DARK TRANQUILLITY

Skydancer

1993 - Spinefarm Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
14/02/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Con immenso piacere mi accingo ad iniziare per voi un lungo viaggio alla scoperta di quella che fu, ormai una quindicina di anni fa, una delle primissime band metal che io abbia mai ascoltato, nonché, tuttora, una delle mie preferite in assoluto. In musica, come nella vita stessa, un ruolo cruciale pur se scomodo lo svolgono i pionieri, fautori, cioè, di un rinnovamento di genere che affidano, con audacia e determinazione, alla collettività affinché essa ne possa godere i benefici, (e i guadagni), futuri. Posizione non facile la loro il cui coraggio iniziale rischia, con il passare degli anni, di venire scambiato per sfrontatezza, eccessivo egocentrismo e mancanza di rispetto dei classici se non corroborato dall'ottenimento di risultati tangibili ed i cui inediti  percorsi schiusi finiscono, d'altro canto, per essere invasi, calpestati, saturati e violentati da una miriade di altri soggetti che ne apprezzano, invece, i nuovi scenari offerti, le insolite panoramiche proposte. La band oggetto della presente recensione, insieme a pochissime altre, ebbe proprio l'ingrato compito di aprire una via nuova al modo di intendere musica nei primi anni novanta: simile ad una intrepida cordata di scalatori che si incarica di affrontare una ripida parete mai battuta prima affinché altri possano ripercorrerla, poi, per giungere in vetta ad una imponente montagna, essa fece conoscere al mondo intero il significato dell'accezione melodic death metal. E' con sentimenti contrastanti di giovanile orgoglio ed amara nostalgia per quegli anni ruggenti e felici che la mia mente ripercorre, così, i gloriosi anni delle superiori quando, quasi all'improvviso, i suoni grezzi, marci e sgangherati del grunge di Seattle che, all'epoca riempivano i miei pomeriggi di studio, non bastarono più a soddisfare la mia sete di "alternatività" e di ribellione adolescenziale. Nel momento in cui, al milionesimo ascolto di Smells Like Teen Spirit, rimasi pressoché impassibile alla mia scrivania, senza nemmeno accennare un minimale confusionario headbanging con i miei capelli, (mai così lunghi come allora), capii che era il momento di provare qualcosa di diverso. L'inizio del primo anno di specializzazione tecnica segnò, pertanto, il mio primo incontro con il prototipo del metallaro doc. Quell'anno la mia classe venne integrata da alcuni ragazzi ripetenti, di cui almeno un paio presentavano tutti gli stilemi  tipici del metallaro più intransigente. Folta e scura chioma di capelli lasciati liberi di penzolare fino a metà schiena, ad imperituro omaggio del personaggio di Eric Draven ne "Il Corvo", giacche borchiate di pelle anche in pieno inverno, pesantissime felpe, rigorosamente nere, fino a primavera inoltrata, ed anfibi militari ai piedi, oltre ad una notevole stazza fisica che li rendeva grandi quasi il doppio rispetto a me. Fui subito profondamente affascinato da quella strana coppia, esattamente agli antipodi da me, ragazzo timido ed apprensivo fino all'estremo ed il cui rendimento scolastico era, fortunatamente, di parecchio superiore al loro. Tuttavia i nomi delle band incisi su quelle felpe, (Death, Dimmu Borgir, Cannibal Corpse..), ed i soggetti ivi rappresentati, (zombie assetati di sangue, bestie infernali portatrici di morte ed evidenti riferimenti anticristiani e blasfemi), erano eccessivi per me, cresciuto in una famiglia fortemente religiosa e credente. Così decisi di spostare le mie attenzioni altrove, pur avendo già, inconsciamente, consegnato in eterno la mia anima al metallo pesante. In particolare, in un periodo in cui l'uso di internet non era ancora ossessivo come lo è oggi, la mia curiosità fu catturata da una curiosa definizione che suonava quasi come un ossimoro: l'aggettivo melodico si trovava, infatti, affiancato al sostantivo morte ed un simile accostamento terminologico rimase subito stampato nella mia mente durante le prime, spensierate ricerche online. Ovunque leggevo di melodic death metal, nel dettaglio, erano sempre tre i nomi che venivano citati: Dark Tranquillity, In Flames  e, con qualche distinguo di sorta, At The Gates. Un secondo bizzarro accostamento di termini, all'apparenza, in contrasto tra loro, si inoltrò subito in me: oscura - tranquillità. La mia frizzante mente di adolescente, che leggeva, allora, con interesse Baudelaire e Rimbaud fantasticava su come potesse la tranquillità, luminosa e brillante per natura, divenire oscura e minacciosa. La curiosità era tanta ed il desiderio di ascoltare questa band cresceva di continuo così che, un giorno,  un mio compagno di classe, più avvezzo di me al mondo delle nuove tecnologie e certamente esasperato dalle mie pressanti richieste, mi fece finalmente avere una copia, (rigorosamente masterizzata), di quello che leggevo essere il capolavoro della band, quel "The Gallery" uscito nel 1995 per Century Media. Sulle note di Punish My Heaven, Lethe o ?of Melancholy Burning mi innamorai immediatamente di quel gruppo, lo stile vocale del cantante, (di cui ancora ignoravo la definizione specifica e pure le generalità anagrafiche), così massiccio e corposo, abilmente accoppiato ad una suadente e romantica voce femminile, mi entrò nella mente come e peggio di una droga, intuii subito che non mi sarei staccato tanto facilmente da quei suoni. Rimasi talmente folgorato da quella proposta musicale, così fresca e potente, carica di energia benché melodica al punto giusto da non risultare inascoltabile, da realizzare una rudimentale copertina personalizzata per quel cd, altrimenti destinato ad essere riposto in una bianca, desolata ed anonima custodia di plastica da supermercato. Mi impegnai così a fondo che, pur limitandomi a scrivere il nome della band ed il titolo dell'album, oltre ad una semplice successione di cornici concentriche che, ironia della sorte, si rivelarono essere affini al soggetto raffigurato sulla copertina originale dell'album, dimostrai una insospettabile precisione stilistica ed una ragguardevole pulizia del tratto, mai riproposti nelle materie prettamente tecniche contenute nel mio percorso di studi. Tutto doveva essere finalizzato a dare un tocco di "originalità" a quel cd e così anche l'interno della copertina fu completato inserendo con precisione la tracklist completa e la durata di ogni singola traccia. Per dovere di cronaca, prima di chiudere il libro dei ricordi ed entrare nello specifico di questa recensione, segnalo che ancora oggi non mi sono deciso ad acquistare una delle molteplici versioni originali presenti sul mercato di quell'album, proprio per non recidere definitivamente il legame affettivo e sentimentale che ancora mi unisce a lui, rimasto, orgoglioso e fiero, unico esemplare non originale all'interno