DARKTHRONE

Panzerfaust

1995 - Moonfog Productions

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
01/10/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Continua il nostro viaggio nella storia e discografia dei Darkthrone, gruppo cardine del Black Metal scandinavo anni novanta; conclusa la trilogia storica composta da "A Blaze In The Northern Sky", "Under A Funeral Moon" "Transilvanian Hunger", i nostri hanno definito l'anima del Black più raw e minimale, aprendo la strada per migliaia di cloni che faranno a gara per estremizzare la loro lezione. Siamo nel 1995 e con "Panzerfaust" i nostri devono vincere una scommessa: rimanere coerenti con il proprio suono, ma allo stesso tempo non imitare se stessi, in un panorama dove ormai il Black stava esplodendo sulla scena estrema generale, producendo le più disparate varianti, anche commerciali, andando a rendere "vendibile" quello che per sua natura non doveva esserlo. Per ironia della sorte, quindi, il destino del genere sembra lo stesso toccato al Death qualche anno prima, il quale aveva proprio spinto la reazione del Black Metal stesso; forma più che sostanza. La reazione dei nostri è semplice, ma allo stesso tempo non così ovvia, e ancora oggi divide parte dei fan (c'è chi la valuta molto bene proprio per la sua attualizzazione del suono anni ottanta, e chi invece avrebbe voluto un "Transilvanian Hunger" parte due): "Panzerfaust" fa un passo indietro e riscopre ritmi più lenti e rocciosi di chiara ispirazione derivata dai primi Celtic Frost, tanto che si può parlare di una sorta di tributo alla storica band svizzera di Thomas G. Warrior, e anche al suo primo progetto Hellhammer (anche se non manca una certa influenza anche derivata dai primi Bathory, comunque a loro volta influenzati dal gruppo svizzero, e dal demo "Necrolust" dei polacchi Vader). Non si tratta però di imitazione senza originalità, né di un' inversione totale che dimentica quanto fatto prima; viene mantenuta una produzione lo - fi e rozza, l' atmosfera è meno gelida, ma rimane sempre nordica e fredda, sepolcrale, potremmo dire grigia creando immagini uggiose e solenni che ci trasportano in altri mondi. La voce è più alta e presente nel mixaggio rispetto al passato recente, andando anche a risaltare più della strumentazione stessa. Presenta un tono sempre urlato, ma con un uso minore del riverbero e più vicina a quella di Warrior e Quorthon (storica mente dei Bathory), con un effetto quindi più organico. Il duo Fenriz (seconda voce, strumenti) e Nocturno Culto (strumenti) è sempre dietro la trama musicale, mentre Varg "Burzum" Vikernes, qui presente con lo pseudonimo di "Greifi Grishnackh", partecipa al testo di "Quintessence" facendo la sua ultima apparizione su un disco dei Darkthrone. L' album vede anche il passaggio sotto la "Moonfog Records" di Satyr dei Satyricon, forse dovuto ad una maggiore ricerca di autonomia e di "spiriti affini" dopo le ingerenze della "Peaceville Records", che si era apertamente dissociata dalle dichiarazioni non molto politicaly correct dei nostri, rilasciate in concomitanza con l' uscita del precedente "Transilvanian Hunger". Si tratta quindi per molti versi dell' inizio di un nuovo periodo per la band norvegese, il quale però avrà probabilmente il suo massimo apice qui, per poi conoscere una serie di problemi dovuti ad una perdita del filo e certe insicurezze su dove approdare, ma questa è un' altra storia.    

