DARK TRANQUILLITY

Lost to Apathy

2004 - Century Media Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
27/02/2017
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione recensione

Archiviato, tra l'entusiasmo generale, il poderoso e roboante Damage Done, l'album che nel 2002 aveva rilanciato con prepotenza i Dark Tranquillity ai vertici mondiali del death metal melodico, il biennio successivo fu caratterizzato da una intensa attività live, volta a promuovere e a far conoscere, nella dimensione più autentica e genuina che la musica rock conosce, le canzoni che erano state inserite nel full length del grande riscatto. Gli show si succedettero in frenetica e rapida successione, un sold out dopo sold out e mostrarono, in linea di massima, un gruppo in uno stato di forma generale più che apprezzabile, anche se non mancarono esibizioni meno convincenti e più fiacche, come umanamente comprensibile, d'altro canto. Un nome della caratura internazionale dei DT non poteva, in ogni caso, permettersi di trascurare troppo a lungo l'altrettanto importante aspetto delle registrazioni in studio, anche perché molti fan già reclamavano un seguito al fortunato lp e le voci su di una imminente pubblicazione da parte della band svedese iniziarono a circolare, con sempre maggiore insistenza, verso la fine del 2003. Anche Century Media Records, multinazionale dell'industria discografica che, dalla originaria città di Dortmund, si era espansa progressivamente a macchia d'olio fino a conquistare il mondo intero a suon di contratti faraonici, da parte sua reclamò l'urgenza di dare alle stampe un nuovo lavoro in formato fisico e gli stessi membri del gruppo, da uomini maturi e pienamente consapevoli quali erano, non si tirarono certamente indietro di fronte a quella responsabilità. Il tempo per l'attesa volse, dunque, al termine in quegli ultimi, impegnativi mesi del 2003: era giunto il momento di rimboccarsi le maniche una volta di più e dimostrare, soprattutto agli occhi dei più scettici e degli immancabili detrattori, il proprio, immutato talento compositivo. La band, d'altro canto, nel corso degli anni, si era guadagnata i gradi di formazione di spicco all'interno della label tedesca e poteva quindi avanzare, legittimamente, delle richieste che, a gruppi di secondo piano o ancora in rampa di lancia, erano del tutto, o quasi, precluse. Di comune accordo con la casa discografica, ecco dunque la decisione, strategicamente comprensibile e coerente con fortunate e già ampiamente sperimentate logiche di marketing, di anticipare il nuovo album con la pubblicazione di un piccolo ep preparatorio, il primo a distanza di otto anni dal mediocre Enter Suicidal Angels, che avrebbe, così, contribuito ad accrescere ulteriormente la già spasmodica attesa tra i fan, nel parallelo tentativo di conquistarne di nuovi, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione. Le sessioni di lavoro, unificate sia per l'ep oggetto della presente recensione che per il long play successivo, impegnarono la band durante i mesi di febbraio e di marzo del 2004. Esse si tennero in ben tre studi differenti: ai soliti Fredman Studio vennero registrate le porzioni di batteria, ai londinesi The Room le sezioni vocali, di chitarra e di basso e i Rogue Music, infine, furono scelti per gli arrangiamenti elettronici. Quelli che, ormai, erano diventati una sorta di seconda casa per Stanne e soci furono anche scelti per il missaggio finale ad opera, ancora una volta, del proprietario e sempre fedele Fredrik Nordstrom. La band decise di muoversi con largo anticipo rispetto alle previste date di pubblicazioni dei due lavori, (rispettivamente novembre del 2004 e gennaio dell'anno seguente), in quanto sarebbe poi stata impegnata, durante tutta l'estate, nell'ultima porzione del memorabile Damage Done Tour che si sarebbe protratto fino ad autunno inoltrato. "Lost To Apathy (Perso nell'apatia)" venne immesso sul mercato, come detto poc'anzi, il 15 novembre del 2004, due mesi prima