DARKNESS

First Class Violence

2018 - Massacre Records

A CURA DI
DAVIDE CILLO
25/11/2018
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

E' sempre piacere vedere una band del Thrash classico continuare, dopo più di trent'anni, fedele sulla sua linea. La storia dei Darkness ne ricorda molte altre, ma appassiona e merita di essere raccontata. La band, originaria di Essen, nasce da un gruppo di quattro ragazzi amanti della musica nel 1984: Torturer, Damager, Skull ed Agony, così si facevano chiamare. Quattro giovani musicisti in erba con voglia di sfornare musica macabra, grezza e potente. La copertina della loro prima demo, rilasciata nel 1985, ritrae una donna spoglia delle sue vesti impalata da una croce rovesciata, un pentacolo e un teschio, tutti disegnati semplicemente a matita. Questo breve lavoro di quattro tracce, che non raggiunge i 15 minuti di ascolto, rappresenta la volontà giovanile di proporre quanto di più estremo ci fosse all'epoca, la voglia di spaccare. I Darkness, a livello di sound, hanno sempre posseduto le loro caratteristiche pur non discostandosi dalla scena Thrash teutonica al quale appartengono. Il loro primo album, conosciuto fra gli amanti del Thrash di nicchia, si intitola "Death Squad" ed è del 1987, dunque rilasciato a tre anni dalla formazione della band. I quattro ragazzi diventano ora cinque, la musica viene scritta e suonata con doppia chitarra, e vengono abbandonati quei macabri e fittizi nomi scelti in gioventù. "Death Squad", full-length di 37 minuti in 9 tracce, si fa apprezzare per la sua grezza, rapida e tagliente vena di sangue teutonico, seppur non manchi qualche momento di riflessione. Apprezzato dagli amanti del genere anche "Defenders of Justice" del 1988, rilasciato anch'esso dalla "sconosciutissima" label tedesca Tales of Thrash: una casa discografica che annovera solo Darkness e Necronomicon fra i suoi release. "Defenders of Justice", l'album che molti di voi subito ricorderanno per l'automobile in copertina, mischiava il Thrash Metal intenso e rapido di sangue teutonico ad elementi di respiro e arpeggiati di scuola statunitense, alla Bay Area maniera. Più corposo del precedente lavoro, di 43 minuti, manteneva Olli alla voce, Arnd e Pierre alle due chitarre, Lacky alla batteria. Nella line-up cambiava solo l'ingresso di Thomas al basso al posto di "Raper". Se i primi due album erano di scuola simile, i Darkness dopo diversi show dal vivo anche molto apprezzati arrivano ad un deciso cambiamento di sound con il terzo lavoro, "Conclusion & Revival" del 1989. Cambia anche la formazione del gruppo, ora composto di soli quattro elementi: Ray alla voce, Timo al basso, Arnd alla chitarra e Lacky alla batteria. Il lavoro viene stavolta supportato dalla Hot Blood Records, etichetta tedesca che molti di voi amanti dell'underground certamente ricorderanno per release come "Mistreated" degli S.D.I., il talvolta discusso "No Remorse dei Tokyo Blade" o "Eye of the Storm" degli Stormwitch. Ad ogni modo, purtroppo, questo terzo intenso e ricco album dei Darkness non viene mai apprezzato. Il sound più Heavy e meno Thrash, l'evoluzione che mi piace definire un po' alla "In Search of Sanity" degli Onslaught, non riscuote mai successo. Sulla "bocciatura" a questo terzo disco dei Darkness, io vado decisamente contro la massa, nonostante come molti sanno io prediliga il Thrash vecchia scuola sopra ogni altro sound. Infatti "Conclusion & Revival" mette in mostra una band con più esperienza e capacità compositive, e soprattutto con Ray alla voce (R.I.P. 2004), secondo me di gran lunga più carismatico rispetto ad Olli (R.I.P. 1998). L'album viene secondo me penalizzato anche dalla presenza di momenti di "pausa", come un live a Chicago di un brano blues suonato alla metallara maniera. Ad ogni modo, come abbiamo visto già raccontandovi di moltissime Thrash Metal band, i Darkness nel corso degli anni '90 si sciolgono. Dopo il progetto Eure Erben, i Darkness si riuniscono a tutti gli effetti nel 2013, regalandoci tre anni più tardi "The Gasoline Solution", rilasciato tramite High Roller Records. Un album che suona come un deciso ritorno alle Thrash-origini di "Death Squad", ma con un sound più grosso e moderno. Noi oggi siamo invece qui riuniti per raccontarvi del loro ultimissimo lavoro "First Class Violence", rilasciato nell'Ottobre 2018 tramite, pensate un po', la Massacre Records, che non credo abbia bisogno di presentazione alcuna. Una label storica per un lavoro che non potremmo essere più ansiosi di ascoltare. Alla formazione Lacky come sempre alla batteria, Arnd alla chitarra e insieme allo stesso Lacky alle backing vocals. Gli altri tre componenti, che hanno tutti debuttato discograficamente con la band nel 2015, sono Meik all'altra chitarra, Dirk al basso e Lee alla voce. Il lavoro di cui sono il fortunato incaricato a raccontarvi oggi è di dieci canzoni, per un totale di 40 minuti. Un full-length nella media dunque dal punto di vista della lunghezza complessiva. Io spero che ci piacerà, non posso che augurarvi buon ascolto, buona lettura ed un: in alto le corna! Che la musica parta.

