DARK TRANQUILLITY

Haven

2000 - Century Media Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
09/12/2016
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6

Introduzione Recensione

Prosegue, in questo nuovo episodio, la nostra minuziosa analisi della discografia della più influente formazione del melodic death metal di sempre: quei Dark Tranquillity il cui nome resterà, eternamente, scolpito nella memoria di appassionati e non per un capolavoro epocale, nonché un album di una portata storica a dir poco grandiosa, quale fu, indiscutibilmente, The Gallery, datato 1995. Dopo aver portato il loro sperimentalismo sonoro ai massimi livelli, prima con il convincente The Minds' I e, un paio di anni dopo, con il controverso ma, forse ancor più importante Projector, ecco che i nostri paladini inaugurano il terzo millennio con una nuova pubblicazione su lunga distanza, che non mancherà di far discutere, anche aspramente il pubblico. Sono passati, infatti, solo pochi mesi dal precedente lp quando Stanne e compagni ritornano in sala prove per dare alla luce il loro quinto full length: stiamo parlando di "Haven (Rifugio)", considerato da più parti come uno dei punti più bassi dell'intera carriera discografica dei nostri. Le registrazioni, nello specifico, impiegarono la band durante i mesi di marzo e di aprile dell'anno 2000 e si tennero, come tradizione, nei celeberrimi studi di registrazione Fredman della natia città di Gothenburg. Alcune note introduttive all'album sono assolutamente doverose. Innanzitutto vanno segnalate alcune modifiche, già ampiamente ventilate nel precedente album, per quanto riguarda la line up dell'ensemble scandinava, le prime veramente significative dal momento in cui il valido singer Anders Friman decise di mettersi in proprio passando agli In Flames. Alla seconda chitarra non troveremo più l'ottimo Fredrik Johansson, in cui vece verrà dirottato il poliedrico Martin Henriksson, (in realtà inizialmente alquanto riluttante all'idea), rimpiazzato a sua volta, dall'unica new entry effettiva rappresentata da Michael Nicklasson, musicista con un passato più o meno glorioso speso tra i seminali Carnage, i Lost Horizon ed i Luciferion. Dando seguito a quanto già largamente intravisto nel recentissimo passato, si registrò, inoltre, l'inserimento in pianta stabile del bravo Martin Brandstrom alle tastiere ed all'elettronica, (peraltro già di fatto membro aggiunto alla band a partire dal precedente lp). Non sconvolgimenti clamorosi, dunque, ma piccoli movimenti che vanno intesi come un chiaro segnale della voglia da parte dei Dark Tranquillity di non farsi trovare impreparati dinanzi ai mutamenti culturali e musicali già in atto e sicuramente previsti, in maniera anche roboante, con l'arrivo del nuovo millennio. L'album sarà anche segnato da un minor coinvolgimento della prima chitarra solista. Questa, probabilmente, è l'annotazione preliminare più importante da segnalare circa la gestazione di quest'album: come, forse, ricorderete avevamo fatto riferimento, nell'episodio precedente, ad un importante progetto lavorativo parallelo che stava prendendo le mosse nella seconda metà del 1999 e che avrebbe coinvolto in prima persona proprio Niklas Sundin. Con grande entusiasmo e vigore, dando continuità alla sua passione giovanile per la fotografia, egli si era lanciato in una nuova esperienza professionale che lo avrebbe portato, nel giro di qualche settimana appena, all'inaugurazione degli ambiziosi studi di lavorazione ribattezzati Cabin Fever Media e dedicati alla grafica digitale ed al web design. I numerosi impegni che ne conseguirono, (arrivarono richieste quasi immediate per la realizzazione grafica di artwork da parte di Arch Enemy, In Flames, Nightrage, Sentenced, Soilwork solo per citare i gruppi più importanti), limitarono quasi totalmente il suo apporto sia a livello compositivo che di songwriting. Inutile aggiungere, alla luce di quanto detto poc'anzi, che fu lo stesso Sundin ad incaricarsi della realizzazione dell'artwork di copertina: un disegno scarno, minimalista e freddo, se paragonato alle copertine degli album precedenti ma al tempo stesso graffiante, ermetico ed irto di spine, una metafora perfetta per descrivere quello che voleva essere il sound contenuto nell'album e per testimoniare ancora una volta la versatilità della band svedese. Da quel momento in poi i DT smisero di affidarsi a collaboratori esterni per la realizzazione delle loro cover, (artisti a tutto tondo quali il prodigioso "Necrolord" Wahlin con le sue tinte calde e materiche), e si affidarono sempre alla fotografia digitale, formale e talvolta fin troppo asettica dei Cabin Fever Media. Il disimpegno di Sundin fu affrontato dalla band in due direzioni distinte. Per quanto riguarda la porzione ritmica venne concesso maggiore spazio di manovra al divenuto chitarrista Henriksson che preferì impostare il lavoro secondo un differente stile personale, maggiormente improntato alla ricerca della melodia e decisamente meno diretto rispetto al suo più illustre collega. Per quel che concerne, invece, la sezione lirica carta bianca assoluta venne data a Mikael Stanne che si sobbarcò per intero il compito di comporre tutte le 11 tracce inserite in tracklist con il suo stile introspettivo ed ermetico inconfondibile, anche se meno accentuato che in altre circostanze. I semi lanciati sul suolo fertile di un mercato musicale in continua e rapida evoluzione con il precedente Projector, verranno, ora, raccolti grazie ad una ulteriore semplificazione delle strutture portanti dei brani, (parallelamente si assiste anche ad uno snellimento della sezione lirica degli stessi), un maggior dinamismo da parte della strumentazione "atipica" in possesso della band e la ricerca di refrain centrali in grado di garantire una immediata e sicura presa sull'ascoltatore, "catchy" usando un termine che va tanto in voga attualmente. Una ulteriore conferma di quanto appena affermato ci viene offerta osservando il minutaggio delle singole tracce: solo una, (l'ultima peraltro), è superiore ai sei minuti, una seconda è di poco superiore ai quattro, mentre le restanti nove sono tutte di minutaggio inferiore, segno inevitabile che l'approccio dei DT è sostanzialmente mutato. La band prosegue dunque il proprio cammino nell'olimpo del metallo estremo muovendosi, con ancora maggior decisione e sicurezza, in direzione di un sound che privilegi l'impatto sonoro immediato, che necessariamente dovrà essere quanto più coinvolgente e trascinante nei confronti del pubblico; la ricerca delle atmosfere nostalgiche e melanconiche, che così tanto ci avevano affascinato nel periodo compreso tra il 1993 ed il 1995, vengono, viceversa, poste in secondo piano, anche se non mancheranno momenti di grande enfasi e di trasporto sensoriale. Assieme al precedente Projector, Haven è l'album che più si allontana da quelli che sono i dettami cardine del genere, non è un caso se le influenze maggiori che troveremo durante l'ascolto sono da ricercarsi principalmente in gruppi quali i Depeche Mode, (già ampiamente omaggiati nel precedente lavoro), i Paradise Lost e gli stessi Iron Maiden. Molto probabilmente fu anche per questo che, all'epoca, l'album ricevette critiche alquanto contrastanti e spezzò letteralmente in due fazioni i fan della band. In particolare non furono tenere le critiche che arrivarono al gruppo da quanti, specialmente fan della prima ora meno inclini al cambiamento, accusarono il gruppo di essersi troppo ammorbidito seguendo subdole e convenienti logiche di mercato. Curioso da segnalare è il fatto che una critica simile arrivò, qualche anno più tardi, pure ai "cugini" artistici dei DT, quegli In Flames da sempre termine di paragone ideale durante i nostri lavori che, a differenza di quanto fatto dall'ensemble capitanata da Stanne, non limitarono la loro sperimentazione in territori spiccatamente commerciali ad un solo full length, ma che, viceversa, orienteranno tutta la seconda parte della loro produzione artistica proprio in quella direzione, rinnegando, di fatto il glorioso ed epico passato made in melodic death metal. Tornando ad Haven è innegabile rimarcare come, durante i 43 minuti di cui l'album è composto, si assisterà ad una certa monotonia di fondo, specie nella porzione centrale di esso, una carenza a livello di ispirazione che porterà il pubblico più volte a perdere di interesse nei confronti dell'ascolto, mentre emergeranno in maniera netta sul resto della concorrenza la prima e l'ultima traccia presentate. L'album, licenziato sotto Century Media Records, il 17 giugno del 2000, fu preceduto da una interessante attività live che vide i Dark Tranquillity giungere anche in Italia, appena una settimana prima del rilascio dello stesso. La band, capitanata dal mirabolante vocalist biondocrinito, fu infatti presente al Gods of Metal, (quando ancora una simile definizione risultava calzante per descrivere una manifestazione che, nel corso degli anni, è divenuta una copia sbiadita di sé stessa). In quell'occasione la più importante rassegna musicale dedicata al metallo pesante del territorio nazionale si tenne a Monza ed i pionieri del melodic death metal si esibirono all'interno di un bill che vedeva la presenza, (spalmata nei due giorni di festival previsti), di band del calibro di Iron Maiden, Testament, Slayer, In Flames, Sentenced. Chi era presente quel giorno parlò di una band in grande forma e assolutamente in grado di coinvolgere il pubblico: nella setlist che fu proposta vennero inseriti tre brani estrapolati da questo Haven. Vediamo ora di passare al nostro consueto track by track.

