DARKTHRONE

Old Star

2019 - Peaceville Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
25/10/2019
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Torna la nostra analisi della discografia dei norvegesi Darkthrone, gruppo storico che è stato in passato tra i nomi di punta del black metal norvegese, e che da ormai molti anni è diventato il portavoce di una visione decisamente personale, e legata al passato, della materia heavy metal. Il duo composto da Nocturno Culto (Ted Skjellum) e Fenriz (Gylve Fenris Nagell) ha realizzato a partire dall'album "The Cult Is Alive" del 2006 una serie di lavori che si allontanavano sempre più dallo stile puramente black dei Nostri, andando ad incontrare suoni tra il crust, l'heavy metal classico, il proto-thrash più sporco e lo speed. Il risultato ha diviso, com'era facile prevedere, la fanbase tra chi ha gridato allo scandalo e ha giurato vendetta verso il duo, e chi invece ha accettato a fasi alterne il nuovo volto della loro musica; chi di sicuro non si è mai posto problemi al riguardo sono proprio i Darkthrone, decisi a seguire la nuova ispirazione senza compromessi di sorta. Eccoci quindi arrivati ad oggi e al disco "Old Star - Vecchia Stella", il diciassettesimo album in studio della loro lunga carriera, legato a quello che potremmo definire "il terzo corso" di quest'ultima. A partire infatti da "The Underground Resistance" del 2013, i Nostri hanno messo da parte i suoni più punk in favore di una ripresa più mirata verso il periodo di nascita della nwobhm (new wave of British heavy metal) e il metal più classico, nonché una delle influenze in realtà da sempre presenti nel loro suono: i Celtic Frost. Ecco quindi l'uscita di "Artic Thunder", disco dall'atmosfera più seria rispetto al passato recente, e che aggiunge una certa componente doom che ben si lega con quanto precedentemente detto, e che raccoglie consensi di critica e pubblico, base per quanto presente nel disco qui recensito. "Old Star" mantiene queste coordinate dandosi a suoni lenti sui quali aleggia fortemente l'ombra dei già citati svizzeri. Chi conosce bene la carriera dei Nostri, saprà che anche in passato la cosa è stata ben presente, sebbene in un mondo più marcatamene black: si pensi a "A Blaze In The Northern Sky" con i suoi retaggi thrash e proto-death, o a "Panzerfaust", vera e propria lettera d'amore evrso dischi come "To Mega Therion". Semplicemente, qui al cosa si lega al corso più recente dei Darkthrone, presentando anche elementi non lontani dai Venom ed in generali da quel territorio di confine tra thrash e black metal che a metà anni '80 ha portato allo sviluppo del secondo. Ma in realtà, la band è sempre stata atipica rispetto alle altre stelle norvegesi, ed ogni suo album costituisce un episodio particolare. Nati nel 1988 come un gruppo Death Metal e con il nome di Black Death, dopo il cambio di nome la formazione vide i due attuali componenti in compagnia di Dag Nilsen e Zaphyrous (Ivar Enger), quest'ultimo già insieme a Fenriz come fondatore del progetto. Dopo la pubblicazione di "Soulside Journey", uno dei pochi dischi norvegesi dell'epoca in ambito death metal, e già caratterizzato anche da parti doom, i Nostri passano all'allora nascente scena black metal, influenzati come molti da Euronymous dei Mayhem; passati ad un trio senza Nilsen, creano la trilogia di dischi che influenzeranno negli anni a venire non pochi epigoni ed imitatori: il già citato "A Blaze ...", il più delineato "Under A Funeral Moon", e lo storico "Transilvanian Hunger", simbolo dello stile più lo-fi e "necro" del metallo nero. Dischi già abbastanza diversi tra loro, che vedono a seguire uno spostamento verso la ripresa di suoni più legati all'estremo anni '80, cristallizzato in dischi quali "Total Death" e "Ravishing Grimness", e ad inizio anni duemila da lavori un po' incerti come "Plaguewielder", a metà tra vecchia scuola e soluzioni moderne. Come detto dopo il 2006 parte una nuova vita per i Nostri, lontani dal black e con un'anima decisamente più "punk" ed heavy metal. Insomma, una storia all'insegna della libertà creativa, anche contro la volontà dei propri fan; c'è chi direbbe che è la cosa più black che si possa fare, e certamente Fenriz e Nocturno concorderebbero, ma non sempre i risultati sono stati ottimi, alternando prodotti di diversa qualità, mai comunque orribili, fino all'uscita di "The Underground Resistance", che sembra aver segnato una nuova età dell'oro per il duo. Ecco quindi ora un disco che potrebbe essere considerato la summa del discorso li iniziato, con un songwriting convincente e suoni gelidi, monolitici, ma anche improntati su doppie casse unite a fraseggi taglienti. Non un ritorno al black anni '90, bensì un'accettazione delle proprie radici in maniera conscia, prendendo anche gli elementi più epici e thrash, ardici però che vengono filtrate dallo stile e sensibilità uniche dei Darkthrone.