della mia collezione. Il primo nucleo dei futuri Dark Tranquillity si formò a Gothenburg, sotto il nome di Septic Broiler, nel corso del 1989 per volontà degli allora quindicenni Mikael Stanne e Niklas Sundin ai quali, non molto tempo dopo, si aggiunsero altri tre membri: il sedicenne Anders Friden, Anders Jivarp e Martin Henriksson. Il 1989 fu un anno di fondamentale importanza storica per l'Europa e per il mondo intero in quanto, nel novembre di quell'anno, si verificò il crollo del muro di Berlino, l'imponente fortificazione che, da quasi trent'anni, divideva sostanzialmente in due l'intero Continente. Da una parte l'Europa filoamericana, progressista e liberale, dall'altra l'Europa filosovietica, comunista ed accentratrice. Anche la musica cantò e suonò di quel muro, simbolo della guerra fredda che portò a sfiorare il terzo conflitto mondiale e, d'altro lato, ultimo ricordo tangibile degli orrori e delle separazioni della guerra conclusa nel 1945. Dal compianto David Bowie con la sua romantica Heroes, al grande maestro Rostropovich che suonò il suo violoncello l'11 novembre 1989, due giorni dopo la simbolica caduta del muro, di fronte ad una folla di tedeschi, finalmente uniti, in lacrime ed abbracciati fraternamente l'uno all'altro fino a quel "Vento di Cambiamento" degli Scorpions, canzone divenuta il simbolo della riunificazione della Germania e tutt'ora brano più venduto di sempre nella nazione tedesca, senza dimenticare, ovviamente, la storica "Another Brick In The Wall" dei Pink Floyd con la sua rabbia crescente ed il suo forte messaggio di protesta e di disperazione. Questo fu, dunque, lo scenario in cui i Septic Broiler iniziarono a muovere i loro primi, titubanti passi nell'Europa che stava cambiando e che lo stava facendo in maniera repentina. Cosi quel vento di cambiamento descritto da Klaus Meine attraversò il Baltico e, dalla Germania riunita, arrivò rapidamente nella fredda, e scarsamente popolata Nazione scandinava che divenne, ben presto, la culla di una certa tipologia di fare musica "alternativa", nell'isolamento di quei paesaggi così aridi e desolanti fiorirono una miriade di giovani band dedite alle forme più estreme di metal allora conosciute ed il quintetto poc'anzi citato preparava, con pazienza e dedizione, la sua ascesa al trono. Nello stesso anno, il 1990, la formazione così composta rilascia due primordiali demo tape, Enfeebled Earth, a giugno, e Rehearsal December 1990, due settimane prima del natale. Cinque canzoni in tutto per un totale di circa vent'otto minuti di musica che vennero distribuiti in proprio nei circoli underground locali. Il più "anziano" membro della band, Anders Friden è incaricato delle parti vocali, la coppia di chitarre è formata dai due componenti originali, Sundin e Stanne, (chitarra di accompagnamento), Henriksson si occupa il basso e Jivarp, infine, è alla batteria. Da un punto di vista musicale la loro proposta sembra richiamare il thrash tedesco di metà anni ottanta: i Kreator di Mille Petrozza, in particolare, paiono essere il riferimento principale in questi due demo, anche se non mancano richiami, specie in sede vocale, agli americani Becerra e Schuldiner. Il gruppo si muove seguendo riff veloci e frenetici, in pieno stile thrash ma, nei momenti più rallentati, lascia intravvedere piccoli ma significativi spiragli di melodia. La qualità non eccelsa delle registrazioni su nastro incide, logicamente, sul giudizio finale di questi due prodotti che verranno ricordati, in seguito, più per l'importanza che ebbero che non per la loro qualità intrinseca. Contemporaneamente, in quegli anni, si muove, quasi su binari paralleli, un'altra giovane formazione che lascia presagire sviluppi interessanti per il proseguo della carriera: i Nihilist, rilasciano infatti in rapida successione, tra il 1988 ed il 1990, un tris di demo ed uno split album aprendosi, così, il campo per quello che sarà, di lì a breve, il capolavoro indiscusso del death metal europeo, quel Left Hand Path uscito nel giugno del 1990 sotto il rinnovato moniker di Entombed. Nel 1991, viceversa, i Septic Broiler decidono di mutare il proprio nome in Dark Tranquillity e, con questa nuova denominazione, rilasciano un terzo demo, Trail of Life Decayed, anch'esso più affine al thrash che non al death anche se vengono conservati, qua e là, spunti per passaggi atmosferici e delicati di assoluto pregio, anche di matrice progressiva. La prestazione vocale di Anders ancora non convince del tutto e appare un po' troppo tirata. L'anno successivo esce, su vinile, l'ep A Moonclad Reflection che contiene due sole, lunghe canzoni, (oltre i 7 minuti entrambe), piuttosto confusionarie, grezze e penalizzate ulteriormente da una produzione a dir poco pessima. Dopo tre demo tape totali ed un ep non propriamente entusiasmanti è tempo per i Dark Tranquillity, nel frattempo divenuti maggiorenni, di decidere cosa fare da grandi: restare nel calderone delle molteplici band potenzialmente di talento ma incapaci di emergere o, viceversa, tentare il grande salto e cimentarsi, finalmente sulla lunga distanza di uno studio album sperando di seguire l'esempio dei già citati Entombed in grado di fare centro al primo colpo. La band prese il coraggio a due mani e scelse la seconda opzione: il 1993 sarebbe stato, dunque, l'anno del primo full length a firma Dark Tranquillity. Prima di entrare in sala prove viene, però, rilasciato su cassetta limitata a 2000 copie, il lavoro intitolato semplicemente "Tranquillity" contenente sei tracce già presenti nelle precedenti due relaese. A primavera inoltrata, tra la fine di maggio e l'inizio di giugno, il gruppo entra, infine negli studi Soundscape della propria città natale per registrare il primo album in carriera. Il titolo scelto per questo primo full length fu dunque "Skydancer, (Danzatore del Cielo)", e la coraggiosa etichetta pronta a scommettere su questi cinque ragazzotti svedesi fu la finlandese Spinefarm Records che rilasciò il lavoro in data 30 agosto 1993. Già dal titolo scelto e dall'immagine posta in copertina possiamo intuire che questo sarà un lavoro ricco di poesia e di magnificenza. Il nostro sguardo, infatti, incontra un tipico paesaggio scandinavo dove anche l'oscurità di un cielo in tempesta può essere trafitta, magicamente, da uno squarcio di luce intenso che è in grado di illuminare perfino l'orizzonte più remoto laddove nuvole, grigie e gonfie di pioggia, paiono adagiarsi candidamente sulle colline sottostanti. Completa lo scenario un rigoglioso filare di alberi sempreverdi, caratteristici di quelle latitudini, che hanno trovato sulle rive del maestoso corso d'acqua che scorre alle loro spalle l'habitat ideale per crescere e svettare nel cielo, coloratosi ora di un intenso azzurro. L'autore di questa foto che potrebbe rifarsi ad una spettacolare alba scandinava è tale Kenneth Johansson.

