DARK TRANQUILLITY

The Mind's I

1997 - Osmose Productions

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
20/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Metabolizzato, da un paio di anni appena, l'incontenibile e, per certi versi, sorprendente, successo planetario ottenuto con il precedente album, The Gallery, ed elevatisi, con pieno merito, al ruolo di band guida dell'intero movimento dedito al melodic death metal europeo, (e di conseguenza mondiale), assieme ai cugini In Flames, i Dark Tranquillity, nella prima metà del 1997, si misero nuovamente alla prova con il rilascio del loro terzo full length: "The Mind's I (L'Io della mente)" che rappresenterà, per diversi aspetti, l'album spartiacque dell'intera carriera discografica dei nostri. Prima di tutto va segnalato che l'album in oggetto fu anticipato di qualche mese dalla pubblicazione del controverso ep Enter Suicidal Angels, già analizzato nel precedente capitolo curato dal sottoscritto, e che conteneva in sé alcuni indizi rivelatori di una possibile svolta artistica intrapresa dalla band capitanata dal portentoso vocalist Mikael Stanne, quando ancora gli echi del clamoroso, inarrivabile lp precedente erano ben lontani dall'essersi placati. Se si trascura, infatti, (cosa che facciamo più che volentieri), il mediocre esperimento elettronico di Archetype, le restanti tre tracce contenute nel suddetto ep mostravano una band intenzionata a produrre un sound più diretto e granitico, (in questo senso va intesa la scelta della band di ribassare di un intero tono le accordature delle chitarre, modalità che resterà, poi, invariata nel corso degli anni, fino ai giorni nostri), infarcito di reminescenze thrash della migliore scuola europea; a livello di strutture ritmiche si percepiva, inoltre, una sorta di prima, graduale, semplificazione delle stesse, oltreché una sostanziale riduzione del minutaggio complessivo dei brani e pure i testi composti offrivano chiavi di lettura lievemente più semplici rispetto al passato, essendo esse maggiormente incentrate su concetti metafisici generali piuttosto che autobiografici. Ecco, pertanto, che tutta questa serie di prodromi compositivi trovarono, quindi, la loro ideale maturazione qualche mese più tardi, su lunga distanza nel presente album, mai debitamente apprezzato dai fan della band e che non trovò nemmeno un grande interesse presso i maggiori critici specializzati all'epoca della sua uscita. Per completezza di informazioni va detto che i due lavori sopra citati vennero registrati in un'unica sessione di lavoro nell'estate del 1996, ad ulteriore conferma della continuità compositiva che li caratterizzò. L'album fu anche l'ultimo che la band rilasciò sotto l'egida della label francese Osmose Productions, divenuta ormai troppo piccola per soddisfare le richieste di una band che si apprestava ad assurgere al ruolo di formazione mainstream all'interno dei più grandi e frequentati eventi metal del mondo e, fin dalla sua nascita, maggiormente incentrata verso sonorità spiccatamente black metal e, come per qualche verso anticipato poco sopra, fu anche il primo in cui il binomio Stanne - Sundin smise di utilizzare l'old english per la stesura dei propri testi. Innegabile che ciò contribuirà in maniera fondamentale a rendere più moderna la proposta complessiva dei Dark Tranquillity, anche se, va detto, non faciliterà granché il compito di noi attenti e scrupolosi recensori, allorquando dovremo andare a sviscerare il contenuto delle tracce contenute nell'album stesso, ancora impregnate di astrattismi esasperati e figure retoriche non sempre individuabili con semplicità. Lo spunto ispiratore, a livello di songwriting, venne offerto alla band dalla raccolta di saggi del 1981 intitolata per l'appunto "The Mind's I: Fantasies and Reflections on Self and Soul" curata dagli studiosi Douglas Hofstadter e Daniel Dennett e trattanti la complessa natura della mente umana in rapporto con il proprio Io pensante. Di fronte a simili scenari è evidente che la posta in gioco fosse ancora estremamente alta e che le tematiche trattate richiedessero un certo tatto ed una sensibilità fuori dal comune, ma Stanne saprà districarsi con la dimestichezza e la bravura già fatte intravvedere nei precedenti lavori anzi, probabilmente, a livello compositivo, egli offrirà la sua miglior prestazione artistica di sempre. Proposta musicale che, invero, era tutt'altro che antiquata, dal momento che The Gallery era uscito meno di due anni prima ed il seminale, brillantissimo Skydancer risaliva appena al 1993 ma dobbiamo considerare che il primo nucleo dei DT, (allora sotto l'oscuro moniker di Septic Broiler), aveva visto la luce nella Gothenburg del 1989, quasi un decennio prima quindi, un epoca, anche storica, (il muro di Berlino sarebbe crollato di lì a qualche mese), ormai lontana, una decade in cui i cambiamenti culturali, sociali ed anche musicali erano stati così massicci e deflagranti da dover costringere i cinque ragazzi svedesi, brillanti studenti liceali del nord Europa, ad una costante ricerca della novità, un continuo affinamento stilistico di cui il presente lavoro rappresenterà, probabilmente, l'apice massimo della carriera. A ciò va aggiunta la naturale inclinazione della band a sperimentare di continuo nuove vie sonore ed il desiderio di non fossilizzarsi su canovacci musicali standard, (ciò è valido soprattutto per i primi anni), perciò potremmo definire The Mind's I come la naturale evoluzione stilistica dei precedenti due album, pur con peculiarità e caratteristiche del tutto particolari che lo rendono una sorta di punto di non ritorno nel corso della carriera ultraventennale della formazione svedese. Dopo aver condotto il proprio innato gusto per lo sperimentalismo sonoro ai livelli massimali con un album decisamente controverso ed, in fin dei conti, non troppo riuscito quale sarà il seguente Projector, (il primo in cui verranno inserite, seppur in maniera non ancora ufficiale, le tastiere di Martin Brandstorm), il terzo millennio sarà caratterizzato, infatti, da un certo immobilismo di fondo, con la band che si muoverà, sostanzialmente, sulle stesse coordinate tracciate in The Mind's I riuscendo, dapprima, a confezionare un autentico gioiellino quale Damage Done, di diritto uno dei migliori album di melodic death metal del terzo millennio, ed in seguito sfornando una serie di lavori appena discreti, pur se ben lontani dai gloriosi fasti del passato. L'album oggetto del presente lavoro si compone di 11 tracce effettive più la conclusiva title track strumentale per un totale di 46 minuti complessivi: già da questo dato emerge, in maniera evidente, lo snellimento notevole delle canzoni adottato dalla band, la sola Insanity's Crescendo arriverà a sfiorare i sette minuti di durata, (non a caso, ulteriore retaggio di un passato ancora troppo fresco e strepitoso da cancellare con un semplice colpo di spugna, la migliore del lotto), mentre le rimanenti saranno tutte comprese tra i tre ed i sei minuti. Line up confermata in toto, dal primo all'ultimo membro e confermato pure lo storico produttore ed amico Fredrik Nordstrom che ospitò la band nelle ormai leggendarie sale dello studio Fredman della natia Gothenburg. Non mutò nemmeno l'artista incaricato di realizzare l'artwork di copertina: esso è infatti lo stesso Kenneth Johansson già incontrato in tutte le precedenti release firmate DT. La suggestiva immagine realizzata con fotocamera Hasselblad, (il meglio sul mercato a quel tempo, rigorosamente ed orgogliosamente made in Gothenburg), mostra una serie di oggetti sovrapposti l'uno all'altro, una sorta di natura morta metafisica in cui si è possibile individuare, al centro dell'immagine, un logo della band dipinto su di un foglio di carta e posto in verticale macchiato del colore rosso: rosso come l'amore e la passione, ma anche come il sangue. The Mind's I anticipò di pochi mesi l'uscita di Whoracle degli In Flames di cui, in qualche modo, rappresenta l'album gemello, se non altro per le implicazioni di carattere storico che entrambi avranno sullo sviluppo futuro delle due band simbolo del melodic death metal. Va detto che, in questo caso, l'eterno duello tra le due anime storiche dello "swedish sound" vide prevalere la band di Friden e compagni anche se, potenzialmente, questo prodotto aveva tutte le carte in regola per rivaleggiare spalla a spalla con il "concorrente": una produzione troppo scadente ed un destino infelice lo relegarono, viceversa, in posizione secondaria. Ma andiamo con ordine.

