DAVID BOWIE

Tin Machine

1991 - Victory Music

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
10/12/2012
TEMPO DI LETTURA:
5

Recensione

Recensire un album della discografia di uno dei più grandi cantanti/artisti della musica inglese è indubbiamente un onore; stiamo parlando di un personaggio poliedrico e trasformista, soprattutto nell’ambito del look, e un'icona imprescindibile dello scorso fine secolo che ha attraversato 40 anni di carriera contraddistinti da grandi album, grandi hits e da ovviamente tutta una stampa specializzata o meno che ne ha sempre coltivato le lodi e le cadute in ogni circostanza, come succede a tutti i grandi della musica. Se ancora non avete capito di chi stia parlando, Fedeli Lettori (lasciatemi imitare Stephen King, indegnamente), ebbene si tratta David Robert Jones, in arte David Bowie e che sarà tramandato nei libri di storia della musica come il “Duca Bianco”. In particolare stiamo parlando di un progetto estemporaneo del Duca Bianco, ovvero la band chiamata Tin Machine, con cui ha scritto e cantato su due album (più il classico disco “live”). Il secondo capitolo, intitolato semplicemente “Tin Machine II” è l’album che ci accingiamo a recensire. Premettiamo subito che si tratta di un album meno rock rispetto al suo predecessore, il primo Tin Machine che ebbe anche un buon riscontro di vendite e pubblico ai concerti. Aldilà del relativo insuccesso commerciale. Il secondo album dei Tin Machine è indubbiamente a detta di molte fonti autorevoli uno dei lavori meno rilevanti della vasta discografia di David Bowie. I motivi li analizzeremo approfonditamente nell’analisi capillare del disco track by track ma, è evidente che siamo al cospetto di un progetto che vede sempre meno coinvolto Bowie, quasi una sorta di progetto solista del chitarrista Reeves Gabrels. Inoltre se la voce del Duca Bianco con tutto il rispetto non sembrava adatto ad un certo rock, seppure patinato, fin dall’ascolto del primo Tin Machine, sul secondo capitolo questa anomalia si fa ancora più evidente, lasciando perplesso chi ascolta. Per certi versi i brani di Tin Machine II sembrano quasi outtakes del primo album riciclate sul secondo capitolo: un album che regge solo perché suonato da ottimi mestieranti ma non c’è nulla di geniale ed esplosivo in questo Tin Machine II. L’album si apre con un effetto vocale prolungato sulla parola “baby”, si tratta di “Baby Universal”: rock pulito ed elegante come si presentava anche allora sul palco il Duca Bianco. Ritornello molto semplice, sicuramente un pezzo in cui emerge anche la capacità del vocalist inglese di saper creare dal nulla hit radiofoniche, sebbene sicuramente non sia delle più memorabili. Un inizio molto melodico, con tanto di cori apre “One shot” con raffinati arpeggi della chitarra di Reeves Gabrels e, in generale un buon lavoro ritmico dei fratelli Sales. “One shot” è molto orecchiabile anche se forse ci sarebbe voluto un approccio vocale più aggressivo da parte di Bowie, mentre il finale è tutto ad appannaggio della sei corde di Gabrels. Un basso elettronico apre la terza traccia “You belong in Rock ‘n’ Roll” con la voce quasi soffusa di Bowie nella parte iniziale del brano. Un pezzo molto commerciale e molto poco rock, per la verità, aldilà del titolo in cui l’eclettico cantante utilizza anche brevemente il saxofono. “Is there is something” è un pezzo scritto da Brian Ferry e l’impatto ritmico è finalmente all’altezza di quello che dovrebbe essere un album rock, così come il solo molto elettrico di Gabrels. Chitarre acustica e ritmi compassati in “Amlapura”, ballad tutto sommato accettabile musicalmente, con un stile vocale un po’ diverso di Bowie, quasi irriconoscibile in certi momenti. Un po’ ripetitiva nel finale la canzone si spegne in dissolvenza senza lasciare anche qui ricordi da tramandare ai posteri. “Betty Wrong” è una piccola gemma, all’interno di un album quasi insignificante. Attenzione, non è certo un brano hard rock ma è un perfetto esempio della genialità di Bowie di saper creare delle canzoni rock pop in questa caso dal ritornello pregevole, qui la sua voce ambigua e teatrale assume anche un tutt’uno con il brano. Con “You can’t talk” addirittura i Tim Machine sperimentano una sorta di funky rock in stile Red Hot Chili Peppers attuali : sarò cattivo ma quasi è quasi meglio David Bowie in questa sua improvvisata che quello che compongo ora i RHCP ma, ovviamente rimane una mia assoluta opinione personale. E’ il momento più vario dell’album, dopo il funky ecco un pezzo che parte con tutte le caratteristiche del blues più classico dal titolo “Stateside”: alla voce non c’è chiaramente il Duca Bianco (se non nel ritornello) ma, credo, Hunt Sales. Diamo atto ai Tim Machine di aver spaziato su questo disco a 360° per quanto riguarda il rock, passando attraverso diversi generi, sebbene è proprio questo il nodo centrale: nessun dubbio sulle singole capacità artistiche e musicale delle band, quello che è mancato decisamente su questo album è il “cuore”, cioè un forte legame tra le composizioni delle band ed il talento di David Bowie. L’impressione come già accennato all’inizio è che l’estroso personaggio inglese sia una sorta di “special guest” dell’album. Ma attenzione il disco è ben lunghi dall’essersi concluso; “Shopping for girls” (in cui nel testo si invita ad alzare il volume sulle canzoni di Micheal Jackson) si attesta sullo stile delle prime due canzone, un rock pop da classifica senza il mood giusto. “A Big Hurt” inizia con una velocità ritmica inaudita per quello che abbiamo potuto ascoltare fino ad ora, sicuramente il pezzo hard rock dell’album con distorsioni di chitarra abbondanti e, purtroppo la voce di Bowie fuori registro, chiaramente a disagio in questo contesto. “Sorry” è un'altra canzone semi acustica devo dire del tutto insignificante, con la voce di Bowie solo secondaria, la conclusione viene lasciata a “Goodbye Mr.Ed”, brano che non emerge dalla mediocrità di altri pezzi già sentiti, interessante solo il finale fracassone di tutta la band, quasi una sorta di improvvisazione dei musicisti quasi a rendere più “rock” quelle che di fatto non è stato così.



