DARKEND

The Canticle of Shadows

2016 - Non Serviam Records

A CURA DI
PAOLO FERRARI CARRUBBA
23/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Squarciamo l'alchemico velo del silentium:
"The name DARKEND was crafted by anagramming the ancient sanskrit word REKDA'DN, taken from a vedic funeral rite of passage celebrated in order to grant to the remains of shamans and warlocks the wisdom of shadows; that sacred word stands for "MIST OF THE ELSEWHERE". Questa breve prefazione è una dichiarazione di intenti, volta a introdurre l'extreme ritual metal degli emiliani Darkend, i quali tornano a infuocare la scena con l'istrionico terzo lavoro in studio, "The Canticle Of Shadows". Nomen omen. Parafrasando l'anagramma del moniker si intuisce immediatamente che la proposta musicale dei nostri è ricca e complessa, permeata da un concept intricato e pregno di misticismo escatologico. Essendo nata nel 2006, la formazione è ormai una realtà ben consolidata nella scena europea. Sin dal debutto "Assassine", licenziato dalla vicentina "Crash & Burn Records" nel 2010, era possibile carpire un certo potenziale. L'album d'esordio, caratterizzato da un symphonic black efferato e di alto livello, fu il primo capitolo di una parabola ascendente che continuò nel 2012 con la pubblicazione dell'autoprodotto "Grand Guignol - Book I", lavoro ancor più ricco d'atmosfera, traguardo che sancì la maturazione artistica. Già con il disco del 2012 il gruppo iniziò a ricevere una certa visibilità, soprattutto grazie al supporto dell' "Arcane Witchcraft Coven", un circolo esoterico che decise di promuovere la band dopo che un membro del circolo stesso assistette a uno show durante un tour con Samael e Melechesh. Se il precedente Grand Guignol era un' ottima release, accolta fin troppo tiepidamente dalla critica, il nuovo capitolo discografico rappresenta la definitiva consacrazione artistica del combo. Il management della prestigiosa "Non Serviam Records" ha concesso ai Darkend collaborazioni di calibro internazionale, il platter in questione vanta infatti guest vocals onorifiche quali Attila Csihar dei norvegesi Mayhem , Niklas Kvarforth degli svedesi Shining, Sakis Tolis dei greci Rotting Christ e Labes C.N. degli italiani Abysmal Grief. L'interpretazione della loro auto-definizione di band ritual extreme metal, si traduce dunque in una proposta musicale che coniuga un black metal dotato di forte personalità, un death metal dalle tinte nord europee, ed elementi sinfonici perfettamente integrati nella struttura dei pezzi. In particolare è la squisitezza dell'elemento symphonic a colpire: chi scrive in linea di massima tende ad aborrire esperimenti pregni di partiture troppo ariose, ma nella fattispecie del caso, il gusto particolarmente attento con cui sono integrati questi inserti arricchisce ampiamente il songwriting. I brani di "The Canticle of Shadows" hanno un tocco barocco, eppure si evince un forte equilibrio compositivo, le singole canzoni rimangono costruite su riff di ottimo impatto, mentre i tappeti sinfonici servono per impreziosire, e non per coprire le trame di chitarra. Il risultato finale risulta dunque moderno e potente, il tutto supportato da una produzione tagliente e chiara, tesa a valorizzare i dettagli, scevra dall'utilizzo di suoni plastici, il sound è dunque diretto, onesto e sincero, puro vitriolo. Mantra ed esorcismo: la musica dei Darkend è uno strumento finalizzato a depurare lo spirito da ciò che di terrificante vi alberga e, al tempo stesso, una via per innalzarlo attraverso la ripetizione consapevole di formule e concetti chiave, un vero e proprio rito, una preghiera magica contenente nozioni estratte dal celebre scritto seicentesco della "Piccola Chiave Di Salomone". Riportando alcune affermazioni del cantante Animæ, sia musicalmente che liricamente l'album è teso a esprimere il moto perpetuo di ciò che imperversa nell'abisso interiore dell'uomo, privo di ogni maschera e ritratto in tutta la sua inesorabile e bestiale ferocia. Vi sono ombre che sono al tempo stesso bagliori, agonie che possono tramutarsi in salvezza. E vi sono innominabili passaggi attraverso l'orrore che conducono alla grazia. È il cantico dell'arcano che esorcizza ed innalza lo spirito. Analizziamo ora i singoli canti:

