DEAD TWILIGHT

Endless Torment

2015 - Self Released

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
20/11/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione recensione

Ecco un altro di quei bei dischi che mi sono divertito non poco a recensire. Per la gioia di tutti gli ascoltatori del genere death metal - nella cui frangia mi inserisco senza problemi - prendiamo in esame stavolta un gradevolissimo parto discografico sotto il segno del "metallo della morte". In un panorama così sovraffollato è sempre difficile trovare qualcosa di nuovo "del proprio genere preferito" capace di strappare un autentico ghigno di compiacimento. Allora ci si butta per ore su youtube, sui forum, su internet in generale, sulle riviste specializzate per vedere cosa c'è di nuovo, "dove rivolgere con sicurezza la propria attenzione". In mio soccorso, come sempre, vien fuori uno dei miei colleghi, che sapendomi alla ricerca di un giusto disco death metal, capace veramente di coinvolgermi, di calamitare la mia attenzione - e di conseguenza di farmi scrivere materiale "non di malavoglia"-, mi consiglia "Endless Torment" il primo full length dei palermitani Dead Twilight. Sentendo il nome del gruppo penso tra me e me: "beh...interessante...fa un po' Romero, il che già è un buon presupposto". Ricevo il disco, lo piazzo nel mio fidato stereo - vecchiotto ma che ancora sa il fatto suo - e premo play. Si parte con una introduzione strumentale - bella eh! Roba notevole con un bel carico di presupposti per quel che potrebbe venire - al termine della quale...beh... vi posso solo dire che tanta furia disumana ma "ragionata" mi mancava da un po'. Roba veramente terremotante, in cui si evince un notevole sfoggio di muscoli, ma in cui si palesa anche un certo gusto per la struttura e la forma dei vari brani. Il corpus generale si erge possente nella sua generale compattezza, e nella sua complessività risulta davvero pesante e distruttivo (poi naturalmente emerge "l'altro lato della medaglia", dato che siffatta compattezza finisce per rendere l'album eccessivamente monolitico, purtroppo guastato anche da certe evitabili ripetizioni che potrebbero - ma fortunatamente non lo fanno - compromettere l'attenzione generale), un monumento all'"estremo" destinato soprattutto ai ruspanti death metallers (come me) alla ricerca di un ulteriore prova di cieca brutalità. E ascolto dopo ascolto, vengono alla mente certi numi tutelari del death americano. Quanto leggo poi nella loro bio trova perfettamente conferma in quanto saetta con violenza nelle mie orecchie: si tratta di death metal di reminiscenza americana, dunque la goduria aumenta (almeno per me che sono un patito della scena americana, in primis - sembra scontato ma non lo è - della floridiana, non disdegnando per niente altre realtà come la scena newyorkese). Le tracce corrono veloci ed implacabili, e dentro di me subentra automatica una considerazione. Ci siamo. Si, ci siamo, è roba buona, la posso recensire senza annoiarmi e/o deprimermi. Come ho già lasciato intendere, durante l'ascolto, non ho potuto resistere dall'andarmi a leggere la bio, che ora, prima di partire in quarta nella nostra analisi, ci tengo a riportare per dare modo anche a voi lettori di farvi un'idea su chi siano e come siano partiti questi ottimi Dead Twilight. Dunque, il progetto nasce dall'idea del chitarrista/compositore Luca Bellante conseguentemente  allo split - avvenuto nella primavera dell'anno 2001 - con i Pantheism, gruppo Death Metal nato precedentemente (ed anch'esso per volontà sua) nell'autunno del 1998, del quale esiste un Demo-CD all'attivo datato Gennaio 2000. Nell'autunno del 2003 vengono composti i primissimi riffs e poco più tardi vedono la luce anche i primi testi. Dopo varie vicissitudini e non pochi problemi riguardo al completamento della line-up il progetto Dead Twilight prende forma e si concretizza solo nell'Aprile del 2004 con l'ingresso nella line-up del bassista/cantante Giorgio Arcara, ex-tastierista dei Nyarlathotep (gruppo Black Metal con due demo-CD all'attivo) e bassista/cantante dei Fortiis (gruppo Black/Ambient con tre demo all'attivo). Le principali influenze musicali dei Dead Twilight si possono ricercare in bands quali Incantation, Nile e in generale in tutta la scena Death Metal americana, i testi sono di vario tipo, e nascono prendendo spunto dal fascino della morte (ma anche della "non morte"), dagli zombi creati da George A. Romero, da racconti di celebri scrittori quali Albert Graham, Guy De Maupassant, Howard P. Lovecraft, dal concetto di morte nella cultura tibetana (Padma Sambhava) e più in generale da sensazioni negative della mente. Registrato presso i "Mass Destruction Studios per ciò che riguarda chitarre e basso (nonché per il Mixing) e presso i "Raven Studios (che si sono occupati anche del Mastering) per ciò che concerne la voce, "..A Litany for the Deads.." è la prima release della band. Nel Marzo del 2007 i Dead Twilight firmano un contratto con la Valley Of Death Records, la quale si prende la briga di occuparsi della ristampa, della produzione e della distribuzione del Mini CD in Inghilterra.Dopo un periodo di tempo piuttosto lungo Luca ricomincia a scrivere ed arrangiare il nuovo materiale con l'intento di pubblicare la seconda release della band - intitolata "Echoes From Nothingness" -  in piena estate del 2011, . Tale disco vede una line-up cambiata rispetto alla prima, Giorgio Arcara venne sostituito dal vocalist Marco (fratello di Luca), precedentemente cantante  nei Pantheism e successivamente anche negli Untory, e da C.S. Jack nel ruolo di bassista, già negli Old Legend. La seconda release vede, oltre al cambio di componenti anche novità dal punto di vista della composizione dei testi: a differenza di "?A Litany for the Deads", in cui i testi sono scritti interamente da Luca, questa volta il vocalist Marco contribuisce in maniera determinante con la composizione degli stessi: Luca scrive solo il testo della song "V.I.T.R.I.O.L."  mentre Marco si occupa degli altri due, uno in latino ("Lucifero") e l'altro in greco antico ("Kaos"). A livello di songwriting questa release non si discosta poi molto dalla precedente se non per il fatto che questo risulta leggermente più curato e con l'aggiunta di riff leggermente più tecnici nelle parti in Blast Beats. Registrato interamente ai "Mass Destruction Studios", "Echoes From Nothingness" fu in sostanza una release "fantasma", praticamente sconosciuta, essa si compone di tre sole songs più intro ed outro. Poco dopo la sua uscita Luca decreta la fine della band, almeno fino all'aprile del 2014, quando decide di riprovarci ricominciando a scrivere il nuovo materiale che avrebbe dato vita questa volta al primo full-lenght della band a distanza di più di 10 anni dalla sua nascita, intitolato "Endless Torment" (oggetto di questa recensione). A differenza del passato questa volta la line-up si è mantenuta stabile, anche se tuttavia ancora incompleta un quanto ancora mancante di un secondo chitarrista e di un batterista (dato che sostanzialmente è stato sempre Luca ad occuparsi della Drum Machine). A livello strumentale le composizioni non sono cambiate rispetto al passato e si può dire che il songwriting risulta un ideale connubio tra le due precedenti releases, con la diffrenza che questa volta trovano spazio anche parti più lente e riflessive, con power chords più lenti ed aperti che di fatto risultano una sorta di diversivo rispetto  rispetto alle composizioni precendenti. La line up risulta inalterata, e lo stesso si può dire riguardo alla composizione "testuale": Luca ha scritto i testi di "Eternal City" e "Dead Realm", Marco si è dedicato alla composizione degli altri, sia in latino, sia in greco antico che anche tedesco. Il full-lenght "Endless Torment" a differenza delle precedenti releases, è stato registrato presso lo studio casalingo di Luca, che si è occupato, oltre che della registrazione di chitarre e basso (come anche della Drum Machine) anche del Mixing e del Mastering, per la registrazione delle parti vocali la band si è affidata ai "Toxic Basement Studios". Il full-lenght è composto di 9 composizioni inclusa un'intro strumentale. Che dire di più? Il disco, a parere da estimatore del genere death è molto bello, forse, come già sottolineato, un tantinello monolitico, ma chi apprezza un certo modo di intendere il death (stile Incantation) può trovare qui pane per i suoi denti. Nonostante i Nile siano citati come fonte di ispirazione, dei Nile troviamo ben poco - men che meno la loro indubbia "evocatività" e varietà espressiva - ma ognuno codifica come può le influenze primarie per tramutarle in qualcosa di differente. Dunque se avete letto "Nile" e vi aspettate qualcosa che rimandi ai loro effluvi ancestrali sarete sicuramente delusi. Ma se cercate del buon death, sano, spaccaossa, con qualche rallentamento piazzato ad arte - che non fa mai male, anzi - qui avete tutto quel che vi serve. Direi dunque di passare all'analisi di questo interessante parto. 

