DARK FOREST

Land Of The Evening Star

2012 - Bleak Art Productions

A CURA DI
FABIO MALAVOLTI
18/08/2012
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Al giorno d'oggi troppo spesso nel mondo del metal ci troviamo di fronte a band dalle indiscusse capacità tecniche ma che difettano di carattere e personalità, finendo per fallire miseramente nel tentativo di emulare i propri modelli ispiratori e senza mostrare un minimo di idee in grado di dare alle proprie composizioni quel qualcosa in più che definisca univocamente il sound. Sempre meno band riescono a risultare delle eccezioni a questa “regola”, ma con mio enorme piacere sto scoprendo come il Canada rappresenti ormai un'autentica miniera di gruppi dotati di personalità, che traendo spunto dai mostri sacri del passato recente riescano, grazie all'aggiunta di un pizzico di carattere, a dare vita ad opere di tutto rispetto che attirino la mia attenzione. L'ultima di questi è stata la formazione dei Dark Forest, provenienti da Calgary, progetto nato dalla mente di David Parks, il quale disco dopo disco sta dando prova di saper unire influenze provenienti da correnti diverse riuscendo a farle confluire in una proposta musicale dove la malignità e la freddezza del black metal si incrocia con l'epicità e l'evocatività del folk e del viking metal, in una sorta di fusione fra Darkthrone, Satyricon, Enslaved e Borknagar. Già l'accostamento di questi nomi farebbe correre brividi lungo la schiena a qualsiasi appassionato della musica più glaciale ed oscura, figuriamoci l'ascolto di “Land Of The Evening Star”, l'ultima fatica discografica rilasciata nel Marzo di quest'anno. Grosse differenze rispetto ad “Aurora Borealis” non ci sono, se non l'accento viking più marcato rispetto a quello di quest'ultimo, più voltato al pagan metal, e quindi ad un'atmosfera più epica ed avvincente. Anche dal punto di vista delle liriche il livello di maturità raggiunto dal buon David è assolutamente ineccepibile, dato che non si sofferma su satanismo, occultismo e sensazioni deprimenti/malinconiche, argomenti trattati da gran parte delle band black metal sin dagli albori, soffermandosi invece su tematiche più interessanti e meno usuali come la natura e i sentimenti che l'artista sente legati ad essa. Ed è proprio questo uno dei punti di forza delle one man band, il fatto di avere una libertà che nelle altre formazioni non c'è, la possibilità di dare sfogo alla propria fantasia e la propria creatività al 100% senza venire condizionati dalla mente degli altri. Il bellissimo intro “Rediscovery Of The New World” ci trascina di peso nel mezzo di una scura e glaciale foresta abitata da sconosciute e misteriose entità, originando un mood epico e marziale sin dagli istanti iniziali. I synth simulano una cupa tempesta mentre le percussioni creano una trama avvincente e dal sapore battagliero, circondandosi di un etereo ed onirico tappeto sonoro ricolmo di un'atmosfera affascinante e magica che instaura una marcata alchimia con l'apparato uditivo dell'ascoltatore. La magia ci traghetta verso la parte conclusiva dell'intro, dove la batteria scandisce gli ultimi istanti di vita di questa prima track, i quali coincidono con l'intro in stile folk/viking di “Like Towers They Reach To The Sky”. Il riff di apertura si presenta subito spigliato e dall'incedere marziale, che dopo essere partita in sordina si acutizza ritmicamente sfociando in una cavalcata a metà fra il black ed il viking metal, mentre eterei chorus sullo sfondo dipingono un contesto magico di grande impatto. Il primo scream soffocato di Parks coincide con l'apertura dei synth, che stendono qui un affascinante velo arcano che trasuda di un'oscura sinfonia, il cui tono verrà ripreso di lì a poco, dopo un fugace stacco, dalla chitarra, che inizia qui a dispergere le sonorità epiche del riff portante del brano. Parks dà i primi significativi segnali di come siamo a cospetto di un artista a 360 gradi, sia per la convincente prova dietro al microfono, grazie al suo incisivo screaming a dir poco soffocato, sia nelle vesti di strumentista, date in primis le ottime trame di chitarra che imbastisce e concatena con ottimi risultati in quanto a qualità intrinseca