DARKTHRONE

Arctic Thunder

2016 - Peaceville Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
12/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Rieccoci a parlare dei norvegesi Darkthrone, icone del metallo nero della seconda ondata di scuola scandinava, da anni ormai però alfieri di un suono ibrido che si sposta tra thrash rozzo, influssi crust/punk ed elementi heavy metal più classici; una svolta che è ormai non più una sorpresa, bensì un'istituzione, la quale permane e caratterizza la produzione del duo, composto da Nocturno Culto (Ted Skjellum) e Fenriz (Gylve Fenris Nagell). Tutto ciò accade precisamente dal 2006, anno di uscita di "The Cult Is Alive". Da allora si sono succeduti diversi album, con cadenza spesso annuale, dove l'amore per il metal underground e per le contaminazioni con il punk ha creato brani ibridi ben lontani dalle atmosfere gelide od oscure del passato; inevitabile quindi l'astio da parte di alcuni puristi, anche se al dire il vero nemmeno gli ultimi lavori dal periodo black metal dei Nostri, usciti a cavallo tra fine anni novanta e primi anni duemila, erano stati accolti con particolare amore. Intransigente come sempre verso tutti, la band si è poco curata della cosa, proseguendo la sua strada seguendo il proprio gusto e volizione, arrivando nel 2013 a pubblicare "The Underground Resistance", disco maggiormente debitore nei confronti del classico suono heavy metal anni ottanta, il quale ha incontrato un maggior riscontro da parte del pubblico, pur non placando coloro che li vedevano (e vedono tutt'oggi) come dei "traditori" del black metal. A tre anni di distanza il duo si ripropone con "Arctic Thunder - Tuono Artico", sedicesimo album in una carriera che ha visto diversi mutamenti, ma allo stesso tempo il mantenimento della filosofia DIY, senza vincoli esterni e pressione alcuna; molte le aspettative dietro questo lavoro, ed alcuni avevano teorizzato un ritorno al black metal ed ai suoni più oscuri, gelidi e violenti dei Nostri, prendendo spunto da alcune dichiarazioni che facevano presagire una maggiore durezza da parte del disco. Togliamo subito ogni dubbio: chi si aspetta una riproposizione di "A Blaze In The Northern Sky" o "Transilvanian Hunger" (album comunque già diversissimi tra loro), deve prepararsi per una grande delusione, poiché in realtà ancora una volta la fonte d'ispirazione è il metal del periodo d'oro; e se proprio vogliamo trovare qualche connotazione black, dobbiamo pensare piuttosto ai Venom e ai primi Celtic Frost, quindi ad una connotazione decisamente legata ad un thrash rozzo e grezzo. Il nome stesso dell'album non è altro che un omaggio verso una misconosciuta band thrash/heavy metal norvegese degli anni ottanta, ennesimo "messaggio subliminale" usato da Fenriz per dare risalto a band da lui amate, e ben poco conosciute. Continua quindi l'opera filologica dei Nostri, intenta a contrastare il metal moderno super-prodotto e curato, presentando una produzione homemade ed un songwriting ben poco tecnico, nel quale non si lesinano cori e ritornelli, così come assoli e riff dal gusto più classico. Alcuni punti di contatto possono essere trovati con dischi come "Total Death" o "Hate Them" a causa delle chitarre più dure e dell'atmosfera più seriosa, anche se non manca l'entusiasmo e l'ironia che caratterizzano l'ultima produzione dei norvegesi, il tutto filtrato quindi sotto l'occhio (e l'orecchio) della loro continua ricostruzione storica, dove però i Nostri non si fermano ad un genere solo, unendo stili e movimenti che in realtà avevano avuto una vita propria e separata nel loro periodo di esplosione . Ed è probabilmente in questo che i Darkthrone rispettano le loro radici: uno sperimentalismo "anti-sperimentale", una sorta di sintesi più o meno inconsapevole che crea qualcosa che riesce più o meno in base alle occasioni, ma che è unico e distintivo. Lo speed convive con il doom, il proto-thrash con l'heavy metal, i fantasmi dei Celtic Frost e dei Black Sabbath convivono con quelli dei Candlemass e dei Motörhead, creando una mappa dove un percorso durato decenni, viene rivisto con il senno di poi e celebrato dai riff tipici di Nocturno (per l'occasione anche unico cantante nel disco) e dalle soluzioni punk di Fenriz, il quale caratterizza il tutto con la sua ritmica ben poco tecnica e volutamente non precisa. La velocità è spesso rallentata, salvo alcune esplosioni, preferendo assaltare con toni rocciosi e pachidermici piuttosto che con cascate di blast beats e loop ossessivi, legandosi a strutture monolitiche che pescano a piene mani da un certo mood anni settanta-ottanta, e a testi criptici che evocano immagini di desolazione ed alcuni riferimenti velati alla sua opposizione, tra il serio ed il faceto, ai posers che non apprezzano il vero metal, o quello che per lui è tale. La copertina, con la sua foto che evoca fredde notti all'aperto nelle montagne norvegesi, completa perfettamente il quadro di un disco personale che non si apre all'ascoltatore, almeno che quest'ultimo non lo accetti istintivamente per quello che è, un'emanazione in suoni di sensazioni e sentimenti legate agli autori, da vivere senza porsi troppi quesiti; un ennesimo viaggio quindi in un universo musicale slegato da qualsiasi logica di genere od appartenenza ad un filone identificato, ma allo stesso tempo ben piantato nella tradizione. 