Prelude in E (Intro)

L'album si apre con una breve strumentale intitolata "Prelude in E" (Preludio in MI), tipologia di titolo certamente inconsueta all'interno del genere e che da subito cattura la nostra attenzione. Ad ogni modo, la band sceglie qui sin da subito di non smettere di proporre quel tipo di atmosfera che li aveva accompagnati sin dagli albori della carriera, seppur in parte. Durante questo ascolto i Darkness ci cullano all'interno di un'atmosfera calma ma macabra allo stesso tempo, un po' alla Goblin nei film di Dario Argento per certi aspetti, anche dei suoni. Infatti il semplice arpeggio di chitarra è coadiuvato da studiate note che gli si sovrappongono, creando una tetra cupola sul battesimo di questo atteso album. Brevi effetti di vento rendono ancora più forte questa sensazione assolutamente un po' "horror" da noi percepita al momento dell'ascolto. L'arpeggio e l'intera sezione musicale, con il passare dei secondi, accelererà sempre più, fino a spezzarsi improvvisamente in una brusca interruzione, mettendoci dinanzi la prima vera effettiva traccia di questo full-length. Questo preludio, a me, è piaciuto molto. 

Low Velocity Blood Spatter

Il brano è nientemeno che la title track di questo lavoro, intitolata appunto "Low Velocity Blood Splatter" (Splatter di sangue a bassa velocità). La canzone riprende da subito l'armonia battezzata da "Prelude in E", attaccandoci però tutta la potenza della chitarra elettrica e delle moderne produzioni metallare. La chitarra segue con sempre più vigore la macabra armonia fino a condurci ad un riff che, così per prenderci un po' beffa del nome della traccia, è tutto fuorché a bassa velocità. La produzione ci lascia ad ogni modo una sensazione da subito positiva, l'album è all'impatto molto potente, sebbene mi riservo di giudicarla più profondamente nel corso dell'ascolto del disco. Ad ogni modo, al primo e rapido riff di chitarra, ne seguono altri più lenti sul quale si erge imperiosa la voce del vocalist, che scandisce il ritmato ritornello del brano. Non potremo a questo modo fare a meno di ascoltare le parole cantate dal vocalist, estremamente profonde e per certi aspetti anche un po' sorprendenti considerato il titolo della canzone. Infatti non vi è presenza né di sangue, né di violenza alcuna, ma i nostri si soffermano su una profonda riflessione di critica sociale. Siamo un po' alla "maschera di Pirandello", per intenderci. Il protagonista è infatti costretto a comportarsi in determinati modi e a seguire determinati standard per potersi inserire all'interno di una società finta e costruita in plastica. Nessuno è autentico al 100%, affermano coraggiosamente i ragazzi, ma abbiamo semplicemente il diritto di scegliere quale sia il nostro camuffamento preferito. Almeno, questo è quanto fa il protagonista della canzone. Si vive sotto finte vesti che in realtà non ci rappresentano nella loro totalità. Siamo tutti delle vittime, intrappolate in questo mondo, e sempre citando letteralmente i cinque tedeschi, la nostra è una vita maledetta. Sono queste le parole che contornano la melodia dei brevi assoli di chitarra, il primo realizzato da Meik, il secondo da Arnd. Molto interessante questo pezzo, che a sorpresa fa estremamente leva sui concetti e sulla potenza della sua melodia, piuttosto sulla "volgare" velocità e sulle crude tematiche certo non da escludersi quando si parla di Thrash vecchia scuola. Come non certo da escludersi è la narrazione di tematiche di critica sociale, qui magnificamente trattate. Augurandoci che questa attitudine prosegua, ansiosi avanziamo.

