DAVID BOWIE

"Heroes"

1977 - RCA

A CURA DI
PAOLO VALHALLA RIBALDINI
15/01/2013
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Spostatosi dalla Svizzera, e più precisamente dal Lago di Ginevra, nella capitale tedesca Berlino, David Bowie si trova alla fine del 1976 a condividere l'appartamento con l'Iguana Iggy Pop nel quartiere di Schöneberg, già luogo natale di Wilhelm Fürtwängler e Marlene Dietrich, e casa di importanti personalità del Diciannovesimo e Ventesimo secolo: Ferruccio Busoni, Albert Einstein, Christopher Isherwood, Klaus Kinski, etc. Contemporaneamente, Bowie collabora con Brian Eno, ma già dalla permanenza svizzera ha cominciato ad ampliare notevolmente i propri interessi, costruendosi solide basi di cultura musicale classica e di arte contemporanea (di cui negli Anni Settanta la capitale è proprio Berlino). A seguito anche delle ripetute apologie di estrema destra messe in pratica in tempi recenti - soprattutto per colpa di un uso smodato di droghe pesanti - Bowie sente la necessità di ricostruirsi una reputazione decente. Comincia dunque a patrocinare l'arte contemporanea berlinese, soprattutto quella espressionista, a girare per gallerie, ad avvicinarsi ad una concezione musicale minimalista che sta gradualmente imponendosi di pari passo con le spettacolari innovazioni elettroniche dell'epoca. Parimenti, viene influenzato dai suoni del rock tedesco dei Kraftwerk, dando alle stampe nel 1977 l'album Low, il primo co-prodotto con Tony Visconti nella cosiddetta "Trilogia berlinese". Accolto malamente dalla critica - e la RCA stessa non può essere entusiasta di un lavoro in cui i testi rivestono una parte quantitativamente ridotta e così diverso dalla produzione precedente - Low viene seguito a distanza di pochi mesi (sempre nel '77) da "Heroes", un disco divenuto immortale a cui prende parte anche Robert Fripp, unico ad essere presente in tutte le line-up dei King Crimson, che vola in Germania dagli Stati Uniti per registrare le proprie parti in un giorno solo. Diverte pensare che, anni ed anni dopo, Philip Glass (uno dei più grandi compositori di musica colta del Novecento) renderà un sentito omaggio a Bowie in due delle sue sinfonie. Dei tre album berlinesi, "Heroes" è quello che probabilmente merita più degli altri due questo appellativo, in quanto è l'unico effettivamente registrato nella capitale Tedesca nella sua interezza - più precisamente agli Hansa Tonstudio, che si trovano a nemmeno un chilometro dal Muro di Berlino. Forse è proprio il Muro il vero protagonista di Heroes, un disco che racchiude forti legami con lo spettro della Guerra Fredda ma che al contempo manifesta un maggiore ottimismo rispetto al precedente Low, spesso versato alla malinconia. Anche sul piano delle esibizioni dal vivo, "Heroes" segna un grande trionfo per Bowie che, completamente disintossicatosi dalle droghe, ottiene un successo di pubblico fenomenale, portando nel 1978 il tour dei primi due dischi berlinesi a più di un milione di persone sparse in una settantina di date. Numeri da capogiro. Già dalla prima traccia, "Beauty And The Beast", si capisce l'attitudine sperimentale del Bowie teutonico. Suoni sintetizzati di Brian Eno, pianoforte (strumento molto caro a Bowie) e ricerca timbrica di cui Robert Fripp è maestro costituiscono una densa nebbia sonora attraverso cui si muovono la voce baritonale di Bowie e quella di Antonia Maass. Il brano diventa un successo minore come singolo tratto dall'album, e ancora oggi non è stata fatta troppa chiarezza sulle liriche. Il critico James Perone suggerisce che quella di "Bella e bestia" sia una delle tante immagini dualistiche evocate nel corso della discografia di Bowie. Gli Anni Sessanta e Settanta, comunque, sono il paradiso dei dualismi: le due Germanie, l'Est e l'Ovest, le due facce del Muro, l'ideologia comunista e quella capitalista, riformisti e conservatori, laici e chiericali, bianchi e neri, i diritti delle donne e il paternalismo degli uomini, ma anche le (tante) doppie facce dell'individuo; quest'ultima dialettica Bowie la conosce bene, e sa che