DARK FUNERAL

Attera Totus Sanctus

2005 - Regain Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
18/12/2014
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Prosegue, in dirittura d'arrivo, la nostra corsa a tutto spiano nella discografia dei Dark Funeral, araldi ormai da vent'anni di un Black Metal di scuola svedese veloce e violento, con diversi punti di contatto con il Death e il Grind, soprattutto nelle doppie casse e nei blast che bombardano notoriamente le loro composizioni. Dopo aver celebrato nel 2004 il loro successo mondiale e i loro interminabili concerti in giro per il Mondo con il live "De Profundis Clamavi Ad Te Domine", registrato durante l'importante tour in Sud America presentando un'esibizione professionale dall'assalto costante con un Emperor Magus Caligula competente, anche se non alla pari nel paragone con il precedente cantante Themgoroth nei pezzi classici, e un po' provato con il proseguo dell'esibizione, che incita anche il pubblico interagendo in maniera onesta e sentita; qui naturalmente l'enfasi è data meno alle atmosfere ad studio, e più all'attacco di chitarre e muri di batteria, mostrando il nuovo acquisto Chaq Mol (chitarra) che se la cava più che egregiamente, e dando modo a Matte Modin di confermare ancora una volta la sua bravura dietro le pelli, una vera e propria macchina umana macina blast e doppie casse. Il lavoro sancisce inoltre il loro passaggio alla "Regain Records", dopo alcune dispute legali con la "No Fashion Records" per royalties non pagate, la quale diventerà la loro nuova etichetta; senza perdere tempo subito dopo al pubblicazione del lavoro dal vivo, i nostri continuano con i concerti, consci di quanto molto della loro carriera e fama si basa su di essi: prima in Giappone al "Extreme the Dojo Volume 9" in compagnia di demoni Bestial/War Metal come Goatwhore e Zyklon, poi in giro per il mondo in Messico, Spagna, Finlandia, Germania, Svezia e Nord America, giungendo infine in Italia con un mini tour dal grande successo insieme ai Defleshed. Poco prima di tornare in studio riescono anche a volare in Israele, Russia, Polonia, e a partecipare al "No Mercy Tour", confermando un ethos lavorativo con ben pochi rivali che ancora una volta li espne al pubblico più legato al Death brutale e moderno di band quali Six Feet Under, Nile e Dying Fetus. "Attera Totus Sanctus - Distruggi Tutto Ciò Che E' Sacro" viene quindi registrato e pubblicato nel 2005 dalla nuova etichetta, sancendo il penultimo lavoro prima di un lungo silenzio che dura ancora oggi; il luogo del misfatto è questa volta il "Dug Out Studios", dove i nostri, con i membri già citati e il fondatore chitarrista Lord Ahriman, nonché l'apporto del bassista Gustaf Hielm ex Meshuggah,  lavorano con il produttore Daniel Bergstrand, legato più al Melo Death e al Groove Metal piuttosto che al Black, probabilmente anche in una ricerca da parte dei nostri di un suono ancora più in linea con le tendenze del loro pubblico, vicino spesso al Death più tecnico e brutale di scuola moderna. Il lavoro spacca la critica, ma riceve consensi dalle classifiche, forse confermando  a livello commerciale al scelta adoperata; detto questo però qualcosa manca rispetto ai lavori precedenti e alla produzione di Peter Tägtgren, che sapeva essere potente, ma anche valorizzare quei particolari che permettevano di dare un minimo di varietà all' assalto dei nostri. Il lavoro di drumming è competente, ma sovrasta tutti gli altri elementi togliendo spazio alle melodie di tremolo che da sempre facevano da contrasto ai blast e alle doppie casse, mentre la performance vocale di Caligula (forse anche per i problemi di salute che usciranno allo scoperto da li a poco) è debole e poco convincente, allontanandosi dalla trovata stabilità tra growl e screaming che caratterizzava il precedente "Diabolis Interium".