I Muffle Your Inner Choir

"I Muffle Your Inner Choir - Io Zittisco Il tuo Canto Interiore" è il primo brano dell'album, come spesso accade con i Nostri legato ad un testo non chiarissimo e lasciato molto immaginazione; forse semplicemente una rappresentazione delle loro sessioni insieme per la musica del disco, o forse un viaggio onirico nella mente del duo, da sempre sopra le righe. Un galoppo vecchia scuola ci investe con i suoi ritmi veloci e i suoi suoni freddi, presto raggiunti dalle vocals aspre e secche di Nocturno Culto; egli declama il testo con perfetta veemenza. mantenedo l'energia e l'atmosfera di ferro trasmesse dalla traccia. Zittisce il nostro canto interiore mentre prova grida malate e limita i sogni di un giullare, e mentre fa questo, abbassa anche il cavo vivo. Parole che chiaramente non possiamo associare ad un discorso veramente compiuto, ma che intuiamo poter nascere da una rappresentazione di un momento di prova in studio del duo, intento a suonare insieme per creare i brani che stiamo ascoltando. I muri di riff a motosega e i fraseggi glaciali ed evocativi proseguono in una sorta di fusione tra Celtic Frost e Motörhead, che funziona egregiamente; i Darkthrone confezionano una propria dimensione dove il tempo si è fermato negli anni ottanta, sviluppando però una sorta di storia alternativa dove è nato un non-genere che è figlio del proto-tutto di band come quelle citate poco prima. Facciamo risuonare i nostri anfibi insieme, non siamo più all'inferno, e nella terra del cieco, l'uomo con un occhio solo è semplicemente morto; la doppia cassa spacca le ossa sotto i suoi colpi, creando l'ossatura ritmica per un episodio semplice, ma non scarno. Suoni ancora più appassionanti si prodigano in arie funeste e malinconiche, consegnandoci una melodia severa e grigia, dove però non mancano parti altisonanti ed epocali. Distilliamo un sudore divino mentre il non-uomo divora la foresta per intero, inquinando le interiora (forse una vena ecologica critica della società e dell'inquinamento, coerente con la vita dei Nostri legata alle escursioni in montagna), così dichiara il cantato supportato dal loop di chitarre e dalla batteria massacrante. Il brano prosegue ripetendo versi precedenti, consegnandoci ancora suoni che non possono non colpire e coinvolgere. Ecco che all'improvviso però una serie di rullanti aprono una coda doom rallentata e rocciosa, dove i tempi monolitici si arricchiscono di passaggi solenni e bordate marziali di chitarra; una lunga digressione che si ripresenta adattando i suoni di inizio brano al suo corso pachidermico, fino al finale dove un'ultima cavalcata ci trascina in un assolo di batteria tempestoso e caotico.