Neoprimitive

Si prosegue spediti con "Neoprimitive" (Neoprimitivo), un brano che scolpisce con due profondi colpi di grancassa l'ingresso delle velocissime chitarre ritmiche, che qui abbandonano del tutto gli standard del primo capitolo dell'album scagliandosi addosso all'ascoltatore a più non posso, con tanto di tupa tupa batteristico. Ma è il magnetico ritornello vocale l'elemento a far fare quel salto di qualità in più alla traccia. Infatti, non solo questo è carismatico dal punto di vista vocale, ma è ancor più devastante dal punto di vista chitarristico, con un riuscitissimo e devastante riff vagamente "alla Destruction", per rimanere in tema scuola tedesca. Ancora una volta, all'interessante titolo di questa traccia, si affianca un bellissimo testo, che in realtà non si discosta affatto da quello che abbiamo ascoltato cantare nel corso del primo brano. Stavolta la band si erge contro le regole imposte dalla società in cui viviamo, regole spesso stupide e certo non adatte agli individui più svegli, ma piuttosto adeguate a chi è più al fondo nella nostra società. Ma, ancor più che questo, il testo di questa traccia è rabbioso nei confronti del "falso ed elegante abito" indossato dagli uomini più importanti e facoltosi della Terra, inclusi i politici. Al contrario, il cantante qui canta orgoglioso di essere definito rude e primitivo, ma sincero, autentico. E di essere perfettamente in grado di utilizzare il proprio cervello e di scegliere la vita che più desidera. Il protagonista è contento di essere un neoprimitivo, non uno schiavo del sistema, dei governi e della società imposta, ma indipendente e in controcorrente rispetto al mainstream. In ultimo, il cantante sottolinea l'irritante arroganza di coloro che vogliono indicare un modo di vivere a tutti gli individui, e la falsità con cui queste persone utilizzano termini ambigui per chiamare cose in modo diverso da ciò che realmente sono. Tornando però alla parte musicale, a metà traccia c'è un rallentamento gustoso e alla Thrash Metal maniera, senza vere e proprie interruzioni di chitarra in breakdown. La secca e raschiata voce qui si innalza, sempre più acuta, sull'incisivo riff. L'assolo è lento e gustoso, piuttosto che veloce o fine a sé, e ci riporta scorrevolmente all'ultima strofa vocale. "Neoprimitive" ci conclude poi con un power chord aperto ed in dissolvenza, una scelta azzeccata e che contribuisce a mantenere l'ambiente che si era creato fino a questo momento durante l'ascolto dell'album.

