DARK FUNERAL

We Are The Apocalypse

2022 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
28/04/2022
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

A sei anni di distanza dal precedente "Where Shadows Forever Reign", primo album con la nuova formazione che vede il cantante Heljarmadr (Erik Andreas Vingbäck) come successore di Emperor Magus Caligula, gli svedesi Dark Funeral tornano in azione con il nuovo album "We Are the Apocalypse" per la fidata Century Media Records. Ecco quindi che Vingbäck si unisce ai compagni Chaq Mol e Lord Ahriman (chitarre, e nel caso del secondo anche fondatore e songwriter principale), Adra-Melek (basso) e Jalomaah (batteria) per un nuovo episodio nella loro discografia all'insegna del black metal di stampo svedese. Non a caso i nostri sono, insieme ai compagni di etichetta Marduk e ai Watain, tra gli esponenti più famosi e commercialmente di successo della frangia svedese, caratterizzata spesso da un suono veloce ai limiti del death, in passato definito anche norsecore come termine dispregiativo. In realtà comunque ognuno dei tre gruppi qui citati ha un proprio stile e ha avuto cambiamenti vari nel tempo, e anche i Dark Funeral presentano alcuni cambi di rotta, pur conservando alcuni elementi rimasti costanti negli anni; va subito chiarito che, per chi ancora non li dovesse conoscere, se vi aspettate un black metal raw o dalle tendenze cacofoniche/lo-fi, siete destinati a rimanere molto delusi. Ormai da tempo la band è foriera di un black dalla produzione moderna e curata, come la militanza sotto l'etichetta tedesca dovrebbe far immaginare, destinato più alle arene e concerti piuttosto che a rituali esoterici in nome del demonio. Inutile dire che questo ha reso praticamente da sempre i Nostri tra i bersagli preferiti dei puristi e di chi ritiene qualsiasi emanazione del metallo più nero non underground come falsa, e se aggiungiamo il gusto della band verso costumi scenici elaborati e pittoreschi, diventa ancora più facile immaginare il tipo di attacchi a loro dedicati. Indifferente a tutto questo, la creatura di Lord Ahriman, al secolo Jan Michael Svanberg unico dei due fondatori della band rimasto in vita dopo la morte di Blackmoon aka David Henning Parland, ha portato avanti un discorso che se inizialmente con l'EP omonimo e l'album "The Secrets Of The Black Arts" aveva dei tratti più atmosferici e vicini al black metal norvegese, a partire già dal successivo "Vobiscum Satanas" aveva intrapreso una strada vicina a quella all'epoca imboccata dai già citati Marduk, ovvero quella di un black metal veloce e dai blast beat distruttivi dove ogni intento di pathos o atmosfera frost-bitten veniva distrutto da muri di chitarre taglienti e colpi spaccaossa. L'ingresso alla voce di Emperor Magus Caligula (Carl Magnus Broberg, cantante dei primi due album degli Hypocrisy) e l'introduzione di soluzioni dirette e "commerciali" dalle melodie semplici in alcuni episodi che possiamo definire "ballad sataniche" nei dischi successivi, completa il quadro di una formula che ha tanto conquistato il pubblico metal generale non avvezzo agli aspetti più underground del genere, quanto il già citato disprezzo della frangia oscura più oltranzista, o semplicemente anche del fan del genere che desiderano certi elementi nel metallo oscuro. Tutto questo fino al disco "Angelus Exuro Pro Eternus" del 2009, che oltre a condividere un uso discutibile del latino con i dischi procedenti, portava avanti il loro lato più commerciale presentando anche quello che è forse il singolo più famoso della band, ovvero "My Funeral"; ecco che il cantante esce di scena e incomincia un lungo periodo di cambi interni con concerti, ma nessuna uscita discografica nuova per circa sette anni. Sarà solo con "Where Shadows Forever Reign"del 2017 che la band proporrà un nuovo disco, un lavoro che sin dalla grafica di copertina e dai colori intendeva richiamare i loro primi passi in una sorta di sintesi tra i due periodi della band, risultando però un lavoro molto di passaggio dove la struttura più minimale mancava di qualcosa, non favorita dalla produzione sempre moderna e commerciale che mal si adatta a un songwriting scarno e ripetitivo dove era stata persa la furia precedente, senza però sostituirla con atmosfere altrettanto valide. Non si può comunque dire che il chitarrista e capo del gruppo abbia subito voluto lanciarsi in una nuova creazione, e ora a sei anni di distanza "We Are the Apocalypse" riparte dal disco precedente, migliorandone però molti aspetti e riuscendo a risultare molto più convincente, pur senza ripetere le punte più alte sia dei primissimi passi dei Dark Funeral, sia del periodo con Caligula alla voce. Il songwriting è qui più vario, e finalmente nuove melodie e attacchi ben assestati prendono posto sul nuovo impianto sonoro, mostrando una formazione ben più affiatata e funzionante; una menzione in positivo va verso il nuovo cantante che ha trovato totalmente la sua dimensione, e sul piano vocale possiamo dire che in alcune parti egli supera anche il già citato cantante, almeno nel suo periodo più tardo, precedente mostrando una buona varietà e capacità. Un'opera che non cambia la struttura generale della band e la sua posizione nel mondo del black metal, ma che di sicuro segna un passo positivo nel loro nuovo corso e che ci offre un godibile esempio di "black metal da stadio".

