DARK TRANQUILLITY

The Gallery

1995 - Osmose Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
25/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

In virtù dell'importanza e del valore storico dell'album che qui sarà analizzato mi sento di poter affermare che quella che mi appresto ad affrontare in questo nuovo episodio è senz'altro la recensione più significativa ed emotivamente sentita da quando sono entrato a far parte della redazione, ad inizio anno. Non senza emozione oggi parleremo, infatti, dell'Album, (la A maiuscola non è messa a caso), che, nel lontano 1995, ha dato il via al cosiddetto melodic death metal, altrimenti conosciuto come Gothenburg Sound, da sempre movimento a me particolarmente caro, nonché primo incontro con il variopinto universo metal, avvenuto una quindicina di anni orsono. The Gallery dei Dark Tranquillity è molto di più di un "semplice" disco: è il manifesto di riscatto per una intera generazione di adolescenti ribelli e amanti della letteratura romantica, è la voglia di emergere di una Nazione fino a quel momento conosciuta solo per essere la terra per eccellenza dei suicidi giovanili, è l'inizio di un nuovo modo di concepire la musica estrema, risponde alla definizione stessa di melodic death che troveremo su qualche libro di settore nei prossimi anni. Esso fu anche l'album che, tra i primissimi in assoluto, mi avvicinò al mondo del metallo: timoroso di risultare troppo estremo per una famiglia che mi aveva cresciuto con rigidi e sani fondamenti cristiani, fu in quella direzione che rivolsi le mie attenzioni, una volta oltrepassato il periodo hard rock/grunge delle scuole medie. Quelle sonorità grintose ma pregne di atmosfere, quei magnifici stacchi scanditi da una suadente voce femminile, quegli intermezzi acustici corposi, mai banali e frutto di attenti ragionamenti in sala prove, mi sembrarono lo scenario perfetto per rendere meno pesanti gli interminabili pomeriggi di studio tra improbabili calcoli logaritmici e astruse progettazioni meccaniche. Recensire  questo album equivale ad aprire il diario del cuore e le emozioni e i ricordi la faranno da padrone, almeno nella parte più discorsiva del presente lavoro, anche se qualcosa a, livello prettamente personale, ho già segnalato in alcuni miei precedenti lavori. In principio fu la classica diatriba Jim Morrison - Kurt Cobain ad avvicinarmi al mondo dell'alternativo, del diverso. Soffocato com'ero in una realtà adolescenziale che si andava riempiendo di artefatte e campionate sonorità "pseudo-hardcore" placai inizialmente la mia sete di ribellione giovanile grazie al lavoro di due raffinati poeti, prima ancora che discreti cantanti. Catapultato rapidamente nel triennio di specializzazione tra energumeni che all'anagrafe avevano un anno solo in più di me, ma che fisicamente mi sovrastavano in lungo e in largo, ecco che sentì la necessità di ricalibrare nuovamente le mie coordinate musicali: mi accorsi che era finito, (o quantomeno stava venendo meno), il mio interesse verso pezzi intramontabili quali Light My Fire o Come As You Are che mi apparivano o troppo distanti nel tempo ed eccessivamente avulsi dal contesto generale in cui stavo crescendo oppure eccessivamente sgraziati e raffazzonati pure per uno che, come me, mai fino a quel momento, (e nemmeno in seguito), aveva imbracciato una chitarra. Gothenburg fu la città che venne in soccorso di un giovane adolescente, brillante a scuola ma mai completamente a suo agio in un indirizzo eccessivamente tecnico per chi aveva sviluppato altre prerogative fin dalla tenera età e che cadde fatalmente nell'assai comune errore di scegliere la scuola superiore in base ad amicizie personali o ad ancor più fumose prospettive future di lavoro. Una località che all'epoca mi era nota solo per la propria squadra di calcio, orrendamente agghindata con strisce verticali bianco-blu simil pigiama. Nel profondo nord il sottoscritto, tradizionalmente insofferente più al caldo che al freddo, trovò il ristoro che stava cercando per sé e per le casse del proprio stereo ed è proprio sulle note, tra gli altri, di The Gallery, (rigorosamente in copia masterizzata che tuttora possiedo gelosamente), uscito un lustro prima che gli ultimi tre anni all'istituto tecnico apparvero meno pesanti rispetto ai precedenti due. Dato alle stampe il prodigioso e seminale Skydancer nel 1993 e l'altrettanto valido ep Of Choas and Eternal Night sotto l'etichetta finlandese della Spinefarm Records, i Dark Tranquillity, la cui fama andava consolidandosi grandemente, anche oltre il territorio nazionale svedese, firmarono con la francese Osmose Productions dopo l'estate del 1995. Essa era nata solo quattro anni prima su iniziativa del coraggioso Herve Herbaut e all'epoca non possedeva risorse molto dissimili da quelle della precedente label finnica. Tra le primissime band scritturate ricordiamo gli svizzeri Samael, (Wokship Him del 1991) e due monumenti del black più feroce ed intransigente quali i norvegesi Immortal, sotto alla quale uscirono ben 6 album, (il primo lancinante vagito di Abbath e Demonaz, Diabolical Fulmoon Mysticism, compreso), e gli svedesi Marduk che lavorarono con Osmose negli anni compresi tra il 1993 ed il 1999, (Those of The Unlight, Opus Nocturne e Panzer Marduk Division, tra gli altri). Come si evince chiaramente da questi necessari e doverosi riferimenti storici appare evidente che l'etichetta originaria di Beaurainville ha rappresentato un ideale trampolino di lancio verso il successo planetario per realtà allora giovani e promettenti, ma inizialmente incapaci di imporre la propria forza contrattuale con le principali major del settore. Discorso che si adatta alla perfezione pure per i beniamini del metallo melodico che si trattennero con la piccola etichetta transalpina per un triennio appena, (seguirono, infatti, il controverso ep Enter Suicidal Angels ed il fin troppo ingiustamente criticato The Mind's I), prima di spiccare il volo verso il colosso tedesco della Century Media Records. Audace, peraltro, la scelta del combo svedese di affidarsi ad una industria discografica che, fin da principio, orientò le proprie risorse più importanti verso tutt'altro genere di sonorità, (del 1993 è pure il roboante esordio di un altro nome storico del black europeo, gli ellenici Rotting Christ con il loro The Mighty Contract). Un banco di prova quanto mai stimolante su entrambi i fronti, un azzardo che pagò dividendi notevolissimi, da un lato proiettando i Dark Tranquillity verso l'olimpo della scena europea e, dall'altro, confermando il fondamentale ruolo di talent scout per la lungimirante label francese cui già abbiamo fatto riferimento poco fa. L'allora quintetto svedese, forte di una spiccata dose di maturità artistica e tecnica e di un innato tatto per il lirismo più affascinante, nonostante la giovane età, decise di affinare quanto già mirabilmente fatto intravvedere nei primi due lavori e compose quello che a buon diritto, assieme a The Jester Race dei "cugini" In Flames, è l'album di maggior rilevanza storica per il melodic death metal. Un album i cui crismi del capolavoro si palesano fin dall'artwork  di copertina firmato da quello che, nel giro di qualche anno, sarebbe diventato uno tra i più apprezzati artisti del mondo in ambito musicale. Abbiamo già incontrato Kristian Wahlin nella recensione del primo full length dei Sacramentum, tinte fredde ed oscure, un imponente castello minaccioso ed inaccessibile ed un mare in tempesta che si infrange con impeto sulle rocce. In questo caso "Necrolord" cambia decisamente registro: le colorazioni sono calde ed intense, paragonabili a quelle utilizzate nell'ancor più epica copertina di Wildhoney dei Tiamat, gli scenari, però, appaiono decisamente più alla mano, ordinari Ci troviamo all'interno di un museo dove sono esposte in rapida successione diverse tele raffiguranti soggetti astratti, fino a travalicare il confine fisico del museo stesso e a sconfinare negli spazi aperti in una prospettiva cosmica di più ampio respiro. Nella sezione soprastante una maestosa scala ci conduce ad un livello superiore, tutto da scoprire e da indagare tra colonne cilindriche ed eleganti statue raffiguranti soggetti mitologici. Una illustrazione ricca di elementi che trasale il significato intrinseco di quanto contiene: la galleria museale, con le sue molteplici opere d'arte e i suoi numerosi livelli di conoscenza, diviene metafora stessa della complessità dell'animo umano, luogo sfaccettato e multidimensionale per eccellenza, mutevole negli umori e di cui l'uomo stesso non ne conosce gli anfratti più reconditi. Come percorrendo i lunghi corridoi di una galleria le undici tracce che ci apprestiamo ad analizzare sono opere d'arte meritevoli di attenzione e di interesse. Certamente alcune avranno la forza e l'eleganza di alcuni riff memorabili, l'epicità di versi scritti con una perizia compositiva assoluta e l'eleganza di raffinati intermezzi femminili per emergere sulla concorrenza, altre saranno costrette ad inseguire a ruota, ma nel complesso ogni singolo brano si staglierà ben al di sopra della sufficienza confezionando, nel suo insieme, un lavoro di  una qualità eccelsa e di una squisita raffinatezza tecnica, oltreché lirica. Confermata in toto la formazione che, solo qualche mese prima aveva dato alle stampe l'ep Of Chaos and Eternal Night, il quintetto prese possesso delle gloriose stanze dello studio di registrazione Fredman tra l'aprile ed il maggio del 1995. Stanze che avevano già avuto il piacere di ascoltare lavori del calibro di The Book of Truth dei Ceremonial Oath, Terminal Spirit Disease degli At The Gates e che avevano, inoltre, visto sbraitare un giovanissimo Stanne nell'esordio degli In Flames, Lunar Strain, uscito l'anno prima. Per qualche settimana, nel maggio del 1995, lo studio venne condiviso proprio con il gruppo capeggiato da Thomas Lindberg alle prese con quel Slaughter of The Soul che rappresentava, capolavoro al pari e forse persino un filo sopra rispetto a The Gallery, il lato più oscuro e violento di quel melodic death metal che stava letteralmente facendo tremare fin dalle fondamenta qualsiasi elementare concezione in ambito estremo, (gli album uscirono a due settimane appena di distanza, nel corso di un assai glorioso novembre del 1995). La seconda città della Svezia divenne, nel breve volgere di un battito di ciglia, capitale europea del metal, le prenotazioni per poter usufruire dello studio guidato da Fredrik Nordstrom si moltiplicarono in maniera esponenziale ed attorno al quartiere popolare di Vastra Frolunda si respirava un fermento di idee e di contaminazioni artistiche mai registrato né prima, né tantomeno in seguito.

