DARK TRANQUILLITY

Damage Done

2002 - Century Media Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
17/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

Come uno studente liceale preparato e naturalmente dotato di un'intelligenza superiore alla media, ma che poco si adopera nello studio e che, viceversa, tende ad adagiarsi rapidamente sugli allori, così anche i Dark Tranquillity, autentici mostri sacri, nonché tra i principali fondatori del melodic death metal, una volta arrivati di prepotenza nell'olimpo dei grandi hanno visto, progressivamente, calare la loro ispirazione artistica nel lustro di anni intercorsi in seguito al rilascio del formidabile The Gallery del 1995. Come documentato nelle precedenti trattazioni proposte, il terzetto composto da The Minds' I, Projector e Haven aveva fatto precipitare pericolosamente il gruppo svedese appena al di sopra della soglia di galleggiamento. Pur essendo tre album profondamente diversi l'uno dall'altro, quello che era apparso evidente, prima timidamente ed in seguito in maniera ben più evidente, era stato un sensibile calo a livello di songwriting compositivo, (pur essendo Stanne scrittore superbo), a cui si erano sommati, di volta in volta, il peso dell'ingombrante paragone con il precedente gioiello epocale, un marcato e perfino non necessario sperimentalismo sonoro, una preoccupante banalizzazione delle singole tracce composte. Se a tutto ciò aggiungiamo anche un non perfetto stato di salute in cui era incappato il prode Mikael nel precedente biennio, una critica specializzata che non sembrava più disposta a tollerare un altro album semplicemente discreto ed un Niklas Sundin meno coinvolto nelle dinamiche di gruppo perché subissato di impegni nei suoi rinomati studi grafici Cabin Fever Media, ecco completato il quadro d'unione, non certo incoraggiante, entro cui i DT si mossero nel periodo preso in esame quest'oggi. Del resto va anche detto che Madre Natura era stata assai generosa nel dispensare smisurate doti di talento ai nostri, cui bastò, "semplicemente" fare quadrato attorno ad un tavolo, (magari con il prezioso supporto di qualche ottima birra mitteleuropea), per meglio inquadrare l'obiettivo comune in una visione d'insieme omogenea e schietta e per tornare a primeggiare e seminare la concorrenza. Perfettamente consapevoli che, per tornare ai vertici della scena, era necessario che ognuno compiesse uno sforzo ulteriore, i Dark Tranquillity, forti anche del sostegno pressoché incondizionato della label distributrice e di un consenso tra il pubblico che, in antitesi con la recente produzione musicale, cresceva a dismisura, realizzarono che era giunto il momento di allontanare la sgradita ipotesi di essere risucchiati nell'anonimato del terzo millennio e di rimarcare, una volta di più, la loro egemonia in ambito death metal melodico. La prima cosa da fare era quindi concedere un po' di meritato riposo al frontman del gruppo: difficile, anche solo da immaginare, se sei al timone di una formazione di punta di una super potenza discografica quale Century Media Records. Fatto sta che, esibizione dopo esibizione, live dopo live, tournée dopo tournée, Stanne ritornò ad esibire la sua proverbiale ed inconfondibile voce baritonale, mirabile esempio di growl cavernoso ed incredibilmente potente nel panorama mondiale dell'epoca. Fu lo stesso cantante a sobbarcarsi, inoltre, tutto il lavoro relativo al songwriting, nel corso di un processo gestatorio articolato e non facile, ma stimolante e sorprendente per sua stessa ammissione. Sundin, da par suo, riuscì a calarsi meglio nella sua duplice dimensione di virtuoso della chitarra da una parte e di designer grafico di successo dall'altra. Va anche detto che, da questo momento in poi, lo stesso Niklas considerò sempre quale suo unico e vero lavoro quello di designer grafico, mentre l'impegno con il gruppo venne derubricato alla stregua di un hobby, un passatempo personale. La componente elettronica, ormai parte integrante e fondamentale del gruppo, venne riportata entro più ristretti confini ed il nuovo bassista della formazione, Michael Nicklasson ebbe modo di integrarsi alla perfezione all'interno della band e di mostrare appieno il suo talento. Questa volta il gruppo evitò di fare le cose con eccessiva fretta e si prese tutto il tempo che ritenne necessario al fine di ottenere un risultato di livello ottimale. Le registrazioni vere e proprie impegnarono il sestetto nelle sale di registrazione dei mitici Fredman Studio durante i mesi di Febbraio e Marzo del 2002. La produzione fu affidata, al solito, all'amico di lungo corso Fredrik Nordstrom in quello che si confermò essere un binomio assolutamente vincente. Il titolo scelto per il nuovo lavoro fu "Damage Done (Danno fatto)" e, fin dalle tinte scelte per l'artwork di copertina, possiamo intuire il  nuovo cambio di rotta intrapreso da Sundin e compagni. Niklas, per l'occasione, abbandonò le tonalità fredde e distaccate del precedente lavoro per affidarsi invece a gradazioni più calde ed intense, mutevoli da un gentile e soffuso rosato fino ad un rosso acceso, intenso e che strizza l'occhio perfino al nero. Il soggetto rappresentato al centro dell'immagine non è facilmente decifrabile, possiamo ipotizzare, tuttavia, che si tratti di un individuo maschile, inginocchiato nel tentativo di evitare che la testa gli esploda letteralmente tra le mani. Tentativo che sembrerebbe essere infruttuoso dal momento che dalla sua testa fuoriesce un copioso fiotto di sangue. Parlando di DT abbiamo imparato che, fin dall'inizio della loro sfolgorante carriera, nulla è mai frutto del caso. Premesso che risulta essere incredibilmente affascinante, ma altrettanto difficile fare piena luce sull'universo criptico e metafisico dei nostri, anche il soggetto rappresentato in copertina vuole, quindi, essere una importante chiave di lettura su quello che sarà il contenuto stesso dell'album. Il fil rouge che terrà unite gran parte delle 11 tracce di Damage Done è, quindi, rappresentato dalla pazzia: una pazzia non intesa come infermità mentale congenita, l'ambizione non è mai mancata al gruppo ma l'intento non è quello di comprendere la mente delle persone che concretamente soffrono simili disturbi, quanto piuttosto quello di analizzare la pazzia indotta dalla realtà di tutti i giorni, una realtà saturata da una enorme sovrabbondanza di informazioni di cui solo una minima parte realmente utili, un bombardamento continuo ed ininterrotto di input sensoriali superficiali ed inconsistenti che spinge l'uomo a fidarsi ciecamente di ogni cosa gli venga propinata, senza più analizzarla da un punto di vista critico ed obiettivo. Ecco allora che, in quest'ottica di ragionamento contorta e rovesciata, diveniamo tutti pazzi in egual misura, ognuno di noi vive questo stato d'animo opprimente, senza sapere in che direzione volgere lo sguardo, completamente isolato dal resto del mondo ed incapace di fidarsi di nessun'altro al di fuori di sé stesso. Con un scenario simile a fare da cornice dovremo, quindi, aspettarci un intenso martellamento sonoro a tappeto nei 43 minuti che ci apprestiamo ad analizzare? Non esattamente: se è vero, infatti, che il disco si muoverà per lunghi tratti tra suoni compatti e granitici, ritmiche serrate e sfuriate al vetriolo, è altrettanto innegabile che lo farà con la dovuta cognizione di causa, con l'intelligenza e la maturità conseguite nel corso degli anni. Sarà proprio la componente elettronica, in più di una circostanza, a smorzare con sapienza i toni, ad offrire un substrato consistente e lucido all'analisi della pazzia moderna di cui l'uomo soffre. Prima di analizzare nel dettaglio le 11 tracce che compongono Damage Done, è doveroso fare un'ultima considerazione. L'album ebbe immediatamente un successo commerciale di vendite strepitoso, Century Media Records colse, allora, l'occasione al balzo per immettere, ben presto, sul mercato diverse ristampe leggermente espanse, (sulla cui effettiva utilità in termini prettamente musicali e storici sembra inutile ritornare in questa sede). A due anni di distanza dalla prima edizione, nello specifico, uscì una prima ristampa con l'aggiunta di una sola bonus track, (I, Deception per il mercato europeo, The Poison Well per quello giapponese) e del video di Monochromatic Stains. L'ultima ristampa conosciuta, (quasi certamente ne seguiranno altre di qui a qualche tempo), risalente all'agosto del 2009, presenta una differente immagine di copertina, entrambe le bonus track precedentemente indicate, una ulteriore traccia aggiuntiva, (Static), ed il video live di The Treason Wall. Del resto non si diventa il numero 1 in un'industria discografica super competitiva come è quella del terzo millennio per caso, dalle parti di Dortmund ci sanno fare in questo senso. Per la nostra trattazione, in ogni caso, faremo riferimento alla prima stampa, licenziata in data 22 luglio 2002.

