DARK TRANQUILLITY

Zero Distance

2012 - Century Media Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
19/05/2016
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

Ad oltre due anni di distanza dal contraddittorio e piuttosto scialbo "We Are The Void" tornano a far parlare di sè gli svedesi Dark Tranquillity, pionieri di quel melodic death metal che, a partire dai primi anni novanta, si è diffuso a macchia d'olio in tutto il mondo al punto che non pochi, attualmente, lo considerano, con disprezzo, al pari di una aggressiva forma di cancro per il metal nel suo insieme. Ovviamente io non rientro nella presente categoria essendo, probabilmente, il melodic death metal, il mio sottogenere preferito e, certamente, quello che per primo mi ha fatto avvicinare all' incredibile universo del metallo pesante. Parliamo di un nome di spicco della scena internazionale: un moniker capace di generare un'attesa spasmodica tra i fan ogni qualvolta viene rilasciato un prodotto con la propria firma, aspettative che, negli ultimi tempi, il gruppo non sempre è stato in grado di soddisfare. Una prima, immediata, precisazione è subito doverosa: l'uscita che sarà oggetto della presente recensione ha visto la luce solo in versione digitale e non fisica, segno evidente dei tempi che corrono, specie per il sottoscritto, mai troppo in confidenza con le più avanzate tecnologie informatiche, ma anche per la band stessa, fortemente stressata da estenuanti tour transcontinentali negli ultimi anni. Una campagna promozionale piuttosto debole ha contribuito, inoltre, a far passare sotto silenzio questo prodotto, dai più dimenticato in fretta pur risalendo a soli quattro anni fa. Stiamo parlando del quinto Ep rilasciato dalla band capeggiata da Stanne: "Zero Distance", edito sotto Century Media Records e offerto al pubblico, (in linea teorica esclusivamente per Itunes, a livello pratico disponibile, fin da subito, anche su YouTube), in data 5 marzo 2012. Altro punto a sfavore del presente prodotto è costituito dal fatto che le cinque tracce in esso contenuto erano già state inserite nella limited tour edition di "We Are The Void", uscita circa un anno e mezzo dopo rispetto all'edizione standard e contenente anche un dvd bonus. Una sorta di riciclo, dunque, di quei pezzi che la band ritenne non fossero meritevoli di essere inseriti nella precedente release e che, quindi, vengono riproposti ora per i collezionisti più incalliti e maniacali della band originaria di Gothenburg. Già ho disquisito assieme a voi nelle mie precedenti due recensioni in cui trattavo di Ep, (la seconda delle quali proprio su un lavoro a firma dei DT), circa l'effettivo valore che questi prodotti, brevi e storicamente meno rilevanti all'interno della discografia di una band, abbiano avuto in passato e abbiano tuttora: in questa occasione si vuole semplicemente appuntare i seguenti aspetti. Innanzitutto che senso ha proporre questo cadeau per chi, liberamente, ha deciso di fare del collezionismo musicale nel senso più stretto del termine, se lo si fa uscire solo su supporto digitale e non fisico? Sono certo che un discreto numero di fan avrebbe gradito un supporto materiale, magari in edizione limitata, per arricchire la propria discografia di un prodotto che, come vedremo in seguito, è pure permeato da una discreta qualità intrinseca. Secondariamente si vuole ritornare su quel sapore di riutilizzo a cui si è fatto riferimento poco sopra: un Ep, da sempre prodotto ritenuto di scarso appeal agli occhi dei fan, avrebbe bisogno di tracce inedite, mai pubblicate per stimolare la curiosità di un più vasto pubblico. Riproporre, pedissequamente, quanto già disponibile in una precedente release ufficiale, (che ha avuto, oltretutto, un buon riscontro di vendite), non invoglia di certo all'ascolto. Se a questi due interrogativi aggiungiamo pure la già accennata, pressoché inesistente campagna pubblicitaria, possiamo intuire quale sia lo stato d'animo di chi si appresta ad ascoltare questo "Zero Distance" per la prima volta. Come ormai tradizione, prima di soffermarci sull'aspetto musicale, diamo uno sguardo alla cover posta in copertina a questo Ep. Immagine che, sfortunatamente, ha anch'esso il sapore insipido del già visto: il soggetto illustrato, (realizzato come tradizione consolidata vuole dal chitarrista Sundin), infatti rimanda a quanto già mostrato nella sopracitata edizione "deluxe" di "We Are The Void". Una figura umana femminile con indosso una maschera è rappresentata nella tipica posa di chi è in stato contemplativo: le gambe accavallate l'una all'altra e le braccia distese fino ad adagiarsi alle ginocchia nell'atto di richiamare a sé la propria concentrazione massimale. Lo sfondo è caratterizzato da tinte delicate e tenui, tipiche di un paesaggio invernale scandinavo nel momento di una candida nevicata alle prime luci del mattino. Per chi, come me, è sempre molto attento anche a questo aspetto sarà venuta certamente in mente pure una seconda immagine piuttosto simile a questa, anche se dalle tinte decisamente più drammatiche ed inquietanti. Sto parlando della cover di "ObZen", sesto studio album per i prodigiosi Meshuggah edito, per Nuclear Blast, nel 2008. In quel caso la figura raccolta in meditazione, un uomo calvo e decisamente esile, giaceva in una abbondante pozza di sangue e presentava un terzo braccio ripiegato in direzione della bocca, oltre ai due tradizionali distesi verso l'esterno. Ora non è mia intenzione soffermarmi su quali valenze psicologiche possano avere simili rappresentazioni, (anche perché non ne sarei in grado), ma resta il fatto che anche l'impatto visivo che questo Ep offre non brilla certamente quanto ad originalità. Per chi non conoscesse già quanto ci apprestiamo ad analizzare ricordiamo che, per l'occasione, i Dark Tranquillity propongono quattro tracce effettive più una breve song strumentale posta a metà Ep, a porsi come ideale raccordo tra i primi due brani e gli ultimi due. La line up del combo svedese è esattamente la medesima rispetto al precedente studio album e del resto, già altre volte, si è fatto riferimento al fatto che la stabilità a livello di formazione ha da sempre costituito un punto di forza dei nostri. Ad affiancare il trascinatore della band, Mikael Stanne, ritroviamo così i fidati scudieri Sundin e Henriksson alle chitarre, il preciso Antonsson al basso, il potente Jivarp dietro le pelli ed il sempre più utilizzato Bransdtorm alle tastiere ed all'elettronica.

