non è assolutamente da buttare, anzi, l'opera di svecchiamento del pomposo sound anni '80 che circondava la versione originale, è stato abbondantemente fatto bene, compiendo un gesto che riporta in auge un genere che ormai è relegato a pochi ascoltatori. Una piccola perla interessante che fa la sua figura in un album costellato di successi, sarebbe sfigurata forse in mezzo al disco "normale", ma come bonus track (considerando che anche molte altre band sono solite inserire brani "strani" o particolari come regali per i fan) ci può stare tutta, e non risulta essere troppo fuori luogo.

Conclusioni

The Evil Divide si assesta quindi sui consueti livelli alti, come abbiamo detto all'inizio i Death Angel continuano con coerenza e grande dignità a realizzare ottimi album studio e grandi performance dal vivo che lasciano spesso di stucco chi li vede. Purtroppo, malgrado moltissime recensioni positive e grandi apprezzamenti di cui godono ovunque vadano a suonare, i pionieri del thrash metal californiano pagano sempre il dazio di quei quasi 15 anni di silenzio, poiché, come diceva il grande saggio Lemmy. è sempre importante per la sopravvivenza di un band aver un disco negli scaffali. Il lungo silenzio non ha permesso ai pur bravi filippini di recuperare fan e seguito, e vivono di questa curiosa contraddizione: più se ne parla bene, ed è praticamente impossibile trovare una recensione di un loro ultimo disco negativa né tanto meno su una loro esibizione live, più in ogni caso la gente sembra ignorarli (due bellissimi concerti da headliner nel 2013 e nel 2015 al Colony di Brescia, ma si faceva fatica ad arrivare a 30/40 persone presenti).  Fermo restando che in Italia, e forse non solo da noi, si tende a seguire solo i grandi nomi, i Death Angel meriterebbero di gran lunga di far parte dei cosiddetti Big 4 del thrash metal e, senza fare nomi, potrebbero sostituire anche alcuni dei nomi presenti nella lista. Non hanno i grossi numeri a loro favore, ma hanno una classe, una tecnica e una grinta sul palco non certo seconda ai Kerry King o ai Dave Mustaine di turno, senza considerare che non tradiscono mai e con loro si va sul sicuro col tipico Bay Area Thrash style. Ma non è il caso di chiedere elemosina per loro, non lo fa lo stesso Mark Osegueda che, da grandissimo personaggio, aldilà della bottiglia di gin in mano ogni concerto, ringrazia di cuore e tantissime volte i presenti con grande umiltà e gentilezza. Sa bene che questi sono i fan fedelissimi in ogni nazione che gli permette di vivere ancora di musica, sono quelli che comprano i loro dischi e che li seguono ai loro concerti.  Rob Cavestany possiede una conoscenza dello strumento di altissimo valore, un chitarrista in grado di suonare con grande velocità ma anche di grande livello tecnico e melodico. Con Sisson (classico ragazzotto biondo americano) e Carroll (assoluto animale dietro le pelli) si è persa un po' del lato indigeno filippino della band, mentre Ted Aguilar è un bravissimo chitarrista ritmico, magari non così dinamico come Mark e Rob ma la band rimane di valore assoluto. Ho già citato due concerti bellissimi a cui ho assistito, ma ricordo ancora tra i migliori concerti mai visti un pomeriggio, saranno state le 15 in un afosissima Milano al chiuso dell'Alcatraz, un manipolo di fan (tra cui il sottoscritto) che si è goduto l'intero "Ultra-Violence", eseguito dalla prima all'ultima canzone con grande goduria: violenza musicale allo stato puro e brado, thrash metal ingenuo ma non ignorante bensì visionario e tecnico, un band leggendaria che rimarrà nella storia, e questo nuovo album ne è l'ennesima testimonianza concreta. 

1) The Moth
2) Cause for Alarm
3) Lost
4) Father of Lies
5) In Hell to Pay
6) It Can't Be This
7) Hatred United, United in Hate
8) Breakway
9) The Electric Cell
10) Let the Pieces Fall
11) Bonus Track: Wasteland