Punish My Heaven

Punish My Heaven (Punisco il mio paradiso) contiene al proprio interno tutti gli elementi necessari per poterla definire una delle migliori opener di sempre, nonché magnifico spot promozionale per l'intero genere che andava definendosi. Da quel lontano 1995 il brano non è sostanzialmente quasi mai uscito dalle scalette delle esibizioni live del gruppo e, nel corso degli anni, è stata elevata, assieme a pochissime altre, a canzone simbolo del cosiddetto Gothenburg Sound. Riff di chitarra decisi e cangianti di continuo, un incedere vagamente progressivo nelle linee guida, una batteria immediatamente sostenuta e sicura di sé ed un acuto scream di derivazione black del nostro Mikael sono gli elementi che compongono l'incipit inconfondibile ed ormai divenuto leggendario che ci accoglie ad inizio del pezzo. La sensazione di trovarsi di fronte ad un album che andrà ben al di sopra di qualsiasi standard è palese fin da principio, si respira una tale aurea di epicità che è praticamente impossibile rimanere incollati alla sedia durante l'ascolto. E passano pure alla storia i primi, maestosi, due versi della narrazione lirica: "We are the outstretched fingers that seize and hold the wind", "Siamo le dita distese che afferrano e trattengono il vento", sono espressioni che potremmo ritrovare tranquillamente in una tra le più complete antologie di poesie romantiche disponibili sul mercato e che collocano immediatamente i Dark Tranquillity tra gli immortali del genere. Il gruppo ha letteralmente bruciato le tappe e ha percorso a tutta velocità la scalinata che "Necrolord" ha posto in copertina issandosi solidamente sul piedistallo più alto della gloria imperitura. Le influenze di matrice black - folk sono evidenti fin dall'impostazione vocale che il fenomenale singer della band confeziona per noi. Ancora massiccio è l'uso di uno screaming potente e disperato al quale si sovrappone un growl rauco e di grande impatto emotivo. Eccezionale è la cadenza con la quale viene affrontato il refrain centrale, "Portami la luce nel buio che non finisce mai, l'alba non verrà mai, Io punisco il mio paradiso", fanno riferimento ad una disperazione dell'animo senza eguali. Pregevolissimi inserimenti prog sono collocati in momenti strategici del brano con una maestria che sconfina ben oltre i ventidue anni di età media dei componenti della band e si innestano sopra ad un intricato tappeto sonoro fatto da riff compatti e granitici come il diamante più inscalfibile e da una batteria che sciolina una energia vitale non indifferente ogni qual volta viene chiamata in causa. Dopo la seconda ripetizione del ritornello centrale trova posto pure un elegantissimo passaggio in clean vocals che trasuda poeticità per uno Stanne che definire in forma smagliante appare addirittura riduttivo. Struggente si rivela essere pure la conclusione del pezzo nel quale le chitarre tirano il fiato per un momento lasciando il posto ad una melodia che diviene via via più soffusa scandita dall'incedere rigoroso della batteria di Jivarp, la quale, a sua volta, permette che a calare il sipario su una così maestosa song sia un magnifico e carezzevole stacco di pianoforte eseguito dallo stesso produttore dell'album, Nordstrom. Sezione lirica che completa ed arricchisce ulteriormente un comparto musicale già di per sé fantasmagorico. All'interno di un universo la cui realtà delle cose appare distorta si è costretti ad autopunirsi per i peccati commessi durante la propria vita, si preferisce perire di una morte dannata, violenta piuttosto che aspettare, inermi il momento della propria dipartita immobili su di un letto d'ospedale. La nostra anima sopporta tutto il gravoso peso delle montagne, mentre l'umanità ordisce la propria agonia silente, è possibile che non ci sia perdono per tutto questo? Malediciamo il cielo sopra le nostre teste mentre la luce filtra attraverso le dita aperte e svanisce, poi, lungo braccia distese. La disperazione raggiunge il suo culmine nelle ultime due strofe quando si implora una forza divina di tramutare ogni nostra lacrima versata in una vita all'inferno, da impuri. Nel nostro ultimo giorno di luce, quando ogni foglia è caduta dal suo albero e quando il paradiso medesimo mi ordina di alzarmi dal mio letto di morte il mio volto appare ammantato di oscurità. Io andrò!  Non siamo di fronte ad un album di facile lettura, questo ci è chiaro fin dalla lettura della prima traccia proposta.