The Hardship Of The Scots

"The Hardship Of The Scots - L'Avversità Degli Scoti" è una traccia che, a discapito del nome, non sembra trattare dell'antico popolo celtico di origine irlandese che abitava la Scozia,  quanto piuttosto la ribellione alla vita moderna e ai dettami della religione, naturalmente filtrata sotto l'ottica "fatti e poca filosofia" spesso intrapresa dai Darkthrone, che però non significa mancanza di riflessione. Un rullante di batteria introduce la marcia dai fraseggi secchi e dai riff altisonanti, instaurando un momento metal dove percepiamo anche il basso, cosa per nulla scontata nello stile della band; ecco che il cantante si adagia su un rallentamento, producendo una voce che non può non richiamare quella di Tom G. Warrior. In realtà tutto l'impianto sonoro ci rimanda ai Celtic Frost, sensazione questa che tornerà più volte durante il nostro viaggio. Egli descrive le vite delle persone comuni, dedite ad acquistare una casa e seguire un sogno, senza questioni politiche, semplicemente cercando di creare dell'autostima. I suoni da necropoli seguono il corso delle parole con una cadenza sospesa nel tempo, pronti però ad aprirsi a nuovi corsi più vivaci, questa volta sottolineati da assoli squillanti ed elaborati: è chiaro che il black metal non è di casa, mettendo in pace qualsiasi richiesta ancora rimasta in questo senso. Si prosegue con riff monolitici e drumming pachidermico, dando spazio a nuove esternazioni vocali; u cuore sis calda la dove si sente a casa, non le regole bastarde della religione, solo il terreno circonda la pietra. I toni pesanti e sospesi proseguono avanzando nell'etere, rallentando sempre di più fino ad una falso finale con un feedback. Giunge quindi un riffing possente e rigoroso, dalle falcate imperanti e solenni. Il cantante riprende con la sua aspra lezione, illustrando come le anime non esistano, e non si ottenga nulla per il nulla, in un concetto di sventura dove la natura non sopporta i vuoti; troviamo anche una citazione che qualsiasi fan degli svizzeri Celtic Frost riconoscerà subito: il famoso "uh!" tipico di Warrior. Seguono ora fraseggi altisonanti e notturni, che intervallano il corso di un galoppo, regalando melodia e pathos. Torniamo nel finale ai riff taglienti, in un tripudio di metal grezzo e roccioso, pronto però a scontrarsi con nuovi rallentamenti e suoni appaganti.

Old Star

"Old Star - Vecchia Stella" è la title track dell'album, un'onirica rappresentazione di moti interiori contornati da visioni apocalittiche dove entità non definite, quasi orrori cosmici, si legano alla fine dell'umanità e a carovane che si muovono in spazi post-apocalittici.  Un riffing lento e scandito da colpi secchi di batteria incontra suoni roboanti ed evocativi, mentre piatti improvvisi delineano un passo marciante ed ossessivo. Nocturno interviene quasi subito con le sue vocals ruvide e profonde, descrivendo le sue oscure visioni; la vecchia stella muore per noi tutti, un equatore di tragedie che elimina quel pugno di speranza che ci rimane. La musica monolitica e dai timbri dissonanti da perfetta rappresentazione sonora dell'atmosfera tetra e sommessa, quasi sepolcrale, che si lega indissolubilmente alle parole vaghe e che hanno il gusto della premonizione febbricitante. Li fuori, tra le frange, le carovane si muovono in cerchio, sorde ai suoni dela vecchia stella, e Atlante nel mentre si acquatta. Parole anocra una volta non legate ad una frase coerente o ad un argomento razionale, trasposizione verbale di un'idea indefinita, di una sensazione aliena da fine dei tempi. Ecco fraseggi notturni aperti a melodie squillanti ed appassionanti, capaci di darci una base emotiva ottima e totalmente sentita, destinata a collimare con un drumming tribale. Parte quindi una cesura dal sapore doom, dove la batteria ipnotica e le chitarre stridule mantengono il tutto su una dimensione lisergica  ed estraniante, quasi acida. Ecco quindi nuove immagini deliranti e in qualche modo minacciose: facciamo giochi di prestigiosi nell'ombra con le nostre paure, mentre il gioco del marmo senza dita si eleva, e non c'è più necessita di far girare in cerchio i convogli. Le chitarre lente e rocciose proseguono insieme alla batteria incalzante, aprendosi poi in nuove cavalcate lente ed evocative, cariche di pathos epico che non può non richiamare una risposta da parte dell'ascoltatore. Una performance vocale e sonora encomiabile, che vede i Nostri giocare al meglio le loro carte e realizzare quello che è forse il momento migliore di tutto l'album. Ritorniamo alle ritmiche controllate e ai suoni severi, così come al cantato cavernoso e pieno di riverbero. Ora l'umanità la paga per aver devastato le foreste separandole, ed aver nascosto i fiumi, morendo in un alone di mormorii introversi; il tema apocalittico trova ora piena realizzazione, in un sottinteso ecologico che si riallaccia all'amore per la natura dei Darkthrone. Ed è su queste ultime note che si chiude in digressione un episodio dal gusto fortemente doom e dalle melodie appaganti.