Hate Is My Engine

Ed eccoci alla quarta mattonella di questo lavoro. Il brano che ci apprestiamo insieme ad ascoltare si intitola "Hate Is My Engine" (L'odio è il mio motore), per una durata di quattro minuti esatti d'ascolto. Questo è il pezzo con cui i Darkness sfogano tutta la loro più intima rabbia e la propria velocità, tramite un implacabile riff ad alta velocità che scandisce power chord alternati a scariche furiose di alternate picking, in evoluzione melodica continua ed irrefrenabile. Anche la voce si trasforma, divenendo a tratti roca e gutturale, nel disperato urlo di furia che viene lanciato con scaltrezza. A questo punto, sono pronto ad approfondire in maniera più ampia e completa il mio giudizio sulla produzione di questo disco. Apprezzo ogni aspetto con la sola eccezione del rullante di batteria, secondo me troppo acuto e troppo poco "esplosivo" alla Thrash Metal maniera. L'ideale sarebbe stato in assoluto un suono alla Demolition Hammer, per intenderci. Ma su questi aspetti, torneremo in maniera più approfondita nella parte conclusiva della nostra recensione. Nel corso di questo quarto capitolo, la band racconta sin dai primissimi istanti del pezzo che ciò di cui parleranno, è ciò che li porta avanti nel corso della vita. Ad alzarsi presto all'alba. A sopravvivere in un mondo di menzogne. Ad incentivarli ad andare avanti nei momenti di difficoltà. E' l'odio. Il ritornello scolpisce nella testa delle parole dei semplici concetti: la rabbia e la capacità di provare disprezzo possono aiutare le proprie giornate. Nulla di troppo buddhista, dunque. La furia della propria mente è infatti descritta come capace di alimentare potenzialmente qualunque cosa, e di renderci ciò che effettivamente siamo. Tuttavia, il cantante ammette nel corso del brano di essere, almeno nella figura del protagonista del pezzo, alla ricerca di un modo più profondo per vivere, in quella che si configura come una vera e propria lotta che avviene al proprio interno. Nell'ultima parte la riflessione si allarga, divenendo più generale: sono le delusioni della vita a renderci ciò che effettivamente siamo, è ciò che è diversamente da come dovrebbe essere. Le delusioni, letteralmente, bruciano come la benzina. Ancora una volta, a metà brano, viviamo un rallentamento, con uno dei riff secondo me più belli e incisivi fra quelli ascoltati fino ad ora. Ascoltiamo inoltre più evidenti che mai i cori di voce, perfetti nel corso di questo scandito rallentamento. Al terzo minuto d'ascolto, il brano improvvisamente si interrompe e parte lo squillante assolo di Meik, che ben presto culmina nel ritorno alla strofa vocale.

See You on the Bodyfarm

Il quinto e leggermente più breve pezzo di questo album si intitola "See You on the Bodyfarm" (Ci vediamo alla fattoria dei corpi). Nessuna attesa, nessuna riflessione, il brano comincia sin da subito con la corposa distorsione di chitarra che colora una eccezionale melodia aggressiva e carismatica, che in costante evoluzione ci conduce allo scandito riff che battezza la strofa vocale. Ancora una volta, nel corso di questo quinto brano, i Darkness scelgono di far sostenere la parte di canto ad un riff estremamente rapido ed aggressivo. La cosa che in assoluto più apprezzo però di questo pezzo è che non viene mai abbandonata la linea melodica portante, quella che i ragazzi disegnano sin dal primo secondo. Al contrario, nonostante la continua aggressività dei riff di chitarra, abbiamo modo di rivivere continuamente quella che è la musicalità di questo pezzo. Questo avviene soprattutto, a mio giudizio, grazie al bellissimo ritornello, che pur ripetendo semplicemente dal punto di vista lirico il titolo della traccia, è davvero carismatico e memorabile anche grazie alla bellissima parte chitarristica. I tedeschi riescono qui dunque in un'impresa ardua per moltissime Thrash Metal band, cioè riunire con successo aggressività e melodia. Il brano grida vendetta, con il protagonista che aggressivamente afferma "tu non ricordi ciò che mi hai fatto, e questo è un grave errore". Aldilà di questo, i Darkness qui si innalzano contro i falsi amici, quelli che davanti si comportano con affetto, ma da dietro ti accoltellano e parlano alle spalle. La band descrive quanto vuote possano essere queste persone, per potersi comportare in questo modo. Il titolo, dunque il ritornello, "See You on the Bodyfarm", si configura dunque come un augurio di morte. Emblematiche le parole "No one will ever find your corpse again, worms will eat your flesh and eyes" (Nessuno troverà più il tuo corpo, e i vermi mangeranno la tua carne e i tuoi occhi). Nella parte conclusiva il protagonista descrive il sollievo che prova nel vedere quanto spiacevolmente si sia conclusa l'esistenza del carnefice di amicizie. Tornando alla parte musicale, qui i Darkness si cimentano in un assolo lungo ed impegnato, in contrapposizione dunque rispetto ai precedenti, e piuttosto che tornare alla strofa la band sceglie di tornare direttamente al ritornello. Scelta azzeccata. Ritengo che questo sia uno dei brani più riusciti dell'intero lavoro, e sono davvero colpito dalle capacità melodiche messe qui in mostra dalla band.