Final Resistance

L'album si apre in grande stile grazie alle note dirompenti e massicce di "Final Resistance (Resistenza finale)", pezzo semplicemente perfetto per la dimensione live, nonché utilissimo grimaldello per consentire al pubblico all'ascolto di scardinare immediatamente la porta d'ingresso di Damage Done. Tre minuti appena di durata complessiva, tanto basta ai ritrovati DT per spazzare via qualsiasi dubbio circa il loro reale stato di salute e per confermare lo smisurato talento compositivo e musicale di cui dispongono. Un avvio cadenzato, scandito da una batteria nuovamente partecipe e vivace, lascia ben presto spazio al veemente incedere delle due chitarre che imbastiscono una melodia portante solida, come il più spesso dei muri eretti. Sundin ed Henriksson mostrano di aver conseguito un ottimo affiatamento, il primo con il suo stile ficcante ed incisivo, il secondo con andamenti più melodici e regolari. All'epoca di Haven, lo switch dal basso di Martin aveva destato non pochi dubbi circa le sue reali capacità di chitarrista, (perplessità che egli aveva contribuito ad alimentare con dichiarazioni fin troppo critiche nei suoi stessi confronti). Tra fragorosi rallentamenti d'atmosfera, in cui la melodia cardine si incunea in spazi divenuti, d'un tratto, angusti e ristretti e fulminee ripartenze al fulmicotone, durante le quali le aperture divengono notevoli e spaziano in ogni direzione, anche queste iniziali titubanze vengono fugate prontamente, Henriksson sa il fatto suo anche come chitarrista e tiene testa, da par suo, al rinvigorito illustre collega. Il vocalist fa il suo ingresso sulle scene dopo una trentina di secondi ed, in seguito alla sua discesa in campo, i ritmi si fanno ancora più frenetici ed indiavolati. Il riposo di quasi due anni, almeno per quel che concerne la dimensione in studio, ha giovato grandemente al leone svedese dalla bionda chioma, il quale estrinseca una rinnovata energia ed una timbrica profonda e nitida come da tempo non udivamo. La componente elettronica di Brandstrom, presente con discrezione in sottofondo fin da principio, prende, per qualche istante, le redini del comando quando siamo al minuto 01:32, collocazione ideale per bilanciare le diverse componenti in gioco, dal momento che siamo alla metà esatta del brano. Tuttavia la strumentazione tradizionale non si lascia sopraffare come troppe volte fatto nel precedente biennio, Jivarp, in particolare, appare maggiormente coinvolto ed il suo drumming inconfondibile, granitico e poderoso, torna ben presto a stagliarsi con fierezza nell'atmosfera. La componente epica, che era stata assai carente durante quasi tutto il corso di Haven, emerge invece fin dalla traccia d'apertura, la band sembra essere stata in grado di estrapolare il meglio dai due precedenti lp e fonderli sapientemente in questo nuovo lavoro su lunga distanza. Gli spigoli che apparivano eccessivamente pronunciati sono stati smussati con sapienza, i riff sciorinati si sono raffinati divenendo anche meno scontati, il growl di Stanne è potente e sicuro, lanciato come un treno in corsa fino all'indimenticabile sentenza conclusiva: "This is the final resistance", con il quale il pezzo si esaurisce. Il comparto lirico presentatoci si muove brillantemente in bilico tra la filosofia classicheggiante e la mitologia più fantastica. Lotte intestine ci hanno visto, infine, sconfitti, grida disperate di disapprovazione echeggiano dal profondo delle tenebre. Alberi fragili scossi dal vento, mormorii sommessi sembrano sussurrare quale sarà il nostro destino: un tuffo verso il baratro più oscuro cui siamo stati condannati, senza alcun appiglio cui reggerci, nessuno vedrà né sentirà nulla circa il nostro oblio, soltanto un indefinito allarme perimetrale segnalerà l'avvenuto tonfo. Solo io sono in grado di vedere la rilevanza del disastro che si compie. La domanda, fatidica, allora è questa: cosa puoi dirmi, tu, che già ti trovi all'interno? è brillante come appare esternamente? Nella caverna oscura in cui mi ritrovo sono tante le domande personali che non trovano risposta, privato del sonno trascorro i miei lunghi giorni in una veglia poco rassicurante e quasi maniacale, tento di domare l'insicurezza dovuta all'isolamento in cui sono confinato con ogni mezzo. Un processo che non arriverà ad alcuna sentenza finale, azioni iniziate e poi lasciate incompiute, molteplici risposte, che non siamo stati in grado di cogliere, languono ora inascoltate nei corridoi del silenzio. Vivere il quotidiano giorno per giorno, senza più farsi eccessive speranze che le cose possano realmente cambiare, contenere al minimo le aspirazioni di tipo personale, sono questi i nuovi obiettivi che mi prefiggo di raggiungere. D'altro canto ognuno ha pronunciato il suo no stentoreo e giudizioso nei miei confronti, il desiderio è quello di contenere al massimo le paure ed i timori e ripristinare le mie buone intenzioni di fondo, attualmente assopite nel profondo. La resistenza finale che voglio affrontare dovrà avvenire necessariamente barricato all'interno di una vita inconsistente, affinché nulla possa interferire dall'esterno con il mio io più profondo chiuderò a doppia mandata anche le più piccole finestre.

Hours Passed In Exile

Possiamo senza dubbio alcuno definire un'ulteriore conferma la seguente "Hours Passed In Exile (Ore passate in esilio)", pezzo che accentua ancora di più la ritrovata vena aggressiva dei Dark Tranquillity, pur incastonandola brillantemente all'interno di un brano articolato, complesso e maggiormente predisposto per ospitare divagazioni melodiche vecchio stampo. L'incipit del brano, il più lungo dell'intero album con i suoi 4 minuti e 45 secondi, è affidato ad un sound cangiante ed estremamente dinamico, fascinosamente oscuro, in cui fa capolino fin da subito l'elettronica, effetti sonori distorti si susseguono in maniera apparentemente caotica e pare di scorgere, in sottofondo, pure i drammatici echi di un pianoforte. Dopo una quarantina di secondi in cui la tensione accumulata ha già raggiunto livelli non indifferenti, ecco sopraggiungere il primo momento di snodo, allorquando Anders Jivarp pesta con decisione i piatti a propria disposizione, quasi a voler suggellare degnamente il raggiungimento di un primo climax emozionale e spianando, altresì, la strada all'ingresso sulle scene di Stanne. Per celebrare come si conviene l'inizio della narrazione lirica, le chitarre si arricchiscono allora di pregevoli colpi ad effetto e di virtuosismi tecnici notevoli, Sundin non si nasconde di fronte alle responsabilità che il ruolo di chitarra solista comporta ed accompagna pure il diligente Henriksson, i riff che vengono proposti sono pregni di una consistenza materica enorme, saturati ulteriormente dall'ottima prestazione offerta dal vocalist. Suona per noi quasi come una liberazione il primo passaggio dal refrain centrale del minuto 01:20: la melodia ne guadagna in ariosità e gli arpeggi eseguiti, su cui ben si innestano le tastiere di Martin, rischiarano le tenebre in cui sembravamo diretti dopo nemmeno dieci minuti, trascorsi quasi in apnea. Per quel che concerne la prestazione lirica possiamo affermare, fin da questo momento, che Mikael, dopo un periodo caratterizzato da una formalità espressiva fin troppo spiccata, sia di nuovo in grado di trasmettere appieno la sua sentita partecipazione personale alle vicende narrate, il suo growl appena abbozzato, quasi camuffato in una sorta di scream disperato e sofferto conferisce una profondità tridimensionale al testo proposto. Il refrain portante ha, nel frattempo, condotto il pezzo su di una dimensione nuova, dove maggiore è lo spazio che viene concesso per gustosi fraseggi melodici e per i sintetizzatori, il dinamismo nevrotico e schizofrenico, di cui sentivamo grandemente la mancanza, torna a farla da padrone nel sound dei nostri beniamini, come testimoniato, splendidamente, dall'affascinante bridge del minuto 02:38, improvvisamente palesatosi di fronte a noi, nel momento in cui meno ce lo saremmo aspettato. A guidare le danze in questo importante momento di transizione è l'elemento elettronico, quello cioè più incline a prestarsi a simili variazioni di ritmo. L'inquietudine dell'animo, l'aridità del cuore, l'oscurità della notte più buia tornano ad essere i protagonisti indiscussi di questi fugaci istanti che, tuttavia, paiono interminabili. Per nostra fortuna, a poco a poco, il suono spedito e sicuro delle due sei corde riprende vigore e funge per noi da puntuale metronomo, la melodia lineare e semplice che viene scandita con sempre maggiore sicurezza ci riporta verso la luce. La cura certosina dell'arrangiamento rende il pezzo davvero memorabile, ogni componente del gruppo ha un suo ruolo specifico ed insostituibile: ciò che emerge in linea di massima è un affiatamento complessivo davvero convincente. Il contesto è quello ideale in cui inserire pure un piacevole assolo di chitarra, minuto 03:37, prima di un'ultima, drammatica ripetizione del chorus centrale con la quale il brano volge al termine in un turbinio vorticoso di emozioni e di sensazioni. Sono ben cinque gli interrogativi che ci vengono posti nella stanza d'apertura. Cosa succederebbe se ogni cosa fosse destinata al fallimento? Come ci comporteremmo se alcune cose non fossero mai esistite? E se qualcuno non ci avesse mai visto? Se nessuno ci aprirebbe più le sue porte? Quale sarebbe, infine, la nostra reazione se fossimo noi, in qualche modo, i diversi? Di fronte a simili, annose domande non ho la pretesa di avere ragione, quel che chiedo mi venga concesso, almeno,  è il beneficio del dubbio. Ho acceso in te la passione ed il sentimento, ho fatto tutto quello che mi ero prefissato di fare, mi sono mosso con umiltà e con il capo chino, ma tutto questo dolore il mio cuore, in frantumi, non è in grado di sopportarlo. Quale tempo passato in esilio è stato il più penoso? Quali, tra le ore trascorse nella solitudine più totale, sono state le più angosciose? Quali le affettuose carezze scambiate sono divenute, ora, le più banali ed insignificanti? Altre domande a cui io non sono in grado di dare risposta, quello di cui sono certo, d'altro canto, è che io non potrò mai avere torto di fronte a te, ho ascoltato questa canzone, questa nenia lamentosa troppo a lungo per potermi sbagliare. La mia è una guarigione lenta, che richiederà grande pazienza e molto tempo ancora, le ricadute saranno sempre possibili, dietro l'angolo. Cosa resterà, infine, del tempo da me destinato agli altri? Nulla di più se non un cuore in frantimi, a pezzi. Ciò che è in pezzi, del resto, non potrà mai più essere riunito come era un tempo.