del settimo studio album e si compose di tre brani inediti con l'aggiunta di una ulteriore quarta traccia registrata live a Cracovia e già inserita nel dvd Live Damage che aveva visto la luce nel mese di settembre dell'anno precedente. Proprio la collocazione temporale così ravvicinata a quella del prossimo lp, se da un lato contribuì effettivamente a far lievitare l'attesa tra i fan, (peraltro facilmente solleticabile di per sé quando si parla di un nome dell'importanza dei Dark Tranquillity), dall'altro rese questa pubblicazione intermedia abbastanza superflua, oscurata ben presto dalla più corposa ed importante release successiva. La qualità complessiva delle tracce proposte, inoltre, non fu particolarmente elevata e ciò alimentò, da più parti, i dubbi sull'immediato futuro della band: che il precedente, mirabolante Damage Done fosse stato il proverbiale canto del cigno, si domandarono in molti al termine dell'ascolto degli altalenanti ed ondivaghi 17 minuti che verranno qui scandagliati. Del resto, quelli erano anni davvero bui per il melodeath tutto: basti pensare ai più volte, inevitabilmente, menzionati In Flames, ormai incanalati con il pedale dell'acceleratore premuto a tavoletta, (e a retromarcia disinserita, per giunta) in direzione di un blando nu metal moderno, carico di un groove piacevole ma per nulla originale e farcito da melodie stucchevoli, quasi del tutto avulse da ogni richiamo al primordiale death metal degli esordi, oppure agli Arch Enemy che avevano pescato nella bella (e brava) vocalist tedesca Angela Gossow la classica gallina dalle uova d'oro, la conturbante presenza da dare in pasto agli occhi dei critici e della stampa specializzata, quella che l'ombroso e timido, (ma talentuosissimo), Johan Liiva non era, evidentemente, in grado di assicurare, grazie alla quale anche composizioni sempre più deboli, monocorde e ripetitive contribuirono a far lievitare a dismisura il conto in banca degli astuti fratelli Amott, i seminali At The Gates, infine, all'epoca parevano appartenere ad un passato remoto con i membri originari impegnati, con alterne fortune, in formazioni derivative e poco originali, anche se discretamente piacevoli per un orecchio disilluso ed ancora acerbo, musicalmente parlando, (Lock Up e Nightrage per il vocalist Tompa, The Haunted per i fratelli Bjorler). Un insuccesso pieno da parte di Stanne e compagni, avrebbe, probabilmente, significato la fine di un'epoca. Dubbi e perplessità che, verranno, fortunatamente fugati e messi a tacere, grazie, non solo al qui presente Lost To Apathy, prodotto come detto certamente non indimenticabile ma, ben lungi, dall'essere bollato come un fallimento tout court e soprattutto, grazie al successivo Character, full length che, personalmente, ritengo essere meno ispirato di Damage Done, (anche perché piuttosto simile ad esso ed abbastanza carente quanto ad innovazioni presentate), ma ugualmente in grado di stagliarsi ben oltre la sufficienza e di confermare i Dark Tranquillity come unico ed ultimo baluardo a difesa della vecchia scuola di Gothenburg. Entrando più nel dettaglio della tracklist che andremo ad analizzare a breve, dei tre pezzi inediti, uno solo, la titletrack iniziale, (di gran lunga la rappresentazione migliore di questo ep), verrà inserita senza modifiche realmente sostanziali in quella del successivo full length, una subirà un doveroso e necessario restyling che andrà a migliorarla in maniera piuttosto sensibile ed una sarà una sorta di curioso e non particolarmente convincente medley di alcuni riff, debitamente puliti ed armonizzati, di alcune tracce in seguito proposte all'interno di Character. La traccia live, infine, rientrerà sfortunatamente in una di quelle rare esibizioni non particolarmente felici cui avevamo fatto riferimento più sopra e poco o nulla aggiungerà al giudizio finale che andremo ad esporre al termine del nostro lavoro. Diamo, dunque, il via alle danze con il nostro tradizionale, inconfondibile track by track.