Finis Infinitatis (instrumental)

Si inizia dunque con la prima "Finis Infinitatis", introduzione strumentale dell'intero disco. Traccia non eccessivamente lunga, seppur "non cortissima" per essere un'intro strumentale (quasi tre minuti e venti), si presenta come una piacevole anomalia rispetto alla totalità dei brani a seguire, come suggerito precedentemente "monolitici" e non eccessivamente variegati. Dopo un piccolo preambolo "atmosferico" parte subito un riff lento, mastodontico, reiterato alcune volte. Al quarantaquattresimo secondo ci si apre ad un altro riff, spento, monocromatico, che con il supporto della batteria assume un alone marziale. Attraverso piccole variazioni ,come il ritorno su binari mesti verso il minuto e sedici - solo per poco -  si prosegue su uno schema che di fondo non perde la sua aura militaresca e ancestrale. Anzi, al termine dello stacco citato poc'anzi, le ritmiche sembrano farsi più furiose, ma sempre mantenendo lo schema perfettamente "quadrato", corazzato che caratterizza il brano in toto. Un nuovo breve stacco pieno di atmosfera, tutto giocato sulla chitarra (a circa un minuto e cinquanta), ci incanala di nuovo in una parte furiosa e cupa, sulla stessa frequenza di quanto sentito in precedenza. Un pezzo, questo, che potrebbe andare bene per introdurre dischi di differenti generi: dal thrash al post thrash, dal death (come in questo caso) al djent e allo sludge. Un'introduzione potente, ferale, masticabile che ci suggerisce cosa voglia dire estremo senza "eccedere" e quindi strafare (superfluo citare alcuni inutili gruppi goregrind, deathgrind, slam-brutal che innanzitutto dovrebbero imparare come si struttura la dinamica di un pezzo). Perché "estremo" non è un termine antitetico ad "ascoltabile", e basta rispolverarsi qualche disco degli Slayer, dei Celtic Frost, dei Mayhem, dei Deicide per capire di cosa parlo.