Dreamlore Degenerate

L'album si apre, dunque, in quarta con la fulminea "Dreamlore Degenerate (Sogno degenerato delle tradizioni)", un brano tagliente e schizofrenico della durata di poco meno di tre minuti che strizza l'occhio, oltre che al già citato thrash metal teutonico, pure al vivace movimento hardcore del periodo; una scheggia impazzita di assoluto impatto, dove perfino il cantato di Stanne diventa più grezzo e rude, cupo come mai lo era stato in precedenza. Immediatamente intuiamo su quali coordinate stilistiche intendano muoversi i "nuovi" Dark Tranquillity: abbandonate, per il momento almeno, le atmosfere trasognanti e le squisite melodie neoromantiche di The Gallery, veniamo travolti da una sequela di riff fluidi e martellanti che contribuiscono a creare un sound consistente e corposo, nella sua brillante linearità esecutiva. Si ha la sensazione di assistere al seguito del formidabile Slaughter of The Soul degli At The Gates, (già sciolitisi nel frattempo), tale e tanta è la forza e la potenza sprigionata da questa opener track. La batteria di Jivarp martella senza sosta fin dalle prime battute, anche se risulta decisamente penalizzata da una produzione non all'altezza e, a dir poco, mortificante. Il quintetto svedese avverte l'urgenza di incollare allo stereo l'ascoltatore fin dal brano di apertura, lo imbriglia alla poltrona con un approccio che, d'improvviso, si fa minimalista, perfino brutale, pur non rinunciando mai a luminosi squarci improvvisi ricchi della melodia più raffinata. Ecco che arriva, con cognizione di causa, il saggio rallentamento del minuto 00:55, utile a ricordarci che pur sempre di death metal melodico stiamo parlando, oltreché indispensabile intermezzo ragionato per arricchire un simile scenario della giusta dose di atmosfera, prima che il frontman torni a  sbraitare in maniera gutturale e minacciosa introducendoci ad un refrain centrale di sicura presa e perfetto per la resa in sede live, (dove peraltro il brano non è mai stato sfruttato a dovere nel corso degli anni a venire). Il comparto lirico scava nelle paure e nei timori dell'animo umano usando come immagine simbolica di riferimento la caccia. Siamo attaccati fin da subito, ma sempre con garbo e con parole misurate, veniamo sollecitati nei nostri anfratti più intimi e sensibili. I nostri sensi di colpa si evidenziano ancor di più ora che indossiamo abiti contraffatti, la corazza d'acciaio che ci eravamo creati è maligna e dispettosa, nessun orgoglio contaminato è in grado di mettere a tacere la nostra convinzione più forte. Ormai è provato che nessuno sarà in grado di condividere le nostre paure più estreme, per non parlare del desiderio silenzioso che nutriamo in seno, i nostri istinti ancestrali evocano le persone più care. Come il cacciatore insegue con ardore e coraggio la sua preda per finire, inevitabilmente, intossicato dai suoi stessi spari, così la nostra convinzione mentale, che potrebbe dischiudere ogni verità futura, finirà con l'intimidirci e con il farci perdere ogni certezza acquisita nel corso degli anni. Silenzio tutto attorno, facciamo attenzione ad evitare le persone di cui ci fidavamo. Ora la caccia è finita, che abbia inizio una festa durevole, prolungata nel tempo, quando tutto è compiuto anche i cuori modificano la loro indole originaria. La caccia è tradimento, il timore del cacciatore è quello di tornare a casa a mani vuote, perché, dunque, tentare di resistere, al cambiamento in atto quando tutto è stato ormai compiuto? Un ultimo interrogativo che sembra riportare in auge la dimensione autobiografica dei Dark Tranquillity per sottolineare lo spirito nuovo che aleggia in Stanne e soci, all'indomani di un colossale boom di vendite come fu quello ottenuto da The Gallery all'epoca, un approccio mutato al mondo della musica, maggiormente incentrato sull'impulsività e meno sul ragionamento, più al passo coi tempi che galoppano incontro al terzo millennio, prossimo alla venuta.

