DEAD CONGREGATION

Promulgation of the Fall

2014 - Martyrdoom Productions

A CURA DI
ANDREA FUMAGALLI
16/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

I Dead Congregation sono un gruppo death metal greco formatosi ad Atene nel 2004, dall’incontro di A.V (alias Anastasis Valtsanis, chitarra e voce) e di V.V. (aka Vagelis Voyiantzis,batteria), ben presto si aggiunge alla line-up anche Psychaos (basso). L’intenzione dei membri della band era quella di formare un gruppo che potesse andare a ricreare le malvagie atmosfere del Death Metal anni ’90 ed in particolare il Death Metal di Morbid Angel, Incantation ed Immolation. La pretesa del gruppo non era quindi quella di creare qualcosa di innovativo o mai sentito prima, bensì quella di creare materiale old school di qualità, che potesse colpire l’ascoltatore più esperto ed affezionato. La prima pubblicazione del gruppo risale al 2005 e consiste nell’ep intitolato “Purifiyng Consacrated Ground”, un lavoro che già dissipa totalmente i (pochi) dubbi che si sarebbero potuti avere sulle sopracitate intenzioni dei nostri, che nel 2008 con l’entrata di A.A. al basso (Antonis, già membro degli Inveracity) e con il passaggio di Psychaos alla chitarra, pubblica il suo primo Full Lenght intitolato “Graves of the Archangels”. Il disco viene accolto benissimo da pubblico e dalla critica, il talento dei membri del gruppo è fuori discussione, e nonostante il genere scelto sia stato già ampiamente esplorato il disco non appare mai forzato o scontato.  Nel 2012 si ha un cambio di Line Up, A.A. infatti lascia il posto di bassista a G.S. (George Skullkos), ed è con questa formazione che verrà registrato Promulgation of the Fall, dato alle stampe appena un anno fa. L’attesa per il disco è stata lunga ma forse i Dead Congregation non volevano creare un disco solo per far contenti i loro fan, volevano creare un’opera che fosse memorabile e che fosse veramente ispirata.  Il tempo ha dato ragione ai greci, ce ne accorgiamo da non pochi punti a favore: la produzione del disco è decisamente azzeccata, permette di ascoltare al meglio ogni singolo strumento ma è decisamente lontana dall’essere patinata o “plasticosa”; all’interno del disco possiamo inoltre goderci benissimo il lavoro dei musicisti senza però avere quella fastidiosa sensazione di suono finto o spento, dovuto molto spesso agli eccessi di tecnica.  La batteria, poi, risulta essere cupa e leggermente ovattata, le chitarre sono grosse e scure, mentre la voce è profonda e nera come la pece. Un gran lavoro in studio, non c’è che dire. L’intero lavoro si presenta dietro un ottimo artwork di chiara impronta old school, i colori spenti del disegno non possono far altro che dare all’ascoltatore un’anticipazione di quello che le tracce audio del disco contengono, vale a dire metallo nero ed oscuro, senza compromessi.



Due veloci colpi di rullante sanciscono l’inizio della prima track dell’album, Only Ashes Remains.  Un veloce terreno di blast beat sorregge al meglio chitarre “catramose”, quasi abrasive, che sembrano già intente consumare le nostre orecchie, nonostante il disco sia appena iniziato; capiamo subito il valore della produzione, la quale aggiunge potenza all’intero mix. Il primo giro di riff si ripete per quattro volte prima che si arrivi ad uno stacco di incredibile intensità, successivamente abbiamo prima un botta e risposta di chitarra e poi una scarica di batteria che ci portano alla prima strofa, la quale parte velocissima. Essa viene inframmezzata da un riff più cadenzato e monolitico, sfociando poi in un veloce scambio di assoli. Sotto quest’ultimi la batteria non perde mai il ritmo, continuando ad essere veloce e precisa. Si arriva presto alla seconda strofa la quale però sfocia in un riff lento, sul quale si riprende con il cantato. La velocità si fa ridotta mentre la batteria continua, senza troppi fronzoli, a dettare il tempo. Dopo questa parte si impone un arpeggio di chitarra sull’imponente sezione ritmica, donando all’ascoltatore tutte le emozioni che un disco Death Metal dovrebbe dare. Dopo questa sezione si continua con un ulteriore riff sempre cadenzato e suonato a media velocità, si riprende poi a martellare con veloci blast beat e riff in tremolo picking, taglienti come rasoi.  