Eternal City

Si continua con "Eternal City". E da qui le cose iniziano sostanzialmente a cambiare. Con questo brano, primo "effettivo" (tralasciando lo strumentale iniziale) ci incanaliamo in strutture molto violente, incompromissorie, soggette solo a piccole variazioni qua e la per consentire alle singole tracce di "respirare". Dunque, si inizia con un bel rullo di tamburi che ci porta ad una scarica di blast beat addizionata ad un rifferama atonale e monocromatico. La tessitura risulta molto compatta, ESTREMAMENTE compatta, un autentico wall of sound. A meno di venti secondi si inserisce il vocalist: peculiarità vocale è quella di cantare con un non-growl. Mi spiego. Spesso nel genere death si predilige vocalmente un approccio più animalesco, si usa sovente il growl nelle sue diverse accezioni: o il classico, che possiamo trovare nella maggio parte dei gruppi death, o l'inhale, che troviamo di frequente nel brutal e nello slam. Qualche volta abbiamo anche lo scream/shriek. Ma con minor frequenza abbiamo approcci vocali semplicemente brutali, non forzatamente orientati al "mugugno da oltretomba", semplicemente "sporchi": per andare nello specifico mi basti specificare il modus operandi di Paul Speckmann dei Master, di Brett Hoffman dei Malevolent Creation, di Patrick Mameli dei Pestilence, di Chuck Schuldiner dei Death (soprattutto nei primi album, prima di passare a modalità scream/shriek oriented). Sotto una gragnola di blast beat la chitarra serpeggia come impazzita. Il vocalist fa sfrecciare con rapidità la sua voce rauca, mentre il fondo ribolle in un turbinio di note impazzite. A quasi trenta secondi un rallentamento, sapiente, giostrato su un riff catacombale capace di emergere da quella trottola di suoni come uno stegosauro narcotizzato. Il vocalist scandisce con minor foga la strofa con la sua voce lacerata adeguandosi al fondale più" quadrato" ma ugualmente denso. Il riffing segue la stessa linea sino al cinquantesimo secondo, quando si precipita nuovamente in una struttura caotica infarcita di blast beat e corredata ad un rifferama atonale (niente di diverso da quanto sentito nei primi frangenti. In più, ad alimentare il clima di follia, subentra ad un certo punto uno svolazzo chitarristico serpeggiante e quasi free-form. A quasi un minuto e quindici un'altro rallentamento, esattamente come prima, trainato dal solito riff "pesante" e reiterato ad libitum. Dunque al minuto e quarantacinque si ricomincia in seno alla follia ed al caos secondo modalità strutturali già usate. Oltrepassati i due minuti un nuovo frangente, sicuramente "quadrato" (merito del riffing ragionato di fondo) ma addizionato ad una componente batteristica molto veloce. Tale parte confluisce quindi in una nuova accelerazione, in un rodato schema di fondo. Tutto sembra destreggiarsi tra accelerazioni e sapienti rallentamenti. Qualche vaghissimo eco dei Nile può fare capolino (col lanternino) ma è lecito cercare tali influenze solo nelle parti "più marziali". Non c'è molto di che per decretare un'influenza diretta, ma ci piace rivedere qualcosa del sopra citato gruppo proprio in quei frangenti. In più è lecito vedere qualcosa anche di gruppi come i Near Death Condition, gruppo di base abbastanza "morbidangeliano", ma può essere ritrovato, seppur di misura, in questi frangenti (e nei brani a seguire). A livello tematico stavolta si parla di una sorta di "viaggio", compiuto dal protagonista nel mondo dell'oltretomba. Un aldilà che prende spunto dalla cultura mesopotamica, dato che si parla di "montagne nate per il volere di Anu", di "battaglie combattute nel nome di Assur" et similia, tutti dei appartenenti alla cultura mesopotamica. Riguardo ad Anu (o An) e riguardo ad Assur possiamo spendere qualche parola, prima di concentrarci sul brano successivo. Anu rappresenta il dio celeste della cultura mesopotamica, un deus otiotis - termine che indica un dio artefice del tutto che a seguito della creazione rimane in disparte dai fatti strettamente umani, una divinità che si chiude nella sua perfezione - padre degli dei e sposo di Antum. In accadico il suo nome indica "colui che appartiene ai cieli". Assur invece è la principale divinità assira, il cui culto non venne mai inserito in quelli ufficiali della civiltà babilonese. Veniva considerato come l'artefice del destino e il padre di tutti gli dei. Il suo simbolo era il sole. Inizialmente tale dio sostituisce la figura di Enlil, poi con l'aumentare della supremazia Assira, il dio finisce per sostituire anche Marduk.