The Wonders At Yor Feet

Come detto poco fa l'album si apre in grande stile con "The Wonders At Yor Feet (Le meraviglie ai tuoi piedi)", pezzo diretto e selvaggio che in tre minuti esatti condensa tutta l'essenza del nuovo corso che la band desiderava intraprendere allora. Batteria e tastiere ci accolgono con una melodia che, fin da subito, appare in tutto il suo fascino e che sembra essere stata disegnata su misura per la dimensione live, (da dove, di fatto, non uscirà mai fino ai giorni nostri). Il cambiamento di approccio è lampante, i DT mirano ad una presa fulminea e sicura sul pubblico e per ottenerla puntano tutto su riff basici, semplici ma destinati a rimanere scolpiti nella memoria, ideali per essere ripresi anche dai neofiti della chitarra. La pesantezza sonora che le chitarre riescono a conseguire è notevole, un macigno che rotola giù per una vallata e che, sul suo cammino, distrugge e travolge qualsiasi cosa incontri. Stanne gioca subito il carico da novanta esplodendo il suo fantasmagorico growl baritonale dopo una manciata di secondi e ci catapulta al centro di un prodigioso vortice emozionale, le meraviglie che la band narra essere ai nostri piedi paiono, invece, sorvolare le nostre stelle, tra astri brillanti e luminosi e cieli immensi di una sconfinata bellezza. Il tiro della canzone si stampa immediatamente dentro di noi, anche grazie ad un leitmotiv tastieristico davvero di gran pregio. A tal proposito va segnalato che "assistenza creativa", (così recitano le note interne al booklet dell'album), venne prestata per questa canzone da Christer Lundberg che, nel corso del 2002, avrebbe fondato la poco nota formazione degli Universal Poplab, band dedita ad una pop music dal carattere fortemente sperimentale in cui grande è lo spazio riservato proprio alle tastiere ed ai sintetizzatori. Martin Brandstrom ci offre il suo benvenuto con un pregevole contributo che reinterpreta il retaggio elettronico degli anni ottanta in chiave più moderna e filtrandolo, ovviamente, sotto un'ottica di maggior pesantezza di cui un album metal necessita. Uno dei pochi riferimenti in chiave metal che possiamo citare a tal proposito sono i britannici Paradise Lost del tanto criticato Host, uscito un anno prima. Alla metà esatta del brano, dopo novanta secondi appena, viene concesso qualche istante per rallentare un poco le tempistiche portanti: la sfuriata iniziale è stata dirompente e, per certi versi, sconvolgente. Non dura, però, troppo a lungo questo stato di calma apparente, dal momento che, con un incedere progressivo ed all'apparenza inarrestabile, le chitarre tornano a farsi incalzanti e serrate esplodendo in un tumultuoso fragore poco dopo. Fa la sua parte anche l'ottimo batterista Jivarp, maggiormente coinvolto nelle dinamiche sonore intraprese e capace di esibirsi in un drumming belluino ed al fulmicotone, troppo a lungo sopito nel precedente album. Al minuto 02:22 incontriamo un breve assolo chitarristico davvero piacevole e che tende a divenire più oscuro verso la sua conclusione. Si torna a spingere forte il pedale dell'acceleratore fino al termine del brano, Stanne è il solito mattatore e la traccia svolge alla perfezione il ruolo di opener distruttiva e martellante proprio come la band desiderava che fosse per disporre nel giusto umore gli ascoltatori. Purtroppo però un simile livello di intensità e di coinvolgimento emozionale non sarà più raggiunto nei successivi quaranta minuti che ci separano dalla conclusione dell'album. Due stanze appena, non particolarmente articolate per giunta, ed un refrain centrale essenziale che non fa altro che ripetere a squarcia gola il titolo della canzone stessa: è questo il contenuto  davvero minimale della sezione lirica della traccia. Sono tonalità di rosso acceso quelle che si presentano dinanzi ai nostri occhi in apertura del testo, esse macchiano in maniera permanente i nostri nomi che ivi sono incisi. Il perdono è rovesciato e si mostra completamente sottosopra, rompiamo la lente distorta attraverso la quale abbiamo osservato la realtà sinora, annientiamo gli infedeli, senza mostrare alcuna forma di pietà. La carestia dimora stabilmente nel nostro cuore, essa amplifica il rumore del silenzio di cui ci nutriamo ormai, desideriamo sradicarci dai nostri polmoni e lasciarci portare verso l'alto, senza più alcun indugio. Queste sono le meraviglie ai nostri piedi. Il nostro corpo è pesante, indugia sopra ad una ampia scala, le vertigini ci colgono mentre volgiamo lo sguardo verso il basso, ci dilettiamo in un canto disperato, che, nelle parole utilizzate, trapela infedeltà. Lasciamo, pertanto, che il nostro sangue sia contagiato da un virus esterno, una alta febbre che ci debilita, abbandoniamo questa estenuante ricerca, destinata a rimanere infruttuosa. Ogni cosa che riguarda la nostra oppressione personale diventa più facile, infiamma le menti, infervora di ardore il cuore, bruciamo con maggiore intensità e vigore. Queste sono le meraviglie ai tuoi piedi.

