DARK TRANQUILLITY

Construct

2013 - Century Media Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
17/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel lontano 1993 quando uno sparuto manipolo di neo maggiorenni, con tanti sogni in mente quanti capelli sulla testa catapultò la città di Gothenburg, Svezia meridionale, sotto le luci della ribalta internazionale a livello musicale. Fu allora che, come saprete, vennero piantati i semi del cosiddetto melodic death metal: un nuovo modo di intendere il metallo della morte che, a fianco di riff granitici e compatti e rasoiate di batteria in blast beats, abbinava una inedita e sorprendente dose di melodia che si esternava sotto forma di ritornelli orecchiabili e di facile presa sull'ascoltatore, inserimenti soavi di voci femminili di derivazione operistica e stacchi acustici piuttosto lunghi di assoluto pregio e di una bellezza fuori dal comune. Erano in pochi, allora, a credere che un simile affiancamento di elementi così distanti, ed all'apparenza incompatibili tra loro, fosse in grado di attecchire oltre i limitati e storicamente chiusi confini nazionali svedesi. Allora lo scenario musicale era sostanzialmente dominato dalle due modalità più estreme di intendere il metal: da una parte il black norvegese, anticristiano e blasfemo nei suoi lineamenti, sparato in cuffia a tutto volume e senza ritegno e dalle atmosfere gelide e sinistre e sull'altro versante il death, fiorito negli States sul finire degli anni ottanta e, ben presto, arrivato anche in Europa con la sua impostazione vocale in growl gutturale e violenta e con l'invalicabile muro sonoro creato ad arte dalla coppia chitarra - batteria in grado di travolgere ogni cosa, come un treno lanciato a folle velocità, mentre il thrash, che aveva vissuto la sua epoca d'oro a cavallo della metà del decennio precedente, stava già vivendo una fase di stanca e si apprestava, tacitamente, a tornare in secondo piano. Pareva a quel tempo utopistico scardinare una simile diatriba e le prime realtà che ebbero l'ardore di provare ad inserirsi in questo contesto sembrarono destinate a fallire prima ancora di cominciare. Il tempo, come sempre, è stato giudice ultimo ed infallibile e ha dato pienamente ragione a gruppi quali At The Gates, In Flames e Dark Tranquillity che furono i primi a proporre un simile modo rivoluzionario di intendere la musica da noi tanto amata. Moltissime altre valide realtà che ci provarono in quel periodo finirono presto nel dimenticatoio, (A Canorous Quintet, Cerimonial Oath, Eucharist, The Moaning?), spesso mal supportate da etichette discografiche alle prime armi e con ancor meno mezzi economici a disposizione ma, ad oltre vent'anni di distanza, il melodic death metal svedese è divenuto ormai argomento di studio sui testi scolastici tale e tanta è stata la sua importanza e la sua influenza sull'universo della musica tutto. Dalla Nazione originaria esso si è esteso a macchia d'olio andando a raggiungere praticamente ogni angolo del Pianeta al punto che, non esiste praticamente band alcuna al giorno d'oggi, che non citi i gruppi sopra elencati tra le proprie influenze principali. Un simile sovraffollamento di scenari ha portato, inesorabilmente, ad un calo della qualità generale a livello compositivo e tecnico e ad una, altrettanto inevitabile, riproposizione di clichè uguali e ripetuti fino all'infinito, per giungere al giorno d'oggi in cui, di fatto, salvo poche eccezioni, nemmeno un ascoltatore attento ed esperto del genere sarebbe in grado di distinguere i vari gruppi l'uno dall'altro se non dopo aver letto i loro nomi sulle copertine degli album o spulciando qualche enciclopedia online di settore. Non deve stupire, dunque, se oltre alle già citate band che non riuscirono a sfondare all'epoca, pure i nomi storici del genere oggi arranchino grandemente sotto il peso degli anni, siano passati attraverso scioglimenti anche pluridecennali per poi ricomporsi dopo aver peregrinato da una band all'altra come onesti mestieranti e nulla più o abbiano deciso di cambiare totalmente genere in nome del Dio denaro lasciando nello sconforto e nello sgomento i fan della prima ora. Nella prima categoria elencata troviamo certamente i nostri adorati Dark Tranquillity, rimasti ai vertici della scena per oltre un decennio e poi calati alla distanza in un susseguirsi di alti e bassi, senza più raggiungere, tuttavia, i picchi qualitativi di un tempo. Proviamo, pertanto, a riallacciare il filo conduttore del discorso iniziato nella recensione del debutto Skydancer e ritroviamo il combo svedese, venti anni, nove album e svariati milioni di copie vendute in tutto il mondo dopo, nell'anno 2013 che è stato caratterizzato da un paio di importanti ricorrenze per loro: il lusinghiero doppio traguardo tagliato dei venti anni di carriera e della pubblicazione del decimo studio album. Il gruppo, meravigliato ed incantato il mondo con una iniziale triade da urlo, (Skydancer, l'ep Of Choas and Eternal Night ed il monumentale The Gallery), e superati non senza difficoltà alcuni momenti non esaltanti, (su tutti il modesto Heaven ed il precedente, mai troppo apprezzato, We Are The Void), per celebrare degnamente due così significativi anniversari riesce a recuperare un attimo della grinta che pareva perduta e a cavarsi di impiccio con la consueta grande dose di esperienza e di maestria, anche se, è bene anticiparlo fin d'ora, l'album oggetto della presente recensione è distante anni luce dai capolavori inarrivabili del passato, (il già citato, inarrivabile, The Gallery ed il brillante Damage Done di inizio secolo, solo per fare due nomi). Come giustificazione, non di poco contro peraltro per la band, va detto che non è per nulla facile riuscire a soddisfare le esigenze del grande pubblico quando il tuo nome è, ormai stabilmente da anni, entrato nel gravoso circuito del mainstream, quando cioè ogni tua esibizione live ai quattro angoli del Pianeta si risolve con un tutto esaurito gli occhi del mondo intero sono puntati su di te ed i critici sono in perenne agguato per stroncare senza pietà qualsiasi cosa non vada loro a genio. Ecco perché la release che qui verrà analizzata era circondata da uno spasmodico livello di attesa speranzosa mista al timore di un declino inevitabile da parte di una miriade di fan, anche del bel Paese, dove il gruppo è sempre molto apprezzato ed osannato in sede live. Per chi come me idolatra la band fin dagli esordi, francamente, il timore di un nuovo flop era prossimo allo zero, troppa la fiducia che ripongo da sempre in Sundin e soci per paventare un altro insuccesso, troppa la passione che scorre nelle vene per questa realtà per non essere follemente convinto che il viale del tramonto fosse ancora di là da venire per gli eroi di adolescenza anche se, ammetto candidamente, di avere acquistato l'album solo in un secondo