DARKTHRONE

Eternal Hails......

2021 - Peaceville Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
31/08/2021
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Riprendiamo la nostra disamina sulla discografia dei Darkthrone, un duo composto da due figure chiave del black metal anni '90 e che è stato sia oggetto di culto, sia oggetto di successivo risentimento da parte dei fan più tradizionalisti del genere. Attivi ormai da oltre 30 anni, Fenriz e Nocturno Culto hanno superato i decenni rimanendo la componente immutabile della band dopo un primo periodo in cui altri musicisti hanno collaborato ai loro dischi; ecco quindi una saga che parte dal death per passare molto presto al black metal scandinavo, incontrando sempre più il retaggio dei Celtic Frost e attraversando a fine anni '90 un periodo d'incertezza direzionale e creativa. Nel 2006 esce il disco "The Cult Is Alive", opera che segna l'inizio della parte davvero controversa della loro discografia e oggetto di malcontenti che durano ancora oggi a ogni loro nuova uscita. Via il black metal della seconda ondata e largo a forti elementi crust punk e havy metal old-school, di volta in volta modulati in modo leggermente diverso, ma sempre seguendo questa impronta. Totalmente noncuranti delle critiche e rimostranze, i Nostri proseguono quindi la loro carriera in una sorta di dimensione unica in cui ogni tre anni circa fanno uscire un nuovo lavoro puntualmente spezzando le speranze di chi ancora oggi si aspetta un loro ritorno ai suoni del black metal anni '90. In realtà comunque i cambiamenti sono avvenuti, anche se in altri sensi: nel 2013 "The Underground Resistance" ha lanciato quella che è la tendenza seguita ancora oggi dalla band, ovvero una sempre maggiore concentrazione verso suoni legati al metal anni '70 e '80 e al periodo "proto extreme" dove ancora i confini tra thrash, black, death, doom, speed non erano definiti in modo preciso. Un mondo sonoro quindi pieno di rimandi ai già citati Celtic Frost, ma anche ai Manilla Road, Cirith Ungol, Agent Steel e tutta una pletora di nomi che il buon Fenris, incarnazione del conoscitore di band underground o meno, non manca di citare con entusiasmo nelle sue interviste. Arriviamo così al nuovo parto dei Nostri, ovvero il celebrativo "Eternal Hails......" uscito come sempre per la fidata Peaceville Records; cinque tracce che compongono un album di poco più di quaranta minuti, allontanandosi da qualsiasi logica odierna legata al concetto di singolo e di facile fruibilità, seguendo invece lo stile delle decadi sopracitate anche a livello strutturale del disco. Tracce quindi mai inferiori ai sette minuti e spesso superiori ai nove, dove l'elemento doom domina la cabina di regia direzionando elementi legati al black metal della prima ondata. Viene quindi seguita la strada del precedente "Old Star" stabilendo uno stile che ancora una volta chiama in causa i sempre-presenti svizzeri Celtic Frost sia nella musica che nello stile vocale, ma aggiunge anche richiami che vanno dai Venom ai Black Sabbath, passando tra Pentagram e Saint Vitus. Largo quindi ad aggressioni pesanti e oscure, ma anche a parti psichedeliche che vengono richiamate dai testi onirici e dai tratti misteriosi, a volte fantasy, arricchite da fraseggi ora epici, ora languidi ed evocativi. Insomma, l'ennesima lettera d'amore per un certo suono e periodo, rivisto però sotto quella lente che è tipica dei Nostri, dove alcuni suoni che hanno vissuto in contemporanea si fondono tra loro in qualcosa che è allo stesso tempo un omaggio, ma non una copia esatta dei dischi e band a cui si riferisce.

