DARK TRANQUILLITY

Projector

1999 - Century Media Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
28/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Continua il nostro affascinante viaggio, all'insegna del melodic death metal d'autore, attraverso incantevoli paesaggi da sogno posti lungo il confine tra la Svezia e la Finlandia, due Nazioni da sempre legate a doppio filo da un legame ancestrale fatto di aspre battaglie combattute in nome dell'autonomia, ma anche interconnesse tra loro da tanti aspetti in comune, quale ad esempio una estensione territoriale notevole a fronte di una densità abitativa decisamente ridotta, e pure una certa qual affinità da un punto di vista culturale e musicale, nel solco di una tradizione pagana e norrena comune. In questo episodio abbandoneremo, momentaneamente, Joensuu ed i mille laghi finlandesi per spostarci, nuovamente dalle parti di Gothenburg e dintorni: oggetto della presente analisi sarà, infatti, il quarto capitolo su lunga distanza rilasciato dalla formidabile e seminale band dei Dark Tranquillity. Il coraggio e la voglia di cimentarsi di continuo con soluzioni innovative non hanno mai fatto difetto a Stanne e soci, la cui formazione viene oggi, giustamente, ritenuta caposcuola nel suo genere: fin dai primi prodigiosi lavori, quando ancora la fama ed il successo internazionale erano ben lontani dall'essere conquistati, i DT mostrarono un carisma fuori dal comune ed una spiccata attitudine per la sperimentazione. Pensiamo, ad esempio, all'inserimento di suadenti voci femminili, di derivazione lirica, a fare da contraltare ai toni baritonali e severi del vocalist: un simile modello che, all'epoca nessuno o quasi aveva avuto l'ardore di collaudare in chiave death metal, oggi rappresenta una delle formule più usate ed abusate in tutto il panorama musicale estremo. Sul tramonto del secondo millennio, un periodo storico vivace e dinamico di per sé, anche in relazione agli interrogativi che l'uomo si stava ponendo entrando negli anni duemila, ai nuovi scenari internazionali che si sarebbero aperti nell'era della globalizzazione di massa, ai timori che si affacciavano all'orizzonte nella malaugurata ipotesi in cui temibili virus informatici avrebbero mandato in tilt i sistemi operativi di mezzo mondo causando il panico diffuso tra la popolazione, è normale che una band di una simile caratura e con un così marcato gusto per l'originalità avrebbe trovato condizioni ideali per dare alla luce il prodotto più audace ed ardito di sempre. Dopo aver partecipato, assieme alle poco note formazioni nordamericane degli Hunger e degli Infernal Majesty allo split album intitolato The Official Demo Series Vol. 1, in cui vennero inseriti 4 brani risalenti al primo periodo della band, (quello, per intenderci, in cui forti erano le influenze black e folk ed in cui dietro al microfono sbraitava un selvaggio ed acerbo Anders Friden), nel settembre del 1998 la formazione scandinava tornò negli ormai mitici Fredman Studio per l'inizio delle sessioni di registrazioni che avrebbero portato in dote "Projector (Proiettore)", quarto full length di casa DT ed autentico momento spartiacque della carriera dei nostri beniamini. La produzione del lavoro fu affidata, manco a dirlo, all'immancabile compagno di sempre Fredrik Nordstrom, sinonimo di garanzia assoluta. Un album che sarà un vero e proprio laboratorio di idee, un caleidoscopio multicolore di sensazioni e di stati d'animo contrastanti, un ardito esperimento che darà il via alla seconda fase di carriera dell'ensemble svedese, tutt'ora in corso a distanza di ormai quasi vent'anni. Il singer della band aumenta ulteriormente il ventaglio di soluzioni a propria disposizione inserendo corpose sezioni in clean vocals, i campionamenti elettronici prendono sempre più piedi, anche se, piuttosto curiosamente, il futuro tastierista della band, Martin Brandstrom non viene accreditato nella formazione ufficiale, lo spazio di manovra per i meravigliosi duetti con voce femminile si riduce sensibilmente e trova collocazione in una sola delle dieci canzone che verranno qui proposte e l'album sarà anche l'ultimo in cui il posto di secondo chitarrista sarà occupato dal bravo e diligente Fredrik Johansson che, desideroso di concentrarsi maggiormente sugli aspetti famigliari, lascerà la compagnia, (alcuni parlarono di un vero e proprio licenziamento a riguardo), nel gennaio del 1999, qualche mese prima che l'album fu immesso sul mercato. Projector fu anche il primo che la band rilasciò sotto l'egida di una major del settore quale Ia tedesca Century Media Records, passaggio inevitabile per una formazione ormai di punta del panorama metal e che segnò un notevole innalzamento della qualità globale a livello di produzione e di nitidezza dei suoni. Per tutti questi elementi è chiaro che possiamo affermare di trovarci di fronte ad un vero e proprio album di svolta. I Dark Tranquillity fecero peraltro di necessità virtù, dal momento che la scelta di inserire le clean vocals fu certamente dettata anche da uno stato di salute carente del biondo crinito frontman che ebbe, all'epoca, qualche problema alle corde vocali, mentre la scelta di non inserire il valido tastierista Martin nella line up originale, quando di fatto era ormai chiaro a tutti che egli faceva parte in pianta stabile del gruppo, trova, probabilmente, le sue ragioni in questioni prettamente pratiche legate all'impossibilità di modificare il booklet del cd già in fase avanzata di stampa e, seguendo una lettura maggiormente improntata al romanticismo, per ritardare di dodici mesi l'ufficializzazione dell'entrata nel corso moderno della band. Ancora una volta i nostri scelsero la via più impervia per il successo, si allontanarono enormemente da quello che fu il loro stile originario, ma nell'allontanarsi, paradossalmente ritornarono ancora una volta alle origini. Skydancer e The Gallery non furono forse due album a loro modo sperimentali all'epoca in cui uscirono? Certo qui parliamo di un nuovo modo di intendere la sperimentazione sonora: una sperimentazione che troverà la sua ragion d'essere principale proprio grazie all'uso delle tastiere, ma che verrà corroborata pure da malinconiche introduzioni al piano, chitarre distorte come mai avevamo udito prima, e passaggi vocali di assoluto pregio permeati di uno straordinario trasporto emotivo che eleveranno definitivamente Stanne nell'olimpo dei più grandi interpreti dell'universo metal dell'ultimo ventennio. Projector è un album senza tempo il cui ascolto risultò totalmente spiazzante per l'epoca in cui fu concepito: ancora una volta il gruppo decise di fare tabula rasa del recente passato e di ripartire nuovamente da zero. Non è un caso se i pochi riferimenti al variegato universo della musica metal cui l'album sembra tendere sono da ricercarsi nel gothic più raffinato o se, all'epoca, qualcuno parlò di album della svolta metal? dei Depeche Mode! Seguire le mode o assecondarsi alle esigenze di mercato non fa assolutamente per i Dark Tranquillity di allora ed ecco, dunque, nascere un altro album senza precedenti, un contenitore originariamente vuoto in cui inserire liberamente e a piene mani cinquanta minuti esatti di musica originale, brillante, certamente mai sentita prima d'ora in ambito melodic death metal, anche se questa definizione è quanto di più fuorviante si possa utilizzare per descrivere un prodotto come questo. Come due treni che corrono su binari paralleli proseguono le carriere dei Dark Tranquillity e degli In Flames: in questo caso fu la band di Friden  ad invadere il mercato prima di quella capeggiata da Stanne: nel maggio del 1999 uscì, infatti il valido Colony, mentre il quarto lp dei DT uscì nel mese di agosto dello stesso anno. Due binari paralleli, dicevamo, poco sopra che, progressivamente ma inesorabilmente, divergono l'uno dall'altro: le band simbolo di un intero movimento, vanto di orgoglio per adolescenti e studenti svedesi che trovarono in loro un motivo per emanciparsi e per riscattarsi dall'isolamento atavico in cui era confinata la natia patria, si evolvono nel corso degli anni seguendo percorsi differenti, quasi opposti se vogliamo. Se è vero che, analizzando i due album poco sopra citati, la dose di sperimentalismo maggiore la troveremo proprio nell'album che sarà oggetto della presente recensione, è altrettanto vero che, in seguito, saranno, invece, gli In Flames a spostarsi su ben altro tipo di sonorità fino a confluire in un nu metal commerciale ed alternativo, (francamente alquanto insipido), mentre Sundin e compagni, oltrepassato il comunque riuscito esperimento rappresentato da questo Projector, si adageranno su standard più canonici ed imboccheranno sentieri meno ardimentosi nel corso degli anni duemila. L'oscura e criptica copertina dell'album ci viene offerta dal chitarrista principale della band, quel Niklas Sundin che, proprio in quel periodo, vedeva concretizzarsi un suo secondo ed importante progetto lavorativo parallelo che lo avrebbe, di lì a breve tempo, subissato di impegni e di richieste al punto da costringerlo a limitare il suo impegno all'interno della formazione svedese. Chiuso il doveroso cappello introduttivo che fa da indispensabile cornice a questo lavoro, vediamo di entrare nel vivo con la nostra scrupolosa analisi track by track.