momento, forte di un piccolo sconto sul prezzo di partenza e, certamente, pure sull'onda lunga di aver appena partecipato alla giornata della memoria nel Capoluogo lombardo il 27 gennaio di un paio di anni fa. Va aggiunto, per dovere di cronaca, che le critiche al precedente We Are The Void erano state piuttosto feroci degenerando forse oltre il lecito per quello che, tutto sommato, risultava essere un album in grado ancora di accaparrarsi una sufficienza striminzita o di attestarsi comunque attorno ad essa: la successiva inattesa cancellazione del tour europeo previsto per la fine del 2012, (che c'entrasse qualcosa pure qui l'annunciata imminente fine del mondo Maya?), la riproposizione di set list piuttosto simili tra loro e composte da brani quasi esclusivamente recenti con l'inspiegabile sacrificio dei pezzi storici del primo periodo, unite alle parole cariche di emozioni e di pathos rilasciate dal frontman Stanne a proposito del periodo precedente la stesura di questo album, avevano alimentato non pochi dubbi circa il futuro stesso della band cosicché la pubblicazione del presente lavoro è suonata per molti, compresi i membri stessi del gruppo, come una vera e propria benedizione, una scarica di adrenalina intensa e salvifica che, pur se non scacciando del tutto i fantasmi accumulati nel precedente periodo, ha allontanato di qualche anno la scomoda ipotesi della pensione anticipata per questi mostri sacri del cosiddetto swedish metal. Il dibattito sul destino del gruppo è, tuttavia, più che mai aperto ed il calo di ispirazione tecnica e compositiva, inutile negarlo, appare evidente, pur se meno fragoroso che per altre realtà a loro affini, (leggasi la comunque audace svolta intrapresa dalla realtà guidata dalla vecchia conoscenza Friden o i ripetitivi e ormai commerciali Arch Enemy, maggiormente impegnati a ricercare sempre più avvenenti e procaci frontwoman, (per quanto di talento), che non a promuovere musica degna di interesse e di apprezzamento). I Dark Tranquillity, nel corso della loro pluriennale carriera, hanno sempre dimostrato grande coraggio e personalità e non si sono fatti certo mancare momenti altamente sperimentali ed innovativi, pur rimanendo sempre piuttosto fedeli agli stilemi del Gothenburg sound da loro stessi ideati, in questo prendendo le distanze dai "cugini" In Flames, passati con il trascorrere del tempo e con una ispirazione lirica venuta progressivamente meno, su sonorità nu metal di dubbio gusto, per usare un eufemismo. Ed è proprio al passato più sperimentale ed elettronico del gruppo, (il coraggioso Projector ed il già citato debole Heaven), che guarda questo "Construct", decima fatica sulla lunga distanza per il combo scandinavo edito per l'ormai fedele Century Media Records nella primavera inoltrata del 2013 in un clima di spasmodica attesa senza precedenti. Il costrutto, la coerenza logica scandita dalle dieci tracce che si susseguono, ora più lente e cadenzate, ora più aggressive e serrate non è facilmente riconoscibile, anzi a volte si ha la sensazione che la band brancoli a tentoni nel buio, senza sapere con esattezza e precisione quale direzione prendere e ciò getta più di qualche interrogativo su questa proposta musicale. L'album è stato preceduto da una ulteriore modifica alla line up, nella non invidiabile posizione di bassista, (quasi sempre, inspiegabilmente, la prima a saltare), al posto di Daniel Antonsson, ritroviamo il poliedrico Martin Henriksson, passato alla chitarra a partire dall'anno 2000 e che, pure nell'album di cui tratteremo, si sdoppia, con notevole versatilità, tra i due differenti strumenti a corde. Il resto della formazione rimane immutato con l'inossidabile, (anche se abbastanza arrugginita), coppia Sundin - Jivarp rispettivamente alla chitarra ed alla batteria, l'ormai collaudato Brandstrom ad occuparsi delle tastiere e della sezione elettronica a far da fidi scudieri al vocalist Stanne, da sempre vero punto di forza e motivo di attrazione principale del gruppo. Egli darà libero sfogo alla propria interpretazione personale, quanto mai passionale e romantica e presenterà numerosi passaggi vocali puliti quasi mai scadendo nel banale o nello stucchevole. Sarà proprio la sua performance dietro al microfono il reale valore aggiunto di questo prodotto dal momento che, piuttosto incomprensibilmente, i restanti componenti "storici" del gruppo si limiteranno a svolgere il loro compitino in maniera diligente ma quasi mai attestandosi su livelli brillanti, (forse la versione più anonima di sempre del batterista Jivarp, anticipiamo fin da ora). Menzione speciale meriterà però l'esecuzione elettronica di Brandstrom, vivace e brillante, (forse pure troppo), come mai prima d'ora. L'artwork di questo lavoro, a cura come tradizione di Niklas Sundin, (che inizialmente aveva rifiutato l'incarico, sintomo già questo di un certo torpore di fondo ), è piuttosto scarno e minimalista e non fa altro che riflettere il titolo scelto dalla band che, per sua stessa ammissione, ha affrontato una profonda fase di stress costruttivo dovuta agli innumerevoli impegni live nel corso del precedente 2012. Ci si limita, dunque, a proporre il titolo del platter, un logo della band rinnovato e sinceramente piuttosto rivedibile ed una serie di dieci simboli grafici assimilabili ad una x l'una affiancata all'altra di cui, l'ultima, evidenziata nel colore rosso a testimonianza ulteriore dell'importante meta raggiunta dal gruppo. I colori principali sono il nero ed il grigio in quella che appare una copertina quanto mai distante dai canonici standard del metal, quasi volutamente anonima per non togliere spazio alla musica in essa contenuta. Ben più significativa, viceversa, appare la scelta del gruppo di affidarsi ad un vero e proprio guru del missaggio quale Jens Bogren, acclamato professionista del suono per lavori del calibro di Ghost Reveries degli Opeth e dell'omonimo album dei britannici Paradise Lost nei suoi sempre affollati Fascination Street Studios di Orebro. Un personaggio descritto come assai disponibile, ben voluto da tutti ed apprezzato a livello mondiale per la sua capacità di creare sound compatti, organici e quanto mai omogenei pur non disdegnando soluzioni più personali e meno intransigenti. Proprio quello che i Dark Tranquillity cercavano all'epoca per una collaborazione quasi inevitabile che era nell'aria da tempo, scaturita da una amicizia di vecchia data e che sicuramente ha rappresentato un punto di forza del prodotto finale. Non siamo certo di fronte alla complessità e ampollosità del debutto Skydancer, datato 1993, ma anche questo Construct non sarà un album di facile assimilazione e richiederà diversi scrupolosi passaggi sul vostro lettore per essere compreso appieno e per trarne le dovute conclusioni, positive o negative che siano a seconda della vostra interpretazione personale.