Monochromatic Stains

In terza posizione troviamo, quindi, "Monochromatic Stains (Macchie monocromatiche)", pezzo scelto dalla band come singolo promozionale all'album stesso; sotto l'attenta e premurosa supervisione di Century Media Records venne girato anche un turbolento, maligno ed affascinante videoclip. Proprio da qui, in questo caso, prende le mosse la nostra analisi, in quanto esso merita una menzione particolare perché ci consentirà di approfondire e di sviscerare meglio il significato dell'enigmatico soggetto rappresentato in copertina. Il video, diretto dal regista greco Achilleas Gatsopoulos, sia dal punto di vista tematico che scenografico, è un omaggio al film muto del 1920 "Il gabinetto del dottor Caligari", l'opera, del regista Robert Wiene, è considerata il manifesto del cinema espressionista tedesco. In perfetta assonanza con il titolo della traccia, esso è stato girato interamente in monocromia, (la tenue gradazione scelta conferisce un interessante effetto vintage, che richiama alla mente l'epoca pionieristica della cinematografia moderna). In un contesto generale in cui le differenze tra realtà e allucinazione calano progressivamente fino ad azzerarsi completamente, il soggetto che era stato immortalato in copertina prende, dunque, vita. Egli appare chiaramente in preda ad un evidente stato di confusione mentale, le sue mani sono insanguinate, il liquido color rosso vivo è ancora fresco e macchia pure un grosso coltello che si trova ai suoi piedi, gli occhi paiono sul punto di schizzare fuori dalle orbite. Un sapiente uso del flashback cinematografico ci consente di ripercorrere la sua tormentata vicenda personale. Egli si muove con passo insicuro e titubante, avverte sulla propria pelle la continua sensazione di essere braccato, artigli affilati come rasoi gli accarezzano il viso senza, tuttavia, affondare il colpo, quasi a voler prolungare oltremisura la sua agonia e aggiungere, così, un tocco di insano sadismo al suo peregrinare caotico e disordinato. Un oscuro angelo della morte mostra lui una rivelazione futura e lo mette ulteriormente in allerta, costringendolo anche ad accelerare il passo, cade a terra mentre le visioni demoniache gli si fanno appresso, sempre più minacciose, egli comprende che è solo attraverso un sacrificio di sangue che potrà porre fine a tutto questo. Il suo stato di pazzia è ormai conclamato, la salute mentale appare irrimediabilmente compromessa, si rende conto che non è più in grado di sopperire con lucidità a tutto questo. I rapporti con una persona a lui cara, una donna dai lunghi capelli biondi, degenerano rapidamente, egli la strattona con forza, la colpisce al volto con occhi stralunati ed iniettati di odio. Il punto di non ritorno è stato superato, la profezia disegnata dagli angeli della morte si compie, (sono loro stessi a fornirgli l'arma del delitto), e la donna viene brutalmente accoltellata ed uccisa. La sua crudele esecuzione era l'unica maniera per ottenere in cambio la liberazione della mente. Con le mani ancora sporche di sangue si dipinge il volto, quasi a volerne assaporare l'aroma fino in fondo, il suo respiro si è fatto più calmo, le visioni demoniache sono state scacciate. In questo suo ultimo gesto, quasi liberatorio, viene espresso il suo desiderio di essere solamente compreso, ma non assolto per il macabro delitto appena commesso. Davvero inquietante è il corredo scenografico in cui il protagonista si muove: strade anguste che terminano in un vicolo cieco, ombre oscure che prendono vita all'improvviso, una perdurante sensazione di ritrovarsi ingabbiato in un universo bidimensionale, le pareti che fanno da sfondo paiono comprimersi di colpo ed intrappolare l'uomo in una morsa letale. Per quel che concerne il comparto strumentale il tessuto portante del pezzo è costituito dal preciso e tumultuoso lavoro delle chitarre su cui si innestano, a seconda del momento, sia gli stacchi elettronici di Brandstrom, sia il growl lancinante e melanconico del magnifico Stanne. Il vocalist, in questo caso, pare richiamare alla mente pure un certo Till Lindemann, anch'egli celebre per uno spiccato senso per il teatrale e per una naturale predisposizione a calcare la mano per quel che concerne l'enfasi. Il ritornello centrale, in cui ci imbattiamo per la prima volta allo scoccare esatto del primo minuto, è divenuto, nel corso degli anni, assolutamente memorabile, anche e soprattutto per una mirabolante resa in sede live. Intermezzi elettronici magnetici come quello del minuto 02:30 si alternano a riff grintosi e vibranti, il tutto corroborato ulteriormente da un drumming di assoluto spessore ed inappuntabile per un brano per cui scomodare l'aggettivo capolavoro non ci pare assolutamente fuori luogo. Non meno affascinante è il corredo lirico steso per noi dalla penna di Stanne, giocato anch'esso sulla diatriba tra la lucidità e la follia mentale, le immagini che vengono descritte, di volta in volta, si librano a mezz'aria, in equilibrio instabile tra il concreto e l'immaginario, il pezzo assume in questo modo, come nella migliore tradizione DT, molteplici e diverse chiavi di lettura interpretative. Impossibile, o perlomeno molto arduo, sarebbe comprenderne ogni sfaccettatura limitandoci ad una lettura solo superficiale. Il dato iniziale da cui ogni vicenda si dipanerà in seguito, è che stato commesso un omicidio, noi ne siamo i principali indiziati, le mani sporche di sangue sembrerebbero non lasciare dubbi circa la nostra colpevolezza, ma, ad un livello più profondo, siamo davvero noi i colpevoli, siamo forse vittime o siamo l'una e l'altra cosa insieme? In apertura viene fatto un richiamo pure alla mitologica figura di Narciso che, incantato dalla sua sconfinata bellezza riflessa nell'acqua, finisce per cadervi dentro ed annegarvi. Vediamo questa faccia riflessa in acque placide, apparentemente senza vita, stiamo guardando l'immagine di noi stessi o piuttosto il volto della vittima che le nostre mani hanno ucciso senza pietà? Non ricordiamo nulla a riguardo, non possediamo alcun indizio concreto circa la nostra identità. Un segreto mai svelato ha portato al sanguinamento del mio cuore. Proviamo a ricostruire la nostra tormentata vicenda, ma il compito per noi è estremamente gravoso, siamo confusi, la nostra memoria pare essere stata completamente azzerata, le poche tracce rimaste all'interno, labili ed in gran parte sbiadite, ancora non sono sufficienti a chiarire i dubbi. Ho cercato con insistenza di ritrovare la tua fiducia seguendo comportamenti standardizzati, ho reso più malleabile la mia indole, per comprendere a fondo la mia identità ed il mo ruolo nella vicenda mi affido al raziocinio ed alla scienza, cerco di evitare di cadere preda di bizzarri capricci che potrebbero sviarmi dal conseguimento della verità. Anche se in fondo, alla fine, non fa alcuna differenza, ciò che resterà sarà null'altro che una lavagna di ardesia perfettamente intonsa, scevra di pensieri e di ricordi. Il ritornello centrale chiarisce meglio i concetti espressi nelle prime due strofe. Chi avrà la meglio nell'eterno duello tra verità e menzogna? Quale sarà la forza soverchiante tra la libertà e la sottomissione? Che cosa verrà dato per primo tra il corpo e la sferza? Chi troverà riparo per primo nella caverna, il leader o l'uomo mendace? Macchie monocromatiche colorano e, al tempo stesso, oscurano la mia vista, sono stato contemporaneamente assolto e condannato per il crimine commesso, non ci sarà nessun vincitore ma solo sconfitti da questo atavico dualismo. Non c'è alcun desiderio di ritornare alla normalità, non è mia intenzione venire a patti con la banalità, ho deliberatamente scelto di ignorare ogni suggerimento ricevuto, essi giacciono ora in giardini che cadono in rovina. Il sacrificio è stato fatto per ottenere l'oblio della mente, nel momento in cui l'ho commesso mi è sembrato la maniera più immediata, il sentiero meno impervio per conseguire la liberazione tanto agognata. Mi sbagliavo, sono rimasto in preda al panico ed alla follia, forse anche in misura maggiore di come lo ero prima di macchiare le mie mani con il sangue, non posso rivendicare la mia innocenza, la mia caduta è inevitabile e solcata da macchie di un unico colore, provo nausea di fronte ad ogni cosa. La mancanza di una persona con cui relazionarmi, o più semplicemente di un mio alter ego, mi uccide all'istante sul posto, ecco dunque svelato il mio duplice ruolo di assassino e di vittima.