Neun Tugeden

Un'inizio più ragionato rispetto al precedente brano ci introduce alla successiva "Neun Tugenden". Il brano parte in quarta con un riff scolpito, marziale: mentre nel brano appena sentito certo rifferama marziale era relegato nei vari frangenti, a discapito di una struttura più caotica, qui si nota come tali pennellate marziali siano piazzate proprio ad inizio brano. Scelta azzeccata, dato che per "spaesare l'ascoltatore" c'è sempre tempo: meglio dunque trascinarlo per gradi in una struttura più ragionata prima di iniziare ad assestare baionettate alla cieca. Il riffing quadrato si trascina imperterrito, mentre fa anche il suo ingresso la voce, al solito roca e ruggente (un ruggito soffocato, raschiato, come quello di un'ugola distrutta). Mentre il riff principale viene reiterato, notiamo come, oltrepassato il ventesimo secondo, al doppio pedale si aggiunga un incremento di colpi alla batteria: mentre per i primi venti secondi i colpi alla cassa risultano più dosati rispetto ai colpi al pedale, oltre quella soglia anche i colpi alla cassa divengono più consistenti, decisi, innalzando il tasso della velocità del brano. Oltrepassato il trentesimo secondo si inizia con una gragnola di baionettate. Inizia ad imperversare il caos, tra blast beats e muri chitarristici del tutto "impermeabili". Il tutto condito da cronometrici vagiti di chitarra simili a feedback. Quasi alla soglia dei cinquanta secondi il brano torna a claudicare su ritmiche macilente, spente: un nuovo rallentamento che permette al pezzo di non anestetizzarsi in un muro di caos fine a se stesso e alla lunga "illegibile". Insomma, come nel pezzo precedente vediamo che pur imperversando consistenti frangenti caotici si cerca di stemperare sempre il tutto con claustrofobici rallentamenti capaci di "suggerire" atmosfere malsane (si, suggerire, dato che essendo solo frangenti, intervalli, non "costruiscono" per gradi un effetto pathos dandone solo un "saggio"). I rallentamenti a cui sovente assistiamo - come questo, nello specifico - possono rimandare al marcio mondo degli Obituary, dei Celtic Frost e dei Warhammer. A un minuto e venti si carambola nuovamente in un pantano di squassante distruzione, un armageddon sonoro duro e crudo condito, al solito, da una pioggia di blast beat e atonalità chitarristiche. In queste parti non è difficile rivedere un "modus operandi" di reminiscenza grind: ma non è deathgrind quello che stiamo ascoltando, nossignori. Solo puro death, con "rimandi" a questa e a quell'altra scuola. Dunque un po' di Celtic Frost e Warhammer in certi rallentamenti, una sana spruzzata di Grind nelle parti più veloci, e tanto, tanto sano death nella struttura di base. A un minuto e quarantacinque ancora una decelerazione. Niente di troppo differente dalla precedente, ma molto "divertente", come del resto il brano (e il precedente. E tutti i successivi), insomma roba che piace ascoltare, almeno a noi deathster convinti. Quindi un'altra accelerazione (due minuti e venti). E non manca mai la solita dose di estrema carica, la solita sensazione di finire ogni volta in un tritacarne, di essere sballottati all'interno di un sadico flipper sonoro. Testualmente ci muoviamo su versanti di maggiore introspettività rispetto a quanto proposto in altri brani, di reminiscenza biblica o mitologica (a parte il brano Letzer Wille, che si ispira a Nietzsche. Non un brano "direttamente" introspettivo comunque, ma lontano dagli spaccati biblico/mitologici di molti altri in scaletta). Infatti i nostri parlano sovente di temi che hanno a che vedere con la cultura mesopotamica, con estrapolazioni della bibbia ("Apokalipsys", "Legion") e comunque con tematiche "leggendarie". Qui invece i nostri percorrono, come già visto, un "percorso introspettivo", legato al mondo del paganesimo nordico, di come un individuo acquisisca o perda le proprie virtù in base al percorso della propria vita e del realismo con cui vive. Un percorso che va verso il basso e la decadenza e il tormento interiore.