Silence, and The Firmament Withdrew

All'interno di una tracklist, come anticipato poco fa, monumentale un pezzo interessante e poetico come il successivo Silence, and The Firmament Withdrew (Silenzio, e il Firmamento si Ritirò), il cui titolo, altamente evocativo, risulta un'opera d'arte a sé stante, passa quasi in secondo piano. Va detto che esso non ha demeriti particolari, anzi, ma sconta solamente una durata complessiva assai limitata, (siamo di poco sopra ai due minuti e mezzo), e la poco raccomandabile posizione che lo colloca tra due autentiche chicche dell'intero album, la già analizzata Punish My Heaven e la prossima, altrettanto memorabile, Edenspring. La doppia anima della band si manifesta fin dai riff iniziali, carichi di una profonda rabbia adolescenziale, ma altrettanto lievemente ammantati da un incantevole senso per la melodia. La coppia di chitarre riesce, se possibile, ad innalzare ulteriormente il proprio livello tecnico e descrive armonie circolari di assoluto fascino, la padronanza degli strumenti che ragazzi di poco più di vent'anni mettono in evidenza è qualcosa di assolutamente invidiabile e li fa sembrare dei navigati veterani. La batteria, in questo caso, rimane più defilata, salvo prendersi la scena nel finale andando a chiudere il brano con decisione ed impeto. Di assoluta grandezza è pure la prestazione vocale di Stanne, impostata, in questo caso, su cadenze lente e drammatiche; egli appare perfettamente a suo agio nel ruolo che, nel precedente album, era stato affidato ad un troppo acerbo Anders Friden, e più abile del suo comunque illustre collega nel trasmettere una marcata connotazione stilistica personale ai brani più romantici del lotto. Se per certi versi la breve durata del brano penalizza l'esito finale dello stesso, per altri ne è proprio la forza maggiore. All'interno di così poco tempo, infatti, la struttura portante non corre mai il rischio di cadere nel banale, ogni riff, pur se relativamente semplice nella propria intelaiatura, è carico di una freschezza compositiva straordinaria e il coinvolgimento sensoriale che il gruppo riesce a trasmettere è davvero notevole. Semplicemente spettacolare è poi la sezione lirica che, come ormai avrete capito, rappresenta un vero valore aggiunto per il combo svedese. Il meticoloso lavoro in collaborazione tra Sundin e Stanne realizza un ulteriore gioiello a livello di atmosfere finemente ricamate. La struggente immagine di alberi in lacrime congelati dal freddo ci accoglie ad inizio brano e ci scuote l'animo nel profondo. I loro rami, resi quasi immobili dal freddo pungente dell'inverno, ondeggiano timidamente, scossi e frustrati dalla pioggia che cade copiosa. Nel silenzio assoluto il firmamento si ritirò rivelando rapidamente tutto quanto benché in forme non ben definite. Fiamme ardenti nel cielo dai colori rosso carminio e cremisi disvelano reliquie di antichi miti che esplosero e morirono. Il compito che ci è affidato è quello di smontare il sole e le stelle nella loro ascesa e rendere l'orizzonte del cielo nero, vuoto, inesistente. A nulla sono servite le parole pronunciate, né i gesti compiuti, né i pensieri elaborati, né la vita stessa, il firmamento appare in perpetuo ritiro, le angeliche danzatrici del cielo uccise nella loro vecchiaia. Lux Aeterna, (espressione latina che fa riferimento a inni liturgici per onorare la memoria dei defunti), si odono ad quattro angoli della Terra. 

Edenspring

 Edenspring (Primavera dell'Eden) è, a tutti gli effetti, un'altra delle mirabolanti gemme che, con regolare e scientifica cadenza, i Dark Tranquillity collocano all'interno dell'album della loro vita e bastano pochi secondi per intuire la portata di una simile proposta. L'incipit solenne e grandioso scandito dalla batteria di Jivarp è semplicemente magnifico, si respira un'aurea magica attorno alla band svedese che appare in stato di grazia in ogni singolo componente. La sfuriata iniziale è ulteriormente marchiata a fuoco da un colossale urlo a perdifiato di Stanne; il gruppo schiaccia a fondo sul pedale dell'acceleratore per i primi novanta secondi di brano, sparati in faccia ad un ascoltatore inerme, che rischia di finire smarrito di fronte a cotanta energia dirompente. Si avverte, ciò nonostante, in sottofondo un profondo senso dell'equilibrio e dell'armonia e l'anima più melodica della band giace sorniona, in agguato e pronta a riemergere in tutto il suo incredibile charme non appena la coppia di chitarre si prende qualche secondo di fisiologico rilassamento. La nostra sensazione viene, prontamente, corroborata dai fatti quando, dal minuto 01:33, i ritmi divengono per qualche istante meno frenetici e più ponderati. Il biondo vocalist, non sembra però dell'umore giusto per concedersi ulteriori indugi e trascina letteralmente per mano il resto della formazione scandinava: quasi come se volesse scavare un solco profondo tra sé e il resto della concorrenza, in un'escalation vertiginosa e senza paracadute d'emergenza, è lui stesso a guidare i compagni di avventura su cadenze indemoniate e selvagge poco dopo. La chiave di volta ideale per sviscerare una simile opera d'arte in tutte le sue innumerevoli componenti potrebbe essere la parola armonia: per comprendere il senso di ciò detto vi sarà sufficiente ascoltare quanto proposto a partire dal minuto 02:22. Una quarantina di secondi scanditi dal suono educato ed affabile delle chitarre che cesellano una squisita, indimenticabile melodia di stampo neo romantico. Una struttura portante che aveva dato l'impressione, (quanto mai erronea), di essere relativamente lineare si articola, si biforca, si contorce su sé stessa ed, infine, svanisce nel nulla quasi con la stessa velocità di come era apparsa nella seconda parte in cui si susseguono, uno dopo l'altro, virtuosismi tecnici a go go che, solo a prima vista, potrebbero addirittura apparire confusionari ma che, in realtà, denotano una capacità tecnica ed, ancor più, una creatività artistica assolutamente fuori dal comune. Il basso di Martin Henriksson non si limita semplicemente ad accompagnare il resto della strumentazione, come prassi vorrebbe, ma acquisisce una personalità di fondo ben delineata e si muove su binari indipendenti, si innalza con vigore dal ruolo storico di comprimario di lusso e diviene parte integrante della traccia stessa. La sezione lirica, cui per l'occasione, partecipa attivamente pure il secondo chitarrista Johansson, ripropone quello stile arcaico e di difficile interpretazione già sperimentato a piene mani nel precedente Skydancer. Ad accoglierci è perciò la sorgente dell'Eden che mai si prosciugherà e che condivide la sua grandezza con la luce liquida degli astri, perfino la creazione dell'uomo trattiene il fiato dinanzi al luogo in cui tutto ebbe inizio, agli albori della civiltà. L'uomo si trova limitato a vivere del solo oggi in quanto egli ignora il suo domani e ricorda a malapena del suo ieri, è tempo di svegliarsi e cogliere appieno il presente perché il domani è nemico della mente. In uno scenario dominato da logiche inzuppate d'acqua e da giudizi altrettanto contorti, l'uomo è costretto ad abbeverarsi alla fonte eterna e qui, mai sazio e perennemente avido, finirà per annegare tragicamente. L'elegante immagine dei cancelli di Bacco che di dischiudono dinanzi a noi pare suggerire pure una interpretazione "terra terra" legata al dilagante fenomeno dell'abuso di alcol da parte dell'uomo, il vizio del bere come rimedio ad ogni disavventura o come semplice modo di svagarsi dalla realtà, spesso non facile del mondo attuale, una nuova logica perversa venuta ad insinuarsi nella mente del genere umano, intrappolato senza via di scampo in una terra che sta andando in rovina. L'alternarsi tra pezzi epici, entrati a pieno titolo nell'immaginario collettivo quando si parla di melodic death metal, ed altri che, pur decisamente interessanti, restano leggermente sullo sfondo continuerà ancora per i prossimi due brani, in un esaltante contrasto tra alti e bassi, (dove per bassi si intendono brani che la stragrande maggioranza delle band attuali non sarebbe nemmeno  in grado di concepire).

