DARK FUNERAL

Teach Children To Worship Satan

2000 - No Fashion Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
04/12/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

La nostra analisi della discografia dei Dark Funeral ci porta oggi ad analizzare l'EP "Teach Children To Worship Satan - Insegnate Ai Bambini Ad Adorare Satana" uscito ad inizio anni 2000, a cavallo tra il secondo disco "Vobiscum Satanas" ( album che ha presentato una nuova formazione con Emperor Magus Caligula, ex cantante degli Hypocrisy, al posto di Themgoroth alla voce e al basso, e un suono ancora più violento e veloce che si distaccava dalla norma norvegese) e il terzo "Diabolis Interium" che sarà per molti l'episodio migliore del secondo periodo della loro discografia, dando una forma ancora più convinta alla tecnica adoperata nel secondo lavoro, allo stesso tempo però apportando alcune variazioni sul tema che pur non snaturando la struttura generale danno una maggiore varietà di motivi ed atmosfere alla tempesta satanica dei nostri. Reduci dal secondo lavoro i nostri s'imbarcano nel "The Ineffable Kings of Darkness Tour" in compagnia degli Enthroned, durante il quale Dominion (Matti Mäkelä) viene introdotto nella band come bassista live, diventando poi il nuovo chitarrista dopo il "Hultsfreds Festival" in Svezia; continua quindi una serrata attività dal vivo, forza della band che così facendo si fà sempre più conoscere e dimostra di essere una macchina da combattimento capace di creare potenti esibizioni dove il muro di suono dei lavori in studio viene ripresentato sul palco in attacchi infernali. Dopo il "Bleed for Satan Tour" con i Cannibal Corpse, che ancora una volta segna l'alleanza con il Death più brutale e permette ai nsotri di esporsi fuori dai classici circuiti Black, Gaahnfaust (Robert Göran Lundin) diventa il nuovo batterista, presentando come sempre una formazione che muta di lavoro in lavoro, ma dove la mente - chitarrista Lord Ahriman rimane il fulcro della band. Con questa line - up, dopo un mini tour in America e Sud America (il "Black Plague Across the West" che li porterà per la prima volta in Messico) e il "The Satanic Inquisition" in Europa con i Dimmu Borgir, i nostri prendono un po' di respiro e tornano in studio presso gli "The Abyss Studio B" dove con Tommy Tägtgren, fratello di Peter, registrano l'EP qui recensito, presentando un nuovo brano che poi finirà anche nell' album intero successivo, ovvero il pezzo "An Apprentice Of Satan" e quattro cover di gruppi fondamentali per lo sviluppo del Metal estremo, citati come influenze musicali ed estetiche del Death e del Black: King Diamond (front man storico dei danesi Mercyful Fate, e con alle spalle anche un'ottima attività solista che continua tutt'ora, sopravvivendo al gruppo sciolto da tempo), l'inconfondibile cantante dal face painting e dalla voce giocata su falsetti e toni grevi alternati, i maestri del Thrash americano più veloce e violento Slayer, i teutonici thrasher Sodom, forieri di un suono "Proto - Death", ma anche di alcuni elementi del Black, e infine i Mayhem, la band alla base della nascita del Black Metal scandinavo, legata a figure tragiche come il suicida Dead e la mente - chitarrista Euronymous, ucciso come tutti sanno da Varg "Burzum" Vikernes. Il lavoro offre quindi da una parte l'occasione di presentare il suono della nuova formazione in anticipo al nuovo disco, dando qualcosa da ascoltare ai fan durante i loro lunghi periodi di attività live, dall'altra permette ai nostri di divertirsi e rendere omaggio ad alcune delle loro band preferite, convertendo i loro brani in tipici pezzi dei Dark Funeral caotici e veloci, dominati da doppie casse e fredde melodie di tremolo.