Il testo descrive le gesta di un suicida: esso  squarcia la sua gola con le sue mani urlando di dolore,  pian piano la sua realtà “terrena” svanisce nel nulla e notiamo come un nuovo mondo “demoniaco”, abitato da inquietanti creature, si impossessi della sua vita e mente. Dopo il suicidio, il protagonista viene incenerito da una lingua di fuoco che lo brucia in tutta la sua interezza, una morte che però non sancisce la fine del Nostro, anzi: attraverso questo “passaggio” dalla vita alla morte si ha infatti una rinascita del soggetto, che diventa una sorta di creatura del male pronta ad eliminare qualunque essere indifeso esistente sulla terra. La Title Track dell’album, Promulgation of the Fall, non sembra essere altro che la continuazione del primo pezzo. Un solitario arpeggio di chitarra, formato da poche note ma tremendamente evocativo, dà il via alla canzone; al di sotto un feed back di chitarra accompagna la prima ascia, la quale cresce costantemente di intensità fino all’entrata di basso e batteria, i quali accentano solamente la chitarra solista che continua imperterrita nel suo arpeggio.  Dopo un quattro battuto imperiosamente sul charleston l’arpeggio continua ma al di sotto possiamo udire chiaramente nuove linee di chitarra che faranno da base per i pochi versi della canzone, versi cantati con una voce catacombale, scura e in grado di bruciare tutto quanto attorno a sé. L’atmosfera del pezzo è terribile, si ha costantemente un senso di oppressione anche quando questo aumenta leggermente di velocità per poi sfociare nel terzo brano dell’album.  Nel testo, di ridotta lunghezza, si descrive con poche parole la caduta del paradiso e la resurrezione di Lucifero.  L’annunciazione della caduta giunge direttamente a Dio il quale viene avvertito: la bellezza del suo regno collasserà e tutte le speranze cadranno.  La sua sottomissione è ormai imminente, le parole sono ripetute costantemente a mo’ di rituale propiziatorio, quasi si volesse in qualche modo pronunciare una formula magica, in maniera ossessiva e compulsiva. Il concetto vuole essere ben esplicato, non ci sarà spazio per nulla di “celeste” ed “etereo” nel nuovo mondo che sta per sorgere. Tutto il bello cambierà volto e diverrà putrescente, tutti i colori della natura verranno inglobati da un nero senza fine e tutti gli esseri viventi patiranno i flagelli dei demoni, servi di Satana e nuovi padroni dell’universo. Se il precedente pezzo aveva fatto della lentezza e della claustrofobia la sua arma vincente, Serpentskin, il terzo brano dell’album, va a colpire duro le orecchie dell’ascoltatore avvalendosi della velocità. La track viene aperta da un veloce riff in tremolo picking, il quale viene sorretto inizialmente da veloci colpi di charleston poi, dopo una breve rullata, da un veloce “tupa-tupa”. La prima strofa è dunque cominciata, dopo poco si continua con il riff iniziale e si prosegue velocissimi con un altro cambio di riff che ci porta ad un’altra sezione del pezzo. Sembrerebbe di trovarsi di fronte ad un deciso rallentamento quando il pezzo si interrompe, ma è solo un attimo perché il gruppo decide di continuare a martellare dando sempre una certa intensità al contesto generale. Le chitarre, in particolare, sembrano ora maggiormente aperte. Si arriva ad un’altra sezione con un riff che non ci potrà che far pensare ai migliori Morbid Angel, quelli di “Domination” per la precisione. Si riprende il riff iniziale per un’altra strofa, la quale sfocia in un break down: la doppia cassa emerge sugli strumenti mentre le chitarre erigono un potente muro di suono. Durante questa parte decisamente lenta si continua anche a cantare, ed il pezzo acquista qui una forte intensità.  Le chitarre si fanno via via più decadenti come solo nel death metal possono essere, la pesantezza raggiunta dal gruppo in questo momento è altissima ed i continui feed-back di chitarra non fanno altro che dare intensità al tutto. Assistiamo però solo adesso a quello che è il riff migliore del pezzo e che forse rappresenta uno dei punti più alti del disco. Una sola chitarra procede insistentemente con un riff lento e claustrofobico mentre “sotto” la batteria rimane essenziale, dipingendo però un poderoso tappeto di doppia cassa che impreziosisce decisamente il tutto.  All’interno del testo si descrive l’inferno paragonato dal gruppo ad un deserto. Dei demoni simili a dei cani si rincorrono lungo tutta la sua estensione, mentre l’unica forma di vita “vegetale” che possiamo incontrare è quella di rovi utilizzati per assemblare una corona di spine, la quale andrà ad ornare dolorosamente il capo di Cristo, che presto verrà scacciato e deposto.  