For Broken Words

Sentimenti contrastanti e timori della vigilia che il gruppo contribuisce ad alimentare in maniera pericolosa proponendoci, in apertura, la lenta, sorprendente e, per certi versi, leziosa "For Broken Words  (Per le Parole Spezzate)" che, incredibile a dirsi per una band di solito così attenta ai minimi dettagli, risulta essere una delle peggiori tracce dell'intero lotto. Stupisce in negativo la scelta di porre un simile pezzo in testa al platter ma probabilmente il gruppo intende mettere le cose in chiaro fin da subito: inutile illudersi con un brano tirato ed aggressivo che faccia gridare, vanamente, ad un nuovo capolavoro, in stile primi anni novanta, meglio, (almeno secondo la band), partire in sordina e provare a crescere di intensità nel corso della release, (almeno in questo la formazione nordica sarà di parola). I ritmi proposti non riescono a convincere mai fino in fondo, in bilico costante tra il desiderio di deflagrare a velocità sostenute e l'amara realtà degli anni che, inesorabili, passano spietati ed impongono al quintetto le dovute e frequenti pause ristoratrici. Brilla, e non sarà l'unica volta, la prestazione vocale dell'eccezionale Stanne che, forte di una ormai consolidata esperienza ventennale, recupera le proprie radici black ed offre un'interpretazione altamente convincente e selvaggia, lasciando perdere, per il momento, gli stacchi puliti e più romantici. Si avverte una sorta di indolenza generale all'interno della formazione con la coppia Sundin - Jivarp quanto mai anonima e priva di quel mordente necessario a fare innalzare subito l'indice di ascolto nei confronti di questo Construct, qualcosa in più la regala Brandstrom all'elettronica, specie nei momenti di break più oscuri e misteriosi all'interno, comunque, di una traccia che non sembra mai essere in grado di prendere una piega definita e chiara durante tutti i suoi quattro minuti abbondanti di lunghezza, ulteriormente resa instabile da un refrain centrale fin troppo all'acqua di rose. Pure la sezione lirica rispecchia questa eterna antitesi tra luce e buio, tra le verità e le menzogne, (ripetute tre volte ad inizio brano). Le parole che pronunciamo sono spezzate, tradite dal contesto in cui siamo costretti a vivere, intrappolate in codici di comportamento a cui siamo tenuti ad adeguarci, pur senza esserne i protagonisti principali. Perfino i nostri pensieri divengono schegge impazzite di follia, la nostra volontà, che credevamo ferrea, è messa a dura da prova dall'universo dell'ipocrisia e della falsità. Il nostro impegno è grande e le prove cui siamo sottoposti sono immani: proviamo, perciò, a rompere i confini di una detenzione che ci appare ingiusta, conservare in eterno la luce alla fine del nostro viaggio terreno. Ma la nostra dedizione non sembra essere sufficiente e siamo prossimi a mollare la presa in un mondo in cui regnano l'individualismo e l'arrivismo a tutti i costi. Un pezzo che sembra riportare indietro le lancette del tempo a quell'anonimo e deludente album che risponde al nome di Haven dell'anno 2000: non il miglior biglietto da visita che ci si potesse aspettare da un gruppo del calibro dei Dark Tranquillity, senza dubbio.