Nightfall by the Shore of Time

La traccia d'apertura è, quindi, "Nightfall by the Shore of Time, (Crepuscolo sulla Riva del Tempo)", che si apre con un urlo a squarciagola da parte di Anders ed inizia subito su ritmi decisamente sostenuti ed incalzanti. Nightfaaall! sbraita Friden quando ancora il sipario non è stato sollevato del tutto sul primo atto di questo lavoro. Il primo rallentamento, da un punto di vista strettamente sonoro, si verifica al minuto 0:50: stupisce, in  questo frangente, la capacità del ventenne cantante di adagiarsi a dovere alla nuova situazione presentata dagli strumentisti quando prolunga abilmente la dicitura della parola "Creation" che va così ad incastonarsi perfettamente nel tappeto ritmico ora più cadenzato. Esperimento che viene riproposto identico al minuto 02:40. La batteria, non eccessivamente potente, si posiziona più o meno sempre sulle stesse frequenze esecutive rimanendo, sostanzialmente, sullo sfondo. Il lavoro primario viene svolto dalla chitarra di Sundin che si candida di diritto ad essere il cuore pulsante di questa opener, i suoi riff sono si grintosi e taglienti ma al contempo esprimono grande musicalità ed ariosità, i continui cambi di passo conferiscono notevole tensione emotiva e fungono da catalizzatore primario nei confronti delle nostre orecchie di ascoltatori interessati. Veniamo sorpresi, poi, al minuto 02:09 da un breve assolo di chitarra acustica piazzato con intelligenza circa a metà del brano che precede, peraltro, una intensa sezione di batteria che mostra, ora, più coraggio e personalità. Non ci si annoia di certo in apertura ed ecco dunque, al munito 03:20 un nuovo, inatteso rallentamento, questa volta più prolungato, di una quarantina di secondi circa, in cui anche il vocalist approfitta della relativa quiete per ricaricare le batterie in vista del gran finale. Qui sale, nuovamente, in cattedra la prima chitarra che conferisce una notevole dose di melodia alla proposta mentre anche la narrazione va, progressivamente esaurendosi, dopo poco meno di cinque minuti trascorsi letteralmente sulle montagne russe, tra sfuriate al limite del black e passaggi melodici sinuosi di assoluta rilevanza. Da un punto di vista lirico siamo di fronte ad una vera e propria invocazione alla notte, (intesa come metafora della morte), che si sviluppa tra paesaggi oscuri dell'universo, il freddo pungente delle notti svedesi e tra cosmiche visioni di fiamme, cristallo e luce. Al calar delle tenebre, pertanto, veniamo posti all'interno di una rigida sera di novembre ed osserviamo un luminoso bagliore appartenuto ad una divinità perduta sfrecciare nella volta celeste di mezzanotte. E' tempo per noi di metterci in marcia seguendo il ritmo della maestosa notte alla scoperta degli elementi fondanti la vita stessa: fuoco, terra, acqua e vento incontriamo nel nostro cammino, (ripetuti non a caso due volte in sequela). Attraversiamo prati di asfodelo di omerica memoria dove le anime dei morti si aggirano, tra fiamme colossali, senza una meta. I nostri guardiani non possono vederci, le sorgenti di luce sono effimere e passeggere. La meta finale è il crepuscolo sulla riva del tempo laddove il nucleo dell'enigma esistenziale verrà spazzato via da un'ondata di fuoco impetuoso. Una notte fredda, ricolma di oscura malinconia ha sfigurato il ridente volto della luce ed il futuro si tingerà per noi del colore nero del lutto e della sofferenza. Addirittura fenomenale il finale del pezzo quando, a velocità praticamente folli Anders, dichiara amaramente che l'uomo non è nient'altro che un frammento dell'eternità, una pallida ombra, oggi, di ciò che un giorno sarà domani, solo nelle regioni più esterne della vita egli sarà in grado di trovare l'originaria tranquillità, attualmente smarrita. Allora, e solo allora, egli potrà innalzare le odi di Magonia e librarsi, leggero, in  volo verso l'aldilà. Il testo, composto in questo caso dal solo Sundin, risulta piuttosto complicato nella sua comprensione, anche perché arricchito pure di elementi tipici del folklore nordeuropeo poco conosciuti nel resto d'Europa, (scopriamo così, ad esempio, che Magonia è un immaginario regno celeste abitato da un popolo che si spostava su "navi nuvola" e che era in grado di creare tempeste ad hoc per saccheggiare il raccolto dei campi), gli stessi scenari descritti ci appaiono eccessivamente vasti e sconfinati per poterci orientare correttamente. Lo stile di Friden è di matrice black come testimonia l'urlo in apertura, decisamente acido ed elevato quanto a tonalità; tuttavia il suo impegno dietro al microfono risulta penalizzato da una produzione non impeccabile quanto a bilanciamento complessivo dei suoni. I Dark Tranquillity si stanno muovendo su sentieri praticamente inesplorati e questo consente loro di non doversi attenere ai canoni prestabiliti della struttura metrica composta dal canonico terzetto intro, strofa e coro centrale ma di potersi muovere in libertà pressoché assoluta partendo da un riff di un certo tipo e giungendo, infine ad uno completamente differente tanto che, ad un primo ascolto, la traccia finisce per risultare addirittura esageratamente intricata e la narrazione lirica pare perfino ridondante di elementi per un brano la cui durata non è così lunga. Occorrono diversi ascolti per metabolizzare una simile proposta, ma, se è vero come è vero che la prima traccia è indicativa di quanto sarà l'album stesso, intuiamo immediatamente che non siamo di fronte ad un lavoro di facile presa sull'ascoltatore, non è questo il fine primario che il gruppo si è posto. Con questo spirito ci apprestiamo a proseguire il nostro viaggio, quasi certi di essere di fronte ad un qualcosa di assolutamente originale e mai sentito prima d'ora. Un ultima annotazione riguardo questa traccia d'apertura il cui titolo rimanda ad una foto contenuta nell'interno della versione in vinile dell'album Hammeheart dei Bathory ed intitolata proprio Nightfall By The Shore.