Tundra Leech

Si parte con "Tundra Leech - Sanguisuga Della Tundra" e con il suo lento incedere dal gusto doom e funereo, incentrato su un motivo solenne ed evocativo supportato da un drumming strisciante; esso si ripete con una sostanza old school ben viva, la quale poi si manifesta in un freddo riffing dal gusto proto-black, sul quale Nocturno Culto dispiega con voce rauca e sofferta la sua narrazione. Dentro circoli senza confini strappiamo le radici dal sacro terreno, rimanendo nello stesso territorio ove i bisogni vengono seminati, pensando solo a noi stessi. La musica prosegue con il suo loop pieno di ossessione, in un mantra trascinante che va poi ad infrangersi verso una leggera accelerazione caratterizzata da bordate sostenute e riff a motosega: non possiamo resistere, i falsi si moltiplicano e dobbiamo tirare il cappio, essi distruggono ogni speranza. Il gioco di fermate e riprese si propaga in una sequenza tagliante dove l'energia si libera nel ritornello dalle chitarre aspre. Nel frattempo le vocals si arricchiscono di echi ben gestiti, mentre il testo prosegue con i suoi temi legati alla delusione davanti alla falsità ed il comportamento altrui. "Claim claims even forgotten. Resurrection carry back and forth. Begone stalemate and treason. Initiate the corrosive birth - Fai richieste anche dimenticate, una resurrezione portata avanti e dietro. Tradimento e scacco matto andati via. Incomincia la nascita corrosiva." recita il Nostro, mentre si mantengono i toni esaltanti dei montanti di chitarra e l'ossatura ritmica dritta e decisa. E' inevitabile il ritorno la freddo ritornello dove il titolo viene gridato a squarciagola, lanciato verso il precipizio a tutta birra; all'improvviso un feedback di chitarra si propaga passando ad un bellissimo fraseggio anni ottanta suggellato da tamburi. Ma come se non bastasse un assolo vecchia scuola, evocativo ed elaborato, copre il tutto arricchendo la struttura, lasciando poi spazio alla marcia sulla quale tornano i toni alla Celtic Frost del cantante: c'è un vuoto graffiare, e gli uteri sanguinano, ghiacciati, tutto è terreno e non c'è direzione, possiamo solo strisciare verso la nostra dissezione. Seguiamo dunque le chitarre a raffica, le quali sparano i loro colpi mantenendo dei tempi mortiferi, fino all'improvvisa conclusione segnata da una dissolvenza. Un brano che mette in chiaro le cose, mostrando un testo criptico come da abitudine per i Nostri, incentrato su vaghi riferimenti alla falsità (forse cattive esperienze , e/o l'ennesimo messaggio per coloro che "hanno tradito il metal", pallino degli ultimi Darkthrone spesso ripreso nei loro dischi più recenti) e ad immagini astratte che caratterizzano praticamente da sempre lo stile di scrittura di Fenriz, paroliere del gruppo. Esse si legano perfettamente con la struttura essenzialmente minimale, ma allo stesso tempo dalle giuste punte emotive, la quale mette da parte l'elemento più punk in favore di un metal che pesca a piene mani da quel non-genere da cui negli anni ottanta sono derivati il black, il thrash, il death, una sorta di mutazione in atto del classico heavy metal.