Not Built To Last

A seguire troviamo "Not Built To Last (Non costruito per durare)", altro pezzo in cui è il lato più aggressivo e bellicoso della band a prendere il sopravvento, pur se con molto meno mordente rispetto al precedente pezzo. La struttura di base è fondamentalmente la medesima della opener track, solamente allungata di una quarantina di secondi in cui trovano spazio gustosi, anche se a lungo andare vedremo poco originali, intermezzi strumentali. Chitarre e tastiere fanno il loro ingresso sulle scene contemporaneamente, anche se appare evidente che l'ago della bilancia risulta pendere maggiormente verso la componente elettronica, personalmente mai troppo apprezzata in ambito metal, ma elemento cardine della inevitabile transizione, in chiave moderna, nel terzo millennio di una band ormai giunta all'apice della propria popolarità. Il tappeto sonoro intessuto dalla coppia di chitarre è, nondimeno, discretamente pesante e ben strutturato, ma le aperture melodiche ed i fraseggi armonici sono più consistenti e trovano spazio già a partire dal minuto 0:40. Sonorità soffuse, vagamente progressive ed una batteria dimessa, umile fino all'eccesso fanno da apripista ad un primo intervento parlato da parte del vocalist. Stanne riesce ad estrinsecare grande trasporto emotivo anche in clean vocals e a confermarsi superbo interprete delle vicende da lui stesso composte, pur non emergendo in pieno in tutta la sua maestosità. La porzione centrale del pezzo segue un andamento piuttosto regolare in cui l'unico elemento degno di nota da segnalare è un maggiore coinvolgimento della batteria di Jivarp che si disimpegna discretamente grazie ad un drumming preciso, ma non trascendentale. Al minuto 02:04 fanno capolino nuovamente le tastiere di Brandstrom che ben si integrano con la melodia cesellata dagli strumenti a corde. Notevole è l'affiatamento con il nuovo membro del gruppo, già peraltro ampiamente collaudato e consolidato nel precedente Projector. L'ultima porzione della traccia accelera i ritmi in maniera piuttosto decisa e mostra una band in grado di graffiare con una discreta efficacia, ma che pare limitarsi a svolgere il proprio compitino con sufficienza e nulla più. Anche il nuovo arrivato, Niklasson, al basso, ha modo di dare il suo piccolo contribuito alla causa con alcune eleganti linee armoniche, ben amalgamate con i synth e con le tastiere. Una traccia che, come recita già il titolo, è destinata a perdersi nella ricchissima e variegata discografia dei DT nel giro di qualche ascolto, pur presentando un discreto dinamismo sonoro di base. Il nostro segreto è al sicuro, solido, difficilmente in grado di spezzarsi, fedelmente non associato a null'altro, niente di tutto questo è mai stato costruito per durare. Questo è il significato dell'accattivante refrain centrale posto in seguito ad un prima stanza invece piuttosto ermetica quanto a significato complessivo, che proviamo a sintetizzare così. La nostra mente è logorata e stanca, non proviamo più alcuna sorpresa per ciò che ci riserva il futuro, siamo in trepidante attesa, da giorni ormai, di una qualsivoglia grazia che possa lenire i nostri tormenti d'animo e che sembra non arrivare mai. Nel pallore di una vita che sta venendo progressivamente meno scrutiamo, nascosti in un angolo, vecchie pitture ormai rinsecchite dal tempo, non ci siamo mai concessi nemmeno una pausa nella nostra vita, ogni sforzo compiuto è destinato a fallire miseramente, la piena maturità si raggiunge solo a fine vita, un altro battito del cuore sprecato vanamente. Seconda ripetizione del refrain portante ed ultima stanza a chiudere la narrazione lirica. Di nuovo, un altro istante salvato quest'oggi, una sbiadita stampa materica che non rivela alcunché di realmente importante, niente è destinato a durare. La parte della vita di ognuno di noi riservata al lavoro rende i cuori deboli, fin dove siete disposti a spingervi per ottenere le risposte che stavate cercando? Siete disposti a pagare o, perfino, ad uccidere, per riempire la porzione di cuore che vi è stata sottratta a forza? Indipendentemente da quale sarà la vostra risposta, sappiate solamente che ogni cosa, la preghiera, l'aldilà, il mite ed il carnefice non sono state costruite per durare. Mai e poi mai saranno costruite per durare nel tempo.

Indifferent Suns

L'album prosegue con il terzo pezzo inserito in tracklist, "Indifferent Suns (Soli indifferenti)", brano con cui Haven inizia a calare, pericolosamente, quanto a qualità globale e ad interesse suscitato. La nostra scrupolosa disquisizione prende, in questo caso, le mosse analizzando il comparto lirico offertoci dalla abile penna di Stanne. Esso prosegue, infatti, sulla falsariga di quanto già analizzato nella precedente traccia: emerge così in tutta la propria disperata rassegnazione, viene ribadita l'ineluttabilità degli eventi che si susseguono uno dopo l'altro. L'uomo rimane immobile a guardare il sole, mentre il mondo intorno a lui crolla e va in rovina. Siamo liberi di sostenere che lo scorrere del tempo non avrà mai fine, il chiudere gli occhi per non voler vedere la fine procura in noi un senso di illusorio benessere, ma cullando, vanamente, questa speranza non facciamo altro che perdere di vista la realtà concreta finendo, così, per inciampare rovinosamente a terra e per rimanere intrappolati in un vicolo cieco, dimenticando il modo e l'ora in cui il mondo crollerà per sempre. In cuor nostro, peraltro, siamo perfettamente consapevoli della caducità di ogni cosa, eravamo solo alla ricerca di qualche appiglio che ci potesse illudere in un diverso finale. Tutti insieme ci mettiamo ad osservare il sole, ma le nostre menti sono chiuse ed ottuse, gli occhi sgranati al massimo per non rimanere accecati dall'intensa luminosità emanata, siamo desiderosi ed impazienti di scorgere un segnale rivelatore che ci possa far intuire quando il giorno fatale arriverà. Anche se l'Universo è in grado di distogliere la nostra attenzione per qualche istante da questi pensieri angosciosi con le proprie meraviglie e di allontanare, momentaneamente, l'ignoranza che imperversa attorno a noi, quando il tempo ci presenterà il conto da pagare non riusciremo, in tutta franchezza, a nascondere un intenso e sincero fastidio per essere giunti al capolinea. Ogni sforzo ed ogni passione che abbiamo coltivato in vita affievoliscono stancamente, mentre ci poniamo ancora la fatidica domanda di quando il mondo imploderà su sé stesso. Allora non resterà altro da fare che chiudere gli occhi ed allontanarci, con freddo distacco e cinico opportunismo. Da un punto di vista strettamente musicale il brano offre il meglio di sé in apertura grazie ad armoniose e delicate linee di basso su cui ben si inseriscono pure le ormai onnipresenti tastiere di Martin. Viene confermata l'ottima intesa raggiunta in breve tempo dal duo Brandstrom - Nicklasson: all'interno di un prodotto dove minori sono le influenze ascrivibili a chitarre e batteria, ecco che maggiore libertà viene concessa a chi, solitamente, poco ha da spartire alla causa del metal propriamente inteso, (le tastiere), o a chi, storicamente, è relegato ad un ruolo di secondo piano, (il basso). Ancora una volta sono i britannici Depeche Mode ad essere presi quale modello di riferimento ideale da Stanne e soci e l'atmosfera iniziale, oscura e piacevolmente ondivaga, lascia ben sperare per il proseguo della canzone. Tuttavia le nostre aspettative, fondate su di un interessante incipit d'apertura, vengono disattese nel corso dei successivi tre minuti in cui le chitarre sciorinano riff troppo leggeri, quasi inconsistenti nel loro sviluppo ed il brano stesso, nella sua interezza, risulta essere alquanto privo di compattezza, più vicino alla stato liquido che non a quello solido del passato. La porzione più convincente dell'intero pezzo risulta essere quella del refrain centrale, anch'esso di concezione commerciale, nell'accezione più ruffiana del termine, ma comunque discretamente accattivante e coinvolgente grazie ad una brillante interpretazione da parte del frontman del gruppo. Il pezzo è uno di quelli in cui la componente elettronica è decisamente preponderante, al punto che se non fosse per il growl inconfondibile di Stanne, ben pochi sarebbero gli elementi che ci consentirebbero di ascriverlo a qualsivoglia sottogenere metallico. Non basta, quindi, la distorsione delle due chitarre e certamente non aiuta granché nemmeno il drumming, davvero poco ficcante in questa circostanza. L'immediato passato della band, con lo sperimentalismo sonoro estremo di Projector, torna, immediatamente a galla, sfortunatamente nella sua versione sbiadita.

