DAVID BOWIE & TREVOR JONES

Labyrinth: Original Soundtrack

1986 - EMI

A CURA DI
ANDREA ORTU & ANDREA CERASI
28/03/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

.Non sempre un buon prodotto artistico ottiene subito il meritato successo. Ad esempio avviene a volte che un film, a prescindere dall'oggettiva qualità della messa in scena, non venga immediatamente compreso ed apprezzato. In alcuni casi, tale film può trovare la sua consacrazione col passare degli anni, di solito per l'intrinseco spessore del suo contenuto artistico, ma soprattutto per imprevedibili contingenze nell'immaginario collettivo. Ecco dunque che un prodotto inizialmente ignorato, se non sbeffeggiato, dal pubblico o dalla critica, diviene fenomeno di massa, oggetto di culto e, non ultimo, remunerativo prodotto di consumo - elemento che naturalmente influisce sulle scelte dell'intero mercato cinematografico. Quando ciò avviene, quel film è detto: cult. Tuttavia, tra le pellicole in grado di fregiarsi di tale titolo, esistono differenze enormi e sostanziali. In generale potremmo in effetti suddividere questi film, entrati di diritto nel costume popolare, in due categorie: i fenomeni di nicchia, ed i fenomeni pop. Entrambi rappresentano un punto cardine, nello stabilire le direzioni della coscienza collettiva - dei suoi parametri estetici e perfino ideologici; ma mentre i primi vanno a far parte di una categoria culturalmente ben definita, finendo per rappresentare un unicum a livello estetico e mediatico, i secondi, invece, incontrano i gusti della gran parte della collettività, riuscendo a cogliere un sentire comune dal respiro più ampio e più accessibile. Fenomeni di nicchia sono ad esempio: Fuga da New York, Heavy Metal e The Warriors, il cui messaggio e la cui estetica hanno forgiato elementi culturalmente definiti, riuscendo ad influenzare la società tutta attraverso un filtraggio lento e capillare. Fenomeni pop invece sono, per fare un esempio: Star Wars, Star Trek, E.T., Ritorno al Futuro e Ghosbusters. Nonché il film di cui stiamo per parlare, Labyrinth, con David Bowie ed una giovanissima Jennifer Connelly. Le pellicole - anzi, i brand - che ho citato hanno storie molto diverse tra loro: alcune hanno goduto di immediato successo, altre no, ma tutte sono dotate di un immaginario talmente unico ed accattivante da riuscire a penetrare qualsiasi barriera sociale. Soprattutto, ognuno di questi brand è riuscito non già - o non solo -  ad esprimere un messaggio in particolare, o un determinato filone culturale, ma ad incontrare il sentire più profondo dell'individuo, del pubblico, e dell'intera società; di solito in senso squisitamente estetico, talvolta, invece, andando ben più in profondità. Ebbene, il percorso di Labyrinth è indicativo di ognuna delle categorie citate fin'ora. Figlio della sinergia tra artisti diversissimi fra loro, questo cult del genere fantasy si guadagnò alcune eccellenti recensioni, da parte della critica, ma anche alcuni autorevoli pareri alquanto negativi. Cosa ben peggiore, ottenne un pessimo riscontro di pubblico, risultando decisamente un flop al botteghino: meno di tredici milioni d'incassi contro i venticinque di budget. Facile, col senno di poi, inveire ad una supposta quanto inconsistente mancanza di sensibilità da parte del pubblico. La verità è che Labyrinth, i suoi difetti, li ha eccome. Difetti in senso lato, ovvio, ma indicativi per capire il motivo dell'iniziale insuccesso della pellicola. Immaginate di non avere alcun tipo di nostalgia nei riguardi del film, e di portare vostro figlio a guardarlo col presupposto di godere del solito, spassionato filmetto per bambini; immaginate quindi di ritrovarvi di fronte ad una storia troppo infantile, per voi, ma al contempo troppo stratificata e macchinosa per un ragazzino, e caratterizzata peraltro da un ritmo lento e costante, piuttosto che vivace e sostenuto. Una dinamica che il regista del film, Jim Henson, non fu evidentemente in grado non solo di immaginare, ma nemmeno d' accettare, giacché l'insuccesso del suo capolavoro rimase per lui motivo di profondo rammarico - e perfino, si dice, di derive depressive. Una considerazione assai più amara, tenendo conto che Henson morì solo quattro anni dopo l'uscita del film, nel 1990, senza aver mai conosciuto il riscatto che la sua creatura avrebbe guadagnato col tempo. Il problema di Labyrinth fu, molto probabilmente, legato all'immagine che ne diedero produzione e media, entrambi concentrati sulla sarabanda di pupazzi e siparietti, piuttosto che sulla sua profondità come racconto di formazione - assolutamente godibile e finanche commovente per un adulto, e di enorme fascino per bambini e adolescenti. Ci vollero dunque tempo e pazienza, e soprattutto nuove dinamiche, affinché il riscatto potesse avvenire. Da una parte un prodotto come Labyrinth, seppur fallimentare, finì per influenzare il linguaggio del panorama artistico dell'epoca, che implicitamente creò i presupposti cognitivi affinché il pubblico potesse rivalutarne lo spessore. Dall'altra parte, fu il mercato stesso a porre concrete basi per una graduale ma implacabile riscoperta dell'opera, proponendola al pubblico sia in formato home video, motivo di riscatto per un'infinità di ottime pellicole, sia come tradizionale appuntamento natalizio in televisione. Insomma, un po' come tanti altri film pensati per lo stesso target d'età, da "Hook: Capitan Uncino" a "Mamma ho Perso l'Aereo". Un meccanismo tutt'altro che nuovo, proprio di tanti altri pesi massimi della cultura pop; Star Trek, ad esempio, fu stroncato alla terza stagione e riscoperto negli anni, grazie alle più lungimiranti politiche delle TV private. Dinamiche diverse, ma risultati analoghi, per The Warriors e tanti, tanti altri capisaldi. Oggi, a distanza di trent'anni, Labyrinth gode di quella considerazione che gli fu negata all'inizio, vantando indiscutibilmente lo status di "film cult". Vediamo allora più da vicino il film, e con esso i talenti che ne hanno costruito i presupposti. Questo gioiellino di cinema per ragazzi è la storia di una adolescente, Sarah Williams, decisamente benestante, viziata e convinta che i suoi genitori, che l'hanno cresciuta dentro una cupola dorata, ce l'abbiano con lei e le preferiscano il fratellino, il piccolo Toby, di circa un anno. In fuga dalla sua piccola realtà, Sarah si circonda di pupazzi ed amici immaginari, d'arte surrealista e di letteratura fantastica e romantica. Purtroppo per lei, gli impegni  dei genitori la costringono a rimanere coi piedi a terra, incastrata a casa a guardare il fratellino, su cui la ragazza riversa tutte le sue piccole grandi frustrazioni. Jennifer Connelly, appena sedicenne ma reduce da pellicole del calibro di "C'era una Volta in America" e "Phenomena", rispettivamente di Sergio Leone e Dario Argento, interpreta su Labyrinth una protagonista dal sapore un po' ambiguo, agrodolce. Da una parte lo spettatore ne avrà in odio l'iniziale acidità, per quanto giustificata da un età complicata ed acerba, mentre dall'altra parte identificarsi in Sarah, nel suo percorso interiore pieno di dubbi e di paure, verrà automaticamente come la cosa più naturale al mondo. Sarà proprio il legame tra le frustrazioni di Sarah e l'invidia per il fratellino, a far partire gli eventi che catapulteranno la protagonista e lo spettatore in un mondo alternativo, un universo parallelo uscito da vecchie ed inquietanti favole per bambini, pieno di goblin, fate, ed un'infinità di altre creature - tutte  magistralmente realizzate con un mix di animatroni e grafica digitale. Durante le fasi preliminari di produzione c'erano diverse idee, riguardo l'identità del protagonista e la sua provenienza storico-geografica: poteva essere un re in cerca di suo figlio, colpito da un maleficio, oppure la principessa di un mondo fatato, o ancora una giovane donna dell'Inghilterra vittoriana. Alla fine la scelta ricadde invece su una normale ragazza americana, d'epoca contemporanea. La soluzione era dovuta, ovviamente, alla necessità di avvicinare gli spettatori alla protagonista del film. Ma se guardiamo meglio tra le righe dell'opera, avremo chiaro come le precedenti idee abbiano finito tutte col far parte, in un modo o nell'altro, del background della pellicola. L'enorme villa dei genitori di Sarah, il suo stile di vita definibile nemmeno alto-borghese, ma addirittura aristocratico, riportano immediatamente