His Master's Voice

His Master's Voice dà inizio al nostro viaggio con un suono onirico di chitarra dal gusto vecchia scuola, un fraseggio melodico che incontra riff rocciosi e colpi cadenzati di cimbali, lanciandosi poi in una corsa ossessiva in doppia cassa. I toni rauchi e cavernosi del cantato ci trasportano in una dimensione sonora spoglia e minimale, evocando lo stile grezzo del metal underground dei primi anni '80. Come spesso accade con i nostri, il testo è un insieme di suggestioni dal significato non chiaro, volte a dipingere scenari mentali dove vaghi riferimenti occulti incontrano descrizioni post-apocalittiche in un fantasioso non-tempo. Ci viene detto che possiamo trovare conforto solo nel sonno, confinati nei nove cerchi tra magnifiche strutture radioattive, pulsando nel sonno. Rallentamenti improvvisi creano distorsioni dal gusto doom, dove le vocals sature di riverbero creano una sorta di anti-ritornello: legati a un albero sentiamo la voce del nostro padrone, sapendo che tutto questo avrà presto fine, e la morte che si appiglia a torri cadenti abbaglia i nostri occhi, facendoci vedere quello che poteva essere mentre vite perdute prosciugano da dentro. L'atmosfera dissonante e dai tempi mutevoli ben si adatta a queste parole misteriose, tra cavalcate scheletriche e bordate improvvise; certo, non si può parlare di tecnicismo o di complicazioni, è chiaro che i Darkthrone usano uno stile ridotto all'essenziale e lontano da molti abbellimenti, mantenendo giusto un minimo di fredda melodia nei fraseggi del ritornello rallentato. Ecco quindi che quest'ultimo si ripropone nei suoi modi, aprendosi questa volta a un trotto dai bei riff severi che emanano un'aria proto-thrash ben congegnata. Qualcuno ulula dentro il vitello d'oro che abbiamo impiantato, e fantasmi vendicativi accompagnano le nostre scelte mentre vorremmo ricominciare da capo e la folla silenziosa ci punta con le dita in modo accusatorio. Altre metafore legate a significati lasciati nel mistero, seguendo lo stile delle suggestioni che creano stati mentali adatti al suono, piuttosto che narrazioni compiute. Le pelli vengono battute con forza, mentre bordate altisonanti alternano il galoppo deciso, tagliando l'etero con chitarre distorte. Un andamento epico domina la traccia, permutato anche in sessioni prese dal heavy metal vecchia scuola, donandoci un climax emotivo dove pur nell'essenzialità della proposta sonora viene raggiunto un certo coinvolgimento da parte dell'ascoltatore. All'improvviso una cesura doom ci porta verso toni funerei e sospesi, con una malinconia che trova sfogo in un bellissimo assolo che ci sorprende con le sue arie quasi progressive, offrendo un momento più elaborato. Esso però ha breve durata, lasciando spazio a una marcia granitica sulla quale i gorgogli del cantato si stendono lenti, lasciando spazio a una dissolvenza che nel finale cambia scena con cori evocativi e fraseggi delicati. Una traccia che segna il corso del disco, tra tratti minimali e diretti, ma anche alcune aggiunte particolari che possono sorprendere.