Zodjiakl Light

Coordinate musicali che non mutano un granché, ma anzi, se possibile, si appesantiscono ulteriormente nella seguente "Zodjiackl Light (Luce Zodiacale)", brano che, come ricorderete, era già stato inserito nel precedente ep Enter Suicidal Angels. La canzone, caratterizzata da riff diretti e scaraventati nelle orecchie degli ascoltatori senza alcuna pietà, divenne, in breve tempo, uno dei maggiori successi della band e gode, ancora oggi, di un posto in primo piano nelle esibizioni live. Si segnalano cospicue contaminazioni di matrice thrash lungo tutti i quasi quattro minuti che compongono il pezzo, ascrivibili alla migliore e più intransigente scuola teutonica del genere, (Kreator e Sodom in primis), e la, già citata, scelta del gruppo di ribassare di una tonalità le accordature delle chitarre contribuì a rendere ancora più grezzo e tagliente il sound nel suo insieme. Ancora una volta è la connazionale band dei fratelli Bjorler e dello straripante vocalist Tompa Lindberg a fungere da punto di riferimento ideale per i DT: in questo caso, tuttavia, le lancette del tempo vanno riportate indietro di qualche anno: sono i seminali e, per certi versi, sgraziati "Gardens of Grief" del 1991 e "The Red In The Sky is Ours" dell'anno seguente i modelli ideali, ma inarrivabili, cui la traccia sembra mirare. La versione più intransigente e grezza che i primi lancinanti vagiti dello swedish melodic death metal lanciò al mondo intero, all'alba dell'ultimo decennio del terzo millennio, viene rivisitata in chiave più moderna con l'inserimento di alcuni, indispensabili momenti più pacati dall'elegante retrogusto melodico, sempre inappuntabili dal punto di vista tecnico. Nella seconda porzione del brano la tensione accumulata fino a quel momento viene progressivamente meno grazie, soprattutto, ad un finale memorabile e di stampo epico, ulteriormente arricchito da pregevoli arpeggi di chitarra del sempre formidabile duo Sundin - Johansson. Ottima è pure la prestazione vocale di Mikael, abrasivo e cattivo dietro al microfono come già era stato nel brano di apertura. In linea di massima potremmo affermare che Zodjiackyl Light rappresenta l'ideale e naturale prosecuzione della canzone precedente, sfortunatamente non premiata come avrebbe meritato quanto a longevità nel tempo, ed ulteriormente dilatata di sessanta secondi maggiormente incentrati sulla melodia e sulle atmosfere oniriche del precedente lp. La sezione lirica è il manifesto ideale della misantropia, condizione umana che tante altre band dedite al metallo della morte ha ispirato nel corso degli anni: quella sensazione di isolamento voluto ed anelato cui l'uomo, nel suo inconscio, aspira segretamente. Il desiderio di evadere da un mondo governato dall'ipocrisia e dalla menzogna, le angosce ed i tormenti interiori dell'animo umano, mai veramente a proprio agio in un universo in cui a farla da padrone sono l'arrivismo e l'ambizione più sfrenate ed insane. Attorno a noi un mondo che cade in rovina, un giorno dopo l'altro, fiamme che tutto ardono e demoniache bestie alate sono il preludio della venuta del caos cosmico in cui ogni cosa è stata generata e terminerà, nel giorno dell'apocalisse. L'oscurità che il peccato e le menzogne dell'uomo hanno contribuito a generare è destinata a prendere il sopravvento su qualsiasi possibile bagliore di luce possa penetrarvi, nonostante un nostro ultimo, disperato tentativo di combattere, ancora una volta, i nostri nemici dall'aspetto truce e minaccioso. Prendendo spunto dall'aforisma dell'intellettuale francese Jean Paul Sartre secondo cui: "L'inferno sono gli altri", Stanne tratteggia un essere umano alquanto timoroso, rassegnato a non avere alcuna fiducia nel suo simile, pervaso da insicurezze di ogni sorta, a suo agio solo con sé stesso nella solitudine e nell'isolamento più completo.

Hedon

Decisamente più variegata ed interessante si rivela, invece, la seguente "Hedon", elogio del piacere quale bene supremo cui l'uomo mira, fine ultimo ed unico della sua stessa esistenza e candidata, di diritto, a fare compagnia ad Insanity's Crescendo sull'ideale podio di quest'album. Quasi una sorta di diatriba con le tematiche affrontate giusto pochi minuti prima ma, ad onor del vero, bisogna dire che il piacere cui si fa riferimento verrà declinato in una versione piuttosto perversa e malata, specie nell'ultima parte del brano quando i toni, da un punto di vista lirico, si faranno a dir poco roventi. Il brano era già stato inserito su di una release edita in formato vhs, assieme a Zodjiackl Light, qualche settimana prima del lancio sul mercato dell'ep Enter Suicidal Angels e per le promozione dello stesso è stato girato un affascinante e tenebroso video ufficiale. Il brano è caratterizzato da uno sviluppo assai dinamico e multiforme in cui arpeggi delicati e soffusi, quasi di ispirazione gothic, si alternano, con cadenza regolare, a riff più aggressivi e penetranti, ancora di evidente concezione thrash. L'assolo di Sundin al minuto 01:45 è certamente degno di nota e conferisce un tocco di tecnicismo in più che non guasta mai, anche perché ben coadiuvato da una elegante transizione sonora, più sfumata posta immediatamente dopo. Fa una fugace apparizione pure la nostra vecchia conoscenza Anders Friden, in qualità di backing vocals nella porzione centrale del brano, a dar manforte ad uno Stanne davvero magistrale nella sua prestazione incredibilmente sentita ed appassionata. Si pesta ancora a fondo sull'acceleratore a partire dal minuto 03:42 con un maestoso Jivarp a dettare cadenze indiavolate alla batteria, cui segue un momento in cui a farla da padrone è l'introspezione più profonda. Uno screaming di straordinaria forza ed intensità memorabile conclude, come meglio non avrebbe potuto fare, il brano dopo oltre cinque minuti e mezzo di durata. Con il senno di poi potremmo interpretare la canzone in oggetto come la prima opera anticipatoria di quello che sarà, due anni dopo, il successivo lp della band, anche se sarà necessario fare un ulteriore step in avanti per meglio entrare nell'ottica del quarto full length dei DT. Allungando la durata del pezzo, la band riesce a ritagliare uno spazio maggiore per esternare il proprio lato romantico disegnando melodie amene ed incantatrici, ma velate da un profondo senso di malinconia, una disperazione dell'animo che non si riesce a lenire, se non in minima parte, neppure andando a pescare nel lirismo di stampo neoromantico e nell'armonia dei suoni più emozionante. La sezione lirica, scritta a quattro mani dal binomio Sundin - Stanne, è, viceversa, alquanto aggressiva e rabbiosa, (interpretazione peraltro ancora abbastanza criptica e debitoria del recente passato della band). Entriamo, pertanto, in un universo dominato da angeli suicidi ed avvertiamo, immediatamente, un profondo senso di fame, crampi allo stomaco ci tormentano mentre ci muoviamo, nudi e rossi per la vergogna, al galoppo verso le viscere della terra, il mondo è dominato dal caos e dal disordine. Fiumi di parole sono state riversate vanamente, esse hanno contribuito solamente ad alimentare la nostra collera e a rendere, ora, arida la nostra lingua, resa ancora più secca da un sole cocente che non accenna ad allentare la sua presa. C'è ancora un futuro possibile per noi in un universo simile? L'edonismo più selvaggio, l'arte inestimabile della vita votata al bello quale scopo unico della nostra vita: una vita ora saturata da un dolore incommensurabile che erode la nostra pelle e la cosparge di piaghe sanguinolente. Il grande occhio di Giove, il padre degli Dei, tutto osserva dall'alto dei cieli, egli giudica con pugno di ferro, inutile sperare nel suo perdono: sotto a lui giace un pandemonio di corpi inermi, senza vita ed un tesoro grandioso in oro e preziosi. La nascita di ogni essere umano è solo un inutile e spietato atto di dolore scaturito da uteri androgini, sempre disposti a riversare gratuitamente i loro patimenti sul nascituro. La natura infingarda e peccaminosa della donna ha ingannato l'apostolo ingenuo inducendolo nella tentazione corporale perpetrata nel luogo del riposo delle anime dei morti, ella merita di essere data al rogo tra fiamme ardenti e gigantesche e tra scoppi fragorosi di cannone. La conclusione ha valore di insegnamento dogmatico per ognuno di noi. Il timore di guardare dentro di noi per scoprire, finalmente, una volta per tutte, chi siamo veramente, con tutti i nostri limiti e le nostre fragilità, ci induce, infatti, a guardare e a giudicare gli altri con occhi eccessivamente critici e severi.