The Dividing Line

The Dividing Line (La linea di Demarcazione), nello spezzone iniziale, pare essere l'ideale prosecuzione di quanto sentito pochi secondi orsono: nei primi 30 secondi i riff si susseguono senza soluzione di continuità, il binomio Sundin - Johansson sembra duellare a suon di plettrate frenetiche e, all'apparenza, caotiche. La musica dei Dark Tranquillity ha, però, l'intento di mirare al cuore di ognuno di noi, il titolo stesso dell'album, "La Galleria" assume una valenza multisensoriale inaudita, autentica. Immergiamoci dunque senza remore in essa e lasciamoci cullare da questa atmosfera vagamente retrò, in cui, a furibonde sequele a tambur battente si alternano melodiosi stacchi di grande impatto. La band, sospesa magicamente a cavallo del tempo e velata da un alone di grandezza e di pressoché totale onnipotenza sembra, da un lato voler onorare i grandi classici del passato e, dall'altro, anticipare i tempi dettando possibili scenari futuri per il metal tutto. Possiamo, così, scorgere lontane reminescenze che, attraverso i Maiden del periodo d'oro, arrivano fino ai Black Sabbath d'annata, e, nel giro di qualche accordo, siamo in grado di percepire ipotetiche, contaminazioni futuristiche di stampo nu-metal che verranno colte in tutte le loro sfaccettature dagli In Flames degli anni duemila. L'intermezzo acustico del minuto 02:24 sembrerebbe essere terreno fertile per inserire un grazioso stacco vocale femminile, elemento già sperimentato con successo nel precedente full length ma, evidentemente, i DT non ritengono ancora maturo il momento, anche se qualcosa di simile aleggia nell'aria: il combo svedese fa le prove generali per quanto andremo ad ascoltare di lì a breve. Come schegge impazzite le note tornano a farsi serrate e velocissime dopo il terzo minuto, ci rendiamo conto di essere sull'orlo di un delirio emozionale senza precedenti, il cuore batte all'impazzata fino al punto di non ritorno ma, per nostra fortuna, rallenta giusto un attimo prima di deragliare fatalmente. Sia l'incredibile velocità del brano sia la prestazione dietro al microfono vocale di Mikael denotano ancora evidenti legami con il precedente album, anche se voler cercare di etichettare ognuno dei singoli pezzi che compongono questo gioiello finirebbe per essere esercizio quantomeno azzardato, se non completamente inutile. Il motivo per cui la traccia in oggetto non passerà alla storia è, sostanzialmente, lo stesso già sottolineato per quanto concerne la precedente Silence, and The Firmament Withdrew. Un pezzo veramente valido che paga l'unico difetto di inserirsi tra due autentici capolavori immortali che, a lungo andare, ne hanno offuscato la ricchezza e la varietà sonora. La sensazione di essere sull'orlo della pazzia è suffragata in pieno analizzando il corredo lirico proposto dai nostri. Un amore strano, eternamente in bilico lungo la fragile linea di demarcazione, un genere umano pronto a bruciare tutta la terra e, con essa, le proprie vite. La menzogna di una fiducia tradita, delle verità taciute che provocano in noi ferite che ancora non smettono di farci contorcere dal dolore, la rabbia che coviamo nel petto verso l'intera umanità ci fa ribollire il sangue nelle vene. Non vi è alcuna linea di demarcazione che ci separa dal delirio sanguinario che già abbiamo visionato nitidamente nella mente, le nostre azioni non sono più impostate secondo i criteri della logica. La metafora posta quasi in conclusione suona per noi quasi come un nefasto presagio di angosce e di morte: come lo scrittore sfida la pagina vuota cercando di riempirla con la sua penna, così pure la mente dell'uomo svuotata di ogni più elementare e sano principio morale cercherà le sue naturali risposte in altri modi, immorali, scabrosi. La chiusura è anch'essa di primo livello e mette in evidenza, una volta di più l'avversità della band verso la religione cristiana che verrà schiacciata fin dalle fondamenta e i cui deboli di cuore fedeli servitori saranno spazzati dalla tempesta, come fuscelli di paglia. 

The Gallery

Una malinconica chitarra acustica suonata dall'irreprensibile polistrumentista Henriksson, (pure autore principale del testo), ci accoglie con tutto il suo candore all'inizio di quello che è, in tutto e per tutto, un altro dei passaggi migliori dell' intero album: è l'occasione propizia per lasciare spazio alla melodia più raffinata, è il momento della indimenticabile The Gallery (La Galleria), che chiude meravigliosamente una prima porzione di LP che ha avuto nelle tre canzoni collocate negli slot dispari i suoi autentici pezzi da novanta. Entriamo dunque a ballare attraverso ampie sale intrise di vanità, il gruppo ci offre il benvenuto alla loro fenomenale esposizione d'arte. Lo screaming carico di furore ed ulteriormente arricchito da un profondo senso per la teatralità di Stanne precede un altro fugace stacco di chitarra acustica dopo nemmeno sessanta secondi, (minuto 0:49). Ci troviamo di fronte ad una sorta di autocelebrazione di tutto quanto è arte, il senso estetico per il bello viene declamato attraverso parole che esprimono notevole coinvolgimento personale ed emotivo. La grande passione per l'arte, il seme della creatività instillato nel proprio io fin dalla nascita fanno da contrasto alla caduta di fregi ornamentali in rovina e a desolanti cornici vuote che ci fissano.  Al minuto 01:44 restiamo letteralmente a bocca aperta di fronte ad una commovente voce femminile che arricchisce la proposta musicale e consente di dare ulteriore respiro ad un sound che, già di per sé, risultava fresco e coinvolgente come pochi altri al mondo. La meritevole protagonista che offrì la sua preziosa collaborazione alla band è una giovane loro connazionale di nome Eva Marie Larsson, (le cui uniche note autobiografiche reperbili iniziano e finiscono con The Gallery), la quale riuscì a migliorare quanto già di buono aveva fatto nel precedente full length Anna Kaisa Avehall. La scelta del gruppo rivela una grande dose di coraggio e un marcato senso per lo sperimentalismo più estremo. Ricordiamo, infatti, che siamo nel 1995 e collocare una voce femminile di stampo lirico, anche se non operistico, all'interno di un contesto che, pur sfumato nei contenuti dall'aggettivo melodico, rientrava a pieno titolo nel campo del death metal non era assai comune come lo è al giorno d'oggi. In quel periodo le prime realtà che ebbero l'ardore di inserire una vocalist nella propria line up erano, per la stragrande maggioranza, legate al movimento del symphonic/gothic metal che stava iniziando a muovere i primi passi tra l'Olanda di The Gathering e Within Temptation e la Finlandia dei Nightwish. Parole di grande forza risuonano dalla educata ugola di Eva Marie, descrivendo un mesto ritratto solitario a coprire quella che un tempo era una tela che parlava di amore, in onore della ribellione che cresce con sempre maggior foga dentro di noi. Ogni immagine contiene al suo interno un racconto, ogni ombra racconta di mille parole. Stiamo assistendo alla fusione di due tra le più nobili arti che l'uomo conosca, due delle sette muse dell'antichità classica si combinano con una alchimia praticamente perfetta fino a confluire in un tutt'uno di una tale potenza melodrammatica da lasciare esterrefatti. La poesia diviene parte integrante e fondante della musica, la musica disegna alchimie incantevoli sulle quali vengono stese strofe di una bellezza e di un fascino disarmante. Lo spezzone conclusivo, decisamente più aggressivo e muscoloso, ci ricorda che il combo svedese è ben lontano dall'aver esaurito le risorse a propria disposizione e regala, inoltre, un pregevolissimo assolo di Sundin poco dopo il terzo minuto. L'arte di vivere il caos è raffigurata nelle lacrime dei poeti, tutto è destinato a bruciare alla fine, ogni pensiero elaborato in vita svanirà sulla lunga distanza. Attraversiamo, infine, la galleria per non essere risucchiati nel caos primordiale che ci aveva generati, l'arte è un tesoro di inestimabile valore che non deve essere sprecato. 