Crimson Winds

La seguente proposta"Crimson Winds (Venti Cremisi)"ci viene descritta con le parole del chitarrista Stanne che chiama subito a manifestarsi per noi le forze supreme di rabbia e odio e implora il Padre supremo del dono della saggezza antica. Ora tutto ci è chiaro, abbiamo bucato il lato della cecità infinità e ciò ci è stato dichiarato nel nome delle persone dimenticate, al Padre della luce e delle tenebre non imploreremo più nessun altro maestro di conoscenza. Lo scenario di fronte ai nostri occhi è in rovina, i sentieri dell'oblio vengono spazzati via, le lacrime del nostro sangue scorrono copiose dalle rune della forza, avvertiamo le fiamme dell'odio bruciarci dall'interno e sentiamo l'eccitazione dell'animo farsi sempre più intensa. Il capolinea per noi è vicino e, mentre ci inginocchiamo al crepuscolo che ogni cosa conosce, ecco che sentiamo soffiare quei venti color cremisi, ornamenti nel buio, carichi di dolore ed affogati di sangue nordico. Il nostro destino sarà quello di bruciare per l'eternità nel buio più completo. Il gruppo dimostra di non avere fretta, il suo intento non è quello di travolgere l'ascoltatore con una proposta immediata, diretta ma confusionaria pertanto, da un punto di vista musicale, l'incipit è affidato ad una lunga intro di oltre un minuto in cui chitarra e batteria gettano le basi del tappeto sonoro su cui si muoverà, in seguito, il pezzo. La tensione e la cadenza tendono, progressivamente, a crescere di intensità ed aprono, di fatto, la strada al primo inserimento vocale. Il gruppo appare perfettamente in grado di dominare gli strumenti a loro disposizione e il pezzo rimane a lungo sul filo dell'equilibro tra debordare in un'ondata di potenza devastante ed un incedere invece sensuale e trasognante nella sua regolarità. Esattamente al minuto 04:00 emerge l'ottimo Sundin con l'inserimento di un riff che dà l'impressione di affondare le proprie radici addirittura nella musica classica. Nel pregevole intarsio di strumenti che i nostri confezionano per noi udiamo distintamente pure il basso di Henriksson che riesce a tenere il passo delle due chitarre. Il finale è un continuo crescendo senza freni che farà scuola in futuro per le nuove generazioni rampanti. Convince decisamente di più anche la prestazione vocale di Friden che tira fuori gli artigli e risulta più incisivo che nel precedente brano. Ciò che incanta maggiormente, tuttavia, è la già rimarcata capacità del gruppo di muoversi magnificamente sul confine tra potenza ed armonia, l'una è in funzione dell'altra in una simbiosi di elementi pressoché assoluta. La potenza non è mai fine a sé stessa e non trabocca mai oltre il livello di guardia e l'armonia, d'altro canto, così mirabilmente inserita, delizia il nostro orecchio al termine di questa Crimson Winds. Specie nella sezione iniziale che precede il cantato il brano sembra ricordare, e non potrebbe essere altrimenti, il death a forte connotazione folk dei primi In Flames di Behind Space. Del resto i primi anni furono ricchi di collaborazioni tra i due gruppi, primogenitori di un genere tutto nuovo e, di conseguenza liberi anche di "scambiarsi" il cantante nel rispettivo debutto discografico. Non mancano tuttavia, nei passaggi più lenti e cupi, accenni anche di doom metal.

A Bolt of Blazing Gold

 Se dopo i primi dieci minuti abbondanti di musica non avete ancora afferrato completamente la definizione di death metal melodico non preoccupatevi perché, nei prossimi sette, i Dark Tranquillity fugheranno, anzi letteralmente, spazzeranno via ogni vostro dubbio ulteriore con quell'opera incantevole, romantica e quasi sospesa nel tempo che risponde al nome di "A Bolt of Blazing Gold, (Un Fulmine Scintillante d'Oro)", uno dei due pezzi forti dell'album e prima, concreta testimonianza al mondo intero di cosa volesse dire suonare quel tipo di musica. Se vi ritenete persone sensibili e propense ad emozionarvi con facilità consiglio di procurarvi un buon pacchetto di fazzoletti prima di iniziare l'ascolto, non è escluso che sarete costretti ad asciugare le lacrime dai vostri occhi.  Il pezzo è aperto da un meraviglioso, suadente e poetico arpeggio acustico della durata di un minuto esatto sul quale si innesta un leggero ricamo di batteria sullo sfondo. I primi riff di chitarra elettrica vanno a completare questo delicato mosaico artistico solo dopo i sessanta secondi, ma è pur sempre la chitarra ritmica, ora più sfumata e tenue, di Stanne a scandire il ritmo portante. Ecco dunque comparire, al minuto 01:30 anche il buon Anders, stavolta più vicino al growl che allo scream iniziale che procede con la narrazione di un testo che, fin da subito, si segnala come un inno alla magnificenza della natura e quale desiderio, insaziabile, di appartenere più intimamente ad essa, di possedere la forza della saggezza ed essere così tra i pochi in grado di scalare il grandioso albero della vita dalla cui cima osservare, in solitudine, il disegno cosmico dell'universo. Il ritmo si mantiene affabilmente lieve, pacato mentre chiediamo ai danzatori del cielo privi di ali quali segreti ci possono svelare, perché il nostro cuore possente è incapace di provare sentimenti vivi, pulsanti. Un elegante riff di Sundin al minuto 02:51 introduce il primo sorprendente e delizioso inserimento vocale femminile ad opera della magistrale Annakaisa Avehall, compagna di liceo di un non ben precisato membro della band, ed in grado di regalare una palpitazione intensa al nostro cuore con la sua finezza espressiva sconfinata. Anche lo stesso Friden sembra trarre giovamento da questa collaborazione speciale ed il suo cantato diviene più aggressivo ed incisivo con il procedere del brano, quasi a volere controbilanciare con il suo vigore la soave voce femminile. Al minuto 03:58 torna protagonista la chitarra ritmica che fa da sfondo ad un secondo dialogo, questa volta tra la bravissima Annakaisa e lo stesso Stanne che subentra al microfono in qualità di seconda voce maschile. Fin da subito si percepisce una maggiore introspezione e passionalità nella narrazione ed i due implorano, quasi commossi, la natura di rifiorire ancora una volta più rigogliosa e splendente di prima. L'intesa tra i due è veramente qualcosa di eccellente, Stanne appare gentile ed, in punta di piedi, lascia le luci della ribalta alla giovane svedese: la luce del sole nello stesso modo in cui era stata dolcemente cantata con inni magici così, fuggitiva e passeggera si affievolirà in un attimo. Rientra quindi in scena Anders con la sua aggressiva voce che permette al brano di crescere ulteriormente di intensità. Le liriche si coprono ora di un manto di nostalgia quando comprendiamo che nessuna parola potrà mai afferrare il significato dei nostri pensieri più intimi, nessuna lingua conosciuta sulla faccia della terra sarà in grado di definire i nostri sentimenti più segreti. La chiusura è affidato al solo, futuro, vocalist degli In Flames che si lascia andare alla disperazione più personale nel momento in cui capisce che ognuno è abbandonato al proprio destino, l'essere umano è condannato a vivere in una situazione di profondo isolamento relazionale all'interno del proprio buio più recondito. Al minuto 06:19 l'ultima sorpresa la regala Martin Henriksson, all'epoca bassista del gruppo, che ci regala invece uno stacco nostalgico e decadente di chitarra acustica che degrada lievemente e ci accompagna alla conclusione del pezzo dopo oltre sette minuti di totale trasporto emozionale. Eccolo dunque il manifesto del cosiddetto Gothenburg sound, il brano che per primo rivoluziona il modo di intendere il death metal e fornisce la risposta alla domanda che il sottoscritto, da giovane, si poneva di continuo: come può l'aggettivo melodico venire accostato al sostantivo morte? L'ascoltatore rimane letteralmente cullato su di una nuvola sospesa a mezz'aria e viene travolto da un flusso ininterrotto di sentimenti e stati d'animo contrastanti ma che, quasi per incanto, confluiscono tutti nella stessa direzione e regalano una sorta di misticismo magico, una sorta di ipnosi estatica, una volta terminato il brano. Impossibile davvero rimanere indifferenti di fronte a così tanta classe, così tanto senso del ritmo e della melodia, ogni tessera che il gruppo piazza qui si inserisce alla perfezione nel grande puzzle chiamato melodic death metal. C'è la rabbia trascinante di Friden con il suo growl che convince a 360°, l'energia vitale contenuta in alcuni granitici riff di Sundin è altrettanto presente, c'è l'armonia dettata dalle chitarre acustiche in principio ed in coda al pezzo, la melodia non manca di certo con l'inserimento della spettacolare voce femminile che ben si amalgama alla timbrica rotonda e corposa di Stanne. Personalmente non apprezzo più di tanto le voci femminili in ambito estremo ma qui il gruppo dimostra, caratteristica questa che manterrà quasi inalterata nel corso di tutta la carriera, di proporre qualcosa di funzionale e congeniale al corredo sonoro presentato e non puramente commerciale come faranno in seguito numerose altre band che, in crisi di ispirazione compositiva, decideranno di affidarsi a presenze femminili più o meno talentuose, ma sicuramente conturbanti ed avvenenti quanto a presenza scenica incaricate di risollevare le sorti della loro carriera discografica. Positiva la prova di entrambi i vocalist maschili, l'uno in veste più aggressiva e grintosa e l'altro in veste più romantica ed introspettiva, (nella eterna diatriba che d'ora in poi seguirà tra i due la mia preferenza personale andrà, seppur di misura, a Stanne). In definitiva non manca nulla a questa traccia tanto che gli oltre sette minuti di durata vi sembreranno perfino pochi per poter godere appieno di una simile opera d'arte e la tentazione di avviare la riproduzione continua sarà davvero tanta. Credo che un simile capolavoro possa trovare il favore pure degli ascoltatori di un certo tipo di metal progressivo e moderno e, perché no, non dispiacerebbe nemmeno ai cultori della musica classica. A mio avviso A Bolt of Blazing Gold eguaglia e supera intere discografie di numerose band - clone, per nulla originali e interessate solo a fare soldi facili, proliferate di recente sulla scia del successo proprio di queste primordiali realtà nordiche.