FreeCard

Non appena il cd comincia a girare all'interno del nostro lettore veniamo accolti dal primo colpo ad effetto che la band ci propone: è una lenta e malinconica introduzione di pianoforte, infatti, ad aprire "FreeCard (Carta gratuita)", pezzo con il quale Projector si dischiude davanti a noi. Ci è subito chiaro, dopo pochi secondi appena, che siamo di fronte ad un album diverso da quanto avevamo ascoltato in passato. Intuiamo immediatamente che non saranno più solo le chitarre a dettare i ritmi delle canzoni che si succederanno da qui alla fine, ma un ruolo chiave lo avranno pure le tastiere e i sintetizzatori, l'ago della bilancia si sposta quindi dalla strumentazione tradizionale a corde a quella più moderna ed elettronica; ecco allora che, l'ospite esterno, Brandstrom si manifesta come il catalizzatore principale delle nostre attenzioni, punto baricentrico attorno al quale si svilupperanno molte delle dieci matasse che i DT dipaneranno nel corso dei successivi tre quarti d'ora offerti all'ascoltatore. Mentre cominciamo, nella nostra mente, ad ipotizzare possibili collegamenti con altre introduzioni similari ecco che ci vengono in soccorso, dopo una trentina di secondi passati, sostanzialmente, a brancolare nel buio, le due chitarre del gruppo, all'apparenza provenienti dal nulla ed in evidente distorsione sonora, sopra alle quali si inserisce pure una agguerrita batteria che ci riporta, per il momento alla normalità. Stanne fa il suo ingresso sulle scene poco dopo con una impostazione vocale molto sofferta e lancinante che però non soffoca del tutto il ritmo portante del pezzo che riusciamo a percepire nitidamente in sottofondo: esso è ancora guidato dalla briosa componente elettronica. Il tiro della canzone è allegro, si respira una ventata di novità all'interno del modus operandi della band e di volata giungiamo al minuto 01:17, quando ci troviamo di fronte al primo passaggio in clean vocals, inserito strategicamente ad enunciare il laconico refrain centrale, in contrasto con le tre strofe sporcate dietro al microfono. Mikael appare subito a suo agio nelle nuove vesti e ci si domanda come egli possa passare con disinvoltura e nonchalance da una tonalità greve ed austera come quella tipica del suo growl ad una ammaliante e sensuale come questa. Il concetto di interprete viene portato ai massimi livelli tanto che, non furono in pochi, all'epoca a chiedere alla band di eliminare definitivamente il growl nelle successive uscite, precorrendo, così di qualche anno, quella che sarà la coraggiosa via imboccata dagli Opeth di Mikael Akerfeldt. Personalmente devo dire che, pur trovando grandiosa la prestazione cantata di Stanne, ho sempre avuto una preferenza per il suo growl cupo e tenebroso, quello si, a mio avviso, davvero inconfondibile. Al secondo minuto, se ancora non lo avessimo capito, il concetto iniziale viene ribadito e rafforzato ulteriormente. Sono le tastiere di Martin, frizzanti ed incontenibili a farla da padrone ed effettivamente i rimandi ai camaleontici Depeche Mode appaiono in maniera abbastanza evidente. La batteria prende anch'essa coraggio e si muove sicura grazie ad un maggiore coinvolgimento all'interno della partita, le chitarre, invece, suonano con gentilezza e quasi in sordina i loro riff, sempre inappuntabili dal punto di vista tecnico. In generale si avverte un maggior equilibrio tra tutte le parti chiamate in causa, anche il basso di Henriksson gioca un ruolo non secondario e disegna eleganti linee armoniche, mentre nell'ultima porzione del brano a salire in cattedra è il funambolico Anders Jivarp dietro le pelli, abilissimo a riordinare tutte le idee che la band aveva scaraventato fuori, quasi di getto nel corso dei quattro minuti precedenti e a regalare una conclusione precisa ed omogenea. Il lavoro di squadra è un concetto fondamentale per capire a fondo questo album e la traccia iniziale ne è un chiaro esempio: i sei membri componenti il gruppo si sostengono a vicenda e si scambiano, di continuo, i ruoli di prim'attori della disputa. Le tastiere inducono la batteria a dare il meglio di sé e questa, a sua volta, chiama in causa gli strumenti a corda, li stimola ad innalzare ancora il loro livello qualitativo. Entriamo, ancora una volta, nell'universo ermetico ed affascinante di Mr. Stanne e vediamo di snocciolare il non facile contento di questa traccia di apertura. La rabbia è il primo sentimento che viene enunciato, una rabbia scaturita dal furto della nostra intimità, le ore passano per noi durissime, una dopo l'altra, in un crescendo di ansia e di agitazione. Siamo in cerca di una cura per il nostro male, ma ci troviamo lontani mille miglia dalla sola ed unica verità che ci possa dare il sostegno che cerchiamo, ci accorgiamo che il nostro corpo è ridotto a brandelli, in procinto di spezzarsi da un momento all'altro, lanciamo forte il nostro grido di disperazione nel cuore della notte, certi e rassegnati che nessuno potrà comunque sentirlo. Un'altra non notte aspetta il suo turno, così io faccio appello alla mia carta libera di rinviare la sua venuta. Se il tempo avesse avuto molteplici facce quale sarebbe stata la mia? Laddove tutti i sentieri confluiscono in un'unica via si raduna un gran numero di persone erranti, facili bersagli dell'inganno del tempo stesso che li conduce fuori rotta, al buio ed ignari della loro sorte imminente. Anche noi siamo in cammino per conoscere il nostro destino, l'oltraggio è inevitabile pure se si sono prese tutte le accortezze del caso. Desideriamo il bisogno della giusta solitudine, nessuna via di fuga ha successo, nel bel mezzo di una notte dominata dai nervi, diveniamo anche noi vittime dell'uccisione dell'anima, il vero io è pura tortura, è la morte che guida questi nervi.