Scythe, Rage And Roses

Si torna a pestare nuovamente a tavoletta nella successiva "Scythe, Rage and Roses (Falce, collera e rose)", per molti versi brano assimilabile alla opener track. I riff di chitarra risuonano incredibilmente maschi, potenti e fragorosi nel loro sviluppo, la batteria è muscolosa ed è in grado di trascinare l'ascoltatore con le sue ritmiche dinamiche e coinvolgenti, Stanne tuona impetuoso con il suo growl inconfondibile ed il brano fila via con straordinaria uniformità, (poco più di due minuti e mezzo la durata complessiva). Già dal titolo scelto la band vuole evidenziare la propria triplice anima: un'anima che sa essere affilata come una falce, focosa come la rabbia e passionale, seppur irta di spine, come le rose. Ancora una volta il gruppo mira ad un approccio diretto e frontale; la song si sviluppa, pertanto, lungo un breve tracciato quasi completamente rettilineo, scalfito, solamente da un finale leggermente più variegato dove la componente vocale viene filtrata, per qualche momento, con l'intento di conferire un tocco di atmosfera di stampo progressivo e psichedelico. Non siamo, probabilmente, ancora abituati alle nuovi vesti indossate dal quintetto svedese, a tal punto che potremmo, forse, trovare l'unico difetto del pezzo in oggetto proprio nell'eccessiva brevità: manca, quasi in toto, la componente più sentimentale della band, quasi come se essi si fossero fermati appena un attimo prima di assaporare l'aroma intenso delle rose citate nel titolo della stessa, sperimentando, viceversa, solamente l'acuminatezza della falce mietitrice e la collera irosa, da sempre, insita nell'animo umano. In realtà la traccia è la degna conclusione di una prima porzione di album di tutto rispetto, terminata la quale, si assisterà ad un iniziale, temporaneo calo della qualità dei brani proposti. Le parole che pronunciamo sono destinate ad evaporare in breve tempo, simili alle rose che dopo la fioritura appassiscono repentinamente, il mio strumento di lavoro sarà, ora, la falce, attraverso i sogni ho la possibilità di scatenare la mia rabbia. Nessun comportamento guida da seguire mi è stato offerto, nessun perdono promesso, ora che io e te siamo irrimediabilmente distanti, in che modo questa lontananza può essere un fattore decisivo? Trovo nutrimento dalla fiamma che alimenta ancora la mia anima, essa mi sarà utile nei momenti più bui e mi farà da torcia lungo il mio cammino. Il fuoco non può bruciare senza che la fiamma abbia una origine ben precisa, allo stesso modo nessuna stella può fungere da guida senza averne né la forma né la forza. Quello di cui ho bisogno è un rifiuto secco, non ho timore di essere ingannato da qualsivoglia forma di negazione venga propinata dinanzi a me, proseguo indomito e fiero per la mia strada, non ho più tempo né spazio per pormi dei ripensamenti. Da una parte il silenzio, dall'altra l'oscurità: senza la quiete più assoluta le tenebre perdono il loro fascino ed il loro splendore. Le dolci beatitudini che popolano, ora, il riposo delle anime dei giusti non sono altro che il rovescio di una medaglia costituita da risposte mai date in passato, oscure presenze inquietanti che, dal nostro Io più interiore, aspettano solo il momento giusto per riemergere con vigore. Non è certo un mistero ricordare come, fin dall'adolescenza, Stanne, rimase profondamente affascinato dalla psicologia umana e dagli illustri studi sull'ego degli essere umani. 