alle atmosfere fiabesche più classiche, alle storie di principesse e cavalieri, di gnomi, orchi ed altre creature fantastiche. Perfino il pigiama della protagonista sembra uscito, più che dai grandi magazzini, dalla bottega del sarto di corte. Non ultimo poi il rapporto tra Sarah e la matrigna che, pur lungi dall'essere come le matrigne delle favole, viene percepita come tale dalla ragazzina e dalle sue manie di persecuzione. Insomma, decisamente una moderna favola. Questo mondo dell'incredibile, quest'universo di figure a cavallo tra il buffo ed il grottesco, tra il divertente e l'orrorifico, proviene tutto dalla mente e dalle matite di Brian Froud. Influenzato dai racconti popolari e dalle leggende della sua madrepatria, la Gran Bretagna, Froud ha dato vita ad un mondo tutto suo, popolato da fate dispettose, goblins ed un'infinità di strane creature. Insieme a lui sua moglie Wendy, che arricchisce il mondo della fantasia dando forma e volume ai disegni del marito, trasformandoli in bambole e pupazzi di raffinatissima fattura. Insieme, i coniugi Froud mettono in scena una realtà dove tutto è possibile, un luogo a cavallo tra le antiche leggende gaeliche e le spietate fiabe dei fratelli Grimm, ove l'infanzia è il tempo dei misteri e delle paure, dell'ingenua curiosità di scoprire un mondo fatto di meraviglie mozzafiato, ma anche di indicibili, mortali orrori . Prima di lavorare a Labyrinth, Brian e Wendy avevano già prestato la loro maestria, e l'incredibile fantasia, ad altre rimarchevoli opere; ad esempio, Wendy aveva ideato la gran parte dei personaggi alieni di Star Wars: The Empire Strikes Back (L'impero Colpisce Ancora), tra cui l'ormai leggendario Yoda, e sia lei che il marito avevano collaborato a The Dark Crystal, pellicola fantasy dell'82 divenuta anch'essa classico del suo genere. Proprio a quel periodo risale la prima collaborazione tra la coppia e Jim Henson, che di The Dark Crystal era co-regista e produttore. A quei tempi, Henson vantava già fama internazionale, grazie ad uno degli show più famosi e longevi della storia della tv: The Muppets. Difficile trovare un americano che non conosca Miss Piggy, o Kermit la rana, così com'è difficile trovare un brand che riesca a sopravvivere, praticamente intatto, a oltre cinquant'anni di spettacoli. Nell'86, Jim Henson era un professionista già affermato da almeno trent'anni, forte dell'esperienza acquisita in campo televisivo grazie alla nota serie Sesame Street, oltre ovviamente il suo Muppet Show e i numerosi progetti paralleli. Con alle spalle una carriera di successo, e galvanizzato dagli ottimi risultati di The Dark Crystal, Henson si mise dunque all'opera sul progetto più ambizioso della sua vita: Labyrinth. L'immaginario di Brian, unito alla manualità ed alla visione di sua moglie Wendy, sembrano sposare divinamente le competenze di Henson, che grazie a quest'incredibile sinergia riesce a dar vita ad animazioni a dir poco uniche, mai viste fino ad allora. I pupazzi si muovono con naturalezza disarmante, mentre le espressioni facciali destano meraviglia ancor oggi, tanto sono credibili e reali. Eppure, nonostante le sognanti visioni di Brian e Wendy, o le competenze fuori dell'ordinario di Jim Henson, nulla di tutto questo avrebbe avuto lo stesso effetto senza il supporto, sia tecnico che economico, di un colosso come Lucasfilm. La società di George Lucas mise infatti a disposizione le immani competenze della sua Industrial, Light & Magic, forse la miglior compagnia d'effetti speciali al mondo. All'espressività dei pupazzi di Wendy, ed alle maestrie di burattinaio di Henson, andò così ad aggiungersi l'enorme potenziale di una pionieristica grafica digitale, la quale aveva già fatto scuola con film del calibro di Guerre Stellari, Star Trek II e III, Poltergeist, E.T., The Goonies, Indiana Jones e, guarda caso, The Dark Crystal. Insomma, quello di Labyrinth era già un team decisamente collaudato ed affiatato. Ed a proposito di tale team, arriviamo agli ultimi due grandi elementi di questa pellicola, coloro che hanno composto la colonna sonora attraverso la quale ripercorreremo le fasi del film. Il primo è il compositore Trevor Jones, già esperto in cinematografia fantasy grazie ad un altro grandissimo cult, Excalibur. Inutile dirlo, Jones aveva già lavorato con il resto del gruppo sul set di The Dark Crystal, vantando peraltro una collaborazione con la prestigiosa London Symphony Orchestra. Talento prodigioso, e col sogno della musica fin dall'età di sei anni, Trevor Jones gode una carriera tra le più ragguardevoli di tutta Hollywood, con un'infinità di opere cinematografiche e non sul curriculum. Infine, ultimo e più importante elemento del film, per noi che parliamo di musica, è David Bowie. Proprio lui, il Duca Bianco, una delle più grandi popstar di tutti i tempi. Un musicista ed un autore la cui opera va al di là delle etichette di genere, e diviene non già storia, ma mito. A maggior ragione ora che quel mito ci ha lasciato, ucciso da un tumore, pochi giorni dopo l'uscita del suo ultimo regalo al mondo: Blackstar. Nemmeno a dirlo, Bowie rimase colpito dagli effetti e dall'immaginario di The Dark Crystal, e dal momento che era intenzione del cantante dar vita ad un prodotto destinato ai bambini, Labyrinth si presentò come l'occasione giusta sia per divertirsi, sia per realizzare un progetto a lungo vagheggiato. Per Labyrinth, Bowie ha realizzato cinque delle dodici canzoni presenti nella colonna sonora originale, oltre ad aver scritto il testo dell'opening insieme a Jones, autore delle restanti tracce del disco. Talvolta inoltre, durante il film, lo troveremo ad interpretare le sue stesse canzoni, dando a Labyrinth un tocco di "musical" che non guasta per niente. David Bowie è dunque interprete e fautore di una colonna sonora d'eccezione, ma anche un antagonista - se davvero possiamo definirlo tale - rimasto nell'immaginario collettivo per anni ed anni, assolutamente indimenticabile. Quando Sarah raggiunge il suo punto di rottura, è lei stessa ad evocarlo nel suo mondo; Jareth è il suo nome, il Re dei Goblin, e giunge per realizzare il cocente desiderio della protagonista: far sparire il piccolo Toby e trasformarlo in un Goblin. Quando Sarah si accorge che le sue azioni, inaspettatamente, hanno portato realmente ad una terribile conseguenza, si dispera, e scongiura Jareth di ridarle il fratellino. Costui si rifiuta, ma propone a Sarah una sorta di scommessa: se la ragazza riuscirà a superare il Labirinto entro tredici ore, a raggiungere il castello ed arrivare a Jareth, il bimbo le sarà restituito. In caso contrario, Toby diverrà uno dei tanti Goblin del regno di Jareth. Insomma, all'apparenza Bowie interpreta un classicissimo cattivo da fiaba, un Tremotino (Rumpelstiltskin) con l'aspetto ed il fascino di una rockstar. Tuttavia, proprio come nelle migliori fiabe dei fratelli Grimm, il personaggio del Duca Bianco è tanto affascinante quanto complesso, intriso di un valore simbolico che richiama il conflitto interiore della protagonista. Jareth rappresenta tanto la spinta di Sarah verso l'età adulta, quanto il suo disperato aggrapparsi al mondo dell'infanzia: quando cerca di ostacolarla, è lo stesso Re dei Goblin a darle in mano le soluzioni; mentre la osserva ne deride gli sbagli e ne pregusta la sconfitta, eppure sembra fare il tifo per lei di nascosto, rammaricandosi, quando la vede persa e sconsolata. Jareth è anche la scelta tra una vita scintillante, ma fasulla, ed una vita vera, fatta di privazioni e responsabilità; è seduzione nel senso più biblico del termine. Infine, nella sua ambiguità, il Duca Bianco rappresenta i primi, velati impulsi sessuali di Sarah, un desiderio tanto implicito da manifestarsi in forma onirica, tanto romantico da essere fiaba nella fiaba. Ad ogni gesto di Jareth, alle sue espressioni tanto umane quanto indecifrabili, David Bowie dà una personalità unica, donando un'interpretazione che poteva lasciare spazio a dubbi e che, invece, lascia sbalorditi per l'intensità emotiva che riesce a trasmettere. Il Duca Bianco era un animale da palco, ed anche sul set ogni sguardo, ogni movimento sono quelli di una star dal carisma magnetico, memorabile. Ebbene, parlando dell'album nato dal lavoro di Jones e David Bowie, rivivremo gli eventi principali del film e ne ricostruiremo meccanismi e significato, con uno sguardo particolare ai testi ed alla musica.