Eos

La quarta tracca "Eos" inizia con un bel rallentamento, catacombale, soffocante, claustrofobico, molto simile a tante parti lente ascoltate in precedenza. Quindi subentra l'ormai classica parte "frenetica", condita da blast beat come se piovesse e riffing atonale (trentaduesimo secondo) e ormai, quando pensavamo di aver compreso lo schema di fondo, subentra a sorpresa una parte ben differente dal solito schema "caos e rallentamenti". Infatti, arrivati suppergiù al minuto, si intrufola una parte estremamente dinamica, veloce, scortata da un rifferama "riconoscibile" (non siamo più in territori di caos cieco e frenetico), quasi la velocizzazione di quegli intramezzi ascoltati sno ad ora. Gran bella sorpresa direi, che a conti fatti dona vera sostanza ad un brano che, proseguendo come i precedenti, ci avrebbe dato in pasto l'ennesima pillola di straniamento sonoro: il medesimo riff (o quasi) reiterato, alternato a parti caotiche prive di sostanziali differenza e riconoscibilità sono divertenti da sentire in un paio di brani, ma alla lunga possono stancare. E' piacevole ritrovarsi avvolti da colate di calcolata inespressività, ma è ancor più piacevole che in alternanza subentrino anche brani capaci di essere maggiormente inquadrati in architetture più strutturate e definite. Come in questo caso. E il brano, non perdendo di incisività e violenza (anzi!) guadagna molti punti in ambito strutturale dando modo all'ascoltatore di mantenere alta l'attenzione. A un minuto e venti, poi, come da copione, subentra un'altra parte "frenetica" colma di blast beats etc., fotocopia di quanto sentito nell'immediato passato, ma almeno, dopo un intervento come il precedente, possiamo asserire e sottoscrivere che "ci sta da dio". Dunque il solito treno merci velocissimo, adornarto dal suo nefasto clangore, che a un minuto e cinquanta ci porta ad un'altra, differente (!) piacevole variazione, incanalandosi in un frangente sincopato degno dei migliori Obituary. Solo degli Obituary privi della licantropica voce di Tardy, sostituita dai rantoli rochi di Marco. Fantastico...e già qui, con tutte queste piacevoli soluzioni possiamo tranquillamente asserire che il pezzo risulta molto più bello e strutturato rispetto a quanto sentito in precedenza. Comunque, considerazioni a parte, arriviamo ai due minuti e venti, e qui abbiamo un'altra simpatica parte caotica (rifferama atonale, blast beat etc), che verso i due minuti e cinquanta svapora in un nuovo troncone rallentato. Stavolta niente sorprese, dato che il rifferama di base è mutuato da quello del primo rallentamento. Ma va bene, va benissimo così. A tre minuti - abbondanti - si assiste ad una gustosa soluzione sonora, che vede l'inserimento di un serpeggiante ghiribizzo chitarristico in una tessitura ancora una volta caotica e spossante. Colpi ala batteria si susseguono assassini, mentre Marco non si esime dal lacerarsi completamente le corde vocali. Questa Eos a livello testuale ci propone uno di quegli spaccati biblici di cui parlavo in precedenza, materiale pregno di una certa fantasia che prende spunto dal libro "mitologico" per eccellenza nella cultura cristiana (ma attenzione, i cristiani non la pensano proprio così) quanto dalla Teogonia di Esiodo, poeta greco vissuto tra l'ottavo e il settimo secolo avanti cristo. Tale "Teogonia" appena accennata, rappresenta una delle opere più importanti attribuibili al poeta, e rappresenta la "genealogia" delle divinità adorate all'epoca (tradotto il termine Teogonia vuol dire proprio nascita delle divinità). Per farla breve l'argomento portante del brano risulta essere proprio Lucifero, e continua un discorso iniziato proprio nel disco precedente con un brano chiamato per l'appunto "Lucifero", visto come "la divinità greco/romana e non come l'angelo caduto". Un gioco di luci e ombre pagano/filosofico ispirato alla teogonia di Esiodo. Eos, l'alba è la genitrice di Lucifero, quindi il crepuscolo da cui nasce tutto, luce e ombra che coinvolgono il mondo.

Apocalypsis

Psicotica l'introduzione della seguente "Apocalipsys": un torbido carillon fa da contraltare alla voce effettata, soffocata del singer, che pronuncia poche parole... solo poche parole prima del massacro. Si ricomincia così in un turbinio di sonorità frastornanti, si entra in un vortice di rumore memore di quanto ascoltato in precedenza. Dunque un  wall of sound iniziale corredato dai soliti colpi frenetici di batteria, il solito chitarrismo aspro di fondo e i rodati singulti sempre di chitarra, che ormai abbiamo ben assimilato. Tale parte si incanala quasi impercettibilmente in una seconda, in cui di nuovo, la velocità imposta dal doppio pedale si addiziona ad una maggiore frenesia alla cassa. Poi, al quarantesimo secondo, come al solito, il rallentamento subentra prepotente scrollando via in un colpo tutto il caotico lordume precedente. Un rallentamento che odora di "già sentito", ma che non ci dispiace risentire ancora. Stavolta tale rallentamento è caratterizzato, però, da un'alternanza a velocissime schegge "grindeggianti" capaci di dare ancora una volta un vago sentore di originalità a qualcosa che a lungo andare rischia di divenire stantio. Oltrepassato il minuto e dieci abbiamo un'altra accelerazione deflagrante e sconquassante, in cui a troneggiare è comunque un fiffing "riconoscibile", meno denso e atonale, e circa trenta secondi dopo un nuovo rallentamento sulla scia del precedente. Ancora si rende evidente un cesellamento stile Obituary, e non si corregge troppo il tiro rispetto al rallentamento dopo il quarantesimo secondo. Ma ormai si è capito, generalmente si preferisce giocare su un paio di fronti - ben eseguiti e d'impatto - la cui peculiarità è un certo, voluto, immobilismo sonoro. Il rallentamento procede sino ai due minuti e dieci, quando è rotto da un nuovo frangente "schizoide". Il tutto, insomma, sembra giostrato sul solito rodato sali-scendi. "Apokalipsys" parla di una parte dell'apocalisse di Giovanni, quella che riguarda la rottura dei sigilli e dell'avvento dei 4 cavalieri, un brano molto particolare, anche questo legato a colori, luci e oscurità. Ogni cavaliere è legato ad un colore e di ognuno la personalità è legato al significato ancestrale del colore. Ovviamente si conclude con l'avvento di Tanatos, la morte.