"An Apprentice Of Satan - Un'Apprendista Di Satana" è l'inedito qui presente, che si apre con un rifting incalzante tanto quanto i colpi di batteria di Gaahnfaust, in un andamento che si dimostra più rigoroso e controllato rispetto alle sfuriate di "Vobiscum Satanas", dai toni quasi Black'n'Roll, ma sempre freddi e ricchi di riff taglienti come motoseghe, al tredicesimo secondo la batteria accelera nei suoi beat potenti, aumentando la velocità della composizione in concomitanza con le fredde melodie dei giri di chitarra, malinconiche e trascinanti. Al trentasettesimo secondo viene introdotta la voce del cantante, ora mutuata in un growl più personale e potente, ora in uno screaming più “sentito” rispetto all’episodio precedente, accompagnata dalla strumentazione tritacarne sviluppata in loop ossessivi dall’ alta intensità; la linea melodica è epica, appoggiata sul fuzz continuo della seconda chitarra, e bersagliata dalla batteria cadenzata. Tra il minuto e venticinque e il minuto e trentacinque abbiamo una sezione dominata dalla doppia cassa, che poi invece lascia il posto ad un ritmo coinvolgente e cadenzato dove gli arpeggi in tremolo notturni scolpiscono paesaggi sonori tetri; le sorprese non sono però assolutamente finite, e già al minuto e quarantotto parte una corsa roboante dall’alto contenuto adrenalinico e dall’incedere marziale, dove si scatenano rullanti di doppia cassa e urla in growl; riprende poi al secondo minuto e quattro il movimento precedente, in un songwriting decisamente più vario e dinamico che mostra uno stile più elaborato e raffinato, pur mantenendo tutta la violenza sonora dei nostri. La scena è quindi dominata dalle scale vorticanti di chitarra, melodiche ed epiche, in un crescendo costante supportato dai torrenti di chitarra e dal drumming più ragionato, ma organizzato comunque in beat devastanti; al secondo minuto e trentanove viene introdotta una sezione struggente di chitarre ariose e rullanti di batteria, in un andamento malinconico ed orchestrale, dove il cantato si apre in uno screaming sofferto e teatrale, il quale al terzo minuto e dieci evolve in un growl demoniaco supportato da doppia cassa in assetto da guerra; prosegue quindi il movimento appassionante in un crescendo costante e pieno di epicità, grazie al loop di chitarre  su cui si organizzano i diversi andamenti vocali e i cambi di batteria, ora più cadenzata, ora più fitta e veloce. Al terzo minuto e cinquantanove parte una nuova cavalcata frostbitten a piena potenza giocata sui giri circolari di chitarra e sul drumming serrato; essa prosegue fino al quarto minuto e quindici, quando in concomitanza con il ritorno del cantato s’instaurano di nuovo andamenti di batteria e chitarra più cadenzati e ricchi di melodie atonali, in un vortice regale che trova compimento al quarto minuto e trentadue in solenni accostamenti di chitarre rocciose e batteria più tecnica e dalle ritmiche spezzate. Al quarto minuto e quarantanove i ritmi rallentano leggermente ancora una volta, dando spazio ad una nuova melodia struggente supportata da doppia cassa impazzita e vocals malsane e gutturali, in un effetto imponente, che prosegue verso la dissolvenza che chiude elegantemente il brano di ottima fattura e coinvolgente. Il testo ci narra di un'apprendista di Satana, donna devota al male e ai rituali satanici: "While the demons force their way through the flames, To grant her with their wisdom wide, Inside the circle she feels safe, She can feel the power grow. - Mentre i demoni si fanno strada tra le fiamme, per darle al propia avsta saggezza, Dentro al cerchio lei si sente sicura, Può sentire crescere il potere." delinea il rituale d'evocazione compiuto dalla protagonista, narrato in terza persona, in un'atmosfera maligna e occulta. Non mancano descrizioni più "poetiche" legate all'ambiente tetro che regna anche nell'esterno ("The wind, cold as the full moon high in the darkened sky. Carries a weak fragrance of blood. - Il vento, (è) freddo come la Luna piena alta nel cielo oscuro. Porta una leggera fragranza di sangue.") continuando poi a descrivere l'unione della nostra con i dmeoni, che al rendono potente e immortale; infine con i nuovi poteri che l'hanno resa un essere demoniaco, essa