Underground

"Underground (Sotterraneo)" è la prima traccia di quest'album, come il film databile al 1986, e posto, nei confronti della discografia di David Bowie, tra gli album Tonight e Never Let Me Down, rispettivamente del 1984 e 1987. Dando uno sguardo alla scaletta, notiamo subito che Underground è anche traccia conclusiva, poiché in effetti la versione che apre l'album è più breve, pensata per il passaggio dei titoli e la presentazione del cast. Abbiamo così un pezzo che, di fatto, fa da cornice all'intero album applicando il minimo sforzo: qualche modifica all'arrangiamento e un paio di minuti supplementari. Il brano apre ad una presentazione che se oggi appare blanda, all'epoca aveva quasi dell'incredibile: tra i nomi di coloro che hanno dato vita al film, vola rapido un barbagianni. Solo che non è un uccello vero, ma un volatile realizzato completamente - e sottolineo "completamente" -  in grafica digitale. E parliamo del 1986. Non era la prima volta che sullo schermo compariva un modello creato totalmente al computer, anzi, è la stessa Industrial, Light&Magic a detenere il primato in tal senso, ma il barbagianni ideato per Labyrinth definì uno standard qualitativo tutto nuovo, per quel genere di tecnologia. Immediata messa in mostra del potenziale tecnologico, dunque, mentre sullo sfondo strumenti a fiato prima, e chitarra elettrica subito dopo, aprono ad una ritmica pacata ma incalzante, solo velatamente rock, sulla quale si insinua immediatamente la voce del Duca Bianco. Tra le note, David Bowie anticipa quelle che saranno le meta-tematiche del film: il cammino della protagonista attraverso le sue angosce e paure. "Underground" è, in realtà, il subconscio della ragazza, e le parla con un misto di suadente richiamo alla rinuncia, e tagliente, macabra ironia. "Nessuno può biasimarti se te ne vai", apre la canzone, "la vita può essere facile", aggiunge un paio di strofe dopo, cercando di indurre Sarah all'autocommiserazione, a farle gettare via ciò che sa essere giusto in virtù della scelta più rapida, più indolore. Dopotutto, come fa notare il cantante tra le righe, "la verità fa male come l'inferno". Un ultimo volo in planata, ed il barbagianni digitale diventa reale, in carne ed ossa, andandosi a posare su di un palo non lontano dalla protagonista. Sarah, intenta a recitare dei versi che le saranno molto utili, in futuro, fa così la sua prima comparsa nel film. Ben presto si ritroverà a vagare per quel mondo di cui cantava i versi, persa nell'assurdo labirinto di Jareth, il labirinto della sua crescita, per raggiungere il castello e ritrovare il fratellino.

Into the Labyrinth

"Into the Labyrinth (Dentro il Labirinto)" segna quindi l'entrata di Sarah in quel mondo che la metterà alla prova, dandole la possibilità di riscattarsi da sé stessa. Sarah fa la conoscenza di uno dei primi, importantissimi personaggi "artificiali": Hoggle, un nano alquanto brutto e dal carattere decisamente irascibile. Fa la sua apparizione anche una fatina, simile in tutto e per tutto alla Trilly di Peter Pan; una comparsata totalmente marginale, certo, ma indicativa dell'arte di Brian Froud, di quel suo mondo in cui anche creature all'apparenza meravigliose, come le fate, possono nascondere un lato oscuro ignoto ed inquietante. L'autore ha illustrato interi libri, con le sue fate, e sono insieme stupendi e paurosi. Sullo sfondo, Into the Labyrinth accompagna il passo della ragazza, poi la sua corsa a perdifiato, quasi disperata. Abbastanza lontano dal sound di David Bowie, questo pezzo è caratterizzato da sonorità sintetiche decisamente anni '80, ad opera del compositore Trevor Jones. Distorsioni dall'impronta chitarristica, bassi che sostengono il passo circospetto della protagonista, arpeggi e flauti che amplificano il senso di mistero e spaesamento: tutto è dato da sonorità elettroniche oggi piuttosto datate, ma che all'epoca erano quel tocco di modernità tale da dare, ad una fiaba come Labyrinth, un'aura innovativa e post-moderna. Sullo schermo, Sarah si inoltra tra le mura del labirinto senza capacitarsi della sua uniformità, fino a rendersi conto che è la sua mente, a renderlo tale. A quel punto inizierà la sua corsa, finché un destino beffardo - incarnato da un'ingenua creatura - non la porterà su una strada ancor più lontana, rispetto al suo obiettivo. Una strada, soprattutto, ancor più pericolosa.

Magic Dance

"Magic Dance (Danza Magica)" sancisce il ritorno sulla scena di Jareth, e soprattutto dell'uomo che lo incarna: David Bowie. Stavolta il Duca Bianco interpreta decisamente la parte dell'antagonista stereotipato, del classico cattivo da fiaba: circondato dai suoi goblin ed intento ad osservare da lontano la ragazza, sbeffeggiandone i fallimenti. Naturalmente, insieme a Jareth e alla sua strana combriccola c'è anche Toby, il cui pianto giunge dal castello fino alle orecchie di Sarah. Si apre quindi un vero e proprio momento musical, in cui sono gli stessi personaggi del film a cantare e ballare, dando così maggior peso alla presenza di un'icona musicale come David Bowie. Chiariamoci, non siamo di fronte a un capolavoro, né ad uno dei pezzi più significativi del film, tutt'altro: è una canzone dal sound leggerissimo e dal testo blando, utile, come la sequenza che accompagna, ad alleggerire la pesante atmosfera del Labirinto. Una frizzante quanto dimenticabile melodia, composta al sinth, fa da sfondo ad un testo scanzonato, solo vagamente imparentato con le tematiche del film. Non c'è alcun dubbio, in effetti, che quella inscenata da Jareth e i suoi ridicoli scagnozzi sia una sorta di "magica danza", peraltro piuttosto apprezzata dall'adorabile ostaggio, e che la baby di cui parla il Duca Bianco sia la protagonista del film: la bimba "con il potere", colei che "si mette alla prova duramente, come solo una bimba può fare". Sulla vacuità del testo, incide anche il fatto che parte delle strofe sono tratte da un film del '47, "The Bachelor and the Bobby-Soxer, con Cary Grant e Shirley Temple. Sulla scena dell'infante circondato dai goblin, c'è poi da aprire un'interessante parentesi: pare infatti che l'intera idea alla base del film sia sorta a partire da un'unica, germinale illustrazione di Brian Froud, raffigurante per l'appunto un bimbetto in mezzo alle ripugnanti creature. Se, nel film, tale immagine risulta edulcorata e perfino divertente, l'illustrazione di Froud ha invece il fascino inquietante di un brutto sogno, di quelli che si fanno da bambini e che non si dimenticano mai. Ad ogni modo, nonostante il relativo disimpegno del brano, Magic Dance registrò un discreto successo come singolo, probabilmente grazie all'orecchiabilità data dal suo basso elettrico, dalla sua ritmica incisiva e peculiare, e da un testo da cantare senza far troppo caso alle parole. Alla fine la canzone sfuma lentamente, mentre la telecamera si allontana dal castello, riportando l'azione su Sarah e sul suo incerto cammino.