anche se si è liberato dallo spauracchio della droga non ne sarà mai completamente al sicuro e che i propri lati oscuri saranno sempre pronti a riemergere. "Joe The Lion" si apre con un riff distorto di Fripp, e celebra la figura dell'artista-performer Chris Burden, autore di body art piuttosto "forti" nei primi Anni Settanta (l'inchiodamento a un'auto o lo sparo in un braccio sono solo due possibili esempi); la timbrica di Bowie, incurante dei parametri standard di intonazione ed emissione corretta della voce, testimonia una ritrovata vitalità dopo l'emotività ovattata del precedente album Low. La famosissima ""Heroes"" (il titolo originale è già virgolettato, ad indicare l'ironia che tiene sempre coi piedi per terra anche l'argomento eroico del brano) è un chiaro omaggio al brano "Hero" di un paio di anni prima, pubblicato dalla band Tedesca Neu! cui Bowie si ispira. La vicenda - raccontata con straordinaria economia di parole - è quella di due giovani innamorati che si baciano a Berlino all'ombra del Muro, e che nonostante la città sia vessata e spaccata in due non rinunciano alla speranza di rendere migliori le proprie vite, anche solo per un giorno. In realtà i fatti "veri" si basano sulla relazione clandestina tra il co-produttore Tony Visconti e la vocalist Antonia Maass, abbracciatisi poco lontani dagli studios sotto gli occhi di Bowie stesso. A livello sonoro, il brano è un compendio di grandi idee sulla registrazione, non ultima quella di incidere la voce di Bowie con tre differenti microfoni a diverse distanze, in modo da conferirle un effetto anche timbrico basato sulla posizione della sorgente. Il muro vibrante del suono di "Heroes", creato principalmente dalle idee di Eno, è già nella sua stessa immaginazione un richiamo semiotico alla maestosità, all'epico, all'eroico, a ciò che principalmente l'ascoltatore cerca nella musica popular: non a caso, a sentire Eno stesso, il concetto di "eroe" è presente già al momento della creazione del brano musicale, tra i primi ad essere inciso ma tra gli ultimissimi ad essere dotato di un testo, di parole che raccontino una storia. Benché incisa anche in versione tedesca e francese, la canzone raggiungerà solo alcuni anni più tardi il successo planetario e imperituro che le garantisce un posto tra le durevoli manifestazioni della cultura mondiale di ogni epoca. "Sons Of The Silent Age" poteva essere la title track del disco, unico brano ad essere stato composto antecedentemente all'entrata negli studios berlinesi. Il protagonista della canzone è il saxofono, che si alterna alla voce di Bowie; quest'ultima enuncia versi dalle molteplici possibili interpretazioni, due delle quali si riferiscono alla Germania nazista e ai sociopatici nei manicomi, fino a spingersi nel chorus in cui la voce sforzata invoca il silenzio. "Blackout" ancora una volta paga tributo alle sonorità industriali di Berlino, e nonostante Bowie tenga a precisare negli anni precedenti che l'argomento del testo è il blackout elettrico, diversi commentatori tra cui Carr e Murray ipotizzano - visto anche il mood "schizofrenico" particolarmente acuto di questa canzone - che ci sia anche un riferimento ad un collasso avuto da Bowie a Berlino che gli costa una corsa in ospedale. Le sonorità del brano si servono nuovamente delle conoscenze di Eno ai sintetizzatori, e gettano in parte una base per gli stilemi del genere industrial. "V-2 Schneider" si ispira ovviamente al primo razzo balistico a lunga gittata, utilizzato dalla Germania contro Londra ed il Belgio nella Seconda Guerra Mondiale, e al membro fondatore dei Kraftwerk Florian Schneider. All'inizio del brano, un phasing imita il rumore del missile in procinto di colpire, mentre i protagonisti musicali sono il sassofono ed i sintetizzatori, e non ci sono mai parti vocali soliste, benché appaiano qua e là in lontananza dei cori. "Sense Of Doubt" è uno dei pezzi più oscuri della carriera di Bowie. Lo strumentale si regge sul cromatismo discendente Do-Si-Sib-La (o, in notazione "inglese", C-B-Bb-A), che sfrutta una delle convenzioni più radicate