DAVID BOWIE

Earthling

1997 - BMG

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
02/01/2013
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

E, da te ora separandomi, 

lascia che io ti dica 

che non sbagli se pensi 

che furono un sogno i miei giorni; 

e, tuttavia, se la speranza volò via 

in una notte o in un giorno, 

in una visione o in nient'altro, 

è forse per questo meno svanita? 

Tutto quello che vediamo, quel che sembriamo 

non è che un sogno dentro un sogno. 



La Musica è arte. E' arte e sogno. Andrè Breton sarebbe stato contento di questa mia affermazione. Molti dei più grandi artisti sono stati abili plasmatori di sogni, visioni: inutile scomodare (nella pittura) Odilon Redon e Moreau tra i simbolisti, o una larga fetta di surrealisti quali Dalì, Magritte, Delvaux, Masson, ma anche il buon vecchio Alberto Savinio, fratello del più celebre De Chirico. E così in poesia (mi sono divertito a darvi un'assaggio citando Poe all'inizio, anche se le sue visioni più che i sogni scomodano gli incubi e le paranoie, ma è indifferente..) e naturalmente nella musica. Sono in molti tra i musicisti, fautori di Musica con la M maiuscola che hanno, per loro sensibilità artistica, inspessito il proprio melting pot creativo arricchendolo con le più alte forme di Arte, che direttamente o indirettamente trasferiscono una propria "visione" nell humus strutturale dei loro parti. Mi vengono in mente i Queen, per rimanere nel campo di nomi noti ad una larga fetta di pubblico. Ma anche un genio,soprannominato il "Duca Bianco". Il leggendario David Robert Jones, altrimenti conosciuto come Earthling. Con tale parto discografico Bowie si ripresenta in pasto al famelico pubblico deliziandolo con un album dai connotati decisamente modernisti, in cui predomina un'impronta elettronica, con diversi brani dal gusto jungle (alternati in maniera quasi simmetrica a brani dai connotati mantrici, nenie ipnotiche piene di fascino e gusto). E quale miglior modo per presentare un simile gioiellino se non organizzare un concerto al Madison Square Garden (l'8 gennaio 1997) accompagnato da artisti del calibro di Billy Corgan, Lou Reed e Foo Fighters...Earthling senza ombra di dubbio risulta essere un ottimo album, nonostante non possa essere considerato tra i maggiori successi commerciali del Duca Bianco, ma l' accoglienza del pubblico è positiva (sesta posizione in UK e 39° negli USA), grazie anche al singolo trainante dell' album,Stinky weather, Fat shaky hands/Dopey money Doc/Grumpy Gnomes/Little wonder then, little wonder/You little wonder/Little wonder you...". Il testo fa riferimento a quanto la vita sia fatta di brevi, importanti momenti, di "piccole meraviglie": piccole meraviglie incastonate in tempi brevi, ma importanti nella memoria. Quello che conta, alla fine, sono solo quei momenti si brevi ma di grande importanza, gli unici che veramente contano e rimangono nella mente..Da antologia il video-capolavoro già citato in precedenza girato dalla Sigismondi, autrice tra l'altro dei videoclip di The Beautiful People e Tourniquet di Marylin Manson, Megalomaniac e Talk Shadows On Mute degli Incubus, The End Of The World dei Cure, oltre che di video per Pink, Christina Aguilera, Muse ed altri. Il video, isterico, nervoso (nel perfetto stile della regista) ci presenta un Bowie (in diverse incarnazioni, tra il futuribile e lo steampunk) allucinato in un futuro prossimo venturo, alle prese con l' incarnazione allegorica della "piccola meraviglia". La seconda traccia, Looking For Satellites, si presenta al padiglione auricolare dell' ascoltatore come una nenia dai connotati ipnotici: il brano viene inaugurato dalla voce narcotica di Bowie(uno Zarathustra in musica che declama i suoi versi agli stolti astanti) che con fare catatonico inizia ad eiettare dalla sua ugola poche semplici quanto lapidarie parole (Nowhere/Shampoo/Tv/Come Back/Boy's Own/Slim