Nightfall

"Nightfall" non perde tempo e ci accoglie con un riffing severo e distorto coadiuvato sin da subito da colpi cadenzati di batteria, un movimento preparatorio che presto si lancia in una cavalcata in doppia cassa graziata da un urlo rauco del cantante. Il tipico stile svedese della band si mostra quindi già da qui, e gelidi venti si manifestano sotto forma di dissonanze di chitarra, mentre il cantato inizia la sua narrazione; parliamo di rituale occulti e oscuri in nome dell'inferno e della morte, condotti di notte contro i così detti "figli della luce". Sette streghe attendono la morte che si avvicina con una grazia silenziosa, evocando i dannati mentre aprono i cancelli infernali. Mentre la mano furiosa della Dea colpisce con una lancia la terra, chiediamo che accetti il nostro sacrificio e porti la nostra anima nei reami dell'oltretomba. La musica si mantiene caotica e solenne, tra toni furiosi quasi orchestrali, mentre la doppia cassa e i blast scolpiscono l'etere con forza, seguendo un gusto che possiamo definire meccanico. E' l'ora del ritornello, condotto a velocità più rallentata e cadenzata in modo da dare enfasi alle parole di Heljarmadr che mantiene uno stile cupo e rauco, stridente: la notte cala, e invochiamo la grande Morte che raccoglie con il suo utero senza carne, mentre il mondo crolla e le persone fuggono dal suo teschio senza occhi. I loro cuori vengono confusi e temono la notte, e mentre la vita decade, l'abisso prospera. L'atmosfera è evocativa, quasi malinconica, pronta nel finale delle parole ad aprirsi a nuove cascate di beat e chitarra. Anche nei nostri sogni più profondi e oscuri, tutto ciò che possiamo vedere e provare è quanto qui descritto, osserviamo un mondo silenzioso dove tutto è nero e oscuro. Il ritornello si ripete subito una seconda volta, descrivendo ora come quando la notte regnerà ancora, porteremo distruzione facendo fuggire tutti con la nostra forza crudele, bruciando i loro templi mentre la speranza muore e la luce viene ingoiata in un cielo nero. Ripiombiamo in doppie casse sacca ossa in nuove emanazioni di vortici neri che trascinano l'ascoltatore in uno stile black metal veloce e violento; colei che accende la fiamma infernale che divorerà tutto porta da antiche terre un comandamento a uccidere a consumare, ci viene detto tra un colpo e l'altro, mentre raggiungiamo una cesura dominata da un discorso parlato. I figli della luce nutriranno l'insaziabile desiderio di colei che ha sette nomi, e noi che siamo dalla parte dei suoi nomi come se fossimo lei conquisteremo il trono dell'umanità con forza, le sue ali si dispiegano e coprono il sole privando il mondo della felicità e calore, mentre evochiamo i servi della grande bestia dall'abisso per regnare in eterno. Si ripropone il ritornello dai versi cupi e rauchi, cadenzati nelle ripetizioni e cesellati da cavalcate furiose in uno stile decisamente familiare dove violenza cieca e nere suggestioni diventano una cosa sola. Temi medi più controllati alternano gli andamenti più veloci, in una struttura semplice, ma funzionale all'estetica diretta del gruppo. Il finale vede una serie di bordate ritmiche portate avanti fino alla chiusura della traccia, biglietto da visita che presenta egregiamente l'album con i suoi suoni tipici della band e tematiche apocalittico/sataniche anch'esse care ai Nostri sin da sempre.