Legion

 Inizio "atmosferico" simil ambient/drone per la successiva "Legion", un nome un programma, già capace di riportarci alla mente arcane visioni bibliche (oppure i Marduk, band che, giusto nel nome, condivide con i nostri certi rimandi "mesopotamici"). Conseguentemente alla straniante partenza ambient siamo catapultati in un frangente quadrato, possente, giostrato su un riffing spoglio e "sordo", monolitico. Stavolta dunque la partenza è affidata ad una parte "ragionata" di quelle che nei brani precedenti assumono il compito di stemperare il brano e di screziarlo di atmosfera (li ho anche definiti "rallentamenti", termine da prendere contestualizzato, dato che tali parti risultano "meno esplosive" delle sue consorelle "caotiche"). Ben oltre il quarantesimo secondo urge una prima, possente esplosione, ancora caratterizzata da ritmiche frenetiche e dilanianti. Il fraseggio di chitarra si fa quasi free form, serpeggiante, psicotico, e la batteria mostra i muscoli in maniera parossistica. L'effetto è al solito quello di una mitragliata, come ritrovarsi nel pieno di un campo di battaglia. Al termine di questo stillicidio espressionista veniamo trascinati in seno ad un altra parte quadrata e possente, trainata da un riffing essenziale - il medesimo della prima parte -  e scandita da potenti, cronometrici rintocchi alla batteria (01:20 circa). A neanche due minuti si abbandonano tali velleità per un ritorno su frangenti spossanti e caotici, il solito "sound of mayhem" capace di tritare tutto alla velocità della luce. A due minuti abbondanti si entra in un differente frangente rallentato: i richiami sembrano sempre "Obituary style" data la gestione pachidermica delle ritmiche. Un riffing al solito essenziale, ribassato e "frenato" capace di evocare nella nostra fervida mente strane marce di mastodonti infernali. Evocazioni post-apocalittiche gravitanti attorno alle solite esplosioni apocalittiche in un'alternanza continua e spossante. E infatti a due minuti e quaranta, al termine di questa ennesima brutalizzazione in slowmotion, si ritorna su sentieri caotici di cruda macellazione. Ancora blast beats, ancora fondali chitarristici anestetizzati. A due minuti e cinquanta l'ennesimo rallentamento. Tutto in continua, cronometrica alternanza. Ad libidum. Questa Legion, a livello testuale, si ricollega con tematiche di ascendenza biblica, già toccate con Apocalipsys e con Eos (seppur parzialmente, dato che in questo specifico brano ha molto a che vedere anche con la già citata Teogonia di Esiodo). Questo nuovo brano sembra essere legato alla parte dei vangeli che riguarda "Legione", demone rappresentante un gruppo di diavoli che nei libri del vangelo (nello specifico nei tre i vangeli sinottici: Vangelo secondo Marco 5,1-20, Vangelo secondo Matteo 8,28-34 e Vangelo secondo Luca 8,26-39) possedette un uomo di Gerasa e fu in seguito scacciato dal Cristo. E' ovvio che ci troviamo di fronte ad un'allegoria riguardante la scacciata degli invasori romani e delle loro usanze impure, ma appunto, è un testo con mille sfaccettature, profondo, non tipo "Gesù è buono e vince, ma poi muore per i nostri peccati, perché ci vuole salvare tutti". 

Dead Realm

La settima traccia "Dead Realm" inizia all'insegna di ritmi pesanti, macilenti, spenti. I riff usati sono sempre megalitici, grandangolari. Essenziali quanto efficaci nel loro grottesco incedere. a batteria al solito non si risparmia, imbastendo una serratissima struttura che sembra senza mezzi termini evocare una biblica grandinata di sassi. Oltrepassato il trentesimo secondo ancora caos a go-go con la solita parte lancinante giostrata sugli onnipresenti blast beats e partiture chitarristiche atonali. Successivamente ai cinquanta secondi si intromette anche un incontrollabile svolazzo chitarristico free-form, addizionato al fondale sempre caotico e irrazionale. Quasi al minuto e dieci si torna su sentieri più mesti e disperati: le ritmiche rallentano di nuovo adagiandosi su una struttura marziale, grassa e scandita dai soliti vagiti - stile feedback - di chitarra. A quasi un minuto e quaranta si ritorna ancora su sentieri caotici, continuando un discorso ormai ampiamente rodato. Ancora batteria a profusione, chitarrismi grigi e funesti, visualizzazioni di apocalittiche devastazioni. La chitarra inizia nel mentre a vagire singulti in maniera sempre più spasmodica, quasi fosse alimentata da indescrivibili convulsioni. Una chitarra epilettica e malata che si propone di rendere il magma sonoro ancora più denso e impenetrabile. Oltrepassati i due minuti e dieci un nuovo rallentamento, sempre sulla scia di ritmiche tanto possenti quanto arcane. Il brano, come esattamente tutti gli altri già sentiti, continua così ad inerpicarsi tra esplosioni e rallentamenti, tra "caos" e "kosmos". Testualmente ci troviamo ancora una volta di fronte ad un brano che attinge dalla mitologia mesopotamica (sumerica) per creare uno spaccato "ancestrale" da fine dei tempi. Sono infatti citati, a riprova di quanto appena detto, gli Anunnaki, ossia la totalità degli dei sumerici, Ningal, la Grande Signora, dea dei canneti e delle paludi della medesima tradizione, e An-Ki, tremine sumerico che indica l'universo ancora informe basato sulla divisione netta di due opposti, ossia la terra e il cielo. Si parla dunque della fine dei tempi, del giudizio universale, di un'era oltre le ere in cui le anime saliranno al cospetto degli dei per l'ultimo giudizio. Le anime dei morti saranno così nude, spoglie di fronte ai creatori del tutto e saranno per sempre confinate nel regno dell'eternità, dove il silenzio è l'unico suono percettibile (ammesso che possiamo parlare di "percezione" in un mondo fuori dal mondo). Nessuno si potrà esimere dall'ultima chiamata e tutti dimoreranno per sempre fra le silenziose colline ove è situato il monte An'Ki ("Regno dell'oblio eterno in un'altra dimensione oscura / sospesa nel cosmo e diversa da quella mortale/ un regno sovrannaturale ma tangibile / creato per il volere degli Anunnaki e dei sette supremi / .Tutte le anime debbono rispondere alla chiamata.Non è una terra di passaggio situata dopo la fine del tempo mortale/ il silenzio è l'unico suono che sentirete per l'eternità./ Così carico di tristezza, il lamento delle ombre si può ascoltare da lontano...").