tie/Shoedown...). Il duca viene presto raggiunto dall'apparato strumentale che inizia ad arzigogolare una melodia saltellante quanto anestetizzata, mescalinica nel suo incedere, che sembra teletrasportarci idealmente in una sorta di Shangri-La mentale. Nel contempo le vocals di Bowie continuano a vagheggiare con piglio sempre più ipnotico incanalandoci in un vortice narcotizzante di rara intensità.. Il testo,  dai connotati introspettivi, tratta delle riflessioni di chi, guardando il cielo  si interroga su se stesso, su dove andremo a finire...Con la terza traccia, Battle For Britain (The Letter), veniamo rispediti con uno scossone nella deumanizzata dimensione del primo brano. Una dimensione deflagrante, dai connotati post-umani, dal flavour robotico: i ritmi partono in sordina con un esplosione di suoni tecnologici, cibernetici...ci sembra di essere in una avveneristica catena di montaggio dove sono le note a fuoriuscire da strani macchinari e a sovrapporsi, a stratificarsi mentre inumani meccanismi le stirano, le piegano definendo pattern deumanizzati. Ci sembra per un attimo di ricalcare le strutture di una Little Wonder parte seconda, quando subentra  la voce di Bowie e la struttura inizia a prendere le fattezze di una fusione tra i due pezzi precedenti: tanto ipnotica (come Looking For Satellites) quanto cibernetica (come la già citata Little Wonder). La voce di Bowie si mantiene pacata, dai connotati narcotici, mentre declama " My, my the time do fly/When it's in another pair of hands/And a loser i will be/For i' ve never been/A winner in my life..." per alzare leggermente i toni nel pronunciare "Don't be so forlorn/It's just the payoff/It's the rain before the storm..". Il testo ci narra le vicissitudini di un uomo che racconta in una lettera quanto la vita lo abbia reso un perdente (l' uomo ha usato anche droghe, come notiamo nella strofa "I used the sucker pills"). L'uomo lancia un monito al fruitore della lettera (quasi un'epigrafe) dicendogli di non deprimersi per quel che troverà scritto in quest'ultima...in un giorno migliore lo prenderà per mano conducendolo attraverso ogni porta...La quarta traccia, Seven Years In Tibet ci ritrasporta in una struttura dai connotati ipnotici, abbandonando nuovamente gli annichilenti pattern deumanizzati che caratterizzavano il secondo e il quarto brano, riportandoci ad una dimensione narcotica più congeniale a brani come Looking For Satellites. Notiamo come fino a questo momento la struttura del disco, musicalmente parlando, alterni parti dal flavour postumano a parti dal gusto più misticheggiante, mentre i testi, introspettivi, rimangono pregni di un sentore umano, meditativo.  Testi dal piglio quotidiano che vengono inglobati a strutture musicali capaci di alternare l'agonia all'estasi...Ma tornando al brano in questione, notiamo come questo prenda il via in sordina con secchi, sintetici colpi di percussione: verso gli otto secondi, un suono metallico, acido, tagliente come la lama di un bisturi ci incanala verso la struttura portante del pezzo, pregna di cauta nonchalance. La voce del duca prende il via molto morbida, ancora pregna di un sentore narcotizzato, per poi esplodere abbastanza grintosa nel refrain ("I praise to you/Nothing ever goes away/I praise to you/Nothing ever goes.."). La quinta traccia, Dead Man Walking, si materializza alle orecchie dell'ascoltatore con un flusso di suoni disturbati, metallici e sgraziati che in breve tempo ci portano verso il brano vero e proprio, impostato sulla fusione di questo magma di suoni metallici e la batteria. Bowie subentra come al solito con la sua voce trasognata per enfatizzare un testo che ripercorre idealmente le riflessioni di un uomo disilluso, un uomo che affermando di voler danzare, volare, si autodefinisce nel contempo un "morto che cammina". Le vocals acquistano tono  in concomitanza del ritornello (And i'm gone gone gone/Now i'm older than