Burial Bliss

Arriviamo dunque a "Burial Bliss (Sepoltura benedetta)", perfetto connubio fra sonorità Black ed un'andatura thrashy molto cara a gruppi come Immortal e derivati. E' è però la seconda componente a dominare, in quanto il pezzo risulta più impostato verso un che di Speed. Certo macchiato di Black (i riff ossessivi quasi posti in loop, la generale "oscurità" che pervade i riff portanti) ma pur sempre "n' Roll", se proprio vogliamo usare una definizione. Un brano-simbolo della poetica di Fenriz, poetica dagli ultimi dischi (come detto in fase di introduzione) profondamente incentrata sulla celebrazione degli stilemi più classici e classicheggianti. "Burial.." si pone quindi come un perfetto spartiacque fra le due anime dei Darkthrone: da una parte, la venerazione per il Metal ottantiano, dall'altra il tributo ad un genere che loro stessi hanno contribuito a delineare. Esattamente (e poco) inoltrati nella seconda metà del brano, comunque, vediamo come il ritmo divenga meno spedito e più avvezzo ad una cadenza quasi "martellante". Un suono ossessivo che ben presto torna però aggressivo e tiratissimo; il tutto si risolve in una parentesi musicale nella quale ben presto si re-inserisce la voce cavernosa e malefica di un Nocturno Culto, il quale per tutto il brano si diverte a spaziare fra diverse ispirazioni. Un po' Cronos (difatti, il brano in sé è sicuramente debitore nei riguardi dei Venom vecchia scuola), un po' Tom G. Warrior. Insomma, la cosiddetta "prima ondata" viene celebrata in maniera assai degna, mostrandoci ancora una volta quanto i Darkthrone le siano affezionati. Black di primo pelo e di seconda fase, perfettamente riuniti sotto lo stesso tetto. Un brano che esalta sicuramente, pur nella sua ciclica ripetitività, inframezzata da davvero brevissime parentesi, poste intelligentemente per variare il ritmo generale quel tanto che basta. Come per altri brani del lotto, neanche per questo possediamo un testo; per cui, tutto ciò che dobbiamo fare è immaginare cosa mai potrebbe comunicare, il termine "sepoltura benedetta". Forse un'ode alla morte, la speranza di ricevere presto la benedizione della falce, per liberarsi da ogni frustrazione patita in vita? O forse parole di scherno, rivolte al "santo sepolcro", la tomba di Cristo? Tutto è possibile.