Let The Devil In

"Let The Devil In" parte con una serie di rullanti quasi tribali, aggiungendo poi maestose chitarre rallentate in un clima interlocutorio che si mantiene su tempi controllati mentre il cantato si manifesta con i suoi toni crudeli. Ancora una volta, come spesso accade nella discografia della band, troviamo temi di esplicito satanismo vissuto anche a livello personale, dove si diventa vascello e mezzo del demonio, in una totale identificazione. Non è difficile comprendere come questo sia l'elemento che più tiene i Nostri legati alla tradizione black metal, e come nonostante la presunta commerciabilità della loro proposta sul fronte tematico ed estetico la coerenza è sempre stata dalla loro parte, portando avanti un discorso che è lo stesso dei fondatori della seconda ondata, e anche di molte band underground odierne. Il narratore si guarda dentro in profondità e apre dentro di sé i cancelli dell'inferno per far entrare il Diavolo che cavalca l'ombra della sua anima, e ovunque vada esso sarà sempre li a suo fianco, il portatore del caos. I riff circolari avanzano lenti tra parti ariose, e tornano anche le recitazioni cinematiche dove ci viene detto come tramite gli occhi del nostro l'entità veda il mondo, mentre voci guidano la sua mano; viene aperta una gola per sacrificare l'agnello di Dio e far scorrere il caldo sangue che riempie il suo vuoto e lascia ascoltare al Diavolo un inutile, doloroso, grido senza suono. Siamo difronte a una sorta di ballad satanica, i toni si mantengono evocativi e graziati da fraseggi altisonanti dalle belle melodie nere, pronte ad aprirsi in ariosità malinconiche. Il petto viene aperto per nutrirsi del cuore che batte, il suo movimento eccita la carne e i loro occhi possono vedere nel buio in profondità, marciando mentre tutto è nero. La ritmica serpeggiante vede rullanti cadenzati, e cesure sospese vedono chitarre stridenti in solitario, che accompagnano nuove sezioni recitate: ci ritroviamo a vagare nelle bolgie dell'inferno, dove bestie affamate hanno atteso sin dall'inizio del tempo, nate dal fuoco e desiderose di consumare, bruciare la terra e il mondo, ripulendo il mondo dalla feccia e affogando tutto nel sangue. Largo quindi a nuovi passi distesi e pieni di pathos, mentre si ripetono anche i movimenti prima vissuti in una traccia che non offre molte sorprese, entrando pienamente nel canone dei "lenti" del gruppo, presenti da svariati anni nei loro vari album. Tutto si mantiene ben suonato e condotto, con un piglio melodico protratto fino alla chiusura improvvisa della canzone.

When Our Vengeance Is Done"

"When Our Vengeance Is Done" parte in quarta con un grido accompagnato da blast distruttivi e chitarre distorte in una corsa nera lanciata con violenza senza molte remore; si tratta di un assalto contro i cristiani e la loro religione, visti come un nemico da assoggettare, vigliacco e ipocrita, in una vera e propria guerra. Uno degli argomenti preferiti dai Nostri, sempre pronti a presentare nuove fantasie di massacro e morte che seguono un canone ben consolidato. Musicalmente abbiamo la solita pletora di chitarre dissonanti che evocano fiumi neri in piena e ritmica devastante, perfetto commento sonoro per gli scenari dipinti. I servi di Dio, della croce e dell'agnello si riuniscono in un incontro tra idioti, uno per uno gattoneranno nel fango per inchinarsi davanti alla Bestia. Si radunano in greggi pregando la colpa e l'innocenza, nascondendo le loro menzogne mentre infestano templi e conventi, infiltrandosi in ogni aspetto della vita fino alla loro morte. La musica incontra sezioni più controllate, dove falcate apocalittiche mantengono l'atmosfera severa e solenne che ben si adatta ai tetri temi infernali; invocheremo l'antico, furioso male, nutrendoci dei preti e bevendo il loro sacro sangue, reclameremo il trono e banneremo la feccia e lo schifo, tagliando le loro lingue mentre la vita lascia i loro occhi. Ci lanciamo in nuovi galoppi in doppia cassa, dove arie dissonanti, colpi serrati e piatti pestati diventano una cosa sola in una tempesta oscura e fredda; acceleriamo poi in vortici norsecore che ci assaltano e lasciano senza respiro. I nemici si riuniscono come corvi quando pensano di aver trovato i più deboli, mascherando la verità nascondendosi dietro a virtù e colpa facendo promesse, ma se guardiamo oltre al velo vediamo che nascondono un alveare pieno di vermi. Pensano di essere lupi, ma in realtà temono ciò che si nasconde in profondità, noi possiamo vedere le loro bugie ed è arrivato i tempo di dichiarare loro guerra. Toni battaglieri ripresi dal bombardamento di ritmica e riff distorti, commutati in doppie casse assassine e oscuri attacchi cesellati da grida gutturali. Ecco poi alcune falcate cadenzate in un tono bellico che fa da sfondo a nuove emanazioni: evochiamo la fine, l'anticristo, ci nutriremo come bestie affamate condividendo i resti con i cani, infliggeremo le ferite che liberano il mondo della loro decadenza e spingeremo le lance nei loro cuori fino a vedere i loro occhi privati della luce. Gridano come porci mentre accendiamo il fiammifero per bruciarli, mentre uniscono le loro mani, si nascondono dietro la vergogna e il pentimento, ma noi non ne avremo per loro. Quando la nostra vendetta sarà compiuta, saranno per sempre andati. I movimenti musicali si ripetono nella loro velocità fino alla chiusura improvvisa, segata da un riverbero della voce che si perde nell'etere.