Lost To Apathy

L'ep si apre in grande stile con la vigorosa titletrack "Lost To Apathy (Perso nell'apatia)", pezzo sorretto da un riffing massiccio e potente e che fa trasparire, nella band, una spiccata attitudine bellicosa che potremmo definire di ispirazione thrash metal. La batteria si posiziona, fin da subito, su tempistiche incalzanti e serrate sulle quali si innestano alla perfezione anche le due chitarre, subito poste al centro della contesa con una lena ed una energia per nulla scalfite dai segni del tempo. Il fenomenale vocalist svedese, autentico numero 1 sulla piazza in quel momento in ambito estremo, schiuma rabbia, sbraita selvaggiamente la prima incalzante strofa ed appare a suo agio in questa veste aggressiva e sguaiata. Le tonalità utilizzate da Stanne sono arcigne e pungenti, quasi a voler rimarcare il filo che ancora lega il gruppo ai propri seminali esordi, a metà strada tra il black ed il folk metal. Gli arrangiamenti elettronici, nei solchi di una tradizione ormai consolidata, risultano essere curati nei minimi dettagli e molto ricercati: li possiamo sentire ed apprezzare come essi meritano appena dopo la prima ripetizione dell'accattivante chorus centrale, (minuto 01:20). Seconda strofa che ci aggredisce con tutta la sua forza d'urto dirompente poco dopo, l'approccio estremamente diretto e schivo che la band ci presenta in apertura pare essere l'esatta prosecuzione di ciò che aveva caratterizzato, (facendone la sua fortuna principale), il precedente album. Il tutto, se possibile, viene reso ancor più martellante e snello, grazie soprattutto ad una struttura ritmica semplificata ai minimi termini e che sembrerebbe assicurare notevole longevità in ottica live al brano stesso. Il primo momento per tirare un poco il fiato e per gustare una melodia più introspettiva e ricercata sovviene attorno al minuto 02:10. Qui il talentuoso Brandstrom prende in mano le redini delle operazioni: il suo contributo alla causa risulta essere dinamico, frizzante e molto moderno, le tastiere, irrequiete e nevrotiche nel loro incedere, fungono da rappresentazione acustica ideale dell'affascinante e tenebrosa copertina realizzata, tanto per cambiare, nei rinomati Cabin Fever Media di Niklas Sundin. Questo gustoso spezzone intermedio, dalla spiccata caratterizzazione elettronica, vuole essere un evidente richiamo al fin troppo bistrattato Projector e si protrae piuttosto a lungo, se è vero che le sei corde ritornano ad essere predominanti solo dopo lo scoccare del terzo minuto. Il vocalist, rigenerato da questo vivace stop and go, spinge ancora a velocità folle la propria narrazione e ci accompagna, con fare sicuro e disinvolto, sino al minuto 03:45, altro istante in cui maggiori divengono le aperture atmosferiche e le divagazioni futuristiche. Stanne si affida ad un malinconico parlato dal tenore lirico, davvero ben innestato sopra ad un tappeto ritmico delicato e morbido, che conferisce la necessaria profondità al suo magnifico cantato. Si ritorna, ben presto, a fare le cose in grande stile nell'epico finale con le chitarre ancora sugli scudi ed un Jivarp impegnato a pestare con forza e decisione i piatti a propria disposizione, non disdegnando nemmeno il ricorso a furenti, (e non così frequenti per lui), blast beats. Il brano, nei suoi quattro minuti e trentasette secondi, (la versione che troveremo su Character sarà abbastanza snellita), sembra essere una sorta di "best of" di tutto quanto è stato inserito nel trittico Projector - Haven - Damage Done: forse per la prima volta nella loro onorata carriera ultradecennale i DT paiono intenzionati a ridurre al minimo lo spazio per lo sperimentalismo sonoro, preferendo piuttosto autocelebrare i fasti di un passato glorioso, anche recente. Il risultato, nel complesso, ci soddisfa appieno ma spalanca più di un interrogativo per quel che sarà il resto dell'ep, quesiti che, come vedremo tra poco, non sempre troveranno la risposta che stavamo cercando. Per fini promozionali è stato inoltre girato un piacevole, benché alquanto canonico, videoclip ufficiale, sotto l'egida di Roger Johansson, (già in passato al lavoro con In Flames, Hammerfall e The Haunted). Ricolma di oscuri concetti metafisici, sempre piuttosto criptici, è la