DAVID BOWIE

Blackstar

2016 - Sony Music

A CURA DI
ELEONORA STEVA VAIANA
09/02/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Undici gennaio duemilaquindici, un lunedì mattina iniziato come tanti: l'inizio di una nuova settimana, la fine di un week end piacevole e spensierato, la presa di coscienza degli impegni che ti aspettano lì, pronti a deriderti dalle pagine della tua agenda. La sveglia suona, per spegnerla e riprendere coscienza mi dedico a un po' di zapping da Social Network e leggo Non è morto. E' tornato sul suo pianeta. Rileggo più di una volta, mi rendo conto che il personaggio associato alla fotografia che sovrasta questa frase è David Bowie. Mi ritorna in mente il film Labyrinth - Dove tutto è possibile e ripenso al Re dei Goblin che mi ha fatto sognare durante tutto il periodo dell'adolescenza. Ripenso a Miriam si sveglia a Mezzanotte, guardato quasi per caso per l'attrazione nei confronti della figura del vampiro, pane quotidiano per chi ama l'horror in generale. Ripenso a Fuoco, cammina con me. Ripenso a Christiane F: Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino. Ripenso addirittura a Zoolander. Non riesco a concepire quanto ho appena letto, al punto da ricordare soltanto film e niente della sua musica. Neppure "Space Oddity", banale sì, ma la mia preferita da sempre. Nemmeno "Rebel Rebl", cantata a una jam spensierata e divertente in compagnia degli amici e di qualche birra poco tempo prima. Ce ne sono talmente tante di bufale in giro per la rete, penso, da essere sicuramente anche questa una fandonia semplice e di cattivo gusto. Purtroppo, però, no, non in questo caso. Realizzarlo ancora mi è difficile, onestamente la dipartita di David Bowie mi ha dato molto da pensare a cosa sia, in fin dei conti, un artista: condizione attribuita fin troppo spesso a chi in realtà, di artistico, non ha niente, include una visione del mondo panoramica e spensierata, sensibile, critica, pungente. Realizzo di aver assistito alla fine di un'epoca e di un mondo che, purtroppo, le generazioni future probabilmente non riusciranno a comprendere. Mi arrabbio per aver assistito a tutto questo con la mente annebbiata dal sonno e gli occhi ancora mezzi socchiusi, non era così che avrei voluto saperlo. Lo avrei voluto sapere schiacciando play e lasciando partire "Blackstar", il regalo di addio ai propri fan da parte del Duca Bianco. Uscito il giorno del suo sessantanovesimo compleanno è stato accolto come un auto-regalo per un traguardo così importante, non come un addio. Certo, il video della title track uscito a fine 2015 qualcosa doveva lasciar trapelare: dite addio al Bowie che conoscevate, è tempo di novità. Ma proprio perché a lasciar trapelare questo messaggio era un camaleonte, non c'era di che aver paura. La storia di "Blackstar" ha inizio nella primavera del 2014, quando il Duca Bianco entra in un bar di New York su consiglio di Maria Schneider, leader di una band jazz. La sera un quartetto con a capo il sassofonista Donny McCaslin si esibisce, Bowie prende un tavolo proprio vicino al palco per avere una visuale più completa della situazione. Dopo 10 giorni McCaslin trova una mail nella casella di posta elettronica, direttamente inviata dall'artista britannico, che chiede di ingaggiare lui e il suo batterista Mark Guiliana: partoriscono "Sue (Or in a Season of Crime)" rilasciata nella compilation del 2014 "Nothing Has Changed" e riarrangiata per "Blackstar". Nel gennaio 2015 tutto il gruppo di McCaslin si ritrova negli studios Magic Shop per iniziare a lavorare al venticinquesimo album in carriera, "?", che uscirà l'8 gennaio 2016. I demo preparativi, i semi che hanno dato alla luce questo meraviglioso lavoro, risalgono comunque al 2014: David Bowie, incontratosi col produttore Tony Visconti e col batterista Zack Alford, iniziano già a porre le basi per quello che sarà l'ultimo album della sua carriera. L'intenzione dell'artista era quella di sperimentare e proporre qualcosa di nuovo che unisse jazz, hip hop, pop e chi più ne ha più ne metta. Le sessioni di registrazioni hanno tempi molto lunghi, fino a sette ore consecutive, una cosa strana per chi, dal 2006, in occasione di un evento di beneficenza, non ha più cantato in pubblico per presunti problemi cardiaci. Al contempo, Bowie lavora anche al musical "Lazarus", alla produzione, al casting, al progetto in ogni suo aspetto: insomma, ribadisce, anche in occasione di "?", di essere un artista a tutto tondo. L'artwork è stato realizzato dal designer Jonathan Barnbook, che già aveva realizzato le grafiche di "Heathen", "Reality" e "The Next Day": è visibile una grande stella nera posta su di uno sfondo bianco, sotto la quale è scritto il nome Bowie tramite dei segmenti di stella. Si tratta dell'unico disco nella carriera dell'artista che non lo vede come protagonista della copertina (se non si conta la versione statunitense di "The Man Who Sold the World" e la versione britannica di "The Buddha of Suburbia"). Il lavoro? Unico, indelebile, magico e commovente. Just like that Bluebird, you know I'll be free.