Zero Distance

Ad aprire il lotto di questo Ep ecco, dunque, puntuale come un orologio svizzero, la title track: probabilmente tra i migliori pezzi contenuti all'interno di questa release. A fini promozionali per questa "Zero Distance (Distanza zero)", è stato girato anche un interessante ed oscuro videoclip sul finire del 2011, in cui compare la misteriosa presenza posta sulla cover dell'Ep stesso. La traccia in questione è l'ultima delle cinque ad essere stata composta ed, anche in virtù di ciò, quella che garantisce la maggior ventata di freschezza all'intero Ep in questione. Inquietanti rettili velenosi assieme a rapaci predatori dell'aria si muovono sinuosi nella penombra e ci rincorrono sotto l'attento controllo della figura mascherata che scende dalla croce in cui giaceva, (a modo loro i DT si confermano "anticristiani" convinti), ad inizio clip e prende vita, quale nemesi tenebrosa del nostro beniamino Stanne, unico membro della band presente nel video stesso, grintoso e potente, specie nel refrain centrale. Se proprio vogliamo spaccare il capello in quattro possiamo affermare, tuttavia, che l'impostazione che il biondo singer propone pare avvicinarsi fin troppo a quella del connazionale, monumentale, Johan Hegg, leader degli Amon Amarth, per tanto è profonda e baritonale, il che incide un poco sulla longevità di questa prestazione vocale, dal momento che il collega "vichingo" di Stanne non ha mai fatto della versatilità un suo cavallo di battaglia preponderante. Dal minuto 02:25 parte la sezione strumentale certamente più interessante di questa opener: i ritmi si fanno sfumati e la voce di Mikael diviene più gentile e personale, a fare da apripista ad alcuni brevi assoli, degni di essere citati per la loro ricercata eleganza. In linea di massima il canovaccio non si sposta più di tanto da quello che caratterizza, da alcuni anni a questa parte, alcune band storiche del mondo del metal in stato di sofferenza endemica in virtù dell'ineluttabile trascorrere del tempo: pensiamo ai connazionali Soilwork ed Arch Enemy ma anche agli americani Fear Factory, tutte realtà che, anche "saggiamente" consigliate da potenti ed esigenti etichette discografiche, prediligono optare per ritornelli piuttosto orecchiabili e di facile presa sull'ascoltatore, ai quali affiancano stanze più decise e serrate a fare da degno contraltare sonoro. Ad un simile scenario abbastanza piatto e monocorde i Dark Tranquillity aggiungono un certo retrogusto di matrice prog che conferisce maggiore briosità e vitalità al pezzo stesso. A quasi vent'anni di distanza dal loro debutto, gli svedesi si confermano maestri assoluti nelle transizioni sonore: la loro capacità di passare da stacchi al fulmicotone a momenti di quiete armonica non sembra accusare il peso dell'età e, soprattutto, non incide sull'omogeneità di questa prima proposta che appare, viceversa, fluida e lineare pur nel suo scorrimento ondivago e trasognante. L'elettronica è ormai divenuta una componente essenziale della band ma in questo caso risulta funzionale allo scorrimento della traccia e non soverchia il resto della strumentazione "tradizionale". La narrazione lirica si apre con un rabbioso ma fin troppo confidenziale "Heeey", ad interloquire con il pubblico all'ascolto. Qual è la tua vita oggi è l'interrogativo drammatico e quanto mai attuale che ci viene posto immediatamente, un quesito al quale non sembriamo in grado di offrire una valida risposta. Un pozzo senza fondo colmato solo dal vuoto e dalle falsità, un volto posticcio che non ci appartiene veramente è quello che noi mostriamo agli occhi degli altri, giorno dopo giorno. Teso dalle più cupe emozioni, imprecante in un vortice di dolore travestito da empatia siamo consapevoli di fingere e ci guardiamo intorno, con cauta circospezione. La distanza è zero eppure non siamo in grado di vedere la realtà per quello che è effettivamente, quanto ancora siamo disposti a spingerci lontano da essa pur di trarre benefici personali? Una prospettiva spezzata è quella che imponiamo all'innocente mediante il nostro mix di principi fallaci. Ci spingiamo oltre a ciò che è umano, rubiamo da altri ciò che non ci appartiene per poterlo possedere pienamente, indossiamo la maschera e ne diveniamo un tutt'uno con essa. Ma, infine, i nostri artifici sono del tutto vani e ciò che raccogliamo è solo una manciata di infelicità profonda, i nostri timori più nascosti prendono vita. Dobbiamo mostrare disgusto per la compassione, onore e coraggio in ogni circostanza della vita ma in fondo ognuno di noi è consapevole di fingere e di recitare una parte non sua. La maschera che compare nel videoclip è in ognuno di noi, insita nel profondo dell'animo umano, opportunista e camaleontico per eccellenza e secondo necessità.