narrazione lirica proposta per noi dalla penna del prode condottiero Stanne. La base di partenza da cui partire, peraltro, è facilmente riconducibile al medesimo filo conduttore che aveva tenuto insieme gran parte delle tracce contenute in Damage Done. L'essere umano che viene qui dipinto è un individuo fondamentalmente solo, costantemente insicuro ed incapace di provare sentimenti autentici, inebetito dal surplus di informazioni ricevute quotidianamente dai mass media e non più in grado di distinguere il vero dal falso. Il tono taciuto della debole disperazione smette di echeggiare, il capo sfilacciato dei fili che ancora ci tengono coesi è destinato a sfaldarsi completamente. A causa delle assurde ed insulse leggi fisiche che reggono la contemporaneità, siamo divenuti incapaci di comunicare agli altri i nostri sentimenti più genuini, contemporaneamente troppo sensibili da un lato e del tutto indifferenti dall'altro. Una oscura magia, di cui non comprendiamo la natura, trama contro di noi, facendoci scordare i valori importanti della vita ed alimentando, viceversa, le nostre esistenze di assurdità e di banalità totalmente insignificanti. Tu hai assunto le sembianze di uno squallido guscio, vuoto, fragile, debole, presto la battaglia si esaurirà e sarai smarrito nell'apatia. Sconfitto ed umiliato, verserai lacrime utili solo a verificare il tuo residuo grado di sensibilità al dolore, niente conta più realmente al giorno d'oggi, metti in atto una timida reazione, del tutto vana, i tuoi occhi non vedranno più come in passato, oscurati dalla deprimente e posticcia non-realtà contemporanea, la stessa da cui vorresti fuggire ardentemente. Non vi è alcuna priorità per cui valga davvero la pena battersi nel mondo alienante, immateriale di oggi, inutile negarlo: d'altra parte è anche fuor di dubbio che sia il giunto il momento di iniziare, comunque, ad essene parte attiva, correndo, certamente, il rischio di andare incontro all'ennesimo fallimento personale. Io voglio sapere per quale motivo ed in che momento si esaurì l'universo dominato dalla passionalità e dal raziocinio e dove, di conseguenza, prese le mosse la apatica e folle deriva del genere umano. Per questa volta non essere scettico, vinci le tue ataviche inibizioni, smettila di condurre una vita del tutto passiva, non è più il momento di subire il corso degli eventi. In questo momento ti sto chiedendo di metterti in marcia e di seguirmi, perché la clessidra del tempo sta esaurendo il suo corso, gli echi della battaglia presto non si udiranno più e il rischio di rimanere intrappolato nell'apatia si fa sempre più concreto e tangibile.

Derivation TNB

Sono passati, come abbiamo più sopra ricordato, addirittura 8 anni dall'ultimo, deludente ep della band, quell'Enter Suicidal Angels sul cui esito finale pesava come un macigno, ricorderete la recensione del sottoscritto in merito, la conclusiva Archetype, brano insulso e caratterizzato da freddi e contraffatti suoni elettronici che davvero nulla avevano a che fare con la dimensione più autentica dei DT, quella, universalmente riconosciuta ed apprezzata, di pionieri del death metal melodico. Ebbene, a distanza di così tanto tempo, la band prova, (senza riuscirci fortunatamente), a riscrivere nuovi, personalissimi standard negativi con il pezzo che andremo ora ad analizzare, (a riguardo potremmo scomodare la celeberrima citazione secondo cui "è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare"). "Derivation TNB (Derivazione TNB)", è infatti il classico e banale pezzo riempitivo che difficilmente ti aspetteresti da una band della caratura internazionale dei nostri. La sigla TNB fa riferimento al brano The New Build che incontreremo all'interno di Character e dal quale viene, qui, armonizzato ed edulcorato a dovere il riff centrale. Lo spezzone iniziale e quello sopra al quale verrà scandita la malinconica e poco originale outro conclusiva verranno, a loro volta, rielaborati in Mind Matters, mentre il breve interludio di pochi secondi, (minuto 01:46/ 01:54) verrà rivisitato nella successiva Dry Run. Il tentativo del gruppo, certamente ardito ma di cui francamente non avvertivamo la necessità, è quello di rendere concordi ed organici questi differenti accordi con l'intento