In Tears Bereaved

Skydancer, ora, è stato condotto decisamente ad un livello superiore ma la band ama stupire e adora i colpi di teatro così che la successiva "In Tears Bereaved (In Lacrime di Lutto)" ci fa scoprire anche il lato più marcatamente death del gruppo. L'urlo lancinante ripetuto due volte di Anders, Yeaaahhh!, sposta di nuovo le coordinate sonore dell'album ed evidenzia, fin da principio, una sezione di batteria mai così energica e vigorosa fino a questo momento. Jivarp si esibisce in una sfolgorante sequela di blast beat, che a tratti paiono perfino al limite del caotico tale è la velocità di esecuzione, che precede, al minuto 1:17, un primo solenne e maestoso cambio di ritmo. Un raffinato ricamo chitarristico si adagia sopra all'imponente muro creato dalla batteria con un incedere progressivo e via via più serrato, interrotto solamente, dal secondo, debordante, inserimento del singer, tornato qui ad utilizzare una acuta forma di scream che pare rifarsi ai primi due lavori di Tomas Lindberg con gli At The Gates. La cavalcata procede epica e poderosa fino al minuto 02:36 quando ricompare, graziosa e riposante, la chitarra acustica che sfuma leggermente dopo una decina di secondi e lascia il posto nuovamente alle accelerazioni violente della batteria di Jivarp, vero cavallo di battaglia di questo quarto brano presentato. Anche la durata di questa traccia è più contenuta, (sotto i 4 minuti), e riposiziona il gruppo su un canovaccio più canonico e meno sperimentale. Come si evince dal titolo la sezione lirica è carica di sofferenza e di dolore, tematiche assai famigliari per le band svedesi dell'epoca. Siamo alle prese con il difficile rapporto dell'uomo con il lutto, vogliamo capire come affrontare al meglio il momento in un legame affettivo, solo in apparenza profondo, si viene a recidere per sempre nel momento della morte. Le ferite nella nostra anima sono ancora aperte, alimentate da un flusso che non siamo in grado di fermare e non abbiamo a disposizione nessun balsamo che possa alleviare un poco il nostro dolore. Il mondo attuale è assopito e abitato da stolti, solo la venuta di un demone cosmico potrà aprire gli occhi all'umanità superficiale e peccatrice. Si chiede una risposta al Padre della natura, della bestia e del genere umano stesso cercandolo per la terra, per il cielo e per il mare. Egli tutto vede con saggezza ma non è in grado di offrire conforto ai nostri patimenti, in preda alla disperazione più assoluta arriviamo a proporgli una sorta di baratto: siamo disposti a consegnare la nostra anima per ottenere il dono del suo amore smisurato, le lacrime che ora stiamo versando per il dolore che anch'egli prova nelle altezze celesti. L'ultima strofa ha il sapore amaro dell'addio, del saluto finale di chi sta per varcare la soglia del paradiso e suonano come monito per chi, invece, prosegue il proprio cammino terreno: l'io narrante ci informa che, un giorno lontano da oggi, quando egli farà ormai parte di un cielo differente che svetta su colline eteree e su nuvole passeggere, il suo ricordo tornerà all'istante fatale in cui aveva desiderato fare parte della dimensione ultraterrena e queste parole, che egli lascia ad imperituro testamento ai posteri, provengono direttamente dal profondo del suo cuore. 

Skywards

Per la prima volta dall'inizio dell'album la band decide di insistere su un certo tipo di sonorità, pertanto, l'incipit della successiva "Skywards (Verso il Cielo)" viene aperto da un vigoroso assalto di batteria su cui si colloca fin da principio un lavoro di chitarra piuttosto corposo e robusto. I Dark Tranquillity proseguono dunque sul sentiero già intrapreso nella precedente traccia, fatto di chitarre serrate ed ossessive e sfuriate di batteria di connotazione black. Anche in questo caso l'abilità dei musicisti nel rallentare le cadenze viene abbinata al talento vocale di Friden come accade, ad esempio, dopo 30 secondi: questo sapiente binomio tra la sezione strumentale e quella lirica conferisce un grande senso del ritmo alla prima parte del brano. Le sfuriate più selvagge ed incalzanti si alternano a passaggi più ragionati e precisi, il tutto, però, inserito in contesto decisamente veloce e con pochi fronzoli. I tempi divengono quasi progressivi, scanditi da un nuovo riff di chitarre elettrica al minuto 01:30 quando compare, forse per la prima volta, dall'inizio dell'album un vero e proprio refrain centrale scandito da una voce più nitida e meno aggressiva. Il tessuto strumentale si mantiene simile nella sezione centrale del pezzo allorquando Sundin e Jivarp danno vita ad un breve intermezzo di pochi secondi a partire dal minuto 03:12 anch'esso ricco di talento e di ariosità. Dopo un "Yes I Can" molto americano nel suo orgoglioso patriottismo viene ripetuto il refrain centrale con il quale la canzone vira verso la sua conclusione, appena superati i cinque minuti di durata. In una struttura ritmica piuttosto canonica all'interno di un simile contesto, e penalizzata anche da un mixaggio non perfettamente riuscito nella sezione chitarristica, (come ricordato dallo stesso Sundin in una intervista rilasciata nel ventennale del rilascio dell'album), ciò che colpisce maggiormente è la bellezza del testo redatto, in questo frangente, dal solo Stanne. La vicenda descrive le sofferenze intime del protagonista costretto a vivere in un mondo dominato dall'ipocrisia e dall'indifferenza. Egli implora di essere salvato perché incapace di liberarsi da solo delle catene del disprezzo che lo imprigionano, come può egli attivare un senso critico, libero nella mente della gente, ormai avvezza a guardare solo le immagini esterne delle persone e non a conoscerne i sentimenti più genuini, più profondi. La sua è una condizione infelice che lo tormenta grandemente in quanto sente forze potenti che lo fanno ardere dall'interno, percepisce gli aromi della paura nei suoi respiri ansanti. L'epoca in cui si trova costretto a vivere è dominata dall'avidità e da qualsiasi forma di delusione, anche auto-inflitta. Egli è consapevole del fatto che la felicità non sia contenuta nelle cose materiali di cui il genere umano fa collezione per mostrare agli altri, come se fossimo ad una mostra mercato, ma va ricercata in pensieri superiori, alti e che possano offrire una retribuzione morale al nostro spirito. Nell'ultima parte il protagonista manifesta il suo desiderio di poter vedere la bellezza dei paesaggi naturali nella sua interezza, senza schermi che ne alterano la visione, le vaste pianure ed i campi, il mare aperto e gli alberi piantati, i tesori arcani del suo regno lontano. Il suo viaggio sarà lungo e tormentato, dovrà comprendere le radici del passato per goderne i benefici nel futuro e il finale viene condito da un ritrovato ottimismo che lo fa compiacere per la sua incrollabile moralità etica e coerenza d'animo, pur nella sua condizione di emarginato egli è ancora in grado di parlare direttamente, dal cuore prima ancora che dalla bocca, e comprendere i segreti nelle menti dei deboli, manifesta, quindi, la gratitudine per le lezioni che ha appreso, suo malgrado, dal passato.