Zeutan

Il sesto brano di questo "First Class Violence" del 2018 si intitola semplicemente "Zeutan", ed è con l'eccezione della breve introduzione strumentale il brano più breve dell'album, con i suoi tre minuti esatti d'ascolto. Effettivamente, anche la parte musicale non lascia molto all'immaginazione: nessuna evocativa introduzione melodica, nessun progressivo ingresso, e stavolta niente melodie portanti o altro. La band parte sin dal primissimo istante di canzone con un riff rapidissimo e aggressivo come più non potrebbe, come altrettanto veloce e aggressiva è la parte cantata, che qui quasi arriva a strizzare l'occhio al genere Hardcore Thrash, in certi brevi frangenti. Non mancano tuttavia le gutturali urla del cantante, mentre implacabile rimane la parte ritmica con batteria e basso che non accennano ad un secondo di respiro. E come realizzare un brano di questo tipo, se non con le proverbiali scariche di alternate picking? Qui la mano destra dei due chitarristi è un'autentica grattugia, e anche il limite nel suono del rullante di batteria diviene più marginale in seguito alle caratteristiche del pezzo. Dopo diversi brani più costruiti, secondo me è estremamente intelligente la scelta di proporre un brano deciso e spedito al 100%. Anche il posizionamento del pezzo all'interno della scaletta del disco sembra perfetto. Dopo due minuti e trenta di ascolto ascoltiamo lo sferzante assolo chitarristico, eseguito qui da Meik. Questo frangente di chitarra solista è a suo modo comunque interessante ed originale, e ben lega con il resto del brano. La canzone è una dedica ad un amico scomparso, Oliver Fernickel, detto "Zeutan", cantante nei primi due storici album della band. Sfortunatamente, Zeutan scomparve nel 1998 in seguito ad un problema cardiaco. I Darkness allora, da veri amici, lo ricordano con tutte le sue qualità umane, descrivendolo come una persona magnifica e schietta, che sempre diceva ciò che pensava, e che merita di rimanere nella memoria di tutti. "Zeutan, tu sei andato, ma non dimenticato", è questo il mantra di questo bellissimo pezzo, non melodico alla "In My Darkest Hour" per capirci, ma diretto e veloce proprio come il buon Zeutan è stato. R.I.P.

The Autocrazy (Autocracy) Club

Il successivo brano si intitola "The Autocrazy" (L'autocrazia), e con il presente la band torna a proporre tracce più strutturate ed eleganti, prendendo in parte le distanze dall'episodio precedente. Infatti, se durante i primi minuti d'ascolto la band ci regala una melodia nobile seppur tagliente, nel giro di pochi secondi viviamo a pieno il ritorno al "piacevolmente volgare" e spedito Thrash Metal tipico della band. Pungente qui la voce del vocalist, che riesce a interpretare eccellentemente tutte le sfaccettature del brano. Un brano che appare sin da subito completo, e che con il suo ritornello ritorna a saper sapientemente alternare attimi più diretti ad altri più armoniosi. Le importanti qualità della band, con il passare dei minuti, emergono più che mai, grazie anche ai cambi di tempo che ci mostrano dei Darkness maturi e capaci dal punto di vista compositivo. A metà traccia i nostri sferrano, tramite una serie di penetranti colpi batteristi, una serie di note carismatiche e dal sound malvagio, che ci conducono al riuscitissimo assolo di chitarra. Un assolo non semplicemente veloce, o banale, ma ancora una volta melodico e armonioso al tempo stesso, come insegnatoci dalle migliori Thrash Metal band americane. Questo settimo capitolo "The Autocrazy" rappresenta al suo meglio un mix fra il sound della Bay Area e quello Teutonico, che emerge particolarmente nel corso della strofa vocale. Senza nulla togliere ai precedenti episodi, questo mi ha davvero colpito nella sua interezza. E la cosa interessante è che, pur essendo un brano abbastanza costruito e strutturato, sia la diretta semplicità del ritornello a rimanerci stampata in testa una volta terminato l'ascolto. Nel corso delle liriche, la band si sofferma sulla nascita e molto brevemente sulla vita di alcuni sovrani assoluti che hanno nel passato preso il controllo, trattando anche di paesi come la Turchia. Ma, più che su ogni altra cosa, i Darkness si soffermano qui sulla vita estremamente peccaminosa e viziosa condotta da questi individui, fra eccessi e abusi di ogni tipo. La band dunque, con forte disgusto, prende la distanza sia dal tipo di governo autocratico, sia da uno stile di vita lussurioso e privo di ogni tipo di sentimento verso il prossimo. Con queste liriche, la band torna ancora una volta a trattare di critica sociale, senza trascurare le tematiche storiche non di rado presenti all'interno della scena Thrash Metal.