di amalgamarli in un unico pezzo, che suoni il più coeso ed omogeneo possibile. La fosca e nebbiosa ouverture è scandita da linee di basso lugubri e davvero elementari, Nicklasson svolge la sua dolorosa matassa con diligenza ed umiltà persino eccessive, la batteria si fa sentire appena, piatta e depotenziata, in sottofondo. La prima sezione del pezzo, davvero poco o per nulla coinvolgente, termina al minuto 0:53: qui un doppio rintocco di cembalo, finalmente un poco più penetrante, ha la funzione di anticipare l'entrata in campo delle chitarre distorte e l'inizio della breve e bisbigliata narrazione lirica. Ad ognuno di noi, un occhio è stato reso cieco, questo è il prezzo che dobbiamo pagare per mantenere il dono dell'autocontrollo, altra spiegazione plausibile non ci è concessa. Tutti noi siamo smarriti dall'interno, vittime e non testimoni, complici e non semplici passanti. Questo è il momento in cui due mondi diversi entrano in collisione. La porzione centrale mostra un leggero dinamismo in più, in primo luogo grazie al valido contributo offerto dalla componente elettronica. Gli arrangiamenti proposti da Martin sono concitati e vibranti, quasi esclusivamente ad essi va ascritto il merito di far raggiungere alla traccia un modesto picco emotivo al minuto 02:20. Qui ricomincia la narrazione, anch'essa più interessante e ricca rispetto a quanto incontrato sinora. Quanti dolorosi e secchi rifiuti siamo stati costretti a subire, per questo non è il caso di spingere troppo oltre i nostri obiettivi, le immagini assumono le sembianze di ombre eteree ed inconsistenti, solo grazie a questa nuova, umile e remissiva predisposizione mentale siamo in grado di preservare la nostra fragile sanità mentale. Dagli abissi più profondi, in cui il gruppo pare averci confinato contro la nostra volontà, riecheggia il verso conclusivo, il migliore in assoluto di tutta la canzone, (ripreso da un sample della fortunata serie di Star Trek). Tu sei l'isola della tranquillità in un mare di caos. Ritroviamo qui concetti storicamente cari ai Dark Tranquillity, quali l'eterna diatriba tra l'ordine ed il caos, la tranquillità oscura dalla quale noi tutti proveniamo ed alla quale aspiriamo, quale capolinea ideale ma difficilmente raggiungibile, al termine dei nostri giorni. Gli ultimi istanti del brano sono anch'essi caratterizzati da ritmi blandi, scontati ed addirittura noiosi, per certi versi. Ciò che lascia maggiormente interdetti, però, sono le atmosfere e le tinte evocate in questi soli tre minuti e mezzo: esse risultano, infatti, esageratamente tragiche, difficilmente comprensibili dopo la briosa ed incalzante titletrack. A nostro avviso, un pezzo del genere, collocato all'interno di un ep di sole 4 tracce, che dovrebbe fare dell'immediatezza e della fruibilità i suoi cavalli di battaglia predominanti, corre il rischio di risultare assai indigesto. Spezziamo, tuttavia, una lancia a favore dei nostri dicendo che le varie sezioni che lo compongono risultano essere collegate in maniera discreta e non si riscontrano particolari incongruenze di fondo. Per queste ragioni riteniamo che lo scettro di peggior pezzo di sempre nella storia dei DT resti saldamente nelle mani della impresentabile Archetype, ma è altrettanto indubbio che ci troviamo di fronte ad un altro esperimento di scarsa o nulla utilità da parte di una band evidentemente poco ispirata quando si tratta di comporre canzoni idonee per la dimensione intimista e ridotta degli ep

The Endless Feed (Chaos Seed Remix)

In terza posizione abbiamo "The Endless Feed (Il nutrimento senza fine)", brano proposto qui nella dignitosa, ma nulla più, versione remix ribattezzata Chaos Seed in cui, superfluo sottolinearlo, a farla da padrone è la componente elettronica affidata a Brandstrom. Nell'ambito musicale, universalmente inteso, è convinzione assodata quella di offrire qualsivoglia adattamento di natura simile in un secondo tempo, solitamente non troppo lungo, rispetto al rilascio della variante primigenia. Questo allo scopo di mantenere vivo l'interesse nei confronti della traccia medesima, proponendola in una differente forma che risulti il più possibile fresca e moderna. I Dark Tranquillity, invece, ribaltano completamente questo assioma e