Il diavolo è sempre esistito, lo annunciano delle ombre, ed esso è stato sempre servito.  Un ammasso di corpi tiene in caldo il terreno, di essi si nutrirà l’oscuro signore pronto a raggiungere la sua forma finale. Egli è infatti il Re del sottosuolo, si nutre dei fiumi di sangue riversati dai cadaveri e si prepara a sorgere imperterrito, deciso a rivendicare il proprio status di signore e padrone del tutto. La Morte è la sua vita, il Sangue il suo nettare. Un terremotante riff di chitarra apre il quarto pezzo, Quintessence Maligned il quale si apre con riff suonati a bassa velocità in tremolo picking. La voce è lenta ed opprimente, violentissima nel suo soffocante incedere; in un attimo però il pezzo acquista energia, le chitarre iniziano a suonare un altro riff più tagliente ed abrasivo mentre il singer continua a cantare in maniera monolitica. Dopo poco si riprende il primo riff fino ad arrivare ad uno stacco deciso e intenso, la batteria inizia a correre con secchi blast beat, magari non velocissimi ma che donano un’impronta unica all’intero apparato di chitarre, le quali risultano arricchite dall’operato del batterista. Dopo varie ripetizioni del riff la voce si introduce ancora sull’intero ensemble di strumenti, mentre la batteria varia il ritmo con diverse rullate. Dopo questa sezione si continua con altri riff e una veloce parte solista, successivamente la velocità del pezzo diviene ancora una volta bassa mentre le chitarre continuano a suonare riff memorabili ed ispirati.  Ogni volta che la voce entra nelle casse la batteria aumenta di intensità, questa volta con una decisa doppia cassa e l’intero ensemble di strumenti sembra fondersi tanta è l’intensità sprigionata dal gruppo.  Le chitarre vanno a cambiare riff approdando su un giro ugualmente lento ed epico. Questo riff viene improvvisamente interrotto per poi ripartire in maniera inesorabile. Sembrerebbe che il pezzo sia destinato a concludersi ma ecco che ci giunge alle orecchie un’ultima rasoiata. Anche in questo testo si cerca di esplicare, con esempi decisamente espliciti, il concetto di malvagità. Le liriche non hanno un vero e proprio filo logico, sembrano più che altro una giustapposizione di immagini forti rimandanti alla malvagità intesa come un qualcosa di marcio ed orribile. Semplicemente, si vuole rendere percepibile il senso di disagio che determinate figure o determinati atti ci comunicano: tutta questa enorme negatività, rappresentata da bozzoli pulsanti e marci simili a feti, come se fossero in procinto di schiudersi per dar vita ad un qualcosa di orribile, non servirebbero altro che ad alimentare i poteri di Lucifero, il quale sarebbe il signore che comanda questi atti riproduttivi e che permette a certe immonde atrocità e creature di nascere e riprodursi. Superata la metà incappiamo in Immaculate Poison:  il pezzo parte di botto, con un incalzante drumming e dei riff compatti e grossi; dopo poco la chitarra solista disegna sull’intera sezione ritmica un breve assolo che ci porta alla prima strofa fatta di riff convulsi e malvagi, sostenuti da blast beat fulminei e ferini. Le chitarre variano continuamente riff mentre la voce rimane monolitica e rabbiossa. Subito dopo il pezzo viene ulteriormente accelerato con un altro riff, prima che si arrivi alla seconda strofa, la quale si conclude però con un rallentamento e nuovi riff di chitarra sempre decadenti e tremendamente evocativi. Il gruppo se la prende con calma, non accelera ma lascia che l’ascoltatore possa godersi le malsane melodie qui concepite. Si continua con questo apparato di riff lenti, quando interviene ancora una volta la voce. Si torna a riff veloci e taglienti prima di dare vita ad una nuova serie di assoli che donano al pezzo un ulteriore tocco di sinistra epicità. Dopo gli assoli, i Dead Congragation continuano a martellare l’ascoltatore con elevate velocità prima di ritornare a incidere i suoi timpani con una nuova sezione lenta e pesantissima. Anche in questa parte la chitarra solista continua a suonare poche e lente note che servono ad aumentare l’intensità del pezzo.  