Feast of Burden

Le cose tornano fortunatamente a migliorare con il prossimo pezzo: "Feast of Burden (La festa dell'onere)", riporta, infatti, a galla le sorti di Haven grazie ad un fare decisamente più aggressivo ed incalzante. La convincente intelaiatura portante che la band costruisce per l'occasione si compone di un substrato di base abbastanza canonico per quelli che sono gli stilemi del melodic death metal made in Gothenburg, se vogliamo solamente rivisitato in chiave moderna: sopra ad essa vengono inseriti, con la funzione di arricchire e rendere più fastoso il tutto, frizzanti inserimenti alle tastiere da parte di Martin e pregevoli riff chitarristici di "maideniana" memoria. Il combo scandinavo, per sua stessa ammissione, non ha mai fatto mistero di trovare nei primi lavori della gloriosa e storica band britannica una delle maggiori fonti di ispirazione artistica e non perde, così, occasione di omaggiare, con le dovute riverenze del caso, Harris e compagni. Stanne comincia la sua narrazione con una accattivante voce filtrata che conferisce, fin da subito, una notevole profondità alle vicende enunciate. Qualche istante prima dello scoccare del minuto sono proprio i sintetizzatori e le tastiere a dettare legge, quasi incontrastata: il loro è un sound moderno, dinamico e di continuo cangiante, accattivante più per le nuove generazioni di fan che per quelle della prima ora, ma comunque in grado di offrire gratificanti valvole di sfogo alternative ai DT, posti di fronte all'affollatissimo bivio in cui l'universo del death metal melodico si trovò a cavallo del nuovo millennio. La decisione da prendere era se seguire la corrente che soffiava forte nella direzione di un sound poco originale, relativamente semplice nelle linee guida, ma in grado di catturare l'ascoltatore fin dal primo ascolto, o viceversa, muoversi nella direzione opposta provando ad inserire qualche elemento di novità che, una volta rodato nel tempo, avrebbe certamente garantito l'immortalità alla band. Inutile sottolineare che Stanne e soci si diressero, ancora una volta, controcorrente: la semplificazione di fondo era avvenuta, inutile negarlo, ma senza snaturare completamente sé stessi e senza rinnegare il proprio, mirabolante, passato. In Haven, probabilmente, non saremo ancora in grado di apprezzare a pieno tutta questa ventata di elettronica modernità, ma è altrettanto fuori discussione che la band raccoglierà i frutti di quanto seminato già a partire dal successivo, fenomenale, Damage Done. Brilla di luce propria anche il ritornello centrale, anch'esso votato alla ricerca di un impatto sonoro quanto più deflagrante e dirompente possibile. Dal minuto 01:40 vengono smorzati, tenuamente, i toni ma nondimeno resta nell'atmosfera una benefica sensazione di elettricità latente, un nervosismo sensoriale che, non di rado e debitamente contenuto nelle proporzioni, aiuta a combattere la quotidiana monotonia e ad allontanare l'apatia generale. Il pezzo rispecchia in pieno quelle che sono le nuove esigenze espressive della band: i riff sono aspri e grintosi, ma non scadono mai nella banalità, il drumming di Anders è corposo e impostato su cadenze discretamente veloci, le tastiere, dal canto loro, contribuiscono ad impreziosire la tela con pennellate luminose e seriche. Ciò che rende davvero accattivante la traccia nel suo complesso è proprio il fatto di come le diverse sezioni in cui essa si snoda risultino perfettamente coese ed omogenee grazie a sapienti stacchi evocativi e a fraseggi melodici di gran pregio. Strano, quasi blasfemo, da dirsi ma la parte meno convincente può essere individuata nell'interpretazione vocale offerta dallo stesso Stanne, apparso abbastanza a corto di energie, ma comprendiamo certamente il suo disagio, dal momento che, come già anticipato nel precedente episodio, egli a quel tempo era andato incontro ad alcuni problemi di salute alle proprie corde vocali, certamente messe a dura  a prova da anni di growl gutturale e raschiato, (non a caso in Haven apparirà decisamente più morbido rispetto al passato). Il pezzo, davvero brillante e ben riuscito nel complesso, viene, generalmente, considerato come il primo vero classico del nuovo corso dei Dark Tranquillity, per esso un posto di spicco nelle scalette live del gruppo è tuttora garantito, anche ad oltre quindici anni di distanza dalla sua realizzazione. La sezione lirica assume le sembianze di una vera e propria corsa all'impazzata: forze soverchianti e pressioni dirompenti la fanno da padrone incontrastate, veniamo scaraventati da una parte e dall'altra come se fossimo la più leggera delle piume in natura. Cicatrici che si aprono lacerandosi, una schiavitù ormai conclamata che divora i nostri polsi, ci troviamo nella urgenza di incontrare al più presto una spinta in grado di anestetizzare, anche parzialmente, il dolore che stiamo provando, una forza vitale che ci traghetti con fare sicuro oltre i nostri limiti. Caotiche appaiono le tracce di chi mi ha preceduto, aridi sbiadiscono i passi di quanti sono rimasti indietro, io, a mia volta, vengo condotto all'interno di una gabbia costantemente monitorata. Guidato all'interno, portato fino al limite, a capofitto attraverso la breccia aperta. La corsa è furiosa e senza  alcuna sosta, siamo costretti ad inserire le marce alte per stare al passo, come all'interno di un frullatore azionato alla massima velocità, la festa dell'onere ha inizio. La forza impetuosa che ci sta assoggettando ci spinge, inesorabilmente, ad andare avanti, i soli ed unici appigli cui ci rimane di aggrapparci sono la nostra tenacia ed una incrollabile forza di volontà. Ignari della pressione cui siamo sottoposti, inconsapevoli del fatto di essere quasi cotti a puntino da un calore intenso, proseguiamo fieri per la nostra strada, al party d'eccezione degli oneri e delle responsabilità annose vogliamo giocare un ruolo da prim'attori.

Haven

In quinta posizione troviamo la poco accattivante titletrack, brano che poco o nulla offre di diverso rispetto a quanto incontrato in precedenza ed in virtù del quale, anzi, Haven torna pericolosamente ad annaspare a ridosso della mediocrità. Pressoché identico è il minutaggio ed assai simile e pure la struttura ritmica portante nei confronti delle quattro tracce che abbiamo incontrato fin qui. Entrando nello specifico, Haven è aperta da un fin troppo dinamico fraseggio strumentale: chitarre poco definite che si perdono in bizzarri effetti sonori alquanto ondivaghi, le tastiere sembrano riprodurre, (con risultati per nulla convincenti), la cupa gravosità di un'arpa, ed una debole melodia di sottofondo rappresentano una serie di elementi che sembrano, più facilmente, da ascrivere ad una certa qual confusione di fondo piuttosto che a quella che, tante volte in passato, avevamo etichettato come la straordinaria creatività o l'innato senso estetico per il bello del gruppo svedese. In un simile contesto di sciatteria, decisamente più riusciti sono i lugubri arpeggi del basso di Nicklasson, strumento congeniale per trasporre in musica momenti in cui a farla da padrone sono la riflessività e la pacatezza d'animo. Il vocalist si affida inizialmente ad un leggero e tenue parlato, in cui fin troppo eccessiva appare la ricerca del colpo ad effetto a tutti i costi in fase di missaggio: un ricorso così marcato a filtri artificiali, a mio avviso, inficia grandemente sulla genuinità dell'inconfondibile e potente timbrica di Stanne. Decisamente migliore risulta essere il breve ritornello centrale in cui finalmente incisivo e tagliente diviene il cantato, in growl ovviamente, ed emerge con maggiore chiarezza anche il discreto lavoro della coppia Sundin - Henrikkson, sempre in evidente distorsione acustica. L'atmosfera frugale, quando si è in procinto di piangere e non si sa bene se per la gioia o per la tristezza, una sensazione simile a quella che si respira da ragazzini nell'ultimo giorno di scuola, che si era percepita nei primi 180 secondi si dirada leggermente nel più interessante finale, laddove maggiori sono le aperture briose, più ficcante è il suono della batteria di Jivarp e ancora una volta, (non a caso, a parere di chi scrive), minore è l'influenza della componente elettronica. Ricapitolando, la traccia è così composta: due strofe soltanto, di cui la prima più corposa rispetto alla seconda, all'apparenza chiuse a doppia mandata da un certo ermetismo sonoro, ai limiti dell'apatia ed uno scarno refrain portante, ripetuto un paio di volte, in cui i toni sono decisamente accelerati, e quasi caotici, addirittura esasperati se pensiamo che ci troviamo all'interno di un pezzo la cui durata è ben al di sotto dei quattro minuti complessivi. Alla luce di una struttura ritmica assai fluida, non ben delineata nelle sue fattezze e che sembra biforcarsi in molteplici direzioni differenti, senza mai imboccare univocamente la strada maestra, possiamo ipotizzare che il termine "Haven" che dà il titolo al pezzo, (oltre che all'album stesso), sia più facilmente ascrivibile alla traduzione italiana di "porto", un luogo cioè aperto h24, dove, anzi, le attività si fanno più frenetiche durante la notte piuttosto che nelle ore diurne. I DT dell'anno 2000, ormai celebrità di fama mondiale, trovano il loro rifugio naturale in un ambiente caotico per eccellenza, illuminato a giorno da potenti luci artificiali ed in cui la dimensione spazio-temporale appare del tutto rovesciata rispetto a quanto comunemente e tradizionalmente inteso. Apprezziamo, in ogni caso, la netta semplificazione della struttura lirica operata dal buon Mikael che ci consente, in questo caso, una traduzione dalla lingua originale insolitamente semplice, per quelli che sono i suoi standard di riferimento. Ora, mentre scendono le luci della sera, tutto mi appare molto più profondo rispetto ad un lontano passato. Non un solo rumore intorno a me, solo un silenzio incompleto, diventato nocivo a lungo andare, quello che mai nasconderò a me stesso è questa necessità incalzante di invitare il lato oscuro all'interno del mio rifugio. Se ci fossero parole per descrivere tutto ciò preferirei cantarle placidamente o urlarle a squarciagola? Sarei disposto a dare perfino il mio sangue per restare proprio qui, per soggiornare stabilmente qui dove ora mi trovo. Questa necessità urgente di invitare il lato oscuro all'interno del mio rifugio è qualcosa che non posso condividere con nessun'altro.