Sarah

La quarta traccia di questa colonna sonora si intitola semplicemente "Sarah", come la protagonista del film. Ancora una volta, un pezzo di Trevor Jones si alterna con l'operato del Duca Bianco, dando respiro all'album e ricordando all'ascoltatore che questo, dopotutto, non è un qualsiasi disco di David Bowie. Il brano, per alcuni versi, rappresenta l'ideale proseguimento di "Into the Labyrinth", con la differenza che non ha una precisa collocazione nell'ambito della messa in scena. In generale, le sonorità di questa traccia accompagnano Sarah per un gran numero di peripezie: dai titoli d'apertura all'indovinello della porta che conduce a "morte sicura", con quel piccolo capolavoro di doppiaggio in italiano, fino alla temibile Gora dell'Eterno Fetore. Durante questa lunga fase, la protagonista ritrova Hoggle ed affronta ancora Jareth. Quest'ultimo, piccato dal caratterino di Sarah, le mette con più decisione i bastoni fra le ruote, riuscendo a far piombare la ragazza in una... palude di guai. Ci sono scene visivamente magnifiche, come quella, quasi dantesca, della discesa di Sarah in una fossa oscura dalle cui pareti escono decine di mani. Ma soprattutto, si fa la conoscenza di nuove creature destinate a divenire amici e compagni, ognuna delle quali rappresenta un aspetto della ragazza. Oltre ad Hoggle, all'improbabile comitiva si aggiungerà Ludo, grosso e bonaccione, e l'assurdo cane a cavallo di un... altro cane: Sir Didymus. Sarah, la canzone, è dunque per così dire diluita in questo grande calderone di fughe, incontri e siparietti, una fase del film a dire il vero poco intrigante, propedeutica alla ben più notevole parte finale dell'opera. Nonostante ciò, siamo forse di fronte alla migliore delle tracce composte da Jones, forte di atmosfere mistiche e trasognate, figlie dell'eredità anglosassone e gaelica dell'immaginario del film, nonché naturalmente del suo stesso autore. Colpisce anche l'apparente semplicità del sound, caratterizzato da una sinergia fra archi ed arpeggi, entrambi  realizzati dalle tastiere di David Lawson e Brian Gascoigne, oltre che da Simon Lloyd ed il suo Synclavier, una tastiera in grado di integrare un sintetizzatore digitale ad un campionatore musicale, allora vero e proprio gioiello della tecnica.

Chilly Down

"Chilly Down (Giù Al Freddo)" l'ennesima traccia ad opera di David Bowie, si inserisce nel momento a mio parere più debole del film: la danza tribale dei folletti di fuoco che sbarrano la strada a Sarah, i Fireis. La scena è già di per sé il culmine, per così dire, di quella parte centrale della pellicola il cui ritmo risulta a malapena sostenuto, e se la canzone è anche divertente, la messa in scena delle insolite creature è l'unica del film ad apparire davvero datata, con quell'effetto su schermo verde legnoso e fastidiosamente evidente. Ma la cosa peggiore, probabilmente, è la forzatura dell'intero scenario, come a tentare di smorzare una situazione di stanca con un siparietto inutile e sconclusionato. Come se non bastasse, benché composta dal Duca Bianco, Chilly Down è l'unica delle sue tracce a non godere della sua voce. Il testo è infatti sostenuto dalle voci dei doppiatori dei Fireis: Charles Augins, Richard Bodkin, Danny John-Jules e soprattutto Kevin Clash, voce di Elmo nello show televisivo Sesame Street e quindi, come molti altri doppiatori del film, già da tempo collaboratore di Jim Henson. Impossibile classificare con esattezza Chilly Down, un pezzo che gioca su asincronie ed un apparente disordine corale, rimanendo su una base pop ma accarezzando derive raggae, senza però avere qualsivoglia velleità alternativa. Fondamentalmente è solo un pezzo leggero e disimpegnato ma, proprio in quanto tale, permette al suo autore digressioni fuori le righe. Insomma, una canzoncina che strizza palesemente l'occhio agli spettatori più piccini, come dimostra anche il testo, lungo ma incentrato tutto sullo stesso argomento: la libertà da qualsiasi responsabilità, economica o sociale, la gioia delle piccole cose ed una sorta di concitata, quasi distorta esaltazione del pensar poco e divertirsi molto. Fortunatamente per gli spettatori più grandicelli, a seguire questo siparietto è una parte ben più interessante della storia, indicativa del background formativo e simbolico di Labyrinth.

Hallucination

"Hallucination (Allucinazione)" si inserisce nella pellicola come un piccolo, evocativo spartiacque. Dietro ci sono le prime due fasi del film, l'inizio e poi il cammino di Sarah, con i vari incontri e le tante peripezie; davanti, la fase finale e più importante di Labyrinth, laddove la protagonista farà davvero i conti con sé stessa ed il suo futuro, con la sua crescita come donna e come essere umano. Ad opera di Trevor Jones, la canzone accompagna una scena breve ma significativa, preparatoria dell'importante fase ad essa successiva. Sarah, in balia di eventi che le sono stati orditi alle spalle, giace alla mercé della magia di Jareth che, dal suo castello, invia quelle misteriose sfere vitree da cui nascono i suoi "incantesimi". Quella di David Bowie che maneggia le sfere di cristallo, lanciandole spesso come palle da tennis, oppure lasciandole svolazzare come bolle di sapone, è una di quelle immagini che Labyrinth ha impresso nell'immaginario dei suoi appassionati. É interessante sapere che, in effetti, nessuna di quelle sfere è stata mai davvero maneggiata dal Duca Bianco, soprattutto non con quella maestria. In fase di realizzazione, Jim Henson si è infatti avvalso di Michael Moschen, esperto giocoliere professionista. Moschen non faceva altro che piazzarsi dietro il cantante, e con qualche accorgimento in termini di costumi e di montaggio, ne interpretava letteralmente braccia e mani praticamente alla cieca, dettaglio che costò alla produzione un gran numero di scene tagliate. In ogni caso, la scena cui Hallucination fa da sfondo risulta in un ennesimo trionfo del duca bianco, della sua espressività fra il cinico ed il malinconico, vera sintesi della prova cui Sarah sta sottoponendo se stessa. La versione dell'album è più lunga e articolata, rispetto alla breve parentesi chitarristica usata nel film, e dà la possibilità a  Jones di fare mostra delle sue trovate più sperimentali. Ad una complessa ed evocativa miscela di effetti al sintetizzatore, si alternano così il sassofono di Ray Warleigh e la chitarra elettrica di Ray Russel, le cui modulate distorsioni rappresentano il culmine del brano sotto il profilo squisitamente emotivo, accompagnando la sequenza di Labyrinth verso quella successiva con quasi impercettibile stacco. Nel film, Hallucination sfuma lentamente legandosi al brano successivo, forse il più importante fra quelli firmati da David Bowie, mentre tutt'intorno a Sarah inizia a formarsi un turbinio di maschere e di vestiti sfavillanti, dando così inizio alla tentazione del Duca Bianco e, soprattutto, ad una difficile presa di coscienza da parte della protagonista.