Alp Man

"Alp Man - L'Uomo Delle Alpi" è un curioso episodio dove il tema si lega in maniera molto misteriosa alle Alpi svizzere, probabilmente mischiando la passione dei Nostri verso le montagne e l'attività di arrampicata con riferimenti metaforici verso il luogo che ha dato i natali ai Celtic Frost e ad una certa visione del primo black metal, qui nominato. Una serie di ordate grezze e ruvide sottintendono piatti cadenzati, creando un'aria potente e magistrale; ecco un fraseggio vechia scuola contornato da riff marziali, sul quale le grida roche di Nocturno sembrano vomitare le loro parole. Montoni con il cuore e il manto mezzo nero, fuggitivi interstellari, fanno il loro per la maledizione universale, coniando la distesa black metal. Parole altamente metaforiche che, come prima anticipato, possiamo interpretare come una rivisitazione della storia della band svizzera, tra le ispirazioni del concetto di metal "oscuro ed estremo in toto grazie alle loro chitarre ribassate, uso di elementi distorti, ed estetica esoterica. La marcia prosegue con i suoi loop circolari, tenendo un corso serrato dal sapore deciso e dalla struttura senza tregua. Ci si chiede ora se condividere le proprie armi possa farle indebolire, e se verranno acquistate altre migliori, e se le vecchie verranno dimenticate; si può pensare ad una sottilissima e non scontata critica alle evoluzioni successive del genere, e verso gli imitatori che hanno banalizzato e reso "commerciale" la lezione dei Celtic Frost, allontanandola dalla forza della loro visione iniziale. Ecco aperture marziali dalle digressioni dissonanti e dalle corazzate possenti, soppesate dalla batteria cadenzata in una variazione minima, ma che regala malevola energia al brano. Ora Nocturno chiede ad un cacciatore di taglie se ha bisogno di una ricetta, iniziando un viaggio che lo porterà nelle alpi svizzere, dove sarà libero dai pensieri, salvo poi provare davanti all'altezza delle montagne la paura dello scalarle fino alla cima. Si può intuire un proseguimento della metafora, dove i cacciatori di taglie sono i gruppi che cercano una facile formula nel ripetere alla lettera il passato, salvo poi non riuscire a raggiungere il livello degli svizzeri, che hanno sperimentato varie volte e creato alcuni lavori fondamentali. La musica ora si scontra con una cesura lasciata ad una digressione, sulla quale prende piede un rullante di batteria. Giunge all'improvviso un assolo greve e notturno, dalle note ammalianti ed evocative, capaci di instaurare un paesaggio sonoro misterioso e dal gusto doom. Il suono ottenuto si dilunga, ripreso poi da un nuovo riffing graffiante e solenne; il cantato ora ci parla di lacrime dovute a calamità, unite strettamente a paure terrene in cose solenni che nessuno ascolta. Difficile dare una vera rappresentazione di queste ultime parole, forse sempre legate alla metafora precedente, per volerci in qualche modo dire che i Celtic Frost sono stati per lungo tempo sottovalutati da critica e pubblico. Ora le praterie sembrano il posto migliore, l'unico limite è dato dal cielo scarlatto, anche se la fortuna è poca e la arcchetta che usiamo si rivela manipolata mentre moriamo: visioni funeste di fallimento, forse indirizzate a chi scioccamente crede di poter essere come la band svizzera, fallendo però nel raggiungere i suoi livelli. Prosegue la coda tetra e doom, arricchendosi di nuovo con assoli squillanti e pregni di pathos, che ci accompagnano fino alla conclusione dominata da colpi di piatti e da un feedback che scompare nell'etere.