Nosferatu

"Nosferatu" ci riporta a un altro dei cavalli di battaglia tematici della band, presente sin dai primi lavori e mutuato, come molti aspetti della band, dalla tradizione del black metal scandinavo e non solo: la figura del vampiro, essere non morto che preda i mortali e che incarna perfettamente gli ideali di oscurità, satanismo medioevale dal gusto gotico, mancanza di anima tanto cari ai Nostri e alla scena da cui sono nati. Largo quindi a un'introduzione fatta di tamburi e fraseggi squillanti, aperta presto da una doppia cassa lanciata unita a urla ruggenti; arie nere ci investono in una sinfonia strappa-carne mentre il cantato si manifesta con toni declamanti insolitamente umani, mostrandoci le doti canore del vocalist della band, punto forte dell'album grazie alla trovata capacità di muoversi su più registri risultando a volte anche più convincente di quello precedente. Molto più lontano dei cancelli oscurati, l'essere riposa all'alba in un antico terreno, e attraverso saloni senza fine rimane fino a quando l'oscurità domina di nuovo il mondo. Torna quindi lo screaming stridulo e crudele, come in una recita dalle parti alternate, accompagnata sempre da una colonna sonora robusta e nera come la notte. Il vampiro si aggira nelle strade nebbiose di notte, è il sogno che ci fa temere il buio, il lupo che non vediamo. Quando ci risveglieremo saremo dannati come lui, e mentre dispiega le sue ali per cacciare dove non c'è luce, è la nebbia e i vermi nella nostra tomba, il respiro finale sul nostro collo, nei nostri sogni saremo morti come lui. Le fredde anti-melodie si aprono ora a vortici ancora più vorticanti, aumentando i livelli di violenza in una concitazione tematica. Il mostro ci dona la morte, il nostro sangue è la sua vita, è il portatore di malattie, il Nosferatu, la mente vagherà tra i mondi e liberata dal dolore e sconforto, e allora quando i polmoni non respireranno più l'anima si distaccherà dal cuore. Suoni feroci vengono cesellati da brevissimi stop, proseguendo con freddi loop su cui si organizzano altisonanze teatrali prima di tornare a movimenti più cadenzati dove galoppi ritmici si uniscono a grida stridule. Mentre si nutre del nostro sangue sapido, il vampiro si dichiara come uno spettro che infesta la nostra anima, è le nostre fantasie più oscure, e se sopravviveremo saremo dannati come lui. Affonda i suoi denti per nutrirsi e il sangue gli dona vita, ci offre la morte e la fine del nostro lottare, è un ghoul senza pietà, una bestia peccaminosa. Accelerazioni ci trascinano in corridoi sonori scolpiti da bordate imperanti, fermandosi poi in una cesura dove assoli sinistri introducono rullanti tribali in un andamento sincopato dove per l'ennesima volta prendono piede recitazioni solenni: dalla tomba e dalla nebbia fanno il loro grande arrivo i superiori semi di Belial, provenienti dai campi di battaglia provenienti dall'oltretomba. Dai campi della grande Morte Nera, dalla cupidigia della terra bruciata, per il sangue nelle vene pulsanti, sono giunti per dominare la luce lunare. Il finale vede un'ultima corsa lanciata e fredda, abbellita da tutti gli elementi familiari alla band in un climax black metal che va a consumarsi nell'oblio.

When I'm Gone

"When I'm Gone" è un'altra delle ballad nere della band, questa volta legata a toni funerei e mortiferi non distanti nel concetto a quelli di brani come "Final Ritual",  "My Funeral", "As I Ascend", seguendo un altro topos tipico della band, ovvero la visione romantica della morte come una dissoluzione dell'io ricercata e ben vista, contornata da alcune vaghe punte di romanticismo nero. Suoni di uccelli e sussurri anticipano un fraseggio delicato, poi accompagnato da riff malinconici e batterie lente e cadenzate, instaurando un'atmosfera malinconica e, osiamo dire, dolce. Una certa causticità viene mantenuta nel comparto vocale, caratterizzato da uno screaming tagliente e sofferente; oggi sappiamo che è il giorno della nostra morte, tormentati dai venti e l'oscurità non ha fine, la nostra morte ci libererà mentre desideriamo la notte, siamo soli mentre attendiamo la nostra tomba. Si apre il ritornello, che si mantiene rallentato e malinconico, dai movimenti vocali cadenzati che ne guidano il movimento: quando saremo andati nessun dio potrà fermarci mentre piombiamo nelle tenebre, verremo strappati da questo mondo e saremo sussurri nella notte, camminando al fianco della nostra amata fino a quando saremo uniti ancora una volta. Belle melodie di chitarra fanno da ponte verso la successiva sezione, sempre rallentata e dai suoni squillanti. Attendendo la stigia oscurità del tempo, siamo vestiti eleganti nella nostra bara e il terreno è freddo, le nostre mani sono in necrosi e i nostri occhi ciechi, siamo soli, attendendo la nostra sepoltura. Si ripropone il ritornello, ripetuto a oltranza tra giri di chitarra monolitici e malinconici, scolpiti da blast cadenzati; largo poi a nuove arie melodiche piene di pathos, seguite dall'inevitabile parte recitata, immancabile nei pezzi qui ascoltati e caratterizzante del disco. Lasciamo che la nostra disfatta e rovina sbiadiscano, abbiamo atteso a lungo questo momento e ora lasciamo questo regno, le nostre migliaia di grida non erano vane. La traccia riconfigura le evoluzioni precedenti, riportandoci sia in parole che suoni all'inizio e facendo ripercorrere il ritornello in una marcia funebre dove veniamo condotti tra i loop e gli assoli spettrali in sottofondo, raggiungendo così la conclusione segnata da una batteria cesellata da un ultimo fraseggio squillante. Una traccia insomma strisciante ed "emotiva", che conferma l'alternanza tra parti più lanciate e caotiche legate allo stile più famoso della band e parti a media velocità o, come in questo caso, rallentate dove si cerca di offrire un minimo di varietà con atmosfere più mediate e plumbee.