Constant

Sopraggiunge, ora, "Constant (Costante)", altro brano piuttosto stringato quanto a durata e contenuti ma, viceversa, privo del necessario carisma e della dovuta energia per assicurarsi una visibilità significativa. La band ci porta su di una dimensione differente, più intimista e riservata e, per farlo, si affida a cadenze più lente e solenni. Impossibile non citare, tra i riferimenti di un brano come questo, band del calibro di Paradise Lost e Moonspell, tra i principali alfieri di un gothic metal raffinato e decadente, ma che, nello stesso tempo, sa essere sorprendentemente carico e potente. In effetti siamo di fronte ad una traccia che non rientrerebbe nei canonici dettami che caratterizzano il genere del melodic death metal: le atmosfere sono decisamente cupe, le tinte che la band utilizza fosche e malinconiche, i suoni appaiono sgraziati e ruvidi, di matrice "dark" li definiremmo oggi, anche se non mancano ricercate striature melodiche di assoluto pregio. Il carattere per certi versi sperimentale di questo The Mind's I viene svelato proprio in funzione della inaspettata, breve durata delle canzoni in esso contenuto: se, infatti, la precedente traccia poteva essere vista come la naturale evoluzione di Dreamlore Degenerate, la presente Constant appare come una versione ridotta e meno interessante di Hedon, quanto ad atmosfere evocate e a sonorità sviluppate. Forse sta proprio qui il colpo di genio della band, la sottile linea di demarcazione tra il capolavoro e l'anonimato: sviluppare qualcosa come una dozzina di tracce attorno a pochi, "semplici" concetti per poterne esaltare ogni possibile aspetto, offrire all'ascoltatore spunti di riflessione di un certo tipo, e poi riprenderli ed ampliarli quando ormai parevano essere stati oltrepassati, riaprire, di colpo, la pagina di un libro che credevamo aver chiuso inesorabilmente, appena qualche momento prima. I Dark Tranquillity non avevano intenzione di regalare al pubblico un "The Gallery Pt 2: the Revenge", piuttosto optarono per conferire al loro terzo studio album confini labili, di volta in volta cangianti e mutevoli, circoscritti da sonorità, magari non propriamente originali ed alla lunga pure abbastanza simili tra loro, ma certamente in grado di offrire una molteplicità non indifferente di sfumature interpretative diverse, una continua ed intricata biforcazione di sentieri secondari che si snodano tutti attorno e nelle vicinanze del tracciato primario costellato da concetti metafisici, quanto più possibile sviluppati su dimensione universale. Dopo un poker iniziale di brani dove a farla da padrone sono state la potenza e l'intensità, viene concessa una parziale tregua per questi 180 secondi, maggiormente incentrati sul ritmo e sulla melodia, in cui ancora una volta, la parte del leone la fa Mikael Stanne, uno dei vocalist metal più abile ad interpretare ogni singolo brano in chiave personale e ad ascrivere una identità propria, ben riconoscibile, ai pezzi stessi. Lasciamo dunque che l'arte, nella sua forma più autentica e genuina possibile, si possa liberare in tutta la sua forza, quale la più incisiva e poderosa delle armi a disposizione dell'essere umano. Con una ritrovata ambizione personale e la giusta dose di audacia ci spingiamo verso le altezze siderali più inaccessibili, il nostro intento è quello di fare nostro un piccolo frammento del firmamento celeste da utilizzare come rifugio ideale nel momento in cui ci sentiremo più vulnerabili ed indifesi, sulla terra. Troppo spesso il cuore ha sanguinato tra barriere di indifferenza e muri di noncuranza, ora esso palpita con rinnovata vitalità assaporando fino in fondo il gradevole aroma del rinnovamento, la redenzione che abbiamo conseguito risplende in tutta la sua lucentezza. Il capriccio del bugiardo è come un furto, l'ascia di guerra, macchiata del sangue versato, ora viene messa da parte. Io sono la creazione così audace e coraggiosa, gli errori perpetrati da un migliaio di altri essere umani spillano il loro sangue copioso ed ininterrotto attraverso un mondo divenuto cieco, giorno dopo giorno. Questa è la magia che il mio nome potrebbe generare, la chiazza di colore che avrà la forza di squarciare il velo gravoso ed opprimente delle tenebre, solo chi è costante e fermo nei propri propositi rimane per sempre. 

Dissolution Factor Red

 A metà della tracklist proposta ecco sopraggiungere un'altra song che punta tutto sull' impatto immediato e diretto: "Dissolution Factor Red (Il fattore rosso della dissoluzione)", è, infatti, una traccia in cui la componente predominante sarà la batteria di Jivarp, martellante ed indemoniata nel suo incedere e che non concede un attimo di respiro. Un altro episodio dal minutaggio decisamente contenuto, furibondo e travolgente, in cui si segnala, tra gli altri, il convincente riff che introduce il coro portante e che si riconnette strettamente con quanto avevamo già sentito qualche minuto prima, (Scythe, Rage and Roses docet). Viene confermata, dunque, la formula di presentare canzoni stringate e succinte che si alternano l'una all'altra, rincorrendosi di continuo tra riff isterici ed indemoniati e passaggi più soffusi ed ariosi; sembra quasi una scelta intenzionale quella della band di posizionare le canzoni più tirate e luminose negli slot pari della prima parte della tracklist e quelle più d'atmosfera e tenebrose in quelle dispari. I blast beats della batteria appaiono caotici e grezzi, di matrice hardcore nuovamente, ma sopra ad essi vengono inseriti riff chitarristici elaborati e pure discretamente tecnici, ulteriormente impreziositi, da una certa qual nota di malinconia davvero apprezzabile. Il vocalist fa ancora la sua parte degnamente, ma risulta meno convincente che altrove, probabilmente sta ricaricando le batterie per qualche istante prima di dar vita al capolavoro inarrivabile dell'album. L'ultima porzione del brano, invero, appare eccessivamente laconica e avrebbe, probabilmente, meritato una transizione più articolata, la sensazione finale lascia un po' di amaro in bocca perché sarebbero bastati una trentina di secondi in più a rendere davvero geniale questo pezzo, schizofrenico ed insano nei suoi contenuti, anche lirici. Il colore rosso che velava la porzione centrale dell'artwork di copertina viene reso tangibile, concreto dalla narrazione elaborata per noi dal prode Stanne. Sono del colore rosso cremisi, infatti, le macchie di peccato e di vergogna che vengono citate nel sopracitato chorus centrale, il protagonista delle vicende qui descritte giace, intrappolato, tra le fiamme dell'inferno, il suo corpo nudo e disteso odora di aromi intensi ed acri. Il disprezzo è stato trasportato dentro di lui su ali scheletriche ed informi, non avverte più la fame che ha patito in precedenza, mentre gli arti vanno in frantumi trafitti da chiodi appuntiti e da strumenti di morte azionati a distanza. Nel momento dell'agonia fisica più crudele egli non è in grado di scorgere alcuna forma di luce, oltre la coltre di oscurità e di buio profondo che ne avvinghia il corpo macchiato del sangue vivo delle ferite appena infertegli. Quando il sole è ormai tramontato egli è pervaso da artigli affilati che lo trafiggono all'altezza della spalla, il martello batte i chiodi sulla carne viva. Non resta che, con un ultimo scatto di orgoglio, provare a mettersi a correre, privato della propria identità e deforme nella propria anatomia, nella speranza di trovare un oasi di rifugio, uno sprazzo di nero salvifico rispetto al rosso che ci sta insanguinando le membra ed il corpo. 