Blackstar

Il 19 novembre 2015, sul canale Youtube ufficiale di David Bowie usciva un videoclip molto particolare, quello di "Blackstar"(Trad. Stella Nera) . La title track dell'omonimo ultimo album in carriera dell'amatissimo Duca Bianco, lasciava presagire una svolta netta in direzione di un nero rossastro, molto esoterico, carico di significato. Una canzone strana, cupa, addirittura quasi palindroma, come hanno dimostrato le versioni reversed spuntate in rete come funghi, caricate da utenti in cerca di messaggi subliminali. Si è parlato, come al solito, di satanismo, di illuminati, di frasi che, se ascoltate al contrario, contenevano espliciti rimandi al letto di morte del cantante britannico. Tutto questo dopo quel maledetto 10 gennaio, dopo che quell'artista poliedrico, geniale e dall'anima sublime ha deciso di lasciare questo mondo per tornare al suo pianeta. Quando fu rilasciato il video di "Blackstar" era chiaro che qualcosa era cambiato: il Duca appariva comunque molto energico, con gli occhi tappati da una benda bianca sui quali erano stati cuciti un paio di bottoni, quindi con una spiccata vena prettamente inquietante. E quelle sonorità così cupe, strane, insolite rispetto al resto della produzione mastodontica di ben 25 album in studio (26 compreso l'ultimo), dovevano essere un campanello d'allarme, il primo assaggio del boccone amaro al quale, evidentemente, nessuno era preparato. Quasi 10 minuti di brano al quale si viene introdotti da un riff di chitarra accompagnata da archi mandati al contrario, che ci propongono, se vogliamo, uno dei temi più ricorrenti dell'intera traccia. Compare subito la voce del Duca Bianco, tenue, delicata, accompagnata da ritmiche estremamente contorte, che si lascia andare all'esposizione di una linea vocale molto pacata e dalle sonorità interrogative. Parallelamente, nel videoclip associato, si viene introdotti a uno scenario molto strano, familiare, tuttavia: viene inquadrata una tuta da astronauta abbandonata su di un terreno roccioso sul quale trionfa una stella nera gigante e capace di illuminare, di un delicato tono bluastro, l'immensità del panorama. Situazioni create risolte da una melodia che lascia un senso di sospensione incredibile, al quale si associa l'immagine di una persona che cammina in quello scenario alieno. Un cambio di inquadratura, un cambio di linea vocale e ci appare un David Bowie bendato, con i capelli bianchi e il volto scavato, che si muove in una sorta di solaio, cantando la strofa, con la stessa impostazione delicata della parte introduttiva, ripresa interamente con l'aggiunta di ritmiche più lineari. Dietro di lui si scorgono degli individui in preda a quelle che si potrebbero definire delle convulsioni mistiche, se vogliamo, che si alternano all'incontro della figura femminile dotata di coda con quello che scopriamo essere un astronauta ormai defunto da molto tempo. Uno scheletro, tempestato di brillanti, accostato all'immagine di una candela a forma di uovo, mentre la strofa prosegue agghindandosi di un solo di sax. Le ritmiche si rivelano estremamente particolari, contorte e ansiose, perfette per associarsi all'immagine di quella figura femminile che tiene in mano una teca, contenente, per l'appunto, quel teschio così luccicante che, con lei, attraversa una città sabbiosa. David segue la vicenda musicale col corpo e con la voce, proponendoci, nuovamente, una seconda strofa caratterizzata da quell'alone misterioso e cupo, che suona quasi come un canto rituale. A dar corda a questa possibile visione della traccia e del video correlato, l'immagine di quello scheletro, presumibilmente lo stesso vestito da astronauta, diretto verso la Stella Nera. Musicalmente ci troviamo di fronte a un'estasi ritmica e strumentale, sorretta in particolar modo dal sax, che si associa perfettamente alle immagini di una danza rituale che ci porta verso una situazione nuova. Un coro di uh, che rendono tutto estremamente inquietante, accoglie la visione del Duca Bianco intento a guardare un orizzonte immaginario e immaginato, con uno sfondo blu e un libro in mano. E, guarda caso, su quel libro è disegnata proprio una stella nera. Dietro di lui, intento a roteare rendendo visibile quel simbolo, tre persone che seguono con lo sguardo uno spettacolo che sembra essere diretto proprio da David, ma che a noi non è visibile - anche se l'inquadratura su un campo di grano dà, quantomeno, un'impronta immaginativa abbastanza forte. A questo punto si avverte l'inizio di un cambio di situazione sia musicale che scenica, il coro di uh, sempre inquietante, è questa volta accompagnato da una melodia estremamente luminosa, aperta, colma di speranza che apre la porta alla seconda parte della traccia. Dopo una prima e sommaria esposizione della melodia che ci dovremo aspettare, compare il Duca Bianco nel solaio già incontrato, con le mani conserte e lo sguardo rivolto al cielo. Una melodia dolcissima e commovente si apre, colma di una speranza in grado di illuminare l'anima e la mente, spezzata, però, dall'inquietantissimo I'm a Blackstar (Sono una Stella Nera), parola fino a ora mai pronunciata direttamente dal cantante. Con un dolce accompagnamento di chitarra, la seconda parte si ripete, rimanendo invariata rispetto alla prima: la voce risulta limpida, accesa e purissima, diventando più cupa al cambio situazionale che coincide con la ripresa, di nuovo, di quella candela a forma di uovo. Una voce ricca di groove, esattamente come il sottofondo musicale sul quale si incastra, perfettamente, la ripetizione di I'm a Blackstar in tutte le sue varianti. La situazione si evolve ulteriormente aprendosi di nuovo, puntando tutto