ThereIn

In seconda posizione troviamo una delle canzoni migliori in assoluto dell'album "ThereIn (In esso)" è divenuta celeberrima, nel corso degli anni, soprattutto per l'indimenticabile ritornello centrale eseguito in clean vocals da parte di un Mikael Stanne veramente superlativo e trascinante. Proprio in virtù di ciò il pezzo entrò subito nelle scalette live della band dalle quali non è, sostanzialmente, più uscito fino ai giorni d'oggi, con il pubblico presente impegnato ad accompagnare a squarcia gola il vocalist della band scandendo versi ormai passati alla storia. All'epoca fu anche realizzato un video promozionale che rispecchiava in toto l'anima multicolore e turbolenta dei DT, individui ormai giunti alla notorietà, in perenne movimento all'interno di un mondo caotico e visionario in cui tutto è il contrario di tutto. In questo caso sono le chitarre a darci il loro benvenuto con riff belli pieni e saturi, preludio ideale per una song che sarà un continuo e schizofrenico saliscendi. Dopo un minuto e ventitré secondi tutti indirizzati verso l'alto alla ricerca del raggiungimento di un primo climax emozionale, ecco l'incantevole momento per l'introspezione e la malinconia poco sopra anticipato con le meravigliose e nobilissime parole che vengono scandite dal frontman: "It was solid, Yet everchanging. It was different, Yet the same, so I starve myself for Energy". "E' stato solido, eppure sempre mutevole, è stato differente, eppure sempre lo stesso, così mi lascio morire per l'energia". In poche righe è la raccolta la grandezza, la superiorità di questa band, le parole assumono uno spessore nuovo ed una consistenza del tutto inedita, si fanno testimoni della bellezza ancestrale che risiede nel caos e nella mancanza di logica, divengono portavoce di una sintesi ideale tra la forza interiore e la calma dei sensi, un ulteriore rimando a quel contrasto ancestrale e tribale tra l'oscurità e la tranquillità da cui la band prese il nome, anni prima. Viene in mente pure l'antico filosofo Eraclito secondo cui "l'opposizione genera concordia, è dalla discordia che nascono le armonie più belle". E di nuovo si scende verso il basso, senza cintura di sicurezza, come nel video girato per la casa discografica, anche noi torniamo a vedere scenari dominati dal colore nero dell'oblio e delle tenebre, immagini confuse ci scorrono davanti agli occhi, all'apparenza non siamo in grado di fermare la nostra discesa verso gli inferi. Le chitarre martellano con ossessione gli stessi riff chiusi ed opprimenti che ci avevano accolto ad inizio del pezzo e l'aria si satura di malinconia e di tristezza. Proviamo, invano, ad aggrapparci a qualche appiglio, ma a salvarci è soltanto la seconda ripetizione del chorus centrale, minuto 02:30, davvero accattivante e che sembra essere stato composto appositamente per offrire il meglio di sé in sede live, le anime più gentili e nobili certamente lo avranno cantato un'infinità di volte sotto la doccia immedesimandosi nel loro idolo più amato. Breve momento di break nella narrazione lirica a partire dal minuto 03:07: una quindicina di secondi per consentire al pubblico di riordinare le idee e per permettere ai membri della band di ricaricare le batterie. La seconda porzione del pezzo ricalca piuttosto fedelmente quanto messo in mostra nella prima, saremo ancora catapultati da un estremo all'altro, senza un filo logico univoco, ed è proprio per questo che la cosa ci aggrada assai. Finalmente possiamo mettere da parte qualsiasi schema razionale impostoci da altre persone e dare libero sfogo di tutti i nostri stati d'animo, anche quelli che credevamo assopiti e dimenticati per sempre. Inizialmente a prevalere è l'anima più melodica e nostalgica del gruppo con uno Stanne che si presta pure ad alcuni passaggi con voce filtrata, utili a conferire ancora maggiore atmosfera. A partire dal minuto 04:25, invece, è la testa calva di Jivarp ad illuminare la scena con un drumming muscoloso e vibrante, nervoso ed irrequieto, come del resto lo è la traccia nella sua interezza. Dietro a lui ecco incedere con furore le due sei corde che ci riportano, a poco a poco, verso la luce. La coltre di oscurità in cui eravamo incappati è, in ogni caso, così spessa che deve entrare in campo una terza ed ultima volta il prode Mikael per prenderci letteralmente per mano e farci riemergere dall'apnea in cui eravamo piombati quasi sei minuti prima. Tuttavia i nostri stati d'animo sono contrastanti nel momento in cui anche l'ultima nota di questa portentosa ThereIn è scivolata via dal nostro lettore: siamo sicuri che il nostro desiderio era davvero quello di riemergere a vedere la luce e con essa pure la razionalità, le convenzioni dettate dagli altri, o preferivamo, forse, continuare a vagare liberamente, senza alcuna etichetta incollata addosso, privi di quel raziocinio che tante volte, in passato, ha fatto rima con conformismo e dotati solo del nostro istinto personale ed inimitabile? Ma in cosa consiste davvero la bellezza tratteggiata per noi dal leader della band? È nel caos che imposta la norma, una dolce tempesta a cui segue un assordante silenzio, la forza interiore primordiale e quasi bestiale cui fa da contraltare una calma dei sensi incontrollata, addirittura innaturale. Logica/caos/logica, gli eterni sfidanti. Il suono da cui la sua nascita deriva, il battito che anima  ogni cuore, tutto si ripete all'infinito, ma è solo grazie ad una intuizione repentina, irrazionale che, oggi, ne siamo a conoscenza. La canzone si annoderà attorno alla sua stessa anima, le note che risuonano in questo istante si dilegueranno all'interno di una enorme cavità, una terra fatta di sogni e di desideri è possibile se saremo in grado di svuotare la scienza dei suoi inutili anacronismi. Fu proprio il disordine che allargò i limiti della conoscenza umana, il comando di essere sempre chiari e razionali ci è stato imposto in seguito. La bellezza sta proprio nello scardinare i limiti imposti, valicare confini che altri avevano tracciato prima di noi, evadere da gabbie in cui eravamo rinchiusi a forza. Per questo ora allontanati da ogni cosa, esci allo scoperto, scaccia via le tue paure, voltati senza aver timore di mostrare i tuoi difetti. Troverai, pertanto, le risposte che stavi cercando negli echi che rimbombano alle tue orecchie, la storia ora può rivelarsi in tutti i suoi aspetti: rabbia, paura, ansia, odio, disperazione, rimorso, ogni istinto primordiale si scatena con una forza dirompente ed una energia senza precedenti. Senza più parole da poter spendere, ecco l'ultimo attacco, così silenzioso che il suo ascolto arriva a farci male, era sempre solido, non è mai cambiato? Anche in esso giace la bellezza. Temi cari a DT come quelli, anche qui presenti, dell'eterna contrapposizione tra scienza e religione. La scienza da una parte, secondo cui l'uomo viene al mondo per morire in una ciclicità continua e millenaria cui solo un evento catastrofico e sensazionale porrà fine, (paragonabile a quello che la vita aveva generato all'alba della creazione sul Pianeta Terra), la religione dall'altra, secondo cui la vita terrena non è che un semplice transito verso la risurrezione a vita nuova dello spirito in una dimensione ultraterrena e celestiale, una volta che il corpo sarà morto a questa esistenza e discinto dallo spirito stesso.