Single Part of Two

Ecco sopraggiungere ora "Single Part Of Two (La singola parte di due)", un leggero passo indietro rispetto al trittico iniziale per il pezzo fin qui più sperimentale del lotto. Quanto appena detto appare evidente fin da subito: l'intro che ci accoglie consiste infatti in uno dei momenti solistici più corposi a firma Brandstrom nel corso dell'intero album. Egli circoscrive il brano entro un ampio perimetro dai confini labili e sfuggenti, si affida ai suoi ormai collaudati ricami raffinati e di gran pregio in cui miscela, nelle giuste dosi, la contagiosa modernità del terzo millennio appena iniziato con il classicismo retrò dei migliori anni ottanta. Nel tentativo di ottenere un'atmosfera di fondo che ricalchi piuttosto fedelmente quella che aveva impregnato la maggior parte dei pezzi contenuti nel precedente lp, la band, ambiziosa e coraggiosa da sempre, si prefigge anche lo scopo di aggiungere un tocco di eleganza in più, una raffinatezza aristocratica che renda il sound il più coeso ed omogeneo possibile e che nobiliti anche l'operato genuino e minuzioso dello stesso Martin. Il sound delle due chitarre, che incontriamo dopo qualche istante soltanto, è reso pienamente saturo dall'ampio ricorso alla distorsione, (ormai un marchio di fabbrica riconoscibile del binomio Sundin - Henriksson), il che contribuisce a rendere la melodia acida e abrasiva al punto giusto. La porzione centrale del brano, tuttavia, è quella che più si allontana dagli standard dettati dal precedente Haven, batteria e chitarre progressivamente prendono il sopravvento e riportano in sostanziale equilibrio le sorti della contesa. I ritmi sono piuttosto rallentati rispetto a quanto fin qui incontrato, il substrato che fa da cornice al brano è caratterizzato da una sottile vena di nostalgica malinconia, che si dilata non poco durante il refrain centrale in cui il superbo Stanne esalta, una volta di più, il concetto di interpretazione personale. Il break che incontriamo a partire dal minuto 01:44 è dominato da un brillante e corposo assolo chitarristico, la cui ispirazione principale sembra rifarsi ancora una volta ai Maiden dell'epoca d'oro, anche se il tutto appare ulteriormente appesantito da reminescenze di matrice thrash a stelle e strisce. A partire dal secondo minuto le coordinate stilistiche mutano nuovamente e si assiste ad un altro ribaltamento dei ruoli, con tastiere e sintetizzatori a dettare i ritmi per la transizione finale. Gravoso e sostanziale rallentamento al minuto 03:08, il momento, pur nella sua brevità, assume una valenza solenne ed epica. Non c'è spazio, però, per indugiare troppo a lungo, la meditazione e l'introspezione, probabilmente l'avrete ormai intuito, non sono gli elementi fondanti dell'album. Il frontman quindi riparte di gran carriera con il suo growl ficcante ed incisivo, Mikael decide che è arrivato il momento di non voltarsi più indietro e di spingere a fondo il pedale dell'acceleratore. Un pezzo certamente interessante nel suo cangiante sviluppo che cambia almeno tre volte i suoi riferimenti di base, piacevolmente spiazzante è il continuo scambio di ruolo tra batteria e chitarre da una parte e tastiere e sintetizzatori dall'altro e che fungerà da valido apripista per una porzione centrale di album assolutamente roboante. La sezione lirica è fortemente improntata al romanticismo ed alla nostalgia, una storia d'amore interrotta da poco e che ancora fa soffrire è il tema portante trattato, nessun ospite d'onore femminile è, però, stato invitato al gran ballo di gala ad accompagnare uno Stanne che si ergerà, da par suo, al ruolo di mattatore assoluto. Sono stato ingannato con parole illusorie uscite dalla sua bocca: vieni con me, voglio che tu sia con me in questo momento. Nel pronunciarle però mi ha cancellato dalla sua mente, del resto l'amore spaventava entrambi ed irrigidiva i nostri corpi, ci sarebbe piaciuto uscire all'aperto e dirigerci insieme verso il cielo, piuttosto che affrettare i tempi, pronunciando parole giuste in tempi sbagliati. Non ho mai pensato alle conseguenze del nostro amore, sono sempre stato convinto che avremmo potuto essere una cosa sola, il nostro sentimento avrebbe potuto decollare proprio nello stesso punto in cui, invece, ora non resta più traccia alcuna di noi due. Non ho mai voluto mentire, avevo bisogno delle tue intere giornate e non di piccoli e sfuggenti frammenti di esse, una promessa fatta non è stata mantenuta, il mio desiderio era quello di venire incontro ad ogni tua esigenza, mi ritrovo invece fermo immobile, lontano da te, mio malgrado. I soliti luoghi comuni, i cliché del caso mi hanno annoiato ormai, le parole zuccherate pronunciate in passato hanno ora un sapore amaro sulla bocca, i nostri cuori leggeri e spensierati avevano abboccato alla medesima esca amorosa gettata. La distanza che ora ci separa non può essere colmata, il cerchio che avevamo formato non può essere richiuso in alcun modo, è bene iniziare a dimenticare in fretta i giorni trascorsi insieme. All'interno della singola parte di noi due preferiamo non lasciare traccia e non guardare indietro, piuttosto che affrontare qui ed ora l'ansia che ci sta divorando.

The Treason Wall

"The Treason Wall (Il muro del tradimento)" è l'autentica gemma contenuta nell'album, la vera e propria killer track con la quale il pubblico riesce ad identificare immediatamente Damage Done all'interno della corposa discografia dei DT. Collegandoci a quanto analizzato circa il precedente full length, avevamo fatto notare la grave mancanza di una hit di successo nella porzione centrale di Haven, con il risultato, certamente sgradito, di avvilire il tutto verso una preoccupante sciatteria generale, proprio laddove sarebbe, viceversa, servito alzare maggiormente il tiro ed osare di più. Errore che la band di Gothenburg non ripeterà una seconda volta. Il pezzo sembra essere stato disegnato apposta per la dimensione live, energico e gagliardo è il suo incedere, perfettamente in grado di coinvolgere e scatenare il pubblico on stage. Proprio per queste sue caratteristiche intrinseche, il brano è stato spesso inserito al primo posto in scaletta come ideale apripista per sciogliere la tensione accumulata ed aprire le danze in grande stile, (si ricorda a tal proposito la memorabile esibizione milanese dell'ottobre del 2008). Dopo una decina di secondi iniziali di "riscaldamento", è la batteria di Jivarp ad incalzarci fin da subito con un ritmo indemoniato, il suo è un crudo assalto frontale in doppia cassa che rischia di lasciarci senza fiato, ci stende al tappeto senza, tuttavia, darci il colpo di grazia. Stanne innalza ai massimi livelli la sua espressività vocale e la coppia di chitarre cesella riff semplici ma di altissimo livello, destinati a rimanere impressi nella memoria fin dal primo ascolto. Non assistiamo, in vero, a nulla di particolarmente eccelso dal punto di vista tecnico, alcuni brani già analizzati avevano un più alto coefficiente di difficoltà, ma è l'approccio secco e travolgente che il pezzo arreca con sé a destare la maggiore e migliore impressione. Le tastiere si arricchiscono di pregiate contaminazioni progressive, estremamente dinamiche e l'headbanging è garantito al 100% lungo tutti i tre minuti e mezzo in cui il pezzo si articola, le varie componenti chiamate in causa sono sapientemente miscelate nelle giuste dosi. "Going to break it, going to break it, going to break it down" sbraita selvaggio il frontman svedese e l'istinto che ci coglie durante l'ascolto è proprio quello di fare a pezzi qualsiasi cosa, desideriamo rompere gli schemi in cui troppo a lungo siamo rimasti ingabbiati, levare la maschera che ci è stata appiccicata addosso da una società corrotta e menzognera. Personalmente ritengo che si tratti, al pari di Only For The Weak degli In Flames, la miglior rappresentazione in chiave moderna del melodic death metal svedese, almeno per quel che concerne l'universo mainstream. Lasciate che vi racconti l'entità della perdita che coinvolge tutti quanti, la mancanza di tutto ciò che ci è caro, siamo comodamente avvolti in noi stessi mentre ogni cosa va in rovina. Il caos risolve, ciò che inquina è l'ordine, vite senza valore sono state rese cieche dall'odio imperante. Io non ci credo, assaggiate e vedrete che ogni cosa appartiene a me, io non credo, non voglio crederci. Alzo le mani per gridare forte il mio no, per coloro che, vinti dalla viltà, non rispondono alla chiamata, troverò il modo per superare questo muro, apparentemente insormontabile, lo farò crollare rovinosamente a terra con la mia tenacia di ferro. Lasciate che vi inchiodi al muro del tradimento, pugnalate notte e giorno saranno a voi riservate, il mio pensiero è guidato dall'ardore della fiamma che brucia in me, il sentimento di rivalsa guida le mie azioni, non vi è possibilità di scampo per nessuno di voi. Voglio far a pezzi le vostre menti ostinate, la vostra flebile devozione è destinata ad andare in brandelli, sferro il mio pugno d'acciaio contro i miei nemici, vedervi crollare a terra, uno dopo l'altro, è ciò che più desidero in questo momento, vi posso garantire che non mollerò la presa finché non avrò portato a termine la missione.