all'immagine del Duca impegnato a dare personalità e un volto alla delicatissima melodia troppo felice e spensierata rispetto agli elementi visivi che ci passano di fronte agli occhi. Tre individui con gli occhi bendati in un campo di grano, legati a tre croci e intenti a muovere circolarmente il bacino. Musicalmente la situazione si ripete riportando in scena quel cambio così inquietante e cupo, che imprime indelebilmente una sensazione di confusione, di inquietudine, specialmente alla comparsa di quell'uh così strano, associato all'immagine, di nuovo, di David, che ruota col suo libro in mano in una terra incantata e azzurrissima. A tutto ciò si alternano le immagini di quei tre individui legati alle loro croci, così simili a spaventapasseri, che ridono e danzano per quanto gli è concesso dalla posizione. Si ritorna, così, alla prima situazione melodica incontrata, che risulta, però, ridotta di velocità. In tutto questo le immagini del video ci mostrano una fila di donne comandate dal teschio brillante che danzano con quelle convulsioni con le quali siamo ormai diventati familiari. A questo si alterna il volto di David Bowie di nuovo in versione bendato, mentre la traccia si riempie di una tastiera che dà corpo e crea l'atmosfera perfetta per rendere tutto quanto così strano. La candela ricompare, questa volta risulta completamente sciolta, la sua immagine si alterna a quella di una specie di mostro grande e terrificante, del quale lo stesso Duca ha estremamente paura. Si dirige dai tre individui sulla croce e li uccide, semplicemente con la sua presenza. Questa non è una traccia normale, più si ripetono gli ascolti, più se ne diventa coscienti. È più un viaggio mistico all'interno di un uomo che vuole farci capire di essere giunto alla fine dei propri giorni, condendo il video di una delle canzoni più strane che, personalmente, abbia mai ascoltato con simboli e rimandi che, col senno di poi, risultano così evidenti. La candela è, probabilmente, la chiave di volta: una candela a forma di uovo che rappresenta la vita, la quale, nelle ultime battute, risulta completamente sciolta, consumata. Esattamente dopo questa immagine compare un mostro del quale David Bowie ha paura e che è in grado di uccidere tutti e tre i personaggi crocefissi ma, fino a pochi istanti prima, energici al punto di fare la linguaccia a quella cosa. Un chiaro rimando alla morte? Ma non a una morte temuta, bensì mistificata. L'astronauta iniziale ha tutta l'aria di essere quel Major Tom che ha fatto guardare le stelle a tutti con la meravigliosa "Space Oddity", rappresenta un passato che ormai è concluso ma che ha raggiunto la dovuta gloria, al punto di essere osannato e cultuato da chi lo ritrova. Rimandi voodoo, come per esempio la danza effettuata dalle figure femminili, fanno propendere per un'altra potenziale interpretazione: David Bowie si rivela profeta di se stesso, di un successo e di un passato glorioso capace di innalzarlo a divinità. E, in quanto divinità, sa benissimo di non aver bisogno di una componente corporea. Il titolo Blackstar, secondo qualcuno, richiama una traccia di Elvis Presley mai pubblicata, intitolata proprio "Black Star". Per citare giusto qualche verso, troviamo "Ogni uomo ha una stella nera (Every man has a black star), una stella nera sulla sua spalla (A black star over his shoulder) e quando l'uomo vede la sua stella nera (And when a man sees his black star) sa che il suo tempo, che il suo tempo è arrivato (He knows his time, his time has come). Un testo criptico, che parla della villa di Ormen contenente una candela solitaria, e al centro di tutto gli occhi. Nel giorno dell'esecuzione [?] solo le donne si inginocchiavano e ridevano (On the day of execution, on the day of execution, only woman kneel and smile). E poi quella strofa, quei versi che suonano così dannatamente profetici: qualcosa è accaduto nel giorno della sua morte, lo spirito è risorto e si è messo al suo fianco, qualcun altro ha preso il suo posto e ha pianto coraggiosamente. In particolare, un verso risulta essere piuttosto esaustivo You're a flash in the pan (sei un lampo nella padella), a indicare la brevità dell'esistenza terrena. Potrebbe essere rischioso pensarlo, ma quel rimando al giorno dell'esecuzione potrebbe essere un indizio a favore della teoria secondo la quale David abbia deciso di ricorrere all'eutanasia per andarsene serenamente (per tornare sul suo pianeta). Soffermiamoci, facendo un passo in dietro, sul verso iniziale: In the villa of Ormen (Nella villa di Ormen). La parola ormen significa serpente in norvegese, per questo motivo la villa di Ormen diventa la villa del serpente: al di là del significato esoterico di questa metafora, recentemente sulla nota piattaforma Reddit è comparso un post che ha alimentato una specie di leggenda nei confronti di "Blackstar". Googlando The villa of Ormen tra i primi risultati si nota un link diretto a un blog Tumblr molto particolare. Iniziato nel mese di novembre, ha postato immagini che richiamavano tematiche e ambientazioni proprie sia di alcuni dettagli del video di "Blackstar" che di quello di "Lazarus". Recentemente il proprietario del blog ha scritto un post nel quale, ricordando David Bowie, comunicava di non essere lui: questa svolta ha lasciato un po' l'amaro in bocca a tutti coloro che speravano di carpire un dettaglio così succulento lasciato da una mente capace di pensare oltre qualsiasi cosa, persino oltre la morte. Tuttavia, vista la somiglianza di alcune immagini presenti nel blog con le inquadrature e le liriche dei due brani, supporre che a mantenerlo in vita fosse qualcuno vicino al Duca è fantascientifico, ma lecito.