Ancora una volta all’interno del testo si vanno a descrivere le sensazioni provate da un uomo condannato all’inferno. Durante l’eterno sonno, il condannato è soffocato dal continuo ribollire di fumi sulfurei che lo soffocano e  la sua situazione non ha via d’uscita, neri tentacoli lo trattengono sul posto, la sua dannazione sarà eterna, esso è ormai una creatura dl male. Pare comunque accettare di buon grado questa sua sorte, in quanto tutto sembra ormai pronto per la definitiva resurrezione di Satana. Siamo dinnanzi a quel che sembrerebbe un vero e proprio concept album circa il risveglio del Male Assoluto, notiamo come l’Oscurità si sviluppi pian piano lungo i testi, facendo pian piano morti e proseliti. Nigredo, come il precedente, parte lanciato a mille aggredendo l’ascoltatore. Subito dopo il riff di apertura abbiamo uno stacco di chitarra che ci porta al riff portante del pezzo, l’entrata delle sei corde è spettacolare, abbiamo prima una sola chitarra a suonare, in seguito questa viene doppiata da un'altra ascia prima che intervenga la batteria e che si inizii definitivamente con la strofa. L’impianto chitarristico rimane solido e monolitico, dopo la prima strofa si continua con un deciso cambio seguito da un'altra strofa segnata da un’accelerazione. Si va a riprendere il riff che ha fatto da intermezzo dalle due strofe prima di continuare con il riff portante arricchito anche qui da un breve assolo. Il gruppo non accenna a rallentare, la batteria ricomincia a martellare le tempie dell’ascoltatore, lentamente le chitarre iniziano a suonare meno note mentre la batteria rimane costantemente lanciata. Siamo di fronte ad una parte veramente memorabile, l’atmosfera evocata dal gruppo è ai suoi massimi. Dopo questa sezione, le chitarre diventano improvvisamente le protagoniste della conclusione. Dissonanti accordi, feed back di chitarra, corti fraseggi chitarristici ci conducono alla sfuriata finale. La parola “Nigredo” indica uno degli “step” della trasformazione da intraprendere per anelare alla perfezione. In Alchimia, questo passo è indispensabile per far si che esseri imperfetti come gli esseri umani possano risorgere in maniera pura. Per accedere alla trasformazione bisogna passare dalla morte e così, nel grande oceano infernale, migliaia di corpi galleggiano, le loro gole vengono lacerate da cani infernali,  i cadaveri  verranno sputati sulle rive e da li rinasceranno seguendo l’esempio di una figura che farà da guida. “Nigredo”, perché è proprio dalla morte e dalla putrefazione dei corpi che ci sarà la nuova vita. Dunque, il tema del “marcio” ricorre: attraverso uno stato di decomposizione, dunque, si dovrà passare per poter risorgere più potenti e soprattutto più fedeli al più elementare dei sentimenti, ovvero l’odio. Un altro stacco di chitarra apre Schisma, il settimo pezzo del disco. Si inizia a martellare con violenza attraverso blast beat e riff di chitarra grossi e bassi, che costruiscono una solida base per la voce. Gli interventi vocali vengono inframmezzati dall’iniziale stacco di chitarra e dopo la prima strofa le chitarre diventano più intellegibili dando vita ad un riff maggiormente orecchiabile ed assimilabile. Questo riff diventerà la base per la seconda strofa, la quale culmina in uno stacco di chitarre epico e di grande effetto. Si riprende il riff della seconda strofa anche per la terza strofa, e si accede nuovamente allo stacco, il quale culmina in altrettanti riff taglienti sostenuti da un drumming decisamente possente. Dopo questa sezione il gruppo torna a muoversi in modo più lento lasciando che le chitarre possano far sorgere ansia nell’ascoltatore, il quale ode in trepidante attesa che qualcosa accada. Il gruppo anche qui si muove senza fretta, lascia suonare ogni nota di chitarra senza mai forzare il pezzo, e  dopo questa parte entra improvvisamente una chitarra che viene seguita dal resto degli strumenti a grande velocità. I ritmi si fanno serrati e se prima l’ascoltatore aveva potuto prendere respiro rimane ora senza fiato di fronte alla violenza incontrollata del gruppo, che sfocia in un riff memorabile e soprattutto in una foga mai udita nel disco nonostante gli altri riff composti siano tutto tranne che leggeri e innocui. Le chitarre continuano a macinare un riff dietro l’altro senza cadere mai nel banale, finché non giunge la secca conclusione del pezzo.  All’interno del testo troviamo una sorta di confronto di un uomo con la propria coscienza.  L’uomo parla con la parte malata del suo io, il suo interlocutore che sembrerebbe essere Lucifero lo ritiene una nullità, una persona priva di valori che vive solamente perché la morte non lo ha ritenuto degno di lei.  