The One Brooding Warning

The One Brooding Warning (Il solo avvertimento di un Meditabondo) ha il compito di condurci oltre la metà dell'album e per far ciò si affida, fin da subito, ad un drumming massiccio e potente ben coadiuvato da riff chitarristici di derivazione marcatamente thrash. La faccia "cattiva" della band prende nuovamente il sopravvento ed il quintetto ritorna a darci dentro con decisione architettando melodie rabbiose e continui cambi di tempo di assoluto rilievo e striati da una pregevole vena progressiva, anch'essa pionieristica nel suo incedere brioso e mai banale. Repentini rallentamenti sono alternati a più corpose spinte sul pedale dell'acceleratore con uno Stanne ancora in forma invidiabile a dettare cadenze sempre mutevoli grazie al suo letale mix di scream e growl acido ed aggressivo. Possiamo equiparare quanto detto poco sopra in riferimento al certosino lavoro di basso di Henriksson anche per quanto concerne la prestazione vocale del singer della band. Il cantato trasale quindi dal "solo" ruolo di accompagnamento e ideale conclusione di quanto elaborato dalla sezione strumentale e diviene esso stesso strumento indipendente ma, nello stesso tempo, perfettamente funzionale con il resto della struttura del brano disegnando, di volta in volta, momenti più aggressivi ed altri più introspettivi e trascinando dietro di sé tutto quanto attiene alla strumentazione tecnica propriamente intesa. Il tutto è perfettamente bilanciato e concorre all'esito eccelso del pezzo in questione che, pur privo di assoli al fulmicotone o di riff particolarmente intricati, brilla per la sua ammaliante atmosfera di fondo, trasognante e dal respiro quasi arabesco, abilmente creata dai cinque di Gothenburg. Si segnala, fin dal secondo full length, l'incredibile capacità della band di eseguire transizioni sonore praticamente inappuntabili sotto ogni punto di vista, l'abilità cioè di muoversi da momenti più calmi e riflessivi ad altri più furibondi e sostenuti, sia nel track by track globale, sia all'interno della stessa traccia e che diverrà, nel corso degli anni, uno dei maggiori punti di forza della formazione svedese, oltreché modello di riferimento per un incredibile numero di altre band che verranno in seguito. La sezione lirica appare, anche in questo caso, piuttosto criptica e di non facile interpretazione. Il protagonista della narrazione giace privo di vita e lontano da qualsiasi possibilità di riprendersi nel silenzio totale delle tenebre più oscure, egli cerca nel buio le risposte che lo possano rendere libero. Avviciniamoci, dunque, a lui con circospezione e tatto, in fondo siamo estranei nel suo regno dove divampano alte fiamme e regna una sorta di inedia perenne. Siamo disposti, peraltro, a perdonarlo, lui danzatore ed incantatore in cima ad orizzonti tetri che desidera ardentemente emanciparsi dalla sua condizione di schiavitù. La percezione che noi abbiamo della realtà è simile alla menzogna con la quale le persone che sono state ingannate, le cose non sono quelle che a noi sembrano, egli si nutre soltanto delle fiamme che lo sovrastano in altezza, la sua è una fame divina che mai si placherà. L'unico avvertimento di colui che medita ci viene disvelato ora in lontananza, non più fuoco né fiamme all'orizzonte, il desiderio di regnare si è placato in lui che, ora, ha paura di mostrare il suo volto all'alba che incombe. 

Midway Trough Infinity

Midway Through Infinity (A metà strada attraverso L'infinito) riparte laddove si era concluso il pezzo precedente, con il quale condivide una certa somiglianza a livello di intelaiatura: drumming corposo e chitarre che dettano un ritmo sostenuto con tendenza al travolgente fin da principio sono gli elementi che incontriamo non appena abbiamo premuto il tasto play del nostro fedele impianto stereo. L'impostazione vocale di Stanne risulta ancora decisamente old school, così come pure le principali soluzioni tecniche adottate dalla band. I notevolissimi spunti melodici e di atmosfera, scientemente collocate lungo i tre minuti e mezzo della durata, ne sfumano e ne arricchiscono in parte i lineamenti; senza simili sapienti correzioni e rimodulazioni di tiro avremmo potuto senz'altro definire il brano in questione come collocabile al filone del metallo nero, pur essendo privo delle atmosfere lugubri e sinistre tipiche di quella branchia del metal. Dopo il passaggio solenne ed eroico dalla title track, si ha la sensazione che la band abbia il desiderio, o forse senta la necessità, di scaricare a terra tutti i cavalli a propria disposizione puntando forte sull'aggressività e sul furore espressivo, in attesa, magari, di un secondo momento più riflessivo e meraviglioso che già si staglia, fiero e grandioso sullo sfondo. Furore che trova il suo punto massimo nella gradevole strofa centrale ripetuta due volte?"grave to cradle, cradle to grave, so infinity clash, grave to cradle, cradle to grave in twofold matter?" "Dalla tomba alla culla, dalla culla alla tomba, uno scontro infinito, dalla tomba alla culla, dalla culla alla tomba in duplice materia". Sono versi scritti apposta per sottolineare l'anima pluridimensionale della band: quella briosa e dinamica legata al lieto evento rappresentato da una nascita, e quella malinconica e lugubre, da sempre affascinata e sedotta, in una sorta di venerazione rituale, per l'imponente Signora di nera vestita e munita di grossa falce tra le proprie mani. Un refrain che si lascia cantare con una certa disinvoltura e che rappresenta, senz'altro, il passaggio meno sperimentale in assoluto di tutto l'album. Anche in questo frangente la band sembra precorrere i tempi sulla via che la porterà, fortunatamente non in un futuro immediato, a comporre pezzi caratterizzati da ritornelli orecchiabili e "catchy" con l'intento evidente di far breccia nelle orecchie dell'ascoltatore fin dal primo impatto. Va tuttavia segnalato che una trovata del genere, all'interno di un contesto come quello racchiuso in un'opera monumentale come "The Gallery" risulta essere una discreta forzatura tanto da mettere nelle condizioni il critico più severo e puntiglioso di poter etichettare il pezzo come uno dei meno convincenti dell'intero lotto. Una traccia giusta all'interno dell'album sbagliato potremmo definirla questa "Midway Through Infinity" che, sarebbe invece risultata perfetta in qualunque altro album dei DT a partire da Damage Done in poi. Ci viene presentata l'eterna dicotomia tra passato e futuro: due forze nello stesso tempo in contrasto tra loro, tra ricordi ed esperienze vissute ed illusioni e speranze per il domani, ma anche complementari l'una all'ultra nel disegnare il presente di ognuno di noi, entrambe fondamentali nel tracciare il cerchio completo entro al quale ogni essere umano si muove giornalmente. A suggellare ulteriormente questa sfida temporale anche un particolare uso della grammatica, ("Tomorrow remembered"), in cui, ad un avverbio di tempo futuro, viene affiancato un verbo coniugato al passato. Licenza poetica che solo i grandi possono concedersi, non c'è che dire. Il tuo ieri è, quindi, il mio futuro, entrambi disillusioni deliranti laddove gli alberi morti ondeggiano blandamente. La sciabola ha separato i due contendenti con un taglio preciso, la fiamma della candela ne brucia egualmente entrambe le estremità. Il messaggio che la band lancia appare, in questo caso, abbastanza chiaro e meno enigmatico: inutile soffermarsi a rimuginare il passato vissuto, altresì vano è illudersi in chissà quale futuro misterioso. Il tempo è su di noi ora, viviamo il presente con forza e vigore, andando oltre quelli che sono i naturali limiti convenzionali del tempo. 