As The World Falls Down

"As The World Falls Down (Mentre Il Mondo Sprofonda)" è un bel pezzo, scritto e composto da Bowie e dotato di un video-clip in bianco e nero dal sapore malinconico, che si inserisce all'interno del film forse nel momento più importante della vicenda. É questo momento, infatti, che Sarah prende coscienza di sé e della sua maturità, espressa attraverso movenze feline che seducono e ipnotizzano proprio nella scena del ballo. Tutto parte dal gioco di prestigio di Jareth, re dei goblin, il quale muove magistralmente in una sola mano le quattro sfere che possiede, dunque ne lancia una alla volta della ragazzina, che nel frattempo, esausta dalle precedenti peripezie, sta riposando adagiata su un tronco di albero. A questo punto la nostra protagonista viene catturata e imprigionata in un sogno, o meglio, la sua mente viene plagiata e proiettata nel suo più ardente e vivido desiderio: quello di diventare una principessa e di danzare col proprio principe nella sala del castello. Tutto è così reale, Jareth si aggira per la sala da ballo con fare calcolatore e sbruffone, sapendo di ingannare la poveretta attraverso i suoi più reconditi segreti, così una delicata melodia ci pervade e ci culla in questa danza elegante e dal sapore antico. Jennifer Connelly è bellissima vestita da principessa, il suo sguardo è attonito e confuso ma tradisce grande sorpresa e gioia nel sentirsi venerata e rispettata da tutti i presenti in sala. Tutti la guardano con ammirazione, mostri, goblin, sudditi, tutti in ghingheri per il miracoloso evento, persino Jareth, che si gusta la scena seguendo da lontano la bella ragazza. Il tappeto sonoro è dato dai sinth dal tipico sapore anni 80, morbidi e suadenti, accompagnati da un timido giro di basso e da cori angelici che si affiancano alla delicata voce di Bowie che dichiara il suo amore per la dolce e sensuale principessa, qui immortalata nel passaggio tra infanzia ed età adulta. Mentre il mondo sprofonda, i sogni restano duraturi e forti, immortali, e bisogna riempire gli spazi del cuore, alimentarli con desideri e illusioni. Attraverso gli occhi di Sarah, Jareth capisce i suoi desideri e allora tenta di stregarla facendola immergere nel suo sogno più grande; il cuore batte forte dall'emozione, gli occhi tristi si aprono allo sgomento. Il re del regno, in tal modo, si dichiara alla fanciulla, le promette di amarla, di mettere la luna nel suo cuore, di assecondare i suoi sentimenti, tutto mentre il suo mondo, quello vero, sprofonda e si infrange velocemente. L'andamento del brano è sognante, illusorio, un'alternanza tra tastiere e basso, con il supporto di un riffing di chitarra dai tratti funky che donano dinamicità ma, allo stesso tempo, trasmettono anche un poco di nostalgia, come se quel mondo perfetto tanto ricercato dalla ragazza non esista davvero e dove tutto è destinato a cadere e a infrangersi. Il pezzo è molto piacevole, una cantilena emotiva che trova il suo apice nell'assolo che va a sfumare con i vocalizzi del Duca Bianco, anche se va detto che la patina popeggiante è fin troppo evidente, inoltre la canzone è abbastanza ripetitiva ma sicuramente funzionale, tanto che ipnotizza per la ripetizione del ritornello, mandando in confusione l'ascoltatore, come in un sogno, cullandolo tra le dolci note; proprio come Sarah, tradita e abbandonata nel suo sogno, quasi prigioniera e schiava del suo desiderio, così seducente ma anche fragile in balia del cattivo Jareth. Grazie però alla forza di volontà e di persuasione, e ovviamente grazie alla presa di coscienza di questo passaggio dall'irresponsabilità giovanile alle responsabilità della maturità, la ragazza riesce a capire l'inganno e a infrangere il sogno, spaccando il vetro, che somiglia a una gabbia che la tiene imprigionata, tornando alla realtà. Ma quando si sveglia è ancora confusa, la sua mente caotica e fa fatica a distinguere dove il suo mondo ha inizio e ha fine. Si risveglia ancora nel labirinto, con la mente sconvolta, e una strega apparentemente simpatica cerca ancora una volta di trarla in inganno restituendole Lancillotto, il suo amato orsacchiotto. Lei però, guardandosi allo specchio, capisce tutto e si ribella: la sua missione è quella di ritrovare il fratellino Toby, ancora tra le grinfie del perfido re.

The Goblin Battle

"The Goblin Battle (La Battaglia Dei Goblin)" è una sezione strumentale dall'aria minacciosa, dosata tutta su scambi dialettici di sinth, chitarra, basso e drum-machine, per una sensazione davvero spassosa e combattiva. L'andamento è veloce, va a seguire le mosse e le movenze dei personaggi che sono sulla scena. Gli assoli presenti e i continui accordi di basso, spesso molto evidenti e registrati più alti rispetto agli altri strumenti, creano questa sensazione di caos generale, di zuffa, simboleggiando perfettamente la baraonda in atto sullo schermo: la rissa tra i goblin e i simpatici protagonisti. Dopo le insidie del lungo e pericoloso labirinto, Sarah giunge alle porte della città di Goblin, dove re Jareth regna incontrastato. Accompagnata dai fidi Bubo, Sir Dydimus e Gogol, tutti si ritrovano imprigionati tra le vie della città, dove case in muratura e strade di pozzolana si snodano lungo un percorso impervio che i nostri dovranno superare per giungere al castello, posto su una zona elevata, a dominare tutto il paese dall'alto. I colpi di sintetizzatori sottolineano le minacce nemiche, quando l'esercito dei goblin, tutto bardato con armature e armi da taglio e scudi, si dirige verso il centro del paese alla ricerca dei quattro forestieri, accerchiandoli e costringendoli a chiudersi dentro una casa e a sprangare porte e finestre per respingerli. La chitarra elettrica mette in evidenza il polverone creato, dove tutto viene sommerso creando confusione e delirio per una piacevole sensazione, anche se l'aspetto strumentale non è che sia tutto questo capolavoro, ma va bene per fomentare magari i ragazzini dell'epoca. Quando tutto sembra perso, il possente Bubo, strana creatura dai denti affilati e dalle corna adunche, risolve la situazione gridando al cielo la sua collera attraverso un ringhio spaventoso che crea una frana. Un ammasso di rocce cade dal promontorio e va a seppellire tutta la piazza centrale del paese, dove l'esercito nemico è radunato. I nostri amici adesso sono pronti a fuggire verso il castello, ma Sarah li lascia indietro: questa è la sua missione e, giunta a questo punto, deve combatterla da sola. Lei e Jareth, nelle sale del castello.

Within You

"Within You (Dentro Di Te)" è la resa dei conti e il pezzo che ci apprestiamo ad ascoltare evidenzia la sfida tra Sarah e Jareth, nella sala centrale di questo bizzarro castello costituito da scalinate che sfidano la forza di gravità e che rendono tutto lo spazio più astratto e aperto, seguendo le linee guida imposte dai disegni del grande artista olandese Escher. Le tastiere creano una grande atmosfera e poi la voce di Bowie sovrasta il tutto gridando il suo struggimento, il suo dolore nel constatare che la fanciulla ha fatto di tutto per sfuggire alla sua volontà, evitando con grande coraggio i suoi inganni, nonostante questi abbia promesso di esaudire ogni suo desiderio, di trattarla come fosse la sua regina, la sua amante, di farle vivere una vita da fiaba. Eppure Sarah ha ormai raggiunto la maturità, ha preso atto degli errori commessi ed è diventata donna. Niente e nessuno può metterle i bastoni tra le ruote, i suoi occhi sono accecati dall'ira e sembrano così crudeli, cosa che non si addice alla dolcezza del suo viso. L'amore che prova Jareth nei suoi confronti è un amore tormentato, espresso alla grande dalla voce strozzata di Bowie quando intona il delicato ma semplicistico ritornello, un amore che vive nell'ombra e che si alimenta senza battito cardiaco, quasi morente, perché è ignorato dalla mortale. Jareth sputa parole di acredine contro la fanciulla, la quale si trova spaesata tra le stanze del castello dove invece il sovrano si muove velocemente apparendo alle sue spalle e muovendosi dall'alto al basso, da destra a sinistra, scomparendo in una frazione di secondo e ricomparendo all'improvviso. Mentre fa tutti questi giochini che spaventano Sarah, Jareth le canta questa canzone, saltando da una rampa di scale all'altra e persino passando attraverso il corpo della protagonista e infine le mostra la sfera magica attraverso la quale la sua energia si alimenta, scagliandola per i corridoi oscuri della struttura per poi raggiungere il piccolo Toby, sdraiato con cura a terra. Toby comincia a gattonare per le scale e Sarah gli corre incontro, ma i dislivelli delle scale non le permettono facilmente di raggiungere il fratellino, la fisica del castello sembra inconsistente, vertiginosa, tanto che la regia è frenetica e riprende la giovane con numerose inquadrature in campo e in controcampo, andando a zoomare perfino i sottoscala confondendo anche il pubblico che osserva la scena. Tutto ciò mette in luce non solo la maestria del regista Henson, ma anche l'imponente lavoro di scenografia e la cura per i dettagli che rendono la pellicola un piccolo capolavoro di artigianato.