Carmen Saliare Mars Dicatur

 "Carmen Saliare Mars Dicatur" ha inizio su ritmiche potenti, prepotenti, marce, ma venate di un certo dinamismo, grazie al guitar work ora più ispirato che in altri momenti - e più coinvolgente - e alla batteria che scandisce colpi decisi (non solo al doppio pedale). Si crea da questi primi istanti un diverso modo di intendere il concetto di "apocalittico" - nella sua accezione di catastrofismo da giudizio finale, non di "rivelazione", termine nell'effettivo CORRETTO e quasi mai utilizzato nel linguaggio contemporaneo. Infatti mentre in altri brani erano maggiormente le parti "velocissime", quelle piene di blast beat e reminiscenze grindeggianti ad evocare il concetto di distruzione finale, ora basta una parte del genere, claustrofobica e grottesca, ad annichilirci rimandandoci a nefaste visualizzazioni da "armageddon". Ma tale frangente non dura poi così a lungo: infatto dopo una trentina di secondi circa, gradualmente - l'alternanza non è netta - si ritorna in braccio a climi totalmente caotici ed irragionevoli. Si torna a viaggiare a 200 Kmh su tappeti di batteria frenetica e chitarrismi indecifrabili. Qualcosa che ormai abbiamo sentito e risentito, ma più aumentano gli ascolti, più sembra di avvertire echi dei Grandi Antichi di Lovecraft, che attendono li al varco mentre tutto è caos ed annichilimento. Echi psicotropi si fanno dunque strada con il susseguirsi di queste parti quasi sempre uguali, ma a dire il vero non basta. Una mente fervida coglie sottili accenti e si lascia guidare dal marasma luciferino, una mente "meno fervida" vorrebbe anche un pizzico di varietà in più. Comunque, arrivati al cinquantesimo secondo ancora torniamo su sentieri rallentati, molto poco dinamici ma al solito estremamente claustrofobici. Lentezza, spasmi, scheletri di stegosauri grossi come grattacieli che si muovono all'unisono mentre la batteria vomita velocissimi rintocchi di doppio pedale. Arriviamo al minuto e venti e ci si da di nuovo il cambio con parti più irragionevoli, veloci e devastanti. La solita visualizzazione di un effetto caos irrazionale, un inferno che sta esplodendo sotto i nostri piedi. La visione del male, della distruzione nucleare, dell'annichilimento, della disintegrazione. Senza continuare troppo posso aggiungere che l'alternanza continua imperterrita sino alla fine del brano, regalandoci al solito alternanze su alternanze. Il brano si ispira nel nome a un frammento in latino arcaico (il Carmen Saliare per l'appunto) il cui testo, nell'antica Roma, veniva recitato nello svolgimento dei rituali praticati dai sacerdoti Salii (conosciuti anche come i "sacerdoti saltellanti"). Tali riti erano focalizzati attorno alle figure di Quirino - dio romano delle curie -  e Marte (proprio da questo il "Mars" nel titolo, traslitterazione latina di Marte) e si tenevano nei mesi di marzo ed ottobre, con cerimonie che vedevano i sacerdoti in armatura eseguire delle danze mentre cantavano questo "Carmen Saliare". La costituzione dell'ordine dei sacerdoti Salii si fa risalire ad un periodo antecedente a quello della "Repubblica Romana" e più precisamente al tempo di Numa Pompilio.