dei riff ed in quanto all'epicità che riesce a trasmettere, senza dimenticare il drumming, estremamente preciso e variegato, e mai stucchevole. In particolar modo mentre ci avviamo verso l'ultimo minuto, un marcato rallentamento ritmico ci permette di percepire quanto la melodia sia importante nella musica dei Dark Forest, e di come essa vada costantemente a braccetto con la violenza del black metal e di come non finisca mai in secondo piano per troppo tempo. “Vesperia” mostra quanto la produzione di Aurora Borealis sia rimasta ben impressa nella mente dell'eclettico polistrumentista regalandoci una piacevolissima cavalcata che va ad incrociare lidi melodic black metal, e che va a sfiorare i sette minuti di durata mantenendo sempre elevatissimo il livello di coinvolgimento nei confronti dell'ascoltatore, profondamente estasiato (almeno per quel che mi riguarda) dalle tonalità epiche e l'aspetto battagliero di questo brano, che si potrebbe quasi inquadrare come una suite di come si presenterebbe l'album precedente nel contesto del 2012. A far da padrone un ritornello talmente ispirato da rimanere impresso nella mente come fosse marchiato a fuoco, o scolpito nella roccia, e dove incontriamo clean vocals di grande effetto che rivelano anche una discreta elasticità del Parks nei panni di vocalist, una qualità poco comune nel mondo del metal attuale. Il finale consiste in un crescendo di pathos ed atmosfera che culmina istantaneamente in un picco e che poi muta verso un rapido scollinamento, introducendoci nell'intro brutale di “A Few Acres Of Snow”, il quale vede protagonista chitarra e batteria di un duello senza esclusione di colpi. A fare da “arbitro”, o meglio da intermediario troviamo i synth che come solito dipingono tele ricolme di un'atmosfera epica a tratti realmente estasiante. Tornando al duello strumentale, il riff portante appesantisce l'andamento del disco rendendolo più vigoroso ed imponente. A questo punto Parks interviene con le sue tesissime corde vocali squarciando il mood appena creatosi come un fulmine a ciel sereno, sviando il pezzo verso terreni viking, salvo poi tornare alle sonorità precedenti con la chitarra in grande spolvero, la quale disperde nell'aria melodiche ed agghiaccianti pennellate. Ed ecco che lo scream di Parks torna a fare capolino, questa volta più possente ed incisivo, e riuscendo a mutare la rotta del brano verso tesissime ed aggressive lande black metal. Poco oltre la metà ecco che la ritmica muta leggermente acquisendo una melodia molto marcata, la quale sparisce momentaneamente dietro le quinte permettendo ad una rullata di suonare la carica in vista dei minuti conclusivi, che sopraggiungono all'insegna dell'evocatività e portando una ventata di poesia all'interno del brano, che dopo un minuto nel quale sezione ritmica e synth si scambiano più volte lo scettro di componente dominante, cessa in una pioggia battente. Pioggia battente che ci traghetta, dopo quasi nove minuti, nella tensione e drammaticità di “Hearth”, una sorta di gioco di parole fra cuore e terra, elemento inscindibili sin dalle origini del genere alla base dei testi viking metal. Ad introdurre il brano tocca alla chitarra, seguita a ruota da basso e batteria e dalla voce di David Parks, qui autore di una performance con la p maiuscola sotto questo aspetto. Hearth è a mio modo di vedere uno dei pezzi più azzeccati in assoluto all'interno del platter, per come al suo interno siano amalgamate con cura maniacale energia, epicità e persino qualche sfumatura di malinconia, riscontrabile soprattutto nella parte iniziale. Verso la metà del brano a dominare è la tensione, quella tensione avvertibile solamente nel mezzo di una battaglia. E' proprio una sorta di guerra quella che si origina a livello di sensazioni nella seconda parte della track, naturalmente contrastanti: se da una parte la violenza e la ferocia della sezione ritmica provoca un forte sentimento di forza, onore e coraggio nel cuore dell'ascoltatore, dall'altra si ergono una melodia ed un'atmosfera che provoca un'autentica pace dei sensi. Il brano si chiude con la prevalsa dei primi, i quali ci portano all'ingresso dell meraviglioso semistrumentale “Northmen Of The