Out of Gravity

In seconda posizione ecco ora "Out of Gravity (Fuori di gravità)", brano che non riesce a proseguire sulla discreta strada intrapresa dal precedente ed in cui aleggia, forte, la sensazione del già sentito. I ritmi in partenza sono cadenzati e piuttosto tenui: la componente elettronica diviene più marcata e finisce, a lungo andare, per relegare sullo sfondo il resto della strumentazione e, in linea di massima, si denota una certa mancanza di personalità al brano che pare reggersi su fondamenta deboli ed instabili. La batteria del formidabile Jivarp è lo strumento che, in maniera più pesante degli altri, avverte il peso degli anni ed in questo caso offre una prestazione davvero sciatta e indegna dei gloriosi fasti di un tempo. Dopo il secondo minuto qualcosa muta e vengono inseriti un paio di interessanti assoli chitarristici, ben eseguiti ma decisamente canonici per quello che è il secondo corso della band. Energico e vibrante, in particolar modo, risulta essere l'assolo che si apre al minuto 03:01: oltre una trentina di secondi coinvolgenti come non ne ascoltavamo da tempo che rappresentano, certamente, il momento migliore dell'intero pezzo. Il vocalist, in questo caso, si limita ad una esibizione discreta, senza spingere più di tanto sull'acceleratore, ai fini di mantenersi in armonia con i colleghi, pure la componente vocale si mantiene abbastanza uniforme e senza picchi espressivi degni di essere menzionati. La band mantiene intatto tutto il proprio senso per la melodia in un brano che sembra affondare le proprie radici nell'heavy metal di stampo tradizionale di fine anni ottanta, un retrogusto vintage che lascia sì aperti spunti interessanti per il futuro della band ma che difficilmente influenzerà in maniera positiva sulla ri - giocabilità del pezzo in sede live. Certo dobbiamo sempre ricordarci che stiamo pur sempre parlando di cinque pezzi scartati da quello che, probabilmente assieme al mediocre "Haven", è stato l'album meno riuscito dell'intera discografia dei nostri ma, in questo caso avvertiamo e, francamente condividiamo, le motivazioni che hanno indotto la band ad escludere la traccia qui analizzata dalla track list originaria di "We Are The Void". Il pezzo in sé non sfigura al cospetto di brani quali "Shadow in Our Blood", "The Fatalist" o "Her Silent Language" ma è il carisma di fondo qui a mancare nettamente, la struttura portante appare traballante e le idee, oltre ad essere poche, risultano pure discretamente confuse: in extrema ratio si avverte la sensazione del "vorrei ma non posso". Il protagonista della vicenda narrata decide di mettersi in viaggio, durante un temporale notturno, in cerca di vendetta verso colui che gli ha strappato qualcosa di prezioso. Egli indossa nuovamente la sua armatura che stava cadendo a pezzi e si mette in cammino una volta ancora, è stato sollecitato da una voce squillante a ripagare il torto subito. Nell'oscurità della notte si muovono, invisibili, i cavalieri delle tenebre a loro agio sul terreno reso fangoso dalla pesante pioggia. Nel vuoto, nel silenzio una nuova malattia è stata iniettata nelle vene dell'uomo, il veleno dell'odio e il desiderio di rivalsa si sono impossessati, subdolamente, della nostra terra. Tuttavia egli non è in grado di soddisfare il suo bellicoso anelito iniziale ed è, infine, sopraffatto dalle vertigini di fronte ad una ripida erta da scalare, il freddo intenso e tetro lo ha vinto e ha immobilizzato il suo corpo, non più resistente come una volta. Solo e lontano dalle stelle egli esce di gravità, sotto la linea del tempo un ultima volta, sconfortato nell'animo e divenuto ora una malinconica ombra di quello che era un tempo.