The Same

Il brano che ci conduce oltre la metà dell'album è, probabilmente, il più orecchiabile e soft dell'intero lotto. Ad aprire "The Same (Lo stesso)", sono riff di chitarra gentili e moderati sopra ai quali si inserisce, immediatamente, anche il cantato, anch'esso sobrio e quasi remissivo, di Stanne. L'elemento che consente di distaccare leggermente il pezzo dai precedenti è l'inserimento, discreto e di sottofondo, di alcuni gradevoli archi che si dipanano per tutta la durata del brano stesso, (anch'esso si ferma di poco sopra a i tre minuti, esattamente come i cinque episodi precedenti). Ci sentiamo di dire che, a nostro avviso, un maggior coinvolgimento degli archi stessi avrebbe potuto, probabilmente, risollevare le sorti di uno dei pezzi meno interessanti di tutta la tracklist. In generale la traccia avrebbe tutto il potenziale per essere scelta quale singolo ideale per la promozione commerciale di Haven. Questa affermazione, sfortunatamente però, si contorna di connotazioni negative in quanto la melodia che si sviluppa è eccessivamente melensa e adulatrice, per nulla o quasi da interpretare in qualsivoglia chiave di death metal possibile. Si ha la sensazione, altrove mai così forte come in questo pezzo, di essere di fronte ad una sorta di b-side, o più volgarmente parlando, di "scarto", di quanto non era stato ritenuto all'altezza di essere inserito nel precedente lp ed il desiderio di skippare velocemente verso il successivo pezzo è piuttosto tangibile. A poco serve il sostegno offerto dalle tastiere, in quanto è la struttura portante del brano stesso ad essere alquanto carente sin dalle sue fondamenta. Praticamente nullo è il contributo della batteria ed anche lo stesso vocalist conferma un non esattamente brillante stato di forma fisico. Attenzione però a bocciare come totalmente da buttare il pezzo: se tra gli obiettivi principali della band svedese vi erano anche quello di incrementare ulteriormente il numero dei propri fan facendosi, pertanto, un tantino più commerciali ed immediati, (e siamo certi che anche a ciò la band mirava all'epoca), un pezzo così edulcorato, che emana un gradevole aroma all'acqua di rose, non può certo passare inosservato e, c'è da scommetterci, non saranno stati in pochi, all'epoca, a rimanere entusiasti di fronte ad una simile melodia tanto affabile e sognatrice. Personalmente preferisco passare oltre in maniera piuttosto sollecita, non prima, però, di aver analizzato anche il corredo lirico che ci viene offerto. Quello di cui abbiamo avuto sempre timore, tutto ciò che abbiamo detestato fino alla nausea diventa, ora, parte di noi. E' la dura legge del contrappasso che ci ricambia, con cinismo quasi esasperato, della nostra perdita, vengono ripristinati nuovamente segni che credevamo essere smarriti, riteniamo di essere prossimi ad un punto di svolta cruciale. Sabbie antiche sopra alle quali stanno le stelle, sempre mutevoli, così come cangiante è il cuore nel suo battito vitale che si alterna in continuazione, ora calmo e rilassato, ora accelerato ed intenso, fino alla fine dei nostri giorni. Così come la vela, che non è mai stata accarezzata dal vento, giace sterile e dimenticata sulle rive del mare, anche i nostri corpi, ormai simili a relitti abbandonati, non raggiungeranno mai i floridi sentieri più scuri cui aspiravamo. Lasciate che i giorni si compiano secondo il loro corso naturale, un'eternità è necessaria affinché ogni cosa sia compiuta.

Fabric

Giunti a questo punto Haven parrebbe destinato a meritarsi l'insufficienza piena in pagella, ma a riportarlo in linea di galleggiamento ecco sopraggiungere l'ottima "Fabric (Tessuto)", pezzo in cui intensità ed originalità espressiva tornano a toccare picchi notevoli. Le tastiere assumono ancora una volta, fin da subito, il comando delle operazioni, ma questa volta lo fanno con una caratura ed una spigliatezza ben diverse da quanto fatto, in linea di massima, in precedenza. Le orchestrazioni strumentali si arricchiscono dei preziosi tintinnii dei tamburi che garantiscono, in questo modo, una consistenza maggiore alla melodia guida, si percepisce uno spessore di fondo di gran lunga superiore rispetto a quello, spesse volte evanescente e vacuo, incontrato fino a pochi minuti fa. Forse per la prima volta dall'inizio dell'album i DT, per quanto riguarda la componente elettronica, appaiono in tutta la loro genuinità tipica degli anni duemila e non emuli, non sempre realizzati, di modelli di riferimento del passato, da ricercare, per giunta, più nella disco music che nell'alternative indie/rock. Anche il prode Stanne, guerriero di lungo corso ormai, riprende vigore e, grazie ad una interpretazione dinamica e frizzante, torna ad offrire il meglio del suo repertorio, variegato come quello di pochissimi altri colleghi sanno essere. La creatività del combo scandinavo torna ad essere una componente predominante del loro sound, le angolazioni dalle quali possiamo osservare Fabric sono molteplici, ognuna differente dall'altra, e le emozioni tornano ad essere percepite nitidamente sulla nostra pelle. Anders Jivarp e la sua batteria appaiono rigenerati, a loro volta, ed accompagnano, con inappuntabile precisione svedese synth, orchestrazioni e chitarre lungo tutti i quattro minuti in cui il pezzo si articola. Il pezzo è caratterizzato da un sound estremamente fresco, i riff elaborati dalla coppia di chitarre lo rendono evoluto e moderno, (anche se mancano il carisma e le pennellate energiche di Sundin, inutile negarlo), simile a quello, parallelamente, sviluppato, con risultati anche superiori quanto ad impeto e veemenza, dai connazionali Soilwork di Bjorn Strid. Il momento migliore del brano lo incontriamo a partire dal minuto 02:10 quando ci troviamo dinanzi ad un affascinante intermezzo orchestrale di una trentina di secondi di durata, sicuramente il più corposo ed il meglio riuscito di tutto l'album, che cresce poco a poco di intensità fino a deflagrare definitivamente con il ritorno sulle scene del funambolico frontman. Se, viceversa, vogliamo trovare un punto debole al brano esso è rappresentato, probabilmente, dal ritornello centrale: anch'esso improntato ad una immediata e quanto più possibile duratura memorizzazione nella testa del pubblico, esso avrebbe, forse, potuto essere lievemente incattivito per dare ancora maggiore spinta e per assicurare un rush finale davvero memorabile, non solo al pezzo stesso ma all'intero lp. Sparsi in tutta la società sono esseri umani le cui forme sono indefinite, la loro volontà è quella di rimanere anonimi, perfettamente estranei al contesto in cui sono collocati. Proprio costoro sono le persone più malvagie, quelle maggiormente da temere, subdolo è il loro modo di comportarsi, celati alla nostra vista, si spacciano per amici di cui potersi fidare. Disillusi dalla realtà e già troppe volte scottati da delusioni cocenti, noi, però, non abbiamo bisogno di questi ospiti sgraditi, la creazione, fortunatamente, ci ha resi esseri puri, pur nei nostri limiti, per loro c'è solo il nostro disprezzo ed il desiderio di vederli affossare, sempre più in basso, i doppiogiochisti ed i voltagabbana ci schifano letteralmente. Voltiamo, pertanto, le spalle alla lussuria, il nostro sarà un ritorno in grande stile, contro ogni previsione e contro le maldicenze che ci davano per spacciati, siamo ancora della partita, anche se provati nel fisico e minati nello spirito, una partita in cui non tutti hanno giocato ad armi pari. Desideriamo rinascere a nuova vita, un altro limite ci siamo prefissati come obiettivo da superare, una nuova luce ci è stata mostrata ed un sapore, fino ad oggi sconosciuto, si ammanta, gustoso, sulle nostre labbra, non più aride. Ci facciamo testimoni della rivoluzione in atto, il tessuto dell'essenza cui tutti siamo chiamati, viene nuovamente.