Still Moving Sinews

Si parte, pertanto, con "Still Moving Sinews (Tendini ancora in movimento)", pezzo niente più che discreto e destinato a perdersi, nel giro di pochi anni, tra la ricca discografia della band. La traccia, invero, è discretamente potente e presenta un buon numero di riff di chitarra, anche più tecnici che in altre incontrate in precedenza, ma evidentemente rientrava nel novero di quelle canzoni "sfortunate" che, ogni band, scrive nel corso della propria carriera. Si tratta, cioè, di una di quelle tipiche song che, pur non avendo nulla da invidiare rispetto ad altre maggiormente note, d'altro canto, non gode neppure di alcun momento particolarmente significativo che ce la faccia ricordare in maniera decisiva, destinata perciò a durare giusto il tempo di qualche ascolto, il non inserimento duraturo in chiave live ne determinò, inevitabilmente, l'oblio quasi immediato. In un contesto generale caratterizzato dalla mediocrità va, tuttavia, certamente segnalato il breve intermezzo di tastiera collocato quasi esattamente a metà brano, probabilmente passato quasi del tutto inosservato all'epoca in cui venne realizzato, (la firma è quello dello stesso produttore dell'album, Fredrik Nordstrom), ma, con il senno di poi, altro elemento utile ad anticipare l'evoluzione, già in corso peraltro, a livello di sound della band svedese. Il chorus centrale è accattivante il giusto, anche se abbiamo apprezzato decisamente di più Stanne in molteplici altre occasioni, sia precedenti che successive. Il ruolo di protagonista principale, in questo frangente, è interpretato dalle due chitarre, dinamiche nel loro rincorrersi quasi frenetico, ma non sufficientemente incisive da essere ricordate in maniera particolare, (mancano nello specifico quei twin solos tanto apprezzati in altre circostanze). Basso e batteria, nel dettaglio, si limitano ai semplici ruoli di comprimari e, se ciò e comprensibile per lo strumento a cinque corde, lo è molto meno per i piatti del formidabile Anders Jivarp, non fatti "cantare" a dovere e penalizzati più che mai da una produzione di bassa qualità. Una canzone, come peraltro la seguente Atom Heart 243.5, inserita nell'album sbagliato: la qualità elevata generale, infatti, le fanno scivolare, quasi sul fondo dell'ideale graduatoria delle 12 tracce di cui The Mind's I si compone ma che avrebbero fatto, indubbiamente, la fortuna all'interno di un prodotto sciatto e dalla natura spiccatamente commerciale come sarà Haven, primo capitolo targato Dark Tranquillity del terzo millennio, anche maggiormente in sintonia, da un punto di vista sonoro e di atmosfere, con gli stilemi contenuti in questo pezzo. A far aumentare i dubbi riguardanti la validità o meno del brano in oggetto pure un corredo lirico ancora una volta di non facile lettura e, apparentemente, disconnesso da qualsivoglia filo logico. La prima immagine che ci viene mostrata è quella di un uomo in fuga, sotto attacco e lacerato da profonde unghiate alla schiena, ciò nondimeno i suoi tendini si muovono ancora con leggerezza, le braccia si dimenano timidamente ed il petto palpita ancora, il suo desiderio è quello di piegare il timore della morte. Ci domandiamo se demoni infernali stanno vegliando su di noi, lo sguardo delle persone è stranito, magnetico, i misantropi hanno fatto la scelta giusta ad isolarsi dal resto del mondo, nella vana ricerca di un Salvatore hanno finito per crocifiggere sé stessi, abbandonando i loro corpi ad un oscuro destino, senza ancora di salvezza alcuna. Mondi a metà, anguste casette dove i volti irrigidiscono prima, le persone sono afflitte da un freddo perenne che ne mina la salute ed il fisico, vermi voraci si infilano nella nostra pelle fragile. Un universo oscuro viene tratteggiato dalla criptica penna di Stanne in cui un essere umano, a prima vista, in palese stato di agonia e sofferente, riesce, tuttavia, a mantenere abbastanza lucida la propria coscienza e a ricongiungersi, infine, con le forze ancestrali della natura; viene ribadito, una volta di più, quel concetto di "tranquillità oscura" fatto di immagini disgiunte e caotiche che diede il nome alla band dopo la fine dell'esperienza sotto il moniker di Septic Broiler. Un uomo che certamente patisce e che ha mire autolesioniste, ma che, parimenti, ripone la sua unica speranza nella grandezza primordiale della natura, che non crede in alcun Dio e che non aspira certamente a poter beneficiare del Paradiso ultraterreno, egli vive la sua vita concreta, tangibile, giorno dopo giorno, in uno stato di lucida follia seminale. 

Atom Heart 243.5

La band, probabilmente a corto di idee sul finire dell'album, decide di abbandonare la felice alternanza tra pezzi aggressivi e tirati ed altri giocati più sull'atmosfera e sulla melodia della prima parte di album per soffermarsi, invece, sulle medesime coordinate stilistiche presentateci poco fa: ecco, dunque, sopraggiungere, a velocità sostenuta "Atom Heart 243.5 (Cuore dell'Atomo 243.5)", di fatto la continuazione ideale della precedente traccia. Recupera, finalmente, un minimo di vigore, la batteria di Jivarp, maggiormente coinvolta nelle dinamiche qui presentate, (il pezzo è più breve del precedente di una quarantina di secondi e questo, certamente, aiuta la resa globale della sezione di drumming). Attorno al minuto 01:48 si percepisce, nitidamente, pure il suono greve e pesante del basso, utile a rendere più ricca e variegata la sezione strumentale: Henriksson è strumentista virtuoso e di talento, (grave la sua perdita annunciata nella primavera di quest'anno per il gruppo), e sempre si dividerà tra le cinque e le sei corde riuscendo a conferire un tocco personale di gran gusto al sound dei Dark Tranquillity. Pure il leader del combo svedese pare aver recuperato la giusta dose di vigore e si fa maggiormente coinvolgente ed incisivo, anche con qualche campionamento elettronico non strettamente necessario ma che contribuisce a renderne il timbro ancora più oscuro ed ermetico. Le chitarre vibrano con discreta intensità e con la velocità giusta per non annoiare lungo i quattro minuti esatti della durata del pezzo: gli accordi utilizzati e le melodie che vengono disegnate sono quelli tipici, (e fin troppo abusati), della seconda parte di carriera della band indirizzati, cioè, in direzione di un sound diretto e quanto più possibile lineare, privato, (a torto o a ragione), il più possibile di tecnicismi iperbolici ma, viceversa,  atti a conferire un approccio basico e minimale al sound dei DT post duemila. Siamo stati reintrodotti, solo una decina di minuti fa, all'interno del magnifico caleidoscopio multicolore e multidimensionale di The Gallery ed ora ne siamo stati nuovamente scaraventati fuori con violenza, ma forse anche qui sta la grandezza di una band, la capacità di mutare in continuazione il proprio stile, quel camaleontismo sonoro che, da sempre, è stato un vero e proprio must per Stanne e compagni. Anche il filo conduttore della sezione lirica sembra ricondurre alla precedente canzone. Incontriamo nuovamente, dunque, un uomo ancora vivo, nonostante tutto, sommerso, ma non sconfitto, da un flusso ininterrotto di parole del tutto inutili. E' necessario richiudere e sigillare i componenti dell'atomo, ripristinare i cuori delle persone, il mondo è dominato dalla non comunicazione, le persone, ridotte a scheletri alieni, ad architetture senza fondamenta, sono destinate a crollare all'unisono. La morte la fa da padrone incontrastata, essa conduce i propri caravan silenziosi a raccogliere i caduti ad ogni angolo del mondo, ogni risorsa umana è impiegata nell'arte decadente e nera del lutto, gli artigiani e gli accademici plasmano con le loro mani i luoghi dell'eterno riposo umano, i diari e lettere scritte in vita dagli essere umani ingialliscono e si lacerano al passaggio della nero Signora vestita. Tu ancora resisti, indomito, con la lingua bruciata dall'arsura e con la peste disegnata negli occhi, stoico compi la tua impresa attraverso le gallerie della disgregazione, la camera in cui altri disegneranno il tuo ultimo capitolo terreno non è ancora stata allestita. C'è ancora qualcuno che crede in te, qualcuno che vede oltre un simile scenario di morte e desolazione e che sposta più in là il proprio punto di riferimento, le lancette del tempo vanno spostate un po' più avanti, la morte come la vita stessa non è nient'altro che una bugia, l'ennesima porta sfondata verso l'equilibrio cosmico della natura.