Star of Nothingness

E' il momento, ora, della delicata traccia strumentale "Star of Nothingness (Stella del nulla)": poco più di due minuti totali scanditi da un unico, pacato ritmo chitarristico carico di un'atmosfera soffusa e romantica davvero pregevole. La band si concede questi 130 secondi di rilassamento sensoriale e ci invita a sederci in loro compagnia in riva ad uno splendido lago ghiacciato del profondo nord e a gettare lo sguardo indietro nel tempo: un itinerario che ci condurrà ai primi anni novanta, a quei momenti felici della nostra infanzia in cui, a migliaia di chilometri da noi, muovevano i primi passi cinque imberbi ragazzotti svedesi con l'aspirazione di emanciparsi da quel contesto così desolante e sconfortante della Svezia di un quarto di secolo fa. Noi ragazzini alle prime esperienze scolastiche come i cinque adolescenti di Gothenburg eravamo accomunati dallo stesso ardente desiderio di scoprire il mondo che ci circondava, un universo che, pure nelle diverse angolazioni da cui lo osservavamo, appariva troppo stretto ed angusto per noi. Noi sperimentavamo le prime rudimentali scoperte "scientifiche" ed apprendevamo, precocemente rispetto ai nostri coetanei, i fondamenti della lingua italiana sfogliando le pagine di un famoso quotidiano sportivo le cui pagine candidamente colorate sollecitavano, allora, sì tanto il nostro interesse infantile, mentre loro, brillanti ma insoddisfatti studenti liceali scrivevano e mettevano in musica le loro preoccupazioni adolescenziali parlando di oscurità e di solitudine dell'animo e descrivendo mirabolanti ed ancestrali paesaggi fatati esemplificando, come meglio non avrebbero potuto fare, il significato stesso del nome che si erano scelti: quella tranquillità oscura che tanto fascino avrà, in seguito, su noi stessi. Scendono i primi fiocchi di neve nel momento in cui i ragazzini di allora, oggi trentenni lavoratori eternamente precari ed instabili accendono un fuoco per riscaldare l'aria, divenuta rapidamente più fredda, in compagnia degli adolescenti di un tempo, divenuti, con il trascorrere del tempo, quarantenni di successo sempre in giro per il mondo ma costretti a convivere con l'ansia da prestazione e sull'orlo della tanto temuta crisi di mezza età. Come un fiume in piena le emozioni si susseguono in questo intervallo acustico emozionante e che fa tornare alla mente quei primi stacchi melodiosi di oltre venti anni prima che ci hanno portato ad adorare il melodic death metal come nessun altro sottogenere "metallico" al mondo: ed ora gli idoli di adolescenza sono seduti al nostro fianco, puoi colloquiarci cordialmente e bere una birra assieme a loro allorquando le due chitarre di Sundin e Henriksson strimpellano gentilmente quelle poche note, sognatrici e fluttuanti nell'atmosfera, incapaci di toccare terra per quella leggerezza assoluta di cui sono composte. Ripensi agli anni felici dell'adolescenza, quando su supporti fisici rigorosamente non originali ti approcciavi, in punta di piedi e facendo ben attenzione di non essere scoperto, a quei lavori così magnifici e coinvolgenti, rimembri quando, complice pure le letture romantiche e decadenti della poesia francese tanto cara mettevi giù qualche improbabile verso personale con la speranza, (rigorosamente vana), di fare breccia nel cuore della bella fatina di turno, e poi ancora gli anni più recenti quando, completati con successo gli studi universitari, ti arrabattavi caparbiamente tra un lavoro sottopagato ed uno in cui il solo aspetto economico non bastava a soddisfarti a pieno e finivi, senza quasi rendertene conto, in un baratro oscuro ed in cui pareva tanto arduo riuscire a riemergere. E quando le ultime note suadenti e sobrie di questa "Stella del nulla" degradano verso la conclusione ripensi anche a quanto la musica ti sia stata amica in tutti questi anni, a quanto simili melodie incantevoli ma decise, oniriche sebbene grintose ti abbiano dato conforto nei momenti in cui nient'altro pareva in grado di farlo. Alle prime pallide luci dell'alba nordica è giunto è il momento di lasciare quelle latitudini estreme, i lunghi capelli biondi del valoroso Stanne, la cui portentosa ugola d'oro ha avuto modo di riposarsi per l'occasione, svaniscono all'orizzonte a poco a poco, simili ad una meteora, l'odore acre del fuoco acceso la sera prima si fonde con l'aroma intenso della bruma autunnale, il trillo squillante e, questa mattina particolarmente insopportabile, della sveglia ti riporta alla dura realtà quotidiana italica. Dopo un momento di totale caos mentale che ci pare eterno ritroviamo la giusta dimensione spazio - temporale consolandoci o, viceversa, tormentandoci, con un vecchio saggio popolare secondo cui i sogni sono veri fino a quando ognuno non decida di abbandonarli.