Si comincia con "En vind av sorg -  Un vento di dispiacere" che ci accoglie da subito con un freddo rifting dove s' inseriscono i beat di batteria di Fenriz in un familiare gioco d' incastri che chiarisce subito l' identità dei nostri. Notiamo però come la voce di Nocturno Culto sia più presente nel mixaggio rispetto ai dischi precedenti, meno rielaborata con effetti e più vicina allo stile della band Black/Thrash anni ottanta. Gli arpeggi in tremolo malinconici fanno anch' essi riferimento a quella decade, filtrati però sotto una visione legata al Black scandinavo che unisce il suono mortifero caro ad Hellhammer e Celtic Frost con le fredde melodie atonali che caratterizzano lo stile dei Darkthrone, mantenendo intatto il loro stile minimale. Dopo una cesura verso i tre minuti e quaranta parte un andamento baritonale con chitarre ad accordatura bassa, il quale va a costituire un' atipica (per i nostri) pausa; dopo di essa riprende la fredda cavalcata iniziale che prosegue in un lungo loop ossessivo. Nel finale esso lascia spazio ad un bell'assolo dissonante che sfuma con la composizione, chiudendo definitivamente il pezzo. Il testo in norvegese evoca il passato pagano di un' epoca perduta, con connotati di malinconia esistenziale, come nel passo "En Vind Av Sorg La seg tungt omkring De Eldstes hus - Un Vento Di Dispiacere si avvolge duramente intorno alla casa Degli Antichi" che mostra l'abilità di Fenriz nel creare forti immagini poetiche, che continuano a richiamare lo spirito norreno e le sue antiche leggende, lasciandoci il monito: "Minnes de svundne Tider Et Hav av Tid har gått siden Den gang Norrøners tro og skikk... - Ricorda le Epoche passate, un mare di Tempo è passato da allora (e anche) i Costumi e la fede degli uomini del Nord...". "Triumphant Gleam - Bagliore Trionfante" presenta una intro incalzante con arpeggio in tremolo monolitici di chiara ispirazione derivata dai primi Celtic Frost e dai Bathory, ispirazione  che permane nella successiva falcatura di chitarra. Siamo difronte ad un pezzo che sembra uscito da "Morbid Tales" o dai momenti più selvaggi di "To Mega Therion", ma rielaborato come sempre sotto l' ottica dei nostri, evitando così il plagio. Abbiamo comunque diversi rallentamenti dall' animo Doom, pesanti e pachidermici nel loro lento incedere, a cui seguono corse forsennate di stampo Black 'n' Roll. La voce del cantante evoca quella di Thomas G. Warrior completando la scena con il suo tono aggressivo, ma umano. L' andamento rimane sostenuto grazie ai solenni giri di chitarra taglienti, e verso i tre minuti e mezzo parte un assolo dissonante che fa da spartiacque per la successiva cavalcata dall'animo "Punk", che chiude un brano decisamente meno dominato da fredde atmosfere e più diretto rispetto a quanto siamo abituati da parte dei nostri. Il testo, questa volta in inglese, evoca immaginari di lotta e potere legati ad un affresco fantasy con signori della guerra, dove la gloria appartiene a spiriti forti che dominano sugli schiavi ("Weaves War with a gesture of Might, Fallen are the Souls Blinded by the Warrior Dreams, Finds the star invisible to most of the regular Men and Slaves - Ordina la guerra con un gesto di Potenza, Perdute sono le Anime Accecate dai Sogni del Guerriero, Ritiene la stella invisibile per molti dei normali Uomini e Schiavi") andando a creare l' ennesima narrazione in cui al posto della satanica blasfemia troviamo un 'esaltazione di valori guerrieri legati ad un passato nordico idealizzato. "The Hordes of Nebulah - Le Orde di Nebula" ha un' apertura lenta e cadenzata con arpeggi taglienti in tremolo che creano un passaggio Doom monolitico; la batteria è controllata e distribuita sul tessuto sonoro con una precisa calma, che si rispecchia anche nei riff di chitarra che si promulgano in loop ossessivi. Verso i due minuti parte un nuovo andamento, questa volta strisciante e segnato da movimenti di chitarra circolari e dallo screaming sgolato di Nocturno; in esso s' inserisce un tetro e solenne assolo dissonante che si sviluppa nelle retrovie, mentre in superficie prosegue il motivo roccioso. Verso i quattro minuti e venti esso conosce un' accelerazione con potenti montanti che nel finale si perdono in una dissolvenza che va a sfumare il brano verso l' oblio. Il testo è decisamente onirico e legato ad una sorta di enigmatico tema cosmico che evoca i misteri di Lovecraft con spazzi siderali, in cui un 'orda naviga nell 'infinito verso una stella, simbolo forse dell' aldilà, senza la sicurezza che essa esista davvero, superando ostacoli dalla mistica origine. "Oh, Father (the) Fog of Nebula Your faithful children have escaped The Walls of Eternity The Elders Curse - Like Snow of the Solstice of the Sun - Oh, Padre, (la) Nebbia di Nebula! I tuoi fedeli figli hanno evitato le mura dell' Eternità, l' Antica Maledizione - Come Neve del Solstizio del Sole". Anche qui si delinea lo spirito poetico dei nostri in una narrazione fatta più di astratte suggestioni, piuttosto che di un significato chiaro. "Hans Siste Vinter - Il Suo Ultimo Inverno" presenta un freddo rifting legato al Black Metal norvegese, dai connotati frostbitten con giri circolari di chitarra e drumming serrato, il quale fa da supporto ritmico ad un loop ossessivo e tagliente; su quest' ultimo si stagliano le grida non effettate del cantante, naturali nella mancanza di riverberi e saturazioni, elemento che distingue spesso quest' opera da quanto venuto prima. Si viene a creare una ripetitiva melodia atonale che investe l' ascoltatore, verso i due minuti e venti si affacciano nella composizione anche cimbali di batteria che anticipano la ripresa del rifting sega ossa portante. Essi si protraggono  a lungo creando un mantra assassino ipnotico che trova requie solo nella sfumatura finale che lo dissolve come un miraggio spettrale che si allontana nella nebbia. Il testo riprende il tema dominante dell' album, ovvero il contrasto tra il passato pagano e il presente cristiano, con una nostalgica rievocazione del primo rispetto al secondo, visto come elemento estraneo imposto sulla propria cultura. Un guerriero vichingo muore in miseria, ma fiero ( "Om hjertet brant, hans sjel var vill - il suo cuore ardeva, ma la sua anima era ormai perduta"), evento associato a richiami con il freddo del paesaggio nordico ( "Det ble hans lange, kalde, siste vinter - Era il suo lungo, freddo, ultimo inverno" ) ed inizia il suo lungo viaggio verso il Valhalla, viaggio che viene accomunato a tutta l' esperienza culturale nordica, e soprattutto al ritorno profetizzato