Lethe

Giungiamo cosi all'apice, non solo di The Gallery ma, probabilmente, dell'intera carriera discografica dei Dark TranquillityLethe (Lete) è l'emblema massimo di cosa significhi suonare melodic death, l'alfa e l'omega di tutta la produzione della band scandinava, una canzone che da sola giustificherebbe i soldi spesi per l'acquisto del full length, un inno alla disperazione umana più assoluta ed un omaggio contemporaneo alla mitologia classica greca e romana più raffinata. Lete, oltre ad essere il nome della figlia della dea della discordia Eris, è il fiume dell'oblio per eccellenza, il luogo ove l'uomo sosta per depurare il proprio corpo dalle scorie del passato ed ottenere, così, il lasciapassare per il Paradiso. Platone lo identifica come il luogo della reincarnazione delle anime, da conseguirsi però non attraverso il dissetamento corporale presso le acque del fiume, ma mediante un più profondo processo interiore che consenta all'individuo di raggiungere un superiore livello di saggezza, Virgilio nella sua Eneide poco si discosta dai concetti espressi dall'illustre collega ellenista, aggiungendo riferimenti ad antiche elucubrazioni pitagoriche, Goethe e Baudelaire ne esaltano la componente più drammatica, ma è ancora una volta grazie al sommo poeta fiorentino che il fiume Lete trova una sua connotazione soprannaturale, quasi divina. Dante, (che lo chiama erroneamente Letè), colloca questo corso d'acqua nel Paradiso terrestre, alla sommità del Purgatorio e le vicende qui narrate datano verosimilmente 13 aprile 1300. Qui un Alighieri, intimorito e capace di rispondere solamente con un misero si detto flebilmente sottovoce, di fronte alle sempre più incalzanti accuse di tradimento mossegli da Beatrice, che già ha varcato la soglia del fiume, riconosce, infine, il suo peccato terreno e cade svenuto. Una volta riavutosi viene immerso totalmente nelle acque del Lete grazie alla mediazione della meravigliosa Matelda, scontando tra profondi rimorsi i suoi errori terreni, nello specifico il fugace tradimento corporale all'anima pura di Beatrice perpetrato dopo la morte della stessa. In seguito a questo rito di purificazione spirituale Dante potrà di nuovo guardare negli occhi la sua amata attraverso gli occhi del grifone simboleggiante Cristo: Beatrice, sollecitata dall'apparizione delle tre Virtù teologali, si mostra generosa con lui e si toglie il velo che le nascondeva il volto mostrando, così, la sua bellezza sfolgorante, quale manifestazione tangibile della luce di Dio e non definibile secondo alcun criterio umano conosciuto. Dopo una seconda immersione nell'affine fiume Eunoè Dante è "puro e disposto a salire le stelle". L'incipit della traccia è ormai passato alla storia come qualcosa di memorabile: un minuto e venti secondi esatti che costituiscono una intro malinconica e deprimente come poche altre volte avevamo sentito in passato; il tutto corredato da un forte retrogusto folk ed ulteriormente impreziosito da pregevoli arpeggi di basso in bella evidenza. Per coglierne appieno tutte le sfumature intrinseche un ascolto almeno ad occhi chiusi dovrete concedervelo, vi sembrerà di stare fluttuando leggeri, evanescenti in una dimensione parallela, ondivaga, alta. Un simile scenario iniziale viene letteralmente preso a calci in faccia un attimo dopo da riff rabbiosi e da un drumming indiavolato che paiono scaturire dal nulla e che coincidono con il primo inserimento vocale di Stanne, di gran lunga alla miglior interpretazione di sempre. La simbiosi tra la componente strumentale e quella lirica è completa e totale, le liriche danno ulteriore forza e vigore agli strumenti e viceversa. Il forte senso dell'epicità traspare quando siamo poco oltre il secondo minuto: le chitarre prendono il sopravvento e tracciano melodie serrate che viaggiano spedite per inerzia, senza deragliare mai fuori dai binari della tecnica esecutoria sopraffina. Il meccanismo dei Dark Tranquillity è oliato alla perfezione e nulla è in grado di frapporsi loro sulla strada verso la gloria eterna. Una maturità fuori dal comune viene evidenziata nella sezione centrale, ricca di personalità e di una forte carica emotiva, manifestata equamente da ogni singolo componente della formazione. Al terzo minuto odiamo, con grande piacere, in sottofondo pure la candida voce di Eva Marie per un breve momento di accompagnamento lirico al funambolico Mikael che, però, ben presto si riprende la scena tutta per sé trasmettendo un pathos emozionale senza pari. Il finale è ancora una volta affidato alle gravi e lugubri note del preciso basso di Henriksson, protagonista di prim'ordine del brano analizzato. Versi anch'essi divenuti leggendari fanno da corredo ad una simile proposta musicale: si parla di un amore irraggiungibile, sfuggitoci di mano tra sofferenze angosciose ed ognuno di noi si sente messo al centro della narrazione in quanto partecipe, nel proprio vissuto personale, delle vicende descritte, patimenti comuni per ognuno di noi descritti però con versi assolutamente fuori dall'ordinario, riservati solo ai grandi della letteratura romantica neo-classicista. Chiediamo alla nostra donna ideale, la cui natura è a metà tra l'essere umano e quello divino, di porci la bevanda del fluido che disintegra il passato, il balsamo e la benedizione della dimenticanza, vuota e gagliarda. Abbiamo bisogno che ella ci stringa forte a sé, mentre noi le andiamo incontro a gran velocità tra cieli notturni, è lei la nostra lama e la nostra corda, è lei il nostro Lete. Nelle correnti del cobalto si fionda diretta al nostro cuore con l'intento di recidere e forare ricordi che ancora bruciano in noi, le sue dita ci feriscono come artigli e ci uccidono una seconda volta, le coltellate che ci vengono inflitte provocano in noi dolori acuti. La nostra è una vera e propria supplica e la strofa che segue è, quasi certamente, la migliore in assoluto: "rapiscimi, invadimi ed accusami di nuovo perché io brucio e tremo, brucio ad ogni movimento". Ecco sopraggiungere ora la purificazione spirituale attraverso un flusso di luce che ci fa apparire rigenerati, riplasmati nel nostro io e candidamente accarezzati da un balsamo profumato, affoghiamo il nostro amore tra le dita di lei in un abbraccio breve ma intenso. L'implorazione raggiunge il suo punto apicale nella stanza conclusiva: chiediamo al nostro amore di trascinarci verso il basso, in sospiri appassionati con l'oceano sopra di noi e le fiamme ardenti negli occhi. Concedimi una vita che valga la pena di essere vissuta, portami via dalla vita che odio sono gli ultimi aneliti che affidiamo alla amata, i versi finali con cui Stanne e soci si consacrano all'immortalità del panorama estremo mondiale. 