To Where Fires Cannot Feed

La prossima traccia, "To Where Fires Cannot Feed (Laddove i fuochi non possono alimentarsi)" si contende la palma di best song di questo Ep con l'iniziale title track. L'apertura è affidato ad un corposo lavoro di chitarre, (finalmente verrebbe da dire!), in cui ben si inserisce pure la batteria di Jivarp, rimasta a riposo nel precedente brano e che da ciò pare aver ripreso un discreto vigore. La base su cui il pezzo si fonda è quella tipica di un mid tempo carico di melodia ed arricchito dalla componente elettronica, sempre più elemento imprescindibile per la band nel terzo millennio, ma durante i quattro minuti scarsi di durata si avverte un certo orientamento "rockeggiante" elegante e raffinato che potrebbe richiamare alla mente, pur con i dovuti e doverosi distinguo del caso, gli stupendi episodi a firma Dan Swano contenuti nell'intramontabile "Purgatory Afterglow" dei suoi Edge of Sanity. La prestazione vocale di Stanne è ancora una volta degna di nota: essa si caratterizza per una impostazione tonale piuttosto elevata e raschiata, specie nel primo segmento, quasi ad omaggiare gli esordi di derivazione folk della band, risalenti a venti anni prima. La sezione centrale, a partire dal minuto 02:15, vede la preponderanza della sopraindicata componente tastieristica ed elettronica ma mantiene un certo dinamismo sonoro, anche in virtù del preciso accompagnamento da parte del resto della band, finalmente a suo agio nel contesto generale della traccia. Certo non stiamo descrivendo nulla di nuovo, una soluzione già più volte adottata dalla band fin dai primi anni duemila ma del resto essa si è rivelata, a lungo andare, una formula vincente, una combinazione di elementi tradizionali ad altri più moderni che ha consentito alla band di tagliare il ragguardevole traguardo del decimo studio album senza, in linea di massima, mai compiere un autentico passo falso. I Dark Tranquillity, meglio di altre band storiche, hanno saputo adattarsi ai nuovi scenari musicali venutisi a delineare nel nuovo millennio e ciò ha consentito loro di aumentare esponenzialmente il numero dei loro sostenitori a livello mondiale, a fronte di un piccolo numero di fan della prima ora che non ha gradito il nuovo corso intrapreso dal combo svedese, oltre che di continuare a vendere milioni di copie ad ogni uscita discografica e di macinare un sold out dietro l'altro on stage. La capacità di saper leggere ed interpretare il mutato contesto generale ha portato i cinque a spostarsi gradualmente verso un sound certamente lontano da quello degli esordi, meno originale e meno ricercato senza ombra di dubbio, ma ancora in grado di trascinare emotivamente le folle ed entusiasmarle in sede live. L'ultima porzione non sposta granché gli equilibri iniziali se non per una più convincente prestazione del singer, tornato verso lidi espressivi più famigliari ed attuali, con il suo growl cavernoso e massiccio. La sezione lirica mostra, una volta ancora, il lato più romantico dei DT e ci parla di un amore spezzato, una passione interrotta, la sofferenza di due anime in pena. Buttiamoci a capofitto come sassi contro il cielo, dunque, per richiamare l'attenzione su noi stessi ed orientare la curiosità verso aspetti più sostanziali della vita. I frammenti sonnolenti del codice di autodistruzione giacciono all'interno del nostro sistema nervoso così come negli angoli più remoti del nostro pianeta. Nel vuoto, laddove i fuochi non