Hate Cloack

Hate Cloak parte con un bel riffing cesellato da rullanti di batteria. Il suo motivo viene ripreso da assoli vecchia scuola, mentre di seguito troviamo un loop ammaliante dalle punte stridenti; una nuova anti-melodia fredda e malinconica prende quindi forma, sorretta da un andamento strisciante e rallentato. S'introduce la voce di Nocturno Culto, cavernosa e piena di riverberi, pronta a narrarci di segni astrali, riferimenti alle stelle e a entità misteriose che nascondono grandi portenti e segreti, mondi lontani e visioni esoteriche. Il mondo del sogno e della suggestione sono dietro l'angolo, lontani da ogni descrizione razionale. La luna e le stelle sono i regali che una figura misteriosa nasconde, così come i benefici meravigliosi delle albe dorate e le cornucopie piene di piogge primaverili, nascoste nel trench di Mariana (un possibile gioco di parole con la Fossa delle Marianne, la più profonda depressione oceanica al mondo, luogo dove dimorano creature abissali misteriose e dall'aspetto alieno). Il tessuto è rotto nella veste dell'odio, e vari segreti giacciono nelle sue rifiniture. Il movimento pachidermico si mantiene ossessivo nei suoi andamenti dominati da colpi sospesi e suoni di chitarra dissonanti e grevi; esso si scontra all'improvviso con una cesura dove riff più rocciosi s'incastrano con i rullanti di batteria e il cantato che suona come un fantasma nella nebbia distante. Osservando da oltre gli strati, fantastichiamo i nostri fantasmi e invochiamo un incantesimo drastico, dipendenti per tutta la vita dall'esilio e dalla tristezza. Una struttura ormai familiare ci guida con le sue ripetizioni minimali, portandoci verso assoli stridenti che creano onde sonore pungenti e articolate, seguite però dalla ripresa della marcia senza scampo. Largo quindi a ulteriori sospensioni e a suoni grevi e dall'accordatura bassa; ma al quarto minuto circa il movimento prende un po' di energia con i suoi giri granitici coadiuvati da nuovi suoni dissonanti che ululano come lupi tra i colpi serrati di batteria. Il gioco di botta e risposta si arricchisce poi di bordate che ne delineano il movimento. Ora vediamo un gruppo di mondi che si avvicinano, e una nuova luce spaventosa che ci fa gridare, ricordandoci che abbiamo sporcato il nostro manto con odio e oscurità, e che ora dobbiamo muoverci con attenzione perché è giunto il nostro momento di volare. Un suono di chitarra dal rombo in solitario cresce tra i feedback, creando un trotto thrash scolpito dal drumming e accompagnato da malinconie ariose in sottofondo. L'andamento si ripete mentre il cantato si fa ancora più saturo di riverberi, sdoppiandosi e ripetendo i versi già incontrati; inevitabile la cesura dove viene declamato con un baritono il titolo dell'album, seguita da una ripresa del movimento d'inizio brano, che ci porta alla conclusione di quest'ultimo.

Wake of the Awakened

Wake of the Awakened parte in quarta con un bel riffing old-school scandagliato da una batteria militante, in un'atmosfera fredda ed epica che ci catapulta nel mondo della traccia. Inevitabile l'introduzione di Nocturno Culto con la sua voce cavernosa e piena di echi, perfetto complemento per la struttura minimale e serrata del pezzo; l'estetica sonora è corrisposta dal testo molto astratto e dai tratti legati al sogno e al mistico, una sorta di sogno lucido pieno di metafore e significati misteriosi. Fantasmi vengono evocati in volo, mentre calano su di noi le tenebre del tramonto nella notte, verso la camera che non è illuminata. Una simpatia decapitata non può raggiungere l'esterno, e le mani che vogliono aiutare vengono negate mentre avviene il risveglio del risvegliato. Come detto ogni tentativo di dare un senso compiuto o creare una trama narrativa lineare è inutile, e dobbiamo pensare a un tutt'uno tra testo e musica dove l'uno sostiene l'altro nel darsi una valenza artistica completa e non scindibile. Intanto la musica a motosega prosegue con alcune leggere modulazioni, andando a scontrarsi con cesure ritmiche dal sapore roccioso, delineate da piatti. Largo quindi a cavalcate rocciose, per un suono spaziale che evoca campi sterminati e dimensioni colossali, alternando le parti contratte con le corse improvvise in un gioco abbastanza semplice nella sua struttura, ma che raggiunge il suo scopo offrendo un minimo di dinamismo. Dopo una vita di pensieri, abbiamo creato strati di mura intorno a noi, con sempre meno in comune con gli esseri umani. Assoli epici e solenni s'inseriscono nella trama della canzone, facendoci assaporare una certa epicità che ci rimanda al mondo estetico del fantasy vecchia scuola e di illustrazioni come quelle di Frank Franzetta. Paragone non fatto a caso: così come quelle immagini racchiudevano in loro un intero mondo lasciato alla fantasia di chi le vedeva senza spiegazioni ulteriori, così qui la proposta lascia i significati all'ascoltatore, donandoci pennellate sonore che evocano stati emotivi semplici, ma ben presenti. Fiumi di vita scorrono via, solchi di ovattato rimpianto, mentre il distacco regna supremo e si crogiola in vuote lacrime dovute a un'espiazione negata. I tratti celestiali si danno il cambio quindi con riff ruggenti che ci catapultano nel heavy metal dei primordi, ancora contaminato da tratti rock e dai tempi ora lanciati, ora contratti e dal sapore doom. Le sospensioni creano quindi stop che permettono nuovi crescendo dove chitarre e batteria dialogano in un botta e risposta ora serrato, ora arioso ed evocativo. Si ripetono i motivi già incontrati in una caccia selvaggia ossessiva, destinata a chiudere il nostro viaggio con piiatti sospesi e feedback che mutano in un galoppo conclusivo dalle bordate stridenti che si perdono in una dissolvenza.