UnDo Control

Un'angelica e romantica voce femminile ci accoglie all'ingresso del prossimo brano: "UnDo Control (Senza controllo)" porta i Dark Tranquillity ad avvicinarsi prepotentemente al gothic metal più raffinato e signorile (Paradise Lost in primis). L'ospite d'eccezione, in questo caso, risponde al nome, (assai poco noto invero), di Johanna Andersson, (in seguito pure presente in un album del 2004 dei connazionali Dragonland), la quale mostra, fin da subito, di non possedere l'estensione vocale delle illustri colleghe che la avevano preceduto ma, viceversa, di puntare tutto su di una impostazione assai lineare e standardizzata che risulta discretamente coinvolgente. Come gli avevamo già visto fare in passato, per contro, Stanne tira fuori il lato più aggressivo di sé per creare maggiore contrasto con la gentile guest star di turno e ringhia selvaggio, non appena fa la sua comparsa nel brano, al minuto 0:35. La traccia conferma la formula già sperimentata nelle precedenti due canzoni, ovvero quella di svilupparsi attorno ad un ritmo portante generalmente cadenzato a cui fanno da contrappeso stacchi decisi e fulminei di pochi istanti in una incalzante contrapposizione di sicura resa globale. La sezione strumentale non è particolarmente significativa, nello specifico le chitarre si limitano a pochi elementari accordi, la batteria solo di rado esplode la sua potenza di fuoco e pure la neofita componente elettronica svolge qui un ruolo quasi insignificante. Chiaro, risulta, pertanto che il grosso del lavoro spetti, inevitabilmente, ai due interpreti al microfono. In questo senso possiamo affermare che, aldilà di una differente impostazione vocale, la Andersson non riesca a convincere fino in fondo: rispetto a chi, in passato, si era dilettata a cimentarsi in affascinanti ed incantevoli duetti con quell'animale da palcoscenico che risponde al nome di Mikael Stanne, il risultato è meno soddisfacente. Si assiste ad un tentativo di recuperare quelle atmosfere incantante e primordiali contenute nell'album d'esordio Skydancer, l'intermezzo di trenta secondi che incontriamo a partire dal minuto 03:10 ricorda più o meno vagamente quanto contenuto in un pezzo immortale come fu Through Ebony Archways, anche se, è evidente, che siamo piuttosto lontani da quegli standard di riferimento. Va anche detto che il gruppo non è mai stato interessato ad essere una copia di sé stesso, ma ha sempre preferito rivolgere il proprio sguardo con determinazione ed interesse al futuro piuttosto che compiacersi del proprio strepitoso passato. La melodia portante mantiene una profonda aura riflessiva e nostalgica, il gruppo è perfettamente conscio delle proprie potenzialità ed intraprende, con intelligenza e raziocinio, la via della sperimentazione sonora più completa, strizzando, e non poco, l'occhio pure al power metal più consistente e robusto. Viene riproposta la fortunata mossa di inserire un facile e succinto ritornello di sicura presa sull'ascoltatore e di impatto garantito on stage. La parte del leone la fa, manco a dirsi, il vocalist Stanne anche se una maggiore collaborazione da parte degli altri musicisti avrebbe, probabilmente, reso indimenticabile il brano. Io resisto senza controllo è quello che ci viene detto, in maniera lapidaria e sibillina, nel ritornello centrale. Nonostante i miei pensieri si ammantino di una strana follia, benché le ore trascorrano nell'isolamento e nel silenzio più totale, il mio spirito è ancora fiero e indomito nella battaglia. Ho posto mille domande senza mai ottenere alcuna risposta, il mio stato di bisogno e di necessità è stato acuito dalla mancanza di dialogo, le sole parole che ho udito erano pronunciate da persone a me straniere ed avevano in bocca il sapore agre della lussuria. Artigli che si conficcarono in me durante le lunghe ed interminabili notti gelate di dicembre stabilirono quale sarebbe stato il leitmotiv di quell'inverno. Intorno a me percepivo astio ed ostilità anche nelle persone che, un tempo, ritenevo più fidate, ora il loro tono era freddo e distaccato nei miei confronti, mi sentivo straniero a casa mia. L'assenza di controllo è dolce per me, oltre ogni proporzione conosciuta, nella notte buia e tetra mi appare ancora più profonda. Sento le spine di questa assenza di controllo, la morte che non biasimava la vita ora, ha finalmente, il sopravvento. In cambio naufrago alla deriva nel cuore della notte, senza controllo.

Auctioned

Segue poi la ballata romantica "Auctioned (Messo all'asta)", uno dei pezzi più corposi dell'intero album con i suoi sei minuti abbondanti di durata. Ed ecco, immediatamente, ritornare prepotentemente sulle scene il pianoforte che ci aveva accolto ad inizio album. La melodia che esso disegna è triste, carica di sofferenze e di patimenti e ben si adagia all'interpretazione vocale semplicemente magnifica di Stanne. Chitarre e batteria tornano ad essere viste come strumenti di accompagnamento rispetto alle tastiere che scandiscono il ritmo portante della traccia con discrezione ed eleganza. Ritmo che appare, invero, fin troppo all'acqua di rose e sembra richiamare alla mente pure certe trovate ipercommerciali e stucchevoli dei Metallica dell'epoca "d'oro" di The Unforgiven II e, con tutta la buona volontà di cui disponiamo, facciamo fatica a riconoscere in questo sound, eccessivamente ovattato e che pare essere stato preconfezionato in sala prove, la stessa band autrice di pezzi al vetriolo come Punish My Heaven, Dreamlore Degenerate o Scythe, Rage and Roses. Va comunque apprezzato il tentativo della band di rinnovarsi e di mostrarsi al pubblico in tutta la propria schiettezza, anche quando, evidentemente, lo stato di forma generale non era dei migliori. In un sorprendente, ed anch'esso audace ribaltamento dei ruoli tradizionalmente intesi all'interno di una rock band, ecco comparire pure il basso di Martin, autore, al minuto 03:50, di un gustoso assolo di gran classe, uno degli ultimi per lui in quel ruolo prima del ritorno alla chitarra. Esso funge anche da chiavistello perfetto per un'ultima porzione di brano dove si può apprezzare a pieno, finalmente, lo squisito talento musicale di Sundin che orchestra, grazie ad un assolo memorabile, un finale assolutamente degno di nota. In generale, a partire dal quarto minuto, emerge, con evidenza e forza, una nuova saggezza acquisita all'interno del gruppo, si assapora con piacere la sicurezza di chi non ha niente da dimostrare e può, pertanto, esprimersi come meglio ritiene opportuno per rappresentare determinati stati d'animo vissuti in quei momenti. Certamente consci che un album come The Gallery era semplicemente irripetibile ecco che i ragazzi di Gothenburg ricorrono alla giusta dose di esperienza, acquisita nel corso degli anni, e necessaria per non apparire eccessivamente noiosi e posticci agli occhi del pubblico. Uno dei brani in cui la dose di sperimentalismo è maggiore, cantato esclusivamente in clean vocals con il duo Brandstrom - Henriksson sugli scudi e capaci di prendersi la scena relegando, parzialmente, sullo sfondo gli altri tre componenti del gruppo. Non vi è nulla, o quasi, in Auctioned che si possa ascrivere nemmeno al versante più melodico del death metal, il pezzo suona 100% gothic ed in questo caso sono i connazionali Katatonia a rappresentare l'anello di congiunzione più prossimo con quanto proposto da Stanne e soci. Il vocalist al microfono, da parte sua, pare trovarsi talmente a suo agio nelle sue nuove vesti da divenire una sorta di Dave Gahan di Svezia tale e tanta è la somiglianza della sua voce "effettata" con quella del leader dei britannici Depeche Mode. A quell'epoca egli appare letteralmente in stato di grazia, una sorta di Re Mida del cantato metal, perennemente illuminato a giorno da un talento naturale cristallino e fuori dal comune,  Mikael sembra impossibilitato a cadere in errore qualsiasi cosa gli venga proposta di cantare. Dove sono stato costretto ad apporre la mia firma, si chiede allora, con fare quasi stupito, nel refrain centrale, ho perso l'asta in cui la mia vita fu presa a bastonate, scaraventata sotto al club degli infelici come me, del resto in cos'altro speravo io? La vita non mi appartiene più da tempo, una vita che non può esistere, mentre ingoio una dietro l'altra capsule dal sapore amaro con le quali allontano, con astuzia, la febbre dal mio corpo. Perciò se mi alzassi morto al mondo, ancora al comando del mio timone, avrei raggiunto il mio obiettivo. Domani, nell'undicesima ora, sentirò la Sua chiamata più da vicino. Ora, mentre il crepuscolo invia la sua grazia su di me, ricevo un cenno al mio viso, da molto vicino, per poter penetrare, finalmente, all'interno di un ideale insaziabile. Sono invitato a chiudere con decisione il portale che ho appena varcato, ma esso rimane pulsante e indugia alle mie spalle, per quale ragione? Perché il tempo, per me, non è ancora compiuto, non posso, tuttavia, vacillare ancora nella certezza della fatica. Percorsi, quindi, mezzo miglio ancora e mi domandavo quando sarebbe arrivata la risoluzione finale circa il mio destino. La vita si fece, in quei momenti, troppo solida, diluita dall'essenza dei miei rifiuti pronunciati innumerevoli volte, intrappolata al centro di un mirino che mi rendeva un facile bersaglio di fuoco. Io mi feci, contemporaneamente, ego e filtro di me stesso, le mie labbra si cosparsero, allora, di veleno, le parole che si formavano nella mia bocca si celavano sotto alla lingua per non essere vedute da nessun'altro.