Ego Drama

Dopo sette canzoni tutte di minutaggio inferiore ai quattro minuti, ecco giungere la prima che oltrepassa questo limite che pareva, finora, invalicabile per i Dark Tranquillity. Osservazione non di poco conto questa, dal momento che "Ego Drama (Il dramma dell'ego)", con i suoi quattro minuti e mezzo di durata, è anche una delle canzoni meglio riuscite dell'intero album. Potendo muoversi su di una durata ad essi più congeniale e senza dover rincorrere a tutti i costi l'assalto frontale immediato, ecco che il combo svedese mostra ancora una volta tutta la propria classe ed il proprio talento. L'introduzione che ci accoglie, morbidamente sensuale nei toni, rivela un maggior interesse per la ricerca della melodia e sarà ripresa anche in futuro dalla band, (un esempio su tutti è dato dalla colossale The Mundane and The Magic che riprenderà, sostanzialmente, il medesimo incipit iniziale). Ormai è evidente che il baricentro attorno al quale si dipana l'album è rappresentato dalle tastiere che, in questo caso, risultano particolarmente efficaci nel loro essere abbinate ai riff gentili e finalmente un po' più consistenti e ragionati delle due chitarre. Brandstrom è certamente musicista che sa il fatto suo e riesce a sviluppare un motivo di base accattivante e che si fa più intenso verso la conclusione, riuscendo, così, a catalizzare l'attenzione fino in fondo. L'atmosfera che si respira è improntata verso l'introspezione e la profonda riflessione personale e ciò non ci dispiace affatto dopo che, oltre metà dell'album, era stata dominata dalla ricerca di finalità artistiche del tutto differenti, seppur altrettanto nobili. Si viene a creare un sottofondo musicale ideale in cui collocare anche il basso di Nicklasson che, non a caso, si farà sentire nitidamente per tutta la durata del pezzo, con risultati lusinghieri. L'alone di malinconia che aleggia attorno al pezzo in questione si fa ancora più spesso a partire dal minuto 02:16, allorquando i toni divengono addirittura languidi e pure il vocalist è laconico nello scandire il suo "It's over" che parrebbe suonare per noi come una sentenza capitale. In questo spezzone di brano i DT si accostano a due autentici mostri sacri quali Sentenced e Tiamat, ma con un ultimo colpo di coda ripartono di gran carriera verso un finale di stampo epico. Dal minuto 03:15 infatti i ritmi crescono di intensità e, nei successivi trenta secondi, si fanno quasi indiavolati con uno Stanne tornato a brillare dietro al microfono ed abile condottiero dei suoi fidi alleati, nonché valorosi scudieri. Gli ultimi istanti del brano si mantengono dinamici e frizzanti: emerge qui, con maggior forza, anche una rapida comparsata della batteria di Jivarp. L'"oscura tranquillità" del terzo millennio si rispecchia in un sound cangiante, fondamentalmente inquieto e pensieroso, ma ancora non del tutto rassegnato alla sconfitta, metafora perfetta per descrivere una società civile che sta andando incontro ad un rapido dissolvimento, (perlomeno nei termini in cui avevamo imparato a studiarla e ad intenderla finora). Il comune vivere degli anni duemila sarà sempre meno incentrato su rapporti interpersonali tangibili ma, viceversa, tenderà ad annullare le distanze e ad omologare ogni individuo ad ideali di riferimento fluidi, eterei nella loro inconsistenza e volatilità. Dopo aver lottato strenuamente a faccia in giù, il mio ego ha finalmente mostrato il suo volto reale ed è apparso con una nuova carica vitale. Con occhi nuovi e con uno spirito rinfrancato lui, (ed io con lui), abbiamo potuto vedere ogni cosa sotto la giusta luce. Le intrusioni altrui non saranno più tollerate, niente può scalfirci ora, le speranze di sottomissione sono prossime allo zero. I semi sparsi sono stati sprecati inutilmente nei riguardi di soggetti timidi ed in perenne soggezione. Nella progressiva maturazione della sua età, l'ego ha dovuto subire numerosi condizionamenti, risultati però sempre infruttuosi, tutto ciò ha accresciuto la sua rabbia, il pugnale che ha intenzione di trafiggerlo ancora una volta fallirà. Se nulla procede più nella vostra direzione, per voi è finita, il dramma dell'ego si sta consumando inesorabilmente, la vendetta si sta compiendo. Quindi in segno di diniego, dove la vergogna non è più tale e gli altri cadono ad uno ad uno sotto i miei fendenti, i vostri sensi di colpa, le vostre iniquità perpetrate nei miei confronti vi tormentano ed agitano i vostri pensieri. Andiamo ora, il momento per afferrare per le corna il toro più selvaggio dell'orda animalesca è giunto, i graffi sono profondi ed incisivi, con artigli affilati come lame. Le vostre dita bruciano rapidamente. Siamo venuti per riprendere ciò che era nostro e che ci era stato sottratto, la nostra missione è riportare l'ordine e la sicurezza dove regnava il caos e dove le strade erano deserte a causa della paura serpeggiante.

Rundown

Il prossimo pezzo, il terz'ultimo del lotto, si intitola "Rundown (Fatiscente)" e non brilla particolarmente all'interno della tracklist che la band ha stilato per noi. L'ottima accoppiata di brani appena ascoltati sembra aver nuovamente impigrito la band che torna, pericolosamente, ad adagiarsi su canoni di modestia a cui non eravamo certamente abituati. L'aggressività, che pure non manca sia nel cantato di Stanne sia nei riff chitarristici, di cui la traccia è dotata, seppur miscelata ancora ad aperture melodiche eleganti, (ad opera quasi esclusivamente di tastiere e sintetizzatori), non è in grado, tuttavia, di trascinare il tiro della canzone stessa verso picchi particolarmente degni di nota. Probabilmente una resa migliore è garantita al pezzo in chiave live con il suo mood spigliato ed il suo refrain centrale orecchiabile e che ben si presta all'accompagnamento del pubblico presente on stage, mentre nella versione di studio restano da apprezzare la prestazione particolarmente abrasiva e ficcante dello stesso vocalist, tornato a ringhiare su alti livelli nella seconda porzione dell'album e le pregevoli incursioni delle tastiere di Martin, sicuramente più godibili che in altre circostanze. Le ispirazioni maggiori a cui sembra tendere il brano, da un punto di vista strumentale, sono ancora da ascrivere all'heavy metal britannico di metà anni ottanta, (Iron Maiden e Saxon), anche se non mancano momenti ancora più cattivi e crudi, (invero poco funzionali in un contesto simile). L'intenzione della band era, probabilmente, quella di realizzare una sorta di epica cavalcata nordica in stile Amon Amarth che potesse racchiudere in sé e circoscrivere, (probabilmente troppo), in soli quattro minuti tutti gli stilemi classici dello swedish death metal, ma il risultato, francamente, non entusiasma particolarmente. Un discreto lavoro della coppia di chitarre che si inseguono e si rincorrono con tecnicismi più spiccati che altrove, uniti ad un drumming onesto e sincero nel suo incedere non sono sufficienti a far risplendere la traccia, destinata, a nostro avviso, ad occupare una posizione di rincalzo nella nostra ideale graduatoria conclusiva. Codardia attorno a me, questa catena di eventi nefasti tutti correlati nel tentativo di mettermi in trappola, ora il senso della lussuria è smarrito, c'è un costo per l'eccesso sconsiderato? Sono stato minato nelle certezze acquisite proprio nel momento migliore della mia vita, quando, cioè, mi fortificavo nel fisico e, parallelamente, cresceva la fiducia in me stesso. La rappresaglia si può abbattere, così facilmente, su di me, divenuto debole e fragile tutto d'un tratto, il mio corpo cade in frantumi, che vengono immediatamente portati via, in modo che nessuno possa vederli, a difesa degli empi provo ad ergermi come baluardo estremo ed ultimo, malandato, cieco e denudato oltrepasso, a stento, pianure colme di rammarico. L'assalto di richieste si fa spietato, le persone si mettono in fila per essere rese insensibili ad ogni dolore, anch'io rimango impassibile e seduto immobile. Il redentore della schiavitù mi riconcilia, per qualche istante, con la spensieratezza e con la contentezza. Sempre più fragile, quasi intrappolato ormai, combatto le mie battaglie, stanco di sentirmi ripetere lo stesso ritornello all'infinito, smascherando gli inganni altrui, invecchiato e stanco nel fisico, con il rimorso di non essermi schierato quando ero nelle condizioni di poterlo fare. Abbattuto, disilluso e smarrito non ne posso veramente più, questa miseria dilagante mi ha reso fatiscente tanto nel corpo quanto nello spirito, stanco di subire ingiustizie di questo tipo, pure la mia mente che, un tempo era civilizzata dal lume della ragione, ora è stata saturata al suo interno di sciocchezze ed insulsaggini di ogni tipo, la ricerca del vero è divenuta minata da troppi pericoli, anche la curiosità, di cui un tempo mi saziavo lautamente, è venuta meno. Il giorno in cui tutto ciò è stato perduto, ogni cosa che ora potete vedere, tutto sarà in rovina, fatiscente.

