DAVID BOWIE

The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars

1972 - RCA

A CURA DI
OLEG EGON BRANDO
12/12/2012
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera: e più ancora, intorno a ogni spirito profondo cresce continuamente una maschera, grazie alla costantemente falsa, cioè superficiale interpretazione di ogni parola, di ogni passo, di ogni segno di vita che egli dà. (Friedrich Nietzsche) Tutta la vita umana non è se non una commedia, in cui ognuno recita con una maschera diversa, e continua nella parte, finché il gran direttore di scena gli fa lasciareil palcoscenico. (Erasmo da Rotterdam) Datemi una maschera e vi dirò la verità. (Oscar Wilde)... Perché questi pretensiosi ed altisonanti aforismi in un sito che tratta di Rock & Metal? Perché ciò di cui siamo in procinto di parlare, ovvero dell'album "The Rise and the fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars" (1972),  è una furba apologia e trasfigurazione artistica della maschera col quale l'autore David Bowie crea un alter ego rockstar "aliena" col quale sciorinarci verità ed intimità, per affascinarci, incuriosirci, conquistarci. Per questa recensione metteremo quindi una maschera anche noi, una maschera molto familiare: quella dell' adolescente che per la prima volta ascolta questa raccolta di canzoni. Quella di chi ha avuto il disco in prestito da un amico senza anteprime musicali, senza enciclopedie virtuali, senza aver letto le masturbazioni mentali di chi cerca un motivo per ogni cosa. Eviteremo quindi il solito cappello introduttivo con note di contesto storico-sociale di produzione o quant'altro che si è soliti anteporre alla recensione vera e propria per cercare di descrivervi nel modo più onestamente ingenuo possibile l'esperienza sensoriale che è questo album. Detto ciò, appoggiamo la custodia del disco (quasi anonima nel suo semplice splendore) e schiacciamo "Play" Un tempo di batteria semplice, discreto e vagamente marziale da inizio al primo brano. Entrano in scena singoli accordi di piano e chitarra acustica ad accompagnare la voce che con un timbro sguaiato, quasi distratto ma nel contempo  suo modo solenne ci canta della fine del mondo nell'arco di cinque anni annunciata dai mass media "News had just come over, we had five years left to cry in News guy wept and told us, earth was really dying Cried so much his face was wet, then I knew he was not lying" e da lì un crescendo canoro-recitativo in cui vengono elencate le tante persone che passando attraverso la vita di una individuo. La gente che si è soliti ignorare e che magari ci infastidisce, ma che nella prospettiva di perderla assume importanza vitale  "all the nobody people, and all the somebody people I never thought Id need so many people" Un elenco che ha il sapore di un dipinto realista alla Hopper con una leggera parodia alla Botero ed un senso dell'ineluttabile disillusione che diventa fantasia nelle piccole cose accostabile a Magritte (perdonate le troppe metafore pittoriche) Qualche arco e contrappunti di basso aumentano la tensione del brano che passa dal descrivere "They" al rivolgersi a "You", la voce alza il tono ed il volume a si arriva al refrain che si protrarrà fino alla fine "We've got Five years?" La voce solista viene raggiunta da un coro disarmonico nel suo essere melodico. Una sorta di ciurma di pirati ubriachi ma col dono dell'intonazione. Il brano prosegue con questo coro sormontato da effetti sonori ed orchestrali e la voce solista che si strazia ed urla con eleganza fino a sfumare e lasciarci con lo stesso pattern di batteria iniziale, dando al tutto una struttura concentrica. "Five Years" si rivela un brano potente e con una forte componete teatrale. La sua epicità malinconica ha la forza di quello che potrebbe essere il gran finale drammatico di un musical, nonostante di quest'opera sia l'inizio. Come ad anticipare la caduta menzionata nel  titolo del disco. Una favola drammatica in cui ci viene data una chance limitata per godere della vita di fronte ad una preannunciata ed inevitabile decadenza. Si passa poi a "Soul Love" ,anche questa introdotta dalla batteria del preciso Mick "Woody" Woodmansey, chitarra acustica dalla plettrata folk e poi la voce di David su toni forzatamente alti, quasi volutamente stonati. Il tutto accompagnato da cori efebici e sostenuto da armoniosi giri di basso. Dal pre-ritornello entra per la prima volta la chitarra elettrica con accordi secchi e sporchi, quasi fuori tempo, e ci porta al ritornello?melodie ed atmosfere quasi allegre ma decisamente ironiche e portartici di disillusione "All I have is my love? of love and love is not loving.." Intelligenti fraseggi di saxofono (suonato dallo stesso Bowie) fanno da ponte alla seconda strofa e dopo il secondo ritornello arriva il primo guitar solo dell'album. Un semplice