To a Bitter Halt

Si continua poi con "To a Bitter Halt (Una amara battuta d'arresto)", traccia che pare essere l'ideale prosecuzione dell'iniziale FreeCard e che ci condurrà, al termine dei suoi quasi cinque minuti di esecuzione, oltre la metà della trackilst presentata. Ci accoglie, infatti, lo stesso mesto ed, all'apparenza dismesso, pianoforte che aveva fatto da apripista all'intero album, una ventina di minuti fa. Ci pensano, peraltro, dopo pochi secondi appena, le chitarre, grintose ed incalzanti a mutare lo scenario appena descritto. Sundin tira la volata al compagno Johansson e le due sei corde iniziano un vorticoso e frenetico inseguimento che crea un effetto sonoro decisamente interessante. Proprio il chitarrista principale della formazione svedese pare aver finalmente vinto le remore e sembra decisamente più a suo agio, Niklas, evidentemente, aveva bisogno di qualche canzone di assestamento per rompere il fiato ed entrare, così, nella giusta prospettiva artistica per fornire il suo fondamentale contributo alla valida riuscita di questo Projector. Il frontman, Stanne, torna a mostrare il lato più cattivo di sé raschiando con decisione la sua voce  greve ed oscura ma non disdegna, comunque, momenti in cui utilizza un parlato pulito molto blando e soffuso, come nel sofferto ritornello centrale scandito a partire dal minuto 02:57. Il tiro della canzone è alquanto pesante per quelli che sono gli standard di riferimento fin qui incontrati, di ispirazione heavy metal nella accezione più canonica della terminologia e pesante è pure l'incessante lavoro dietro le pelli di Anders Jivarp, protagonista di un drumming maschio e dotato di una sua fisionomia ben definita che lo rende indipendente dal lavoro degli strumenti a corda. Degno di nota è pure l'assolo centrale che si sviluppa appena dopo il refrain centrale, il melodic death metal arioso e frizzante degli esordi assume toni più oscuri e claustrofobici, si ammanta di consistenti velature dark, spesso peraltro assimilabili anch'esse all'universo gothic, che rendono il tutto discretamente affascinante e certamente ancor più criptico. Dopo una fugace ma piacevole comparsa di basso al minuto 04:09, l'ultimo spezzone del brano torna a disegnare atmosfere più tradizionali e parzialmente illuminate da una luce, comunque, non particolarmente accesa. Dopo aver fatto da grimaldello sonoro per entrare nella traccia, la componente elettronica del buon Martin si limita a svolgere un ruolo tutto sommato secondario in una traccia che, tendenzialmente, conserva un discreto legame con il passato più recente della band, (The Mind's I su tutti). Si torna a scavare nella dimensione onirica dell'uomo quale essere fragile e microscopico all'interno di un grandioso e, per molti versi, inspiegabile disegno cosmico di natura divina. Sogni turbati dalla presenza di un demone minaccioso, il nostro inconscio cerca di ritagliarsi un piccolo scrigno tutto per sé all'interno dell'Eden maestoso e sublime. Paure profonde ci assalgono e abbiamo necessità di reggerci più saldamente per non crollare di sotto, ci dirigiamo verso il monumento più alto, portiamo in dote un tesoro grandioso, oltre il tempo e oltre la parola. Siamo anche noi vittima dei tradimenti consumati sulle tombe delle vittime, le mani sconfitte si agitano con disperazione. C'è forse possibilità di un ritorno da questa tristezza impellente? La vostra cornice differisce molto dalla mia? Crollò il silenzio tutt'intorno e gli occhi si spalancarono, ora, di fronte ad immani forze naturali che generarono una pressione difficilmente contrastabile. Le tracce che abbiamo lasciato, vanamente, ci conducono ad una amara battuta d'arresto, un piede è ancora impantanato nella solitudine, mai preoccuparsi di ciò che è stato e di ciò che sarà, esattamente nel mezzo stiamo noi con il nostro presente ancora tutto da scrivere e protagonisti fieri del nostro oggi. Ancora una volta vengono ribaditi concetti tanto cari alla enigmatica penna di Stanne quali l'eterno contrasto tra un essere umano sognatore ed idealista che trova la sua ragione d'esistere nella speranza di un domani migliore, anche ultraterreno, e quello concreto e meramente pratico che, privo di alcuna fede religiosa tangibile, conduce la propria esistenza un giorno dopo l'altro, fermamente convinto che la dimensione terrena è l'unica possibile, nella sua misantropia e nel suo nichilismo dottrinale.

The Sun Fired Blanks

La folle corsa dei DT prosegue, ora, con la prossima "The Sun Fired Blanks (Il sole sparò a salve)" che, già nel titolo proposto, affonda le proprie radici nell'enigmatico artwork realizzato da Sundin per la copertina dell'album stesso. Un sole, quindi, privato di gran parte della propria luce naturale, depotenziato della sua energia vitale e che riflette, al proprio interno, giovani essere umani sfigurati in volto che, con una espressione tenera ed addirittura infantile, paiono implorare pietà. Il ritmo della sesta traccia si configura, nelle prime battute, come piuttosto sostenuto, la preziosa batteria di Jivarp funge da metronomo e collante ideale per far si che le diverse sezioni in cui il brano si sviluppa siano tutte ottimamente collegate l'una all'altra e trascinanti quanto ad interesse e coinvolgimento emotivo. I riff che vengono proposti conservano immutato il loro piacevole senso per la melodia, anche se appare evidente che, in questo frangente, la band miri ad un approccio più diretto e spedito. Valida è anche la prestazione offerta dal cantante che si affida ad un growl vecchio stampo di sicura efficacia e resa globale notevole. Veramente gustoso è pure il momento riflessivo e dolce che si sviluppa a partire dal minuto 03:05: le chitarre, a poco a poco, si riportano in direzione della melodia iniziale scandendo note suadenti e ricche di un marcato alone malinconico. Il basso di Henriksson si diletta in un cupo e delizioso assolo al minuto 03:19, prima che vocalist e chitarre tornino a pestare forte fino alla conclusione del brano. Uno dei pezzi più variegati e ricchi di sfumature dell'intero album, probabilmente uno di quelli che, con maggiore vigore rispetto ad altri, pare richiamare alla mente le straordinarie atmosfere incantate descritte all'interno di The Gallery. In particolare va evidenziata la capacità della band di mutare la carte in tavola nel corso di poco più di quattro minuti: assistiamo ad un incessante ed incredibilmente affascinante alternarsi tra momenti aggressivi e tirati, (soprattutto nella prima parte del brano), ad altri maggiormente improntati alla ricerca del ritmo e della melodia, (a partire dal minuto 02:25 il break ritmico è piuttosto evidente), ma, paradossalmente, la struttura complessiva del brano risulta essere incredibilmente omogenea e coeva. Non a caso questo fu anche uno dei marchi di fabbrica del primo corso della band, la capacità, quindi, di non risultare mai banali o fini a sé stessi ma, viceversa, di proporre soluzioni brillanti ed innovative senza, tuttavia, mancare di rispetto ai classici del passato. Ottima è la prestazione offerta dalla sezione strumentale classica nel suo complesso, (chitarre elettriche, basso e batteria), il sottoscritto, che ha sempre considerato freddo e fin troppo schematico il contributo di tastiere e sintetizzatori, non si stupisce affatto che uno dei brani più interessanti sotto questo aspetto sia anche uno di quelli in cui l'apporto della componente elettronica sia prossimo allo zero. Sundin, Johansson ed Henriksson formano una triade di assoluto spessore, si integrano e si completano alla perfezione, mentre Jivarp martella con impeto ma pure con criterio la sua fidata batteria, il tutto con buona pace del caro Brandstrom che avrà altre occasioni per prendersi le luci della ribalta tutte per sé. Tra le righe di un testo chiuso ed ermetico, anche oltre il consentito, possiamo individuare quale possibile chiave di lettura la delusione per una storia d'amore finita dolorosamente, la non facile accettazione di un rapporto interrotto reciprocamente solo perché non ci si sentiva meritevoli l'uno dell'altro. Al momento del crepuscolo, quando il sole sparò a salve, la malattia ci condusse fuori dalla nostra vista, il corpo trasportato, alla luce di alcune torce ardenti, in un luogo costellato da immani rovine, molto prima che l'amore si svelasse dinanzi ai nostri occhi. L'ambizione vacilla fortemente quando nessuna altra via d'uscita è possibile se non quella già conosciuta, l'essere umano si aggrappa ad un orgoglio ferito e pieno di sé. Alla nostra appartenenza reciproca è subentrata la ricerca di qualcosa d'altro, al nostro scambievole ministero è sancito lo standard di riferimento massimo e la caduta verso il basso, con la quale svanisce il nostro sogno d'amore, è assai fragorosa, simile ad un vero e proprio tonfo. Ridotti alla condizione di schiavi gli uni degli altri, dobbiamo entrare nell'ottica di non apparire per loro come una tentazione lenitiva, una scappatoia dal dolore, ma, viceversa, forzare in essi la coscienza della battuta d'arresto subita. Tutto ciò ha causato una grande vibrazione, un fascio di luce che sembrerebbe ricongiungermi a te, una fuga a due vie verso una felicità, oggi, svanita. Troppe remore, troppi dubbi, accettiamo le nostre naturali ed umane imperfezioni e torniamo ad unire i nostri cammini, divisi, frettolosamente per i timori di non essere all'altezza dell'altro. Stanne non indica, infine, se i ripensamenti avuti cui si fa riempimento in coda al testo porteranno i due innamorati a riunire effettivamente le loro strade, da grande scrittore amante della suspense quale è, egli lascia tutte le strade aperte anche se, dalle sue parole, pare trasparire un certo ottimismo sulla possibile prosecuzione della loro liaison d'amore.