Clavicula Salomonis

"Clavicula Salomonis". Alziamo la copertina della Piccola Chiave di Salomone, un coro ieratico ci catapulta in un mistico regno di ombre, note di pianoforte iniziano a danzare come spettri, e poi l'esplosione di una serie di riff martellanti e dinamici supportati dal variegato drumming di Valentz. L'attacco della strofa coincide con quello del riff, immediatamente Animæ fa notare la versatilità delle proprie vocals, ora pronunciate solennemente, ora urlate a squarciagola;  e così dopo una strofa fulminante infuria il primo inno: "Nomen sanctum tuam quod est: Hye, asser, ephe! In nomine Delicti et Spiritui Sancto: Hye, asser, ephe! Dei Luna et Saturnus, Yha! Clavicula Salomonis Mortem, Saturnus, Clavicula Salomonis". Il latino sarà una costante del disco, una scelta necessaria per mantenere vivo lo spirito del rituale. La simbologia del cantico delle ombre è precisa e ricorrente, Saturno, la morte e rinascita spirituale, sin dal principio una densa coltre sciamanica avvolge l'ascoltatore e lo intrappola in un turbinio di emozioni. "Dei Luna, Saturnus, Mortem et Scorpionem! Morte! Morte! Morte! Morte!" Dopo il ritornello il riffing si fa disteso e maestoso per lasciar spazio all'incedere di una strofa altrettanto anthemica; arriviamo così al finale che culmina in un secondo refrain, supportato da cori imponenti e fraseggi solisti basati su un massiccio tappeto di doppia cassa di matrice swedish. L'equilibrio tra soluzioni di immediato impatto ed intricate trame chitarristiche e sinfoniche denota una perizia compositiva disarmante; "non a caso Clavicula Salomonis" è stata scelta come singolo di lancio, si tratta di una canzone vincente sotto ogni punto di vista, ottimo apri-pista per definire lo standard generale dell'opera. "V.I.T.R.I.O.L.  / Visita Interiora Terrae /V.I.T.R.I.O.L. / Rectificando Invenies Occultum Lapidem" La catabasi nell'abisso interiore è iniziata, è inesorabile e nulla di umano la potrà interrompere, come in alto, così in basso, per raggiungere la purificazione dello spirito sarà necessario scavare e raggiungere il fondo della propria coscienza. E il viaggio nelle più recondite profondità dell'essere continua.

Of The Defunct

"Of The Defunct (Del defunto)": il secondo canto inizia anch'esso con dei cupi cori religiosi, una soluzione che verrà riproposta con costanza per tutta la durata dell'album. Le trame armoniche in questo brano sono meno dirette, a favore di un maggiore sviluppo delle aperture melodiche in midtempo. Dopo un incipit martellante da parte dei due chitarristi Ashes e Nothingness, si apre la prima strofa, cantata direttamente dal vocalist dei Mayhem, subito riconoscibile per il suo timbro decadente e morboso. "Here, I can still feel this dreary pain. Here, a malady serum fills every vein, sad birthgiver of endings that petrified body with 16 bleeding mouths. Is it still me? Is it still me?". Una distante, pallida sagoma spettrale tenta di reclamare il proprio posto tra i vivi, ma ella non appartiene più a questo mondo, e pian piano uno sterile senso di angoscia si tramuta in macabra consapevolezza, l'atmosfera si fa marziale per il refrain cantato da Animæ: "Death! Here sorrow has eyes and wings and it brings more pain and death! Death! Here time is rotten and still here's just reiteration and death!". Un assolo si dipana in soluzioni sinfoniche e corali nella seconda sezione del brano, e poi infuriano le strofe. La morte è un'entità concreta, un mostro che dilania le membra e strazia la memoria di ciò che una volta fu carne viva e pulsante. Ora il silenzio, uno stacco netto funge da preludio alla parte finale della canzone, caratterizzata da distese melodie e riff massici ed epici. "And here, blades and worms still opening wounds fattening the conquering beast. Do you think that I am made for resting in peace? This place... this place is terrible". La tortura è reiterata con artigli malefici, il defunto giace in un terribile, eterno limbo in cui egli non troverà mai pace. L'ultima strofa è un malinconico e tragico sussurro, la sofferenza è palpabile in questo finale da pelle d'oca. Il suono di questo lacerante picco emotivo si dissolve con un dialogo cinematografico volto a introdurre il prossimo brano. Nota di merito aggiuntiva per "Of the Defunct" riguarda il video-clip realizzato per promuovere il pezzo, creato con spezzoni dell'esasperante pellicola horror cult "Begotten". Arte.