Voyage to a North Pole Adrift

Voyage to a North Pole Adrift si apre con un suono dissonante scolpito da assoli dalle scale altisonanti, destinato a espandersi fino all'arrivo di batterie cadenzate e riff regali dal passo pesante e dall'aria magistrale. I toni rauchi del cantato si manifestano senza molti annunci, subito impegnati nella loro lenta declamazione macilenta e cupa; immaginari apocalittici incontrano mondi gelidi e catastrofi ambientali del mondo preistorico, evocando epoche lontane dalla ragione e dalla conoscenza dell'uomo moderno, ma anche permettendo alcune sottili metafore che ci riportano alla triste e tragica situazione ambientale di oggi. Il polo magnetico a nord è alla deriva, e i banchi che si sciolgono sono come la rugiada mattutina. I guardiani non ci fanno entrare, e siamo costretti a mappare il nostro compasso morale ormai rotto; siamo coinvolti in un viaggio alla deriva nel polo nord, coperti di foglie cadute, una sorta di pranzo nella fattoria della vita. Il suono si mantiene pesante e monolitico, aprendosi però a galoppi leggermente più sentiti e dominati da riff magistrali. Un'ennesima narrazione in suoni che ci suggestiona con emotività epiche colmando i vuoti delle parole, qui comunque meno astratte rispetto a altre occasioni. Incespichiamo tramite le nostre vite, ossa di ghiaccio ci circondano, e cerchiamo di reclamare dei campi per poter coltivare il nostro grano. Suoni da fine anni '70 e inizio '80 si manifestano con nuove chitarre altisonanti, mentre Nocturno Culto ci rimanda con la sua voce alle declamazioni dei Celtic Frost più rozzi e cavernosi. Una musica pachidermica e sospesa domina l'etere con i suoni connotati doom, mentre ci imbarchiamo diretti verso il nulla, dove piani frastornati si ergono come altari fatti di stupida speranza e il figlio prodigo torna indietro come un boomerang verso il porto dei dannati. Un testo particolarmente interessante che ci fa chiedere: fine dell'era glaciale, o nefasto futuro che ci attende? Ognuno si darà la propria risposta, ma in ogni caso il pezzo si espande con i suoi momenti statici e le sue corse in doppia cassa improvvisa che evocano inseguimenti a cavallo e scenari avventurosi in uno scenario epico, ma anche greve e solenne. Giri di chitarra come motoseghe mettono in gioco le distorsioni di chitarra, mentre la batteria volutamente sgraziata scolpisce le asperità sonore delineata da alcuni effetti squillanti. La lunga traccia da dieci minuti si ripete nelle sue alternanze in modo ossessivo, esternazione di un universo bianco e grigio dove affondiamo con le gambe nelle navi procedendo a passo lento. Una bella cesura ci offre un nuovo incipit per chitarre ammalianti e doppia cassa, questa volta raggiunti da assoli dalle scale dissonanti e più elaborate, regalandoci tratti vecchia scuola come da consuetudine per lo stile dei Darkthrone odierni. Giungiamo quindi a un altro stop, seguito da cimbali preparatori e suoni squillanti sui quali si dispiega una narrazione con effetti vocali cinematici che rimandano a film come "Conan Il Barbaro". Suoni quasi mediorientali e drumming secco ci accompagnano quindi fino al finale improvviso che lascia solo il silenzio.