Boreal Fiends

"Boreal Fiends - Demoni Borealici sorprende con un arpeggio solenne ed ammaliante, il quale si distende strisciante fino alla partenza di un riffing evocativo che si unisce ad esso, mentre piatti cadenzati creano una ritmica ben dosata; all'improvviso un motivo ripetuto sottintende le vocals di Nocturno, il quale introduce il teso del brano, mentre i giri circolari di chitarra si ripetono in loop. Ecco immagini astratte e gelide, dove scettri boreali vanno contro le menti, tra vuoti sibili e rocce erose, con massi dispersi dal giaccio ed anime gementi devastate dalla rigida natura; rullanti e motoseghe sonore proseguono fino al ritorno del motivo iniziale, il quale però presto conosce le stesse evoluzioni di poco prima, piombando in una corsa più serrata e dai tempi medi, ricca di melodie esaltanti ed impennate risolute. Ci si chiede dove trovare rifugio, dove trovare le scintille, dove trovare un luogo dove vivere e ritrovare ancora l'energia del Sole: è chiaro i riferimento alla gelida natura norvegese ed al suo paesaggio, ben conosciuto dai Nostri durante le loro escursioni nelle montagne e nelle foreste, dove regnano neve e freddo, e dove ancora una volta essi cementano la loro "amicizia boreale". Il songwriting si mantiene strisciante e d epico, mostrando il gusto quasi doom dei Darkthrone più ponderati ed evocativi; ecco quindi che esso va a raggiungere un climax segnato da un'improvvisa cesura con feedback di chitarra. Un verso dilungato crea un'atmosfera strana, sottolineata da versi più maligni in sottofondo: riposiamo le spalle ed accogliamo i nostri sogni solitari e freddi, mentre un motivo roccioso di chitarra prende poi piede con i suoi toni altisonanti supportati da feedback e rullanti. Esercizi spezzati creano un suono epico e possente, il quale si dipana mentre i toni rauchi in eco del cantante proseguono la sua declamazione: alcuni sono stati testimoni della nascita di un pino, mentre c'era ancora da giocarsela, altri invece sono morti soli sotto le stelle, e per tutto questo essi sono grati. Ecco quindi che parte un riffing old school esaltante e trascinante, i cui timbri vengono sottolineati dalla batteria di Fenriz, mentre non mancano nemmeno assoli notturni dal gusto spettrale ed onirico; "Where to find their shelter. Where to find their sparks. Where to build and live. And returns the sun's energy ...Once again ...Boreal fiends. Rest your shoulders and take in your cold and lonely dreams - Dove trovare il loro rifugio. Dove trovare le loro scintille. Dove creare e vivere. E ritorna l'energia del sole...ancora una volta..demoni boreali. Abbassa le spalle ed accogli I tuoi sogni freddi e solitari." ripete il testo, mentre le scale elaborate si legano ai toni graffianti dei motivi circolari, creando un crescendo che va a perdersi come nelle nebbie, grazie ad una dissolvenza.

Inbred Vermin

"Inbred Vermin - Ratti Innati" non presenta un testo ufficiale, lasciando alla nostra immaginazione il significato delle parole espresse da Nocturno Culto: l'ennesimo riferimento all'ipocrisia altrui? Di certo il brano attacca con un effetto squillante presto seguito da una chitarra diretta e frammentata da una batteria pulsante, creando uno strato sonoro sul quale si stagliano le vocals rauche del Nostro, il quale ci narra di questi ratti con toni non certo positivi, richiedendo la loro eliminazione; i loop di chitarra ed i colpi di batteria proseguono incessanti, mentre al cinquantatreesimo secondo giri proto-thrash si ripetono fino ad un improvvisa corsa alla Motörhead ricca di galoppi ed assestamenti di chitarra da capogiro, sulla quale il cantante prosegue le sue declamazioni. Si torna quindi a toni più rocciosi, ma non meno ammalianti, dove si narra di massacri perpetrati dai propri simili, mentre le falcate di chitarra proseguono raggiungendo poi toni più gelidi ed ariosi, presentando un songwriting ben giostrato sul piano dei motivi; riecco quindi le cose serrate e decise dall'impatto energetico supportato dal drumming ritmato legato al già nominato gruppo inglese. Tutto va a collimare verso la risoluzione del terzo minuto e venticinque, dove un feedback crea una cesura delineata da tamburi subito dopo soppiantati da un fraseggio sognante e malinconico, sul quale la batteria si apre a strutture ritmiche articolate mentre ricompaiono i versi da ghoul di Nocturno; l'atmosfera creata è fortemente diafana, mostrandoci un lato della band non sempre in rilevanza. Si prosegue a lungo con tali toni, reiterando la natura evocativa di questa seconda parte del pezzo, la quale va a concludersi con una dissolvenza familiare. Una traccia che in un certo senso si configura come due brani diversi uniti insieme, con una prima parte più lanciata e veloce, ed una seconda votata a suoni ammiccanti, ma non certo allegri o plastificati; perdura in ogni caso l'amore dei Nostri verso certe sonorità old school e le atmosfere epiche e dalle melodie mai troppo zuccherose, spesso fredde e malinconiche, le quali trovano largo spazio in questo episodio, mostrandoci un Fenriz capace quindi di rimanere coerente sul suo pensiero minimale, ma allo stesso tempo anche di rimpolpare la sostanza sonora con le giuste dosi di elaborazione e gestione degli elementi sonori a sua disposizione. 