A Precipice Towards Abyssal Caves (Inmost Chasm, I)

"A Precipice Towards Abyssal Caves (Inmost Chasm, I) - Un precipizio verso le cave abissali (Il baratro più profondo, pt. I)": Questa canzone non spicca tra le migliori del lotto, tuttavia si attesta ugualmente su ottimi livelli e riesce a farsi ricordare per un prezioso intervento di sax posto a metà traccia. Il pezzo in questione è la composizione più tipicamente symphonic black del disco, stilisticamente vicina a soluzioni care ai Dimmu Borgir più ispirati. L'intro è costituito da una sfuriata assassina, ma subito il muro di suono viene sferzato da una chitarra acustica, e improvvisamente l'attacco groovy e violento della strofa. La struttura del brano diventa lineare nell'alternanza di strofe e refrain, ma la tensione dell'incedere rimane sempre alta. Grazie al riffing al cardiopalmo l'headbanging è assicurato. "Fire, thou art the Key, your Flames I am and my veins you are.. and Pain, thou wast the Gate, the first step down leading through narrow clefts, profound, descent; from sheer drops to ravines unknown, a torchlit passage to the regions of the Soul walked with hunger and Pride" Le liriche in questo caso parlano di uno spirito eremitico che vagabondando per gli abissi della propria interiorità si identifica nella magia degli elementi. Così infuria il refrain: "Baptized in whirling streams of ever-flowing strength, waters and vapors to guide me through . My path is self-chosen, my hurt is self-chosen, my curse is self- chosen. Witchcraft Sun, rain on me!" Il mantra inneggia al fuoco in quanto ambivalente fonte di luce e distruzione: "For i roamed the barren lands of the Elsewhere in eons unknown to men, and from its dense darkness I brought back everlasting Flames, with the power to enlighten you or to incinerate you". Dopo il secondo refrain interviene il sax, donando al passaggio in questione un'aria distesa, quasi progressive, l'atmosfera torna concitata con una formula magica recitata in lingua arcana, e poi la strofa finale chiude il canto con il monito: vagando per le sterili lande dell'essere troverai il fuoco, ed il fuoco avrà il potere di illuminarti o incenerirti. La scelta è lo sparti-acque tra gloria eterna e dannazione.

Il Velo Delle Ombre

"Il Velo Delle Ombre": il quarto canto risulta una composizione molto interessante, di grande effetto la prestazione in lingua madre, forte anche della partecipazione del cantante degli italiani Abysmal Grief; anche per quel che concerne il testo, il cui metamorfismo panico riporta alla memoria il folklore pagano e panteista di "Magnificat", mitico debutto discografico degli Spite Extreme Wing. Archi soffusi creano un tappeto sinfonico ed atmosferico sul quale Animæ recita la sua litania rituale: "Stille di carni oscurano i cieli, ricami nel buio tra nebbie accecanti. E tombe d'incanti, di vermi e miasmi, piangon a gran voce il mantra del Vuoto: 'Che voi, cogliete preghiere soltanto per cumuli decrepiti'. E allora Saturno divora i tuoi figli d'un grembo lunare malfermo e tremante, tra stracci di fango e lembi d'orrore portando alla Luce di il Drappo Silente". Ritorna il tema della natura immanente, entità creatrice e distruttrice, questa volta identificata in Saturno. Il brano preso in analisi è il più breve e semplice del lotto, ma fuor di dubbio l'impostazione carmica ne fa una canzone da cantare a squarcia gola sotto palco; l'immediatezza in questo caso prevale con un ritornello tremendamente catchy: "I will shine again and I'll make you all pay! I will shine again, to make you all pay!" Il Velo Delle Ombre è dunque un pezzo costruito interamente attorno alle vocals, l'elemento musicale in tal caso è un corollario finalizzato a impreziosire l'insieme. In seguito a una preghiera corale in latino e alla ripresa del refrain, troviamo una nuova sezione di archi, la quale si dissolve per lasciar spazio a un campionamento tratto dalla pellicola "Il Nome Della Rosa", trasposizione cinematografica dall'omonimo romanzo del defunto Umberto Eco, maestro di mistero e incanto. PENITENZIAGITE!