"King Antichrist - Re Anticristo" si apre ad azione già intrapresa, con un freddo rifting circolare sul quale si organizzano rullanti di batteria in una preparazione incalzante allo sviluppo del pezzo; esso prevede al sedicesimo secondo l’aggiunta di colpi di doppia cassa veloci, che aumentano la tensione sonora instaurando una fredda tempesta. Lo scoppio vero e proprio si ha al ventinovesimo secondo con l’aggiunta di chitarre dissonanti in folle corsa cacofonica, che dilaniano la composizione con le loro taglienti scale vorticanti; esse proseguono accompagnate dal muro di suono, mentre si aggiunge lo screaming di Caligula, segnato da punte di growl in riverbero, ma in qualche modo potenti e molto più sottotono rispetto a quanto siamo ormai abituati. Al minuto e venti i toni si fanno ancora più incalzanti, assumendo connotati Death molto moderni e vicini alla scuola Brutal del genere, ricordando le sfuriate altisonanti di Nile e Behemoth; la doppia cassa copre il resto della strumentazione, e le melodie in tremolo rimangono confinate in sottofondo, notturne e solenni, ma anche molto elementari e ripetute in loop. Esse prendono un po’ più di rilevanza verso il minuto e trentacinque, supportate dal drumming serrato e dalle grida del cantante reiterate nel folle ritornello; s’instaura così un’epica atmosfera apocalittica, che al minuto e quarantotto sale nuovamente d’intensità grazie ai colpi di batteria come grandine, che non danno tregua all’ascoltatore. Improvvisamente al secondo minuto e tre abbiamo una pausa dove regnano solo le chitarre a sega elettrica, alle quali però si aggiunge di nuovo il drumming sparato, configurando una nuova corsa sulla quale si stagliano le grida di Caligula, e dove si organizzano i riff circolari di chitarra, organizzati come seghe elettriche impazzite in un loop costante; al secondo minuto e cinquantanove torna l’andamento più epico in un crescendo dove prende posizione la fredda melodia atonale e stridente, mentre la batteria prosegue selvaggia nelle sue tirate da tregenda, facendo da potente base ritmica al songwriting. Al terzo minuto e ventotto i fraseggi notturni dello strumento a corda prendono completamente controllo, dilungandosi maestosi in maniera più convincente rispetto a prima, una solenne corsa dai toni orchestrali; essa si blocca al terzo minuto e quarantadue lasciando spazio ad un’inedita pausa incalzante dai toni “Groove” dove la struttura verte sui movimenti cadenzati di chitarra e batteria quasi tribale, dove i fraseggi proseguono, scalfiti poi da una tempesta di blast. Si aggiungono ancora una volta le vocals, piene di riverbero, fino ad un’ultima mitragliata di drumming, dopo la quale un feedback di chitarra segna la conclusione del pezzo. Il testo, in maniera poco sorprendente, narra una visionaria venuta dell’ Anticristo, portatore di un’apocalisse satanica e opposto della figura di Cristo; esso quindi nasce nel peccato ( "Not from a virgin alone as for god, the son of perdition he will be born in sin - Non da una vergine sola come avvenne per dio, il figlio della perdizione nascerà nel peccato" ) e sin dai suoi primi passi compie al maligna volontà del suo demoniaco padre. Il suo destino è naturalmente quello di sconfiggere tutto ciò che rappresenta il Bene al Mondo, portando morte e distruzione, non risparmiando nemmeno se stesso, come espresso in "He will come to Jerusalem with various tortures, And slay all the Christians he can not convert to his cause. He'll destroy the human race as far as he can, And on the last day, He will destroy himself - Verrà a Gerusalemme con diverse torture, E ucciderà tutti i cristiani che non riuscirà a convertire alla sua causa. Distruggerà la razza umana fino a che potrà. E nell'ultimo giorno, Distruggerà se stesso." In una elementare fantasia satanica, dove nel ritornello il discorso assume connotati confusamente sessuali, perdendo un po’ il filo del discorso in nome di una generale esaltazione del peccato. "666 Voices Inside - 666 Voci Dentro" è introdotta da un colpo secco di batteria, a cui subito fa seguito un rifting marziale e martellante a tutta potenza, dai toni brutali e accompagnato da doppia cassa sferragliante; partono poi le vocals, in un tono molto più vicino a certo Post – Thrash/Groove (vengono in mente Meshuggah e Machine Head) piuttosto che al Black, seguendo la linea volutamente più “moderna” dell’album. Al trentaseiesimo secondo il movimento vorticante viene sottolineato da loop di chitarra fredda in tremolo, che riporta in gioco gli elementi più tradizionali del suono dei nostri; essi vengono interrotti da bordate di violenza cacofonica dove è il ritmo ossessivo e duro a farla da padrone, piuttosto che ambientazioni melodiche. Al cinquantesimo secondo la corsa continua crescendo d’intensità, con il ritorno delle grida sgolate di Caligula, che sembra fare molto meno