Beyond the Grave

"Beyond the Grave" inizia con un rullante di batteria subito seguito da una doppia batteria martellante tempestata da blast e contornata da fredde chitarre che manifestano arie malevoli e nere; si aggiunge presto il cantato come sempre aspro e rauco, intento a raccontarci nuovi scenari di satanica malevolenza ed esaltazione della morte e della distruzione, seguendo il modus operandi tanto caro alla band e all'album. Dalle tombe dei dannati che hanno lasciato questo mondo, sorge dalle ceneri dei loro pensieri un'orda dalle anime nere che ruberà il battito di ogni cuore come con una batteria resa silenziosa in una notte senza stelle. Ecco cosa diventeranno tutti, mentre sotto un cielo annuvolato scorre un fiume in profondità nelle ombre della nostra mente. E proprio come un fiume in piena la musica in pieno stile "norsecore" prosegue veloce e distruttiva, proponendo una qualità di black metal votata all'attacco strappa-carni promulgato tramite vortici oscuri creati da chitarre distorte e blast di batteria incessanti. La musica si fa possibilmente ancora più violenta in un inasprimento che non ha nulla da invidiare ai Marduk degli anni '90 più belligeranti: dove ci troviamo possiamo vedere l'orizzonte in fiamme dove nere nuvole si alzano in alto, e il sole non darà nessun calore a coloro che hanno paura e piangono. In un mondo pieno di speranza non c'è nulla da vedere, le montagne collassano in tombe senza nome e comandiamo su paesaggi desolati così devastati, e i templi dei nemici dovranno cadere a causa nostra. Largo ora a giri di chitarra tetri e cerimoniali che sottolineano i continui attacchi al fulmicotone che infestano l'etere durante lo sviluppo della traccia, votata come sempre a un black metal iperattivo. In rovine dimenticate avvolte dalla nebbia, tra gli echi del passato, mettiamo la nostra anima in eterno riposo, e dalla nostra bara fatta di pietre vedremo la decadenza e conosceremo la fine, attendendo il nostro tempo nel grande abisso, nel precipizio, dove il trono dell'inferno è nostro. Lunghe sezioni dominate dai blast-beat ci trascinano come un fiume in piena, scontrandosi poi con un trotto dalle falcate ariose, che poi evolvono in una cavalcata più veloce, ma dove vengono mantenuti tali elementi. Quando il fiume di sangue scorre dal nostro collo, e i nostri polsi saranno aperti, adageremo la nostra anima in un buco nero freddo e oscuro come quello del narratore, sentiremo l'odore della terra con un respiro che va diminuendo mentre siamo prosciugati e svaniamo verso l'altro lato del velo dell'esistenza, dove ora le ombre appartengono a lui. Dalle profondità della tomba sentiremo tutte le nostre catene spezzarsi e il peso della vita viene sollevato, cammineremo con le ombre perché il mondo che lasciamo è perso per sempre, in eterno rotto, con un cuore privo di pietà sarà lasciato a morire, dannato in eterno. Ecco l'inevitabile sezione cinematica dove tutto rallenta con fraseggi malinconici e ritmiche mediate e striscianti, con un narratore che sembra uscito da un film: mentre tutti si ergono contro i granelli del tempo, sanno cosa arriverà, dalle ombre noi osserviamo, indifferenti e distaccati. Seguono belle parti evocative dai toni marcianti e trionfali, pronte però a esplodere in una nuova corsa tellurica tinta di nero; dall'aldilà possiamo sentire le grida e i pianti in giorni neri pieni di omicidio, e la luna celebrerà alla vista di coloro che cercheranno riparo in un mondo pieno di dolore e dove non c'è ne alcuno, ora dominiamo scenari desolati disprezzati, e il cerchio è stato spezzato. La coda finale vede un climax caotico che si consuma in poche parti, portato a conclusione velocemente un brano veloce abbastanza tipico per la band.