Nether Novas

"Nether Novas (Le Nova dell'altro spazio)", con i suoi sei minuti e quattordici secondi è la traccia più corposa dell'intero lotto di canzoni presentateci. Il livello di sperimentalismo sonoro torna a crescere in maniera consistente: all'interno di un minutaggio importante aumentano le possibilità a disposizione del gruppo che coglie al volo l'occasione per evolversi ulteriormente in chiave moderna. Avvio decisamente soft con discreto uso dell'elettronica, chitarre pulite ed ombrose, una batteria ridotta ai minimi termini ed una fugace introduzione di basso ad aprire il campo all'ingresso sulle scene del vocalist. Stanne inizia la sua narrazione, al minuto 01:15, con le marce ridotte inserite, la sua voce naturalmente bassa e profonda si ammanta di un incredibile velo di sincera nostalgia, simile a profonda commozione. Il leader della band decide di portarci, in questo caso, su di una dimensione cosmica, metafisica e ci costringe, una volta di più, a fare i salti mortali per comprendere appieno il significato delle parole pronunciate. Proprio la capacità di offrire molteplici chiavi di lettura differenti ai testi presentati è peraltro, da sempre, ritenuta una delle peculiarità più significative dell'ensemble originaria di Gothenburg. Ciò che fino a tarda notte avevo dimenticato è tornato a galla prepotentemente, in questa grigia mattina di novembre, durante la quale verrò fatto a pezzi: la grande pala, macchiata di sporcizia ed arrugginita da incrostazioni, torna a scavare nel mio intimo, una vita a me sconosciuta, vissuta come un parassita che si insinua all'interno di un corpo esterno e ne succhia avidamente il sangue fino a piagarne la carne. Quella che, fino ai due minuti scarsi, si stava configurando come una dolce e romantica ballata, esplode improvvisamente e con fragore quando, in un attimo, Mikael sciorina il suo fenomenale growl vecchio stampo, infarcito di preziose contaminazioni black e folk, con cui ci propone la seconda stanza del pezzo. Anche le tonalità della sezione lirica si fanno più gravose e la situazione sembra sfuggirci di mano: una bugia ininterrotta che mi impedisce di ricadere fra braccia amiche, il tentativo estremo di non arrendersi alla solitudine, la speranza che ad alimentare il nostro cuore vi siano ancora vivide scintille dall'interno, la fierezza nel non voltarsi indietro più, tutto sembra perduto per sempre. Dal minuto 02:05 parte una incantevole sezione acustica di una trentina di secondi in cui si alternano a vicenda i vari membri della band quali catalizzatori dell'attenzione. In particolare, si segnala un'ultima porzione di questo break marchiata a fuoco dalla dominante batteria di Jivarp, sempre più calato a meraviglia nella nuova dimensione dei DT versione 2.0. Si riparte, poi, con il medesimo growl che avevamo lasciato in sospeso una sessantina di secondi fa: aggrapparsi ad un'onda che pareva piangere insieme a noi e poi il buio tutt'intorno, la resa era un dato di fatto inevitabile, non avevo più alcuna ambizione di fronte alle continue menzogne, il baratro che era già stato scavato dinanzi a me sarebbe divenuto ancora più profondo. La bugia non si è mai interrotta. E di nuovo, senza alcuna soluzione di continuità, il frontman ritorna a narrare in clean vocals, come se ciò fosse la cosa più naturale al mondo, senza bisogno di interruzioni o stacchi acustici di sorta per rifiatare o prepararsi allo switch canoro. Fenomenale davvero Stanne nella sua versatilità. Quando siamo esattamente a metà brano ecco che fa nuovamente capolino, per un momento, il basso di Henriksson, strumento ideale per disegnare atmosfere tristi e malinconiche come queste, le chitarre rallentano i ritmi per meglio accompagnare il singer e si adombrano di una oscurità quasi inquietante, tenebrosa. Approfittando di una ignoranza dilagante, gli stranieri possono venire avanti sotto mentite spoglie, al buio si muovono spediti, un passo dopo l'altro, per giungere, infine, al nostro cospetto e lasciarci in ginocchio ed in preda alla disperazione, il vuoto che portiamo dentro non è facilmente colmabile. Proviamo a farci coraggio e a prendere di petto la notte che incombe su di noi, i grigi pensieri novembrini che ci aleggiano in testa, cadiamo una prima volta a terra. Il lead guitarist Sundin si esibisce in un virtuosismo tecnico notevole al minuto 04:25 che prosegue, di lì a breve, con l'inserimento di un pregevole killer riff al minuto 04:38. Anche la parte ritmica, è bene evidenziarlo, svolge egregiamente il proprio compito passando con notevole dimestichezza dall'uso di chitarre pulite a chitarre in distorsione e, pure il drummer alterna, con precisione chirurgica, passaggi in mid tempo più cadenzati a veri e propri assalti eseguiti in doppia cassa. Urlo leonino di Stanne al minuto 05:23 utile a lanciare il rush finale a tutti i componenti della band ed ultimo spezzone del brano di nuovo aggressivo, serrato ed enunciato in growl. Spaventati di non riuscire a ritrovare la via di casa, un sentiero che pareva convincente e sicuro si è anch'esso saturato di ipocrisie e di bugie, ora le parole che udiamo non sono più sufficienti a colmare il nostro vuoto. Il silenzio assordante è stato, improvvisamente, rotto da qualcuno che ha detto che un posto è stato reso vacante da una rinuncia, qualcun altro, forse più saggio, scoppiò in una fragorosa risata. La realtà, amara e sconfortante, è che non vi è nessun posto vacante, solo uno spazio angusto a completamento di una fontana ornamentale, la maggior parte dello spazio sarà invaso da una muffa maleodorante che avrà l'aspetto dell'ipocrisia e della menzogna imperante. Probabilmente siamo di fronte al miglior pezzo in assoluto dell'intero album, una serie continua di finte e contro finte, break fragorosi e ripartenze improvvise che lasciano esterrefatti, incantati di fronte ad una simile abilità di muoversi su più fronti paralleli, pur senza mai dimenticare quali siano le proprie origini e mostrandosi sempre autentici, schietti, veri. Il momento, probabilmente, più alto dall'inizio dell'intero album, è seguito a ruota da uno dei più bassi in assoluto, (forse anche questa una scelta non casuale da parte di una band che sta evolvendo e che si sta mettendo alla prova all'interno del medesimo album).