Thirteen O'Clock

"Thirteen O'Clock (Tredici In Punto)" è una strumentale che sfuma laddove finisce il pezzo precedente, facendo credere che si tratti di un suo continuo. Persino i sintetizzatori protraggono la loro melodia, anche se poi smorzano la loro corsa per favorire l'inserimento di campanelli e battiti preregistrati che aumentano la tensione per via della loro cadenza piuttosto lenta e altezzosa. Ma il vero protagonista del pezzo è il riff glaciale di chitarra che assomiglia a un ruggito e che viene eseguito per tutto il minutaggio. Il suo impeto evidenzia la sfida in atto, l'incontro tra Sarah e Jareth. L'inseguimento del fratellino Toby non va a buon fine, Sarah fatica a recuperarlo poiché il piccolo non sta mai fermo e si perde per i corridoi del castello. Percorrerlo razionalmente è cosa vana e la fanciulla lo capisce forse troppo tardi, tanto che dopo poco esce dagli schemi e decide di lanciarsi nel vuoto da una rampa di scale, rischiando persino la morte, ma questa azione invece si rivela fruttuosa poiché rompe l'illusione creata dal re, spezzando in mille pezzi la muratura del castello e tornando, dopo una sospensione in aria di qualche secondo, con i piedi a terra, nella sala principale, dove finalmente si trova faccia a faccia col nemico. Sta per scattare la tredicesima ora e c'è il pericolo che l'incantesimo promesso da Jareth giunga a conclusione, ossia quello di trasformare Toby in un goblin, facendolo rimanere per sempre nel suo regno. La sfida tra i due però è atipica, perché Jareth, nonostante la collera, sembra imbarazzato nel trovarsi di fronte alla ragazza, e infatti le grida contro che è stufo del suo comportamento, dei suoi rifiuti. Jareth è innamorato di lei e il suo amore lo pone non come il classico cattivo spietato, ma come un suddito ribelle, stufo di fare di tutto pur di accontentare e di soddisfare l'amata, regalandole tutto ciò che questa desidera. Sarah, a un certo punto, proprio mentre recita la frase tratta dal libro "Il Labirinto", che tanto la ossessiona, capisce che il nemico non ha potere su di lei, perché le sui illusioni si basano sulla forza di volontà. Volere è potere e così, allo scadere della tredicesima ora, Sarah capisce che tutto è in mano sua, basta volerlo, basta gridarlo al vento. "Non hai potere su di me!" è la frase che manda in ginocchio il cattivo e che frantuma la sfera magica che questi tiene in mano. I rintocchi dell'orologio riportano la ragazza a casa. Jareth è stato sconfitto.

Home At Last

"Home At Last (Alla Fine, A Casa)" è il brano più delicato della tracklist. Sarah è tornata finalmente a casa, si trova all'entrata, dove sulla parete è posto l'orologio che segna la mezzanotte, ma c'è troppo silenzio, perciò lei, appena realizza di essere tornata nel mondo reale, scatta per le scale e si dirige al piano di sopra dove ci sono le stanze da letto. "Toby" grida al nulla e corre verso la sua stanza. Entra, accende la luce e lo trova addormentato nella culla, lo fissa e allora realizza di essere diventata responsabile e di essersi lasciata alle spalle le stupide lamentele che l'hanno costretta all'impresa. Il suo amore nei confronti del fratellino è ormai consolidato, lei è una donna, e il suo atto estremo è quello di fare al piccolo il dono del suo onnipresente orsacchiotto Lancillotto. Adesso è sola in camera e si guarda allo specchio con gli occhi tristi. Da una parte Sarah è felice di aver recuperato il fratellino e essere diventata adulta, ma dall'altra parte ha paura che, lasciando alle spalle la sua infanzia, possa aver rinunciato per sempre al magico mondo della fantasia, con tutti i suoi personaggi meravigliosi. Ha paura che possa dimenticare presto i suoi amici di avventura e questo sentimento di tristezza trova il suo sfogo nel dolce arpeggio che si dilunga per circa un minuto e mezzo, mentre lentamente emergono le tastiere che donano un pizzico di sacralità in più, andando a colpire dritte il cuore dello spettatore. Un brano semplicissimo, di facile esecuzione e destinato a chiudere l'intero lavoro su disco, quindi non solo il film, ma che presenta un animo davvero profondo e significativo di un passaggio fondamentale della nostra vita e di quella della protagonista. Particolarmente profondo è il messaggio finale, quando la bella Connelly si specchia e le appaiono gli amici di fantasia che le chiedono di non dimenticarli, poiché anche loro hanno capito che in lei si sta attuando una trasformazione, sta arrivando l'età adulta, con i suoi problemi quotidiani e le sue distrazioni reali. Non c'è spazio per l'immaginazione e per la fantasia, perché ci si scontra con la realtà della vita, ma Sarah promette di non dimenticarsi, dice che ha bisogno di loro tutti, ha bisogno di rifugiarsi nelle illusioni della sua mente per ritrovare le proprie radici e per ritrovare se stessa. Sempre. La festa finale con tutti i personaggi di Labyrinth è emblematica e tutto si chiude nel migliore dei modi.

Underground

"Underground (Sotterraneo)" è la traccia incontrata già in apertura, ma qui destinata ad accompagnare interamente i titoli di coda e con due minuti aggiuntivi rispetto alla precedente. La canzone, dall'anima pop, è quella che forse risulta essere la più gioiosa del lotto, dotata appunto di un video-clip apposito e disposta come singolo di lancio per il disco qui preso in esame ma anche come pubblicità per il film stesso. È interessante notare che lungo il brano ci sono alcuni momenti che richiamano il gospel grazie all'inserimento di cori che accompagnano gli arrangiamenti e che vanno a contornare la voce di Bowie. Il sapore frizzante che emerge dalle chitarre e da tutta la base strumentale viene messo in evidenza persino nel bel video-clip attraverso un connubio di riprese alternate a immagini disegnate e dotate di mille effetti speciali, per un mix tra realtà e fantasia che è poi la tematica principale della pellicola. Le liriche, in questo modo, sono esplicative, dunque descrivono proprio il senso dell'avventura sullo schermo: il viaggio interiore. L'introspezione è una caratteristica fondamentale per capire il testo, e infatti, nonostante questa dinamica pop danzereccia con accenni gospel, le parole ci parlano di un mondo invisibile, quello del sottosuolo, quello sotterraneo, dove i sogni prendono vita e dove esiste una terra serena e armoniosa. Si ribalta quindi il concetto stesso di inferno, poiché è la vita sulla terra ad essere infernale, mentre quella sotto terra è paradisiaca e perfetta. Diciamo che il testo è molto semplice e piuttosto diretto, quindi riprende l'aria stessa della musica, molto scanzonata e a dire la verità poco incisiva, sintomo che Bowie stesso non è che abbia dato fondo a tutte le proprie energie per scrivere il pezzo, ma tant'è che "Underground" divenne una hit, scalando le classifiche mondiali, seppur mai raggiungendo vette assolute. La foga sonora che emerge dagli strumenti e persino dalla voce, a tratti in falsetto, del vocalist richiama appunto la scena finale del film, quando Sarah, sconfortata dall'epilogo della sua avventura, teme di salutare per sempre i suoi amici immaginari, prima di rendersi conto che tutto dipende soltanto da lei: se decide che non vuole dimenticare e anzi, che la fantasia sia un tassello importante della sua crescita, non ha che da chiedere e da ricordare. Nel momento in cui realizza che la sua fantasia è di conforto e addirittura obbligatoria, ecco che i suoi amici spuntano nella sua camera da letto per festeggiare l'immortalità dell'immaginario fanciullesco. Un bel epilogo che ci fa intuire che tutti noi abbiamo bisogno, almeno ogni tanto, di ritrovare noi stessi e il bambino che siamo stati.