A Passage Through Abysmal Caverns (Inmost Chasm, II)

Ci avviciniamo ora alla sezione finale del disco, composta da un trittico di brani memorabili. "A Passage Through Abysmal Caverns (Inmost Chasm, II) - Un passaggio attraverso le caverne abissali (L'abisso più profondo, pt. II)". La quinta traccia è la favorita di chi scrive. Avete presente quel pezzo dell'album che vi colpisce per QUELLO stacco o QUELLA linea vocale? Ecco, questo è il caso, nel passaggio attraverso le caverne abissali i Darkend esagerano, estremizzano l'elemento anthemico portandolo a un livello sublime. La canzone è arricchita dalle vocals di Niklas Kvarforth, il quale coglie la ghiotta occasione per fare la parte del leone offrendoci una performance da manuale, caratterizzata anche dall'uso di timbriche inedite per i suoi standard. Le circostanze sono chiare e lampanti fin dal primo istante: un riff epico e vigoroso avvia il brano nel migliore dei modi, il drumming severo e tempestoso introduce la strofa in scream cantata da Animæ: "Ashes through ashes, scattering dust of red agonies ashen..  my wounds are opened now! My gates are opened now! From towers ablaze I erect and exalt my black throne, there above you all broken and broken! Your knowledge is broken, your hidings are broken! Your treasures, your abundance are now mutated into frozen lava and plague!" In tal caso l'impostazione catchy non riguarda solamente il refrain ma anche le strofe; Animæ recita a gran voce: "Comet Doom! Comet Fire! Comet Doom! Comet Fire! Whisper my names: Comet Doom! Comet Fire! Comet Doom! Comet Fire!" Dopo la ripresa dell'inno al fuoco, abbiamo un rallentamento atmosferico nel quale ricorre il tema del metamorfismo panico, questa volta la purificazione dell'essere si concretizza con la rinascita, la morte diviene il seme per una nuova vita, e la natura, entità pulsante e auto-rigenerativa si reincarna in un circolo perfetto ed imperituro, l'uroboro alchemico: "My limbs are the branches of nature itself, with a touch of perdition, bathed in sorrow. Here I became Death, and Death is the seed from which I grow?". Ed ecco entrare in campo l'energico Kvarforth con un mantra oscuro e indecifrabile: "HYSHEA M'SHEE-HU REKDA'DN KAA DAHUA-JI ROO-KHAA LI-SHERVA SHIMMETH, O'RORAB-TAHAN! SHIMMETH, HO D'KHIL-HAN!". Subito dopo ci troviamo spiazzati dal ritornello più massiccio dell'intera opera: "My witching essence embodies the Funeral March for all your empty lives! Shaman chant for the Sun! Shaman chant for the Dark! Shaman chant for the Sun! Shaman chant for the Dark!" In seguito al refrain siamo tempestati dalla strofa con un ulteriore intervento di Kvarforth, ora supportato da un'intensa sezione di archi. Abbiamo dunque superato la parte centrale del brano e un riff ondoso condito da trame sinfoniche ci culla verso il finale. Una nuova strofa si rifà roboante ed impetuosa nella ripetizione della struttura della prima porzione della canzone, i picchi emotivi sono assidui e crescenti, l'ascoltatore non ha un attimo di respiro in questo ritmo incessante che troverà la propria vetta nel ritornello finale. Quasi nove, scorrevolissimi minuti di perfezione.