Tis a Pity She was a Whore

Seconda della tracklist "Tis a Pity She was a Whore" (Trad. Peccato fosse una puttana), rilasciata come singolo il 10 novembre 2014. Il titolo è un esplicito richiamo alla tragedia di John Ford, dal titolo 'Tis Pity She's a Whore, risalente ai primi anni del 1600 e andata in scena, per la prima volta, tra il 1629 e il 1633. Il tema principale è l'incesto, cosa che procurò non poco scalpore, all'epoca, in Inghilterra e nel panorama intellettuale: racconta la storia di Giovanni, studente all'Università di Bologna, innamorato di sua sorella Annabella. Il giovane si confida col frate Bonaventura, che prova a convincere il ragazzo della natura malvagia dei suoi desideri, talmente prepotente da avergli completamente oscurato la mente e la razionalità. Annabella, dal canto suo, viene corteggiata da molti spasimanti, tra cui Bergetto, Grimaldi e Soranzo: non gli interessa nessuno, finché Giovanni non si dichiara e anche lei scopre di provare gli stessi sentimenti per il fratello. Si sposa, tuttavia, con Soranzo ma una serie di vicissitudini complicate e articolate portano a un vero e proprio massacro. Il dramma si conclude con il cardinale che dice, di Annabella "Who could not say, 'Tis pity she's a whore?". Il caro Duca Bianco ha però sottolineato, in un'intervista, che la traccia si riferisce alla presa di coscienza della scioccante crudeltà della Prima Guerra Mondiale: il rimando alla guerra, per l'appunto, non tarda ad arrivare. Nella prima strofa, precisamente l'ultimo verso, troviamo la frase questa è la guerra (This is The War). Una guerra che colpisce il corpo e la mene di ogni individuo, sottoposto a tali pressioni da sentire il bisogno di piangere. Con il suo bacio malvagio colpisce tutti, colpisce il più debole, colpisce il più forte, colpisce l'intimità e la tranquillità di chi vive a contatto con la guerra. Il testo risulta essere molto secco e conciso, la prima e la terza strofa combaciano quasi totalmente, se non per il cambiamento della parola curse (maledizione) nella prima che diventa fate (destino) nella terza. 'Tis a Pity she was a Whore è decisamente il verso più ripetuto in più occasioni e a più riprese, costituendo, né più né meno, il leitmotiv dell'intera traccia - che, non a caso, adotta questa formula per il titolo. La traccia si apre con una serie di respiri che si vanno ad amalgamare all'entrata in scena della batteria, sostenuta al punto giusto per assicurare la giusta dose di movimento alla traccia che, lo ricordiamo, ha l'onere e l'onore di seguire la magnifica "Blackstar". Subito si viene a profilare il mood generico, piuttosto jazz, particolarmente sperimentale, sovrastato dal sax magistralmente suonato dal jazzista Donny McCaslin (nella versione originale uscita nel 2014 sono presenti parti di sax registrate direttamente dal Duca). Groove, passione e sentimento, ulteriormente sottolineati dall'ingresso in scena della voce che, a tratti, parrebbe addirittura essere in presa diretta: doppiata da un coro, si lascia andare a una bella linea vocale estremamente fluida, delicata e molto raffinata, che presenta un collante continuo dato dalle note di sassofono. Le ritmiche rimangono le solite, cambiano gli accordi e i fiati iniziano a farsi per certi aspetti quasi noise, sicuramente molto in linea con quanto anticipato dalla title track. Sperimentare è un chiaro obiettivo di questo album e di chi sapeva, probabilmente, che sarebbe stato l'ultimo. La seconda strofa si ripete praticamente allo stesso modo, con quella quantità di groove molto coinvolgente alimentata dalla pienezza di un basso perfettamente amalgamato al resto dei musicisti. Un tocco di tastiera molto anni Ottanta spunta qua e là per dare ulteriore personalità alla canzone, che cambia range di accordi evolvendosi in una direzione impennata, nevrotica, se vogliamo, che si risolve, tornando a infondere una sensazione di sospensione, grazie alle note di sax. Ultima strofa, la voce si fa più sentita, se vogliamo, mentre il sottofondo musicale rimane praticamente invariato - se non per i soli di sassofono che costituiscono punti interessantissimi e molto godibili -, David ci delizia con qualche woo improvviso mentre la traccia si avvia verso il proprio finale.

Lazarus

Dopo questa parentesi gioiosa e solare, passiamo, di nuovo, alla cupezza di una traccia pregna di morte, ma non di paura: "Lazarus" (Trad. Lazzaro). Nota figura dei vangeli, abitante di Betania, è colui che, stando a quanto raccontato dal Vangelo Secondo Giovanni (11,1-44) morì per una malattia, ma fu resuscitato niente meno che da Gesù. Per la precisione Lazzaro era morto da quattro giorni, era già in decomposizione, ma Gesù riuscì a farlo risorgere lo stesso, facendolo uscire sulle sue gambe dal sepolcro con ancora addosso le bende funebri. Il video di "Lazarus", diretto da Johan Renck (Breaking Bad, The Walking Dead, Vikings) regista anche di "Blackstar", è stato rilasciato il 7 gennaio 2015, un giorno prima del compleanno del Duca Bianco, tre giorni prima della sua morte. A rendere il tutto più inquietante è il fatto che nella traccia la parola Lazarus non è viene mai pronunciata, ma è stata utilizzata come titolo per il musical scritto per il New York City Theater per il seguito della storia di Thomas Jerome Newton protagonista de "L'uomo che cadde sulla terra". Il produttore Tony Visconti, dopo la morte dell'amico e dell'artista, ha dichiarato che la traccia è da intendersi come un epitaffio, una riflessione conclusiva sulla morte: basta guardare il video per comprendere l'evidenza di questa intenzione. Lo stesso David Bowie con gli occhi a bottone incontrato nel video di "Blackstar" appare, questa volta, su un letto di ospedale inserito nello squallore di una stanza decadente e dai colori molto scoloriti. Canta muovendosi in maniera molto strana, quasi come se volesse provare ad alzarsi a sedere, ma non ne fosse capace, mentre da sotto il letto spuntano delle mani di una donna che possiamo tranquillamente interpretare come la morte o comunque la malattia che lo vuole prendere. Parallelamente, vediamo un altro David Bowie interpretare, forse, un poeta o intento a scrivere le sue ultime volontà su di una scrivania sulla quale capeggia lo stesso teschio di quel Major Tom incontrato, in una versione piuttosto macabra, nel video precedente. Scrive guardando sotto la sua scrivania, dove continua a essere presente quella figura femminile, più la vede più accelera con la scrittura, consapevole del fatto che se non si sbriga non riuscirà a concludere. Nella versione poeta notiamo immediatamente il rimando allo stesso abito indossato per la photosession di "Station to Station" (1976), per la precisione è visibile nel retro della copertina della riedizione in CD del 1990. Una foto emblematica, considerato che si vede l'artista intento a disegnare l'Albero della Vita della Cabala. Sul finale del video, Bowie scompare dentro a un armadio e chiude le ante di fronte a sé (a tal proposito è interessante, nuovamente, citare il blog The villa of Ormen e notare le casualità delle quali abbiamo parlato precedentemente). La traccia si apre con un malinconico riff di chitarra, sostenuta da una batteria molto delicata, e prosegue offrendoci l'opportunità di ascoltare delle lievi note di sassofono che subito lasciano spazio alla voce. Delicata, quasi sussurrata, risulta intervallata da tocchi molto cupi ed energici di chitarra che tendono a dare una sensazione di rabbia e di energia ma che subito si fa da parte, per lasciare la scena in mano al trio basso-batteria-voce. Segue la ripresa del giro introduttivo che lascia di nuovo spazio alla seconda strofa, dove, questa volta, gli intervalli musicali si fanno più armonici, sottolineando una presenza ingente anche di sax. La voce prosegue divenendo più tirata, ma sempre molto delicata, finché non si apre quello che potremmo definire la seconda situazione. Molto più vivace e colorata, ci propone un'interpretazione vocale quasi blueseggiante, se vogliamo, che tende a dare una gentile sensazione di libertà successivamente sovrastata dalla sensazione asfissiante e cupa ottenuta da una serie di elementi che richiamano la parte iniziale, anche se in questo caso risulta essere tutto più energico, come a dare la sensazione del tempo che corre. La situazione prosegue, mentre la voce ci infonde una commovente sensazione di libertà gridata con tutta la voglia di vivere presente in un corpo così meraviglioso dall'anima così brillante. Sugli accordi dell'ultima parte si estende un solo di sax quasi noise, che dà una strana sensazione di gelo, mentre la traccia si avvia verso la conclusione affidata a plettrate prepotenti di chitarra. Guarda, sono in paradiso. Ho cicatrici che non possono essere viste, ho l'arte, non può essere rubata, tutti mi conoscono adesso (Look up here, I'm in heaven/I've got scars that can't be seen/I've got drama, can't be stolen/Everybody knows me now). E' con questi versi che si apre il testo di questa splendida traccia, così simile a un requiem sperimentale, al Lacrimosa moderno. Quando uscì il video di "Lazarus" tutti coloro che l'hanno visto, compresa la sottoscritta, hanno pensato che il Duca Bianco avesse deciso di virare, evidentemente, verso una certa vena di cupezza sperimentale, nessuno, probabilmente, ha preso queste parole per vere. Eppure ci dice chiaramente di essere in pericolo, di non avere più niente da perdere, di essere così stonato dalle sostanze da sentirsi il cervello vorticare. Eppure riassume il suo passato, il suo arrivo a New York e la sua vita da re. Eppure ci dice in questo modo o in nessun altro saprete che sarò libero (This way or no way/You know I'll be free). Eppure cita l'"Uccello Azzurro" di Bukowski (Intitolato "Bluebird"), che nella composizione del poeta statunitense vuole uscire, vuole liberarsi, o quantomeno il suo Just like that Bluebird, You know I'll be free (Proprio come quell'Uccello azzurro sapete che sarò libero) sembrerebbe essere un rimando abbastanza chiaro. È una traccia che ha potuto acquisire il significato originario, solo dopo la morte di una mente così meravigliosa da pensare a noi, al suo pubblico, al suo mondo prima dell'ultimo sospiro: commuoversi è inevitabile di fronte a una purezza d'animo simile e di fronte a una delicatezza paradossalmente così selvaggia, che porta un uomo in punto di morte a voler creare per un'ultima volta. 