affidamento al growl, ma che come detto ha un’esecuzione un po’ debole che ne inficia non poco l’impatto; comunque la tempesta prosegue con i suoi blast senza perdono e le sue chitarre in tremolo lanciate  in un loop continuo dai toni glaciali e solenni. Al minuto e un quarto i toni si fanno più epici grazie alle melodie orchestrali di chitarra, creando un crescendo incalzante che da un minimo di varietà all’assalto altrimenti costante e lineare del brano, il tutto naturalmente strutturato sui beat di drumming a doppia cassa. Un pausa con suoni più metallici e growl gutturali al terzo minuto e  trentotto anticipa una nuova cavalcata da tregenda giocata su bordate e ritornelli in growl, in un andamento massacrante che conosce un crescendo giocato su loop di chitarra taglienti e batteria sempre più serrata; essa sfocia poi nuovamente nell’andamento più epico e cadenzato, delineando i due diversi tipi di movimento che alternandosi costituiscono la struttura del pezzo. Quest’ultimo prosegue  a lungo, accelerando al secondo minuto e quarantacinque in una corsa dominata da doppia cassa e da chitarre malinconiche e notturne lanciate in un fraseggio veloce che dona un minimo d’impatto melodico al brano; al terzo minuto e dieci si aggiungono le grida di Caligula, forsennate, mentre la doppia cassa mette sotto di se ogni cosa. Dopo poco tornano i toni più diretti  e feroci, con grida sgolate e terremoto sonoro di chitarre e doppia cassa con cimbali; ma anch’essi devono alternarsi nuovamente con l’andamento precedente più evocativo, ma sempre veloce e violento. Esso crea una coda incalzante dove tutti gli elementi precedenti sopravvivono, in una tempesta fatta di melodie distorte e beat di drumming continuo, che sottolineano il ritornello in screaming, lasciando poi spazio al fraseggio di chitarra prima della conclusione con feedback di chitarra, che evolve poi in rumori che fanno da intro al pezzo successivo. Il testo trova una nuova variante nei temi blasfemi dei nostri, affrontando il tema della follia ed unendolo a quello della possessione satanica: il protagonista è tormentato da voci (666 naturalmente) che gli chiedono continuamente di uccidere. "Voices oh voices leave me alone, why are you inside me and torment my soul. Why don't you leave and let me be, demons inside get out I beg thee -  Voci oh voci lasciatemi in pace, perché siete dentro di me e tormentate la mia anima. Perché non mi lasciate e non mi fate essere in pace, demoni dentro, vi prego andatevene." Implora il nostro, ma invano poiché non viene lasciato in pace dai demoni (veri o immaginari che siano) che non abbandonano la sua testa; quindi non può fa altro che ripetere ad oltranza il suo grido di disperazione "666 voices inside, telling me that this one must die. They are in control of my mind - 666 voci dentro, mi dicono che costui deve morire. Controllano la mia mente." Consapevole degli omicidi che esse lo spingono a commettere. "Attera Totus Sanctus - Distruggi Tutto Ciò Che E' Sacro" parte con rumori sferraglianti nei quali prende subito posto un fraseggio di chitarra sempre più alto, sul quale poi si organizzano batteria tribale e riff controllati e grevi; al ventinovesimo secondo il drumming si fa più diretto, prima dell’accelerazione dove il loop di chitarra prosegue ad oltranza, e sentiamo toni apocalittici ed orchestrali in sottofondo, coperti però dai colpi costanti di batteria. Il movimento che si viene ad instaurare prosegue  a lungo in maniera ipnotica, fino alla pausa del cinquantanovesimo secondo con arpeggi in tremolo; dopo pochi secondi un blast segna l’esplosione, attesa naturalmente da qualsiasi ascoltatore che conosca il gruppo, della martellante tempesta cacofonica dominata da doppia cassa e loop di chitarre distorte e frostbitten, sulle quali si distribuisce lo screaming sgolato di Caligula, in maniera non molto differente da altri brani qui già incontrati. Al minuto e ventotto i fraseggi orchestrali di chitarra prendono rilevanza maggiore creando la linea melodica atonale sulla quale prosegue il drumming assassino, il quale conosce poche variazioni ed è dedito soprattutto a blast e doppia cassa lanciata a tutta velocità; voce e batteria tornano predominanti nel mixaggio verso il minuto e quarantatre, in un nuovo ritornello infernale e violento che non lascia tregua, giocato come sempre su muri di chitarre e grandinate di beat, sui quali si organizzano i solenni toni di chitarra; esso si alterna con momenti dove è la strumentazione ad avere controllo, ma sempre tiratissimi in andamento folle e delirante che non vuole far respirare l’ascoltatore. Al secondo minuto e quarantadue il tutto riprende intensità epica grazie al ritorno in rilevanza delle chitarre solenni, delineando di nuovo la melodia atonale ed evocativa, dilaniata dalla doppia cassa, e alla quale poi si aggiunge lo screaming di