Sealed In Black Moon And Saturn

"Sealed In Black Moon And Saturn (Sigillato nella Luna nera, sigillato in Saturno)": altro apice compositivo, la sesta traccia è introdotta da orchestrazioni ariose ben presto interrotte da sfuriate a sei corde. Il viaggio nell'abisso interiore sta giungendo al termine, la natura ha quasi completamente divorato lo spirito errante, pronto per rinascere a nuova vita nel sigillo si Saturno. "Saturn, lavish all your pain upon me. For I am ready to bear it! Thy progeny's weak, empty and torn and I'm a Black Moon, devourer of all". La notte è complice della metamorfosi, l'allineamento degli astri divora il sole, le debolezze e le paure; una nuova genesi sta prendendo definitivamente forma. "Sealed in Black Moon and Saturn. All weakness and fears are devoured with the sun! Sealed in Black Moon and Saturn In Fire, by Air, in Water, by Earth". Il ritornello è mostruoso, l'ennesima prova della grandiosa ispirazione dei nostri, un refrain in grado di carpire tutta l'attenzione dell'ascoltatore e rimanere in testa per giorni. Il brano riprende la struttura di Clavicula Salomonis, questo consiste infatti in una cavalcata epica in cui troveremo respiro solamente nell'interludio corale che precede la bordata conclusiva. Il processo alchemico è compiuto, il fuoco accompagna con armonia l'animo del defunto-rinascituro, manca soltanto una magia per rovesciare completamente le leggi della natura.

Congressus cum Dæmone

"Congressus cum Dæmone": L'ultimo canto corrisponde alla traccia più carica di misticismo esoterico, Sakis Tolis degli ellenici Rotting Christ con il suo timbro particolare dà un contributo fondamentale nella creazione di una densa nebbia escatologica, la sua voce annuncia gloriosa la rinascita dall'abisso, il fuoco della resurrezione brilla alto ed implacabile. Una genesi violenta, travagliata, e malevola, pronta a erigere il proprio tempio notturno edificandolo sulla sofferenza degli uomini. Ciò che era defunto è ora purificato, spogliato dall'essenza umana e pronto per infliggere sofferenza a chi lo precipitò in quel baratro di morte. "I swear that my grudge will never cease to haunt you. Deep in that palace of filth and larvae where now you dwell, and there, right on your burial cursed ground, I'll erect my cathedrals, with pillars of nightshade, of fire and mist!". Qui l'equilibrio compositivo tra impeto e marzialità raggiunge il culmine, solenni rintocchi di campana scandiscono il midtempo e le vocals del greco e di Animæ si intrecciano magnificamente in un fatale connubio. Il muro di suono è preciso, lento e costante. La marcia della rinascita, dall'oscurità dell'abisso verso la superficie della coscienza: un tumulto scuote le carni, il defunto non appartiene più all'oltretomba. "You are not allowed to roam this halls, your presence is forbidden here, leave! Your claws have withered here. As a dreadful tremor shake this walls, things cease to move, leave! And all seems quiet in the dark, 'til your breath appears". Ora tutto è compiuto, l'abominio, un'entità sinistra ha infine preso forma e brama la sua vendetta contro i mortali. "There is a storm of words carved deep on my very flesh, a deafening silence spoken in letters, five stones of doom and a burden descended like a perennial dusk: Sometimes tragedy is engraved right there on the inside. Since birth, tragedy is engraved right here on the inside. Look at the suffocating dirt, what scars you more? Your halo of worms or my bleak crown of thorns?". Il monito del fuoco è stato carpito da colui che era straziato nella recondita voragine della coscienza, la reincarnazione equivale alla distruzione, l'equilibrio sarà ristabilito soltanto quando i colpevoli pagheranno il dazio. Nell'atto conclusivo del cantico la voce della neonata, sovrumana e orrenda creatura domanda ironicamente alla sua preda: "Who is the dead now?".