Emptier Still

La penultima canzone in scaletta è "Emptier Still (Ancora più vuoto)", caratterizzata, a livello generale, da un sound assai moderno e frizzante, anche se, a voler essere franchi, non particolarmente accattivante. Tastiere acide, oscure ed altalenanti, accompagnate dalla voce pulita, (gradevole sorpresa), ma filtrata artificialmente, (se ne poteva fare a meno), di Stanne ci accolgono ad inizio traccia, facendoci intuire, immediatamente, come, una volta di più,  è fuori dallo sconfinato panorama della musica metal che vanno ricercati i principali modelli di riferimento a cui la band tende nella circostanza. La prima stanza si snocciola in maniera alquanto lineare e fluida, chitarre e batteria si limitano ad un ruolo secondario, come se musicisti del calibro di Sundin, Henriksson e Jivarp fossero dei semplici e mediocri comprimari, ed il grosso del lavoro ricade sulle spalle dell'accoppiata Stanne - Brandstrom: il vocalist scandisce con nitida solennità i versi da lui stesso composti, mentre Martin tesse le file della melodia principale con il suo modus operandi ormai caratteristico e fatto di inserti elettronici evoluti, ma che non disdegnano di omaggiare gli anni ottanta. Ci troviamo, pertanto, di fronte ad un importante bivio: la decisione è se rimanere ancora insieme o deragliare verso una insana follia, troppi segreti mai confessati giacciono tra di noi, so che avrei dovuto darti ascolto, la possibilità di scelta mi era stata concessa, ma non ho saputo cogliere il momento, preferendo, invece, proseguire diritto per la mia strada. Al minuto 0:35 il frontman dà sfoggio di tutto il suo talento comunicativo con un urlo poderoso che pare in grado di trafiggere qualsiasi cosa: "così dimmi che sei sola" sono le parole laconiche, di disperata e fremente speranza passionale che vengono ripetute un paio di volte per conferire ancora più vigore al comparto narrativo. Si torna, subito dopo, ad utilizzare un parlato pulito, (l'unico caso in tutto l'album), e le tastiere reiterano il loro predominio, pressoché incontrastato, sulla scena. Tutto questo tempo trascorso non fa altro che allontanarci dai nostri obiettivi, lo spazio che ci separa diviene ancora più vuoto, so che avrei dovuto rimanere fedele, sia nei tuoi confronti che verso me stesso, ma il tempo non è in grado di guarire queste ferite. Inevitabilmente anche io mi ritrovo ad essere solo e lontano da te. A partire dal minuto 01:36, (dopo aver ribadito il concetto centrale, con ancora maggiore enfasi, aggiungendo: "dimmi che sei mia"), la sezione strumentale si arricchisce di un contributo finalmente significativo da parte delle chitarre e della batteria che serrano le fila con l'intento comune di contrastare la soverchiante egemonia delle tastiere e ben si inseriscono nel mutato contesto generale scandito, in maniera egregia, dal ritrovato cantato in growl di Mikael. Dopo un paio di minuti che ci avevano lasciato abbastanza allibiti, (anche se forse la vera intuizione geniale sta proprio nel sorprendere tutti quanti nel momento meno atteso, in coda ad un album che non aveva fatto dello sperimentalismo sonoro estremo un suo cavallo di battaglia), ecco che lo spezzone che qui si apre si fa decisamente più interessante, solerte. Dal minuto 02:10, nello specifico, parte un piacevole intermezzo acustico di una quarantina di secondi, finalmente caldo e passionale, realmente coinvolgente in cui la componente elettronica trova spazio solamente per qualche fugace, ma ben collocata, comparsata in sottofondo. Ti vedo lì in piedi, la tua faccia contro il muro, poi svolti a destra, lo so che la tua paura è più profonda della mia. Capisco che sei riluttante all'idea, vorresti trattenerti ma, nonostante tutto, te ne vai, ti allontani ancora una volta da me e mi volti le spalle. Volevo soltanto sentirti dire che eri solo mia, solo queste poche, semplici parole desideravo che uscissero dalla tua bocca, non parlare più ora, non ha più senso ormai. Gli ultimi scampoli del brano, una volta terminata la narrazione lirica, sono ancora caratterizzati dalla forte presenza dell'elettronica, mai così dominante come in questo caso. L'abilità del gruppo, da rimarcare senza ombra di dubbio, è da ricercare proprio in quest'ultimo aspetto: conferire, cioè, una connotazione fortemente nostalgica al brano, pur affidandosi a strumenti tipicamente moderni, quali sono le tastiere ed i sintetizzatori, e, generalmente, impiegati per circoscrivere un sound brioso e frizzante, piuttosto che cupo e tetro. Il pezzo in assoluto più sperimentale del lotto, (prosecuzione un po' balbettante di quanto contenuto nel precedente lp), si carica, così, di uno spiccato retrogusto di matrice dark e gothic che certamente stuzzicherà la fantasia di quanti sono attratti da un certo tipo di letteratura, (e conseguente filmografia annessa), oggi largamente in voga tra le nuove generazioni.