Day To End

"Day To End (Fine del giorno)", in fin dei conti, è poco più di un intermezzo semiacustico, giocato quasi esclusivamente sul contrasto tra la componente storica della band, e cioè la straordinaria capacità del vocalist di interpretare in maniera personale qualsiasi pezzo gli venga proposto e quella più moderna, rappresentata dai campionamenti elettronici delle tastiere e dei sintetizzatori, in questo caso condotti, in realtà, ad un livello tale da risultare troppo ingombranti per lunghi tratti della canzone. Una diatriba tra i vecchi ed i nuovi Dark Tranquillity, un duello, a mio avviso, impari vinto a mani basse dal prode Stanne, pur non autore di una prestazione particolarmente incisiva. Il vocalist del combo scandinavo, in questo frangente specifico, esagera un tantino nella sua teatralità al punto da risultare quasi melenso nella sua interpretazione, mentre la strumentazione tradizionale si concede, sostanzialmente, tre minuti di riposo quasi assoluto dal momento che il loro apporto è veramente limitato ai minimi termini, e concentrato tutto nell'ultimo minuto e mezzo del brano. Il pezzo pare essere stato studiato a tavolino in studio di registrazione per risultare quanto più possibile accattivante e di facile presa agli occhi ed alle orecchie del pubblico, così facendo, però il sound dei DT appare non genuino, eccessivamente artefatto in funzione di logiche di mercato imperanti. Il termine di paragone più evidente, parlando di atmosfere evocate, è ancora una volta rappresentato dai funambolici Depeche Mode del periodo d'oro, (quello di Music For The Masses, per intenderci), ma quei livelli appaiono piuttosto distanti dall'essere anche solo avvicinati da Sundin e company. In effetti possiamo parlare, a buon diritto, di una sorta di esercizio di stile da parte di una band che, ormai giunta alla notorietà internazionale, ha il lusso di potersi concedere, perfettamente consapevole dei rischi che ne potrebbero derivare, ma altresì curiosa di potersi spalancare dinanzi ulteriori prospettive evolutive future. Dal momento che la storia seguente dei DT prenderà un'altra piega possiamo parlare, con legittimo beneficio del dubbio, di esperimento tendenzialmente non riuscito. Pur essendo contenuto in un album dal forte carattere sperimentale quale è questo Projector, il brano Day To End appare eccessivamente straniante, troppo intriso di contaminazioni elettroniche, quasi di ispirazione tecno-dance francamente di dubbio gusto e sul cui contenuto tecnico poco viene da segnalare in merito. Gradevole ma nulla più il ritornello centrale, anch'esso intriso di una forte componente malinconica e decadente, che si estende a cascata su tutta la restante durata del brano. Lo sperimentalismo della band raggiunge qui i massimi livelli, una canzone del tutto atipica e che nulla ha a che fare con l'universo del metallo pesante, non siamo ai livelli aberranti di Archetype ma, almeno da un punto di vista strumentale, preferiamo soprassedere e passare oltre con una certa celerità. Probabilmente più saggia sarebbe stata la scelta di inserire il pezzo in coda alla tracklist originale, nelle più umili vesti di "bonus track". Vediamo se, da un punto di vista lirico, gli spunti offerti sono maggiormente interessanti. Aspettando la fine del giorno, sebbene il silenzio sia arrivato troppo tardi, rivolgo gli occhi all'indietro, chiudo le palpebre per qualche istante, vieto al mondo esterno di entrare nel mio Io. Ecco, ora, il primo passaggio dal refrain centrale. Questa condizione è dovuta al fatto che io sto respingendo verso il basso i desideri, nuovamente è esplosa in me la mostruosità di ore passate inutilmente, tra la corruzione del pensiero ed il trauma nato interiormente. La seconda strofa serve a meglio spiegare la natura della nostra condizione di infelicità e di patimento. Tutti i pensieri che tu, con perfidia, hai instillato in me calpestano nuovamente la mia luce, portano via il dolore solo per qualche momento ma, in fin dei conti, non fanno altro che acuirlo in maniera evidente. Mi accorgo solo ora, con colpevole ritardo, che il tempo, esattamente come le lacrime, sembra non aver mai fine. Segue, infine, la ripetizione del chorus centrale a conclusione del brano. Rappresentazione di stati d'animo ombrosi e di profonda disperazione dell'animo, ben corredati da una sezione lirica decisamente più apprezzabile, nella sua estrema linearità (finalmente un testo semplice e moderno), di quella strumentale.

Dobermann

Ci avviciniamo, ormai, alla conclusione dell'album ed il gruppo torna a mostrare i muscoli con la nona traccia: "Dobermann", in principio, ci aggredisce con tempistiche incalzanti e rabbiose, le atmosfere sono ben più consistenti e definite rispetto a quelle alquanto eteree ed evanescenti tratteggiate qualche minuto prima, questo soprattutto perché, a farla da padrone, torna la componente strumentale tradizionalmente intesa. Le due chitarre si riprendono la scena principale e si muovono con una geometria pressoché perfetta nel loro incedere, Stanne inizia la sua performance sciorinando un poderoso growl old style, che, dopo aver strizzato l'occhio pure allo scream, degrada una prima volta in un'affascinante cantato in pulito. Quanto dinamismo giovanile, quasi sbarazzino, si percepisce in questo incipit, dal momento che, quanto appena descritto, è compresso in meno di un minuto. Necessario, quindi, concedersi un break. Jivarp si fa portavoce del resto della formazione scandendo, ora, un ritmo più cadenzato e regolare con rintocchi di piatti distinguibili e pieni che precedono, di qualche momento, una nuova dirompente accelerazione da parte del frontman svedese. Indimenticabile, in questo senso, lo scream diabolico del minuto 02:01, (retaggio dei ruggenti esordi in compagnia dell'amico Friden di una quindicina di anni prima), cui segue una mirabolante sezione strumentale di circa un minuto, sopra alla quale si inserisce, con garbo ed equilibrio pure lo stesso cantante che si affida, per l'occasione, ad una voce pregna di spessore, ammantata di una densità quasi materica, ottenuta grazie all'inserimento di qualche effetto speciale abilmente architettato in studio di registrazione. L'ultimo minuto vede la band forzare nuovamente le tempistiche ed ingranare le marce alte: grande il contributo della batteria di Anders con improvvisi stacchi seguiti da sgroppate al fulmicotone, indispensabili per conferire un tocco di epicità all'insieme. Graffianti pure i riff conclusivi orchestrati dalle 12 corde a disposizione di Sundin e Johansson, che si ricollegano funzionalmente con le tessiture imbastite nella prima porzione del brano. Il pezzo, nel complesso, è decisamente gradevole e di facile ascolto, perfettamente calato in un contesto multiforme e camaleontico quale fu Projector, anche se non sempre riesce a conferire l'idea della grinta e della fierezza che un titolo di questo tipo avrebbe, probabilmente, necessitato. La sezione lirica scava nella mente delle persone reiette, coloro i quali, rifiutati dalla società, cercano rifugio in qualche oscura setta o gang di strada, ma, essendo persone facilmente manipolabili, ne divengono schiave al punto da non essere più in grado o quasi di evaderne. I nostri occhi sono al buio, il corpo evanescente come quello di un fantasma, diveniamo quasi inconsistenti all'interno di un circolo affollato e che, in un primo momento, ci sembrava accogliente. In questo momento  siamo esattamente ciò che desideravamo fortemente di non essere, persone vuote, completamente alla mercé dei nostri aguzzini. Mercanti di miseria intorno a noi, il loro messaggio è subdolo, ci scuote dall'interno, essi inculcano nel nostro cervello convinzioni fraudolente ed infime, ci fanno credere di essere considerati niente più di un oneroso peso per la società, giorno dopo giorno lavorano nel nostro subconscio, ci sfiancano con i loro sermoni ampollosi e ridondanti. Qualcosa in noi sta, però, mutando, le mura che, un tempo ci avevano offerto riparo e protezione quando più eravamo deboli, ora stanno assumendo, sempre più, i connotati delle sbarre di una prigione, la sicurezza che ritenevamo garantita si sta tramutando in schiavitù della mente e del corpo. Sull'orlo dell'apnea ci precipitiamo, quindi, verso la sola finestra presente all'interno della gabbia di vetro in cui siamo rinchiusi, desideriamo aprire uno spiraglio che ci consenta di vedere di nuovo la luce del sole, la quantità di informazioni distorte e corrotte che abbiamo ricevuto ci dà la nausea e ci costringe a rimettere, sondiamo quale sia la possibile via di fuga da intraprendere per uscire da questo incubo. Ci mettiamo in movimento, dunque, dal momento che la fuga è la nostra unica opzione praticabile, strisciamo verso la libertà, il nostro corpo avanza e si allontana dalla morsa dell'oscurità. E' tempo che qualcuno paghi per quanto ci ha fatto, il messaggio è quanto mai chiaro e diretto, le lancette delle ore scorrono inesorabili, per i nostri carcerieri i minuti sono contati. Nel momento stesso in cui, finalmente, riusciamo a batterci con questi mercanti di miseria, a sfidarli sul loro terreno di battaglia preferito, che è quello dell'oratoria e della retorica, ecco che i primi ad accorgersi della vacuità delle loro parole sono proprio loro stessi, costretti, infine, a darsi alla fuga, simili a cani che brancolano nel buio, come fantasmi in pieno giorno in una strada affollata, identici in tutto e per tutto a come apparivamo noi stessi all'inizio della narrazione.