New World”. Un intro vagamente simile a quello che apre Land of the Evening Star ci presenta l'animo profondamente battagliero del brano, con la batteria che detta i tempi ed eterei chorus maschili che rendono il tutto più solenne. Dopo circa un minuto e mezzo la chitarra fa il suo ingresso in scena, ovviamente in bello stile ed imbastendo una trama lenta e trascinante, nonché grintosa e spigliata. E' qui che David fa la sua comparsa anche dal punto di vista canoro, e non appena esegue la prima strofa si placa anche la chitarra, per qualche secondo. Si prosegue con un nuovo ingresso delle due componenti, le quali tornano ad affievolirsi in vista di un intermezzo che definire epico è un eufemismo, nel quale un elaborato pattern infarcito da una scarica di blast beat si erge al centro dell'attenzione ponendo un accento non indifferente sul ritmo, che tornerà di lì a poco a rallentare, in corrispondenza del ritorno della chitarra, graffiante ed aggressiva sino alla conclusione del brano, scandita dalla batteria e da un poetico chorus di voci femminili. Giungiamo così all'intermezzo strumentale “Árborg”, che si estende per circa due minuti e mezzo riversando sfumature epiche, leggendarie, all'interno del disco, permettendoci di tirare un po' il fiato. L'apertura avviene con il delicato scorrere di un corso d'acqua, accompagnato da synth vagamente lugubri, arcani e freddi. A spezzare questo gelo di suoni intervengono le percussioni e le tastiere, che lacerano l'atmosfera come il raggio di sole fra nuvole cupe e minacciose. Questo prima di cessare lasciando spazio agli ormai consueti chorus maschili ed i funerei rintocchi di una campana. Sono proprio queste due componenti che ci traghettano verso il meraviglioso capitolo conclusivo dell'album, i sette minuti di “Bjarne Herjúlfsson ca. 985CE”, il quale presenta sin dalle prime battute tratti somatici epic black metal, con David in grande spolvero sia dietro le pelli, dove si esalta con una performance precisa ed intensa, sia quando va ad imbracciare la chitarra, con la quale origina una linea fluente, dinamica e coinvolgente, che ci tiene compagnia per diversi minuti nei quali ci sembrerà letteralmente di navigare l'Oceano Atlantico in compagnia del commerciante islandese a cui è dedicato il brano, fra una tempesta insistente ed un mare talmente mosso che pare volerci assalire. Un rauco scream dell'artista pone freno al brano che sfocia qui in un intermezzo melodico, infarcito da un pattern di batteria lento ma ottimamente eseguito. Il brano riprende così il via mutando verso una sorta di cavalcata a metà fra il black ed il viking metal. Un assolo lancinante di chitarra fa il suo ingresso in scena poco dopo la metà della traccia, dipingendo tratti melodici-malinconici di grande spessore e permettendo di caricare l'atmosfera di un pathos avvincente e coinvolgente. Mentre gli strumenti vanno spegnendosi, vengono sommersi dal mare, questa volta placido e calmo, sul quale si eleva un atmosferico outro in stile ambient, mentre il dolce suono delle onde continua a pervaderci l'udito. Era da parecchio tempo che, almeno personalmente, non ascoltavo un disco di tale fattura: oggigiorno non è quantificabile il numero di band che mescolano elementi black e viking metal, mentre quelle che ci riescono con ottimi risultati si contano sulle dita delle mie mani. E fra queste i Dark Forest occupano senza dubbio una posizione di rilievo. Perchè se da una parte è vero che forse il black metal ha raggiunto la saturazione in quanto a sperimentazioni e sfumature, dall'altra è sempre piacevole scoprire realtà come questa in grado di sorprendere per l'attenzione e la cura maniacale dei più piccoli particolari. La produzione è di una qualità indiscutibile, magari ancora migliorabile con qualche limatura, ma il risultato finale è ampiamente appagante, e lancia i Dark Forest di David Parks nella corsa al disco viking migliore del 2012, oltre che confermare il Canada come un'autentica miniera di tesori tutta da scoprire. Chapeau!


1) Rediscovery Of The New World
2) Like Towers They Reach To The Sky
3) Vesperia 
4) A Few Acres Of Snow
5) Hearth
6) Northmen Of The New World
7) Árborg
8) Bjarne Herjúlfsson ca. 985CE