Alla fine del testo, il signore delle tenebre continua con la sua terribile analisi, intima al protagonista di scolpire al al meglio nella sua mente l’immagine dei suoi figli (derubati ed ingannati dal loro stesso padre) perché non li rivedrà mai più, costretto ad allontanarsi da loro, sofferente e in lacrime per la punizione che l’ha colpito. L’uomo sembra tuttavia cedere ai ricatti del demone supremo, accettando di buon grado il suo status di “inutile”, capendo che solo passando dalla parte del Male potrà finalmente acquisire il potere che lo renderà un essere perfetto. Sbattendoci letteralmente in faccia i nostri fallimenti come uomini e facendo leva sulle nostre debolezze, quindi, Satana è riuscito a soggiogarci e ad averci tutti dalla sua parte. Giungiamo dunque alla conclusione con From a Wretched Womb.  Anche questo pezzo si apre in maniera secca, senza orpelli introduttivi. Ancora una volta la sezione ritmica massacra l’ascoltatore già del primo secondo, e dopo un fulmineo stacco ha inizio la prima strofa la quale rimane monolitica e pesantissima per tutta la sua durata. Dopo questa abbiamo un rallentamento caratterizzato da riff meditabondi e riflessivi , nonché da una batteria essenziale che però, sulla base delle stesso riff che viene arricchito di nuove note, accelera bruscamente e dà inizio alla seconda strofa, la quale termina anch’essa con un nuovo break caratterizzato da lunghe e imponenti rullate di batteria su riff di chitarre questa volta essenziali ma mai banali. Una martellante doppia cassa va a sostenere l’ingresso della voce che però esce dall’intero ensemble dopo poco per lasciare che gli strumenti possano esprimersi al meglio. Ancora lo stacco iniziale e il gruppo è pronto a ripartire con una nuova strofa.  Poco dopo il pezzo termina in maniera altrettanto brusca.  All’interno del testo si continua a demolire in ogni modo il concetto di Dio: il cristiano sarà ad un certo momento costretto a guardare le immagini raffiguranti le divinità umiliate e rovesciate ( in segno di dissacrazione), e a cercare ancora un significato nelle pagine della Bibba, rese bianche e vuote tramite il maleficio ultimo.  La realtà si dissolve, non si ha più alcuna percezione, il seme della terra (il male) sta letteralmente sbocciando, nascendo su di un terreno brulicante di vermi e larve. Ormai è finita, Satana ha vinto e sta per riprendersi ciò che è sempre stato sui, alla fin fine.



Il gruppo greco, con il suo secondo disco, dimostra di avere (un po’ come già mostrato con il debutto “Graves of the Archangels”) un’immensa dose di talento dalla sua parte, questo a grandi linee è quello che può pensare l’ascoltatore dopo aver dedicato qualche ascolto a “Promulgation of the Fall”. Volendo prescindere dalla parte strettamente tecnica del gruppo, la cui padronanza degli strumenti risulta essere chiara già dal primo ascolto, vale la pena invece soffermarsi sulla qualità delle composizioni. Tutte le song sono legate da una sorta di filo conduttore, tant’è che molte volte tra un pezzo e l’altro non vi è pausa di sorta, il gruppo dimostra di avere dalla sua una notevole fantasia che merita senz’altro la considerazione del pubblico. Detto questo, non dobbiamo comunque farci ingannare dall’impronta “concept” del disco, sebbene legati imprescindibilmente ogni pezzo gode di una sua personalità, non vi sono momenti in cui si cade nella noia e anzi, occorrono molti ascolti per metabolizzare al meglio tutti i passaggi che si avvicendano in modo tanto semplice quanto efficace, senza che mai i nostri risultino, in tutto l’arco esecutivo, scontati o privi di senso.  In conclusione, quindi, possiamo affermare senza problemi di trovarci di fronte ad un opera di assoluto valore, questo disco trasuda Death Metal da ogni nota, non ci sono aperture di sorta od inutili orpelli tecnici, la pesantezza è assoluta, i testi rimangono violenti e diabolici. Qualsiasi amante di queste sonorità potrà apprezzare questo disco che, come accade poco spesso al giorno d’oggi, riesce a stupire e ad intrigare ascolto dopo ascolto, senza perdere il suo smalto ma anzi, acquistandone ogni volta. Ogni ascolto diventa l’occasione per udire passaggi che tagliano il fiato e che ci sorprendono ancora dopo diverso tempo che il cd gira nei nostri lettori. Ampiamente consigliato!


1) Only Ashes Remain
2) Promulgation of the Fall
3) Serpentskin
4) Quintessence Maligned
5) Immaculate Poison
6) Nigredo
7) Schisma
8) From a Wretched Tomb