vola nel cielo, verso un luogo dominato dall'oscurità eterna. "The Trial - Il Processo" è invece la prima cover, tratta dall’album “The Eye” della lunga carriera solista di King Diamond, ottima scelta non tanto scontata, poiché uno dei lavori ( almeno inizialmente) più sottovalutati del nostro, ma in realtà carico di ottimi pezzi dalla perfetta atmosfera promulgata dalla storica interpretazione teatrale del nostro; l’originale si apre con batteria quasi tribale e dai toni rituali, sulla quale si districano i riff rocciosi della chitarra, e anche nella cover l’ andamento si mantiene cadenzato, dai beat di batteria ancora più potenti e dalle chitarre più graffiante ed alte nel mixaggio, rispettando la struttura originaria, ma adattando tutto al proprio suono. L’incedere monolitico delle chitarre è mantenuto anch’esso pressoché uguale nella struttura, roccioso e granitico nella sua marcia contornata dai colpi secchi e dilatati di batteria; al ventesimo secondo parte il cantato, decisamente diverso rispetto a quello di King Diamond che è nell’originale evocativo e solenne, qui un growl gutturale dal sapore Death, sotto il quale i giri di chitarra dal sapore Thrash proseguono come un carro armato; al ventinovesimo secondo, insieme a punte di chitarre discordanti troviamo uno screaming che coincide con le parti gracchianti dell’ inconfondibile stile del cantante danese, qui naturalmente più rauco e non dalla stessa intensità, più modulato sul modello Black; viene comunque mantenuto un andamento insolitamente controllato per i nostri, in rispetto al brano originale, e viene anche poi ripreso l’uso del falsetto nella parte recitata che richiama le suppliche di  Jeanne, la protagonista della storia che compone il testo, qui forse un po’ più “comiche” e un po’ fuori luogo se accostate con il suono dei Dark Funeral. I riff taglienti si mantengono comunque oscuri e rocciosi nel loro incedere quasi marziale, ma qui sono accompagnati da fraseggi più striduli e risate in sottofondo più secche rispetto a quelle originali, più diaboliche ed inquietanti; al minuto e tre la voce di Caligula è decisamente meno sospirata e più feroce rispetto a quella di King Diamond, più giocata su un inquietante maliziosità maligna, anticipando al ripresa al minuto e nove del motivo più cadenzato e monolitico di chitarre E battiti di batteria. E’ in concomitanza al minuto e un quarto che i ritmi accelerano, dominati da un assolo stridente che ricalca quello più melodico del brano originale, dove anche delle tastiere creavano un’atmosfera sacrale, mentre qui tutto è basato sui rullanti di batteria e i muri di suono delle chitarre; il ritornello in falsetto dell’originale è qui sostituito da uno screaming distorto che crea un andamento decisamente più violento, anche grazie alle chitarre serrate e alle bordate di drumming. Al minuto e trentasei abbiamo un’accelerazione come avveniva nell’originale, con chitarre in sottofondo più effettate rispetto all’assolo più dominante della versione di King Diamond, sviluppandosi a lungo in un ritmo continuo e ripetuto; al minuto e cinquanta cambia ancora la composizione con bordate di chitarra serrate, che nell’originale davano poi spazio a ritornelli in falsetto, qui invece mutuati in uno stile a metà tra screaming e growl, dal tono gracchiante e maligno, che poi al secondo minuto e un quarto si apre a punte di growl puro accompagnato da bordate di chitarra. Il pezzo continua incalzante riprendendo l’a andamento dell’originale e inasprendolo sia nella performance vocale, sia nella strumentazione, in un imponente ed esaltante andamento interrotto dalle bordate di chitarra. Al secondo minuto e quarantaquattro, al dove nell’ originale venivano introdotte nuove tastiere spettrali e un andamento melodico mozza fiato supportato da un assolo tecnico,  qui la linea atonale è ripresa da un rifting distorto che avanza feroce e bombardato dai beat di batteria dilatati; viene poi ripreso l’assolo, qui come sempre più stridente, che anticipa parti recitate in growl che lo dilaniano, slavo poi riprendere in una lunga coda tecnica retta dai giri di chitarra violenti e dai grandiosi fraseggi ariosi. I due movimenti si intersecano, dando spazio al quarto minuto ad una voce (apparentemente) femminile che sostituisce il più stridulo falsetto di King Diamond, riprendendone comunque l’andamento recitato; si va quindi a costituire anche qui un botta e risposta teatrale tra voce gutturale inquisitoria supportata dalle falcate di chitarra rocciose (che sostituiscono le tastiere dell’originale), e quella invece più leggera dove il suono si fa più veloce e “rock”, portando va avanti il brano fino al quarto minuto e ventinove, quando un nuovo assolo segna la composizione, più alto nel mixaggio rispetto a quello presente nel brano di King Diamond. Al quarto minuto e trentotto i ritmi incrementano, facendo da base per il crudele andamento delle vocals, che ancora una volta contrastano rispetto al falsetto usato in originale, aprendosi al quarto minuto e cinquanta in una cavalcata cadenzata finale che con le sue maestose bordate, e supportata da un assolo stridente, spinge il pezzo verso al dissolvenza che lo termina come nell’ originale. Il testo è preso dal concept album “The Eye” basato su una turpe storia di accuse di stregoneria all’interno di un convento; la protagonista Jeanne Dibasson è qui interrogata da un inquisitore, La Reymie, e il testo è organizzato secondo botta e risposta teatrali tra i due. “Jeanne D'basson, You stand accused before the burning court for practicing witchcraft. Do you confess? We have ways to make You talk. How do You plead? - Jeanne D'basson. Sei qui innanzi alla corte del patibolo accusata di praticare la stregoneria. Confessi? Abbiamo modi per farti parlare. Come ti dichiari?” esordisce il nostro lasciando già intendere che il giudizio verso la nostra è deciso sin dall’inizio; lei comunque replica prontamente negando tutte le accuse, ma naturalmente questo non porta a nulla, e anzi sordo a tutto l’ inquisitore continua ad incalzare con le accuse. Si arriva al punto dell’abuso, in cui viene palpata dal losco personaggio, il quale poi continua chiarificando come mai sarà creduta, e la schernisce pure (“So this is how You make with the devil, we're gonna get You, witchy woman, we will never believe in You, so you better repent Your sins now – E’ così che hai fatto con il diavolo, ti prenderemo, strega, non ti crederemo mai, quindi è meglio se ti penti ora dei tuoi peccati.”). La nostra viene poi torturata nei sotterranei come da prassi, arrivando allo sfinimento e può solo un’ultima volta, inutilmente, dichiarare la sua innocenza in “'Now I hear, deceiving, lying tongues, never have I done no harm to anyone – Ora sento frasi malvagie e traditrici, io non ho mai fatto male a nessuno.”. "Dead Skin Mask - La Maschera Di Pelle Morta" è la cover del celebre pezzo degli Slayer tratto da “Season In The Abyss”, la quale parte con lo storico fraseggio di chitarra rallentato riconoscibile sin dalle prime battute, mantenuto pressoché uguale rispetto alla versione originale; anche qui si aggiungono presto parti vocali recitate in pulito delineate dai colpi di tamburi, in un andamento cerimoniale che dura fino al trentacinquesimo secondo. Qui viene introdotta la voce in screaming di Caligula, e la batteria si fa ancora più potente e metallica, con doppie casse in bella vista e riff taglienti che ripetono ad oltranza, come avveniva nell’originale, il tema portante di tutto il brano; al minuto e otto parte pienamente il cantato in un rauco andamento decisamente più malvagio rispetto a quello usato nell’originale da Tom Araya, più pulito e naturalmente legato allo stile Thrash della storica band. La parte strumentale segue il modello invece del pezzo originale in una delle cover più fedeli di tutto il lavoro, esplodendo al minuto e venticinque nel famosissimo ritornello, che però va detto, qui è urlato  perde dell’intensità che invece era presente nell’originale, più declamatorio e solenne nell’andamento perfettamente legato con il ripetersi del fraseggio di chitarra; al secondo minuto partono gli assoli cupi, e qui ancora più stridenti e graffianti, sui quali lo screaming in riverbero declama le sue oscure orazioni, lasciando poi posto ad uno sviluppo melodico e tecnico dell’ elemento precedente intorno al quale si organizzano i rulli potenti di batteria e le falcate infernali di chitarra. Al terzo minuto e dieci un improvviso stop