Conclusioni

La peculiarità di "Labyrinth - Dove Tutto E' Possibile" è la sua innata dote onirica, che tanto ricorda gli storici "Alice Nel Paese Delle Meraviglie" e "Il Mago Di Oz", proseguendo una tradizione fantasy condita di follia e desiderio di realizzazione personale, per un connubio che ha dell'incredibile. In tutto ciò, il merito principale va al regista Jim Henson, perché si è tenuto lontano dagli schemi classici del genere puntando dritto su una storia fiabesca con molti spunti allegorici, immagini potenti e poetiche e basata sull'eterno conflitto tra bene e male, in questo caso però reso intimo, personale. Tutto ciò che accade sullo schermo è proiezione del mondo interno della nostra giovane protagonista, Sarah, le cui emozioni sono costantemente in bilico tra amore e odio nei confronti della famiglia, special modo nei confronti dei genitori, della sua matrigna, con la quale il papà ha avuto il suo fratellino Toby. La trascuratezza degli adulti e il senso di frustrazione e impotenza sono alla base del sogno di libertà che prende vita nella mente di Sarah. Dall'odio, ma anche dal delirio di frustrazione, nasce la vicenda che ci porterà nel regno magico dei Goblin, una dimensione pericolosa e affascinante, governata dal potente Jareth, re indiscusso di questo mondo immaginario. L'aspetto tecnico lascia estasiati per la cura ricercata e per il gusto espresso, come ad esempio per l'animazione di tutti i personaggi (fate, gnomi, nani) si è dovuti ricorrere al lavoro in contemporanea di decine di marionettisti, nascosti dietro scenografie a doppio fondo, mentre numerosi nani sono stati vestiti con costumi di scena e messi sul set per rendere il regno dei goblin più reale, caotico e popolato. Per i giochi di prestigio con le sfere di cristallo adoperate dallo stesso Bowie in diverse sequenze, invece, Hensen ha avuto l'idea di mettere nascosto dietro all'attore un vero prestigiatore (Michael Moschen, inventore del Contact Juggling, ovvero la disciplina della manipolazione delle sfere), il quale ha dovuto effettuare le manipolazioni praticamente a occhi chiusi, prestando le proprie mani a Bowie stesso. La realizzazione di questo mondo di fantasia si concretizza mano a mano che si procede nella visione della pellicola, dove si raggiunge il culmine dell'arte dei mestieranti, in particolar modo degli scenografi e dei costumisti, proprio all'interno del castello del Re dei Goblin, chiaramente ispirato all'arte e alle geometrie particolari del disegnatore olandese Escher. Ma non solo il castello vanta una struttura così raffinata e bizzarra (che riprende un dipinto intitolato "Relativity", una delle opere più famose di Escher), perché tutta la concezione del labirinto è visionaria e ipnotica, con i suoi vicoli ciechi, i suoi trabocchetti nascosti e i suoi angoli confusi che hanno l'effetto di estraniare e di stordire gli avventati visitatori, facendo perdere loro l'orientamento. Tale effetto di trip visivo è amplificato dalla colonna sonora stessa, in un saliscendi di composizioni orchestrali (ad opera di Trevor Jones) alternate a quelle pop (scritte da David Bowie) ma anche dall'eccentrico comportamento di Jareth, concepito come la rappresentazione biblica del Serpente Tentatore che cerca di burlare la nostra protagonista facendole credere che, accettando lo scambio fratellino/sfera di cristallo, possa realizzare i suoi sogni e vivere una vita eternamente felice. Il "piccolo" prezzo da pagare è solo quello della rinuncia al piccolo Toby (tra l'altro figlio dell'illustratore Froud), destinato, allo scoccare della tredicesima ora, a tramutarsi per sempre in un goblin, restando imprigionato nel mondo fatato. "Labyrinth", tuttavia, è un film ricco di letture, ognuna delle quali in grado di offrire una diversa visione delle cose che si palesano davanti ai nostri occhi: si va da un contrasto di sentimenti dove odio e amore si scontrano alla nascita di una metaforica amicizia tra la ragazza e i personaggi di fantasia che incontra lungo il cammino, per poi giungere intrepidi all'allegorico passaggio dall'età infantile a quella adolescenziale, quando Sarah, una volta tornata a casa e dopo avere fatto pace con il fratellino, capisce che per lei il viaggio appena affrontato è stato un punto di non ritorno, una prova di maturità che l'ha cambiata profondamente e formata per il futuro. Via le frustrazioni, addio ai rancori, da questo momento in poi incomincia una nuova vita, più serena e più consapevole, che si costruisce sull'armonia della famiglia e su nuovi progetti, più realistici e meno fanciulleschi, espressi dall'ultima apparizione, allo specchio e come in un sogno, degli amici Gogol, Bubo e Sir Didymus, che salutano Sarah ricordandole che "Se ne dovesse aver bisogno, loro arriveranno". La fantasia è il conforto, il rifugio dai mali della realtà, l'angolino dove si regredisce e si torna bambini, dunque bisogna sempre tenere uno spiraglio aperto e non dimenticare mai da dove si viene. Sarah lo sa bene, anche se è confusa dopo l'avventura, e in questo caso occorre dire che la scelta di Jennifer Connelly si è rivelata particolarmente efficace, visto che il suo personaggio riflette alla perfezione lo sviluppo intellettuale dell'attrice, abituata a posare per spot pubblicitari e a recitare per videoclip e film sin dall'infanzia, superando precocemente i consueti aspetti caratteristici della giovinezza per diventare "donna" e "adulta" quando ancora era in tenera età. Il passaggio tra le due condizioni, simboleggiato da quello dei due mondi, ha un retrogusto esoterico, nel senso che la ricerca di se stessi è sottolineata dal fatto che va ricercata attraverso prove che ci allontanano dalla vita di tutti i giorni al fine di abbracciare la concezione di una realtà fantastica che muta in ogni momento, come il labirinto, e che va osservata con gli occhi della mente, più sensibili e più aperti sul lato nascosto del  mondo. "Attento a cosa desideri, perché potresti ottenerlo!", sono queste le parole, attribuite ad Oscar Wilde,  che inevitabilmente saltano in testa mentre si guarda il film, scaturite proprio dalla ricerca di Toby ma anche e soprattutto dalla ricerca di sé. Tutta l'opera è metafora di ricerca, il labirinto è l'emblema della perdizione che regna nella realtà, è la raffigurazione della vita, piena di tranelli e di tradimenti dove il caos è scaturito dalla sete di potere dell'uomo, e infatti Jareth è l'incarnazione dell'avidità. Le scelte che compiamo hanno sempre una ripercussione, perciò bisogna ragionare bene prima di agire, poiché il male si annida in ogni dove e per essere funzionale non deve imporsi, ma agire in maniera ingannevole. "Dovrai solo fare ciò che ti chiedo e sarò il tuo schiavo", la frase pronunciata da Jareth è tanto ambigua quanto ingannevole, perché comporta un scambio, un gesto apparentemente ingenuo ma capace di legare due destini in un sacro vincolo immortale dal quale è impossibile fuggire. La decisione di resistere al fascino del potere e della realizzazione dei propri sogni attraverso la formula imparata ossessivamente a memoria e che recita: "Con rischi indicibili e traversie innumerevoli io ho superato la strada per questo castello oltre la città dei Goblin, per riprendere il bambino che tu hai rapito. La mia volontà è forte come la tua e il mio regno altrettanto grande. Non hai alcun potere su di me!", fa di Sarah una persona matura, pronta ormai per entrare nel mondo degli adulti, battere il rivale e lasciare alle spalle le piccolezze infantili. Dal punto di vista visivo "Labyrinth" è un vero gioiello di costruzione, il sano artigianato di un tempo è qui espresso al massimo delle sue potenzialità attraverso le visioni di Brian Froud, illustratore sopraffino che ha collaborato con lo sceneggiatore Terry Jones per la creazione del mondo