ri-proponimento del tema della strofa, suonato con semplicità e gusto fino al "fade-out" finale. I muscoli del Rock n Roll vengono pompati per bene fin già dalle prime note di "Moonage Daydream". Un muro di chitarre acustiche ed elettriche si alterna alla voce solista, leggermente più piena e "maschia" rispetto ai pezzi precedenti. Nelle parole e nell'atteggiamento di chi canta si può leggere l'arrivo vero e proprio della rock star suprema Ziggy Stardust che ci incanta e seduce con il suo glitter-blues "I'm an alligator, I'm a mama-papa coming for you I'm the space invader, I'll be a rock 'n' rollin' bitch? for you" Il pezzo si sviluppa come una bomba pop rock tipicamente seventies con ricchi arrangiamenti di chitarre, pianoforte e cori nei ritornelli e strofe aggressive e dirette. Spicca la chitarra del grande Mick Ronson che si erge per tutta la composizione ora grezza e muscolare ora soffusa e degna di un violino d'orchestra. L'assolo finale è un gioco di melodie e delay che arrivano pienamente all'obiettivo preposto di dipingerci un concerto rock benedetto da forze provenienti dalle stelle lontane. Uno dei pezzi forti del disco, senz'ombra di dubbio. Si arriva poi alla famosissima "Starman"(che fu anche il singolo principale del disco) La struttura del brano è prettamente folk-cantautoriale ed è il pezzo che più si accosta ai primi album del Duca Bianco. Le melodie sono decisamente orecchiabili ed immediate, non per nulla il brano è stato negli anni utilizzato nei contesti più disparati, dalla pubblicità alle sigle TV. Degno di particolare nota il breve fraseggio di chitarra effettata immediatamente prima del ritornello, anch'esso divenuto iconico, così come il tema di chitarra che fa da "bridge" prima della strofa. Il testo è un'ode fantastica ad un uomo delle stelle incontrato da Ziggy, una sorta di messia che non si rivela al mondo per paura di "farci esplodere la mente" ma che rivela al protagonista che la chiave di tutto è che la vita non va sprecata e che quindi i "children" (bambini, figli, umani) si lascino andare, perdano le inibizioni e pensino a scatenarsi. Un raffinato manifesto programmatico generazionale che manca dell'aggressività per diventare un inno ma che ci lascia l'eleganza e dell'ammiccamento di un maestro della provocazione. A seguire troviamo "It Ain't Easy" unica cover di un disco tutto scritto dal cantautore inglese. La strana scelta di includere un rifacimento di un pezzo altrui (del Bluesman Ron Davies)  può essere letta ancora una volta nella chiave di lettura della maschera posta ad inizio recensione. Al di là dei voli pindarici sulle motivazioni, il brano calza perfettamente nell'economia del disco. Un blues rock che narra il disagio e le difficoltà del vivere, semplice, diretto e dannatamente orecchiabile. Clavicembalo, basso e cassa accompagnano la voce di Bowie, spinta a tonalità al limite dello stridulo nelle strofe mentre chitarra elettrica e cori gospel riempiono le casse dello stereo nel ritornello. Un pezzo apparentemente con poche pretese ma che riesce concretamente a superarle tutte "Lady Stardust" danza sulle coordinate della ballad crooneristica, una poesia sonora declamata in un localino pieno di fumo e disincanto. Non è più Ziggy il narratore ed il protagonista. Egli diventa il complemento oggetto, un sinuoso animale osservato con gli occhi della fascinazione da una ragazza del pubblico. Questo brano è un' ode a coloro senza le quali il rock n' roll e la musica live tutta sarebbero ben poca cosa, un omaggio all'abbandono estatico che solo quel misto di innocenza e maturità propriamente femminile possono provare. Quando il sogno del principe azzurro è stato infranto e viene sostituito con un più realistico  ribelle del rock, una persona onestamente piena di difetti ma che grazie al suo carisma può offrire l'illusione di una passione che regala attimi di meraviglia ed abbandono con un senso di fragilità che risveglia istinti protettivi e materni. Il pianoforte e la voce sono i protagonisti assoluti, gli accordi maggiori e speranzosi vengono spezzati da brevi momenti di dissonanza con chiavi minori e diminuite che danno tridimensionalità carnale all'estasi. Un gioiello di apparente semplicità che finge di essere banale per puntare dritto all'emozione. Un martellante pianoforte e atmosfere da cabaret ci portano a "Star" dove la maschera dipintaci è quella di chi vuole fuggire dalla realtà grazie al suo essere (o meglio, voler essere) una Rock Star. Il pezzo è indubbiamente influenzato dallo stile di Mark Bolan coi suoi T.Rex ed alterna pianoforte e cori in falsetto a brevi bordate selvagge di chitarra elettrica. Un brano breve, diretto e con un arrangiamento ben curato ma che, a nostro avviso, risulta leggermente più debole degli altri, pur avendo nell'economia narrativa un buon ruolo grazie al testo. "Hang