Tidal Tantrum

Il livello generale torna ad innalzarsi con la più variegata ed atmosferica "Tidal Tantrum (I capricci delle maree)", il cui minutaggio totale torna ad essere in linea con quello dei brani della prima porzione di album. Le tonalità di colore divengono più sfumate, le pennellate si fanno tenui e la band indirizza il proprio timone nella direzione di lidi caratterizzati da un valido heavy rock in cui a dominare è la melodia più squisita e raffinata. Attraente e massiccio risulta essere il lavoro della batteria che fa da corollario alle due chitarre, piene e semplici nel loro scorrere e che disegnano pochi, elementari riff che strizzano l'occhio pure alla scuola doom metal nord europea. Le atmosfere si arricchiscono di piacevoli venature di natura folk e la traccia acquisisce uno spessore notevole, pur nella sua brevità, le note che vengono suonate si fanno materiche, concrete per quello che potremmo definire una sorta di esperimento semiacustico, certamente ben riuscito. Il pezzo, sperimentale nel suo essere così incredibilmente trasognante e malinconico, avrebbe meritato certamente maggiore fortuna: col senno di poi potremmo estendere il discorso fatto per le ultime due tracce analizzate anche a questa romantica ballata che sarebbe stata semplicemente perfetta se inserita nel successivo laboratorio di idee che fu Projector. Oltre a ciò, influisce in maniera non propriamente ottimale sulla resa globale del brano, il fatto di aver inserito dopo di essa una canzone nuovamente aggressiva e serrata come sarà la seguente Tongues, una abbinata conclusiva Tidal Tantrum - The Mind's Eye, incentrata principalmente su ritmi cadenzati, scandita da melodie oniriche e raffigurata da idilliaci scenari visionari, viceversa, avrebbe contribuito a dare grande vigore ed omogeneità al finale dell'album. Stupisce, (ma solo fino ad un certo punto), che una band, da sempre attenta e scrupolosa anche ai più piccoli dettagli, come i Dark Tranquillity abbiano optato per una scelta di questo tipo, peraltro in linea con quella già sopra ricordata di alternare pezzi differenti per natura  e per stile nella porzione iniziale del full length. Il testo si apre implorando la venuta della morte, unico tesoro rimasto all'uomo, gli artigli del corvo afferrano la propria preda con vigore, affamati e voraci di saziarsi con il trofeo appena catturato, la vendetta lussuriosa e definitiva sull'uomo si compie, egli agonizza e patisce in maniera drammatica. Il feroce capriccio delle maree ruggisce con impeto, false speranze hanno contribuito ad alimentare una illusoria fiammella che ora sta per estinguersi. Ogni impulso umano è stato represso, nessuna quiete è ancora possibile, il mio spirito è indomabile, pur se minato nelle sue certezze, costretto a subire troppi soprusi e ad ingoiare una miriade di delusioni. Giunge il momento della festa, un grandioso incendio che ogni cosa arde, nessun perdono viene concesso dalle fiamme che avvolgono con il loro abbraccio solenne. Si torna, dunque, a picchiare discretamente forte con la prossima "Tongues (Lingue)", ultima traccia effettiva contenuta nell'album che si sviluppa per quasi cinque minuti complessivi, su buoni livelli generali. Lo stile basico del pezzo, peraltro, è quello già incontrato nella precedente accoppiata di brani posti in ottava e nona posizione: sopra ad una base costellata di sonorità dure ed abrasive, vengono inseriti, con la consueta maestria, passaggi più orecchiabili e snelli. Gli elementi da segnalare sono, sostanzialmente, due. Il primo è che viene lasciato maggiore spazio di manovra, e lo si intuisce chiaramente fin dalle prime battute, sia alla batteria di Jivarp sia al basso di Henriksson e ciò contribuisce a rendere maggiormente equilibrata la sezione strumentale, altre volte quasi completamente incentrata sul lavoro, peraltro inappuntabile, delle due chitarre. In questo contesto Stanne è il solito leone da palcoscenico e ci cattura con il suo stile unico, mimetico al punto da risultare quasi impenetrabile; le sue differenti impostazioni vocali aggiungono ulteriore pathos e trasporto ad una prima parte di canzone che scorre via fluida e lineare sino al minuto 02:20. Non appena la bocca da fuoco di Mikael tira il fiato per qualche istante di fisiologico riposo ecco che incontriamo il secondo momento degno di essere menzionato. Un elegante e raffinato assolo di chitarra, uno dei più corposi e memorabili dell'intero album ci accoglie al minuto 02:24 e ci ricorda, qualora ce lo fossimo scordati, che siamo pur sempre alle prese con musicisti di altissimo spessore, il cui talento va ben oltre la media dei colleghi, sia dell'epoca che attuali. Anche questa una scelta particolare da parte della band, dal momento che siamo, praticamente, in coda all'album, ma certamente un momento utile, direi fondamentale, per portare una ventata di aria nuova e rinfrescante ad una seconda porzione di lavoro non all'altezza della prima, nel suo complesso. Sundin si esibisce per una trentina di secondi di grande impatto che fungono, inoltre, da brillante e dinamica transizione sonora per il finale del pezzo. Viene da chiedersi il perché un musicista virtuoso come lui non abbia mai puntato eccessivamente sulla tecnica, nemmeno quando le energie fisiche e mentali erano all'apice, limitandosi, in ultima analisi, a brevi e fugaci momenti dedicati ai palati fini della sei corde, come quello che ci regala in questo frangente e che termina esattamente al minuto 03:01. Qui fa il suo rientro sulle scene il vocalist con uno stile quanto mai sofferto e teatrale e la band torna ad esibirsi d'insieme. Piacevole è pure il proseguo, più variegato e meno scontato che quello incontrato in altri episodi dell'album, con una batteria ancora ben presente ed in salute e a cui è affidato pure il compito di mettere la parola fine al brano stesso con un paio di rintocchi solenni ed epici dei piatti a propria disposizione. Il comparto lirico è diviso tra una prima parte apocalittica e pessimistica ed una seconda che si apre a nuovi orizzonti e si vela di un ritrovato ottimismo. Lingue che sputano il loro veleno, simili a serpi, parole che sanno ferire come e più di qualsiasi arma da taglio, un colossale regno di terrore e paura è stato basato sulla fallacità dell'uomo, egli appare oggi come un essere nomade e tremolante, errabondo sopra ad una terra riarsa dalle fiamme, e si espone così, fatalmente, a divenire una facile preda per cani feroci e corvi rapaci, sempre in agguato. Nessun potere di cui siamo a conoscenza potrà ridarci quanto abbiamo perduto a causa dell'ipocrisia e della menzogna, la malattia è ormai stata instillata nelle vene dell'uomo ed è fuori controllo. Parole che hanno uno straordinario potere, risuonano luminose come le stelle, abbiamo imparato, sulla nostra pelle, a farcele amiche, ci siamo mossi con la bassa marea, sotto l'attento sguardo della luna, alla ricerca della sintonia più perfetta, l'armonia completa dei suoni. Note soavi risuonano, pertanto, nell'atmosfera, la volta celeste si ammanta di una colorazione nuova, gli astri del firmamento ci stanno suggerendo che è giunto il momento, per noi, di tornare alla vita, siamo incaricati di iniettare la verità dentro al cuore di coloro i quali ancora non la possiedono. Stanne si conferma fine psicologo dell'animo umano e scava dentro di esso riproponendo l'atavica dicotomia tra bene o male, chiaro o scuro, giusto o sbagliato. Parliamo di Dark Tranquillity in fin dei conti, tranquillità oscura, il leit motiv non può che essere quello. 