possono essere alimentati ed in nessun modo si può tenere vivo l'onere di un amore vivo, pulsante. La seconda stanza ci conduce all'interno di corpi superiori che non sono i nostri, raggruppati come un'unica entità posta di fronte a gravose prove senza tempo. Tu hai condotto la mia vita, dentro di te sta il mio unico testimone, le nostre mani si sono unite nella sofferenza. Un cenno vicendevole ci conduce attraverso una vasta pianura alla nostra tomba e i ricordi vanno a ritroso nel tempo a passare in rassegna l' intera vita trascorsa.

The Bow and the Arrow

A chiudere il lotto di pezzi proposto per questo Ep troviamo la canonica "The Bow and the Arrow (L'arco e la freccia)", classica composizione in mid tempo dei nuovi Dark Tranquillity. Melodie accattivanti e tastiere ben in evidenza la fanno da padrone fin dall'incipit iniziale e pure il vocalist Stanne decide di inserire le marce basse in apertura di brano. L'incedere si fa più serrato ed interessante a partire dal minuto 01:46, nel momento in cui anche la coppia di chitarre evidenzia un maggior vigore sonoro, accompagnato da una certa vena progressiva, ormai quasi immancabile ad ogni livello. Elegante la transizione sonora piazzata poco dopo il secondo minuto, anch'essa guidata delle tastiere di Brandstorm, vero metronomo della formazione svedese post anni duemila, certamente precise ed inappuntabili ma troppo artefatte per entusiasmare più di tanto. Come per la precedente "Out of Gravity", anche in questo caso si avverte pesantemente il senso di "riciclo" per una traccia gradevole ma che nulla aggiunge a quanto già visto in precedenza: in perfetto stile nuovo millennio essa si snoda lungo un sentiero sinuoso e dinamico di circa quattro minuti già ampiamente battuto dal combo svedese e fin troppo carico di melodie "catchy" a scapito di quella potenza di fuoco ricca di sfuriate al fulmicotone e rasoiate in blast beats tipiche dei primi lavori della band. La batteria, nello specifico, appare troppo sacrificata in tutto l'Ep e questo brano non fa eccezione: Jivarp si limita ad accompagnare egregiamente e, fin troppo, diligentemente il resto della formazione con una prestazione ordinata e meticolosa, priva però di quel mordente necessario ad elevarla ad un livello superiore. Al centro della narrazione lirica ancora una volta il dolore per la perdita di una persona cara, i ricordi vividi e pulsanti che ancora fanno male al cuore, mentre osserviamo stampe ed immagini che testimoniano di un periodo felice, ora svanito nel nulla. Diveniamo così l'arco e la freccia, la corda e l'urlo iracondo che squarcia il silenzio assoluto di tombe anonime e desolate. I venti si fanno sferzanti sulle terre governate dall'incertezza, il buio si avvicina minaccioso all'interno della nostra mente scavata, incisa da parole che lacerano e rimbombano gravemente. Una cicatrice che non guarisce mai sono le lettere con il tuo nome in calce, il tuo corpo esanime avvolto dall'oscurità ci provoca un dolore lancinante, simile ad un rasoio che incide la nostra carne, avvertiamo ancora flebili tremori in noi, occasionali scintille ed una voce sconosciuta provenire dal vuoto alla nostre spalle. Conclusione in sordina per un Ep che pure non manca di momenti gradevoli e significativi, il nome stesso Dark Tranquillity merita attenzione e rispetto massimale e noi, da fedeli adoratori della prima ora, non potevamo esimerci dal recensire nello stile che più ci compete pure questo breve lavoro.