Format C: for Cortex

Segue poi "Format C: For Cortex (Formato C: Per la corteccia)", brano maggiormente impegnato e più riflessivo che mantiene, tuttavia, l'album su livelli qualitativamente eccelsi. Per sua stessa ammissione, l'espressione Format C è una metafora coniata ad arte da Stanne con il significato dell'inizio di una nuova vita, un reset mentale assolutamente necessario per la salvaguardia della razza umana sul Pianeta Terra, simile a quello che si compie con l'hard disk di un computer, nell'intento di formattarlo daccapo. La corteccia cerebrale, d'altro canto, è la parte più esterna e rugosa del nostro cervello, laddove prendono forma processi cognitivi assai complessi e fondamentali come il pensiero, la coscienza, la memoria ed il linguaggio. Un ritmo meno indiavolato, ma altrettanto trascinante fa da cornice al brano, sorretto da un breve ritornello centrale, che verrà ripetuto per ben cinque volte, ed entrato, anch'esso, di diritto nella memoria collettiva dei fan della band come uno dei più coinvolgenti e trascinanti di sempre. La maggiore ricchezza del pezzo è data, innanzitutto, dall'utilizzo di delicati violini in sottofondo e, soprattutto, dal magistrale intermezzo centrale che si sviluppa a partire dal minuto 02:25. Il gruppo esplora coordinate musicali fin qui inedite che contribuiscono ad arricchire l'album di pregevoli striature romantiche. Per fare ciò i DT si affidano, nei successivi trenta secondi, ad un incantevole pianoforte cui spetta il compito di disegnare accordi magniloquenti di assoluto spessore. Il nostro respiro rallenta fragorosamente e si normalizza, i palpiti del cuore seguono a ruota ed assumono una cadenza perfettamente armonica: in questo stato di benessere insospettabile abbiamo così modo di apprezzare l'ottimo Brandstrom in un'altra veste, più classica e conservativa. Il momento per la meditazione e per la riflessione non ha, tuttavia, lunga durata. A poco a poco il suono penetrante ed abrasivo delle chitarre fa capolino all'interno di questa fugace breccia nostalgica, fino a disintegrarla nelle sue fondamenta. Lo sviluppo del pezzo prosegue per ulteriori due minuti in cui ciò che incanta maggiormente sono i piacevoli intrecci tra le tastiere e le chitarre, le quali sembrano rincorrersi a vicenda, i loro percorsi si intrecciano per qualche momento e poi ripartono spediti ognuno nella propria direzione, accomunati però da una profonda e raffinata ricerca dell'armonia. I sei cavalieri di Gothenburg rivolgono ancora una volta le loro attenzioni principali all'Inghilterra, pur mantenendo inalterata la personalità ed il carisma ormai propri. Se avrete la fantasia di miscelare le epiche cavalcate degli Iron Maiden con una certa attitudine grezza e sguaiata di scuola post-punk alla Sister Of Mercy, il tutto contestualizzato all'interno di un'atmosfera di fondo oscura e decadente in stile Black Sabbath, probabilmente sarete in grado di cogliere appieno lo splendido lavoro operato dai nostri in questo brano. Si ha l'impressione che il messaggio lanciato da Stanne sia rivolto ad un bimbo, o comunque ad una persona che ancora non ha subito il lavaggio del cervello da parte della società impazzita del terzo millennio, il suo vuole essere un appello affinché qualcuno ne protegga la purezza cerebrale, salvandolo così dalla corruzione imperante. Qualcuno ha avuto modo di diffondere cose che io non volevo né vedere e né sentire, questo è il contenuto del celeberrimo ritornello centrale che scandirà, quasi in maniera ossessiva, l'intera narrazione lirica. Il fascino intenso di cui l'essere umano godeva un tempo è stato offuscato da mentalità sempre più chiuse e retrograde, i suoi occhi sono stati resi ciechi, egli affida la propria esistenza a freddi calcoli di comodo ed alla rigidità della legge e non è più in grado di discernere le componenti più autentiche e profonde del suo animo. Non vi è alcuna necessità di avviare rivoluzioni, non voglio che tu parli con i serventi, mostrami piuttosto un volto nuovo di zecca, una mente aperta contro una razza umana che sta morendo. Non puoi fallire in un'epoca di perdenti come la nostra, il guscio di quelli che, al loro interno avevano nascosto torce luminose, è stato bruciato, io non potrò riottenere in alcun modo l'innocenza perduta né avere in dote sensi nuovi. Allora mi rivolgo a te che ancora puoi cambiare le cose. Con il passare del tempo troverai le risposte che cerchi, riceverai anche delle delusioni, non tutto si manifesterà ai tuoi occhi come avevi immaginato, tutti i preconcetti crolleranno. Se non cambierai la tua indole, cosa che io non sono stato in grado di fare, anche tu sarai destinato a smarrire ogni riferimento mentale, nessuno te lo insegnerà negli anni della tua formazione, anzi cercheranno di portarti dalla loro parte con ogni mezzo, anche il più bieco, pertanto ascolta quello che ti sto dicendo e fidati di me, mostra un nuovo volto, lascia dietro di te la maschera che hai indossato finora.

Damage Done

Del quartetto centrale di brani cui si è fatto riferimento poco sopra, probabilmente la title track "Damage Done (Danno fatto)" ne rappresenta il vertice inferiore, (questo a voler essere estremamente pignoli e perfino ingenerosi nei confronti della band). Il brano, nel suo insieme, risulta essere penalizzato da una seconda parte interamente strumentale assai ariosa e dominata da una soffusa melodia, certamente piacevole, ma abbastanza avulsa dal contesto generale in cui è calata. La sua lunghezza complessiva, di poco inferiore ai tre minuti e mezzo, la rende la seconda traccia più breve del lotto, solo l'iniziale opener track ha, infatti, durata minore. L'attitudine del brano, almeno inizialmente, si caratterizza per una notevole pesantezza di fondo, la batteria scandisce un ritmo aggressivo e serrato sin da subito, si percepisce una piacevole sensazione old school e potremmo quasi parlare di death metal nella sua accezione più minimalista, accantonando l'aggettivo melodico per qualche istante. Seguendo una formula ampiamente sperimentata e rivelatasi vincente, il gruppo fa seguire ad un incipit del genere un momento in cui mostra, viceversa, la sua anima più evoluta e moderna. Al minuto 0:58 troviamo infatti il primo momento di transizione: esso ha durata assai breve, parliamo di una decina di secondi appena, e viene guidato da pregevoli tastiere e da un pianoforte arricchito da un interessante effetto riverberato. In uno scenario sonoro in cui, caso più unico che raro all'interno di quest'album, non eccelle particolarmente il lavoro svolto dal duo Sundin - Henriksson, ecco allora che i DT decidono di impreziosire questi riff chitarristici, piuttosto blandi e scontati, proprio ricorrendo al supporto della componente elettronica. Assistiamo, pertanto, ad un sostanziale ribaltamento dei ruoli: le chitarre, probabilmente bisognose di tirare un po' il fiato, si fanno da parte per lasciare il proscenio a tastiere e sintetizzatori. Divengono quindi loro a dettare la melodia base e a sorreggere, in maniera estremamente dinamica e convincente, l'intelaiatura portante del pezzo. Una produzione curata e che, quando si tratta di Fredrik Nordstrom ha sempre fatto della ricerca del bilanciamento sonoro ottimale uno dei suoi cavalli di battaglia principali, contribuisce ad amalgamare il tutto alla perfezione e ad enfatizzare a dovere le frequenze usate dai singoli strumenti. Il rientro in campo del vocalist, minuto 01:07, riporta il brano all'interno dei binari dell'immediatezza e della disperazione in cui eravamo stati incanalati da principio. L'asciutta narrazione lirica termina già al minuto 02:16, non prima però che qualche effetto speciale offertoci da Stanne in sala prove conferisca ulteriore profondità al brano. Come già anticipato precedentemente, da questo momento prendono il via gli ultimi settanta secondi della traccia, interamente strumentali. A guidare le danze, nello specifico, ecco salire in cattedra nuovamente la batteria di Anders Jivarp. La sua prestazione dietro le pelli si arricchisce di singolari effetti sonori che paiono richiamare alla mente il battito di un cuore pulsante. Le aperture ritmate si amplificano a dismisura, i fraseggi melodici vengono diluiti con calma e cognizione di causa, il desiderio della band è, evidentemente, quello di rallentare la propria folle corsa, anche se la sensazione è che la frenata sia addirittura troppo brusca. Ciò che, a nostro avviso, manca nell'occasione è un più dolce e graduale collegamento tra due porzioni così marcatamente differenti l'una dall'altra, una transizione progressiva e più ordinata che avrebbe giovato alla resa globale del brano. Gli ultimi settanta secondi suonano in tutto e per tutto come il più classico degli intermezzi acustici, conferire loro un differente titolo e spezzare in due tronconi ben distinguibili la traccia non sarebbe stata una cattiva idea, a questo punto. La traccia effettiva, a mio avviso, si chiude proprio con la cessazione del cantato di Stanne, il resto è un mero esercizio di stile, piacevole certamente, ma poco funzionale. La sezione lirica, come da tradizione tipica del sud della Svezia, è corredata da tematiche immaginifiche e spirituali. Siamo andati all'interno delle grotte dei sette lupi, sentivo delle forze crescenti tutt'intorno, quelle parole finali hanno provocato una frattura insanabile all'interno della struttura più interna, non sopporto questo ritmo glaciale. Questo è il danno che mi è stato inflitto. Ho la sensazione che i miei giorni si accorcino sempre più, deraglia il  treno dei miei pensieri razionali. Quanto detto è stato fatto dalla mia mano, ho inseguito il perdono giù per questi corridoi, il mio sentiero è stato volontariamente deviato dalla via che mi avrebbe condotto alla verità. Il danno è fatto. E' necessario mettere da parte gli sguardi altrui, le nostre fragili strutture mentali non possono tenere il passo con il ritmo frenetico cui siamo costretti a misurarci ogni giorno. Ho deciso di mettere in evidenza il danno subito, in modo che tutti lo possano vedere, ho il desiderio di affrontare le mie contraddittorie esigenze personali. L'uomo si rinchiude all'interno della propria casa, che diviene una sorta di alta gabbia di ferro, praticamente insormontabile, in modo tale che nessuno possa vedere all'interno, del tutto vano è stato il tentativo di ridurre le responsabilità. I danni di cui si parla, quasi certamente, non sono di natura fisica ma emotiva, viene dipinto un uomo incapace di porre rimedio ai danni compiuti e che, anzi, peggiora ulteriormente le cose non assumendosene le responsabilità.