Duke Of Gloat

"Duke Of Gloat - Il Duca Del Compiacimento" sembra riportarci al passato della band, cone le sue visioni oscure e metafisiche dai tratti occulti e diabolici, tra antichi patti con il diavolo, elementi gotici, e suoni che si avvicinano molto al black del passato, anche se rimangono presenti e sentiti anche gli elementi heavy. Probabilmente la traccia più riuscita in questo senso del disco, capace di dare la visione del black metal dei Nostri, lontano da quella odierna e legata ad un'interpretazione personale, ma che allo stesso tempo trova le proprie radici del genere. Un galoppo glaciale ci investe con i suoi fraseggi squillanti e doppia cassa, creando una bufera gelida sotto forma di musica, sulla quale Nocturno delinea i suoi versi rauchi e cavernosi. Il protagonista è ormai troppo vecchio per riuscire a carpire i segreti del suo padrone, presuminbilmente il diavolo, e ripensa a ciò che di buono aveva trovato da bambino, capendo solo ora il collegamento, in un'esistenza in cui non si sente  bene. La musica prosegue veloce, arricchendosi di motivi ariosi ed epici dal gusto nero, sempre freddi e dai tratti frostbit. Si riprende con le dissonanze ben orchestrate, in un proto-black efficace capace di catturare l'ascoltatore. Il cantato riprende con la sua storia: questo è il patto del compiacimento, un inferno doppio per tutti, uno per riparare ciò che è rotto, e uno per tenere sotto controllo, lasciando nessuna libertà. Le metafore qui nascoste sono varie, potremmo anche pensare ai rimpianti e considerazioni dell'età matura, quando si comprendono cose del passato, quando si è stati fin troppo compiacenti e concentrati su se stessi. Il drumming martellante continua ossessivo, incontrando parti elevate che sottolineano le parole del cantato, arricchendole di un'atmosfera emotiva. Quest'ultima ci porta a bordate taglienti orchestrate in un modo semplice, ma geniale nel suo corso. Su questo nuovo impianto, che dimostra come i Nostri siano più che capaci di dare quando vogliono varietà ai loro pezzi, si ripresenta la voce di Nocturno; viene salutato Satana, il sinistro duca del compiacimento, che avvolge i fati infelici con una risata eterna che risuona d'intrigo. Il diavolo come simbolo del destino che ci deride, il gran finale che porta tutti i nodi al pettine. Veniamo sorpresi con una corsa dai riff appassionanti, spericolata e robusta, in piena chiave metal, e di seguito da gloriose parti altisonanti ricche di melodia tagliente. Assoli vecchia scuola tessono note che ci trasportano con pathos, sottolineate da altre accelerazioni che regalano un sapore orchestrale al tutto. Una digressione sembra terminare il tutto, ma anche un riff solitario, che si espande in una coda heavy dove si ripresentano anche i colpi cadenzati della ritmica. Ora ci vengono illustrate enciclopedie di  futili fatiche eterne della vita, ferite con schegge dovute a gargoyles frantumati dentro di noi. Una bellissima metafora che unisce temi del mondo interiore, guastato dalle avversità della vita, con simboli gotici legati ad antichi manieri con librerie antiche e statue altrettanto sinistre. Nella conclusione vengono ripetute le parole finali, raggiungendo il finale lasciato ad un' ennesima digressione che scompare nel silenzio. 