Arctic Thunder

"Arctic Thunder - Tuono Artico" parte con un fraseggio roccioso dai toni molto anni ottanta, supportato da una batteria ritmata sulla quale proseguono i loop taglienti dello strumento a corda; ecco quindi i ruggiti in riverbero di Nocturno, il quale ci narra del tuono artico, il quale giace dimenticato e lontano, mentre sotto i fuochi astrali la Luna ancora una volta muore, dipingendo con bellissima poetica un paesaggio boreale dalle scene epiche e magistrali, mostrando tutta la possenza della natura scandinava, alla quale i Nostri sono molto legati. Intanto la strumentazione mantiene i suoi toni esaltanti e decisi giocati sulla ripetizione dei riff e sul drumming picchettante , conoscendo anche accelerazioni heavy che richiamano band come i Mercyful Fate grazie alle loro "melodie mediorientali"; una voce dalle tombe dimenticate parla in ogni luogo, mentre la notte cambia in improvvise svolte, evocando un distruttore che ci paralizza e ci lascia ciechi, reiterando le immagini astratte che dominano tutto l'episodio, largamente aperto all'interpretazione come da prassi per il Fenriz più poetico e sognate. La struttura del pezzo si gioca su pochi elementi ripetuti, mettendo al centro i giri circolari di chitarra ed i cimbali , conoscendo alcune improvvise cavalcate che incrementano la velocità evocando galoppi sui quali torna la voce da non morto del cantante, mentre su sponde crogiolanti compare il tuono artico, e ci viene detto "Piece these things together. Bear mark of atomic strength. Find those piercing ripples. Defy wretched lands and aws - Metti insieme queste cose. Porta il segno della forza atomica. Trova queste increspature penetranti. Sfida terre maledette e sorprese" esortandoci a far nostri gli elementi della natura ed a portarli dentro di noi; i toni epici del testo si rispecchiano nei riff circolari che spingono in avanti la composizione, dandosi poi a bordate vecchia scuola ed a punte più stridenti. Portiamo lo sviluppo delle mattine gloriose e vita al sacrificio, apriamo le nuvole al tramonto, emergendo la lenta divisione, tutto per il tuono artico; siamo arrivati così ad una cesura che riprende il motivo ritmato iniziale, il quale si ripropone con le sue chitarre trascinanti mentre il cantante ripete i suoi versi in riverbero. Dopo un'altra cesura si propongono anche assoli spettrali, i quali vanno poi a portare il brano con se verso l'oblio della dissolvenza, non senza però ripetere le loro scale squillanti ad oltranza. Una canzone dalla natura fortemente atmosferica tanto nel suono asciutto e corposo, quanto nel testo vago, ma legato sicuramente alla natura ed alle sue manifestazioni tra aurore boreali e tuoni improvvisi in un cielo immenso tra le foreste nordiche; l'essenza insomma degli interessi dei Nostri da ormai molto tempo, qui perfettamente evocati.