The Science of Noise

Le cose migliorano abbastanza con la seguente "The Science of Noise (La Scienza del Rumore)", una traccia di certo non trascendentale ma sicuramente in cui è riconoscibile la classica impronta d'annata melodeath dei DT. Finalmente il caro Jivarp decide di fare sul serio alla batteria ed alza il livello della contesa fin dall'incipit iniziale. Le cadenze sono inconfondibili e, se da un lato ciò inficia l'originalità del pezzo, dall'altro ci offre una sensazione di rilassante tranquillità in lineamenti che meglio si adattano alle nostre orecchie di ascoltatori piuttosto restii a troppo sperimentalismo. Ruolo importante gioca ancora una volta il fido gregario Brandstrom che si affianca, ben presto, al batterista con i suoi inserimenti elettronici affascinanti ma non ridondanti. Il vocalist appare in ottima forma pure in questo frangente e propone una interpretazione ringhiante, schiumante rabbia da tutti i pori, quasi come se fosse in grado di fermare il tempo e, trovato l'elisir di lunga vita, rimanere ventenne per sempre. La velocità complessiva del pezzo non è particolarmente elevata ed esso si mantiene all'interno di un canovaccio a tratti progressivo e prammatico. Ciò è dovuto, fondamentalmente, alla poco sopra citata, preponderanza della componente elettronica rispetto a quella chitarristica: il duo Sundin - Henriksson, infatti, propone una combinazione di riff certamente gradevoli e di facile presa sul pubblico ma che sono accompagnati da un alone di già sentito, (peraltro inevitabile al ventesimo anno di carriera), che impedisce loro di risultare particolarmente apprezzabili. Il mestiere, la dovuta dose di esperienza acquisita, consentono alle 6 corde di cavarsela egregiamente, anche grazie all'inserimento di alcuni brevi assoli alternati inseriti, a partire dal minuto 02:45, come degna transizione tra la porzione centrale della traccia e quella finale, in continuo crescendo. Pezzo, dunque, che rispecchia l'andamento generale dell'album con il binomio Stanne - Brandstrom sugli scudi ed il resto della formazione che si barcamena a cavallo, (in questo caso oltre), la sufficienza. La sezione lirica snocciola l'avversione del gruppo verso la religione cristiana ed i suoi falsi miti, il suo involucro vuoto all'interno di un perimetro ampolloso, sconfinato ed ingannevole, (tipica peraltro della Nazione svedese, radicata da oltre tre secoli, nel proprio protestantesimo di matrice luteranista). Ovviamente siamo lontani anni luce dagli affondi di natura satanista e blasfema di gruppi connazionali quali, ad esempio, AeonSanctification Souldrainer, ma le stilettate dei Dark Tranquillity vanno comunque a colpire al cuore un certo tipo di cristianesimo bigotto, retrogrado e formale fino all'eccesso. La scienza del rumore, (ma non della sostanza), della religione cristiana vorrebbe, così piegarci alla sua volontà, modellarci a sua immagine e somiglianza, solo i sogni per noi sono una forma di evasione da questa morsa tanto opprimente. Soffocati ma non ancora vinti proviamo, pertanto, a trovare una via di uscita ad una simile situazione, lanciamo il nostro sguardo oltre questo contesto e ci mettiamo in attesa di vedere quale sarà il nostro destino. L'individuo cristiano per antonomasia classifica e scandaglia tutto il mondo reale secondo una propria scala di valori, fasulla, distorta. Ammesso e non concesso che una tale argomentazione, figlia lo ripetiamo della propria Nazione d'origine, possa essere condivisibile manca, almeno a mio avviso, una possibile soluzione alternativa da percorrere: svuotata la religione del suo contenuto interno il fato è, dunque, artefice unico ed ultimo del nostro destino su questa terra? Francamente una simile visione fatalista e scarna dell'esistenza umana appare eccessivamente riduttiva.

Uniformity

Viene presentato, ora, il primo singolo scelto dalla band per la promozione dell'album: "Uniformity (Uniformità)", che con i suoi cinque minuti e mezzo di durata è anche la traccia più lunga dell'intero lavoro. Una scelta piuttosto discutibile, quella di Stanne e compagni che decidono di puntare, una volta di più, sul loro lato più introspettivo e romantico scegliendo un pezzo arioso e decisamente poco metal per i canoni cui i nostri ci avevano abituato in passato. Principi, però, che faremmo bene a scordare in fretta se non vogliamo tramutare il resto dell' ascolto in una delusione acustica pervasa dalla noia quasi completa. Il brano in questione, infatti, è aperto da un breve arpeggio di chitarra molto orecchiabile subito seguito da pennellate di tastiere di dubbio gusto, ai limiti della pop music che non possono lasciarci indifferenti, nostro malgrado. Osservando il videoclip promozionale non possiamo far altro che rimanere sbigottiti dal poco vigore con cui il valoroso Sundin pizzica le corde a propria disposizione, quasi in preda ad una forma di accidia invincibile, (che non a caso ritroveremo poco oltre), mentre appare più tonico e vispo mastro Jivarp alla batteria, tuttavia anch'egli lontano da standard di eccellenza a cui ci aveva abituato in passato. A prendere per mano il timone di una barca che appare quantomeno in avaria sovviene ancora una volta il comandante Mikael che, in un ritornello del tutto pulito e smaccatamente catchy, (in questo caso decisione azzeccata ai fini promozionali), si esibisce mostrando tutta la sua classe ed il suo trasporto emotivo, oltre alla consueta versatilità nel passare in un attimo ad un growl incisivo e graffiante. La sezione centrale sembra fare crescere il livello del pezzo e la band riesce a calarsi meglio nelle proprie vesti proponendo, inoltre, una sezione conclusiva di oltre un minuto gradevole e ben bilanciata. Una simile preponderanza tastieristica oscura e soffocante pare affondare le radici nel sound d'oltremanica di band storiche quali Depeche Mode e Paradise Lost, pur non eguagliandola né per qualità e né tantomeno per originalità. Il testo si vela di un alone di pessimismo cosmico tanto caro al nostro illustre connazionale recanatese: l'umanità, ammettendo la propria sconfitta, è costretta a scendere a patti, compromessi fatti di biasimo e di menzogne in nome di una uniformità che ci è imposta dall'alto, contro il nostro volere, la standardizzazione di massa condotta fino al limite massimo che la nostra mente è in grado di tollerare. Vinciamo, tuttavia, lo sconforto ed avvistiamo una fioca luce in lontananza, un faro abbagliante ha, per noi, il sapore della speranza: resistiamo, gagliardi ed indomabili nella nostra agonia di essere uniformati l'uno all'altro. La sfida che ci attende, l'alea che dobbiamo affrontare è proprio questa: non lasciare che siano gli altri ad imporre il nostro volere, vivere da individui singoli "superiori" e dotati di personalità propria e non con il capo chino, in preda alla rassegnazione. 