Inno Alla Stagione Dell'Inverno

"Inno Alla Stagione Dell'Inverno", brano dei parmigiani Fearbringer. L'originale è estratta dal full lenght "Tempus Fugit", licenziato nel 2011 da "Arte Profana Prod"; questa nuova versione è realizzata con la partecipazione dello stesso Fearbringer al microfono, il suo timbro particolare è valorizzato dall'ottima produzione, chi scrive afferma tranquillamente di preferire questa cover alla versione originale, sia per esecuzione che arrangiamento, il brano è infatti arricchito da una sfuriata centrale in pieno stile Darkend, nella quale c'è spazio anche per un significativo intervento da parte di Animæ. La cover si integra perfettamente con il corpus dell'opera in quanto il testo dell'Inno alla stagione dell'Inverno ricalca lo stesso panteismo ricorrente nei testi del cantico: "Invincibile e divin lo scorrere del tempo, rinnego ogni Dio per te eccellente Musa. Il Sole che da qui rigenera le forze  approva che io sia il tuo servitore". L'uomo desidera sfuggire alla caducità dell'esistenza umana e manifesta con ardore il desiderio di fondersi con la natura, ed infine le sue preghiere saranno esaudite, anche in questo caso la metamorfosi purifica l'essenza e la innalza ad una dimensione superiore e sovrumana. "Rinunzio ad un feretro di umane forme tradito dall'incedere dei sensi invoco la tua spada di coerenza sicché la materia possa fondersi in te". Nonostante la durata importante, il pezzo scorre velocemente e senza intoppi, questa splendida cover è dunque un ulteriore valore aggiunto che va a chiudere al meglio il quadro di un organico già ampiamente elaborato e dinamico, apportando al lavoro un sentore di rievocazione storica, in linea con lo spirito folkloristico caro alla tradizione musicale underground nostrana.

Conclusioni

Chi è il morto adesso? L'album in ultima analisi si attesta su livelli d'eccellenza per tutto l'arco della durata, anche grazie alle varie accortezze prima elencate, le quali si propongono di non far mai calare la tensione emotiva. Data la compattezza del lavoro identificare un brano che spicca di livello sugli altri è un onere complesso da rimandare al singolo ascoltatore, "The Canticle of Shadows" pare concepito come un crescendo; soggettivamente chi scrive predilige le atmosfere della terzina finale, ma fattivamente abbiamo a che fare con un long play che merita di essere divorato nella sua essenza, nella sua interezza organica. Ed ecco dunque, la sentenza: probabilmente la perfezione non esiste, sicuramente qualcuno riterrà alcune mie affermazioni esagerate, ma alla luce dei fatti reputo di avere tra le mani uno dei dischi black più belli e trascinanti degli ultimi dieci anni, e senza ombra di dubbio una perla di extreme metal nostrano. Un grimorio grondante idee vincenti, ottimamente realizzate. Piccola nota d'autore estranea all'aspetto musicale: Il Cantico delle Ombre oltre ad esser bello da ascoltare, è anche fisicamente un bell'oggetto. Si dice che siano i dettagli a far la differenza, ebbene l'artwork composto da dipinti del surreale artista polacco Zdzis?aw Beksi?ski è magnifico, dal front del digipack alle pagine. Forse l'unico difetto è l'impaginazione del retro, che soffoca i titoli delle canzoni, ma siamo comunque davanti a un prodotto di notevole fattura grafica. Auspico fortemente che il moniker Darkend sia presto sulla bocca di molti, moltissimi, perché questa realtà musicale è fortemente competitiva e non ha nulla da invidiare ai big del genere, anzi, proprio in ambito prettamente symphonic trovo che The Canticle of Shadows bissi gran parte della discografia dei vari, blasonatissimi Cradle of Filth e Dimmu Borgir. Nella scena attuale, dato l'ammontare di band, la maggior parte delle quali giocano a fotocopiarsi a vicenda, non sempre identificare una proposta musicale veramente valida e degna di nota risulta compito facile, tuttavia la complessa personalità, il vigore e la mirabile vena compositiva dei Darkend, risultano elementi determinanti che potrebbero concretamente condurre la formazione ad essere in futuro annoverata tra i grandi nomi del genere. Un disco da avere e un gruppo da supportare a spada tratta. The Canticle Of Shadows è senza dubbio tra le uscite più significative del 2016, probabilmente non solo a livello nazionale, ma anche internazionale, fatelo vostro e accogliete questo viscerale viaggio nel regno delle ombre, cosicché anche voi potrete purificarvi trovando la vostra dimensione mistica in quest'opera affascinante.

1) Clavicula Salomonis
2) Of The Defunct
3) A Precipice Towards Abyssal Caves (Inmost Chasm, I)
4) Il Velo Delle Ombre
5) A Passage Through Abysmal Caverns (Inmost Chasm, II)
6) Sealed In Black Moon And Saturn
7) Congressus cum Dæmone
8) Inno Alla Stagione Dell'Inverno