del culto di Odino, come notiamo nel passo: "Kvitekrist og jøde feirer nå De tror at Odin vil forgå Men kampen den har nå begynt Det er hans første ærefulle seier - Celebrano Cristo ed i Giudei, pensano che Odino sia stato dimenticato, ma la Battaglia è solo all'inizio, sarà la sua prima grande vittoria!". In "Beholding the Throne of Might - Osservando il Trono del Potere" un feedback di chitarra anticipa la pachidermica progressione rocciosa distribuita in arpeggi in tremolo e colpi di batteria cadenzata, con un andamento dalla natura incalzante. Verso il minuto e dieci esso conosce una controllata accelerazione creando comunque l' ennesimo pezzo che si discosta dai canoni prettamente frostbitten in una ripresa attuale degli stilemi cari alla prima ondata Black Metal di Venom, Celtic Frost, Sarcofago e Bathory; troviamo quindi una versione marcia e rallentata del Thrash europeo anni ottanta più maligno ed oscuro, che è sempre stato la base di partenza dei nostri, ma mai così in prima linea prima d' ora. Dopo un assolo dissonante verso il terzo minuto riparte la cavalcata, ora più serrata ed aggressiva,  in un loop circolare che lascia poi spazio ad arpeggi duri ed incisivi che segnano la composizione con un movimento incalzante. In essi s' inserisce anche un breve assolo prima del continuo con una nuova corsa che segna i continui cambiamenti che danno dinamicità al brano, la quale però trova uno stop nel finale improvviso. Il tema del testo è quello caro ai nostri della rivincita spietata e crudele contro il Cristianesimo, evocata nel passo "Now emperor of no light And pain For the eternal slaves The envy of losers so indeed upon losers themselves And destruction upon the holy man Who hails a jew - Ora imperatore della mancanza di luce e del dolore, per gli schiavi eterni l' invidia dei perdenti, così a dire il vero, (è)  tra i perdenti stessi! La distruzione sull' uomo santo che celebra un giudeo" dove la moralità cristiana è vista come la mentalità aliena alla cultura nordica del debole e dello schiavo; si tratta di una visione alla base del Black Metal di metà anni novanta, che si allontanava dal semplice Satanismo in favore di una più ragionata opposizione in nome dell' antica cultura nordica (per quanto più mutuata dalle leggende e dal mito, piuttosto che da una reale ricerca storica). "Quintessence - Quintessenza" si delinea con un rifting discordante controllato ed incalzante che si accompagna alle grida rauche di Nocturno che declamano il racconto pagano del testo; la batteria di Fenriz si distribuisce come di consueto nel songwriting cadenzata e senza fronzoli tecnici, si instaura con le chitarre una melodia atonale promulgata dai giri di chitarra in loop, ammaliante ed ipnotica nel suo andamento ossessivo. Per l' ennesima volta l' ispirazione è trovata nel suono dei Celtic Frost più diretti ed oscuri, anche qui quindi ci allontaniamo dal minimalismo freddo e ripetitivo dei lavori precedenti, pur mantenendo una produzione lo - fi e scevra di interventi in studio. Il loro suono ne esce arricchito con un Black Metal coerente che non dimentica il passato, ma ben collocato nel suo presente grazie all' intersezione di elementi cari alla scuola norvegese; forse non viene creato nulla di nuovo a differenza della trilogia storica, ma i Darkthrone non ripetono se stessi, e sono intenzionati a seguire la propria ispirazione del momento, senza curarsi del resto della scena. Otteniamo quindi un ottimo pezzo pieno di groove malsano e greve che macina sotto la sua marcia ogni cosa, mentre la voce di Nocturno si abbandona a lamenti che richiamano il Warrior più teatrale, il tutto estremizzato sotto il marchio dei nostri; da notare come il pezzo contenga parti identiche a  "Noregsgard" del progetto Storm, in cui non a caso ha partecipato Fenriz. Il testo di Varg Vikernes descrive un guerriero pagano che compie gesta di guerra contro i cristiani, esaltate con toni da leggenda ("Five million christians on a ride towards us Oh, I slaughtered the bunch with one single hit (with my spear) Five million women so alone in the night Oh, I had them all satisfied profusely (every night by myself) - Cinque milioni di cristiani cavalcano verso di noi Oh, ho massacrato il gruppo con un solo colpo (con la mia lancia) Cinque milioni di donne così sole nella notte Oh, Le ho soddisfatte tutte profusamente (ogni notte da solo)" ) in cui, anche se solo in minima parte, torna l' elemento satanico in  "No single book were behelden by me Oh, no question I cannot do answer Only one single lamp do show me this way And that is the eye of Satan - Non un solo libro mi è stato mostrato Oh, nessuna domanda non posso rispondere Una sola singola lampada mi mostra la via ed è l' occhio di Satana" dove si descrive l' elevazione dello spirito potente rispetto agli schiavi, il guerriero senza pietà contro cui non c'è possibilità di vittoria. Il lavoro si chiude con "Snø og granskog (Utferd) - La foresta di neve ed abeti (Outro)" che ci sorprende con una intro dove un feedback assordante si accosta a suoni di trombe epiche e solenni, su cui si staglia la declamazione del poema di Tarjei Vesaas, scrittore neoromantico e simbolista norvegese morto negli anni settanta. Naturalmente il testo è dunque in norvegese conferendo al pezzo un atmosfera ancora più nordica, ma l' andamento è insolito per i nostri con connotati che possiamo definire Jazz e disorientanti e sperimentali; troviamo anche rumori e brusi che s' intersecano con battiti di tamburo in sottofondo che creano un motivo marziale che si fonde con l' allucinato feedback che continua a svilupparsi in sottofondo, insieme ai suoni di tromba. Potremmo dire che viene qui richiamato l' elemento Avant Garde dei Celtic Frost di "Into The Pandemonium", ma con connotati ben più ostici e nichilisti che ben si legano ai Darkthrone. Il testo come anticipato è ricavato da un poema legato all' identica culturale nordica, all' innata affinità con le fredde lande e le foreste ("Frå første stund er det vårt. Før nokon har fortalt det, at det er snø og granskog, har det plass i oss - og sidan er det der heile heile tida. - Dall 'inizio è nostro (questo luogo), prima che chiunque ci avesse detto che fosse la foresta di abeti e neve. Ha il suo luogo in noi - E poi è li, Tutto, tutto il tempo."), qualcosa che non può essere insegnato, ma che appartiene all'atavico inconscio degli abitanti del nord, una rinascita di sopiti tumulti che si legano alla nostalgia e alla propria identità, il ricordo della propria dimora ancestrale, il legame con la terra.