Through Ebony Archways

 Una ulteriore nuova finta che ci spiazza di netto è, però, dietro l'angolo ed il fine ed idilliaco cesello di chitarra ritmica che apre la sesta traccia, "Through Ebony Archways (Attraverso Archi d'Ebano)", lascia letteralmente senza fiato per la sua bellezza e ricercatezza. I Dark Tranquillity, con un trucco degno del miglior illusionista, cambiano ancora le carte in tavola e riprendono il filo dalla precedente "A Bolt of Blazing Gold", di cui il pezzo in questione pare esserne una versione più concisa, riemerge il lato più appassionato e malinconico del combo svedese. Al minuto 01:22 inizia la sezione lirica in cui, ennesimo colpo di scena, ritroviamo l'impostazione profonda e, questa volta pulita, di un grandioso Stanne a cui si affianca, per la seconda volta, la melodiosa voce femminile di Annakaisa. L'intesa tra i due si conferma a livelli eccellenti e le barocche alchimie che si vengono ad instaurare profumano addirittura di magia. Dal minuto 02.14 abbiamo l'unica composizione alla chitarra elettrica di tutto il pezzo che precede, di pochi secondi, pure il solo accenno di scream del vocalist. Il tutto però si conclude già a partire dal minuto 02:58 quando ricompare la voce femminile ed il pezzo torna ad essere del tutto melodico. Con soli tre minuti e quarantaquattro secondi essa risulta la traccia più breve dell'intero platter, ma, a fronte di una così breve durata, anche una delle più struggenti e meglio riuscite. Incanta davvero l'abilità del vocalist di passare, nel giro di pochi secondi, da una voce perfettamente nitida ed udibile ad una rabbiosa e gagliarda e tornare poi nuovamente ad accompagnare l'ameno cantato della talentuosissima Avehall. Possiamo ipotizzare che quel famigerato mister x, anonimo compagno della stessa Annakaisa ai tempi del liceo, potesse davvero essere il buon Mikael, tale e tanta è l'intesa che i due sperimentano dietro al microfono, il loro è un connubio perfetto, naturale, genuino che trasuda passione e sentimento in ogni singola sfaccettatura. La narrazione, curata ancora una volta, magnificamente, dallo stesso Stanne, ci presenta un uomo solo in cima ad una torre, silenzioso in un mondo cieco ed ostile e le cui parole elegiache escono dalle sue labbra con la forza di congelare i venti dal sangue e dal dolore. Egli rimane come paralizzato nella luce fioca dell'alba, bloccato da pesanti strati di velluto oscuro, l'orizzonte gli appare nero nella sua globalità. Egli è in religiosa attesa del momento fatidico del gran finale quando, percorse le scale, raggiunge la vetta della torre dal quale egli desidera solamente fuggire via, volare lontano senza un ritorno. Attraversando gli archi color ebano, mano nella mano con la sapienza delle stelle egli ha incontrato la saggia signora della morte di nero vestita. Noi lettori ora possiamo rivolgere ancora un'ultima volta il nostro sguardo verso quella maestosa torre, ora priva del suo guardiano solitario: solo il gelo amaro morde ora le aride mura di quella torre, privata pure di ogni speranza umana di salvezza. Una siffatta dose di romanticismo e di drammaticità, unita alla presenza di una candida voce femminile, strizza chiaramente l'occhio al movimento gothic sviluppatosi principalmente in Inghilterra negli stessi anni e confermano ancora una volta questo Skydancer come un vero e proprio caleidoscopio dalle molteplici e sempre cangianti tonalità cromatiche. 