Caligula; s’instaura quindi di nuovo l’alternanza tra momenti di corsa strumentale e ritornello gridato e vorticante, dove l’assalto continuo di blast e i freddi loop atonali in tremolo sono la costante che crea un filo conduttore unico. Essi assumono toni più cadenzati verso il terzo minuto e cinquantasei, creando una marcia maligna e altisonante, che esplode poi nuovamente in una doppia cassa infernale con grida convulse e giri di chitarra ossessivi; bisogna attendere il quarto minuto e quaranta prima di un improvviso rallentamento, dove la scena vede al centro grevi colpi di chitarra dilatati e la doppia cassa costante, sulle quali si organizzano riff rocciosi e assoli stridenti giocati su scale melodiche. La nuova sezione prosegue quindi con le sue atmosfere orchestrali ed epiche in sottofondo, dove se ascoltiamo molto bene, nel mixaggio è anche nascosta la voce effettata di Caligula, mischiata però con la strumentazione, fino alla conclusione improvvisa che chiude il pezzo lasciando spazio al fraseggio meccanico che si perde in dissolvenza. Il testo continua sulla deriva satanica cara ai nostri, in una dichiarazione di blasfemia e di opposizione a tutto ciò che è sacro e buono; "To all that is holy, Oh how I hate thee. Your god, done nothing, For someone like me - Tutto ciò che è sacro, oh come ti odio. Il tuo dio, non è niente, Per qualcuno come me." È abbastanza diretta come frase che esprime tale messaggio, continuando poi a rigettare come menzogne il credo cristiano, sancendo la propria volontà di legarsi al Diavolo in quanto sinonimo di libertà e ribellione dalle regole ( "Both heaven and hell inside me, I have chosen the devil, because I like to be free - Sia l'inferno che il paradiso dentro di me, ho scelto il diavolo, perché voglio essere libero." ). Il testo quindi prosegue in uan continua dichiarazione di libertà dove "No one be my master, nor chains I abide - Nessuno è mio padrone, non porto catene." In maniera abbastanza lineare e chiara. "Godhate - Odio Divino" inizia in maniera simile al brano precedente usando rumori in crescendo, che subito lasciano posto alla doppia cassa e ai muri di chitarra atonali dal gusto freddo e grandioso; la cavalcata prosegue tempestata poi dai blast cadenzati e dilatati, e dalle grida rauche di Caligula, in un andamento preparatorio. Esso sfocia al trentottesimo secondo nella corsa con screaming lanciato e loop costante di strumentazione, in una familiare cacofonia altisonante dove troviamo anche punte di growl che sottolineano i giri circolari di chitarra a sega elettrica, insieme ai colpi di batteria; al minuto e dodici bordate di groove ci sorprendono con le loro cadenze, alternandosi poi con il movimento più diretto in una struttura sincopata che crea un dinamismo inusuale per il lavoro, giocato più su andamenti costanti e ripetuti. Al minuto e trentatré chitarre solenni fanno poi da sfondo ala ripresa della tirata da tregenda più tradizionale, che prosegue con i suoi notturni toni tempestata come sempre dalla doppia cassa assassina e dalle grida con punte di growl del nostro. Al minuto e cinquantaquattro una pausa con effetto in crescendo permette poi l’esplosione di una violenza sonora ai limiti del Grind, dove la batteria è una valanga costante che sotterra tutto, mentre in sottofondo si organizzano gli assoli stridenti e oscuri; al secondo minuto e diciotto un’ennesima pausa improvvisa, questa volta giocata su colpi cadenzati di chitarra, segna un nuovo cambio, che vede il ritorno del primo solenne andamento in doppia cassa e con le declamazioni di Caligula gridate e sottolineate dai giri di chitarra e dai blast. Riprende poi al terzo minuto e due l’alternanza tra bordate Groove e momenti più diretti, instaurando nuovamente una dinamica sincopata; anche questa volta segue poi una corsa solenne con mura di chitarra e fraseggi malinconici ed oscuri in sottofondo, mentre il cantante si lancia in ritornelli sgolati. Il crescendo d’intensità e costante, e rallenta solo al terzo minuto e trentacinque per un esercizio di chitarre distorte che fa da preambolo  all’ennesima corsa schiaccia ossa con drumming impazzito, blast continui e muri di chitarre. Torna poi il primissimo movimento con grida in ritornello, chitarre in tremolo, e batteria lanciata; esso esplode al quarto minuto e diciotto dopo un’altra pausa con effetto in crescendo in una nuova cacofonia brutale che sovrasta tutto nel suo drumming  massacrante che prosegue in un loop costante accompagnato dalle chitarre notturne in sottofondo, fino al finale improvviso segnato da bordate di chitarra. Il testo attacca la figura di Cristo, descrivendo con insulti ed esaltazione per la sua morte i suoi ultimi giorni e la sua crocefissione; "Guilty or not, you're full of shit. Spreading your lies that too many believes - Colpevole o meno, sei pieno di stronzate. Diffondi le tue menzogne a cui