A Beast To Praise

"A Beast To Praise" ci accoglie subito con blast tempestanti e dissonanze nere in un oscuro cerimoniale dai connotati spettrali e violenti. Il testo sembra voler mantenere un certo collegamento tematico con quelli precedenti, tra desideri di morte e sentori di possessioni demoniache che si tramutano in atti di violenza e distruzione verso se stessi e il mondo. Ecco quindi che le vocals apre si distribuiscono sulle arie sinistre e dirette dei Nostri: nella solitudine parliamo con gli spettri mentre l'aldilà si apre e la nostra carne umana continua a contenerci, siamo desiderosi di morire. Creiamo fantasie dove sporchi artigli si protraggono nei nostri sogni oscuri che non appartengono a noi, sentiamo il richiamo del diavolo che grida un desiderio di sangue. Le visioni violente trovano riscontro in un tempo medio dalle cavalcate controllate, ma distorte, coadiuvate da punte vocali doppie più aspre che cercano di ricreare un senso di trasformazione/possessione nel cantante. Largo quindi a doppie casse sorrette da chitarre malinconiche, alternate a nuovi trotti in un songwriting che sembra avere una certa parvenza death, pur in un contesto pienamente black, cosa non aliena allo stile svedese del genere. Gli occhi rossi del diavolo ci guardano dagli abissi della notte, siamo maledetti e la nostra sanità ci abbandona, le nostre mani sono fredde, ma abbiamo una forza che va oltre alla nostra carne che decade, stiamo diventando quello che già sapevamo che saremmo stati, una bestia dell'odio, il coltello dell'assassino, un deicida. La musica unisce punte epiche con la violenza ritmica, dandosi poi a colpi marcianti e suoni trionfali con tanto di accenni di fraseggi evocativi; le vocals si ripropongono con toni stridenti e gridati, mostrando malevola violenza. Dentro la nostra testa nutriamo i nostri pensieri e mentre l'oscurità cala rimaniamo forti e orgogliosi. La nostra pelle di serpente è fredda e scivolosa, siamo sublimi e pronti a morire. Il maligno ci osserva dagli abissi oscuri, siamo soli e dominati dalle nostre fantasie omicide. Ecco che nuovi attacchi di doppia cassa vengono delineati da galoppi pestati prima di posizionarsi su nuove parti più controllate; i nostri pensieri sono vili, sentiamo un bisogno di distruggere la nostra forma umana, stiamo diventando quello che siamo sempre stati, una bestia così grande, il coltello che colpisce, che porta morte, i nostri occhi diventano neri e proviamo un bisogno troppo forte per seere capito, siamo il caduto che conquista la notte, una bestia da adorare, temere e di cui meravigliarsi, il re dei dannati. Ci muoviamo tra corse improvvise, climax trionfali e arie malinconiche, raggiungendo una cesura che ripropone assoli stridenti; nella solitudine dominiamo il mondo, ora il nostro regno è vasto e amplio, la nostra carne e ossa ci stavano solo contenendo, incatenando e confinando, ma ora finalmente siamo morti. Le nostri mani sono forti e con esse distruggiamo la nostra gabbia mortale, siamo pericolosi come non mai, una bestia infernale, una forza senza freni, il portatore della fiamma, i nostri occhi sono neri e siamo dominati da un desiderio che non si può reprimere, porteremo massacro e cancelleremo la luce. Visioni annichilenti e da film horror, commutate in ulteriori attacchi black metal vorticanti mediati da punte ariose, in una coda finale che chiude il nostro folle viaggio con un ultimo colpo perso nell'etere.