The Mind's Eye

Completa la tracklist dei 12 pezzi "The Mind's Eye (L'occhio della mente)", titletrack solo a livello di pronuncia ma scritta in maniera differente rispetto al titolo dell'album. Il brano si apre con lo struggente e solitario suono di una dolce chitarra acustica che ci affascina, ammaliante e seducente nei suoi accordi basici ed essenziali, per i primi novanta secondi. Al minuto 01:30, quando siamo alla metà esatta del pezzo, la struttura ritmica si arricchisce in maniera significativa grazie all'inserimento delle tastiere che conferiscono maggiore spessore ed una nuova dimensione incentrata su atmosfere oniriche e visionarie a questa toccante ballata. Quando pure qualche fugace accordo di chitarra elettrica ha ormai cessato di risuonare nell'aria e si è dileguato rapidamente al calare del sole intuiamo, nostro malgrado, che è giunto il momento della calata definitivo del sipario sull'album: ecco sopraggiungere, pertanto, una schiva batteria che sembra lacrimare di un dolore intenso, vivo, si riesce a percepire tutta la sua commozione intestina. Svuotato il pezzo di qualsiasi componente lirica sono le splendide note ialine, evanescenti che si dipanano lungo questi tre minuti a fornire una consistenza non indifferente alla traccia; le sensazioni che ci vengono offerte, eccentriche e psichedeliche nel loro sviluppo, paiono richiamare alla mente i portentosi Tiamat di Wildhoney, che a loro volta non hanno mai fatto mistero di avere tra le maggiori fonti di ispirazione i sempreverdi Pinkfloyd. Una conclusione di gran pregio, ricca di contenuti e di prospettive future, spiazzante come solo i Dark Tranquillity sapevano essere all'epoca, cui fu affidato il compito di chiudere un album, forse eccessivamente bistrattato, ma senza ombra di dubbio, di importanza strategica per il futuro della band svedese.

Conclusioni

The Mind's I chiude un trittico di album davvero di caratura notevole per i Dark Tranquillity: più costruito e, per questo, se vogliamo, meno genuino del primordiale Skydancer, più d'impatto e meno incentrato sulla ricerca delle giuste atmosfere rispetto all'inarrivabile The Gallery esso fu, probabilmente, il meno riuscito del suddetto tris d'assi calato da Stanne e compagni tra il 1993 ed il 1997. Parliamo comunque di un album che la maggior parte delle band attuali non si sognerebbe nemmeno di realizzare: sono diversi gli aspetti positivi a suffragio di questa tesi personale. In primo luogo il nuovo approccio scelto dalla band, basilare ed affidato a canzoni, per la maggior parte, brevi e coincise, portò senza dubbio una ventata di novità all'interno del mood tipico del quintetto scandinavo. La scelta, poi, di ribassare di un intero tono l'accordatura generale delle chitarre si rivelò, assolutamente vincente dal momento che, mai più in seguito, la band modificò nuovamente tale impostazione ritmica. Una prima, parziale, semplificazione a livello lirico contribuì a spersonalizzare le vicende narrate nei testi e a darne un taglio più generale e metafisico, che meglio rispondeva alle nuove esigenze della band. Ancora da menzionare, come qualcosa di assolutamente sopra la media, fu la prestazione vocale di Mikael Stanne, sempre a suo agio nei diversi abiti che i compagni confezionarono per lui di volta in volta e tra i pochi nel suo genere ad essere in grado di elevare ad un livello superiore il concetto di "interpretazione personale" dei testi. Impossibile non citare, infine, la splendida Sara Svensson, autrice, probabilmente, del miglior duetto di sempre con lo stesso Stanne in quella che fu l'autentica gemma contenuta nell'album. La sezione strumentale, nel suo complesso, fu alquanto penalizzata da una produzione non soddisfacente: ne fece le spese, più degli altri, il batterista Anders Jivarp, soffocato ed ingabbiato all'interno di un bilanciamento dei suoni, in generale, piuttosto scadente. Positivo, comunque, il lavoro delle chitarre della coppia Sundin - Johansson, anche se non su livelli precedentemente conosciuti, un minimo di ardore in più, in questo senso, non avrebbe guastato, ed interessanti sono pure gli sporadici inserimenti delle tastiere, antipasto gustoso di quanto ascolteremo in seguito. Il peso gravoso di essere il successore di un autentico monumento come The Gallery offuscò quasi del tutto le brillanti idee contenute in questo album, ma The Mind's I è album di livello ed assolutamente valido, da riscoprire certamente anche in virtù delle implicazioni future che, di lì a breve, avrebbe avuto sul proseguo della carriera dei nostri beniamini. Basti pensare, ad esempio, che un brano come Insanity's Crescendo, è forse quello maggiormente cliccato online, al giorno d'oggi, per quanti decidano di avvicinarsi a quel universo camaleontico e multidimensionale, fantastico in ultima analisi, chiamato Dark Tranquillity.

1) Dreamlore Degenerate
2) Zodjiakl Light
3) Hedon
4) Scythe, Rage And Roses
5) Constant
6) Dissolution Factor Red
7) Still Moving Sinews
8) Atom Heart 243.5
9) Tidal Tantrum
10) The Mind's Eye
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