Letzer Wille

L'ultima traccia "Letzer Wille" si segnala per una ispirata ripresa del tema iniziale del "A Night On A Bald Mountain" (Una Notte Sul Monte Calvo) di Mussorgskyj. Tema che ritroviamo già dai primi istanti del brano, trasformato in un bisonte death in salsa doomeggiante. Il riff sembra ispirarsi a piene mani dalla celebre opera dell'altrettanto celebre compositore, e ritrovarla trasformata in un qualcosa di così sporco e gargantuesco non  nego che sia un autentico piacere. A diciassette secondi comunque si superano queste velleità con un nuovo frangente caotico - immancabile - che disintegra tutto come una bomba e ci riporta in seno ad atmosfere più incalcolabili ed irrazionali. Da qui si continua per un po' su sentieri veloci, ma non sempre caotici: infatti tale frangente si modifica presto in una parte "solo" veloce, dotata di ritmiche assassine ma più calcolate. A meno di un minuto la frenesia si estingue ancora di una tacca: siamo traghettati in un sentiero sicuramente veloce, ma gestito su un riff più quadrato ed erculeo. Ci si incanala quindi in un nuovo frangente caotico e dilaniante, che ci porta verso il minuto e quaranta ad una nuova decelerazione, con ritmi spenti e pachidermici (ma corredati da un lavoro veloce al doppio pedale), quindi una nuova accelerazione caotica (2 minuti e 10) e un ritorno al mussorgskiano tema iniziale (2 minuti e 30). Poi ancora una deflagrazione distruttiva, che porta il pezzo ad estinguersi in fade out (oltre i tre minuti e venti). Il brano in questione, come accennato in precedenza, prende spunto da una poesia di Nietzsche. Dunque si lasciano da parte, in questo frangente conclusivo, l'epos di ascendenza biblica, storica o mitologica, per prendere invece ispirazione dall'ambito poetico. Una poesia scritta da uno dei più grandi filosofi del novecento, oltre che il massimo teorico dell'irrazionalismo. Autore di testi estremamente ispirati, è purtroppo entrato, e non per sua causa, nel novero delle personalità "discusse" e "discutibili", dato l'utilizzo deleterio che sua sorella, tale Elisabeth Förster-Nietzsche, ha deliberatamente estrapolato parti di un suo manoscritto (nello specifico ha "manomesso" l'incompiuto "Volontà Di Potenza") rimontandolo ed adeguandolo all'uso e consumo dei nazisti. Questo fatto ha generato molti malintesi portando Niezsche ad essere, suo malgrado, inserito in ambiti "dottrinali" che non gli appartenevano minimamente. Ma tutto questo c'entra poco con la nostra recensione, per quanto una digressione sul sommo filosofo doveva esserci. Il brano si ispira alla poesia di cui porta il nome, poesia dedicata da Niezsche ad un amico scomparso. E la band non fa altro che "fare come il filosofo", chiamando il brano allo stesso modo della poesia, e dedicandolo ad un loro amico purtroppo scomparso prematuramente.

Conclusioni

Arriviamo dunque alla fine di questo disco, e all'immancabile sintesi conclusiva. Che dire dunque di questo parto? Ci troviamo indubbiamente di fronte ad un opera pregna di potenza, anzi, letteralmente grondante, straripante potenza, violenza, nichilismo sonoro. Un opera destinata soprattutto ai death metallers incalliti sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, di violento, di estremo. Certo se è solo di "estremo" che si parla bisogna dire che c'è chi si è spinto ampiamente più in la (a mio modesto parere il limite assoluto e irraggiungibile è forse stato toccato dal genere japanoise: insomma, cosa c'è più di un minuto di rumore puro corredato dalle urla di un simil-cantante che invece di adempiere al suo compito , ossia cantare, urla con voce disumana mentre sembra che lo stiano torturando nei modi più atroci possibili? Forse niente. Magari brani veloci come la luce stile "You Suffer" dei Napalm Death possono rivaleggiare con "quel" concetto di violenza ed estremismo per altri irraggiungibili) dunque non so quanto abbia senso cercare tra questi solchi solo ed unicamente il fattore estremismo. Cosa che si potrebbe tranquillamente ritrovare, e in dosi più massiccie, nei vari rappresentanti del genere brutal-slam (Devourment, Brodequin), o del deathgrind. Dunque, dato che tanto è stato fatto in ambito "estremo", cercare qualcosa in più tra questi solchi non porterà a grandi risultati. Non sarebbe sbagliato dunque, invece che cercare tra questi solchi "nuovi orizzonti dell'estremo", concentrarsi sulla capacità dei brani di catturare l'attenzione, cosa che a tratti al gruppo sembra riuscire bene. Impossibile infatti non lasciarsi scappare un ghigno di soddisfazione ascoltando pezzi come Eos e Letzer Wille, tra i più strutturati o comunque coinvolgenti del lotto. Altrove purtroppo l'attenzione rischia di scemare, data la compattezza di fondo dell'album nella sua interezza e la ripetizione ad libidum di schemi usati di continuo, con parti rallentate che spesso si assomigliano e parti frenetiche quasi sempre identiche. Il mio consiglio è comunque quello di gustarsi l'album nella sua interezza, dato che sezionarlo analizzando i vari brani nel dettaglio (come mi sono azzardato a fare) ne toglierebbe il sottile gusto. Il gusto di un monolite di pietra incandescente piazzato per soddisfare l'appetito dei vari death aficionados, mai paghi, e sempre alla ricerca di qualcosa con cui sbattere incessantemente la testa. Dunque evitate facili "autopsie", evitate di prendere i vari brani "nel dettaglio" e gustatevi questo terremotante parto nella sua interezza, e se si ha da obiettare che alla lunga possa risultare "monocorde", ricordatevi che anche "Eaten Back To Life" dei Cannibal Corpse non brillava per eccessiva varietà. Ma nonostante tutto tale disco rappresenta per tutti i deathster che si rispettino una perla di assoluto valore. Dunque se non avete pretese di "varietà a tutti i costi", se cercate qualcosa per placare la vostra sete di death metal fate tranquillamente vostro questo disco.

1) Finis Infinitatis (instrumental)
2) Eternal City
3) Neun Tugeden
4) Eos
5) Apocalypsis
6) Legion
7) Dead Realm
8) Carmen Saliare Mars Dicatur
9) Letzer Wille