Leviathan

"Leviathan" parte con un bel fraseggio arricchito da una melodia destinata a diventare il motivo portante del brano, poi tradotto in un trotto dai rullanti cadenzati e dalle chitarre notturne accompagnato dal cantato feroce di Heljarmadr intento questa volta a parlarci di un entità misteriosa e antica derivata dal Leviatano biblico, qui naturalmente una manifestazione del maligno, ma affrontata con descrizioni che potremmo definire alla Lovecraft. Tra le montagne giacciono, come specchi nell'oscurità, mondi dalle profondità infinite circondati dalle onde, sotto la luce lunare. Attraverso il mare furioso striscia un serpente gigante, nella notte e sotto la superficie, come un'eco che si erge dal passato, il grande Leviatano che sorge. Visioni che vedono attacchi veloci di blast-beat e giri di chitarra distorti che ne convogliano l'imponente visione, in una sequela di attacchi neri al fulmicotone che mantengono un certo grado di adrenalina tra le trame nere qui proposte. Dove il serpente va non c'è pace, nessuna pietra rimane in piedi, la fine è vicina e il giorno diventa una memoria che lentamente recede. Quando sorgerà dall'abisso per trascinarci giù lentamente, distruggerà ciò che abbiamo creato e ci mostrerà la fine del mondo. La violenza sonora sembra quasi rievocare le imponenti dimensioni e movimenti della creature, un mostro che porta distruzione sulla terra ferma, il grande Leviatano. Dall'ovest colpisce e morde le mani, le menti, l'anima e le memorie di speranze che scompaiono e sogni inutili mentre sorge dall'abisso circondando ogni uomo in modo da ingoiare i nostri cuori e anime portandoci verso il nostro destino. Assoli notturni e parti dal sapore classico accompagnano ora una frase dove si ripropone il solito intervento da film, dove viene evocato il grande guardiano del vuoto, che risale dal mare nero come la pece. Segue una serie di fraseggi secchi e malinconici, che riprendono il motivo principale della traccia, prolungato in una coda su cui si ripropongono i toni cinematici: sotto la luna e il cielo che scompaiono, il passare del tempo e lo spazio desistono, e la luce dell'orizzonte si trasforma a causa dell'oscurità dei nostri cuori. Ci lanciamo quindi in corse in doppia cassa ritrovando il corso del brano, tra vortici neri e violenze ritmiche massacranti. Dal grande buco nero che contiene l'oscurità di ogni uomo, il precipizio, l'abisso oscuro, il pozzo da cui abbiamo bevuto, sorgiamo di nuovo per affrontare un giorno privo di luce, che scioglie la nostra pelle e fa a pezzi le cose che lasciamo dietro di noi, il grande Leviatano. La musica sconfina in assoli notturni, in una parte finale pregna di oscuro pathos che come in un cerchio chiude il nostro viaggio riprendendo i temi iniziali, segnati dal fraseggio delicato che chiude il tutto.

We Are The Apocalypse

"We Are The Apocalypse" è la title track conclusiva, introdotta da un riffing distorto accolto da da un verso gridato, segnale di un'esplosione improvvisa di doppia cassa e giri freddi e dissonanti, una corsa incontrata da vocals demoniache. Il tema è qui naturalmente quello dell'apocalisse e della fine dei tempi visti da un punto di vista diabolico condito da blasfemia verso figure sacre ed esaltazioni di figure demoniache. Quando il grande regno della notte risorge, il sigillo bianco viene spezzato in milioni di pezzi e l'anticristo dichiara la sua alleanza al trono, l'agnello viene divorato e pasteggeremo sulla sua anima. Neri fiumi sonori ci travolgono con chitarre severe e punte di voce in riverbero, stabilendo poi marce non prive di una certa malignità; su mari fatti di agonia e oceani di disperazione troviamo un flusso di dolore senza fine, di pietre fuse e morti dolorose, tra i morti le pire maledette raggiungono quasi i cieli sacri e tra le nebbie rosse come il sangue marciamo con la morte e il fuoco che cavalcano al nostro fianco. I toni apocalittici si mantengono nei suoni lanciati e distruttivi, in una gloriosa sinfonia black metal dominata da fredde dissonanze; incorriamo però all'improvviso in costruzioni dalle bordate sospese che alternano il corso preparandoci per ulteriori assalti spacca-ossa. Quando il secondo sigillo verrà spezzato, ci porterà alla guerra, e quando avverrà con il terzo negli abissi profondi, la morte nera coprirà le lande, lanciata contro i più deboli, e malattie e tormenti deruberanno le anime dai corpi, il flagello perdurerà lasciando solo ceneri e ossa. Satanismo medioevale, fine dei tempi e gelide follie black metal dai blast-beat senza freni incontrano alternanze death in un brano che sembra voler fare il sunto tematico e musicale del disco, offrendo momenti tipicamente legati alla band mantenendo un minimo di variazione, senza però abbandonare il modus operandi dei Nostri. Ecco quindi che fraseggi sega-ossa s'incastrano tra esplosioni che saturano l'etere, sottolineati da chitarre squillanti in sottofondo e terreno per grida sempre più deliranti. Quando il quarto sigillo verrà cancellato, esso ci porterà alla morte, i cavalieri della grande bestia verranno a distruggere e saccheggiare, il cielo verrà infiammato. Dai cancelli demoniaci marciamo con le forze demoniache a nostro fianco, perché siamo l'Apocalisse. Temi certamente non nuovi e comparsi svariate volte nella discografia della band, in una riproposizione sempre fedele a se stessa di un mondo tematico ed estetico che non ha interesse a modificarsi, ossessionato dalle immagini di trionfo demoniaco in barba a quanto predetto dalle scritture, ritenute bugie del nemico. Il trionfo della morte e della distruzione viene quindi celebrato con corse black metal in loop, su cui il cantante ripete a squarciagola il titolo della canzone fino al finale improvviso.

