DAVID BOWIE

Space Oddity

1969 - Philips Records

A CURA DI
VALENTINA FIETTA
04/12/2012
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Recensione

"Non è un disco. È un’esperienza. Un’espressione della vita come gli altri la vedono. I testi sono pieni della grandeur di ieri, dell'immediatezza di oggi e della frivolezza di domani. Merita attenzione”. Stavolta è cosi che la rivista britannica “Music Now!”, tra le più quotate degli anni Sessanta, appuntava in un trafiletto dopo l’uscita del secondo album di David Bowie “Space Oddity” del 1969. Se la prima realease era un disco acerbo musicalmente ma con alcuni buoni spunti, il secondo album inizia a solcare nuovi lidi a livello non solo di testi ma anche di composizione (vi troviamo difatti un’atmosfera a metà fra il folk ed il vaudeville della prima realease e quella che sarà il rock più incisivo del successivo The Man Who Sold the World). Nelle melodie sinuose e nella strumentazione classica vi sono indizi del movimento progressive che cominciava a fiorire in quel periodo, pur senza l'enfasi e la tracotanza spesso associata al genere. L'influenza dominante resta comunque quella di Bob Dylan, del quale risuonano nel disco echi dei primi lavori, il suono "spigoloso" delle chitarre folk, gli assoli di armonica e i versi di protesta. Una cosa è sicura: la mente vivace e curiosa di Bowie continua a oltraggiare i luoghi comuni, l’abitudine, la mediocrità e il risultato sono testi originali, critici, disillusi, ironici, descrittivi... a tratti anche malinconici e romantici. I riferimenti autobiografici sono più evidenti rispetto al disco debutto e mentre gli album successivi si rivolgeranno ad aree più profonde e oscure della psiche di Bowie, le canzoni contenute in Space Oddity suscitano un'impressione di sincera confessione. In effetti per leggere le coordinate artistiche di questo secondo lavoro è  necessario far riferimento a due situazioni vissute da Bowie in quegli anni: il fallimento della sua relazione con la fidanzata Hermione Farthingale e sua rabbia per l’inglorioso declino del movimento hippy. Come reagire? Per Bowie in due parole: isolamento, alienazione. Vediamo come, in ogni pezzo. Siamo nel 1969, anno in cui ebbero inizio le prime esplorazioni spaziali, l’anno in cui Neil Armstrong mise piede sulla Luna. Questa impresa ebbe un impatto sismico sul giovane artista inglese: per la prima volta l’uomo supera i limiti fisici e della conoscenza, vince la scommessa col tempo e con lo spazio e diventa celebre. Nel 1969 il senso comune della gente tocca con mano cosa significa  potere, ambizione, progresso; allo stesso tempo però inizia il mondo della “celebrità sui giornali” (come dirà Bowie in seguito). La celebrità è uno spazio bizzarro e effimero, da qui appunto il titolo del disco e del pezzo “Space Oddity”: una riflessione sul carattere vano e transitorio della fama. Far above the world /Planet Earth is blue/ And there's nothing I can do/... And the papers want to know whose shirts you wear/Now it's time to leave the /capsule if you dare... ("Lontano sopra il mondo/Il pianeta Terra è triste/ E non c'è niente che io possa fare... E i giornali vogliono sapere che marca di camicia porti/ E' arrivato il momento di lasciare la capsula se te la senti). L’intro ci porta già dentro a questo sorta di centrifuga di malessere e tristezza: l’avvio è scandito dalla sinistra voce di un Bowie perso nello spazio, da uno struggente refrain trascinato dal mellotron di Rick Wakeman, e una coda strumentale dissonante quasi psichedelica. Tutta l’atmosfera è attutita, vaga, lontana. Lo stile, l'arrangiamento e anche il testo sicuramente devono molto ai modelli folk rock americani di fine anni sessanta (fa tornare alla mente il mood dei Bee Gees) ma nel complesso un pezzo scorrevole che diventerà uno dei più noti dell’artista inglese. Si prosegue con "Unwashed and Somewhat Slightly Dazed" un pezzo che esprime in qualche modo il disagio di un giovane, tormentato dall’insicurezza per l’opinione che ha di lui la gente e la sua ragazza, che appartiene ad una classe sociale più elevata. (La tematica del disadattamento è un leitmotiv dell’intera discografia di Bowie, cito ad es. il pezzo Uncle Arthur del primo disco). Ascoltiamo nella sostanza ad un lungo e rabbioso brano ispirato a un mondo fatto di pacifismo, hippy e canzoni di protesta, presenta alcuni tra i versi più