"Panzerfaust" è in definitiva un ottimo episodio della discografia dei Darkthrone, un sincero tributo ad un suono che li ha ispirati e con i quali sono cresciuti; esso è sempre stato presente nei momenti più "Rock" della loro produzione, sia nei ritmi più Doom e pesanti, sia nei riff più tradizionali ed incalzanti, ma mai prima d'ora gli stilemi dei Celtic Frost sono stati così pronunciati nel loro suono e nel songwriting dei testi. Detto questo però rimane un prodotto con una sua precisa identità, e che grazie alla produzione mortifera e momenti più concitati si ricollega anche al Black attuale creando un perfetto ponte tra (l' allora) presente e il passato. Si promulga ancora di più la ricerca di un suono definitivamente grezzo, ma che non dimentica la lezione del passato, permettendo ai nostri di rimanere distinguibili in un genere, anche allora, saturo di cloni che avevano fatto legge di quanto da loro creato. Purtroppo come detto in precedenza il resto della produzione con la Moonfog Records non manterrà questa spinta, e già il prossimo "Total Death", per quanto un buon album, avrà qualche problema di direzione;  un suono che per la prima volta non propone nulla di veramente nuovo rispetto al passato e che in certi episodi cade nelle trappole che fino ad ora avevano evitato.

1) En vind av sorg    
2) Triumphant Gleam
3) The Hordes of Nebulah
4) Hans siste vinter
5) Beholding the Throne of Might
6) Quintessence
7) Snø og granskog (Utferd)

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