Born Dead

Con "Born Dead" (Nato morto), il successivo pezzo, i Darkness si portano ancora un passo in avanti. L'introduzione, fantastica, è infatti elaborata e studiata, proponendo una melodia macabra ma che, al tempo stesso, ci lascia presagire "l'avvento della guerra", cioè del Thrash Metal più totale. Infatti, dei corposi power chord, uniti alla tenebrosa e guerrafondaia armonia, ci preparano a quello che ci si aspetta essere il riff fra i più violenti e grezzi al mondo. Questo non avviene: da musicisti veri i tedeschi scelgono infatti di proseguire su questa linea melodica, e anche il riff della strofa resta musicale prima ancora che violento. Lo stesso ritmo di batteria non appare estremamente veloce, ma di tempo medio e incalzante nelle giuste dosi. La parte qui memorabile è sì il ritornello, con i cori che ci urlano "Born Dead", ma ancor più a rimanerci stampata in testa è la melodia che segue allo stesso ritornello, con la successiva e aggressiva scarica di alternate picking che mai guasta. I Darkness, anche in questi più violenti frangenti, non trascura mai l'aspetto melodico della traccia, che ritorna a metà pezzo assoluto protagonista. Se avevo apprezzato la prima parte di questo album, dopo questo brano e la precedente "The Autocrazy" posso dire di star apprezzando la seconda metà ancor più. L'assolo qui è rapido ma assolutamente non scontato, e si disegna sull'armonia di fondo e dunque sul riff che ci ha accompagnato per gran parte dell'ascolto di questo brano. Fortunatamente nessuno stucchevole ritorno alla strofa, terminato l'assolo la band ci riconduce spedita al ritornello e alla secca conclusione del brano. Nelle liriche i tedeschi ci mettono davanti gli aspetti più tristi e squallidi della vita sul nostro pianeta: la Terra è stracolma di peccati e di azioni spiacevoli, di sofferenza e di insegnamenti sbagliati anche spesso a causa di un carente lavoro da parte dei genitori. La band non risparmia critiche al sistema scolastico, altrettanto sviluppato su metodi arretrati e spesso "poveri" anche dal punto di vista etico. L'ultima parte diviene, al contrario, uno sfogo in generale, sul quando nella vita non funziona nulla a causa delle persone che ci circondano. Ogni cosa appare descritta come un circolo vizioso, dove da cosa sbagliata nasce altra cosa sbagliata, coinvolgendo sempre più persone fino ad un punto di non ritorno.