movies/Let me dance away/Now i'm wiser than dreams..) mentre sullo sfondo, intanto che il ritmo della track si fa più serrato (e un po' danzereccio), una seconda voce (sempre Bowie) serpeggia distante, con un piglio stralunato a cullare la voce principale. Bel brano, ottime le atmosfere createsi soprattutto nelle parti in cui a farla da padrone sono le sonorità disturbate e cangianti, vagamente aliene. Con Telling Lies siamo scaraventati di nuovo, sin dai primi secondi, in una struttura che ha il vago olezzo della jungle già annusato alcuni brani fa. I ritmi sono disturbati, e ancor di più lo è la voce del Duca, che verso i sei secondi inizia a belare con una voce distante, quasi robotica, postumana "Teeelling Lieeees....". Presto in una struttura sintetica e deumanizzata Bowie inizia a recitare con fare distaccato un testo quantomeno visionario in cui si fa riferimento a donne che si incontrano per parlarsi di stelle, re e piedi, in cui "ombre cadono in sorrisi contratti". E nel refrain il Duca ci avverte che mentendo, dicendo bugie, è come se qualcosa stia per accadere... Nel brano in questione siamo cullati da un tappeto sonoro che si nutre poco di cellule umane, un tessuto composto da parti sintetiche capaci di eiettarci in una dimensione allucinata, stralunata in cui a farla da padrone sono visioni cangianti in continua mutazione. attacca ancora una volta con una struttura elettronica, stavolta schizoide, ripetuta a loop, quasi la visualizzazione di una catena di montaggio gestita da nani robot in preda ad un cortocircuito. Bowie subentra dapprima con dei bisbigli, dei sussurri (che sembrano proprio fuoriusciti da quella catena di montaggio sonora), poi, in concomitanza del refrain (I'm afraid of americans/I'm afraid of the world/I'm afraid i can't help it/I'm afraid i can't..) con un piglio decisamente più tonante, mentre sullo sfondo scende come una cappa un flusso sonoro metallico e disturbante. Il testo, il cui protagonista è tale Johnny (forse l' alter ego di Bowie?) tratta della sua permanenza in America. Le lyrics ci avvertono che Johnny vuole una Coca, vuole un cervello, vuole una donna, e il fulcro del brano si palesa proprio nel ritornello, in cui Bowie (Johhny?) dichiara di avere paura degli Americani, di avere paura del mondo...Law (Earthling On Fire) è inaugurata da una voce filtrata e da un tappeto sonoro elettronico ancora una volta dal flavour alieno. Stavolta il testo è perfettamente allineato con la struttura musicale del brano, dato che nelle lyrics avvertiamo un riferimento ad un entità extraterrestre, come si evince da parti del brano tipo "Earthling on fire/I don't want the knowledge/I want certainty.." o "Sometimes/Earthling on fire/Oh i get a little bit afraid.." Terrestri in fiamme...quindi chi narra non deve essere un terrestre ma un entità estranea alla fauna di questo povero pianeta.E ancora una volta si palesa la paura della voce narrante: mentre nel brano precedente la paura era per gli Americani, stavolta si espande a tutti i terrestri "in fiamme". La struttura del brano si protrae in un'atmosfera allucinata, tra voci filtrate e un pattern elettronico che puzza lontano un miglio di atmosfere aliene e/o futuribili, con Bowie che ripete in maniera mantrica "With the sound, with the sound, with the sound of the ground..."

Ottimo album in definitiva, una prova riuscita per il Duca Bianco che dimostra in questo contesto di sapersi rinnovare senza tradire le aspettative degli ascoltatori, ma anzi, riuscendo ad incorporare nella struttura dei suoi brani soluzioni tanto innovative quanto accattivanti. Da avere senza alcuna riserva.



 


1) Little Wonder 
2) Looking for Satellites 
3) Battle for Britain (The Letter)
4) Seven Years in Tibet 
5) Dead Man Walking 
6) Telling Lies 
7) The Last Thing You Should Do 
8) I'm Afraid of Americans
9) Law (Earthlings on Fire) 

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