Throw Me Through The Marshes

"Throw Me Through The Marshes - Gettami Tra Le Paludi" viene introdotta da un freddo loop di chitarre oscure e roboanti, strutturato da piatti striscianti, sul quale presto intervengono le vocals di Nocturno mentre le sue note si dilatano in riff altisonanti e sospesi ne l tempo: egli ci chiede di condurlo tra mura strette e segrete, e di essere messo nella pietra e gettato tra le paludi, nascondendolo nei sogni di un cieco, mettendo in chiaro la natura metaforica e misteriosa dal testo del pezzo, ben supportata dalla musica greve e in qualche modo "mortifera". Ecco una serie di giri più spezzati e dissonanti, i quali si ripetono come scariche interrotte, mentre la batteria si mantiene sottintesa e lenta, in un'atmosfera opprimente che richiama i momenti più doom dei Celtic Frost; ora veniamo trascinati gridando, tra benedizioni ignoranti, volando sotto ogni lago, rendendoci piedistalli che stanno in caverne e sotterranei, mentre le ossa altrui ingolfano tutto. Ecco che il suono accelera con bei motivi ariosi ed un drumming più lanciato, mentre Nocturno parla di come "These are the blue collared masonics. Yearning for transparent reign. Constructor of nein worlds. Built by force of bitter refusal - Questi sono i massoni colletti blu. I quali vogliono un regno trasparente. Creatori dei nove mondi. Creati dalle forze del refuso amaro." e l'apparato musicale non risparmia impennate rocciose dalle melodie trascinanti e dal piglio più deciso, incanalando l'essenza del heavy più epico e robusto, tornando poi però ai ritmi più rallentati e controllati; si continua quindi con il galoppo arricchito da chitarre taglienti e gelide, mentre ci viene narrato di come qualcuno aveva da mostrarci un antica e drammatica lastra nelle montagne, la quale non è altro che un frammento delle nostre vite che continua ad ancorarsi ad un giorno morente, nostro letto di morte. Si ripetono i montanti circolari con impennate ammalianti ed esercizi ritmici, andando però ad infrangersi contro un rallentamento doom dal fraseggio solenne e mortifero, il quale si dilunga aggiungendo anche riff lenti e roboanti, segnati da alcune bordate di batteria, fino all'improvviso finale con rullanti e dissolvenze. Un brano che potremmo definire letargico, a metà strada tra la rievocazione del heavy metal vecchia scuola e movimenti proto-black che conservano la freddezza frostbitten della variante scandinava, trasportata però in un contesto musicale diverso, meno rozzo e violento; prosegue insomma l'operazione filologica intrapresa dai Nostri ormai da anni, qui basata ampliamene su epicità strumentali e rallentamenti che richiamano la variante più pachidermica e monolitica del suono da noi amato.

Deep Lake Trespass

"Deep Lake Trespass - Intrusione Nel Lago Profondo" non presenta un testo fornito dalla band, lasciando alla nostra interpretazione personale il suo significato; ecco un suono trascinante e dal sapore nero, gelido e dalle melodie epiche, sul quale compare la voce cavernosa del cantante, sommersa dall'uso del riverbero e poco comprensibile nelle sue parole, anche se intuiamo i suoi riferimenti verso il vagabondare cercando risposte, giungendo in luoghi segreti e proibiti. Si passa di seguito ad un galoppo punk delineato da alcune asprezze ruggenti e da una ritmica serrata, il quale poi d'improvviso passa ancora ai toni iniziali, presentando un'alternanza di registro che intuiamo essere il motivo portante del songwriting qui applicato; si genera così un suono denso che si divide tra parti tese all'evocazione e tirate energiche fatte per essere seguite senza respiro dall'ascoltatore, con i loro toni corrosivi e distorti. I toni da orco del cantante hanno qui perfetta collocazione, portando anche qui un tocco a metà strada tra gli Hellhammer più catacombali e le asprezze alla Lemmy, contrastando contro i movimenti più ariosi ed accompagnando egregiamente le corse veloci e forsennate dai galoppi diretti. Al secondo minuto e ventiquattro prevale questo elemento, aggiungendo arie altisonanti di chitarra dai loop devastanti, proseguendo con motoseghe sonore supportate da un drumming ossessivo raccolto da rullanti riassuntivi; il suo andamento va dritto senza porsi domande, lanciato verso un'improvvisa cesura segnata da un feedback squillante, la quale lascia presto spazio al motivo iniziale in mono, sormontato da un assolo onirico dalle scale psichedeliche, il quale completa il quadro. Ecco poi montanti rocciosi e toni cavernosi tra grida sgolate e mitragliate ossessive, generando una cacofonia che non può non terminare in un tripudio di dissolvenze e feedback, come da modus operandi per l'ultimo corso della band; una traccia dall'animo punk, ma che non rinuncia ad alcuni elementi epici del metal old school, confermando lo stile apportato nel disco ed anche qui abbracciato ampiamente.