Cathode Ray Sunshine

A completare la porzione centrale dell'album ecco sopraggiungere ora un altro pezzo da novanta: "Cathode Ray Sunshine (Tubo catodico illuminato dalla luce del sole)", brano abbastanza articolato da un punto di vista ritmico, dotato di un certo orientamento progressivo, ma scandito per lunghi tratti dal fattore chitarristico. Fin dal titolo, assai suggestivo, è possibile intuire quale sarà il contenuto lirico del brano: Stanne infatti critica aspramente l'uso scriteriato che l'uomo fa della televisione, dipinta alla stregua di un idolo pagano cui le persone si rivolgono per poter riscattare un'esistenza altrimenti completamente monotona e sciatta. Quella che viene descritta nel brano è una ipotetica, (ormai non più tale), società futuristica in cui l'uomo diventa schiavo della tecnologia e finisce, giorno dopo giorno, per essere risucchiato in una spirale vorticosa fatta di immagini irreali ed ammalianti. Egli, ormai del tutto incapace di vedere anche in pieno giorno e sempre più isolato dal resto del mondo, si circonda di falsi miti e di ideali sbagliati, perdendo così, in ultima analisi, la fondamentale capacità critica e la propria indipendenza mentale. Il tubo catodico, desueto ricordo di una tecnologia oggi largamente superata, viene rappresentato come la sola divinità dell'era moderna meritevole di essere adorata, lo schermo è la sola entità in grado di illuminare giornate grigie con i suoi input superficiali, ma di facile presa. L'essere umano, ormai distante dalla fede religiosa più autentica ripone quindi le proprie speranze di rivalsa nel Dio-televisore. Chiediamo, quindi, ad esso di prenderci per mano e di condurci verso luoghi ameni, è a lui che domandiamo di risollevare esistenze che sono tutt'altro che euforiche, l'anelito è quello di poter respirare a pieni polmoni in spazi aperti dove nessun'altro possa sussurrare alcunché. Tu che sei in grado di trasformare la notte in giorno, squarciare fragorosamente anche la più nera oscurità, parlaci, dunque, cosicché noi potremo ricevere ogni tua parola, mostrati una volta di più e lascia che noi tutti possiamo entrare al tuo interno. Del tutto alienata è la mente del telespettatore più accanito, tutto ciò che non è in grado di trapassare l'alone artificiale di luce rimane all'esterno, le percezioni sensoriali alterate fanno si che venga completamente ribaltato il concetto di giorno e notte. Il televisore diventa così, dopo l'iniziale diffidenza, lo strumento ideale che consente all'essere umano di evadere dalla realtà, una sorta di sostanza stupefacente oppiacea a buon mercato per le grandi masse. L'uomo è reso sciocco, inebetito di fronte ad immagini piacevoli che hanno il solo merito di svagarlo temporaneamente dalla sua triste, ripetitiva e vuota esistenza. La degradazione focale della realtà ha portato il caos laddove prima c'era regnava l'ordine, i tubi catodici sono destinati ad abbagliare la vista dell'uomo senza sosta e a renderlo cieco di conseguenza. L'uomo, nella sua pigrizia e rassegnazione, preferisce adagiarsi comodamente in poltrona a guardare vite più dinamiche ed eccitanti della sua, piuttosto che calarsi nella realtà in prima persona e sforzarsi di cambiare davvero la propria vita. Queste persone non guardano più la realtà delle cose sotto la luce naturale del sole, ma attraverso quella filtrata ed adulterata del tubo catodico del proprio televisore. L'illustre riferimento letterario cui Stanne pare ispirarsi è rappresentato dal celebre romanzo di fantascienza Fahrehneit 451 di Ray Bradbury dove le conseguenze di una tale spersonalizzazione della società verranno ancora di più accentuate. In una società fittizia successiva al 1960 il solo mezzo di comunicazione ammissibile è la televisione, dal quale l'uomo deve istruirsi, informarsi e, grazie al quale, mantenere il quieto vivere, ogni altra forma di comunicazione è considerata inutile e, di conseguenza, messa al bando. Ben presto è la letteratura stessa a diventare il nemico pubblico principale, da estirpare con ogni mezzo, fuoco compreso, qualsiasi libro rinvenuto deve essere bruciato immediatamente. Il protagonista principale delle vicende, vigile del fuoco prima fedele servitore della legge e poi pentito e rinnegato dai suoi stessi compagni, finirà con l'appassionarsi segretamente alla letteratura e, assieme ad un manipolo di altri uomini come lui evasi dalla società, costituirà, infine, il patrimonio letterario dell'umanità. Così facendo egli andrà inevitabilmente incontro alla sua rovina, il suo matrimonio entrerà presto in crisi al punto tale che sarà proprio la moglie a denunciarlo all'autorità, in preda all'ira egli finirà con il dare fuoco al suo ex capo con un enorme lanciafiamme. Lo sgancio di un potente ordigno atomico, (siamo all'alba della guerra fredda), segnerà l'inizio di un nuovo corso di cui solo pochi eletti, lui tra questi, potranno farne parte. Sono le chitarre, come detto in precedenza, a fare la voce grossa in questo pezzo: pregevoli assoli distorti vengono snocciolati con precisione chirurgica dalla formidabile coppia d'asce. La sezione ritmica, maggiormente orientata verso le tastiere piuttosto che in direzione della batteria, fa da apripista per la prima ripetizione del chorus centrale quando non è ancora scoccato il primo minuto. Si assiste ad un interessante tentativo, (non il primo peraltro operato dalla band nel corso della propria carriera), di avvicinare la pesantezza del death di scuola scandinava con l'epicità del power tedesco. Il momento di maggior interesse incombe al minuto 02:32 allorquando Brandstrom ci regala un breve ma squisito assolo di pianoforte melodico. La seconda porzione del brano è caratterizzata da maggiori aperture armoniche e da una più spiccata ricerca del groove: tastiere, batteria ed anche il basso si infilano con sorprendente maestria negli interstizi lasciati vuoti dalle chitarre e quando ciò non è avviene è il formidabile Mikael a reggere saldamente il timone con il suo convincente cantato, all'occorrenza anche debitamente effettato. La tensione si scioglie parzialmente dopo lo scoccare del terzo minuto, l'intensità dei ritmi cala sensibilmente e si fanno più corposi gli inserti prog oriented. Batteria, prima, e tastiere subito dopo, si accollano l'onere di riportare verso l'alto il tiro della canzone attorno al minuto 03:30. Tornano, quindi, a spadroneggiare le chitarre per gli ultimi istanti del brano, di diritto una delle perle più brillanti contenute all'interno di Damage Done.

The Enemy

"The Enemy (Il nemico)" ha il gravoso compito di inaugurare il trittico di canzoni con il quale l'album volgerà, infine, al suo epilogo. Da un punto di vista artistico e musicale stiamo parlando, probabilmente, della porzione meno interessante di tutto il platter: la traccia in oggetto, assieme alle due che seguiranno, non presentano difetti o tare particolari al loro interno, il problema è che esse dovranno scontare un confronto per molti versi impari sia con il tris iniziale, dominato in lungo ed in largo dalla maestosa presenza di due autentiche killer songs come Final Resistance e Monochromatic Stains, sia con la porzione centrale dell'album, se possibile ancora più coinvolgente ed emozionante. Il pezzo è aperto da una squisita introduzione melodica di una trentina di secondi, l'atmosfera è solcata da profonde striature malinconiche e decadenti. I suoni assumono la pesantezza tipica delle chitarre elettriche al minuto 0:36 e ci introducono degnamente all'inizio della narrazione lirica. Questa vuole essere una rivalutazione della figura dell'antagonista, il nemico non è più soltanto colui che deve essere sconfitto ad ogni costo, ma viene visto come l'occasione giusta per essere noi stessi più obiettivi e per rifuggire dalla mediocrità in cui rischiamo di affondare. D'altro canto è attraverso di lui che possiamo meglio indirizzare ed affinare il nostro odio, dal momento che nessun'altro lo conosce come noi stessi, sia a parole che per iscritto. Proprio per questa ragione possiamo ipotizzare, con la quasi certezza di aver colto nel segno, che il nemico cui si fa riferimento, nessun'altro sia se non l'altra faccia di noi stessi. Stanne, accortosi che il contributo offertogli dal resto della ciurma rischia di affievolirsi un poco, si erge ancora una volta nelle vesti di capitano coraggioso ed incanta con una prestazione vocale magnifica, ricca di pathos e di trasporto emotivo. Sopra ad un gradevole mid tempo, la batteria ricama un morbido tappeto sonoro e fa in modo che le due chitarre risultino ariose nella misura giusta e mai stagnanti. Le due sei corde, nel dettaglio, procedono lungo due binari paralleli disegnando una serie di cadenzati assoli distorti ed oscuri che sembrano riallacciarsi al troppo a lungo bistrattato Projector. Piace anche il dinamico e corposo intermezzo atmosferico collocato a partire dal minuto 01:44: la tensione accumulata fino a quel momento, ben lontana peraltro dai picchi raggiunti altrove nell'album, prima scema candidamente fino a sciogliersi quasi del tutto, poi riesplode nell'intricato e vorticoso finale dominato dalla coppia Sundin - Brandstrom. Abbiamo considerato il nostro nemico alla stessa stregua di un rifiuto della società, colui che, nella scala sociale gerarchica, occupa stabilmente il più basso dei gradini, la sua condizione è destinata a rimanere immutabile nel tempo, egli ha perfino perduto le parole cercando di comunicare con noi con grande affanno. Le persone, noi stessi, veniamo catalogati e definiti attraverso l'odio che portiamo appresso. Abbiamo bisogno di costruirci un nemico ideale, un capro espiatorio contro cui scagliarci, per conoscere realmente noi stessi, desideriamo lavorare giorno dopo giorno per evitare di diventare come lui. Il protagonista del testo, e di riflesso anche noi stessi, diviene quindi il nemico di cui la società ha bisogno per reputarsi davvero "civilizzata", l'underdog per eccellenza da confinare facilmente ai margini e da etichettare come "diverso".