On Your Time (Nel tuo tempo)

L'album si chiude, allo scoccare del cinquantesimo minuto, con "On Your Time (Nel tuo tempo)", pezzo che viene introdotto da un poderoso spezzone iniziale di batteria da parte di un tambureggiante Jivarp. La band si dimena veloce e le chitarre, palesemente distorte, si mettono immediatamente in marcia, come del resto fa anche il grandioso vocalist, ritemprato a dovere per offrire il degno finale all' album. Si passa, quindi, da un growl torvo ed accigliato ad un cantato pulito fatalista e carico di una arcana malinconia, (in questa circostanza qualche leggera assonanza stilistica pare accomunare Stanne al grandioso Matt Barlow degli Iced Earth). A partire dal minuto 02:20 le chitarre disegnano una fenomenale successione di note ammalianti ed incantatrici sopra alle quali riprende la narrazione in growl. Sono le emozioni a regnare incontrastate per un'altra canzone dal rendimento assicurato in sede live: la band consolida e perfeziona la formula che ha reso, a lungo andare, vincente questo Projector: un continuo rincorrersi di momenti più serrati e furibondi con altri più distesi e dalle tempistiche decisamente più allungate. Non manca, inoltre, un ultimo eccellente assolo a firma Sundin: dopo di ciò resta solo il tempo per apprezzare una volta di più l'incessante cesellare di Jivarp e per ascoltare, con un velo di nostalgia, quelle che saranno le ultime note eseguite nei Dark Tranquillity da parte di Fredrik Johansson prima di separarsi dal resto della formazione scandinava. Un omaggio doveroso per un ragazzo misurato e diligente, eccellente musicista della sei corde, vinto dall'eccessivo stress che l'essere parte di una band di statura internazionale reca con sé e dal desiderio legittimo di dedicare più tempo alla propria famiglia. Una apprezzabile conclusione di album ottenuta grazie ad un pezzo abbastanza ricercato a livello di struttura portante, anche se, in tutta onestà, la band svedese pare essere arrivata in fondo a questo lavoro con la spia della riserva accesa. Anche l'ultimo pezzo, in effetti, sembra palesare un certo calo generale a livello di songwriting ed una ripetitività di schemi già proposti in altre occasioni all'interno dell'album. Da un punto di vista strettamente lirico Stanne tratteggia una sorta di romantico ballo in cui due innamorati si rincorrono e si cercano di continuo per entrare in sintonia nel medesimo tempo, muoversi allo stesso ritmo scandito dalle note di sottofondo. Una complicità che si estrinseca attraverso il desiderio di condividere un tempo comune per i pensieri, per le riflessioni, per i palpiti del cuore, il tempo, da sempre nemico atavico dell'uomo che, fondendosi inscindibilmente nel cuore di due persone che si amano, diviene ago della bilancia nevralgico ed orologio puntuale di una relazione unica, perfetta. Non sapremo mai se il tempo a nostra disposizione sarà abbastanza, mai comprenderemo se ciò che stiamo facendo in vita sia giusto o sbagliato, chiediamo soltanto alla nostra amata di essere insieme a noi e non contro di noi, di sopportarci sempre e di non odiarci. Nel cuore della notte fummo svegliati da un forte urto, una collisione di cui non comprendevamo l'origine: in quel momento speravamo di ottenere risposte che, invece, non arrivarono, non pensavamo alle parole che avevamo pronunciato in passato né tantomeno se lei fosse sincera mentre ci parlava. Quell'urto che ci svegliò di soprassalto, nel cuore della notte servì, pertanto, ad allontanare il caos dinanzi ai nostri occhi, nel momento in cui il pozzo in cui eravamo precipitati si fece più profondo, iniziammo la lenta risalita verso la superficie. Parole nuove, sincere, uscirono, dunque, dalla nostra bocca e i termini che usavamo mostravano una devozione mai manifestata prima. Cosa ci tratteneva dal mostrarci per quello che siamo veramente? Siamo rimasti in vita così a lungo per redimerci ai suoi occhi? Le cose ci appaiono, ora, sotto una nuova luce, mai così luminosa, e mai così profonde risuonano le tue carezze sulla mia pelle. Eravamo convinti che il tempo non potesse guarire certe ferite, ci sbagliavamo, niente più menzogne, dunque, a costo di rinunciare all'orgoglio, la nostra volontà è solamente quella di entrare per sempre nel suo tempo.

Conclusioni

Projector è certamente l'album più atipico ed originale mai realizzato dai Dark Tranquillity nel corso della loro ultra ventennale e gloriosa carriera discografica. Un prodotto che taluni recensori, all'epoca in cui venne analizzato, si affrettarono a catalogare come squisitamente ascrivibile al filone del gothic metal: definizione che, in effetti, risulta abbastanza condivisibile. I soli elementi riconducibili al melodic death metal tradizionale sono il cantato in growl di Stanne ed alcune sezioni di drumming tipicamente di matrice thrash-death, mentre le chitarre preferiscono disegnare armoniose ed incantevoli melodie incentrate su atmosfere oscure e plumbee. Il gothic metal trova riscontri tangibili nei principali elementi di novità che, come ampiamente segnalato in fase di recensione, vengono inseriti copiosamente all'interno della proposta sonora dei nostri. Innanzitutto il brillante cantato pulito del vocalist, utilizzato nella maggior parte dei casi per enunciare gli accattivanti ed orecchiabili refrain centrali, ottimo da impiegare in chiave live ed utile anche ad aumentare il consenso generale tra i giovani fan più raffinati e romantici che non apprezzano la ruvidità del growl. Le tastiere, poi, largamente utilizzate nel corso dell'album per conferire un tocco di modernità e di elettricità al suono dei nostri: evidenti i riferimenti, in questa direzione, a gruppi che poco o nulla hanno da spartire con l'universo metal, anche se in taluni casi esse risultano abbastanza ingombranti rispetto al conteso generale. Anche il basso, strumento tradizionalmente di nicchia nel panorama estremo, trova maggiore spazio di manovra in quanto le sue sonorità grevi ed oppressive sono semplicemente perfette all'interno del contesto generale descritto da Projector. Il cantato femminile viene inserito in una sola delle 10 canzoni presentate ed anch'esso assume una connotazione diversa, meno lirica e melodrammatica come in passato, bensì più meditativa e nervosa anche se, in linea di massima, poco o nulla si ricorda della prestazione fornita dall'ospite scelta per questo lavoro. Un prodotto audace, sperimentale in ogni sua sfaccettatura che convince maggiormente nella prima metà, a discapito di una seconda in cui, a livello globale, la formazione svedese pare perdere un attimo il bandolo della matassa ma riesce, comunque, anche grazie al ricorso ad una discreta dose di esperienza, a portare a casa un prodotto il cui giudizio finale supera abbondantemente la sufficienza. In altre sedi non pochi hanno parlato addirittura di miglior album dei Dark Tranquillity dopo The Gallery, il sottoscritto, sinceramente, non riesce a spingersi così in là, ma va indubbiamente riconosciuto il valore storico e l'importanza strategica che questo Projector ebbe nel proseguo della carriera dell'ensemble scandinava. Stanne, (la mia preferenza va comunque al suo growl cupo e rabbioso, alcuni passaggi in clean vocals suonano eccessivamente artefatti e studiati a tavolino), e soci anticipano l'arrivo del terzo millennio di qualche mese con un prodotto per certi versi stupefacente e spiazzante mostrando però al mondo intero, ancora una volta, una intraprendenza ed un coraggio fuori dal comune. Da premiare assolutamente!

1) FreeCard
2) ThereIn
3) UnDo Control
4) Auctioned
5) To a Bitter Halt
6) The Sun Fired Blanks
7) Nether Novas
8) Day To End
9) Dobermann
10) On Your Time (Nel tuo tempo)
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