The Key Is Inside The Wall

"The Key Is Inside The Wall - La Chiave E' Dentro Il Muro" è l'ultimo pezzo del disco, una lunga traccia che unisce lentezza doom ed improvvise esplosioni heavy, tra AC/DC, Motörhead, e i sempre immancabili Celtic Frost. Il testo si ricollega alla "tradizione criptica " della band, tra chiavi misteriose, temi legati alla morte, riferimenti occulti, lasciandoci in un puzzle verbale forse intenzionato più ad evocare una certa atmosfera, piuttosto che un senso compiuto. Un feedback in levare ci conduce ad un riffing regale e graffiante, destinato a convogliare i suoi suoni in una marcia doom sovrastata dalle vocals cavernose di Nocturno. Egli ci parla della chiave che sta nel muro, in ogni muro, e in ogni via, in ogni minuto, un concetto che ora non capiamo, ma che verrà rivelato nel momento della nostra morte, Improvvisamente accelleriamo in una corsa dal sapore heavy, legata a suoni che ci rimandono agli australiani AC/DC e al lor stile; il desiderio è l'aldilà, una riunione ci attende oltre tutto, dobbiamo parlare alle quattro chiavi e chiuderci dentro. Parole queste che non possiamo interpretare in modo logico, e che dobbiamo sempre collegare alle immagini del testo. Proseguono le bordate suillanti, in una cavalcata da tregenda fulminea e dai tempi regolari; essa va però a scontrarsi con un monolitico rallentamento doom, in un cambio di tempo che possiamo anche vedere come una ripresa dello stile death del primo album ufficiale dei nostri, sebbene in un contesto ben diverso. Le falcate pachidermiche si uniscono ai ruggiti del cantante, in un'atmosfera rocciosa. Atti eroici derivati da un isolamento confuso e frammenti congelati di preoccupazioni creano un perverso caleidoscopio che ci attrae, mentre le stimmate di Satana ci tira fuori. Riecco le accellerazioni di chitarra e batteria, in una nuova corsa sfrenata ricca di martellante energia ed elevazioni esaltanti. Anime che stanno giù e teste piegate, la competenza di guardiani impotenti, gloriosi idioti della carne, sorvegliano il pericolo nelle nostre teste.  Camminiamo liberi, ma dobbiamo stare attenti alle nostre dita, pensavamo di volare liberi con Satana, ma ora le nostre dita sono monconi, e la chiave rimane dentro al muro. Visioni di un destino che ci deride e ci allontana dalla soluzione all'enigma della vita, condannati a rimanere chiusi in noi stessi. L amusica prosegue, dandosi a dimpenate che sottlineano le ultime paroe qui espresse, fino ad un falso finale. Ecco che un campionamento vocale lascia spazio ad una marcia spaccaossa, sorvolata da una batteria strisciante e da suoni stridenti distribuiti; essi prendono poi dominio in un assolo dalle scale altisonanti, dandoci una coda quasi progressiva e dal bel gusto. Non mancano però i riff più pesanti, sui quali Nocturno ripete le parole di poco prima con rantolanti parole ricche di riverberi. Il finale vede quindi loop di chitarra taglienti e piatti ben presenti, in una conclusione decisa che si dilegua in un'ultima digressione di qualche secondo. 