White Noise/Black Silence

La penultima canzone del lotto, "White Noise/Black Silence (Rumore Bianco/Silenzio Nero)", è pezzo di per sé gradevole anche se, probabilmente, non indimenticabile all'interno di una tracklist qualitativamente sublime. La prima cosa che balza immediatamente all'occhio è il titolo particolare: come già ribadito in precedenza, nel corso di questo lavoro, ogni aspetto della musica dei DT è importante, quindi è doveroso analizzare più nel dettaglio il significato di questa duplice espressione. In particolare è proprio il primo dei due curiosi accostamenti linguistici a meritare un approfondimento maggiore. Innanzitutto va detto che il concetto di rumore bianco, in termini pratici, indica qualcosa di non esistente in natura, si tratta di una idealizzazione puramente teorica. Nondimeno una tale espressione è stata sovente utilizzata, a cavallo tra gli anni ottanta ed i novanta, per indicare il  fruscio continuo, simile ad un soffio sibilante, che si poteva percepire nelle radio o nei televisori analogici di vecchia concezione. Proprio all'interno di un rumore del genere, apparentemente confusionario e aperiodico per sua stessa natura, il gruppo ritrova la strada maestra, un alone di chiarezza nel proprio vivere quotidiano, la risposta da tempo cercata alle proprie domande. Non è finita qui. White Noise è anche il titolo di un famoso romanzo dello scrittore italoamericano Don DeLillo. Sorvolando tutta la prima parte dello scritto in cui l'autore descrive, con amara satira, la tipica famiglia americana apparentemente felice, tra matrimoni che si susseguono in serie, figli e figliastri che appaiono, scompaiono e ricompaiono nel breve volgere di un battito di ciglia ed un lavoro assai improbabile di docente universitario di studi hitleriani in un college di serie b, è la seconda parte del romanzo quella più interessante per i nostri fini. Aggiungiamo, per correttezza, che l'ermetismo lirico di Mikael Stanne raggiunge qui picchi notevoli e non è affatto facile per noi infilarci tra le pieghe di una narrazione giunta qui davvero ai limiti dell'incomprensibile. Parimenti al protagonista dell'omonimo romanzo, anche quello della canzone è terrorizzato dalla paura della morte, nella sua mente, completamente saturata dai mass media, immagini di alte fiamme divoratrici lo perseguitano giorno e notte, egli ha la perenne sensazione di essere giunto all'ultima stazione della sua via crucis terrena, quella da dove tornare indietro è impossibile. Il suo cervello, brillante ma rigido nelle strutture di base, poco e male si adatta alla praticità della vita di ogni giorno. Egli non si fa problemi ad etichettare come ignoranti gli altri uomini, in quanto incapaci di guardare le cose in tutte le dimensioni possibili, ma finisce lui stesso con il perdere il lume della ragione, travolto da un bombardamento di informazioni senza precedenti, sconvolto da paranoie mentali sempre più incontrollabili. La sua noiosa routine quotidiana si muove in bilico sull'orlo della follia, molte volte pare in procinto di lasciarsi dominare dall'irrazionalità e dall'ira. Egli, che pure è consapevole dell'aridità di cui soffre il proprio cuore e delle difficoltà ad instaurare relazioni con il prossimo, vorrebbe buttarsi nella mischia con  ardore ed affrontare in piena coscienza le conseguenze delle azioni che compie, ma, in ultima analisi, è semplicemente incapace di farlo. In questo modo finisce per vedere crescere ancora le distanze con il resto del mondo, confinando la propria esistenza nell'isolamento e nel nichilismo, con la convinzione che la cosa più giusta da fare sia quella di non confidare a nessuno i propri segreti più intimi e le proprie passioni più recondite. Il suo alto e meritevole obiettivo è quello di trasformare il buio, tradizionalmente silenzioso, in suono, se supportato dalla volontà egli sarà in grado di farlo. La base dalla quale dovrà partire sarà, manco a dirlo, l'oscura tranquillità attuale. Qui ci ricolleghiamo con la seconda parte del titolo, all'apparenza più immediata ed intuitiva. Anche in un universo dominato dal caos come è quello dei Dark Tranquillity, un cosmo in cui nulla è come appare in superficie, sono le ore notturne quelle prevalentemente dominate da una minore concentrazione di rumori e di suoni. La notte diviene il momento ideale, non solo e non soltanto per il riposo, ma anche e soprattutto per l'introspezione e la riflessione personale più profonda. Gli scenari moderni del terzo millennio stanno però facendo crollare anche quest'ultima convinzione: il lavoro è sempre più diluito nell'arco delle 24 ore, i ritmi non accennano a diminuire nemmeno con il calare delle tenebre. Quale spazio sarà riservato all'uomo per l'autoanalisi in un simile scenario? Anche in questo caso Stanne si ferma ad un passo dalla catastrofe, tipicamente letteraria, (nel romanzo di DeLillo essa si paleserà sotto forma di immane nube tossica), non estremizza le conseguenze del disagio descritto e lascia aperte diverse interpretazioni strettamente personali. Il tiro della canzone è di matrice heavy metal, nell'accezione più canonica del termine: i riff sono micidiali nella loro pesantezza, pur se non particolarmente originali, brilla invece la prestazione offerta dalla batteria, impostata su di una doppia cassa serrata e travolgente. Anders Jivarp, lungi dall'aver esaurito le risorse a propria disposizione, prende il comando delle operazioni e disegna, per l'occasione, un corredo sonoro estremamente dinamico ed incalzante, costringendo, di rimando, anche le chitarre a serrare le fila. Durante l'ascolto del brano è possibile intravvedere fugaci sfumature orientate in direzione del progressive metal più elegante e raffinato, universo che ha da sempre affascinato, non poco, la formazione svedese. Il primo momento più cadenzato e ragionato giunge al minuto 01:40: belli, nel frangente, i ficcanti inserimenti di tastiera che conferiscono maggiore profondità all'incessante incedere delle due chitarre, senza, tuttavia, risultare eccessivamente invadenti. La seconda porzione del brano, in generale più dinamica ed interessante della prima, si caratterizza per tonalità più scure e decadenti: le stesse che abbiamo peraltro incontrato poco fa nella precedente traccia analizzata e che ritroveremo, ancora più accentuate, nella conclusiva strumentale che segue. L'impronta tipicamente heavy del brano è facilmente riconoscibile fino al termine, con le chitarre a fare bella mostra di loro stesse con assoli atonali pregevoli ed un riffing aggressivo ed incredibilmente denso, come la migliore tradizione svedese impone. Il vocalist se la cava con esperienza e personalità, anche se non è certamente in questo frangente che ha offerto il meglio del suo repertorio sconfinato. Come attenuante più che valido, va detto che siamo di fronte al primo album in assoluto della carriera dei Dark Tranquillity cantato interamente in solitario da Stanne e senza il ricorso alle voci pulite, un piccolo calo di forma al termine di quaranta minuti semplicemente strepitosi credo glielo si possa umanamente perdonare.