The Silence in Between

L'alternanza fra pezzi introspettivi e romantici ed altri più sostenuti ed intensi prosegue con la quarta traccia, "The Silence in Between (Il Silenzio nel Mezzo)" che ci ripropone un Anders Jivarp in buono stato di forma dietro le pelli, ad accompagnare un preludio iniziale di tastiera fin troppo devoto agli Amorphis dei tempi di Tales From the Thousand Lakes, (scordatevi però la monumentale Black Winter Day). Il growl di Stanne ci riporta sui giusti binari, anche se le chitarre soffrono ancora di poca incisività complessiva. La struttura del pezzo prevede un doppio passaggio strofa - refrain centrale prima di un soffuso e soave stacco al minuto 02:20 in grado di emozionare positivamente per una discreta dose di epicità interrotto dopo venti secondi appena, (forse qualche istante in più non avrebbe guastato), dal rientro in scena del vocalist a cui si abbina un finale decisamente di buon livello per quanto concerne la sezione del drumming. Bentornato Anders verrebbe da dire dunque! Una track coinvolgente e che cresce di tono che se fosse uscita da una qualsiasi giovane band pompata ad arte da una major del settore avrebbe, probabilmente, fatto gridare al miracolo ma, per noi esigenti e mai soddisfatti di natura, firmata da un gruppo del calibro e dell'importanza dei Dark Tranquillity non riesce ad andare oltre l'appellativo di discreta. Ormai, arrivati quasi a metà album, dovremmo aver capito che tale è il livello medio delle proposte ivi contenute, nulla di eccessivamente scadente ma nemmeno alcunché di clamorosamente sensazionale. Da un punto di vista lirico il biondo crinito frontman ci porta alla scoperta di un universo segnato dall'individualismo e da profonde divisioni e lotte intestine in seno all'umanità. Il potere delle parole mai pronunciate ha contribuito a creare muri e barriere tra le persone e, pure se essi stanno crollando, il mondo è dominato dalla aridità di sentimenti e dalla carenza di legami affettivi profondi. Il silenzio convalida qualunque cosa come una verità assoluta, un dato di fatto incontrovertibile, pure la rabbia naturale che ognuno di noi possiede rimane intrappolata ed assopita in questa pesante coltre di incomunicabilità tra individui. Uno spaccato di vita moderna in cui a farla da padrone sono le relazioni a distanza, anonime e fredde, tipiche di chi ha il potere e la possibilità di trincerarsi dietro la realtà virtuale che tutto giustifica e tutti rende, sostanzialmente, più deboli e soli nel profondo.

Apathetic

Il brano di metà album è, a mio avviso, uno dei pezzi forti dell'intero lavoro: sulla scia di quanto fatto intravvedere nella precedente The Science of Noise la band rispolvera il lato più potente ed aggressivo di sé stessa e confeziona "Apathetic (Apatico)" che, a discapito del titolo che porta, presenta una sostenuta velocità di esecuzione media ed una ottima immediatezza generale che la fa entrare in testa all'ascoltatore quasi al primo ascolto. "A volte mi sento a mio agio nel silenzio, a volte mi sento indifferente, apatico a questa vita": una sentenza semplice e diretta contenuta nel coro portante ci rende tutti protagonisti dal momento che ognuno di noi, è innegabile, prova o ha provato momenti bui nel corso della propria vita, istanti in cui avrebbe preferito trovarsi altrove o attimi infiniti durante i quali nulla ci è parso motivo di consolazione o di sostegno alcuno. I momenti bui fanno parte della vita di tutte le persone e, icone dell'universo metal, come i cinque di Gothenburg non sono certo stati esenti da tali angosce o inquietudini, (come peraltro già da essi stessi testimoniato nel pezzo "Lost to Apathy" di quasi un decennio prima). Il periodo immediatamente precedente alla stesura di questo prodotto, come accennato poco sopra, è stato esso stesso costellato di dubbi, insicurezze ed interrogativi, tanto da essere stato definito come quello più buio di sempre dagli stessi componenti nelle interviste di rito: passata la paura il gruppo la esterna in musica come meglio non potrebbe fare, con passione e dedizione alla causa massima e travolgendoci nell'intimo emozionale e sentimentale più recondito. Finalmente ad aprire le danze è il suono abrasivo e caloroso della chitarra di Sundin, a cui ben presto fa da contraltare il lavoro prezioso e preciso del fido Jivarp al drumming. La vecchia scuola che sa ancora ruggire, potremmo definirla questa intro. Un fugace assolo di ispirazione thrash fa capolino con piacere al minuto 01:25 e suona come una benedizione per le nostre orecchie, piuttosto intorpidite fino a questo momento. Il tiro del pezzo riesce a mantenere alto il livello della nostra tensione e possiamo, finalmente, tornare a sentire il fluire liberatorio e stimolante dell'adrenalina nelle vene, bisognose e desiderose di energia vitale e fluente. Uno stacco cupo ed oscuro, quasi ai limiti dell'industrial di "samaeliana" memoria, viene collocato al minuto 02:20 ed anticipa la conclusione del brano, affidata ovviamente al growl massiccio e baritonale dell'ottimo Stanne, in questo frangente ottimamente coadiuvato dal resto del gruppo. Non ce ne voglia il pur volenteroso Brandstrom, altre volte tacciato di eccessiva timidezza e poco mordente, ma in questo caso apprezziamo grandemente la scelta di relegare ad una posizione secondaria le sezione elettronica per dare maggiore spazio alla componente strumentale più tradizionale. Il risultato finale ci soddisfa assai e candida di diritto questa "Apathetic" come una delle tracce certamente riproponibile nel lungo termine in sede live.