lascia solo il feedback di chitarra e assolo al centro della scena, riprendendo poi anche qui come nell’originale il celebre fraseggio in salire, fino al terzo minuto e trenta quando un colpo di batteria segna la ripresa dell’andamento roccioso che accompagna la nuova porzione del racconto qui affidata alla voce in screaming, con una composizione devastata dai continui blast del drumming incalzante; al terzo minuto e quarantotto il tutto si apre in un’accelerazione con rullanti di batteria marziali e devastanti giri rocciosi di chitarra, in una versione più violenta di quanto avveniva nel pezzo originale. Al quarto minuto e sedici parte la sezione finale dove viene ancora una volta ripreso il solenne fraseggio dominante, accompagnato sia dalla voce rauca del cantante, sia dalla recitazione di voce femminile che ripete le suppliche, sempre più isteriche, della vittima, che crescono fino a tradursi in un grido disperato; nel frattempo anche le grida di Caligula si fanno più feroci, e la batteria si abbandona a parti più pestate e cadenzate, in un’evoluzione tecnica che ricopia in chiave più altisonante quella incontrata nel pezzo degli Slayer, fino al feedback finale di chitarra, qui più breve, che conclude il brano. Il testo racconta del terribile serial killer Ed Gein, il quale ha ispirato con le sue macabre abitudini il film “Non Aprite Quella Porta” e il personaggio Leatherface. Dopo il verso iniziale che descrive il suo desiderio di affondare le dita nella carne della sua giovane vittima, parte il delirante ritornello che segna il suo sprofondare nella follia: “Dance with the dead in my dreams, Listen to their hallowed screams, The dead have taken my soul, Temptation's lost all control – Danzo con i morti nei miei sogni, Ascolto il loro vuoto gridare, I morti hanno preso la mia anima, La Tentazione ha perso il controllo.” farnetica il nostro, in una folle comunione con la morte che lo trascina in una spirale senza ritorno. Il testo poi ripete ad oltranza i versi, esprimendo come il falso sorriso sulla sua bocca nasconde la psicopatia dei suoi occhi, e le sue fantasie malate dove le facce (notoriamente staccate e indossate dal nostro) delle sue vittime diventano maschere da lui indossate. "Remember The Fallen - Ricordate I Caduti" è la riproposizione del pezzo dei Sodom tratto da “Agent Orange”, storico album di Thrash teutonico incentrato sulla guerra; esso si apre con un motivo di chitarra che ripropone quello originario in chiave ancora più distorta, anche qui accompagnato da batteria che possiamo definire tribale nei suoi andamenti, in un suono controllato dove al dodicesimo minuto intervengono blast più spessi, e al venetsimo chitarre rocciose e incalzanti che richiamano in maniera più marziale quelle usate dal gruppo tedesco. Al trentesimo secondo partono le vocals, qui decisamente diverse essendo impostate su uno screaming in riverbero, il quale mantiene però la linea melodica di quello pulito di Tom Angel Ripper in un tono sempre incalzante; esso è amplificato dall’uso di alcuni rullanti di batteria che sottolineano la sezioni in loop della chitarra tagliente, ancora più feroci di quelle del brano originale. Questa volta il crescendo è più epico nella cover, dove al minuto e due secondi parte il ritornello in grida sature di riverbero, supportate dall’incedere serrato e roccioso degli arpeggi di tremolo a carro armato, sottolineati poi da un assolo tecnico e stridente, però meno presente nel mixaggio rispetto a quello dell’originale; parte poi al minuto e trentuno una cavalcata marziale decisamente più massacrante qui, ricca di chitarre selvagge scolpite dai colpi secchi di batteria in un crescendo accresciuto dalle grida di Caligula. Al minuto e cinquantasei dominano chitarre più ariose e cariche di solenne melodia atonale, devastate come sempre dal drumming incessante, le quali anticipano la pausa del secondo minuto e dieci; qui come nell’originale un feedback di chitarra si protende, raggiungendo il secondo minuto e un quarto, dove riprendo piede giri rocciosi di chitarra e colpi secchi di batteria, in una marcia costante. Qui troviamo scale tecniche di ottima fattura che rendono il procedere incalzante, il quale al secondo minuto e ventinove si