Sue (Or in a Season of Crime)

La successiva "Sue (Or in a Season of Crime)" (Trad. Sue (O in una stagione di crimine) è un brano estratto dalla raccolta del musicista britannico intitolata "Nothing Has Changed" uscita nel 2014. Con la collaborazione della Maria Schneider Orchestra, la traccia presente in "Blackstar" conta di un nuovo arrangiamento e di una nuova parte vocale appositamente studiata per l'ultimo album in carriera. Assieme al brano è uscito anche un videoclip, in bianco e nero, dalle ambientazioni particolari, molto noir. Il video è stato diretto da Tom Hingston e contiene alcune immagini di David Bowie impegnato in studio assieme alla Maria Schneider Orchestra in occasione delle registrazioni a New York. La traccia si apre con un riff molto ritmato ed estremamente catchy: delle rullate di batteria molto vigorose si alternano al sound grezzo di una chitarra piuttosto cupa e oscura, alla quale si va subito ad aggiungere la voce. Per la strofa la parte strumentale rimane praticamente invariata, mentre David canta in maniera molto delicata, accogliendo i sax e tutti gli altri strumenti che vanno via via a gonfiarsi creando una situazione, se vogliamo osare, quasi drum'n'bass. Al ritorno in scena della voce tutti gli strumenti si mettono da parte, in questa seconda sezione è possibile notare ancor più la pulizia estrema della voce che si fa apprezzare per il suo essere così limpida e ben equilibrata. Prosegue con la delicatezza di una leggerissima pioggia che cade da un cielo desideroso di lasciar andare la propria potenza, che lo dimostra con tuoni distorti ed echi praticamente noise provenienti da un background molto scuro. Prosegue per la sua strada, proponendo evoluzioni del tema principale funzionali e capaci di andare a creare una situazione molto strana, dissonante, inquietante se vogliamo. Ricorda, senza voler essere profani, la musica di Berio, per certi aspetti, con le sue atmosfere gonfie di ombre danzanti pronte a lasciarsi andare. Un film Lynchiano messo in musica, per certi aspetti, tratto che, vedremo, si riversa anche nelle liriche. La particolarità che subito salta all'occhio è il contrasto di dinamiche tra la voce e la musica: la prima prosegue con una specie di tranquillità aliena per la situazione, dato che la seconda si lascia andare a bestiali tappeti di piatti, pelli, suoni provenienti da altri mondi, chitarre e chi più ne ha più ne metta. Un po' prog, particolarmente sperimentale, la traccia si conclude lasciando in superficie il suono metallico e quasi fastidioso che fa da eco a un'esperienza molto insolita, amara, glaciale. Sue, nonostante sia l'acronico della formula Season of Crime, sembra quasi essere un nome nel regno del Duca BiancoSue, ho avuto il lavoro, compreremo la casa (Sue, I got the job. We'll buy the house). Sembrerebbe che Sue sia una persona malata, dato che si parla anche di una clinica che ha chiamato per avvertire che i Raggi X hanno dato un esito molto positivo, per cui tornerà a casa: qualcuno, forse, temeva di morire da un momento all'altro, dato che già pensava a cosa scrivere sulla lapide. Sue the Virgin, Sue la Vergine, che a quanto pare ha anche un figlio, che a quanto pare ha una fede spropositata. Una fede in Dio, forse, ma non nell'amore: il protagonista ci racconta di aver trovato un biglietto scritto la notte scorsa in cui Sue confessava il proprio amore per un'altra persona. Viene definito un clown, in una maniera estremamente equilibrata, poetica oltre l'immaginazione, crudele, nel cuore, a immaginare la sensazione provata dal protagonista che in un solo istante ha capito che quel pagliaccio è sempre stato l'altro.