What Only You Know

Si prosegue su una lunghezza d'onda similare, almeno da un punto di vista lirico, per la successiva "What Only You Know (Ciò che Tu Solo Sai)" che descrive stati d'animo dominati dalle insicurezze, dalle lunghe notti vuote e da una volontà debole, sul punto di crollare. Così dopo tutto ciò che è stato detto, dopo che fiumi di inchiostro sono stati versati possiamo, forse, trovare un modo per tornare indietro nel tempo, quando eravamo padroni dei nostri giorni e nulla ci appariva ostile. Cogliamo, dunque, rapidi la luce della speranza, il peggio sembra essere alla nostre spalle e torniamo ad essere in controllo di noi stessi. Certo, il dolore che abbiamo passato nella solitudine più estrema ci lacera ancora l'anima sul vivo, un patema intimo che nessuno è in grado di afferrare a pieno, ma, ora, possiamo finalmente interrompere quelle lunghe pause di silenzio che sono arrivate a distorcerci la mente, eliminiamo gradualmente, pertanto, con rinnovata fiducia l'inquinamento acustico nel nostro cervello e scacciamo i demoni della follia che aleggiavano sopra le nostre teste. Anche in questo caso, pare evidente, una natura autobiografica del pezzo, in relazione ai succitati momenti critici che hanno preceduto la stesura e la composizione dell'album in questione, una tensione emotiva che aveva raggiunto livelli critici, in particolare per lo stesso Stanne che, in diverse interviste postume, ha parlato di una vera e propria tortura mentale circa i lavori preparatori di questo Construct. Se le tematiche portanti sono piuttosto simili a quelle descritte nel precedente brano, lo stesso non si può dire per la struttura musicale dello stesso dove, forse mai come in tempi recenti, i DT strizzano l'occhiolino ai connazionali In Flames versione anni duemila. Qui la componente metal tradizionalmente intesa è davvero ridotta all'osso: un riff iniziale gradevole, benché già alquanto leggerino, degrada subito in una prima strofa in cleans vocals alla camomilla, di una lentezza disarmante sebbene di notevole atmosfera. Uno di quei momenti in cui ancora vale la pena accendere gli accendini ai concerti ed abbracciarsi forte con la propria fidanzata, come fosse la prima volta. Il preludio al coro centrale, dal minuto 0:56, cresce di tono e ripropone il growl a noi tanto caro. Le tastiere tornano a giocare il ruolo del protagonista principale e ci accolgono nel refrain di metà brano: orecchiabile ma nulla più, esso risulta non abbastanza ficcante nel suo incedere. Troppo brusco appare, poi, a nostro avviso l'improvviso stacco al minuto 01:49 che apre la seconda strofa nuovamente cadenzata e quasi parlata, migliori invece risultano i passaggi in senso opposto, ovvero nella direzione delle ritmiche più serrate e veloci del coro centrale, anche perché accompagnate da qualche accordo in più che serve a meglio preparare il campo e a conferire un briciolo di omogeneità in più al prodotto stesso. Come detto, in precedenza, un brano molto melodico e poco metal in cui la componente lirica, pregiata e quanto mai introspettiva, avrebbe meritato ben altro arrangiamento musicale da parte dei nostri.

Endtime Hearts

L'incedere diviene più vivace, quasi di stampo dance, per la successiva "Endtime Hearts (Cuori alla Fine dei Tempi)" che pare richiamare alla mente, pur se in versione molto meno sperimentale, l'audace Archetype contenuta nell'ep Enter Suicidal Angel che, all'epoca, aveva fatto gridare allo scandalo e aveva consentito a qualcuno di azzardare, non senza sbagliare più di tanto, la definizione di melodic techno death. A fare il buono ed il cattivo tempo, almeno inizialmente, è ancora una volta il prode Martin Brandstrom che detta i tempi a piacimento, (se ciò sia un pregio o un difetto starà a voi giudicarlo), pigiando a fondo sulle tastiere in sua dotazione. Il pezzo presenta un tiro piuttosto sostenuto ed apprezzabile fin dalle battute iniziali e si caratterizza per una marcata influenza groove nelle strofe che la compongono. Stanne è decisamente in palla e sbraita aggressivo e pimpante regalando una bella dose di energia alle nostre orecchie. Nel dettaglio specifico risultano abbastanza azzeccate pure le transizioni che consentono di rallentare un poco i ritmi nel ritornello centrale: di facile presa e perfetto per la resa live per la sua immediatezza e semplicità esecutiva. Il drumming è piuttosto essenziale ma tecnicamente inappuntabile e, di questi tempi, è già tanta roba. Finalmente venne, inoltre, il momento di qualche sprazzo di classe da parte del finora anonimo Sundin che parte con un assolo pregevole e, quasi inaspettato, al minuto 02:42 per una trentina di secondi di puro godimento sonoro che fanno davvero bene al cuore e all'animo. Il suddetto assolo chitarristico svolge anche la preziosa funzione di fare da preludio ad un ultima porzione di brano più ammorbidita e tenue nelle parvenze ma resa ancora interessante dalla prestazione di tutto rilievo del vocalist. Il testo richiama alla mente un passato fatto di tradimenti passionali e della consapevolezza raggiunta, in un secondo momento, di essersi ritrovati in un baratro a raccogliere i frantumi di quanto fatto scriteriatamente a pezzi. Oggi le ore trascorrono con un sapore totalmente differente per noi, la nostra percezione è del tutto cambiata, più matura e disillusa: proviamo incredulità per un tempo andato in cui abbiamo dato in pasto alle fiamme, rovinandoli, i nostri anni migliori. Chiediamo, perciò, di poter ricominciare tutto daccapo facendo pubblica ammenda per gli errori compiuti e correndo, ciò nonostante, il rischio di venire pugnalati nuovamente alle spalle per la nostra onestà. Nella realtà attuale dovremo essere in grado di sacrificare il nostro ego smisurato e mirare ad obiettivi nobili pure se consapevoli di essere circondati da arrivisti ed opportunisti pronti a tutto pur di soddisfare i loro istinti. Nota di merito, dunque, per questa settima proposta offertaci dalla band di Gothenburg che, pur non reinventando nulla di nuovo, si lascia apprezzare per la sua immediatezza e la sua orecchiabilità spiccata.