decidono di dare in pasto ai propri fan questo curioso arrangiamento due mesi prima di quello originale. Una decisione certamente non priva di coraggio, piuttosto opinabile in vero e, a giudizio strettamente personale, non particolarmente condivisibile. Il pezzo, di base, è scandito da un mid tempo assai regolare e fin troppo meccanizzato, i pochi riff di chitarra che incontriamo appaiono piuttosto slegati tra loro e pure eccessivamente oscuri, perché inseriti nel contesto di un mini cd come questo. I campionamenti elettronici di Martin, viceversa, sono intraprendenti e preziosi: quasi esclusivamente a loro è affidato il compito di reggere le fila della canzone e dobbiamo dire che l'obiettivo, almeno sotto questo punto di vista, è centrato. La prestazione offerta da Stanne dietro al microfono è del tutto ordinaria, i passaggi più ragionati in cui egli si affida al parlato di sottofondo non aggiungono nulla di nuovo, né di veramente interessante allo sviluppo del pezzo. L'atmosfera che si respira lungo questi 4 minuti sembra rimandare, (pur fermandosi assai distante da quei picchi inarrivabili), all'immagine caotica e frenetica della grande metropoli, sempre in movimento h24, mirabilmente descritta da quel genio assoluto che risponde al nome di Devin Townsend nell'indimenticabile City, opera omnia dei suoi insani e pazzoidi Strapping Young Lad. L'ambiente ideale, quindi, in cui le paranoie e le schizofrenie dell'essere umano possono proliferare incontrastate fino a farsi del tutto insopportabili, (ricordiamo che il periodo preso in considerazione in questo lavoro fu caratterizzato, per ammissione stessa da parte dei membri della band, da un forte stress emotivo generalizzato). Nel complesso, il rendimento della traccia risulta accettabile, il nostro giudizio finale le consente di posizionarsi appena sopra a Derivation TNB, ma non possiamo, d'altro canto, esimerci dal consigliare ai DT di lasciare l'industrial metal nelle mani, (e nelle corde), dei maestri del genere, (Fear Factory in primis, oltre ai già citati, non più in attività, SYL per finire, poi, con gli Ulver più sperimentali di Perdition City). Il corredo lirico che ci viene presentato accentua ulteriormente il disprezzo che il gruppo nutre nei confronti della subdola follia indotta dai mass media nella contemporaneità e sulla necessità da parte dell'uomo di imparare ad essere più sincero con sé stesso. Peraltro il comportamento di ogni individuo risulta essere fortemente condizionato dall'ambiente in cui egli vive, un ambiente cioè dominato dall'ipocrisia, dal falso moralismo e dall'arrivismo imperante. L'essere umano ha riposto troppo a lungo una eccessiva fiducia in sé stesso, ma si ritrova, sconfitto ed umiliato, a dover fare i conti con l'amara realtà attuale: egli è divenuto incapace di vedere oltre la quotidiana barricata da lui stesso eretta a suon di piccole bugie e di evasive non-risposte. Hai tentato di nascondere anche la più evidente delle verità, il debole intrattenitore con cui ti eri illuso di cambiare il corso degli eventi non è nessun'altro altro se non te stesso. Hai bisogno del conforto di altri per fortificare il tuo disprezzo nei nostri confronti, il tuo intento è quello di far emergere solo il peggio di noi altri, fai di tutto per metterci sotto una cattiva luce. Intrattenere il pensiero che siamo ancora vivi, tenere nella giusta considerazione l'idea imminente della morte, incatenare i sospetti e i peggiori timori. Puoi ottenere tutto questo semplicemente tirandoci verso di te e spingendoci verso il basso. Ho percepito una allegria contagiosa, la tua fede non potrebbe essere più forte di così, nella tua testa la scena è già ben delineata in ogni sua sfumatura, non più suscettibile di nessuna altra contaminazione dall'esterno. La paura mi intrappola e mi rende diverso da quello che vorrei essere, farò quello che mi verrà richiesto, non è mia intenzione spargere al suolo altri semi del caos. Tutto si perde nel nome dell'intrattenimento, a ciò siamo stati condannati, il senso del pericolo è ormai svuotato di ogni suo fondamento. La nostra esistenza quotidiana si fa, dunque, spettacolo ella stessa, i confini della privacy vengono del tutto annullati e sacrificati sull'altare dello show business.