troppi credono." È al condanna perentoria lanciata contro di lui, visto come un corruttore della libertà dell’uomo, portatore del verbo divino, visto come menzogna velenosa. Si prosegue quindi con tutto l’odio ripetuto ad oltranza, arrivando al giorno dell’esecuzione in "The day has now arrived, and it is time for you to die. Still blinded by stupidity, believing you are Christ - Il giorno è ora giunto, ed è tempo che tu muoia. Accecato ancora dalla stupidità, credendo che tu sia Cristo." In cui la fede del condannato viene derisa come stupidità; segue l’umiliazione vista con gusto e la celebrazione della sua imminente morte. "Atrum Regina - Oscura Regina" è l’erede di “Goddes Of Sodomy” dal lavoro precedente, ovvero un brano dalla velocità più controllata e dalle esplicite tematiche “satanico – sessuali” abbastanza goffe e un po’ fuori luogo; esso parte con effetti Ambient di synth, sui quali subito abbiamo un assolo struggente dal gusto più classico ed Heavy, che si protrae fino all’arrivo del ruggito gutturale del cantante. Esso segna l’introduzione della doppia cassa e dei riff taglienti di chitarra, in andamento più veloce e cadenzato; su di esso si organizzano le vocals gridate di Caligula che seguono la linea melodica creata dalle chitarre in tremolo, in un andamento evocativo più controllato rispetto agli altri brani. Al minuto e cinque i toni si fanno ancora più struggenti e melodrammatici grazie al fraseggio di chitarre distorte che passa in evidenza, mentre la batteria si tiene insolitamente calma e controllata, accompagnando l’andamento con colpi dilatati; al minuto e diciannove essi si fanno più cadenzati, e sentiamo anche il basso di Hielm, normalmente praticamente inesistente perché coperto dai muri di chitarra e batteria, che fa da base greve alla “semi – ballad” qui proposta. Caligula usa uno screaming anche qui non convincente come in passato, non raggiungendo nei ritornelli l’intensità che dovrebbe, rovinando un po’ il proposito emozionale del brano, mentre la strumentazione si dimostra competente grazie alle chitarre di Lord Ahriman e Moi, che qui hanno il sopravvento rispetto alla batteria; al minuto e trentacinque però torna la doppia cassa, in una corsa dalla media velocità dove non scompaiono comunque i loop di chitarra solenni e i fraseggi struggenti. Le ritmiche tornano più ragionate al secondo minuto e cinque, lasciando di nuovo come protagonista la chitarra con i suoi andamenti armoniosi ed evocativi, accompagnati come sempre dal basso e dalla batteria dilatata ; tornano i ritornelli sgolati in concomitanza dei quali al strumentazione si fa più incalzante, in un crescendo che ha un nuovo apice a media velocità con doppia cassa e punte gutturali di cantato, che viene sottolineato dai freddi riff di chitarra in tremolo. Riprende quindi ancora una volta la parte più calma, in una struttura abbastanza ripetitiva che non offre molte sorprese, giocata sulle melodie di chitarra ripetute ad oltranza tra loop costanti e momenti più incalzanti dove crescono d’intensità; uno di essi si ha al terzo minuto e quarantotto, dove e chitarre si fanno ancora più struggenti nei loro toni ariosi, sottolineate dai giri di basso. Al quarto minuto e tre torna la doppia cassa, in un’altra accelerazione sulla media velocità che prosegue diretta con il cantato in growl e i loop di chitarre in tremolo, alternandosi con screaming maligni; al quarto minuto e quarantasette si torna su coordinate più ariose ed evocative dominate dalle chitarre dilatate ed oniriche, che proseguono struggenti fino alla punta finale ricca di assoli malinconici, che chiudono poi in solitario il brano con una nota insolitamente introverso. Il testo prende come anticipato la deriva sessuale già affrontata nell’altro brano: si descrive ancora il rapporto con una concubina satanica, in una generale rinuncia ai pudori cristiani; "There on your knees, My beloved concubine - In ginocchio, mia amata concubina." esclama il nostro, anticipando l’ovvio atto sessuale che seguirà tra poco, accompagnando poi il tutto con metafore molto dirette e rozze che non cercano certo raffinatezze romantiche. La libidine del protagonista è costante e cresce d’intensità, come espresso in "Now rise in front of me, Oh how I wish to enter thee, Of lust overwhelmed. Is this a dream, or is this real - Ora innalzati di fronte a me, Oh come voglio penetrarti, Dominato dal desiderio." E quindi non può che seguire un’altra descrizione diretta della penetrazione e dell’orgasmo, terminando un testo senza fronzoli che non brilla certo per profondità tematica o d’intenti poetici. "Angel Flesh Impaled - Carne Angelica Impalata" si apre con un blast e seguente rifting tagliente che prosegue in loop, sottolineato prima d aun altro colpo, poi da un drumming cadenzato quasi tribale; infine al ventunesimo secondo un grido inumano accompagna l’esplosione