State of Trust

Una volta tanto il gruppo riesce a dare continuità, perlomeno a livello di opinione personale, e propone ora "State of Trust (Stato di Fiducia)" che, benché allontanandosi abbastanza dalla precedente traccia, risulta essere, a sua volta, uno dei pezzi forti dell'intero album. Stanne, abbandonato nuovamente il growl primordiale, confeziona una apertura di brano in pulito molto caratteristica ed arcana, il cui impatto è però ugualmente valido. Il primo dei tre bridge, si stampa gagliardo ed incisivo, nei tratti tipici del melodeath di qualità, a partire dal minuto 0:50 e parimenti compatti e funzionali appaiono, nello specifico, gli immancabili arrangiamenti elettronici. La batteria di Jivarp riprende il vigore che pareva aver smarrito e, pur non raggiungendo velocità elevatissime, si rivela ugualmente massiccia e distruttrice. Ciò che incanta maggiormente, ad ennesima riprova di un talento fuori dall'ordinario, è l'incredibile versatilità del leader del gruppo di passare con sorprendente naturalezza da momenti di romanticismo passionale ad altri di rabbia incontenibile: in un battibaleno egli è, infatti, in grado di alternare passaggi ariosi ed illuminati ad altri chiusi e tetri e ciò regala una notevole dose di longevità alla traccia qui analizzata. Poco prima dello scoccare del terzo minuto la voce del nostro risulta chiaramente filtrata al fine di regalare ancor più atmosfera. Un simile alternarsi di chiaro - scuro pare affondare le proprie radici nell'album Character di otto anni prima anche se una tale sfumatura quasi barocca, intricata, riporta, come ricorderete non per la prima volta, alla mente la storica band inglese capitanata dal maestro di trasformismo Dave Gahan: quei Depeche Mode la cui carriera ultratrentennale ed i cui numerosi lavori in studio prodotti sono fonte di ispirazione tuttora per una miriade di altre band, DT inclusi, evidentemente. Struggente ed intimista la sezione lirica tutta giocata sul racconto delle proprie emozioni più recondite: emozioni che finiscono per travolgere anche il nostro lato più razionale. Noi, figli prediletti della ragione e della tecnologia, sperperiamo giorno dopo giorno i nostri talenti nonostante tutti gli strumenti e le risorse di cui disponiamo. Ci domandiamo, perplessi, se siamo ancora in grado di fidarci di noi stessi, turbati nel profondo da sentimenti di sfiducia e di insicurezza e, ulteriormente indeboliti, da una memoria labile che non sembra in grado di ricordare come le si conviene. Come una luce improvvisa i nostri occhi percepiscono di sfuggita dei movimenti indefiniti, la nostra mente appare confusa, visionaria e non siamo certi di essere nelle condizioni ideali per elaborare codesta situazione. Un virus di idee che infetta il midollo si è impossessato di noi stessi, ciò che ci dice la mente deve essere azzerato per lasciare spazio al nostro lato istintivo, non è più tempo per reprimere i sentimenti e le pulsioni. Ottima accoppiata, pertanto, misteriosamente, collocata quasi in coda all'album e che risolleva un po' le sorti dello stesso, quasi quando stavamo iniziando a perdere le speranze e a rassegnarci all'insufficienza in pagella.

Weight of The End

 Livello globale che torna a scendere con la seguente "Weight of The End (Il Peso della Fine)" che si muove, grossomodo, sulla falsariga di quanto proposto nella prima metà dell'album. Per la verità già dal titolo siamo messi in allarme su quanto ci potremmo aspettare di lì a poco: la band accusa il (legittimo) peso degli anni e non fa nulla per nasconderlo, la giovinezza spensierata e la libertà compositiva di quando la notorietà era solo una chimera lontana sono ormai passate ed il richiamo dei dollari è un veleno a cui nessuno sa resistere. Dopo un avvio in sordina i ritmi sembrano voler crescere attorno al trentesimo secondo in un crescendo di componenti più veloci e poderose. L'impressione è quella di volere crear un motivo facilmente ascoltabile, sul fine album, nel pieno stile di questa seconda ondata di sperimentalismo sonoro, anche se il risultato ottenuto non convince più di tanto. Si percepisce una certa qual dose di approssimazione nel complesso, quasi come se il brano fosse venuto fuori ritagliando qua e là sprazzi musicali estrapolati più o meno a random da Projector in poi. La vena industriale dovuta all'uso/abuso delle tastiere è chiaramente percepibile e, francamente al nono brano, anche un po' fastidiosa e la classe dietro al microfono del validissimo Stanne sembra quasi ingabbiata in questa trama eccessivamente arzigogolata, intricata fino all'estremo. I momenti in cui l'assalto sonoro sembra farsi più dirompente sono quelli che piacciono di più, ed in cui anche il frontman dà sfoggio di tutta la sua grinta, subito frustrati dagli ormai consueti e stucchevoli rallentamenti di sorta. Il momento più elegante lo ritroviamo così, al minuto 02:40 quando l'atmosfera viene impregnata da graziose atmosfere rock d'annata. L'ultimo minuto, solo strumentale, è velato di una delicata nota di malinconia quasi struggente ed, in ogni caso, mostra una volta di più, che il talento non ha mai fatto difetto al quintetto svedese. Il testo ci parla dal profondo del cuore e descrive le vicende dell'io narrante agitato da timori esistenziali e dalla fredda solitudine dell'animo. Quella sensazione di gelo che si insinua nelle fessure della nostra camera da letto e che tanto disprezziamo fino a divenire quasi insopportabile: è forse troppo per noi gestire una vita di questo tipo? Troppo spesso abbiamo evitato di farci troppe domande e dato per scontato elementi che scontati non erano e ciò turba il nostro spirito. Nel buio della notte i pensieri divengono confusi e gli interrogativi si sommano nella nostra mente. La risposta però è contenuta nelle ultime due righe del testo: noi dobbiamo farci scudo e non spada. Affascinante dunque la proposta lirica che i nostri ci offrono, quasi come un moderno psicanalista il leader del gruppo ci conduce alla scoperta delle fragilità umane, della insicurezze che si accumulano di pari passo con gli anni anagrafici e della intrinseca, atavica, paura dell'uomo della solitudine e dell'abbandono.

