DAVID BOWIE

Reality

2003 - Iso/Columbia

A CURA DI
FRANCESCO PASSANISI
14/12/2012
TEMPO DI LETTURA:
5

Recensione

La storia del Rock è piena di personaggi importanti ed innovativi che hanno rivoluzionato il mondo della musica e soprattutto il modo di rappresentarla sul palco e nella vita. La sfrontatezza di Elvis Presley e Mick Jagger, la ribellione hippy di John Lennon e Jimi Hendrix e l'istrionicità di Freddie Mercury hanno lanciato mode, fatto arrabbiare, divertire, scioccato i ben pensanti e dato una scossa alla società che ne è uscita profondamente cambiata dalle parole e dalle azioni di questi grandi uomini di spettacolo che sono la personificazione del concetto di frontman. Ma il re dei frontman, degli istrioni da palco, degli innovatori dell'arte rimane sempre lui, David Robert Jones, più conosciuto con lo pseudonimo David Bowie. Nel corso dei suoi 36 anni di carriera, Bowie ha fuso musica, teatro e pop-art in un cocktail copiato da moltissimi artisti con risultati che hanno solo sfiorato la perfezione di cui solo lui sembra conoscere la ricetta, creando personaggi come Ziggy Stardust, Halloween Jack e il Duca Bianco (Che diventerà il suo soprannome) che sono rimasti impressi nella storia. Musicalmente Bowie ha sondato svariati territori, passando dall'hard rock al glam rock, dal Krautrock all'elettronica con risultati altalenanti, soprattutto nell'ultimo ventennio che ha visto la parabola musicale di Bowie iniziare una lenta ed inesorabile discesa, quasi fisiologica dopo capolavori come "Aladdin Sane" o "Heroes", che con "Heathen" ha mostrato una mancanza di idee quasi imbarazzante. Ad appena un anno di distanza dal succitato album ecco arrivare "Reality", presentato in pompa magna in uno spettacolo interattivo proiettato nei cinema di tutto il mondo nel quale lo stesso musicista rispondeva in tempo reale alle domande poste dai suoi fan. L'album si apre con sintetizzatori elettronici che ci riportano alla trilogia berlinese del Duca Bianco, introducendoci il singolo "New Killer Star", pezzo talmente orecchiabile e godibile da sfiorare nel ruffianismo che mostra fin da subito la debolezza di quest'album. Per buona parte dell'album assistiamo ad un insieme di autocitazioni, un riciclo di idee provenienti da periodi ben più felici della carriera musicale dell'artista inglese con aggiunte che mostrano la carenza di idee nuove di buona fattura, finendo per rovinare perfino quella che avrebbe potuto essere un'onesta operazione di autocitazionismo come tante se ne continuano a sentire da artisti che ormai sono la pallida ombra di se stessi, quel dischetto che vende solo grazie al nome stampato in copertina. "Pablo Picasso" è la tipica "cover alla Bowie", ovvero un pezzo scritto da altri (in questo caso i Modern Lovers) completamente stravolto nella sua essenza ed adattato alle sonorità tipiche del teatrale Bowie. Dimenticando l'esistenza dell'originale, di qualità nettamente superiore, il pezzo risulta godibile soprattutto nelle sezioni più arabeggianti e con la simpatica idea di inserire il mitico Stilofono (uno dei primi sintetizzatori ad usare un sistema di comando diverso dalla normale tastiera da pianoforte) che risolleva un po' l'andamento di un pezzo mediocre, dove perfino l'interpretazione vocale di Bowie, da sempre uno dei suoi punti di forza, sembra persa in una produzione eccessivamente pomposa che è proprio la pecca maggiore dell'album. Per quanto sia tecnicamente ineccepibile (certamente un'artista come Bowie non lavora in cantina) per quanto riguarda la fedeltà del suono e la sua pulizia, gli arrangiamenti eccessivi, le tonnellate di cori ed effetti vari su tutti gli strumenti finiscono per mettere ancora più in mostra la mancanza di idee che costituiscano le fondamenta che reggerebbero questa complessità di arrangiamenti. Quello che è stato fatto da David Bowie e Tony Visconti tra le mura dei The Looking Glass Studios di New York è stato tentare di costruire il grattacielo più alto del mondo poggiandolo su travi portanti fatti da stecchini impilati con lo scotch. "Never Get Old" è un pop-rock il cui intro sembra uscito da un album di Sting (Solo che quest'ultimo ha fatto del pop-rock il suo habitat naturale e ci vive da Re come un leone nella savana) e che si eleva solo nel