On To Yourself" è una vera e propria mazzata sonora (in relazione all'epoca dell'uscita) e si può considerare una sorta di anticipazione di quello che qualche anno dopo sarà il punk rock. Un groove alla Chuck Berry velocizzato e prosciugato della sua componente blues lanciato ad una velocità che all'epoca non era certo comune. La chitarra è assoluta protagonista con la sua aggressività affilata mentre il basso tiene coeso il tutto con fraseggi veloci che danno il senso "danzereccio" al tutto. Il testo è schietto e diretto nel suo essere metaforico "We can't dance, we don't talk much, we just ball and play But then we move like tigers on Vaseline Well the bitter comes out better on a stolen guitar You're the blessed, we're the spiders from Mars" Un manifesto Rock n Roll auto-referenziale , "tamarro" al punto giusto, sornione ed ammiccante. Un pezzo nato per dare la carica e rallegrare, non per nulla era spesso utilizzato come "opener" dei live shows nel tour promozionale del disco. Dopo ben 8 brani, arriva la title-track in cui per la prima volta si parla esplicitamente di "Ziggy Stardust" e lo si fa al passato. L'ascesa e la caduta sono già avvenute e il narratore ce ne rende partecipi. In un solo brano viene riassunta la storia della "Rock Star venuta dallo spazio", il suo talento, il suo magnetismo animale, il suo successo e la sua inevitabile decadenza. Musicalmente il brano è un corposo rock a tinte pop (nel senso buono del termine) e ha tatuato su se stesso fin dal riff iniziale la parola "Classico". Le melodie vocali accompagnate dalla chitarra -ora massiccia e distorta ora soavemente acustica - sono dirette e di immediata assimilazione. Come per tutto il resto dell'album, la componente teatrale è ben presente e rende ogni passaggio estremamente teatrale e pieno di vita. Un epicità squisitamente glitterata. Come per sdrammatizzare e dare un'ultima pillola di adrenalina prima della conclusione, arriva l'Heavy Boogie Woogie di "Suffragette City". Un pezzo energico, diretto, scanzonato decisamente "live" nel suo incedere. Il protagonista del brano è un'icona di menefreghismo e decadenza a cui interessa solo di passare il proprio tempo nella città delle Suffragette. Questo termine indicherebbe le esponenti di un arcaico movimento di emancipazione femminile teso al raggiungimento del diritto di voto per le donne ma la connotazione che si evince dal brano è più quello di ragazze indipendenti ed emancipate più che altro in senso puramente sessuale. Il brano ha una struttura semplice e ritmo e melodie accattivanti, cori azzeccatissimi e fraseggi di saxofono e chitarra che danno al tutto un colore acceso e pieno di vita dipingendoci con maestria la spavalderia ed il menefreghismo  di una decadenza vissuta per scelta. Arriva quindi il finale dell'opera, il sipario si chiude sulle note di "Rock 'n' Roll Suicide". La sola chitarra acustica spegne il silenzio ed accende un ideale "occhio di bue" sul cantautore che con fare teatrale ci canta della fine per scelta o per coincidenza. Un minuto in cui l'artista è solo prima di essere raggiunto dalla band che accompagna senza snaturare l'incedere iniziale, come compagni di viaggio che si affiancano al leader che cammina per la sua strada, dando forza al suo messaggio senza prevaricarlo. Il dramma del brano diventa speranza e condivisione nel suo proseguire "Oh no love! you're not alone Youre watching yourself but you're too unfair" Questo pezzo è la voce dei senza voce, è la culla dei disperati?l'esatto contrario del suicidio rock n roll del titolo. "You're not alone No matter what or who youve been No matter when or where youve seen" La consolazione di non essere soli nella propria unicità?che alla fine siamo tutti parte di qualcosa. Come quando all'inizio del disco, in "Five Years" ci si rende conto dell'importanza degli altri di fronte alla prospettiva della fine. La canzone ha una potenza drammatica che fluisce in speranza e sicurezza. Strumenti Rock ed orchestrali si sovrappongono, cori maestosi seppur timidi ed una voce solista che grida, canta, piange e con una profondità attoriale ci coinvolge in questo gran finale di dolce amara speranza. "Gimme your hands cause you're wonderful" Nessuna paura. Non c'è bisogno di essere troppo severi con noi stesi. Diamoci le mani. Siamo tutti meravigliosi. ...e così termina questa fantastica Rock Opera, un viaggio spacciato per spaziale, immaginario ed alieno che è servito a dirci quanto di più terreno, intimo  ed umano David Bowie aveva da dirci...il tutto dietro ad una affascinante e fragile maschera.



 


 1) Five Years
 2) Soul Love
 3) Moonage Daydream
 4) Starman
 5) It Ain't Easy
 6) Lady Stardust
 7) Star
 8) Hang On To Yourself
 9) Ziggy Stardust
10) Suffragette City
11) Rock 'N' Roll Suicide

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