Girl Loves Me

Proseguiamo con "Girl Loves Me" (Trad. La ragazza mi ama), che possiede qualcosa di strano sin dalla lettura del testo: è scritto in Polari, una tipologia di slang utilizzata in Gran Bretagna da attori, artisti del circo, mercanti, criminali, prostitute e dalla subcultura omosessuale. Si tratta di un linguaggio molto particolare che mixa la lingua Romanza con altri slang di vario genere, arrivando a coprire anche i bisogni dei tossicodipendenti con termini appositamente coniati per aiutarli nello spaccio e nel reperimento delle sostanze stupefacenti. Nato inizialmente con solo venti parole (bona per buono, ajax per vicino, palone per donna) si è sviluppato fino ad averne circa 500. Il motivo per cui lo slang Polari è associato agli omosessuali è molto semplice: essendo molto spesso impegnati con lavori in teatro, veniva utilizzato per poter comunicare in tutta tranquillità dato che l'attività omosessuale era considerata illegale. Da un lato serviva per coprire, letteralmente, i temi trattati dagli omosessuali che potevano comunicare liberamente senza il rischio di ripercussioni, dall'altro era molto apprezzato da coloro che volevano sottolineare con forza la propria identità. La sua diffusione ha iniziato a ridursi alla fine del 1960, anche a causa della maggiore libertà da parte della comunità gay che aveva finalmente modo di uscire allo scoperto: utilizzare un linguaggio così serrato e di nicchia, anziché favorire l'uguaglianza, procurava un ulteriore ispessimento della separazione dalla società. Il linguaggio Polari, oltre a essere protagonista di alcune produzioni musicali e teatrali degli anni 60-70, viene ricordato anche nel noto film "Velvet Goldmine" (1998), attraverso un flashback agli anni Settanta. David Bowie oltre a utilizzare lo slang Polari adotta anche quello Nadsat, utilizzato dagli adolescenti di "A Clockwork Orange", racconto di Anthony Burgess. Oltre a essere uno scrittore, Burgess era anche un linguista che ha voluto sfruttare il proprio background e le proprie conoscenze per dipingere i propri personaggi con un tocco in più. Il Nadsat, infatti, è una sorta di inglese dalle prepotenti influenze russe, ripreso dallo stesso Kubrick per l'adattamento del libro su pellicola, che porta il nome della subcultura presente nella storia. Interpretare il testo risulta molto complicato, per chi non conosce questo slang (o meglio, questo mix di slang) che si comporta quasi come un linguaggio in codice. Si parla di feste senza droghe di martedì, di polizia corrotta per guardare altrove di venerdì, il protagonista si dichiara stanco di tutto questo perché ormai è vecchio e inflazionato. Si parla di una ragazza che lo ama, che è bellissima con tutti i suoi difetti, si chiede dove cazzo è finito il lunedì? Precisiamo che le coincidenze possono essere prese soltanto come tali, ma pensare che il Duca sia morto di domenica e che di conseguenza non abbia potuto vederlo davvero quel lunedì, fa venire qualche brivido. Se ci aggiungiamo la sensazione immediata che si ha con l'ascolto della traccia, provare un po' di inquietudine è del tutto lecito: la traccia si apre subito con la voce dell'artista britannico quasi dissonante con il lieve sottofondo da incubo che si lascia andare con sonorità molto strani e particolari. Il beat che si scorge all'aprirsi vero e proprio della traccia dona movimento e un sorta di sensazione ansiogena costituita dall'atmosfera musicale molto strana, che si fa quasi drammatica, se vogliamo, nel ritornello. Accordi semplici, un pizzico di archi e la voce del Duca sempre molto lontana e particolarmente difficile da sintonizzare con l'emozione generale suscitata dal brano. Il bridge è il picco massimo della particolarità di questa traccia, le voci sovrapposte del cantante danno una sensazione quasi dissonante, mentre il sottofondo musicale sembra essere rimasto immobile, ipnotizzato dalla situazione. Ricompare il ritornello, che si ripete, questa volta, per due volte di seguito, per poi lasciare spazio al rientro in scena della strofa, questa volta sorretta solamente da voce e batteria. Si aggiungono gli strumenti che sembrano quasi far impazzire la batteria, portando a un crescendo strumentale estremamente particolare diretto verso la ripresa del ritornello. Per le battute finali viene ripresa la strofa, con la ripetizione di una coppia di Where the fuck did Monday go? Per poi lasciar spazio alla conclusione noise, contorta, animata da convulsioni invisibili che si lasciano andare al silenzio. 