Conclusioni

"We Are The Apocalypse" è in definitiva un lavoro che aggiusta il tiro rispetto al precedente "Where Shadows Forever Reign" mostrando una formazione ora più coesa e con le idee più chiare rispetto alla musica proposta, e soprattutto sul come gestire la mediazione tra vecchie tendenze del loro primo periodo e gli aspetti più recenti della band che hanno caratterizzato il periodo con Emperor Magus Caligula. Bisogna fare un importante premessa di fondo per comprendere veramente la band e l'album qui affrontato: evoluzione, cambiamento, sperimentazione sono in realtà concetti alieni ai Nostri, e questo è detto senza vena negativa, ma per cognizione di causa. Se pure i cugini/compagni di etichette Marduk hanno sperimentato momenti vicini a intuizioni moderne con l'arrivo di Mortuus nella band, offrendo qualche dissonanza tecnica e tematiche religiose più approfondite, i Nostri nulla ne vogliono sapere e nella base rimangono fermamente fermi a metà anni novanta. I loro testi sono pregni di quell'immaginario iconoclasta che si rifà al concetto medioevale di satanismo senza darsi a dissertazioni teologiche o poetica occulta, preferendo attacchi senza fronzoli alla cristianità, fantasie gotiche, funeree punte di romanticismo decadente, la loro estetica con armature e costumi mantiene una certa teatralità oggi spesso rifiutata dalle band black metal più "ragionate" e la loro proposta musicale si astiene da tecnicismi, ingerenze sperimentali, grosse deviazioni da un modus operandi ben testato. Il grado di riuscita dei loro dischi è indicato quindi più da come questi ingredienti vengono usati, e come la produzione influisca su di essi; spesso la band infatti deve camminare su un filo di rasoio non potendo cadere nel suono raw e underground, ma dovendo mantenere pur sempre una certa aurea "demoniaca" che giustifica la loro attestazione come band black metal, poco importa se in un ambito legato a vendite e concerti presso grandi arene. Qualsiasi intervista con la mente Lord Ahriman, al secolo Jan Michael Svanberg, fa intendere come il Nostro sia perfettamente consapevole di tutto questo, e di come egli abbia un'idea ben precisa della band che porta avanti con coerenza in ogni nuovo capitolo prodotto. L'album qui affrontato si configura quindi come un episodio riuscito grazie a una serie di fattori: l'interpretazione del cantante, capace di muoversi quando necessario su diversi registri e di dare convinzione alle sue parti con la giusta enfasi, la competenza dei musicisti e la capacità di variare il songwriting in alcuni punti quel minimo per offrire punti di interesse. Questa volta si evita i minimalismo del disco precedente, poco consono alla natura della band, senza nemmeno toccare però quel massimalismo molto presente nella loro produzione del primo decennio degli anni duemila. Detto questo, c'è l'altra faccia della medaglia che non permette, e realisticamente probabilmente non permetterà mai, ai Dark Funeral di raggiungere punte di eccellenza o proporre qualcosa capace di rivaleggiare con coloro che hanno rivoluzionato il genere; parliamo naturalmente della totale riproposizione di temi, suoni, strutture già ascoltate in passato, condotta in modo tale che chi già è familiare con la band sa cosa aspettarsi ben prima di schiacciare il tasto play. Offrire un certo suono ai propri fan non è di per se una cosa da condannare, e sicuramente il campo di battaglia dei Nostri è più la sede live dove si dimostrano sempre una band agguerrita e dalle indubbie capacità pratiche, ma è innegabile che gli ascoltatori più smaliziati e/o alla ricerca di stimoli potranno sentire anche nei momenti migliori un certo grado di déjà vu. Tirando le somme, il disco è un album del gruppo con i pregi e i difetti che questo comporta, fortunatamente per l'occasione i pregi superano i difetti e quindi troviamo qualcosa che non solo si fa ascoltare, ma che è anche ben strutturato e condotto offrendo un buon black metal commerciale che sa essere tanto aggressivo, quanto meditativo quel che basta. Quel "quid" in più non sarà mai presente, ma se vogliamo usare una metafora bislacca, non possiamo pretendere di insegnare a un gatto ad abbaiare o a un cane a miagolare, e non possiamo condannare qualcosa perché segue la sua natura secondo la propria vocazione; se la band manterrà anche solo questi standard in futuro, non avremo di che lamentarci, sperando di non dover attendere altri sei anni per una prossima uscita.

1) Nightfall
2) Let The Devil In
3) When Our Vengeance Is Done"
4) Nosferatu
5) When I'm Gone
6) Beyond the Grave
7) A Beast To Praise
8) Leviathan
9) We Are The Apocalypse
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