The Emptiness From Wich I Fed

The Emptiness From Which I Fed (Il vuoto da cui mi sono Nutrito) rientra anch'essa nella categoria delle tracce "sfortunate" dell'album: pur non demeritando minimamente essa non gode, infatti, della personalità e del carisma di altre hit contenute in questo LP,  finendo, quasi inevitabilmente, nel giro di alcuni ascolti soltanto. Degne di note sono, nel dettaglio, liriche questa volta di più facile lettura che raccontano di un profondo stato di solitudine interiore e di un vuoto dell'animo difficilmente colmabile. Nessun occhio del silenzio potrà mai mentire, l'assenza completa di suoni non sfama più il nostro animo bisognoso e carente di emozioni fulgide, la sola essenza della bellezza non è sufficiente, pur nel suo fascino persistente, ad illuminare il vuoto cosmico in cui viviamo. La nostra è una battaglia destinata a sconfitta certa, in virtù di questa ferma convinzione rifuggiamo dalle risposte di cui abbiamo bisogno, troppo a lungo abbiamo perpetrato gli stessi errori tra eterne negazioni ed odiose forme di disprezzo verso l'altrui essere umano. Ci chiediamo se il silenzio che proviamo potrà mai essere condiviso da qualcun altro e, in caso affermativo, se la percezione comune del silenzio potrà adattarsi a qualsivoglia schema standardizzato nel quale ci troviamo costretti a vivere, nostro malgrado. Urlando vanamente siamo divenuti proprio ciò di cui avevamo il terrore di diventare: pezzi mancanti di una scacchiera che necessitano di essere sostituiti, quello che la vista non è in grado di cogliere è esattamente il vuoto da cui siamo fuggiti. La potenza della batteria di Jivarp ci accoglie con sfuriate maestose e demolitrici, su cui ben si innestano gli inserti chitarristici della coppia Sundin - Johansson. Da veri pionieri del genere i Dark Tranquillity si concedono passaggi di gran pregio miscelando nelle giuste proporzioni autorevolezza e melodia, tecnica pura e liriche di una ricercatezza non indifferente. Proprio il non doversi confrontare, sostanzialmente, con nessuna altra realtà assimilabile a loro consente al gruppo di poter immettere una certa dose di sperimentalismo in ogni singola traccia: quella qui analizzata non fa eccezione in quanto risulta essere arricchita da un gustoso senso di avanguardia sonora, in questo senso esemplificativo è il break con voce parlata che incontriamo al minuto 01:30 e che sarà fonte di ispirazione per un gran numero di band nel corso degli anni a venire, (vedi quelli che, ad oggi, sono considerati i "figli prediletti" dei DT, i finlandesi Insomnium del bravo vocalist Niilo Sevanen). Gli standard di riferimento sono tornati ad essere quelli dettati nel primo capitolo di questo album, serrati e veloci, alcuni istanti sembrano addirittura rifarsi allo speed/thrash metal di scuola americana di metà anni ottanta per la straordinaria rapidità di esecuzione messa in campo dalla band, quand'ecco che, al minuto 02:53, cala di colpo un silenzio quasi assoluto, rotto solo da alcune brevi e magniloquenti linee di chitarra acustica che precedono di pochi secondi un nuovo, dirompente inserimento vocale da parte di Stanne che riporta il pezzo su binari aggressivi e furiosi. Al minuto 04:05 Sundin cala un altro assolo mirabolante che, unito ad un ultima porzione caratterizzata da riff intricati ed inesorabili (tra i migliori in assoluto del lotto), consente di mantenere alta la tensione nell'ascoltatore fino alla fine della durata del brano che, con i suoi quasi sei minuti di durata, risulta essere secondo solo al pezzo che andremo ad ascoltare in chiusura. Un pezzo il cui "difetto" maggiore sta forse proprio nell'eccessiva ricercatezza sonora che ne penalizzò, in breve tempo, la resa globale nel tempo facendolo uscire dalle scalette live della band nel giro di breve tempo ma che, preso singolarmente, risulta certamente essere tra i migliori dell'album; esso inoltre funge da egregia transizione verso gli ultimi due momenti racchiusi in questo The Gallery, caratterizzati da ben altri ritmi e da sonorità decisamente più soffuse e tenui. 

Mine Is The Grandeur

Mine is the Grandeur(Mia è la Grandezza?) è un pezzo interamente strumentale di poco più di due minuti che, di fatto, costituisce il primo paragrafo di un unico capitolo che andrà letto insieme alla successiva traccia conclusiva. Tonalità folkloristiche, quasi evocanti un appassionato flamenco andaluso, sono dettate da una solitaria e discreta chitarra acustica che disegna pochi, semplici accordi non privi però di una grande forza d'impatto emozionale. La sezione centrale viene arricchita dall'inserimento di ulteriori due chitarre acustiche e dal rimbombo pesante e cupo dei timpani della batteria, grazie ai quali, la tensione riesce a raggiungere dei picchi notevoli pur essendo la traccia priva di qualsiasi riferimento vocale e presentando una componente strumentale ridotta all'osso, minimalista nella versione più pura e genuina del termine. Il pezzo scorre via fluido, a briglia sciolta, senza distorsione alcuna se non negli ultimi istanti dello stesso utili per anticipare e per collegarsi, con grande suggestività, al prossimo brano in entrata. Ancora una volta si percepisce un forte senso di sperimentalismo con atmosfere trasognanti ed idilliache che si stagliano in sottofondo su quello che è, a tutti gli effetti, il primo esperimento strumentale in assoluto della carriera dei Dark Tranquillity: questo ed il successivo, affine, pezzo finale lasciano intravvedere sviluppi futuri che saranno ripresi ed ampliati, pur se non particolarmente apprezzati dal pubblico, (soprattutto nel breve periodo), nel successivo The Minds' I. La band omaggia il proprio portentoso vocalist concedendogli questi 150 secondi circa di riposo in cui presenta una sobria marcia che, al contempo, riesce ad apparire briosa anche se tragica, vivace ma corredata da sfumature di drammaticità ed ancora una volta certifica, nei fatti, l'enorme carattere della formazione nordica, la capacità innata di porsi contemporaneamente su più livelli di interpretazione, l'abilità intrinseca di offrire molteplici chiavi di lettura ai propri brani, spesso l'una di significato completamente opposta all'altra. Ognuno è in grado di cogliere spunti strettamente personali, trarre riflessioni intime che sono solo sue e ciò eleva Stanne e compagni su di un solido piedistallo dorato nel panorama musicale di metà anni novanta. Se l'iniziale Punish My Heaven descriveva alla perfezione cosa si intende per opener di un album, l'accoppiata Mine is The Grandeur? ?Of Melancholy Burning è quanto di meglio si possa chiedere ad una traccia di chiusura di un full length, benché spezzata in due elementi, l'uno complementare e funzionale all'altro. 

...Of Melancholy Burning

?Of Melancholy Burning (?Dell'ardente Malinconia) conclude come meglio non potrebbe l'album: essa, con i suoi oltre sei minuti di sviluppo complessivo, è la traccia più lunga dell'intero lotto di canzoni presentate. L'incipit del pezzo nasce, sostanzialmente, laddove era sfumata Mine is The Grandeur, ma ben presto le chitarre si fanno più aggressive ed incalzanti. Siamo vicini alla conclusione e la band sa bene quanta importanza abbia concludere un album con un ultimo, indimenticabile pezzo: le atmosfere sono grandiose, imponenti e sofferte, Stanne, riposatosi nel precedente interludio strumentale, torna a ringhiare con veemenza e ci appare più incisivo che mai. La batteria dell'abile Jivarp è in grado di tratteggiare scenari di continuo mutevoli e aprire nuove strade che, solo un attimo prima, parevano essere completamente precluse alla nostra vista. Al minuto 02:25 il momento forse più epico dell'intero album ci viene offerto grazie ad un incredibile riff di chitarra di Sundin che sembra provenire direttamente da una dimensione ultraterrena, la via verso gli spazi cosmici che si apriva in lontananza, oltre 40 minuti fa, in fondo alla galleria di opere d'arte rappresentata sulla copertina dell'album ci appare ora del tutto priva di ostacoli e siamo in grado di tuffarci nell'immensità dell'universo, nulla si frappone più tra noi e la pace dei sensi mistica. Al minuto 02:54 non ci sorprende più di tanto il nuovo, sensazionale inserimento vocale dell'ospite d'onore, quella Eva Marie Larsson che, ancora una volta, fa capolino con la sua voce incredibilmente pulita e sensuale. Per contrasto la voce di Stanne diviene, se possibile, ancora più abrasiva e "cattiva" da qui in avanti si assiste ad una vera e propria cavalcata epica inarrestabile. Ancora forte è l'atmosfera folk, specie nei momenti più cadenzati e nei break, abilmente collocati dalla band per farci rifiatare un pochino. La chiusura è affidata alle note malinconiche di una chitarra acustica, degna conclusione del brano più particolare ed intricato dell'intero album, potente ed appassionato episodio conclusivo di un autentico capolavoro fuori da ogni schema e da ogni tempo. Nel suo piccolo una traccia che voleva essere un sunto di quanto contenuto nell'album intero, al punto che, la durata complessiva di oltre sei minuti, ci appare perfino eccessivamente striminzita di fronte alla incredibile varietà di soluzioni apportate dalla band nelle precedenti 10 tracce. In ogni caso assieme all'opener, a Edenspring, alla title track e a Lethe certamente uno dei brani migliori all'interno di una tracklist che, come ricordato più sopra, si mantiene su livelli stratosferici dall'inizio alla fine. Gli scenari dipinti dalla band sono anche in questo caso velati da profonde sofferenze e da intimi travagli dell'animo. Si narra della grandiosità della malinconia come rappresaglia verso il mondo esterno, le parole non pronunciate fanno soffrire l'uomo, paragonato ad uno sciacallo opportunista e iracondo. Sempre e mai tu sarai il mio chiodo, sempre e mai hai parlato del tuo dolore, tu maledetta essenza della notte che guidi i miei passi. La fragilità diviene debolezza, la vendetta si fa dolore, la tempesta galoppa veloce nella notte, i suoi occhi di brace oltre la ragione la condurranno. I giorni futuri saranno dominati dalla logica della vendetta, non potremo più sorseggiare tranquillamente il nostro the nel deserto, nella nostra terra natale regnerà un'incertezza carica di tensione latente, pronta ad esplodere in ogni momento. La mia anima è stata afferrata dalla tempesta perché nessun altro al mondo prova un simile dolore, non sento alcun beneficio in me ma solo una furia cieca che aspetta solo di essere scatenata. E' necessario che lo sciacallo che è in noi possa far uscire la propria ira, troppo a lungo soppressa nel lutto, la grandiosità della malinconia dominerà fino alla fine dei nostri giorni.