incisivi della prima produzione di Bowie: i bersagli della sue invettive sono i simboli del capitalismo e del privilegio (banchieri, carte di credito, costosi quadri di Braque), disseminati lungo il testo della canzone. Il pezzo è nella sostanza un rock- folk con qualche inserto perfino indie, e presenta un meritevole assolo di armonica di Benny Marshall (voce solista dei Rats) che regala al pezzo un senso di dinamicità e spensieratezza che se si accorda con lo stile della Beat Generation dall’altro cozza col testo cupo e sinistro “I'm a phallus in pigtails/And there's blood on my nose/ And my tissue is rotting/ Where the rats chew my bones...And I know what a louse like me in his house could do for you/ I'm the Cream/ Of the Great Utopia Dream/ And you're the gleam/ In the depths /of your banker's spleen”( Sono un fallo con le treccine/ E ho il sangue sul naso/E la mia carne marcisce/ Dove i topi mangiano le mie ossa… E io so cosa potrebbe fare per te un pidocchio come me in casa sua/ Io sono la Crema /Del Grande Sogno dell'Utopia. /E tu sei il bagliore /Nelle profondità/ della vostra tristezza di banchieri). Non stupisce che dopo queste pesanti critiche ai costumi della società il terzo brano sia “Don’t Sit Down” (Non sederti), pezzo "usa e getta" (della durata di circa 40 secondi) comincia con Bowie che canticchia prima di scoppiare in una risata. Come a dire: dopo lo shock delle mie rivelazioni, troverai ironia, ma non fermarti alle apparenze. La quarta canzone è la più intima dell’album,"Letter To Hermione", indirizzata come accenato nell’introduzione a Hermione Farthingale, compagna, musa ispiratrice e collaboratrice di Bowie che abbandonò il cantante in quell’anno.”They say your life is going very well/They say you sparkle like a different girl/ But something tells me that you hide/When all the world is warm and tired/You cry a little in the dark /Well So Do I... Dicono che la tua vita va a gonfie vele /Dicono che brilli come se tu fossi un'altra /Ma qualcosa mi dice che ti nascondi /Quando tutto il mondo è caldo e stanco/Piangi un po' al buio/ Be cosi faccio anche io..) La malinconia riflessiva di David non cede mai il passo alla banalità e si affida ad un bel giro armonico di chitarra e alla sua voce, qui più sincera ed espressiva che mai. Se nei dischi successivi inizierà ad farsi sentire una certa maschera artificiosa anche nel timbro qui ancora si respira la purezza di un giovane col cuore spezzato. Chapeau. Non ci si perde troppo nei meandri privati di Bowie, che nella quinta track “Cygnet Committee” riprede coi suoi moniti ed avvertimenti diretti alla gente perché diffidi sempre dei leader che vogliono  guidare una società con la pretesa di possedere l’unica verità, l’unica soluzione. Per tanto l’occhio con cui dobbiamo vedere la canzone come il manifesto delle pericolose relazioni tra moda, carisma, celebrità, pratiche messianiche e estremismo politico. Va precisato che quattro anni prima, Bob Dylan aveva lanciato il suo famoso avvertimento a "non seguire i leader" e qui Bowie ribadisce il concetto con più forza e vigore. Il rifiuto delle figure dei guru è un altro leitmotiv che sarà presente nei testi di Bowie fin dai  primi anni settanta, in particolare modo ad esempio nel disco “Diamond Dogs” del 1974. Cignet Committee è una lunga e complessa composizione venne sviluppata partendo dal demo acustico registrato con John Hutchinson e intitolato Lover to the Dawn (anche se in quella versione mancavano l’intensità ritmica, la complessità musicale e lo sfogo anti-hippy presenti nel brano dell’album). Da un punto di vista vocale si inzia ad apprezzare un diverso stile interpretativo di Bowie. Se nell’album precedente c'erano pochi momenti lirici a voce piena, che ricalcavano tra l'altro ancora i suoi modelli musicali (soprattutto Elvis e Anthony Newley), qui il cantante mantiene un tono baritonale ma personalizza la voce e nè sfrutta le particolarità. A perfetto intermezzo segue nuovamente un pezzo dedicato a una donna,”Janine”: un allegro, spensierato brano folk affidato sta volta all’accordo vincente tra il basso di Tony Visconti e la chitarra di Keith Christmas (che si occupa anche dei cori nel refrain). Un pezzo dinamico, frizzante che non manca di punte divertenti e solari negli arrnagimenti e nei cori. Le donne lasciano sempre una traccia e lo testimonia ancora “An Occasional Dream”, un altro