riaccompagna al cantato malvagio che rafforza la partitura battagliera; anche qui esso è accompagnato nei suoi crescendo da stop and go segnati dai rulli di batteria, e dai continui loop circolari di batteria. Dopo aver ripetuto ancora una volta il ritornello, al terzo minuto e dodici parte un assolo qui ancora più dissonante ed eclettico nei suoi toni, che accompagna il movimento del pezzo sviluppandosi in scale tecniche dall’effetto inebriante fino al terzo minuto e ventisette; qui parte la devastante cavalcata in doppia cassa e riffing macina ossa che procede potente, sottolineata come sempre da blast spessi. Infine al terzo minuto e cinquantasei abbiamo al coda finale, imponente ed ariosa nelle sue melodie imperiose e solenni, dove la batteria si fa più cadenzata e tecnica, diventando protagonista negli esercizi finale e nel rullante che chiude il brano trascinandolo nella breve dissolvenza, omettendo l’assolo discordante che invece è presente nell’originale. Il testo ricorda con rammarico e tono accusatorio i vari caduti delle varie insensate guerre che costituiscono la storia del Mondo: “Awarded for patriotism, They left their life in fire, But don't know even why – Premiati per il loro patriottismo, Hanno lasciato la loro vita nel fuoco, Ma non sanno neanche perché.” Esprime tutta l’inutilità del sacrificio commesso in nome di una patria che li ha solo sfruttati, fatto per ingenui ideali che nascondo interessi di cui non hanno nemmeno la percezione. Il testo continua descrivendo come si trattava per lo più di giovani, mandati al massacro da dittatori senza scrupoli, in una battaglia persa in partenza; “Their duty only as cannon folder, Kamikaze as living bombs – Il loro compito (era) solo come carne da macello, Kamikaze come bombe umane.” Reitera il concetto, e nel finale viene ricordato come i loro spiriti senza pace rimarranno nella nostra coscienza, mentre marciamo nell’ennesimo percorso di guerra. "Pagan Fears - Terrori Pagani" è la cover dello storico brano dei Mayhem tratto dal altrettanto storico album “De Mysteriis Dom Sathanas”, pietra miliare del Black Metal della seconda ondata e fonte di molte band, sia nel passato, sia nella recente ondata “Orthodox”; il riffing iniziale  dissonante e “meccanico” dell’originale è qui tramutato in chiave più dilatata, ma sempre incalzante, mantenendo l’suo della doppia cassa i sottofondo. Al ventisettesimo secondo parte l’andamento più cadenzato ricco di colpi pesanti di batteria e giri di chitarra altisonanti e rocciosi, che poi si aprono di nuovo alla corsa precedente e al drumming veloce in un’alternanza tecnica parallela all’originale; al minuto e ventisei un assolo distorto, qui più arioso, fa da pausa prima della cavalcata furiosa del minuto e diciotto, costruita anche in questo caso su ritmi martellanti di batteria e chitarre a sega elettrica in loop, creando qui a causa del mixaggio più pulito un muro di suono ancora più soffocante. Al minuto e quarantasette il nero miasma sonoro creatosi vede l’introduzione delle vocals qui mutuate in uno stile decisamente meno caratteristico rispetto a quello tanto discusso di Attila, gracchiante e lontano dal classico screaming, che qui si configura su toni più “vomitati” e pieni di riverbero; la doppia cassa si mantiene massacrante e ossessiva, mentre le chitarre proseguono in un vortice discordante continuo, meno evocativo rispetto all’originale, e più votato alla cacofonica violenza. Anche qui la formula e diretta e con poche variazioni, in un assalto costante che non vuole lasciare la presa e che non cerca certo tecnicismi, specie nell’originale ancora più rozza e ossessiva; al secondo minuto e quarantuno dopo una parte dominata dalla strumentazione riprendono le vocals malsane in un proseguimento costante dell’ondata di fuzz e blast di batteria senza sosta, proseguendo con il movimento massacrante che viene solo brevemente interrotto da alcuni rulli di batteria. Al terzo minuto e dieci il drumming si fa ancora più fitto raggiungendo velocità Grindcore folli, dove s’inseriscono riff freddi che sottolineano l’andamento ipnotico del pezzo; al terzo minuto e trentasette i ritmi decelerano leggermente in una parte più cadenzata dai devastanti colpi di batteria e dai muri