At Loss For Words

L'ultima delle 11 canzoni presentate è anche, per distacco, la più lunga dell'intero lotto: "At Loss For Words (A corto di parole)" si snocciola, infatti, su un minutaggio complessivo che è di poco inferiore ai sette minuti ed, anche in virtù di questa maggiore consistenza, si staglia, come più sopra anticipato, assieme alla traccia di apertura come la migliore testimonianza sonora contenuta in Haven. Una maggiore partecipazione da parte della batteria conferisce, fin da principio, un tocco di epicità che, in linea di massima, era mancato per tutto il resto dell'album. La porzione strumentale è decisamente più equilibrata in ogni sua componente e le tastiere, almeno inizialmente, non travolgono la coppia di chitarre che, nello specifico, sono in grado di esprimere una incisività di assoluto rispetto. Dopo una quarantina di secondi, in particolare, si riscontra la prima, significativa, accelerazione con una breve sequela di riff, permeati da una grande aggressività e dal notevole impatto acustico, ideale apripista per l'ingresso sulle scene di Stanne. Una della caratteristiche migliori del pezzo sarà proprio la deliziosa alternanza tra le strofe, serrate e fulminee perché segnate da una predominanza delle chitarre ed il chorus centrale, ragionato e melodico in virtù di un differente sound, colmato dalle tastiere e dall'elettronica. Siamo, pertanto, in fremente attesa di segni rivelatori. Il primo a cantare, tra timori diffusi tutto intorno, imposta, timidamente, una melodia a noi sconosciuta, nella speranza di tentare ed addolcire i fragili demoni che volteggiano nell'aria. Il desiderio era quello di ricevere una grazia, una benedizione tanto attesa che si è, viceversa, palesata in una iniqua e preoccupante oscurità. Non potrai mai sapere, mai sentire, mai assaporare fino in fondo la profondità della tua sconfitta. Non saremo mai in grado di trafiggere i cuori e le menti dell'uomo, mai avremo qualcosa da dire, da raccontare di veramente coinvolgente, ci limiteremo soltanto ad alimentare di continuo una menzogna che non finisce mai, rimasti a corto di parole, questa è la nostra infelice condizione attuale. Dal minuto 01:40 le tastiere prendono il sopravvento ancora una volta con le loro aperture frizzanti e moderne, anche se il drumming che le accompagna, in questa circostanza, garantisce una solida e robusta cornice entro cui circoscrivere lo spazio di manovra riservato a Brandstrom. Dopo una trentina di secondi ancora la batteria cede progressivamente il posto alle chitarre alle quali è affidato, ora, il compito di controbilanciare l'influsso dell'elettronica che tenderebbe, altrimenti, a farsi eccessivamente invadente. Inizialmente il binomio Sundin - Henriksson non sembra in grado di reggere il passo con lo scatenato Martin, ma, sul finire dello stacco acustico, qualche istante prima della ripresa della narrazione lirica, il sound delle due sei corde si fa più incalzante e convinto, non facendo rimpiangere, del tutto, il precedente accompagnamento della batteria. Altra ripetizione del chorus centrale, subito seguita dai medesimi riff che avevamo incontrato ad inizio brano, segno evidente che siamo in procinto di ascoltare la seconda stanza narrata. Mai sottovalutare il caso di chi, come noi, non è più in grado di pronunciare parole toccanti, proviamo ad assumere le sembianze di un abile prestigiatore ma finiamo, inevitabilmente, per perdere la possibilità di raccontare i fatti della nostra vita, anche il ricorso alla fede non ci è stato d'aiuto, in quanto siamo caduti, ben presto, nella carezza dolce e sensuale del peccato. Neghiamo il peso della nostra condizione, ma dobbiamo prendere atto, amaramente, che non c'è mai stato in passato, né potrà mai esserci in futuro, per noi, modo di liberarci da questa opprimente catena che ci tiene ancorati alle nostre insicurezze ed a troppe parole mai pronunciate. La narrazione lirica, dopo aver dato maggior enfasi e forza al refrain portante, si esaurisce al minuto 04:15; da quell'istante seguono oltre due minuti e mezzo interamente strumentali di grande fascino, a degna conclusione di un album che ha fatto parecchia fatica ad emergere appieno quanto a qualità complessiva. Martin Brandstrom capisce, allora, che quello è il momento ideale per attingere dal meglio del suo repertorio e per convincere anche chi, come il sottoscritto, non è mai stato un grande amante dell'elettronica. Egli sale letteralmente in cattedra, prima dileggiandosi in un elegante e rapido assolo di tastiere e poi in un nostalgico ed affascinante spezzone al pianoforte, (memorabile, quasi drammatico nelle modalità in cui avviene, è il drastico abbassamento di toni del minuto 05:15), che degrada, a poco a poco, nella direzione di un languido suono distorto di grande resa, grazie ad un abile effetto riverbero, particolarmente acuto nella sua porzione finale. Interessante rimarcare, prima di passare al giudizio finale, come Haven riservi il meglio di sé ad inizio e a fine album con due tracce, peraltro, profondamente diverse l'una dall'altra. The Wonders At Your Feet era canzone breve, diretta e puntava tutto sull'impatto dirompente, At Loss For Words è, invece, brano articolato, lungo, alla costante ricerca dell'atmosfera giusta. La prova ulteriore che i Dark Tranquillity, se supportati dalla  giusta volontà, possano ottenere il meglio da loro stessi esulando totalmente da qualsiasi, restrittiva ed inutile, definizione di genere o catalogazione di sorta, davvero un peccato che, durante i 43 minuti di Haven, questa volontà sia emersa troppo sporadicamente.

Conclusioni

A parere di chi scrive il peggior album dei Dark Tranquillity fin qui realizzato, questo ritengo sia importante segnalarlo immediatamente in fase di giudizio conclusivo. Haven è un lavoro che, analizzato nella sua globalità, manca della giusta dose di energia per coinvolgere e trascinare il pubblico all'ascolto, che tende, viceversa, ad annoiarsi piuttosto rapidamente, un prodotto che riesce a raggiungere la sufficienza in pagella grazie a qualche pezzo sicuramente ben riuscito, collocato qua e là nel corso di una tracklist alquanto scialba e monocorde, ma soprattutto grazie alla notevole dose di esperienza cui il quintetto svedese ricorre per sopperire alle carenze strutturali emerse, sia a livello di songwriting che di esecuzione tecnica. Concentrando il proprio meglio in principio ed in coda, il resto dell'lp si trascina stancamente in avanti attestandosi su livelli di mediocrità generalizzata, i pezzi tendono ad assomigliarsi tutti, sia quanto a durata complessiva, sia per ciò che concerne la struttura ritmica portante ed, inoltre, manca una vera e propria hit memorabile posizionata nel cuore della tracklist. Molto ha indubbiamente pesato il limitato apporto in fase di stesura delle canzoni da parte del chitarrista guida Niklas Sundin, il suo inconfondibile stile tagliente, condito da poderose accelerazioni al vetriolo, manca enormemente e questa carenza finisce per mettere in cattiva luce pure il diligente e preciso, (benché profondamente diverso), lavoro operato dal pur bravo Henriksson, reduce dal trasferimento dal basso. Il baricentro dell' album risulta così pendere, fin troppo nettamente, dalla parte della componente elettronica affidata a Martin Brandstrom, ormai membro a tutti gli effetti della band, certamente musicista competente e che non ha lesinato una sola stilla del proprio sudore quanto ad impegno profuso, ma le cui melodie risultano abbastanza deboli, simili l'una all'altra e solo raramente assumono una consistenza superiore su cui poter impostare un lavoro di un certo livello da parte del resto della strumentazione tradizionale. Limitati e sporadici sono gli assoli di chitarra degni di essere ricordati, (peraltro anche mal posizionati perché troppo distanti gli uni dagli altri), e pure il drumming di Jivarp riesce a ritagliarsi un suo spazio di manovra realmente apprezzabile solo in poche circostanze. Discreto ed elegante, ma confinato ai soliti spazi angusti in cui, storicamente, risiede il basso è il lavoro svolto dall'unica new entry effettiva Michael Nicklasson, comunque ancora poco coinvolto nelle dinamiche di gruppo per poterci sbilanciare sulle sue reali capacità. Lo sperimentalismo sonoro che aveva fatto di Projector un suo cavallo di battaglia predominante viene qui limitato grandemente dal momento che, come più sopra evidenziato, i brani tendono ad essere abbastanza affini l'uno all'altro. Sorprende in negativo, una volta tanto, anche la prestazione offerta dal, notoriamente strepitoso, vocalist Stanne, il quale appare in più di una circostanza a corto di fiato: egli cerca di barcamenarsi come meglio può, ricorrendo al suo straordinario carisma ed, in qualche caso, affidandosi al (personalmente non troppo gradito) supporto di filtri artificiali. Già si è fatto riferimento, in ogni caso, al precario stato di salute in cui il biondo cantante svedese era incappato in quel periodo e che gli aveva saggiamente suggerito, di concerto con la casa discografica produttrice, di optare per lunghi tratti alle clean vocals nel precedente full length. Ragion per cui, questa, diventa ancor più difficile spiegare la fretta dei DT di pubblicare un nuovo lavoro su lunga distanza, ad appena dieci mesi di distanza dall'innovativo Projector: una gestazione artistica più lunga, a cui sarebbe stato utile abbinare anche un periodo di sostanziale riposo per il debilitato Mikael ed un maggior coinvolgimento di Sundin avrebbero certamente giovato all'esito finale di Haven. Non tutto, sia chiaro, è da buttare: restano nella memoria, in particolare, i fortunati episodi dell'opener The Wonders At Your Feet, perfetta per la dimensione live, la più riflessiva e matura Ego Drama e la conclusiva At Loss For Words con la sua epica outro di oltre due minuti, con un Brandstrom davvero sugli scudi. In ultima analisi possiamo, dunque, parlare di una battuta d'arresto, parziale, per il combo di Gothenburg, pronto, però a ripartire in grande stile appena due anni dopo con l'ottimo Damage Done.

1) The Wonders At Yor Feet
2) Not Built To Last
3) Indifferent Suns
4) Feast of Burden
5) Haven
6) The Same
7) Fabric
8) Ego Drama
9) Rundown
10) Emptier Still
11) At Loss For Words
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