pezzo-riflessione su Hermione dal cui ricordo Bowie pareva essere ossessionato. Il brano segue lo stesso percorso di Letter to Hermione, lamentando l’implacabile marcia del tempo e sperando che sia proprio il suo incedere a riportare un po’ di pace nell’anima di tutte le anime in pena dopo un distacco “In our madness/ we burnt one hundred days/ time takes time to pass/and I still hold some ashes to me” (Nella nostra follia/ abbiamo bruciato un centinaio di giorni/ Ci vuol tempo per far passare il tempo/ e ne conservo ancora le ceneri). La disperazione intrisa di anche qualche spiraglio di speranza e di lungimiranza è interpretata dalla chitarra in acustico e dai flauti soavi che sembrano riempire l’amotsfera altrimenti solo melanconica. La voce di Bowie non appare tremolante, ma decisa e assume toni rassicuranti anche se un po’ monocorde. Non è certo un pezzo di spessore artistico, ma di sicuro un pezzo composto per ‘guarire’ da questa malattia chiamata “distacco”. Segue a mio avviso il vero capolavoro del disco, “Wild Eyed Boy From Freecloud”. La versione originale, prevalentemente acustica vede oltre che Bowie alla chitarra, Paul Buckmaster al violoncello. L'epica combinazione di flauto, violoncello, arpa e una sezione fiati che sembra librarsi nell'aria accompagnano l'interpretazione di Bowie di uno dei suoi migliori testi scritti fino a quel momento. Per parlare della tematica userei le stesse parole di Bowie: “Il "ragazzo dagli occhi selvaggi" vive su una montagna e ha sviluppato un suo leggiadro stile di vita. Ama la montagna e la montagna ama lui. Penso che lo si potrebbe definire una figura profetica. Gli abitanti del villaggio disapprovano le cose che dice e decidono di impiccarlo. Lui si rassegna al suo destino, ma la montagna cerca di aiutarlo distruggendo il villaggio. Così, di fatto, ogni cosa che dice il ragazzo viene male interpretata, sia da chi ha paura di lui che da chi lo ama e cerca di aiutarlo”. Da qui resta a voi lettori comprendere quanto la tematica del buddismo, dell’isolamento, del mistico rientrino nel pezzo. Quello che è certo è che diventerà un biglietto da visita dell’artista britannico, sempre “in progress”. Per non staccarsi troppo a livello astratto, Bowie torna con la penultima track "God Knows I'm Good" alla dimensione di cantastorie e si tratta in definitiva di un racconto, con una straordinaria espressività, circa la storia di una donna sorpresa a rubare in un supermercato in quanto non abbiente. Di fronte alle accuse lei ribadisce che “God Knows I'm Good”, come se l’unica fonte di legittimazione non sia più il alto umano delle persone ma quello divino, la Provvidenza. Ancora una volta emergono le tematiche del disagio sociale, della mistificazione, la critica al capitalismo e ai falsi miti che tramette alla società. Questo sfolgorante e coloratissimo patchwork di immagini e suggestioni country e sinfoniche si chiude con "Memory Of A Free Festival": è il racconto della fine delle ideologie hippy, è la celebrazione disillusa dell'ultima festa dell'estate, dove l'organo saluta le dolci visioni di Bowie e il sole cala per sempre posando i suoi vibranti raggi su un affresco dove Peter Pan e Capitan Uncino si inseguono spensierati, dove parliamo con i Venusiani, dove senza catene attraversiamo la terra di Dio mentre il cielo di Londra riposa nelle nostre mani...Eccoci arrivati al termine. Space Oddity non è l'album essenziale che alcuni vorrebbero sostenere, ma neppure è deludente come altri suggeriscono. La sua incoerente direzione, oscillante tra intenti di riflessione privata e tentativi di rovesciare invece l’ordine delle cose, gli impedisce di guadagnare l’accredito di ”disco essenziale”; ma le sue gemme più lucenti - vale a dire “Cygnet Committee”, “Unwashed and Somewhat Slightly Dazed”, e la title track riescono a bilanciare le cose, e in ultima analisi rendono il disco piacevole anche se ancora “difettoso” all’ascolto. Anche qui ad ogni modo si aggiunge un altro tassello alla maturità di Bowie, e soprattutto si aggiunge un tassello complesso a quel binomio persona-personaggio.


1) Space Oddity
2) Unwashed and Somewhat Slightly Dazed
 (Don't Sit Down)
3) Letter to Hermione 
4) Cygnet Committee 
5) Janine 
6) An Occasional Dream 
7) Wild Eyed Boy From Freecloud 
8) God Knows I'm Good 
9) Memory of a Free Festival 

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