Undo Control (Live)

A chiudere l'ep la riproposizione in chiave live del pezzo "Undo Control (Senza controllo)", la cui versione originale era contenuta nell'album Projector datato 1999 e che, come più sopra ricordato, era stata già inserita all'interno del dvd Live Damage immesso sul mercato nel corso del 2003. Stiamo parlando, dunque, dell'esibizione che il gruppo tenne nella città polacca di Cracovia in data 7 ottobre del 2002. Alla luce di queste informazioni introduttive, riteniamo che anche questa sia stata una scelta non particolarmente felice da parte dei nostri, fondamentalmente per tre ordini di fattore. Innanzitutto perché stiamo parlando di un pezzo già vecchio di un lustro, un lasso di tempo non indifferente per una formazione in continua evoluzione come quella svedese. Le coordinate stilistiche principali dei DT si erano, infatti, spostate dal marcato sperimentalismo sonoro di fine millennio in direzione di un più canonico e meno ardito death metal melodico moderno. Secondariamente non capiamo le motivazioni che abbiano indotto il gruppo a riproporre pedissequamente un pezzo già altrove presentato: dal momento che le esibizioni live del gruppo si succedettero, praticamente senza soluzione di continuità, in tutto il periodo intercorso tra le due pubblicazioni, sarebbe stato più conveniente ed interessante proporne una differente versione, registrata altrove. Non comprendiamo questa scelta anche, e a maggior ragione, perché l'esibizione live di cui stiamo parlando risultò essere piuttosto fiacca per quelli che sono gli standard di riferimento cui il gruppo ci aveva abituato nel corso della sua gloriosa carriera. Le atmosfere fumose e trasognanti che furono evocate nella serata polacca, anche grazie al ricorso agli immancabili effetti scenici, non parvero coinvolgere ed entusiasmare più di tanto il pubblico presente on stage, (evidentemente da quelle parti prediligono sonorità ben più pesanti di quelle, sulla scia di gruppi quali Behemoth, Decapitated e Vader). Anche il frontman del gruppo non sembrò essere in una delle sue serate migliori, ma parve piuttosto barcamenarsi alla meno peggio facendo ricorso alla sua notevole esperienza per dimenarsi tra le diverse strofe, decantate con asprezza e ruvidità per certi versi addirittura non necessarie, e l'affabile ritornello centrale, penalizzato da un'acustica non propriamente ottimale. Anche il resto della band, di rimando, sembrò adattarsi ai modesti standard di riferimento dettati in quell'occasione dal proprio vocalist e si limitò a confezionare una prestazione, nel complesso, del tutto ordinaria. Le stesse sonorità, ammalianti e seducenti, che avvicinarono il gruppo al gothic metal nel 1999, non riuscirono, viceversa, ad entusiasmare nella fredda serata di Cracovia. Se ricorderete, la versione originale vedeva la partecipazione, in qualità di seconda voce, della brava Johanna Andersson, la cui preziosa collaborazione con Stanne contribuì a rendere il brano decisamente più profondo e dotato di una spiccata personalità. Proviamo quindi, a seguire i consigli che ci vengono dati nel corso della narrazione lirica e resistiamo anche noi, gagliardamente e senza controllo, solitari ed in silenzio, ma ancora desiderosi di battagliare e di tenere testa ad un destino avverso che parrebbe essere già scritto. Nella follia e nella disperazione troviamo i nostri unici e più saldi motivi di conforto, da tempo abbiamo smesso di porre domande, le risposte che cercavamo non sono mai arrivate. La sensazione di essere stranieri in casa nostra, nell'intimo sconosciuti anche a noi stessi, che un tempo ci tormentava e ci impediva di prendere sonno la notte, oggi non ci disturba più. A briglia sciolta, senza più il controllo di noi stessi, ci lasciamo cullare dalle placide onde della notte, naufraghi alla deriva ma con l'animo sereno ed un fare distaccato che non avevamo da tempo. Una conclusione francamente in sordina per un ep che ha riservato il meglio di sé stesso in avvio per poi calare in maniera piuttosto sensibile nelle rimanenti tre tracce.