My Faeryland Forgotten

La settima traccia merita, al pari della terza, la palma di miglior pezzo dell'album: "Shadow Duet (Duetto di Ombre)" presenta la collaborazione dei due cantanti, Friden nelle vesti dell'ombra della bellezza e Stanne che interpreta l'ombra dell'oscurità. Scelta abbastanza particolare in quanto, pur offrendo un lavoro piuttosto simile in sede di registrazione va riconosciuta una certa dose di belligeranza in più ad Anders ed una impostazione più cavernosa a Mikael che avrebbero, forse, suggerito di invertire i ruoli dei narratori. Siamo ancora oltre i sette minuti di lunghezza complessiva e ad inizio brano, al minuto 0:31, incontriamo, a detta di chi scrive, probabilmente il riff migliore di tutto l'album: un inserimento accurato e nobile a firma del talentuoso Sundin che, in questo caso, cura anche la porzione lirica del pezzo. I primi 60 sessanta si muovono su un ritmo portante sempre crescente e dalle forti connotazioni progressive, simile ad un treno in corsa il brano cresce d'intensità fino allo stremo e il pathos emozionale che si percepisce è senza pari. Al minuto 01:15 nuovo coup de theatre affidato alla voce tersa ed armoniosa di Stanne stesso, per quello che si configura come un vero e proprio concentrato di voci e di impostazioni tonali senza precedenti, assolutamente impensabile per l'epoca in cui fu concepito. Allo scoccare del secondo minuto compare pure il basso di Henriksson per alcuni secondi, cupi e grevi come nella migliore tradizione dello strumento. La colonna sonora predisposta dal gruppo non sovrasta mai la prestazione vocale, vero fulcro della narrazione che entusiasma in particolare per l'abilità del duo Friden - Stanne di rincorrersi in continuazione, quasi se fossero in competizione tra loro, l'uno stimola l'altro a dare il meglio di sé e a tirare fuori nuove energie dal proprio repertorio canoro, (la produzione ancora una volta non eccelle ed eleva in maniera fin troppo eccessiva le tonalità dei due). Un morbido intermezzo acustico viene inserito al minuto 04:24 per preparare il terreno all'entrata in scena di una terza voce narrante, anche in questo caso pulita e ad opera di Stefan Lindgren, che già aveva fatto una fugace apparizione corista nel quarto pezzo. L'ultima sezione è un ulteriore cavalcata musicale in cui a farla da padrone sono ancora e sempre i due vocalist, incalzanti e trascinanti come non mai, ben coordinati dal resto della band che appare in stato di grazia ed affiatata in tutte le sue componenti. Un esperimento riuscito per il gruppo che sperimenta così una nuova via di porsi al metal, senza mai risultare banale ma, viceversa, dimostrando grande originalità e freschezza, in un sentiero ora largamente in uso tra i gruppi moderni che spesso propongono un cantante per le parti in growl ed uno per le parti pulite, (secondi Scar Symmetry in testa, solo per rimanere in Svezia). Ecco dunque ancora una volta che ci riallacciamo al discorso fatto nella presentazione di questo lavoro a proposito dei pionieri e del loro scomodo ruolo di precursori di genere: in questa circostanza i Dark Tranquillity anticiparono i tempi di addirittura 10 anni circa. Viene da domandarsi, pur riconoscendo l'epiteto del capolavoro ad una simile opera, cosa sarebbe potuta divenire essa se la band avesse azzardato ad inserire addirittura una quarta voce, magari affidandola alla magistrale Annakaisa Avehall per quello che avrebbe potuto diventare, credo, l'unico pezzo estremo a quattro voci, almeno per il periodo studiato. La sezione lirica gioca costantemente tra la diatriba tra le due ombre, una dispettosa e malvagia e l'altra umile e mite. L'ombra di bellezza accarezza candidamente i fiori nel pallore dell'inverno,  mentre l'ombra dell'odio profondo assume le sembianze di un viandante furioso che, morto in tenera età, è ora rinato nella vendetta e danza, minaccioso, tra le fiamme scure con la facoltà di dominare le tempeste. I paesaggi presentati sono altamente evocativi e trasognanti: compaiono dunque gli immensi fiordi scandinavi, le bianche onde del mare in tutta la loro freddezza, le acque perpetue degli oceani, creatrici della vita e bonificatrici delle anime. Esse, rese corporali e fornite entrambe di una propria personalità ben delineata, pur se agli antipodi tra loro si confidano fraternamente e chiedono di non piangere l'una per l'altra nella loro parallela discesa verso le porte dell'inferno. Il terzo cantante invoca, pertanto, la santità per queste due anime senza pace, entrambe hanno il diritto di aspirare alla tranquillità eterna. Le due coscienze proseguono la loro lotta all'interno delle menti umane, ognuna reclamando la propria supremazia sull'altra generando così una sorta di spettacolo teatrale a due voci, immaginiamo di grande effetto sul pubblico in sede live. Ancora una volta i Dark Tranquillity attingono a piene mani da una qualche forma arcaica di dizionario inglese proponendo, così, numerosi riferimenti di carattere epico e mitologico non facilmente individuabili, (già nella prima metà dell'ottocento Edgar Allan Poe aveva dato consistenza all'ombra umana in un breve racconto horror di un paio di pagine appena). Attraversando vallate lussureggianti immerse nel verde a bordo di destrieri alati e stalloni neri del tuono le due coscienze si ritrovano, infine, a riflettere amaramente sul loro misero destino comune: nulla più che due lati oscuri all'interno di ognuno di noi, la faccia meno nobile della stessa medaglia del subconscio umano.

My Faeryland Forgotten

Il preludio alla conclusione di questo platter è affidato alla vigorosa ed energica "My Faeryland Forgotten (Il Mio Regno delle Fate Dimenticato)aperta da un incalzante prodotto di Niklas Sundin a cui si affianca, dopo poco, pure un corposo e degnissimo accompagnamento alla batteria da parte di un Jivarp che, abbandonate tutte le remore iniziali, decide di scaricare a terra la potenza di cui dispone il suo strumento con una intricata sequela di blast beat decisamente convincenti. I ritmi sono alquanto frenetici ed il buon Anders ben si adegua in un simile contesto sciorinando una prestazione vocale di tutto rispetto. Il primo momento di parziale calma lo incontriamo al minuto 01:40, subito seguito, d'altro canto, da un secondo sfavillante incedere di batteria, mai così poderosa come in questo frangente di pura esaltazione sonora. L'autentico colpo del fuoriclasse si verifica però al minuto 02:39 quando, d'un tratto, si zittisce la voce di Friden per lasciare campo libero alla sapiente e abile mano del primo chitarrista della band che si esibisce in una sezione solistica veramente incredibile. Come già ci hanno mostrato altre volte nel corso di quest'album i Dark Tranquillity approfittano di questi momenti di relativa quiete piazzati con intelligenza a centro canzone per calare, nuovamente, l'asso della chitarra ritmica in funzione di guida sicura ed avveduta nel dettare le tempistiche essenziali. Ci lasciamo cullare, perciò, per qualche attimo dalla melodia messa in scena dai nostri allorquando, esattamente al minuto 03:40 le inflessioni ritornano indiavolate per l'ultima porzione del pezzo che ci investe, simile ad un violento fortunale, in tutta la sua debordante autorità. Il testo proposto, (si dice, curiosità ulteriore, che la versione originale fosse composta di una quindicina di fogli), ci porta alla scoperta del nostro io più segreto e nascosto, descritto, con un abile metafora, come un labirinto del tempo confinato nell'armonia. In volo sopra monoliti sepolcrali e danzando confusamente nel profumo di rugiada il nostro viso si vela delle lacrime del lutto e il cuore si colma di una rabbia indescrivibile. Il dolore che proviamo si fa sensibile, opprimente al punto da prenderci per mano e guidarci in basso, verso i mari più profondi ed eterni: il nostro spirito, però, rifugge da una simile realtà funerea e trova ristoro nella tranquillità della solitudine più completa. Proseguiamo  oltre, ristorati dalla ritrovata pace dell'animo, isolati e sospinti dal vento alla scoperta del nostro trono, il nostro santuario del tempo. Troviamo, perfino, le tracce di un Dio indefinito e vago, che ancora non è stato in grado di confezionare l'abito del nostro destino terreno: egli ci appare, tanto nelle albe dorate dell'inverno, quanto al chiarore di luna, solenne nella serenità di chi tutto sa e rivestito di vesti dalle colorazioni candide. La chiusura del brano è affidata, con un valido gioco di luci e  colori, all'ardore sfavillante delle fiamme che divampano senza sosta nel nostro spirito, minando dalle fondamenta ogni nostra certezza e destabilizzando tutti i nostri stati d'animo più sensibili. Il nostro regno fatato è dimenticato per sempre, di esso resterà soltanto un immagine sbiadita ma, in ogni caso, densa di emozione nei nostri ricordi.