Conclusioni

L'album che, per la stragrande maggioranza delle realtà dell'universo metal non arriverà nemmeno nell'arco di un'intera carriera discografica, giunge, invece, per i Dark Tranquillity appena alla seconda uscita su lunga distanza. La band svedese appare in stato di grazia dalla prima all'ultima nota suonata e confeziona quello che, per un gran numero di persone, è l'album più significativo di sempre in ambito melodic death metal. Ottimamente coadiuvati dal fido produttore Fredrik Nordstrom i cinque ragazzi di Gothenburg affinano e smussano gli angoli più grezzi del seminale, brillante Skydancer uscito un paio di anni prima: la qualità complessiva dei suoni appare cristallina ma non artefatta, rimane comunque una discreta dose di ancestralità nelle registrazioni che conferisce un ulteriore tocco di  vera genuinità alla proposta contenuta nell'album tutto. La coppia di chitarre architetta melodie che, in linea di massima, sembrano svilupparsi attorno a pochi, semplici accordi ma che, nel corso dei vari brani, si arricchiscono a dismisura di nuovi elementi, si amalgamano meravigliosamente tra momenti più aggressivi e grintosi ed altri più romantici e suadenti, andando a comporre armonie sorprendentemente ricche e multisfacettate. I passaggi eccessivamente tecnici sono, peraltro, ridotti all'osso e gli assoli significativi si possono contare sulle dita di una mano, la capacità del duo Sundin - Johansson di proporre soluzioni innovative, sperimentali e ardite, pur nella loro relativa semplicità, è comunque qualcosa di assolutamente mirabolante. La batteria di Jivarp si posiziona, stabilmente, su mid tempo sostenuti ma raramente debordanti; pochi sono infatti i momenti realmente ascrivibili alla furia dei blast beats, molto più numerosi, viceversa, i passaggi più cadenzati e di accompagnamento rispetto al principale lavoro delle due chitarre guida. Proprio lo spiccato carattere di sperimentalismo contenuto in The Gallery rappresenta uno degli aspetti migliori dell'album stesso. Elementi quali gli incantevoli duetti tra lo scream/growl abrasivo quanto basta di Stanne e la voce pulita e sognatrice della Larsson, l'uso massiccio del basso del talentuoso Henriksson, in alcuni brani addirittura assurto al ruolo di protagonista assoluto, l'inserimento contemporaneo di tre chitarre acustiche, le liriche ancora infarcite di espressioni arcane ma di straordinaria resa globale ci consentono, senza ombra di dubbio, di poter definire l'album come un'opera d'arte decisamente d'avanguardia. I Dark Tranquillity, dall'alto di una preparazione tecnica fuori dal comune e forti anche del fatto di doversi confrontare con pochissime altre realtà affini in quel periodo, precorrono ampiamente i tempi e regalano un lavoro che, a distanza di oltre vent'anni, risulta fresco e moderno come pochissimi altro sanno ancora essere. Gli ultimi due aspetti da analizzare sono, nuovamente, le liriche che fanno da cornice all' LP e la prestazione vocale di Stanne. Per quanto riguarda il primo aspetto, va sottolineato il tentativo, non riuscito nella sua interezza, da parte del gruppo di limare l'eccessiva ampollosità che aveva caratterizzato il precedente full length. Diversi passaggi risultano, infatti, ancora di non facile interpretazione e, forse, eccessivamente criptati da un uso della lingua inglese fin troppo debitore dei gloriosi fasti del XIX secolo. Pur tuttavia, come già evidenziato nel corso di questo lavoro, le liriche rappresentano per la band un vero valore aggiunto all'interno di una proposta musicale già di per sé eccellente: fin dallo spessore di alcuni titoli si capisce quanto il gruppo tenga a diversificarsi dal resto della compagnia e testi come quelli contenuti in Edenspring, The Gallery, Lethe, ?Of Melancholy Burning sono certamente alcuni tra i migliori di sempre in ambito metal. L'aver allargato il processo compositivo a tutti i membri della band ha consentito di arricchire i testi di elementi personali sempre differenti, ogni componente della formazione portò, infatti, in dote un suo vissuto ed un suo background culturale ben specifico: la capacità di fondere, con una maestria senza eguali, tutte queste storie al fine di ottenere elaborati di una straordinaria omogeneità complessiva è un altro dei maggiori pregi dell'album. Mikael Stanne, a sua volta, fa la parte del leone con un coinvolgimento emotivo di assoluto spessore: egli riesce a dare vita alle vicende che, nel corso dell'album, si susseguono tra intime sofferenze dell'animo ed aneliti di remissione per i propri peccati mortali, i protagonisti delle vicende narrate acquisiscono uno spessore ed un volume proprio e non si limitano ad apparirci come ombre evanescenti e lontane. Ancora fortemente legato a radici di stampo black e folk, il singer sa passare in un attimo da interpretazioni grintose e ferali ad altre introspettive ed emozionanti e pure all'interno della stessa traccia è in grado di offrire differenti stili di canto, senza deludere mai le attese. Questo innato spirito di adattamento sarà ulteriormente sviluppato dal vocalist nel corso di tutta la sua onorata carriera e sarà proprio in virtù di ciò, oltreché per la sua grande abilità nel saper trasferire le proprie emozioni all'interno dei testi composti, che egli diverrà uno dei più apprezzati cantanti metal del mondo. Significativi, sotto questo punto di vista,  gli incantevoli duetti con la bravissima Eva Marie Larsson, cui spetta una menzione particolare per l'eccellente lavoro svolto nelle tre canzoni in cui è stata chiamata in causa.  In definitiva The Gallery è un album di non facile assimilazione che necessita di diversi passaggi per essere completamente digerito, ma rappresenta certamente un lavoro imperdibile, uno di quelli che devono necessariamente fare bella mostra di sé all'interno della collezione di ogni metallaro che si rispetti, nonché apice massimo ed irraggiungibile per la formazione svedese e fonte di ispirazione per un numero incredibile di altre band che verranno in seguito.  L'Album melodic death per eccellenza. Fine di ogni discorso!

1) Punish My Heaven
2) Silence, and The Firmament Withdrew
3) Edenspring
4) The Dividing Line
5) The Gallery
6) The One Brooding Warning
7) Midway Trough Infinity
8) Lethe
9) The Emptiness From Wich I Fed
10) Mine Is The Grandeur
11) ...Of Melancholy Burning
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