Conclusioni

I Dark Tranquillity si confermano, quindi, formazione poco sagace nella scelta dei brani da inserire all'interno dei propri ep: Lost To Apathy trova, sostanzialmente, il solo motivo di interesse concreto e reale nell'iniziale ed avvincente titletrack. Il brano è sostenuto da un ottimo riffing chitarristico, davvero incalzante e martellante, che consente di mantenere alta la tensione nell'ascoltatore durante tutti i cinque minuti scarsi nei quali esso si articola. Il pezzo viene ulteriormente appesantito dalla felice scelta operata da Stanne di affidarsi, in questa circostanza, ad un cantato abrasivo e ficcante che ne acuisce e ne rende ancora più riconoscibile la sua impronta, a cavallo tra il thrash e l'hardcore. Il coro centrale è chiaramente destinato ad offrire il meglio di sé in chiave live, ma anche in studio di registrazione la sua resa è più che convincente. Il contributo garantito dagli altri membri del gruppo viene rivisitato in chiave minimalista, soprattutto per quel che concerne l'apporto della batteria e del basso, qui ridotti al ruolo di comprimari di lusso. Il grosso del lavoro è svolto dalle due chitarre e dal loro entusiasmante incedere, serrato e spedito come un treno in corsa. Quello che avrebbe potuto prospettarsi come il più sfizioso degli antipasti, si rivela, invece, essere l'unico pezzo veramente degno di attenzione in tutto l'ep. In questa sede ci limiteremo, pertanto, a ricordare come dei diversi accordi che, con scelta coraggiosa ma poco funzionale, sono stati accostati l'un l'altro nella mediocre Derivation TNB uno solo sarà ripreso nel successivo Character, peraltro nella veste poco lusinghiera di outro conclusiva di Through Smudged Lenses. Per quel che concerne, invece, Endless Feed rimane la curiosità di sentire come suonerà il pezzo nella sua versione originale, alleggerita e ripulita dell'audace e poco redditizio remix con cui ci è stata, (incautamente), anticipata in questa sede. Per quel che concerne i tre pezzi inediti, ciò che merita di essere, comunque, menzionato è il prezioso e diligente contribuito offerto alla causa da parte del bravo Martin Brandstrom. Dopo essere stato, sostanzialmente, messo in disparte nel precedente Damage Done egli torna in prima linea e propone, per l'occasione, gustosi e piacevoli arrangiamenti alle tastiere ed ai sintetizzatori. Gli importanti retaggi dell'elettronica anni 80 tendono a ridursi progressivamente e le sonorità che ne derivano risultano essere decisamente moderne e calzanti. Gran parte del merito per cui Lost To Apathy strappa una stiracchiata sufficienza in pagella va ascritto a lui, e lascia intravvedere una possibile nuova, seppur non decisiva, svolta stilistica da parte della band a partire dal prossimo, imminente lp. Character sarà, infatti, contrassegnato da un apporto elettronico decisamente più massiccio rispetto al suo illustre predecessore. Il pezzo live conclusivo poco o nulla aggiunge al nostro giudizio finale per i motivi già sottolineati più sopra. Una pubblicazione quindi tutt'altro che indimenticabile da parte dei maestri del death metal melodico, dedicata quasi esclusivamente ai collezionisti più instancabili e completisti, per tutti gli altri consigliamo di risparmiare tempo e denaro nella (breve) attesa del ben più interessante full length con il quale i Dark Tranquillity apriranno a loro modo il 2005. Resta da chiedersi, infine, se il gruppo fosse davvero intenzionato a rilasciare un prodotto di simile caratura o se abbia dovuto, sostanzialmente, cedere alle richieste sempre più insistenti e pressanti giunte da parte di Century Media Records. La nostra sensazione, quasi una certezza in effetti, è che né l'una né l'altra parte si siano sforzate più di tanto nella realizzazione di un prodotto del quale, anche in relazione alle tempistiche con cui è stato immesso sul mercato, si sarebbe potuto fare tranquillamente a meno.

1) Lost To Apathy
2) Derivation TNB
3) The Endless Feed (Chaos Seed Remix)
4) Undo Control (Live)
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