Dollar Days

La penultima "Dollar Days" (Trad. Giorni del dollaro) è una bellissima rappresentazione della grandezza di un artista che, sapendo di essere al capolinea della propria vita terrena, ha deciso di fare un regalo, un ennesimo regalo, ai propri fan. La probabilità che questa sia stata la sua ultima canzone scritta è data da una serie di elementi: musicalmente riprende molto la classica struttura di una traccia comunemente definita come tale, non si prende lo spazio né la possibilità di dedicarsi ad altra sperimentazione, presente, come abbiamo visto, in praticamente tutte le altre tracce. È una canzone dalla struttura consolidata, melanconica, intensa, commovente e che segue più classicamente lo schema musicale più standard, costituito da strofa/ritornello/strofa/ritornello/outro. Quando si preme play si viene catapultati in un delicato ed elegante mondo introdotto dal rumore di fogli che vengono mossi. Gli accordi introduttivi, evocati da chitarra, pianoforte e da un sax che compare provenendo da una lontananza fumosa, sono intensi e carichi di un'emotività pungente. La voce arriva dopo un paio di rullate di una batteria soffice e distante, imponendosi nettamente su tutti gli altri musicisti: David Bowie si attiene comunque a un range piuttosto alto, cantato con una purezza e una delicatezza veramente toccante. La sensazione che si evince dall'ascolto è di essere spettatori di un passato brillante ma ormai passato, che profuma ancora di quell'intensità peculiare e affascinante: la melodia non è decisamente allegra, ma non è neppure così funerea come ci si potrebbe aspettare da quello che in molti hanno definito il brano dedicato, in ultima istanza, ai propri fan. Cambia totalmente range di emozioni nel ritornello, che compare improvviso e senza troppi convenevoli: la voce suona più marcata e aspra, la melodia si trasforma trattenendo il respiro su una risoluzione che diventa l'apice dell'emotività. E' impossibile non commuoversi dopo aver ascoltato questo ritornello, intenso, gridato da un'anima che vuole poter sfogare gli ultimi pensieri avvalendosi di una serie di soluzioni strumentali estremamente raffinate. Subito si collega la seconda strofa, che dopo il suo corso naturale lascia spazio a un meraviglioso assolo di sax posizionato su un giro di accordi simili a quello del ritornello, estremamente intenso e toccante, sentito dal più profondo dello spirito. Si avverte, qui, un pizzico di sperimentazione, zittita dal ritorno della voce che suona sempre più stanca ma comunque combattiva, pronta a ripetere l'ennesimo meraviglioso ritornello. L'outro è affidata a un ennesimo solo di sax posizionato, questa volta, su un giro più luminoso e più ricco di uno spiccato sentimento di vittoria, di trionfo, di positività. Si collega anche un solo di chitarra molto delicato, che prende il posto della voce intenta a ripetere il duo I'm trying to/I'm dying to mentre scompare nel silenzio. E nel finale un beat molto elettronico compare giusto per quelle due battute fondamentali per specificare che David Bowie, seppure alla fine del proprio percorso, ha voglia di mettersi ancora in gioco confezionando la perfetta canzone strappalacrime, personalizzata a dovere secondo i suoi non-canoni. Analizzando le liriche i rimandi al passato e a un futuro incerto sono molto evidenti: troviamo un artista che di fronte alla morte, di nuovo, non si dà per vinto, né si dispera. Fa, piuttosto, un resoconto della propria carriera, contemplando ed esorcizzando i propri rimorsi e i propri successi, rivolgendosi a tutti come dal suo punto di vista di non avere nemici (I got no enemies). Ribadisce, quasi, il proprio concetto di voler fare la sua musica e in particolare quest'album, cercando di correre il più possibile verso un tempo che scorre sadico e crudele, come potrebbero dimostrare le frasi ci sto provando (I'm trying too) e muoio dalla voglia di farlo (I'm dying to): in riferimento a questa ultima formula, potrebbe essere intesa come I'm dying too e, di conseguenza, diventare sto morendo. E poi c'è quella frase, la più bella per chi è da sempre stato un fan del Duca Bianco, la più straziante, la più commovente: Don't believe for just one second I'm forgetting you (Non pensate neppure per un istante che mi stia dimenticando di voi). Un ringraziamento nei confronti dei propri fan? La dichiarazione della devozione nei confronti di quel pubblico che è stato al suo fianco fino alla sua fine? Personalmente, la prima volta che ho sentito "Dollar Days", ho pensato nell'immediato al tenero addio rivolto a qualcosa. David era sempre su questo pianeta, nessuno avrebbe mai pensato che probabilmente questa e tutte le altre tracce fossero un regalo di addio per colpa della morte, tutti pensavano fosse semplicemente il suo album in carriera. Vedere tutto quanto alla luce degli eventi e dei fatti accaduti successivamente apre l'orizzonte doloroso alla presa di coscienza per la quale tutto era perfettamente scritto in questo "Blackstar", come abbiamo fatto a essere così ciechi? 

I can't give Everything Away

L'ultima traccia in tracklist è "I can't give Everything Away" (Trad. Non posso dare via tutto), introdotta da un riff immediato molto allegro e piacevole. Tastiere, batterie delicate, un tocco di armonica a bocca per un giro molto classico sul quale si posiziona perfettamente la voce del Duca: l'armonica che possiamo ascoltare è ripresa dalla traccia "A New Career In a New Town" del 1997, tratta dall'album "Low". Qualcosa di Sinatra, qualcosa di estremamente sperimentale in quel ritornello che suona come distorto, particolare, onirico. Breve e conciso, prosegue riportando sulla strada della strofa, che si colora di una sfumatura piuttosto strana grazie alla voce doppiata che la segue anche nel refrain del ritornello, al quale fa seguito un solo di sax alternato ai versi cantati. La voce getta la spugna, mentre il sassofono prosegue con la sua pioggia di note pacate, tipicamente jazz e incastrate perfettamente con il resto degli strumenti delicati, elettronici se si prende in considerazione la batteria, che riprendono in mano le redini del ritornello condito anche della voce. Si apre un'ennesima strofa, dove rimangono da soli voce e chitarra e alla quale va ad aggiungersi delicatamente tutti gli altri strumenti in un bellissimo crescendo emozionale che riporta al ritornello. Tutti sembrano suonare in sordina,creando una canzone che suona distante, proveniente da un'altra dimensione, se vogliamo, che ipnotizza la mente portando a galla elementi molto piacevoli come il solo di chitarra delicato che compare verso il finale. Si ripete il ritornello, questa volta dominato dal solo che si abbraccia, si amalgama, si cambia di posizione con la voce, per lasciare vuota la scena lasciandola in mano alla conclusione. Strumentale, quasi prog, dà una sadica sensazione di sospensione che lascia l'amaro in bocca e il cuore in subbuglio. Il messaggio che il Duca Bianco sembra volerci dare con questa traccia è semplice: scusate per non aver potuto vivere più a lungo. Sente che qualcosa andrà storto, sa che i cuori finiranno per andare in un blackout complessivo mentre le news fiorenti daranno il massimo di sé per parlare di quanto potrebbe interessare il mondo. Guardando di più e sentendo meno, dicendo no ma intendendo sì, questo è quello che ho sempre inteso, questo è il messaggio che ho mandato (Seeing More and feeling less, saying no but meaning yes, this is all I ever meant, That's the message that I sent). Parole che suonano come una premonizione su un futuro fin troppo chiaro, accettato, tutto sommato, con tutta la grandezza tipica di una leggenda. Immaginiamo la frustrazione di non poter gridare al mondo quello che si vorrebbe gridare, di dire ehi, me ne sto andando, i giorni passanoDavid Bowie non ha fatto così, ha fatto molto di più. Informare i media di una malattia così avida e famelica sarebbe stata una mossa poco intelligente, i giornali di tutto il mondo avrebbero interrotto la tranquillità della fine con telefonate continue. E invece no: scegliendo di intraprendere questa strada, quella della consapevolezza matura e positiva, quella che si evince da brani come "I Can't Give Everything Away", un leggendario artista ha confermato, ancora una volta, di essere immensamente grande, puro, umano e divino al contempo.