Conclusioni

Come poco sopra accennato, dunque, ci troviamo di fronte ad una pubblicazione certamente secondaria all'interno della corposa e variegata discografia dei Dark Tranquillity, ma comunque non priva di momenti degni di essere ricordati. La title track, ad esempio, avrebbe forse meritato di essere inserita all'interno del non trascendentale LP "We Are the Void" grazie ad un refrain centrale solido e massiccio e per una impostazione prog, (pure presente in tutti gli altri pezzi), dinamica e fresca per quelli che sono gli standard attuali del gruppo. Suadente ed evocativa pure la strumentale "Star of Nothingness" che, a fronte di una sezione ritmica lineare e decisamente semplice, offre diverse chiavi di lettura interessanti e, come fatto dal sottoscritto nel presente lavoro, ci consente di tracciare un sommario bilancio sui primi venti anni, (abbondanti), di carriera dei nostri. La melodia è stato l'elemento chiave per comprendere il sound del combo di Gothenburg fin dagli albori datati primi anni novanta ed anche questo breve intermezzo acustico conferma quale enorme capacità abbiano i cinque di tessere raffinate tele musicali senza mai, (almeno per i primi quindici anni di carriera), cadere nel banale o nello stucchevole. Il senso estetico per l'armonia emerge anche in questo transitorio momento sonoro, l'eleganza mai fine a sé stessa ma sempre votata al conseguimento di un mirabile bilanciamento acustico tra le diverse componenti strumentali è stato la chiave di volta del successo planetario dei DT ed essi non possono, (e pure non intendono), certo disconoscerlo ora che sono da anni entrati nel circuito mainstream del metal mondiale. Ognuno di voi in quei due minuti di armonia romantica ed onirica può aprire il personale libro dei ricordi legato al nome Dark Tranquillity e sfogliarlo candidamente pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo potrete intrecciare la vostra storia personale con quella del gruppo, ricordare aneddoti e curiosità che vi legano ad un brano anziché che ad un brano, una esibizione live memorabile piuttosto che uno studio album che ha avuto un valore importante nel corso della vostra vita e magari anche voi potrete immaginarvi sulle rive di un lago ghiacciato a bere birra davanti ad un fuoco in compagnia di Stanne e soci. Abbastanza similari le altre tre tracce che compongono questo Ep anche se, tra di esse, si fa preferire "To Where Fires Cannot Feed", guidata dalla sezione strumentale più canonica per il genere, (chitarra - batteria), altrove surclassata dalla componente elettronica più moderna e caratterizzata da un raffinato orientamento di matrice hard - rock. Sempre positiva la prova dietro al microfono del leone Stanne, che benché innegabilmente costretto a confrontarsi con l'inesorabile avanzare del tempo, si conferma ancora in grado di ruggire con pathos e trasporto non indifferenti.

1) Zero Distance
2) Out of Gravity
3) Star of Nothingness
4) To Where Fires Cannot Feed
5) The Bow and the Arrow
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