nella musica tonale Occidentale - cioè quella che per tradizione viene chiamata volgarmente musica classica: l'uso del tetracordo discendente come simbolo di lamento e morte. In realtà qui non si parla di un vero tetracordo, la discesa è "attutita" dagli intervalli di semitono, che però a loro volta hanno una forte tradizione alle spalle come indicatori del sospirare lamentoso. In parole povere, la cellula fondamentale del brano lo inserisce già in una cornice interpretativa molto forte, quella del destino incombente e del pericolo, rafforzate anche dal titolo non certo benaugurante. Di nuovo, i suoni sintetici dominano il pezzo con espressioni brevi e scarsamente strutturate, ma che si ripetono diverse volte e che ne fanno assomigliare l'andamento ad una parte di colonna sonora per un film. Non a caso, "Sense Of Doubt" verrà inserito - qualche anno più tardi ed insieme ad altri brani di "Heroes" - nella colonna sonora del film-shock "Christiane F." tratto dall'omonimo romanzo di Christiane Felscherinow. "Moss Garden" vede di nuovo Eno come co-autore ed è un brano di nuovo strumentale, ma questa volta molto più rilassato che prende a prestito scale musicali dal vago sentore orientale ed è suonato sul koto, uno strumento proveniente dalla tradizione Giapponese. La quasi assenza di tempo e le atmosfere rarefatte collocano "Moss Garden" in una cornice che tende molto all'ambient, e contrasta nettamente con l'oppressività dell'ansiogena "Sense Of Doubt". "Neuköln" si ispira al distretto berlinese di Neukölln, molto vicino a quello di Schöneberg dove risiede Bowie. Anche questo terzo strumentale di fila diventerà estremamente famoso negli anni a venire, e prende in parte spunto dalla larga comunità di Turchi immigrati stanziata a Neukölln appunto. Si evidenzia una forte contrapposizione tra il sottofondo omogeneo, quasi moribondo, e gli interventi instintivi, irrazionali del saxofono di Bowie - che secondo alcuni rappresentano sia l'irrequietezza della Guerra Fredda che quella dei residenti asiatici del distretto. "The Secret Life Of Arabia" è una canzone a dir poco lisergica in cui Bowie dà fondo a tutta la propria ironia vocale con l'uso di falsetti e note estremamente basse, mentre il mood musicale a età tra funky e disco anticipa già buona parte di quanto si sentirà negli Anni Ottanta. La tracklist del vinile originale si chiude qui, ma nella versione del 1991 si aggiungono anche una nuova resa di "Joe The Lion" e "Abdulmajid", un altro strumentale composto tra il '76 e il '79 ma che rimarrà inedito per quasi tre lustri. Al momento di pubblicarlo nella re-issue Rykodisc di "Heroes", Bowie deciderà di intitolarlo alla moglie Iman Abdulmajid. L'opera di Bowie è complessa, poliedrica, multidisciplinare, multisensoriale, e tocca una miriade di campi della cultura occidentale (e non). Il riduzionismo dei nostri tempi tende ad interpretare Bowie sul modello di un artista "geniale", "controverso", talvolta "naif" e talvolta estremamente "pragmatico". In realtà Bowie è tutto questo, certo, ma è anche di meno e al contempo anche di più: la sua musica si presta a numerosi livelli diversi di lettura, tutti prolifici ed interessanti, che riempiono lo spazio di analisi in maniera prepotente e dividono l'ascoltatore tra politica, estetica, sociologia, puro divertimento, morale, etica e chi più ne ha più ne metta. Non che queste dimensioni non esistano in qualunque attività musicale, ma in Bowie si fanno sentire tutte a livelli pressanti... "Heroes" è un disco destinato a rimanere nella memoria collettiva come uno dei grandi classici dell'arte del Novecento, che riprende con la crudeltà di una macchina da presa lo scenario personale dell'autore e anche i dintorni del suo mondo berlinese così travagliato negli Anni Settanta.


1) Beauty and the Beast 
2) Joe the Lion
3) "Heroes"
4) Sons of the Silent Age
5) Blackout
6) V-2 Schneider
7) Sense of Doubt
8) Moss Garden
9) Neuköln
10) The Secret Life of Arabia

Bonus tracks 1991:

11) Abdulmajid
12) Joe The Lion (new version)

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