Grind fatta di colpi velocissimi e pesanti di batteria che instaurano una cacofonica grandinata di macigni dove siamo assaltati da tutte le direzioni. Dobbiamo attendere il trentacinquesimo secondo per incontrare le prime parvenze di melodia, fredda e atonale naturalmente, grazie ai riff di chitarra, sovrastai comunque dai battiti selvaggi di batteria; partono poi le grida selvagge di Caligula sottolineate da blast pesanti ed ossessivi distribuiti sulla struttura serrata del brano, in un torrente sonoro costante di chiara fattura dei nostri. Al minuto e sedici la corsa si fa ancora più lanciata grazie al dominio della doppia cassa accompagnata dai loop a sega elettrica delle chitarre mutuate in giri circolari continui; qui compaiono anche grida in riverbero, ma è al strumentazione a mantenere il passo con la sua furia costante. Il muro sonoro prosegue dunque senza sosta, alternando solo parti più dirette, e momenti con blast cadenzati, ma sempre tenendo alto il volume; al minuto e cinquantotto cimbali cadenzati s’intromettono nel caos sonoro, mentre in sottofondo percepiamo solenni andamenti di chitarra orchestrali. Caligula parte poi con un growl più moderato, mentre si delineano le melodie atonali della chitarra; improvvisamente al secondo minuto e trentanove abbiamo una pausa con arpeggi in tremolo dal gusto Thrash, a cui segue una nuova esplosione vorticante e martellante, dove la batteria si tramuta in una grandinata pesante e veloce, mentre le chitarre proseguono come seghe elettriche impazzite, completate dalle folli grida di Caligula in un demente crescendo cacofonico dai toni sempre più duri. Al terzo minuto e cinquantatré riprende poi il movimento più controllato con una sorta di growl strisciante, che prosegue accompagnato dalla doppia cassa e dalle chitarre fredde ed evocative; al quarto minuto e quattordici la ritmica si fa più cadenzata con colpi di tamburo e cimbali, sui quali prosegue imperterrito il loop dello strumento a corda. Al quarto minuto e ventotto ritorna lo screaming pieno qui di effetto, mentre la strumentazione prosegue dritta con i suoi andamenti ossessivi e glaciali; essi si fanno di nuovo più cadenzati verso al quarto minuto e cinquantasei, riproponendo uno dei movimenti precedenti con colpi secchi e cimbali in bella vista, stagliati sul rifting tagliente delle chitarre. Esso prosegue facendosi ancora più struggente nelle melodie atonali al quinto minuto e dieci, aumentando d’intensità emozionale mentre si dirige verso la sfumatura del brano, che lo conclude in dissolvenza in maniera abbastanza classica per i Dark Funeral. Come facilmente prevedibile, il testo esplora uno dei classici scenari del gruppo, ovvero uno scontro tra demoni e angeli, che si conclude con lo sterminio cruento di quest’ultimi, in un’esaltazione della forza satanica contrapposta alla debolezza del Bene; “The trumpets of God they are blown, And the angels are pulling their swords - Le fanfare di Dio vengono suonate, E gli angeli sfilano le loro spade. " segna l’inizio della battaglia, dove le forze celesti che assediano il forte demoniaco sono sicure di avere la meglio. Ma presto la situazione si ribalta con l’arrivo dei reggimenti infernali evocati dal protagonista, facendo in modo che gli angeli corrano verso la propria fine, come espresso in "Running towards their own doom, Now in the eternal fire they forever are consumed - Correndo verso la loro stessa disfatta. Ora nel fuoco eterno sono per sempre consumati.", e continuando a descrivere il loro tormento e sofferenza con delizia; naturalmente la conclusione non può essere che la vittoria di Satana e l’arrivo dell’oscurità, instaurando un regno che al momento del racconto ha già mille anni, e che anticipa la prossima venuta del Diavolo stesso. "Feed On The Mortals - Nutriti Dei Mortali" è introdotto da un feedback a cui fa seguito un fraseggio melodico di chitarra, il quale prosegue mentre in sottofondo continuano gli arpeggi di basso; naturalmente l’esplosione è dietro l’angolo, e infatti al ventiquattresimo secondo parte la doppia cassa serrata che sovrasta tutto, anche i freddi riff in tremolo che si sviluppano in sottofondo in taglienti giri circolari in loop solenne ed oscuro. Al minuto e dieci si aggiunge la voce in screaming delineando la cavalcata selvaggia che prosegue imperterrita nel suo muro di chitarre e drumming continuo, sottolineando gli andamenti gridati del ritornello con i riff frostbitten; al minuto e quaranta il ritmo si fa ancora più serrato nella doppia cassa sparata  piena potenza, martellante ed ossessiva nei suoi colpi ripetuti, accompagnata come sempre dai loop di chitarra  sega elettrica e dalle grida in riverbero. Abbiamo anche l’intervento di blast cadenzati, mentre il motivo atonale si fa sempre più struggente sia nei toni di chitarra, sia nelle grida  rauche di Caligula. Il marasma sonoro