First Class Violence

Il nono brano di questo album è la title track "First Class Violence" (Violenza di prima classe), con le liriche che si vanno in parte a discostare da quelle dei brani precedenti. Nel corso di questa traccia, infatti, la band canta in tono "aggressivo", arrivando ad una continua minaccia, tipica dei governi in guerra, ai propri nemici. Nello specifico, qui la band afferma che i protagonisti sono pronti a sterminare senza alcuna pietà o rimorso, attuando un genocidio di massa nei confronti dei propri nemici. "Get what you deserve, expect it to be worse" ("Ricevi ciò che meriti, aspettati che sia sempre peggio"), queste le eloquenti affermazioni cantante nel brano. Come potrete agevolmente comprendere, non viene dunque attuata alcuna distinzione fra forze militari e popolazione civile, proprio come raccontato dalle disarmanti statistiche delle moderne guerre: sono sempre più le popolazioni ad essere coinvolte. Un po' il contrario di quanto avvenuto durante il primo conflitto mondiale, dove ad essere falcidiati furono principalmente giovani e innocenti soldati spediti a morte in guerra. Interessante tuttavia che la band qui, piuttosto che narrare il tutto in maniera oggettiva e dunque in terza persona, si faccia direttamente interprete di queste minacce, impersonando i carnefici. Avendo approfondito il testo di questo brano, immagino sarete curiosi di sentir parlare della parte strumentale! Beh, come potrete immaginare, di arpeggi melodici non ce ne sono. La band parte aggressivamente ma lentamente, con un profondo riff in palm mute che irrompe in una scarica di plettrate in parte in down picking, in parte in alternate. Sarebbe tuttavia sbagliato immaginare che in questo brano sia assente una linea melodica. Seppur piacevolmente aggressiva e incisiva, questa colora infatti l'intero brano, che raggiunge velocità davvero rapide solo nel corso dello squillante assolo chitarristico, che ripetendoci e scandendoci la melodia si fa apprezzare incredibilmente bene. Thrash Metal potente, ma fatto da musicisti con grandi considerazioni per le armonie nella musica. A voler trovare il pelo nell'uovo, la parte vocale mi ha convinto nel corso di questa traccia forse un po' meno rispetto alle precedenti, dove risultava più incisiva e d'impatto. Ma comprendo perfettamente l'approccio più secco, in linea con le intenzioni compositive. Da sottolineare che, per questo pezzo, è stata anche realizzata una videoclip ovviamente presente su youtube, fra l'altro interamente in bianco e nero. 

I Betray

E siamo all'ultima mattonella di questo album, il pezzo è eloquentemente intitolato "I Betray" (Io tradisco). Noto subito qualcosa di molto simile rispetto a "First Class Violence", la traccia che abbiamo appena ascoltato. La band, nel prendere le distanze e manifestare il suo disprezzo per determinati comportamenti e aspetti dell'umanità, li interpreta in prima persona. Nel corso di questa canzone infatti i Darkness interpretano una persona priva della capacità di comprendere il vero amore e povera di sentimenti: "faresti meglio a non credermi, se ti dico che ti amo e che ho bisogno di te". Per certe persone, e purtroppo è la verità, quasi ogni parola equivale ad una bugia, in un ciclo vizioso che non fa che peggiorare e inscurire sempre di più individui che hanno perso il concetto di valore nel corso del proprio percorso di vita. O che ahimè non l'hanno mai avuto. E' a metà traccia che la band, dal farsi protagonista interpretando questa persona disonesta, riaffermano il proprio essere: "io preferisco invece essere un ragazzo apposto, smetterla con tutte queste menzogne, perché il tuo mondo è così crudele e falso". Nella contrapposizione e nel continuo dibattito interno fra queste due personalità, la buona e la cattiva, la band si sofferma anche su alcune considerazioni generali sulla razza umana, che viene ritenuta spesso infida e falsa. Se su questo non posso ritenermi del tutto d'accordo, su un'altra cosa do assolutamente ragione ai Darkness: coloro che ti maltrattano, tradiscono, e che ti fanno soffrire, possiedono sempre un alibi. E' quanto sostengono i tedeschi, ed è quanto sostengo anch'io. Le persone sapranno sempre cosa dirti come scusa, in quanto le scuse sono semplici da creare e non pesano nulla, almeno non in questa vita e non per chi ha scelto di imboccare un sentiero triste per la propria vita. Un sentiero individualistico e che mai conduce ad un reale e profondo stato di felicità, possibile al contrario da sperimentare amando davvero coloro che ti circondano.