di chitarra, sui quali si organizza al voce malvagia di Caligula. Il torrente in piena si scatena al terzo minuto e cinquantasei in una nuova cavalcata che nell’originale è più fredda ed evocativa, qui invece più altisonante e potente nel mixaggio moderno che instaura piogge continue dove però anche le struggenti melodie atonali hanno un posto in primo piano; esse crescono d’intensità a partire dal quarto minuto e ventuno in una sequela di giri circolari ammalianti e puramente Black, bombardati come da abitudine dalla doppia cassa devastante. Il movimento prosegue, accompagnato al quarto minuto e quarantasette dai cimbali di batteria che si aggiungono in epico crescendo; improvvisamente il vortice nero si ferma al quinto minuto e tredici dando spazio ad un assolo stridente ancora più imponente dell’originale, il quale anche qui si apre nuovamente alla folle corsa in doppia cassa e riff devastanti, continuando sull’onda della violenza, sulla quale le vocals ricompaiono, ancora più malevoli e piene di effetti in riverbero, salvo infine lasciare spazio alla cacofonia dissonante della strumentazione, che chiude il brano su note di alta adrenalina ossessiva. Il testo molto corto del pezzo dei Mayhem è un’evocazione dei culti pagani del passato scandinavo, in una connotazione tenebrosa che richiama misteriosi orrori non apertamente accennati, ma richiamati tramite semplici versi: “The bloody history from the past, deceased humans now forgotten – La storia sanguinaria dal passato, persone morte ora dimenticate.” Stabilisce il tono atavico del tema, contrapposto al presente cristiano, il quale continua descrivendo un’epoca remota dove le leggende e le paure ad esse legate erano percepite come reali da gente semplice, ma rispettosa nei confronti delle proprie divinità e culti, specie nell’oscurità notturna dove si era privi di protezione dalle misteriose forze occulte; “Woeful people with pale faces, staring obsessed at the moon, some memories will never go away, and they will forever be here – Persone sofferenti con facce pallide, osservano ossessivamente la Luna, alcune memorie non passeranno mai, e saranno per sempre qui.” Concludono i nostri prefigurando vagamente un continuo della tradizione pagana nel “popolo Black Metal” in una commistione di musica e valori antagonisti della civiltà moderna occidentale, tipica della seconda ondata del Black Metal pienamente rappresentata dai Mayhem, che erano al suo apice e fulcro.  



L’EP qui recensito si conferma un buon lavoro che da una parte mostra uno stile sempre violento, ma più organizzato e vario nei suoi andamenti, soprattutto nell’originale di apertura che non rinuncia a rallentamenti e a parti atmosferiche dalle fredde melodie più incisive, e che dall’altra offre alcune reinterpretazioni di brani importantissimi del Metal estremo e non, i quali nei casi “peggiori” non raggiungono l’intensità degli originali (come con “The Trial”) poiché si gioca su elementi più violenti, ma comunque costituiscono buoni pezzi, e che nei migliori (come “Remember The Fallen”) aggiungono del proprio dandogli nuova avvincente forma. Scegliere di tributare (anche se in un EP di sole cinque tracce) dei mostri sacri come quelli qui presentati è sempre un'arma a doppio taglio: si può rischiare di far storcere il naso ai fan "puristi" o addirittura snaturare totalmente i concetti alla base dei testi proposti.. ma con la loro sincera passione per il metal e la loro attitudine, i Dark Funeral sono riusciti a fornire al pubblico un "antipasto" di tutto rispetto e ben confezionato, prima della portata principale, ovvero l'album successivo, il loro pluri celebrato capolavoro. Dopo al sua pubblicazione di questo EP i Dark Funeral, instancabili, riprenderanno a suonare dal vivo, conoscendo ulteriori cambiamenti di formazione; solo quindi un anno dopo presenteranno il loro terzo album completo "Diabolis Interium” che porterà a compimento i miglioramenti qui accennati in quello che è forse l’episodio migliore della loro seconda stagione.


1) An Apprentice Of Satan
2) The Trial
(King Diamond Cover)
3) Dead Skin Mask
(Slayer Cover)
4) Remember The Fallen
(Sodom Cover)
5) Pagan Fears
(Mayhem Cover)

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