Lost Arcane City of Uppåkra

Lost Arcane City of Uppåkra è la traccia finale del disco, sette minuti circa di epiche sequenze vecchia scuola, riverberi, rallentamenti, cavalcate che seguono lo stile dell'album e lo portano alla logica conclusione. Di conseguenza, anche il testo si mantiene allusivo e legato al mito e alla leggenda, con il suo tema incontrato sul sito archeologico realmente esistente di Uppåkra, situato nel sud della Svezia. Un riferimento insomma ben più concreto rispetto ad altri incontrati nell'album, usato però per evocare il passato pagano ed epoche lontane contrapponendosi all'invasione della religione cristiana. Curiosamente, questo è un tratto che si ricollega molto a certi temi del black metal scandinavo, e se quest'ultimo non torna certo nella musica, possiamo almeno vedere una minima parte della sua eredità nel testo. Un fraseggio distorto e squillante striscia tra piatti e rullanti pachidermici, mentre i versi rauchi e pieni di riverbero di Nocturno Culto ci catapultano per l'ennesima volta in una dimensione cavernosa e antica, come declamazioni dall'oltretomba. La città che non era mai stata nominata si manifesta in chiave mistica, dispiegando ciò che è perduto dai strati dell'età del ferro. Una volta dotata di gran potenza, era un rifugio portentoso per i pagani, un insieme di opinione criptiche provenienti dall'antica Svezia. Si tratta di Uppåkra, ora dissacrata dagli schiavi di Cristo, ma rappresentata come era ben prima della loro maledizione. La musica vede alternanze con cesure rocciose che arricchiscono l'immaginazione con scene d'azione, delineate da suoni altisonanti di chitarra. Un movimento pacato che raggiunge falsi stop seguiti da rullanti di batteria e motivi dalla fredda melodia distorta; i loop ci trascinano in epicità dal chiaro sapore heavy metal modulato da tratti doom. Un gioco di lasciate e riprese che offre un minimo di dinamicità nel pezzo, senza naturalmente raggiungere particolari picchi tecnici e mantenendo lo stile diretto e minimale dell'opera. Lo scavo della dimora di culti antichi continua, e spiriti sospiranti ci chiedono cosa verrà dopo, tra immagini di vichinghi sconfitti e del culto bruciato dalla chiesa, ma ecco che questa tomba vecchia di 4000 anni dona la forza contro Cristo. Ecco quindi che Uppåkra è anche un un infernale luogo di sepoltura, che fa rimpiangere al narratore l'epoca lontana prima della venuta della religione cristiana. Tutti temi espressi anche nella musica incalzante e dallo schema esaltante, una riproposizione sonora di antiche vicende ora perse nel tempo. Essa va a scontrarsi contro un bel fraseggio sospeso e vibrante dal gusto anni '70, che prosegue sorretto da cimbali cadenzati, mentre il cantato si da a una narrazione in norvegese dove si parla di grano e acqua, carne e ossa, di paludi che mantengono pulita l'anima e della libertà che rafforza le colline scintillanti, che non saremo mai raggiunti. Paesaggi del passato evocativi con fare solenne e cinematico, sorretti da ulteriori suoni malinconici e plumbei che regalano una certa metodicità alla canzone con dei tratti posati e quasi progressivi. Il lento crescendo ci porta verso una bellissima esplosione che rappresenta forse il momento migliore di tutto l'album, un coronamento emotivo che si chiude con un feedback disperso nell'etere e nell'oblio.