Conclusioni

Un disco che si presenta come tra i migliori della carriera dei Darkthrone, e probabilmente come l'episodio finora più riuscito della loro fase più recente, fatto di brani solidi, songwriting mai troppo scarno, ma allo stesso tempo coerente con il loro modus operandi spartano, ed esecuzione sentita e supportata da melodie e strutture più varie rispetto al passato recente. Superata l'infatuazione per i tratti più punk e crust, i Nostri ritornano a quelle influenze proto-doom e rocciose che in diverse occasioni hanno fatto capolino durante la loro carriera. Se quindi un ritorno al black scandinavo è ormai un miraggio, fase musicale da loro superata ed accantonata, abbiamo la ripresa di suoni che hanno legittimamente fatto parte da sempre del dna della band, qui portati alle estreme conseguenze; probabilmente se chiedessimo a Fenriz e Nocturno, dichiarerebbero di essere tornati alla loro prima essenza, e chiunque conosca i demo dei Darkthrone sa che la cosa non sarebbe così discutibile. Una strada questa che non nasce certo da qui, già presente nel precedente "Artic Thunder" e anche in "The Underground Resistance", ma ora con una forma più compiuta e coerente, che sa meno dell'esperimento e tentativo, e più dell'opera formata. Un'identità insomma che non vuole scimmiottare il passato, ma che ricorda le sue radici. Largo quindi a sei brani che non si curano delle tendenze attuali, ne delle regole discografiche per quanto riguarda durata e fruibilità da parte di un giovane pubblico dalla capacità d'attenzione molto breve. Certo, i detrattori a tutti costi direbbero che è facile prendersi certi rischi quando si è una band quasi trentennale con un nome consolidato, ma nel caso non prenderebbero in considerazione molte realtà. I Darkthrone sono sempre esistiti in un loro spazio e dimensione, distanti spesso anche dal percorso delle altre band norvegesi, e hanno conosciuto periodi segnati da riscontri di critica e pubblico non lusinghieri. Decisamente tutto tranne che rockstar, hanno mantenuto un'esistenza lontana da riflettori, facili successi e tentativi di incontrare il successo commerciale, seguendo invece una strada che non poco hanno sempre ritenuto come suicida; probabilmente l'esempio più imitato (spesso malamente) del panorama black a causa del loro stile lo-fi e quindi, sulla carta, facile da riprodurre, il duo ha evitato di ripetere all'infinito una formula, cambiando sempre il tiro, sfociando anche in opere ostiche per quanto chiuse in loro stesse e legate a regole totalmente ermetiche, quasi più velleità personali che prodotti rivolti ad un pubblico esterno. "Old Star" rappresenta un buon compromesso in proposito: è chiaro che i Nostri si siano divertiti a comporlo e che nulla di quanto qui suonato sia mai stato forzato contro voglia, ma il risultato offre appigli, melodie, percorsi capaci di trascinare pienamente l'ascoltatore. Non un insieme di pezzi messi insieme, sensazione a volte avvertita nei dischi di questo decennio, bensì un disco coerente con uno stile potente che sa di atmosfere rocciose, whisky, giubotti in pelle, anfibi, e poche chiacchere; tutto questo evitando anche l'auto-parodia, sfiorata pericolosamente nel passato recente. L'anima dei Celtic Frost, Venom, Motörhead si reincarna in un disco che non vuole saperne di modernità e produzioni di plastica, ma nemmeno del neo-old-school che va molto di moda da qualche tempo; impossibile nonostante le esplicite influenze non riconoscere la mano dei Nostri, sempre caratterizzati da quel quid che non si può emulare o ricreare in laboratorio. Un episodio quindi che sembra confermare la fase in ascesa iniziata con i due album precedenti, e che speriamo continuare con altre opere di pari valore.

1) I Muffle Your Inner Choir
2) The Hardship Of The Scots
3) Old Star
4) Alp Man
5) Duke Of Gloat
6) The Key Is Inside The Wall
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