Conclusioni

Questo "First Class Violence" l'ho trovato molto positivo e mi sono piacevolmente ritrovato in alcune delle sue caratteristiche. Mentre in altre un po' meno, com'è giusto che sia. Ad esempio, se avete fatto caso agli aggettivi che ho utilizzato nel corso di questa recensione, ho sempre utilizzato il termine "potente", piuttosto che "affilato" o "tagliente". Questo perché il sound dell'album rispecchia comunque più le moderne e "grosse", "corpose" produzioni metallare, piuttosto che le taglienti ottantiane con le thrash-chitarre che grattugiavano come se non ci fosse un domani. Che poi sono le mie preferite. Ad ogni modo, rimanendo alla produzione, comunque buona e più che riuscita nel suo essere in linea con i tempi, specie per quanto riguarda una band comunque tendenzialmente di nicchia, fra gli aspetti negativi confermerei il suono della batteria, a volte forse troppo acuto e poco esplosivo, e mi riferisco in particolare al rullante. Fra gli aspetti positivi direi sicuramente la riuscita e perseguita pulizia del suono e l'ampiezza del master. Sembrerà forse ad alcuni una cosa curiosa, ma a me è piaciuta tanto la scaletta dei brani. Molto anti-commerciale a dire il vero, con la qualità delle canzoni che non ha fatto che aumentare nel corso dell'ascolto. In questo album, questa caratteristica l'ho più che apprezzata perché ho visto il rapporto fra aspettative e constatazioni continuamente migliorare sotto le mie orecchie. Fino al punto in cui non sono giunto ad una conclusione: che questo disco mi piace. Il meglio in assoluto ad ogni modo, pur non essendo nella parte iniziale del lavoro, non è neanche in quella finale. Il vero cuore di "First Class Violence" risiede in brani centrali come "Hate Is My Engine" e "See You in the Bodyfarm". Ed è davvero piacevole comunque aver ascoltato una band, tradizionalmente e storicamente "grezza" nella proposta, con così buone proprietà tecniche e capacità sugli strumenti. In particolar modo, sono rimasto colpito da tutta la sezione ritmica dei Darkness, anche il basso in determinati momenti si fa protagonista e si fa ascoltare e il che è certamente un bell'aspetto. Da non dare affatto per scontato, considerando che nel Thrash Metal il quattro corde rimane spesso "seppellito" e in secondo piano. Se l'esempio più mainstream a riguardo, e che molti avranno presente, è quello di "...And Justice for All" dei Metallica, beh, vi posso assicurare che nell'underground ce ne sono tanti di lavori in cui il basso non possiede un ruolo chiave. Un ulteriore aspetto che ho incredibilmente apprezzato di "First Class Violence" sono le liriche. Spesso ingiustamente sottovalutate, ma sono le parole che ti raccontano le emozioni e i sentimenti della musica, cosa avevi dentro quando hai scritto quel determinato pezzo, cosa vuoi esprimere e narrare quando suoni e ti fai ascoltare. Già dalla prima "Low Velocity Blood Splatter", i Darkness fanno capire di aver qualcosa di importante da dire. Le tematiche di critica sociale non si placano con "Neoprimitive", mentre tutto il giusto e legittimato disprezzo della band viene raccontato negli episodi successivi, con l'eccezione dell'omaggio all'amico scomparso Zeutan. Volendo tirare in due righe un bilancio su quello che questo lavoro è stato, direi un parziale ritorno al passato. Perché, se da un lato non mancano l'aggressività e la voce secca di "Death Squad", dall'altro i Darkness esprimono un senso melodico evoluto e differente rispetto alle origini. In questo "First Class Violence" ci vedo la rabbia dei giovani, unita alla sapienza degli adulti. Non ho dubbi che per molti "Death Squad" resterà comunque il lavoro più Darkness possibile, ma secondo me non sarebbe giusto non comprendere cosa ci sia dietro l'album protagonista della recensione odierna. Nell'artwork del lavoro si erge la mascotte della band, quel metallaro in jeans attilati, giubotto di pelle, bullet belt e scarpe da ginnastica che un po' mi ha sempre ricordato l'Eddie degli Iron in versione Thrash Metal, su una serie di detriti e mattonelle infuocate. Sono quelle dei palazzi abbattuti, mentre sullo sfondo si innalzano i grattacieli ancora non toccati dal genocidio di cui raccontano titolo dell'album e title track: "First Class Violence". Elemento alla base del disegno sono i colori caldi della metà inferiore, contrapposti a quelli monocromatici e freddi della parte superiore. Assegno a pieno titolo un 7,5 a questo album, in attesa con voi di un nuovo lavoro targato Darkness. Alla prossima, amici!

1) Prelude in E (Intro)
2) Low Velocity Blood Spatter
3) Neoprimitive
4) Hate Is My Engine
5) See You on the Bodyfarm
6) Zeutan
7) The Autocrazy (Autocracy) Club
8) Born Dead
9) First Class Violence
10) I Betray