è costante e senza tregua, e prosegue variando solo nell’intensità del drumming, che si fa in certe parti ancora più fitta accelerando i ritmi del pezzo verso vorticanti andamenti sui quali si organizzano i ritornelli feroci; al terzo minuto e ventisei entra in gioco un assolo stridente, sovrastato dal muro di suono, il quale comunque inserisce un minimo di variazione in quello che è, per contrasto uno dei pezzi più lunghi, ma anche più lineari, di tutto l’album, giocato sulla ripetizione ad oltranza dell’assalto sonoro. Esso evolve in scale tecniche, lasciando poi posto nuovamente al terzo minuto e quaranta all’attacco più diretto e martellante, che prosegue imperterrito nella sua cieca violenza alternando zone lineare a impennate a piena potenza supportate dai riff freddi e malinconici; si ottiene un crescendo che al quarto minuto e quarantatré lascia spazio al fraseggio delicato di chitarra, che si protrae accompagnato poi da batteria cadenzata e tribale, in un finale decisamente più serpeggiante dove la voce di Caligula recita il testo in un growl basso, prima dell’improvvisa conclusione. Il testo ripropone un altro tema classico del Black Metal e dei nostri: il vampiro non morto. Questa volta però c’è una variazione; il protagonista è stanco della sua eterna non – esistenza dove non può vedere il Sole, e agogna la morte desiderando la propria morte, in una tragica e melodrammatica variante che si differenzia dalla solita esaltazione dell’esistenza satanica di tali creature. "Eternal bloodlust, a soul condemned by god, Cursed to live forever entire and intact - Eterno desiderio di sangue, un'anima condannata da dio, Maledetta a vivere per sempre intera ed intatta." Descrive la condizione del mostro, che si vede come portatore di una maledizione, piuttosto che di un privilegio; egli implora di avere il riposo eterno, ma prosegue con la sua parodia notturna della vita, solo e seguito dalla morte in ogni luogo, ma senza poterla avere egli stesso ( “Enter my kingdom, a dreamland of hate, Here is so cold. Always surrounded by death never see, the rise of dawn - Viene nel mio regno, una terra onirica di odio, Qui è così freddo. Sempre circondato dalla morte, non vedo ami l'alba sorgere." ) tagliato fuori dall’esistenza umana, se non come predatore sanguinario. La supplica è continua, come in "How I want peace, Grant me the eternal sleep - Quanto voglio la pace, Dammi il sonno eterno.", ma il suo desiderio rimarrà inesaudito, proseguendo in eterno nel suo supplizio. "Final Ritual - Rituale Finale" chiude definitivamente l’album, partendo con un fraseggio di chitarra arioso che sale sempre di più nel mixaggio; al minuto e diciassette esso si converte in un rifting tagliente supportato dalla doppia cassa, il quale si dilunga con i suoi giri circolari a motosega in una cavalcata marziale. Al trentesimo secondo le chitarre si fanno ancora più dissonanti, mentre la ritmica sale d’intensità, con un maggiore spazio rispetto a molti pezzi precedenti per la melodia atonale; al quarantacinquesimo secondo abbiamo l’introduzione del growl effettato di Caligula, il quale rimane sommerso dalle chitarre in tremolo e dal drumming serrato, appena percepibile sotto il marasma ottenuto. Poi in concomitanza con il loop in buzzsaw le vocals prendono potenza in uno screaming più presente nel mixaggio, proseguendo con l’andamento veloce e incalzante dove la batteria non cambia direzione, e viene arricchita da blast continui; al minuto e trentuno le chitarre si fanno ancora più glaciali e struggenti, delineando la linea melodica portante, piena di suggestioni atonali, in uno dei brani meglio orchestrati di tutto il disco. Al minuto e quarantasei sale di nuovo l’intensità in concomitanza con le urla sgolate del cantante, sempre un po’ poco convincenti rispetto al passato, e al drumming assassino convertito in una grandinata continua; essa prosegue dilaniata dai giri di chitarra freddi e dai blast cadenzati. Al secondo minuto e sedici abbiamo un movimento più incalzante giocato sui colpi continui di batteria, e sui loop di chitarra ossessivi e carichi di fredda melodia atonale; al secondo minuto e quarantacinque si torna sulle coordinate precedenti, aumentando i BPM in una pioggia di massi costante dal tipico stile dei nostri; si delinea quindi un maremoto costante che investe l’ascoltatore nei suoi vortici ripetuti, in una violenza brutale che non lascia scampo. Abbiamo poi un ritorno sui ritmi più cadenzati con fredde linee di chitarra a sega elettrica, come sempre tempestate dai beat impazziti di batteria in una tormenta gelida sonora; parte quindi l’alternanza dinamica tra i diversi momenti portanti del pezzo, giocati sulle accelerazioni di drumming in doppia cassa, e sui riff taglienti delle chitarre che creano l’apparato melodico atonale, in uno stile che richiama il meglio della passata produzione dei