The Wyoming Distance

"The Wyoming Distance - La Distanza Del Wyoming" parte con un suono di bacchette presto sormontato da un feedback squillante, seguito da un riffing old school roboante e robusto; esso si dipana in una serie di giri circolari rocciosi, mentre Nocturno interviene con i suoi toni mortiferi ed aspri, parlandoci di un ennesimo viaggio nella vastità della natura, questa volta però americana. Ancora una volta entriamo in questi luoghi che il narratore considera suoi, e nei quali non dovevamo entrare, in un gioco di controllo mantenuto e perduto, mentre il misterioso personaggio ulula al confine della foresta, mentre noi vediamo solo la notte; prosegue il suono, coadiuvato da montanti che non perdonano e da un drumming dai piatti pestati e dall'incedere dritto ed ossessivo. "I've built a Wyoming distance. A hole on the ridge line this month. Every fiber all my life. Why am I the light to your moth - Ho creato una distanza come il Wyoming. Un buco sul crinale questo mese. Ogni fibra per tutta la mia vita. Perché sono la luce per la tua falena?" continua il testo, mentre tornano i riff circolari grevi e taglienti dalla natura rocciosa e dal gusto quasi thrash, i quali ci offrono uno dei pezzi più sentiti e sostenuti di tutto il lavoro; possiamo ipotizzare che il narratore sia un lupo che ci osserva come delle prede, vedendoci sperduti nella foresta che è il suo regno. Esso osserva arrabbiato il fumo all'orizzonte, e decide di proseguire un po' più a lungo la sua caccia mentre i raggi del sole filtrano tra i rami, cosa che gli piace, tornando verso la tenuta silenzioso; intanto il brano si lascia andare a nuove epiche sequenze circolari, andando però ad infrangersi contro una marcia possente dai toni stridenti e dagli improvvisi rullanti ritmici, raccogliendo energia in un andamento sincopato ben giostrato. Esso prosegue fino al finale, dominato dai rullanti e da un feedback seguito da una conversazione in studio tra i nostri, ma non prima di chiarificare come la questione sia tra noi ed il misterioso essere, il quale ha creato con ogni sua fibra la palizzata che ora stiamo provando su noi stessi. Episodio finale del lavoro che conserva i toni vecchia scuola e grandiosi qui dominanti, semplice e diretto, ma allo stesso tempo dagli elementi dalla buona presa sull'ascoltatore, ripetuti con qualche minima variazione. 