None Becoming

La band indovina, invece, la collocazione in coda all'album della struggente, malinconica e dai lineamenti apocalittici "None Becoming (Divenendo Il Nulla)". Su un tappeto musicale delicato, quasi ai limiti della ballad, si intarsia una sezione lirica che, in questo frangente, non lascia spazio alcuno per la voce pulita. Viene limitato a dovere l'uso delle tastiere e a giocare un ruolo primario sono le chitarre e la batteria, corpose ed in simbiosi perfetta tra loro, a prendersi gli ultimi scrosci di applausi di un album in cui, mai come prima d'ora, hanno sofferto la preponderante componente elettronica. Si segnala anche una elegante linea e malinconica linea di basso, strumento ideale per un simile scenario angoscioso e cupo. L'atmosfera che si respira è pregna di sofferenza e di enfasi e ricorda un poco quella dei finnici Insomnium, (non a caso più volte compagni di tour dei Dark Tranquillity), il gruppo, dopo una quarantina di minuti, in sordina sembra riemergere dall'apnea e riprende fiato a pieni polmoni coinvolgendoci in un pezzo dalla marcata connotazione epica, quasi si sentisse, finalmente, libero della tensione accumulata nelle precedenti nove tracce, la chiusura scorre via fluida e lineare dall'inizio alla fine. La vena di sottofondo è di stampo gothic per un pezzo intenso e sentito che ammalia nella sua sensualità, le strofe che la compongono, in particolare, risultano decisamente attraenti. La parte lirica è una sorta di esaltazione sensoriale decadente in cui viene delineato uno scenario alquanto fosco e mesto fatto di promesse non mantenute e volontà disgustate, di percezioni capovolte e virtù dimenticate. La bellezza del cosmo sta, così, andando in rovina, nell'indifferenza generale che permea il cosmo l'individuo singolo diviene insignificante, una perfetta nullità. Perfino il cielo che sovrasta le nostre teste si prende beffe di noi con le sue eterne promesse mai mantenute ed illusioni effimere e l'uomo è costretto, suo malgrado, a vaccinare la propria mente contro questi subdoli virus artificiali dell'inganno. La capacità di adattamento del genere umano risiede proprio nella sua facoltà di sintonizzare il mondo esterno alla nostra volontà e non divenirne schiavi: la fede, in questo contesto, ancora una volta diviene perfettamente inutilizzabile nello svelarci la verità. Sullo sfondo di un tale malessere interiore, filo conduttore quasi ininterrotto di questo album, si staglia, nella sua grandezza, la figura del poeta e drammaturgo irlandese Samuel Beckett da cui il gruppo sembra trarre ispirazione per la composizione finale di questo Construct. Una chiusura in bello stile, dunque, per il quintetto di Gothenburg in un album che, a mio avviso, cela il meglio nella seconda parte dopo una prima fase abbastanza stentata e che comunque, difficilmente, lascerà qualche traccia importante nel cuore dei fan più fedeli ed "intransigenti".

Conclusioni

In sede di giudizio finale possiamo affermare che questo decimo studio album dei Dark Tranquillity si colloca, a nostro avviso, appena sopra la sufficienza in pagella grazie, soprattutto, ad una seconda porzione dove, in linea di massima, sono contenuti i pezzi migliori e più convincenti del platter, (l'accoppiata Endtime Hearts - State of Trust e la conclusiva None Becoming in primis). La prima parte dell'album si attesta su livelli piuttosto mediocri, anche se non mancano momenti preziozi come le potenti tracce poste in seconda e quarta posizione nella tracklist proposta. In generale, però, si avverte una certa qual confusione di fondo, alcuni brani sembrano essere stati realizzati come una sorta di collage di accordi precedenti, (oltretutto spesso di pezzi che già di per sé non erano particolarmente incisivi), e ciò non li rende particolarmente accattivanti, specie nel lungo periodo. La scelta di lasciare campo libero all'elettronica del pur valido Brandstrom ci appare certamente coraggiosa ma un tantino troppo esasperata: alcuni arrangiamenti elaborati dal suddetto membro del gruppo sono di ispirazione pseudo pop moderno o, addirittura, ai limiti della disco music e ciò, francamente, non può piacere più di tanto, trattandosi pur sempre di un gruppo metal. La componente strumentale più tradizionale composta dalla coppia di chitarre e dalla batteria, (oltre al tradizionalmente snobbato basso), offre una prestazione veramente limitata, sia come presenza d'impatto che come qualità intrinseca: pochi sono gli spunti degni di nota come qualche sequela in crescendo di drumming del nostro Jivarp o il breve ma valido assolo chitarristico di Sundin contenuto nel settimo brano presentato. La parte del leone la fa, ancora una volta, il fenomenale Stanne che, anche forte di una tensione accumulata nei mesi precedenti senza pari, riesce ad offrire una prestazione convincente sia nelle parti più tirate ed aggressive sia in quelle più introspettive e romantiche. La sua versatilità notevole è già stata rimarcata nel corso del presente lavoro ma merita certamente un ulteriore elogio per il pathos che, in ogni frangente, egli è in grado di regalare all'ascoltatore. I brividi percorrono la nostra schiena durante quasi tutti i suoi inserimenti canori, al punto che, non di rado, ci pare perfino di ascoltare la sua voce all'interno di una stanza vuota, perfettamente asettica visto il divario enorme che la separa dalla componente strumentale, in taluni casi del tutto anonima. Sempre affascinanti ed altamente suggestivi i testi composti dallo stesso Stanne, divenuto nel corso degli anni e a fama internazionale acquisita, profondo conoscitore dell'animo e preciso psicologo del subsconscio umano. Voto finale sul quale incide, in senso positivo, la felice scelta, menzionata in principio a questo lavoro, di affidarsi ad un asso del missaggio quale è, universalmente riconosciuto, Jens Bogren, il quale confeziona un prodotto incredibilmente omogeneo e lineare, pur non soffocandone, ma anzi esaltandone, le molteplici sfaccettature presenti. La band si risolleva, dunque, un poco rispetto al passato più prossimo ma conferma il suo stato di forma non eccelso: Construct apre, forse, una nuova via per il gruppo fatta di ulteriori sperimentalismi elettronici, tastiere a profusione, ritmi cadenzati e molto chiusi e ritornelli iper catchy, (come già avviene da qualche anno a questa parte peraltro). I già tre anni passati da questa pubblicazione, senza che all'orizzonte si intravveda qualcosa di vagamente concreto, se non una manciata di demo che il gruppo pare aver inciso prima dello scorso natale, alimentano più di qualche interrogativo circa il futuro della band. Ciò nonostante per chi, come me, adora i DT da tempo ormai immemore, confidiamo che essi sappiano spazzare via ogni nostro dubbio con un colpo di spugna e che siano in grado di offrire una ulteriore perla da aggiungere alla loro ricca e dinamica discografia e, di conseguenza, anche alla nostra amata e gelosamente custodita collezione di cd personale. Le qualità individuali dei cinque sono innegabili, per il futuro, però, serve uno sforzo ulteriore: la concorrenza è quanto mai aggressiva ed, in certi casi, anche piuttosto intraprendente: i Dark Tranquillity sono, tuttavia, ancora della partita, l'avvenire dipende esclusivamente da loro, e ciò, di questi tempi, non è cosa da poco. 

1) For Broken Words
2) The Science of Noise
3) Uniformity
4) The Silence in Between
5) Apathetic
6) What Only You Know
7) Endtime Hearts
8) State of Trust
9) Weight of The End
10) None Becoming
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