Ex Nihilo

A completare l'album, come poco fa anticipato, la strumentale "Ex Nihilo (Dal nulla)", brano fortemente malinconico, dal retrogusto barocco, ma non particolarmente interessante. Siamo ormai dentro l'ultimo km, possiamo iniziare a tirare i remi in barca, il danno è stato fatto, i Dark Tranquillity si sono ripresi il trono del death metal melodico e possono concedersi il lusso di piazzare una traccia simile che davvero poco si sposa con il contesto descritto sinora. Fu il poeta e filosofo latino Lucrezio ad esprimere per primo concetti del genere: nel primo libro del De Rerum Natura egli afferma che il fondamento da cui partire per ogni ragionamento, anche il più elementare, dovrà essere sempre quello secondo cui, in natura, mai nulla si genera dal nulla per volere divino, (Lavoisier, con la sua legge di conservazione della massa, sarebbe venuto secoli dopo). Il brano, particolarmente corposo con i suoi 4 minuti e trenta secondi di durata, scorre via in maniera abbastanza spigolosa e con non particolare fluidità: a guidare le danze è una triste melodia scandita dalle tastiere di Martin, le chitarre si limitano a disegnare pochi riff basilari, a volte anche troppo accentuati, con i quali accompagnare il prode compagno di squadra. Lo stesso fa la batteria di Jivarp, ancor meno coinvolta nella partita, dopo aver offerto una prestazione da incorniciare nella precedente canzone. In alcuni momenti la tensione pare crescere per qualche istante, le chitarre sembrano prendere il sopravvento e regalarci un ultimo colpo di coda memorabile, ma poco dopo i ritmi tornano a farsi blandi e leggeri, la meccanicità, in questo caso eccessiva, dell'elettronica torna a farla da padrone. Che Brandstrom sia musicista di talento e dotato di un gran senso estetico per gli arrangiamenti e per la melodia è cosa risaputa al grande pubblico ormai, personalmente ritengo che, in quest'ultimo pezzo, egli potesse ricercare una sintesi maggiore e limare qualche dettaglio, troppo ridondante e non esattamente funzionale. Ciò nondimeno, la melodia base che viene a svilupparsi è in grado di condurre la mente dell'ascoltatore su di una dimensione onirica e trasognante, l'inquietudine fin qui accumulata può finalmente sciogliersi del tutto, piacevoli sono anche i momenti in cui più incisive si fanno le chitarre, in modo tale da creare un contrasto dinamico con il tappeto sonoro languido e lezioso imbastito dalle tastiere. Le sfumature decadenti che avevamo sottolineato nei precedenti due episodi si fanno ancora più marcate, tuttavia, durante l'ascolto, si percepisce una eccessiva freddezza di fondo, si ha quasi l'impressione che l'input per comporre un pezzo del genere sia arrivato dall'esterno della band, la quale sembra avere inserito il pilota automatico: davvero poco di questa strumentale è destinato a rimanere impresso nella memoria dell'ascoltatore in maniera permanente, a maggior ragione se confrontato con le gemme sparse durante la tracklist appena ascoltata. In ogni caso il giudizio con cui abbiamo intenzione di chiudere il presente lavoro non viene minimamente scalfito da un simile pezzo, etereo e di cui, francamente, non se ne sentiva la necessità. In conclusione, a nostro giudizio, possiamo affermare che si sia trattato di un tentativo, riuscito solo in parte, da parte dell'ensemble scandinava di rinverdire i fasti di un passato epico che li aveva visti piazzare due strumentali monumentali del calibro di Mine Is The Grandeur e The Mind's Eye in chiusura dei propri due lavori di maggior successo.

Conclusioni

Uscito un paio di mesi prima rispetto al controverso, ma pur sempre apprezzabile Reroute To Remain dei cugini In Flames, Damage Done è l'album che sancisce il gran ritorno dei Dark Tranquillity ai vertici del death metal melodico, il lavoro che rappresenta  in maniera mirabile la sintesi ideale di tutto quanto prodotto da Stanne e compagni in seguito al folgorante The Gallery del 1995. All'interno di una tracklist composta da 11 pezzi totali, almeno la metà sono diventati, nel corso degli anni, degli autentici classici del repertorio della band svedese, assolutamente perfetti per la dimensione live, cui il gruppo ha dato sempre più importanza, una volta completata la propria maturazione personale e raggiunta la piena e meritata consacrazione artistica. L'approccio del gruppo è diretto e frontale, volto a garantire un immediato e pieno coinvolgimento del pubblico all'ascolto: per conseguire ciò i DT si affidano, in primis, a chitarre grintose e massicce, ma che sanno, all'occorrenza, anche disegnare melodie decadenti e nostalgiche, l'utilizzo di refrain centrali profondi, facilmente memorizzabili e piuttosto concisi garantisce, inoltre, un facile riconoscimento delle singole canzoni e, di rimando, anche dell'album stesso. Il sesto lavoro su lunga distanza rappresenterà, con il senno di poi, anche un punto di svolta importante nel corso della carriera dei nostri, quel nuovo inizio tanto agognato e desiderato da Stanne dopo il periodo di forte stress in cui era incappato a cavallo degli anni duemila, una sorta di lavagna perfettamente bianca ed intonsa in cui incidere, d'ora in poi, tutti i capitoli della propria epopea personale, senza inutili e dolorosi rimandi al passato. Tutti gli album che seguiranno verranno infatti impostati sulle medesime coordinate stilistiche impostate in questo Damage Done, e pazienza se i risultati ottenuti saranno decisamente meno roboanti ed in qualche caso anche abbastanza mediocri, il tempo per la ricerca dell'innovazione ad ogni costo e per lo sperimentalismo sonoro è finito, più saggio e più redditizio invece, si rivelerà consolidare e raffinare di continuo, (anche a costo di scadere nel banale e di apparire quasi ruffiani), il sound qui proposto. Il leader del gruppo, autentico centro di gravità attorno al quale l'universo Dark Tranquillity fluttua da sempre, si sobbarca per intero sia il lavoro di stesura delle composizioni, che quello di interpretarle integralmente dalla prima all'ultima. Dietro al microfono Mikael sfodera gli artigli e regala una prestazione di tutto rispetto in grado di emozionare e di coinvolgere dall'inizio alla fine. Il periodo di due anni di lontananza dagli studi di registrazione, (guai però a parlare di riposo tout court dal momento che l'attività live del gruppo si è mantenuta costante e intensa per tutto il 2001), ha contribuito a far si che il suo growl tornasse, quasi miracolosamente, incisivo, ficcante e potente come non era da tempo e, pur senza l'ausilio delle clean vocals, egli è stato in grado di trasmettere una forte passionalità ai suoi testi e di conferire una dimensione umana ai protagonisti delle vicende descritte. Per quel che concerne il songwriting compositivo il linguaggio metafisico ed ermetico, da sempre marchio di fabbrica del biondocrinito cantante, si è fatto ancora più accentuato ed impenetrabile: volendo semplificare ai massimi termini potremmo definire Damage Done alla stregua di un concept album incentrato su alcuni argomenti di fondo quali i disturbi mentali procurati, le paranoie esistenziali indotte dal bombardamento mediatico cui l'uomo del terzo millennio è continuamente sottoposto e indefiniti e vaghi presagi di morte, ma sono davvero moltissime le sfumature e le divagazioni offerte che una definizione del genere risulterebbe quantomeno riduttiva. Non neghiamo che il dispendio di energie necessario per sviscerare al meglio il contenuto di ogni singola traccia non sia stato notevole, tuttavia gli stati d'animo che predominano in noi, una volta giunti al termine di questa trattazione, sono quelli di incanto e di stupore di fronte all'universo ordinatamente caotico tratteggiato dalla penna di Stanne, il suo è un microcosmo incredibilmente affascinante, tutto personale in cui nessuno è davvero in grado di penetrare fino in fondo e l'unica cosa che possiamo fare è quella di tentare di avvicinarci il più possibile alla sua visione del mondo. Per fare ciò è necessario azzerare completamente il nostro cervello, dimenticarci di ogni convinzione mentale che credevamo acquisita, osservare ogni cosa con uno sguardo periferico in grado di spaziare a 360 gradi e oltre, considerare il fatto che niente è realmente così come ci appare in superficie e che tra il bianco del rumore ed il nero del silenzio esistono una infinità di gradazioni e di sfumature intermedie. Tornando al lato squisitamente musicale dell'album, l'ultima considerazione da fare riguarda la sezione ritmica di accompagnamento. Essa, nel complesso, risulta essere ottimamente bilanciata, anche se tra una batteria che solo poche volte riesce a spiccare il volo verso l'alto ed un basso preciso e schietto, ma le cui sonorità tipiche, grevi ed opprimenti, poco si abbinano con un contesto generale grintoso e serrato, sono ancora una volta tastiere e sintetizzatori a prendersi la scena. La componente elettronica, ormai a tutti gli effetti facente parte del modus operandi del gruppo, viene confinata entro più ristretti confini di manovra in cui può, in ogni caso, mostrare una personalità e una vivacità finora inedite. Piacevoli sono anche gli inserimenti del pianoforte che denotano, ancora una volta, la sensibilità d'animo di Brandstrom ed il fascino, fortunatamente intramontabile, di cui la musica classica gode anche nel terzo millennio. Personalmente continuiamo a preferire il suono bello pieno e caldo delle chitarre, ma in cuor nostro abbiamo ormai capito che, quella di implementare sonorità algide e a volte fin troppo meccaniche come quelle di tastiere e synth, era l'unica soluzione praticabile dal gruppo per restare in vita negli anni duemila. Nuove leve ed astri nascenti dello showbiz, pompati ad arte da case discografiche sempre più ingorde di denaro facile, supergruppi costruiti a tavolino per biechi interessi economici e meteore che si eclissano nel giro di due album al massimo, fatevi da parte, i maestri del melodeath svedese sono tornati per reclamare il loro trono!

1) Final Resistance
2) Hours Passed In Exile
3) Monochromatic Stains
4) Single Part of Two
5) The Treason Wall
6) Format C: for Cortex
7) Damage Done
8) Cathode Ray Sunshine
9) The Enemy
10) White Noise/Black Silence
11) Ex Nihilo
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