Alone

Il compito di chiudere questo album è affidato ad "Alone (Solo)" che si presenta, da un punto di vista lirico, con un "lasciatemi morire" gridato in faccia all'ascoltatore decisamente eloquente. Fissiamo dunque il dolore davanti ai nostri occhi e ci chiediamo, increduli, cosa ne fu delle terre che furono? Tutto perduto, smarrito per sempre nel momento in cui nell'uomo fu instillato il sede dell'odio e della discordia: ci ritroviamo, così, soli tra le grinfie di una infinita tristezza. Il nostro spirito vorrebbe ancora combattere ma l'oscurità imperante attorno a noi fa crollare ogni nostra speranza e ci fa implorare la morte quale unica nostra redentrice nel momento in cui abbiamo perduto il paradiso primordiale dell'Eden. La tristezza prende pertanto il sopravvento e le nostre domande sul significato dell'esistenza cadono in un vuoto drammaticamente pesante: perché dovrei restare a questo mondo a cui non appartengo chiede Friden nella seconda metà del brano. Senza una risposta e smarrito il sentiero verso la redenzione non possiamo far altro che congedarci da questa vita secolare, il nostro vagare lugubre è portato a compimento mentre salutiamo per l'ultima volta un'alba che non ha più la vita dentro di sé. Il finale è addirittura commuovente quando la solitudine diviene completa ed asfissiante, solo nelle ombre del dolore, nel fuoco oscuro della paura imploriamo una forza superiore che ci riporti da dove tutto è venuto, la morte intesa non come fine ma come principio di tutto, ove poter ritrovare una grandiosa luce che possa sfamare il nostro desiderio di ardere ancora, nel momento di lasciare questo mondo terreno vogliamo almeno conservare un piccolo barlume di speranza. La naturale prosecuzione quindi di quanto già presentato nel pezzo immediatamente precedente, a chiusura della circonferenza ideale i cui lineamenti avevano iniziato a prendere forma una quarantina di minuti prima. I ritmi sono placidi, quasi flemmatici e fanno intuire la drammaticità del momento:  un primo intermezzo candido ed ipnotico lo troviamo già dopo una ventina di secondi. Il brano prosegue poi sulla stessa falsariga iniziale in tutto il suo svolgimento, in alcuni momenti le cadenze paiono accelerare ma vengono subito smorzate da tenui rallentamenti periodici in cui a dettare le tempistiche è ancora una volta la chitarra ritmica di Stanne, vero metronomo e tessitore capace di quasi tutti i pezzi contenuti in questo Skydancer. La batteria si mantiene, con discrezione, sullo sfondo e si limita a seguire con diligenza il lavoro delle due chitarre portanti. Sale in cattedra in questo frangente Anders che, dopo aver urlato con ferocia e grinta per i precedenti nove brani, pare ricorrere alle ultime energie rimaste nella propria ugola e dà vita ad una interpretazione sentita e vissuta con cui sancisce, di fatto, il suo addio al gruppo per dedicarsi a pieno regime agli In Flames. Una degnissima chiusura d'album che risulta particolarmente suggestiva e struggente, ideale colonna sonora da ascoltare immersi nella meditazione profonda in una selvaggia pineta nordica o di fronte alle coste alte e scoscese del Baltico, magari osservando commossi il sole nel momento del suo crepuscolo giornaliero.

Conclusioni

L'album che ha fatto conoscere al mondo il nome dei Dark Tranquillity è senza dubbio anche il lavoro più impegnativo della loro, fin qui, corposa discografia. Principali fautori di un movimento musicale inedito e rivoluzionario nella sua temerarietà i cinque svedesi sperimentano a tutto tondo nuove soluzioni proponendo così evanescenti introduzioni ed intermezzi acustici anche piuttosto sostanziosi, repentine rasoiate al fulmicotone di stampo black metal, inserimenti di voci femminili ammalianti ed incantatrici, canzoni a due o più toni, puliti o raschiati che siano. Il disco, anche in virtù della presenza in qualità di vocalist principale di Anders Friden, rimarrà un unicum nella carriera della band, anche se qualche richiamo verrà riproposto, ulteriormente perfezionato ed accompagnato da una produzione decisamente migliore, nel successivo epocale The Gallery, ma certamente possiamo affermare che il loro debutto discografico non può essere paragonato con precisione a nessun altro lavoro successivo e rappresenta, pertanto, il prodotto più marcatamente di matrice underground del gruppo. Talmente significativa è la distanza dai successivi lavori, ed anche dagli altri articoli che stavano uscendo da Gothenburg all'epoca, (qualche assonanza la troviamo, comunque, con l'album di debutto degli At The Gates, mentre l'esordio degli In Flames strizza più l'occhiolino al folk e al black), che non possiamo nemmeno parlare di melodic death metal in senso stretto, anche se è innegabile che le basi per la nascita dell'intero movimento sono già tutte contenute in questo Skydancer. Due capolavori assoluti, freschi e vitali come A Bolt of Blazing Gold e Shadow Duet potrebbero autorizzarci a giustificare anche un voto più alto in sede di giudizio finale ma va detto che, su di esso, incide in maniera importante una produzione a dir poco scadente che a volte soffoca l'esibizione canora del duo Friden Stanne e, altre volte, la innalza ad un livello eccessivamente alto mortificando il lavoro strumentale del resto della band, che dimostra, peraltro, grande versatilità e dinamismo. Va ricordato, per dovere di cronaca, che il budget messo a disposizione dalla piccola Spinefarm Records, (che era, all'epoca, appena al terzo album prodotto in assoluto), fu sufficiente per soli 10 giorni di registrazione e diverse tracce vennero incise, per forza di cose, una sola volta, senza la possibilità di correggere difetti ed imperfezioni eventuali e del tutto comprensibili per un gruppo così giovane sia anagraficamente che musicalmente. Già mi sono espresso in precedenza circa la mia preferenza personale per la timbrica più sensuale e consistente di Stanne, ma giudizio positivo va espresso, senza alcun indugio, per la prova di entrambi i cantanti con menzione d'onore, ovviamente, per la fenomenale Annakaisa Avehall e per la sua voce davvero impressionante, in grado di regalare emozioni forti che toccano nel profondo l'animo. I testi risultano di difficile interpretazione e lettura e, probabilmente, un tantino eccessivi nella loro lunghezza e nella loro densità di contenuti, vi è una forte componente poetica e romantica che si rifà alla tradizione della lirica inglese dei primi dell'ottocento, (ShelleyByron..), che ben si amalgama, tuttavia, con la proposta musicale del gruppo, mai ridondante. In ogni caso un grande album, seminale, ricercato ed assolutamente genuino, anche se di non facile assimilazione, (anche la durata è abbastanza anomala per il genere, in quanto siamo di poco sotto ai cinquanta minuti), ma che risulta di fondamentale importanza per capire lo sviluppo discografico della band e che sarà probabilmente apprezzato anche da chi ascolta black metal, prog e pure symphonic metal, a patto ovviamente, di avere una mentalità aperta e costruttivamente critica. Il successivo capolavoro è alle porte, il ricco contratto con la potente Century Media pure, nel firmamento musicale più estremo è sorta una nuova stella, una stella di nome Dark Tranquillity!

1) Nightfall by the Shore of Time
2) Crimson Winds
3) A Bolt of Blazing Gold
4) In Tears Bereaved
5) Skywards
6) Through Ebony Archways
7) My Faeryland Forgotten
8) My Faeryland Forgotten
9) Alone
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