Conclusioni

Un album che rappresenta allo stesso tempo una continuazione del discorso intrapreso ormai da molti anni dai Darkthrone e l'ennesima variante del loro suono dove la ripresa personale di certi stilemi del passato e presente è sempre un marchio di fabbrica; tornano alcune tendenze di fine anni novanta con atmosfere più oscure, ma mai totalmente black metal, mutuate da dischi come "Hate Them", filtrate però sotto il recente amore verso l'epicità vecchia scuola ed il metal originario dove le divisioni odierne non erano ancora così ben definite. Il drumming di Fenriz, mai tecnico o progressivo, ma qui più strutturato rispetto al passato recente, e lo stile vocale di Nocturno rimangono segni inequivocabili dei Nostri, mentre viene dato maggior spazio alle melodie malinconiche ed evocative; certo è che alcuni stilemi, si vedano gli assoli filtrati o le cesure con ripresa ritmata, vengono usati ad oltranza all'interno del disco, ma per fortuna nessun brano è copia dell'altro, anche se idealmente possiamo individuare delle sezioni più lente e dal gusto doom, come in "Throw Me Through The Marshes" e "Tundra Leach", ed altre più cariche e lanciate in cavalcate dal gusto punk legate al periodo in cui si stava transitando dal N.W.O.B.H.M. a quello che poi sarebbe stato definito thrash metal, come in "Burial Bliss" ed "Inbred Vermin". Quel che è certo è il fatto che non troveremo qui episodi con blast-beat o produzioni lo-fi estreme legate la black scandinavo degli esordi del gruppo, se ci fosse ancora bisogno di ricordarlo dopo tutto questo tempo: quel capitolo è chiaramente chiuso, ed ora i Nostri si dedicano a ben altro, creando un suono che nel bene e nel male rimane unico nel panorama odierno, non presentando qualcosa di facilmente classificabile e definibile. Non si può nemmeno dire che questo lavoro sia uguale a quanto venuto prima, mostrano una certa carica oscura non presente nel lavoro precedente, ma allo stesso tempo un songwriting più "pieno" rispetto ai lavori più rozzi e minimali degli anni duemila; ancora una volta quindi la band è riuscita a creare un lavoro con una sua dimensione, ma che allo stesso tempo suona perfettamente coerente nella loro storia e cambiamenti. Una certa atmosfera surreale e greve sottintende anche i momenti più ritmati, spostando il tutto su toni che suonano più seriosi, impressione supportata anche dai testi legati principalmente all'evocazione della gelida natura norvegese e a considerazioni esistenziali astratte, rimanendo abbastanza lontani, salvo qualche accenno interpretabile, dalle tematiche di "guerra al falso metal" affiorate in alcuni lavori dell'ultimo corso. Il passato, sia personale, sia generale, rimane qualcosa dal quale prendere parti poi rielaborate, e mai esso diventa una mappa fissa e sicura per i viaggi dei Darkthrone, i quali ormai sembrano trattare la loro musica nello stesso modo delle loro escursioni nel freddo e gelo della natura, scoprendo cose nuove e ritrovando luoghi familiari, votati comunque al proseguire il proprio percorso senza voltarsi indietro. Questo ci regala un album che non è perfetto e di sicuro non può avere lo stesso valore ed importanza storica di "A Blaze In The Northern Sky" o "Transilavian Hunger", ma allo stesso tempo offre un suono davanti al quale nessun vero amante del metal che conosce la sua storia può rimanere impassibile; di sicuro il duo non si sente in dovere di ripetere quanto già fatto, ed ora si preoccupa solo di creare lavori che seguono il loro gusto ed interesse personale, lontani da ogni pressione esterna e dall'ombra del loro stesso nome. Possiamo dire che un ennesimo corso, iniziato con "The Underground Resistance", è ora in atto e prosegue con questo lavoro caratterizzato ancora una volta dall'amore per il metal vecchia scuola epico, ma allo stesso tempo oscuro, qui forse messo ancora più a fuoco in una struttura coerente dove abbiamo meno il sapore del l'esperimento, più quello dell'album compiuto con una propria struttura interna; il prezzo da pagare è, come detto prima, una certa ripetitività in alcune soluzioni apportate nel lavoro, la quale però non impedisce assolutamente l'ascolto del disco in un' unica seduta. Un tuono artico nel cielo dei Darkthrone, il quale li guida nella loro eterna ricerca di un suono che non ha una risoluzione, sempre in movimento, ma allo stesso tempo ancorato ad un certo ideale; non ci rimane che seguirli in questa ennesima avventura, con mente aperta e consapevoli di chi ci guida nell'ignoto.  

1) Tundra Leech
2) Burial Bliss
3) Boreal Fiends
4) Inbred Vermin
5) Arctic Thunder
6) Throw Me Through The Marshes
7) Deep Lake Trespass
8) The Wyoming Distance
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