Alla fine dell'ascolto del secondo capitolo dei Tin Machine rimane quel senso di incompiutezza, quella sensazione spiacevole di un album incompleto e comunque realizzato con mestiere ma senza un filo conduttore comune. Del resto lo stesso David Bowie era un artista abituato a scrivere e comporre un album quasi al 100%, qui invece a condiviso democraticamente i credits, lasciando spazio agli altri componenti, l'impressione è che sia propio "lui" l'oggetto un pò estraneo al disco. Certo è, dal punto di vista commerciale, che senza il suo illustre passato e senza il suo nome "pesante" questo album dei Tin Machine sarebbe quasi sicuramente passato inosservato. Un'ultima annotazione curiosa riguardo l'artwork di copertina, che vede la presenza di quattro statue in stile kourai, quindi nude e con in evidenza i genitali maschili. I Tin Machine ebbero problemi di censura soltanto negli USA, l'ennesima dimostrazione di quanto un certo tipo di puritanesimo fuori luogo faccia sempre capolinea in una nazione che si conferma piena di contraddizioni.


1) Baby Universal
2) One Shot
3) You Belong in Rock 'n' Roll
4) If There Is Something
5) Amlapura
6) Betty Wrong
7) You Can't Talk
8) Stateside
9) Shopping for Girls
10) A Big Hurt
11) Sorry
12) Goodbye Mr. Ed 

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