Conclusioni

"Eternal Hails...?" è un disco che riprende il discorso del precedente "Old Star" seguendo però un'anima ancora più doom e dai tratti più ariosi e leggermente più "sperimentali". Attenzione, con quest'ultimo termine si intende in realtà una certa aderenza a suoni e canoni vecchia scuola mescolati tra loro e intervallati con alcune melodie rock molto anni '70 che ne richiamano lo spirito progressivo dell'epoca. Usate, naturalmente, in una struttura che cerca di essere il più minimale e greve possibile, mantenendo quell'estetica cavernosa e lontana da ogni abbellimento moderno, o anche dai suoni più feroci e freddi del black metal degli anni '90. Un suono che ormai è da un po' di tempo il marchio dei Nostri, lanciati nella loro dimensione personale dove una sorta di evoluzione alternativa ha portato a un corso diverso per il metal underground degli anni '70 e '80 dove dallo strato proto-tutto non sono nati i generi ben definiti di oggi, bensì tutto è rimasto mischiato e portato sotto un unico stendardo di heavy metal. Una celebrazione dei suoni cari al duo e che hanno segnato la loro formazione musicale, suoni che da diverso tempo hanno deciso di celebrare sia nella musica, che nell'estetica e nello spirito. Suoni underground, minimali e dai fronzoli limitati e usati per creare epicità emotive, fanno da sfondo per paesaggi mentali dove fantasy cosmico, tratti mistico-psichedelici si uniscono a metafore spesso molto vaghe e nascoste nell'esperienza personale degli autori. Un brodo primordiale che fotografa uno Zeitgeist particolare e oggi ormai passato, sia per tematiche che per produzione. Le suggestioni della fine degli anni '70, legate a lisergiche influenze psichedeliche e alla voglia di rompere con i decenni precedenti, e quelle dei più oscuri e violenti anni '80, s'incastrano in un mondo della memoria dove il sincretismo riesce a cavare fuori qualcosa di personale dalle influenze del passato. Come detto, qui i Darkthrone usano uno stile leggermente meno abrasivo rispetto al disco precedente, dando più spazio a certe soluzioni melodiche che concorrono alla creazione di un immaginario vicino a quello della copertina del disco: caverne situate in spazi siderali lontani, dove avvengono gesta epiche che hanno il sapore del mito collettivo e della leggenda. Chiunque è familiari con i prodotti culturali dei primi anni '80, o perché li ha vissuti direttamente o perché li ha incontrati leggermente dopo, può ricordare i riferimenti estetici che hanno anche influenzato il metal dell'epoca, e di conseguenza l'opera del duo: tra i film e cartoni fantasy, a volte mischiati con tratti di fantascienza, come Conan, The Beastmaster, Dark Crystal, Legend, Blackstarr e He-Man, alle illustrazioni altrettanto epiche e suggestive di fumetti, copertine di album e materiale promozionale dove guerrieri muscolosi combattevano bestie selvagge e spiriti maligni in antiche epoche remote, oppure in pianeti distanti. Cose che oggi vengono viste con una certa nostalgia, oppure anche con distacco derisorio; allo stesso modo la musica dei Darkthrone suscita reazioni contrastanti, tra chi vorrebbe un impossibile ritorno alla ferocia black metal di un tempo, e chi invece accetta il loro discorso di ripresa "purista" del passato. Se è vero che questo disco non può essere considerato un capolavoro o qualcosa che cambierà la direzione del metal moderno, è anche vero che suona pieno di convinzione e offre delle parti ben costruite capaci di andare oltre il semplice culto del lo-fi. Se avete apprezzato i due precedenti album, non c'è ragione per non apprezzare questo ennesimo tassello nella saga del gruppo, contrariamente difficilmente cambierete idea per quella che è ancora una volta una rappresentazione di un'idea sonora ed estetica radicata nel passato e nel rifiuto di molte cose che sono venute dopo.

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1) His Master's Voice
2) Hate Cloack
3) Wake of the Awakened
4) Voyage to a North Pole Adrift
5) Lost Arcane City of Uppåkra
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