immaginario dei goblin ispirato alle opere di Escher ma anche a quelle di Dalì, e tutto ciò ha contribuito fortemente alla rivalutazione, col tempo, della pellicola; ma è anche grazie alla musica che il film è divenuto un piccolo cult degli anni 80, la cui colonna sonora impressiona ancora oggi per freschezza e per ricercatezza nonostante gli evidenti limiti. L'apporto di David Bowie, in collaborazione col compositore Trevor Jones, è fondamentale, dato che ben cinque pezzi estratti dalla colonna sonora sono opera sua, segno che lo stesso Bowie, oltre che a recitarci, ha creduto fortemente nel progetto del regista Henson, autore dotato di spiccato estro creativo e inventore dei leggendari Muppets, suo amico da tempo e unito a lui dalla passione per il fantasy e per i deliranti mondi alternativi. I toni caldi, che sono il punto di forza della fotografia e anche delle scenografie, si rispecchiano nei brani che costituiscono la soundtrack, a causa di andamenti pop piuttosto blandi, danzerecci sì ma mai troppo eccessivi, e dall'aura di sacralità che circonda le tracce strumentali, sempre giocate sull'utilizzo di tastiere, di bassi corposi e di tratti arpeggiati per dare l'illusione di un tempo lontano che assomiglia tanto a un medioevo popolato da cavalieri e da dame, come suggerisce il costume da principessa indossato da Jennifer Connelly mentre recita i versi del suo romanzo preferito che si intitola appunto "Il Labirinto". Il flop al botteghino del film è inspiegabile, i difetti ci sono eccome all'interno della pellicola: dopo un incipit velocissimo e che proietta lo spettatore nella vicenda, la parte centrale risulta piuttosto monotona e dal ritmo blando, costituita da scene di balletti che si avvicinano molto al musical e di tranelli che la giovane protagonista dovrà superare per giungere al castello di Jareth, perciò troviamo un punto debole nello sviluppo della sceneggiatura e che si perde in dialoghi e in azioni non proprio brillanti. Sia chiaro, il film è godibile, a tratti un vero e proprio gioiello di narrazione, anche se a tratti sembrano mancare elementi importanti quali le emozioni e il pathos a discapito di costumi e scenografie che sono la perfetta collaborazione tra artisti di vari settori. Il confronto con un altro classico fantasy dell'epoca come "La storia infinita" (Petersen, 1984) ne mette in evidenza alcuni limiti e ci si accorge che a mancare è proprio il ritmo, a volte troppo frettoloso e altre troppo meccanico, quando invece nel film tratto dal capolavoro letterario di Michael Ende tutto funziona a meraviglia e l'attrazione verso lo schermo non viene mai meno. Ma "Labyrinth" perde, seppur di poco, il confronto anche con altri piccoli cult degli anni 80, come "La storia fantastica" (Rob Reiner, 1987), "I Goonies" (Richard Donner, 1985) e il poetico e autoriale "Legend" (1985) di Ridley Scott e con un giovanissimo Tom Cruise come protagonista, a dire la verità anch'esso un disastro al botteghino e massacrato dalla critica. Ecco, forse l'insuccesso iniziale di "Labyrinth" va ricercato nel suo doppio ritmo, che altro non è che il famoso contrasto tra fanciullezza e maturità, laddove le parti frivole e frizzanti vanno a evidenziare la superficialità e la faciloneria di talune scene, gli attacchi di isteria di Sarah, stufa di tutto, oppure i balletti messi in atto dal Re dei goblin e dalle figure che lo circondano, abbastanza risibili in un contesto adulto, mentre, al contrario, le parti più meditate e riflessive evidenziano momenti poetici difficili da afferrare per un ragazzino, come la bellissima scena del ballo nella quale Sarah danza tra la folla dell'oscuro reame quando viene corteggiata da Jareth, facendo intuire le prime pulsioni sessuali che destabilizzano un poco il pubblico più giovane. Insomma, tanti sono i fattori secondo cui il film non ha avuto, al cinema, il successo che meritava, e nemmeno i due buoni singoli di Bowie lanciati in rotazione su tutte le emittenti televisive e accompagnati da due video-clip riescono nell'impresa di risollevare le sorti nefaste di un lavoro destinato a naufragare, salvo poi essere recuperato qualche tempo dopo, alla morte del regista nel 1990, diventando un cult in vhs e in tv, crescendo un'intera generazione grazie alla popolarità raggiunta dalla bella Connelly che interpreta una serie di film di successo e dove rivela una sensualità fuori dal comune e grazie anche al lavoro instancabile del genio Bowie che da lì a poco regalerà al mondo altri album di valore che venderanno milioni di copie. Certo è che né i brani di Bowie, che sono comunque buoni e maggiormente scanzonati, né soprattutto quelli di Trevor Jones, più indirizzati a una componente drammatica, riescono a brillare completamente, ed è strano perché il compositore sudafricano era reduce dai successi strepitosi di "Excalibur" e di "The Dark Crystal", certamente progetti musicalmente più sperimentali che gli avevano dato grosse soddisfazioni. Una soundtrack intrigante e che regala comunque buonissimi momenti, frutto della collaborazione tra due artisti che godono di un certo peso all'interno dell'industria musicale, magari non immortalati nel periodo più creativo della loro carriera, tanto che gli album del Duca Bianco che ruotano attorno a "Labyrinth", ossia "Tonight", pubblicato nel 1984, e "Never Let Me Down", uscito nel 1987, nonostante il grande successo di vendite sono piuttosto criticati dalle riviste specializzate che li definiscono confusi e sfocati, mentre Trevor Jones, superata la crisi del periodo, incassa una serie di successi componendo le musiche di film acclamati quali "Angel Heart", "Mississippi Burning", l'horror "Aracnofobia", fino a giungere alle famosissime composizioni de "L'ultimo dei Mohicani" e di "Nel nome del padre". Diciamo che la colonna sonora di "Labyrinth" trasmette la stessa sensazione che si ha del film, ovvero quella di un prodotto decisamente curato e ben congegnato ma limitato in più occasioni, il che fa pensare che con una maggiore attenzione si sarebbero potuti avere risultati decisamente superiori; la proverbiale drammaticità di Jones, presente anche qui nei brani strumentali, sbiadisce per favorire soluzioni forse troppo semplicistiche, e lo stesso lo si potrebbe dire del pop festaiolo di David Bowie, per forza di cose dagli arrangiamenti minimalisti e dai testi agevoli e genuini per colpire subito il pubblico di ragazzini ma che non soddisfa pienamente l'udito. Tuttavia, la storia ha dato ragione alla bontà di questa pellicola, dai grossi intenti e dall'animo sfortunato, che lentamente ha saputo conquistare un pubblico sempre più vasto nel corso degli anni grazie alla magia che musiche, costumi, scenografie, attori e personaggi possiedono, riuscendo a far sognare, in modi differenti ma pur sempre solenni, giovani e adulti. L'età dell'innocenza è breve e presto si diventa grandi, ma basta guardarsi allo specchio (oggetto che è tradizionalmente metafora di interiorità) e ritrovare il fanciullo che alberga dentro di noi; il nostro IO primordiale, in compagnia dei suoi amici fantastici, come quando Sarah, al termine della sua storia, si specchia nella sua stanza, viso contrito e tanti pensieri in testa, e afferma che ha bisogno dei suoi amici quando questi stanno per svanire definitivamente. Ne ha bisogno per non perdere se stessa, per non perdere il contatto con la fantasia, piccolo spiraglio ultraterreno di speranza e di felicità che dona sollievo dai mali della quotidianità. "Labyrinth" è uno scrigno dei sogni, per essere capito va aperto scardinandone il meccanismo che lo tiene custodito.

1) Underground
2) Into the Labyrinth
3) Magic Dance
4) Sarah
5) Chilly Down
6) Hallucination
7) As The World Falls Down
8) The Goblin Battle
9) Within You
10) Thirteen O'Clock
11) Home At Last
12) Underground