ritornello comunque noioso ma che si salva grazie ad un Bowie che vocalmente "torna a fare il Bowie" sfruttando il suo ampio range vocale ed un cambio di tonalità azzeccato per donare quella carica interpretativa che solo lui riesce a dare. "The Loneliest Guy" è il pezzo più valevole dell'album, una bella ballad pianoforte-voce accompagnata da suoni di chitarra che sembrano arrivare dai felici tempi di "The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spider from Mars" dove il cantante mette in luce quella capacità interpretativa che ne ha segnato il successo riuscendo ancora una volta ad arrivare dritto al cuore dell'ascoltatore. "Looking for Water" sembra un'interessante tentativo di Pop-Hard Rock dove la chitarra acquista importanza e la base ritmica si muove su ritmi sostenuti tipici dell'Hard Rock fino a portarci ad un breve assolo (che in realtà non è altro che il riff che segue la voce di David per tutto il pezzo), ma viene tutto affogato dalla solita pomposità di cori e sintetizzatori che stonano il quadro come colori messi a caso su un disegno già scadente. "She'll drive the big car" ci porta a cavallo tra folk rock ed elettronica finendo col darci un'immagine ben precisa e purtroppo poco rassicurante. Bowie è un naufrago che si è avventurato nell'oceano con una barca a vela che governa a fatica senza una direzione da seguire, raccattando quello che trova durante questa deriva tentando di costruirci qualcosa di utile. "Days" scade di nuovo nel ruffianismo con un pezzo godibile ma semplice semplice, poche idee riunite in qualcosa che però finalmente non cerca di sembrare un grattacielo a 20000 piani ma si accontenta di mostrarsi come quello che è, una casetta di campagna piccolina ma curata. Già il titolo di "Fall Dog Bombs the Moon" ci fa ben sperare per un ritorno alle tematiche fantascientifiche che fecero la sua fortuna negli anni '70 ed in effetti il risultato è un pezzo godibile, lontano mille anni luce dall'era di Ziggy Stardust, ma che si eleva comunque al di sopra della mediocrità dell'album. L'eccessiva pomposità dell'album torna a farsi sentire in "Try Some, Buy Some", "cover alla Bowie" di un pezzo minore di George Harrison, affogata in orchestrazioni prevedibili e fuori luogo che suonano una fanfara inutile per un pezzo che tenta di raggiungere la teatralità di un tempo fallendo miseramente. "Reality" mi fa quasi gridare al miracolo, finalmente un pezzo con una direzione ben precisa e idee che finalmente si possono definire ottime. Bowie riprende finalmente il suo lato Hard Rock con un pezzo ritmato e veloce, dove gli arrangiamenti si limitano ad un coro che è comunque sopportabile visto che finalmente poggia su una base solida, ridandoci un picco qualitativo che mancava da "The Loneliest Guy" e confermandosi il secondo pezzo migliore di quest'album povero. A chiudere il disco troviamo "Bring me The Disco King", traccia dove Bowie esplora i territori Jazz che sono stati la colonna sonora della sua infanzia. Le spazzole sulla batteria e il pianoforte jazz costituiscono un'ottima base che permette al cantautore inglese di esibirsi in un cantato suadente di rara finezza mostrandoci, almeno alla fine, che la classe non è mai acqua, anche quando è colpita da una cronica mancanza di idee. "Reality" è un album debole con poche idee e pochi spunti (tirando le somme, si salvano 5 pezzi se vogliamo essere ottimisti e positivisti, 2 se invece siamo più negativi). Forse per Bowie è sempre stato così, la sua istrionica teatralità che sfocia quasi nella megalomania ne ha amplificato a dismisura un'immagine che sarebbe stata quella di un onesto musicista di medio livello capace, ogni tanto, di qualche spunto degno di nota. Resta il fatto che, volente o nolente, Bowie è stato una delle figure più importanti della storia della musica, un uomo capace di fare dell'arte un commercio e del commercio un'arte raccogliendo attorno a se un'immensa schiera di fan adoranti proiettandosi nell'Olimpo del Rock.


1) New Killer Star 
2) Pablo Picasso
(Modern Lovers cover)
3) Never Get Old 
4) The Loneliest Guy 
5) Looking for Water 
6) She'll Drive the Big Car 
7) Days 
8) Fall Dog Bombs the Moon 
9) Try Some, Buy Some
(George Harrison cover)
10) Reality 
11) Bring Me the Disco King 

correlati