Conclusioni

Per trarre le conclusioni dall'ascolto di "Blackstar", probabilmente, sarebbe ottimo riuscire a zittire quella voce che ti riporta al 10 gennaio 2016 ricordandoti che l'anima meravigliosa che ha creato qualcosa di così grande non appartiene più a questa terra. Ed è impossibile. La fine del 2015 e l'inizio del 2016 ci hanno portato via fin troppi grandi della musica internazionale, ed è impossibile restare impassibili di fronte a una cronaca di questo tipo. Non si può, semplicemente, ignorare il fatto che David Bowie non è più tra noi, dopo una carriera lunghissima e ricchissima di colpi di genio, di creatività, di arte. E' impossibile farlo anche alla luce di ciò che "Blackstar", in fin dei conti, è: un testamento musicale, come confermato anche dall' amico e produttore Tony Visconti che lo ha descritto come il suo regalo d'addio ai fan. Ha rilasciato Blackstar per noi, il suo regalo d'addio. Lo sapevo da un anno che questa sarebbe stata la conclusione, ma non ero preparato. A quanto pare, secondo un'intervista rilasciata a Rolling Stone, una settimana prima della sua morte, David Bowie aveva fatto una telefonata via FaceTime a Tony per comunicargli la sua volontà di fare un altro album dopo "Blackstar", pur conoscendo la propria condizione clinica di malato terminale dalla fine di novembre. Dopo aver scritto cinque pezzi per un demo, era eccitato dall'idea di ritornare in studio, cosa che lascia intendere l'inconsapevolezza da parte dell'artista britannico di essere così vicino alla morte. Preparato, sì, ma non pronto a partire così in fretta, in sostanza. Visconti, lo storico produttore del Duca Bianco, aveva scoperto della sua malattia circa un anno fa: nonostante la chemioterapia e tutti i problemi comportati dalla sua condizione di salute, l'artista britannico è sempre stato estremamente entusiasta. A metà 2015 il cancro era in regressione, cosa che, ovviamente, aveva lasciato scaturire una vena di ottimismo sia nel produttore che nel Duca Bianco, consapevole, però, di non essere assolutamente fuori pericolo né salvo. A novembre l'album era finito. L'alone di fine è presente in tutto il disco, dall'inizio alla fine. Tuttavia, a differenza di quello che si potrebbe pensare, non porta con sé quella tristezza tipica che ci si potrebbe immaginare da un album partorito in queste condizioni. Non si tratta di un esempio di musica straziante composta alla luce della fine, non è cinico, non è sgraziato a causa della paura: è vivo. Questo album sprizza vita da ogni nota presente in ogni traccia, proprio perché rappresenta l'ultima possibilità di lasciare una traccia di sé, nonostante la carriera mastodontica del Duca Bianco. E questa opportunità l'ha colta al balzo per lasciarsi andare alla sperimentazione più magistrale ed emozionante, che mixa una serie di generi differenti per realizzare un bellissimo mostro vitale e ritmato. Di nuovo, è riuscito a creare qualcosa di diverso, qualcosa di mai ascoltato fino a questo momento, qualcosa che in molti hanno criticato, ma che a forza di ascoltarlo si sono resi conto dell'immensità che si cela dietro a questo lavoro: una sfumatura concreta delle emozioni, delle sensazioni, delle idee e dell'anima di chi ha voluto dire addio al mondo a proprio modo. Ha mistificato se stesso quanto basta per poter essere eletto, tranquillamente, a divinità (il video della title track ne è un chiaro esempio), ha mistificato il punto più triste per ogni essere vivente che con David Bowie è divenuto quello più frenetico. La Morte rappresenta sì la staticità di una condizione irreversibile, ma rappresenta anche il cambiamento: accettarla da questo punto di vista - quando, comunque, andrebbe accettata di base dal momento che ci viene donata la vita, essendo la conclusione naturale del ciclo esistenziale - aiuta a non perdersi gli ultimi preziosi istanti in compagnia di un mondo così familiare. Alienarsi totalmente per chiedersi come sarà questo cambiamento, riducendosi a passivo involucro di un essere umano, non prepararsi sufficientemente a preparare la propria valigia di emozioni per salpare verso l'ultimo viaggio, non cogliere l'attimo, sarebbe uno spreco. E un artista, che ha fatto della propria vita un'opera d'arte, perché non dovrebbe farlo anche della propria morte? Probabilmente, in questo caso, David Bowie ha avuto dalla sua parte una serie coincidenze, come, ad esempio, l'uscita del blog The Villa of Ormen o la strana vicinanza delle date che hanno sancito momenti così importanti per lui e per la sua carriera: il 7 gennaio esce il video di "Lazarus", l'8 gennaio esce l'album "Blackstar", il 10 gennaio è David Bowie a fare la propria elegantissima, dignitosissima e commoventissima uscita da questa realtà terrena. Quello spirito così fresco e genuino, quel volto così camaleontico ma sempre bellissimo, quell'angelo pronto a divenire donna e uomo distruggendo totalmente il concetto di normalità, sembra appartenere davvero a un altro pianeta. Un pianeta che ha avuto bisogno di lui e se lo è venuto a riprendere, offrendogli comunque l'opportunità di lasciare il suo ultimo saluto a colui che, grazie alla sua musica e alla sua arte a trecentosessanta gradi, ha insegnato a pensare, a guardare le stelle, a ribellarsi, a seguire la propria essenza, senza piegarsi mai. Grazie, Duca BiancoLegends never die.

1) Blackstar
2) Tis a Pity She was a Whore
3) Lazarus
4) Sue (Or in a Season of Crime)
5) Girl Loves Me
6) Dollar Days
7) I can't give Everything Away