Dark Funeral. Al quarto minuto quindi un urlo gutturale segna una nuova impennata a tutta potenza, che assalta i sensi e non molla la sua presa; si prosegue con l’aggiunta dei blast marziali, in un crescendo di elementi che continua la cavalcata senza sosta alcuna. Bisogna attendere i quattro minuti e trenta per una nuova variazione, con un rallentamento accompagnato da un effetto orchestrale in sottofondo, il quale poi permane mentre prosegue l’epica corsa, sulla quale si organizza lo screaming declamante di Caligula in un epico montare; al quinto minuto la batteria si fa più cadenzata e marziale con colpi secchi ritmati sui quali si stagliano stridenti ed ariose chitarre dal gusto grandioso e solenne, in un ottimo crescendo che costituisce forse il punto più alto di tutto l’album. Esso lascia spazio improvvisamente al quinto minuto e trentadue  ad una distorsione di chitarra, la quale chiude definitamente il lavoro. Il testo riprende un tema già comparso nei primissimi lavori della band, in particolare nel pezzo "In The Sign Of The Horns”: il suicidio come sacrificio di se stessi a Satana, in modo da diventare un suo demone nell’aldilà infernale. Il racconto parte mentre il processo è già in atto, e il nostro perde sempre più coscienza e le forze, avvicinandosi alla morte: "The center can not hold, things fall apart. It takes all the strength I have just to open my eyes - Il centro non dura, tutto si sfalda. Ci vuole tutta la forza che ho per aprire gli occhi."  Esprime la sua debolezza, mentre poi racconta le sue ragioni e la sua devozione al Male, che lo porta a questo gesto estremo. Egli è aiutato dai suoi fratelli satanici, che portano a compimento il rito durante la Luna piena usando un pugnale, in maniera dolorosa come anticipato già dal nostro, desideroso di provare la sofferenza in nome del Maligno, in un tipico masochismo satanico dove l’amore per il dolore va rivolto anche a se stessi per provare la propria estrema malvagità e devozione al Diavolo. "The Ritual begins when the moon is at crest, And I call for the ancients to guide me through the gates - Il rituale inizia quando al Luna è alta, E chiamo gli antichi affinché mi guidino oltre i cancelli." Spiega quindi come vengono evocati gli spiriti demoniaci, detti “antichi” qui, durante il rituale, in modo d aguidare la sua anima verso i cancelli infernali.



Tirando le somme, l'episodio più debole di tutta la discografia, il quale pur non terribile, sembra dare ragione ai detrattori del gruppo (il che forse è peggio): è molto, a volte troppo, lineare e monotematico, offrendo si linee melodiche, ma meno sviluppate e spesso coperte dall’assalto costante di batteria e chitarre, senza avere il giusto spazio nel mixaggio (complice in questo probabilmente anche il nuovo produttore, più abituato ad altri campi e non alle atmosfere del Black). La parte strumentale rimane competente, ma salvo alcune parti più Groove, che un po’ stonano e snaturano il suono dei nostri con un’eccessiva ricerca di ciò che è più vicino al pubblico dei loro concerti, legato al mondo Death/Post – Thrash piuttosto che al Black, il songwriting non riserva grosse sorprese, riproponendo in modo più asciutto  e lineare lo stile  violento dei nostri. Si capisce come più che mai nei Dark Funeral sono i particolari inseriti nell’attacco costante a fare la differenza, permettendo di continuare con il primo, ma senza essere troppo monotoni; qui purtroppo la cosa avviene proprio in mancanza dei livelli di epicità toccati nel lavoro precedente, ricco di melodie atonali ben sviluppate. Inoltre la prova vocale di Caligula è inferiore, lanciata in uno screaming anonimo e ben poco potente, con un uso minore del growl rispetto al passato, forse a causa del principio dei problemi di salute che poi usciranno più avanti mentre la band è in tour. Fatto sta che i fan del gruppo possono anche accontentarsi perché gli elementi tipici sono presenti, anche  e come detto indeboliti e molto più elementari, ma oggettivamente la resa non è al livello di quanto finora fatto, mostrando una certa indecisione su come portare avanti il proprio suono, da una parte riproponendo il vecchio, dall’altro cercando d’inserire senza successo elementi nuovi. Dovranno quindi passare altri anni, aggiustamenti di formazione, concerti, prima che i nostri possano portare a migliore fruizione quanto tentato qui: “Angelus Exuro Pro Eternus” aggiusterà il tiro offrendo un’opera moderna, ma più incisiva nelle melodie (anche grazie al supporto ritmico del nuovo batterista Dominator più vario), e con un Caligula più in forma, per un suono più vario e godibile che riporterà sulla giusta via la band.


1) King Antichrist
2) 666 Voices Inside
3)Attera Totus Sanctus
4) Godhate
5) Atrum Regina
6) Angel Flesh Impaled
7) Feed On The Mortals
8) Final Ritual

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