DARK ANGEL

We Have Arrived

1985 - Metalstorm Productions

A CURA DI
CORRADO PENASSO
22/12/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Le storie di tante band metal degli anni 80 hanno inizio in un liceo. Gruppi di ragazzini brufolosi con la voglia di imitare i grandi si ritrovano ad unire le proprie forze per suonare, bere, divertirsi e passare qualche pomeriggio insieme, senza magari neanche immaginare di arrivare alle vette più alte in un genere allora in massima espansione. Smanicati di jeans, toppe, borchie, capelli lunghi ed un’attitudine ribelle sono elementi che contribuiscono all’immagine del metallaro, spesso deriso e sbeffeggiato dai figli di papà che vestono firmato; situazione facilmente riscontrabile se ci si ritrova negli Stati Uniti in quel periodo. Le influenze stilistiche e musicali arrivano dall’ormai forte scena inglese e dal neonato speed metal degli Anthrax e degli Exciter, senza contare gli esordi di bands come Slayer e Metallica, vere e proprie bombe di innovazione che spingono il sottosuolo metal a far proliferare una miriade di piccole realtà. Solo poche riescono a passare alla storia, tuttavia. Una tra le tante si chiama Dark Angel. E’ il 1981 quando il primo nucleo della band si viene a formare. Il tutto avviene nel liceo Downey High School di Los Angeles, famoso per aver favorito l’incontro tra James Hetfield e Ron McGovney, futuri membri dei Metallica. I primi ragazzi a far parte dei Dark Angel sono il cantante Don Doerty, il chitarrista Jim Durkin, il bassista Rob Yahn ed il batterista Mike Andrade. Con la formazione completa, la band compone il primo demo nel 1983 (“Gonna Burn”), seguito poi da altri due, ovvero “Hell On Its Knees” ed un live, “Live Demo 1984”. Nel 1984, si aggiunge il secondo chitarrista Eric Meyer, mentre Andrade viene sostituito da Bob Gourley, batterista che aveva militato qualche settimana negli Slayer a sostituire Lombardo. Tuttavia, i cambi di batteristi continuano a succedersi fino ad arrivare a Jack Schwartz. Le prestazioni dal vivo da parte della band convinsero la “Metalstorm Productions” a metterli sotto contratto per la pubblicazione del loro album di debutto, ovvero We Have Arrived, prodotto da Vadim Rubin e Mike Siegal (di seguito ri-stampato in una tiratura di sole duemila copie dall’etichetta francese “Axe Killer” nel 1986, ed un’altra volta ancora nel 2007. Curioso il fatto che, circa quest’ultima ristampa, l’etichetta avesse specificato specificato che si trattasse di un’edizione remastered, tramite un adesivo attaccato sulla confezione, anche se nel booklet non troviamo indicazioni circa questa notizia). L’album, uscito sul mercato nel 1985, risente molto dell’apprendistato a base di speed metal ma le capacità e la violenza strumentale della band sono già palesi all’orecchio. Nello stesso anno in cui band come Exodus, Overkill e Megadeth (senza contare la scena europea)  rilasciano i loro debutti, i Dark Angel passano in secondo piano e mi stupisco sempre di questo fatto. “We Have Arrived” è un lavoro solido da parte di una band che già al tempo lasciava presagire un suono molto pesante e in qualche modo diverso dai suoi compagni di avventura. E’ una sensazione che trovo difficile da spiegare ma come successe per gli Slayer con “Show No Mercy”, anche i Dark Angel con “We Have Arrived” si fregiarono di alcuni momenti nettamente più irruenti rispetto alle band più famose del periodo. Le influenze heavy e speed forse erano maggiormente presenti con loro ma il modo di suonare gli strumenti da parte di questi giovani raggiungeva una cattiveria notevole, forse non ancora paragonabile agli Slayer di allora ma comunque degna di nota. Ora bando alle ciance e seguitemi, entriamo nel modo dei Dark Angel attraverso questo valido lavoro di debutto e cerchiamo di fare un resoconto esaustivo.



Se si legge il titolo della prima traccia del disco, capiamo di essere immediatamente al cospetto della title-track. We Have Arrived vuole essere un monito, un avvertimento per tutti gli amanti del thrash: i Dark Angel ci sono e sono pronti a distruggere tutto. Pochi secondi di rullate sulla batteria introducono la tessitura chitarristica che si fa immediatamente molto cupa nel suo incedere supportato dalla doppia cassa. I riffs, come potete sentire, sono catalogabili come un ibrido di primordiale speed metal ed una versione molto cupa ed aggressiva di esso. Il basso è bello pulsante nel mixing e la registrazione risulta essere nitida al punto giusto affinché ogni strumento abbia la sua parte. Passato il primo minuto a base di tale introduzione, assistiamo ad uno stop immediato che lascia entrare i primi tempi veloci con un riffing decisamente più diretto anche se i tempi di Darkness Descends sono ancora ben lontani, siccome manca anche un certo Gene Hoglan alle pelli. Il palm muting delle chitarre non conosce sosta mentre la voce del giovanissimo Doty lascia intravedere una reverenza pesantissima alla vecchia scuola heavy attraverso picchi acuti della sua ugola ed una distorsione vocale degna di nota anche se non ancora completamente votata al thrash più diretto. Pesanti influenze Slayeriane si fanno sentire in questa struttura molto diretta che alterna prolungati uptempo e mid-tempo rocciosi con buone cavalcate chitarristiche, seppur di breve durata. La proposta della band suona come un ponte perfetto tra la ricercatezza dell’heavy metal più classico e la voglia di sembrare più cattivi e pesanti. Un ibrido di heavy, speed e thrash che ha nel suo ritornello il punto di forza siccome risulta essere dalla facile presa in una struttura molto semplice e diretta, che fa colpo sin dal primo ascolto. Anche le liriche, dal canto loro, suonano molto “anni 80” in stile perché trattano dell’arrivo della band, pronta a distruggere tutto sul palco con la sua violenza sonora. Il palco fumante li attende ed il verbo del metal vive con loro, soddisfacendo ogni desiderio del metallaro più assetato di sangue. Le borchie di entrano nella carne mentre senti il dolore, tra fiamme e fumo questi demoni riversano sul pubblico tutta la violenza che risiede in loro. La loro proposta è più veloce e tagliente che mai e appena finito uno show ecco che li troviamo pronti ad assalire un’altra città con il loro thrash metal diretto. Insomma, un testo che mi strappa un sorriso per la vena adolescenziale molto irruente ma tutto sommato, ben incastonato nel disco, a servire da introduzione. Proseguiamo ben disposti attraverso i solchi di questo lavoro quando ci troviamo al cospetto di una tra le composizioni di maggior successo da parte della band: Merciless Death. Il celebre, lugubre giro di basso posto ad introduzione di traccia presto lascia spazio al riffing serrato delle chitarre sino ad arrivare all’esplosione di uptempo in un crescendo mostruoso a livello di intensità. La batteria martella senza sosta in una proposta diretta, figlia del thrash più essenziale. Non vi sono fronzoli, voglia di mediazione o melodie che rimandano alla scuola classica del genere perché in questa occasione, in modo particolare, la band decide di prendere tutto quello che vi era di estremo all’epoca e rielaborarlo al fine di scrivere questa traccia terremotante. La voce di Doty si fa ancora più graffiante rispetto alla title-track, mordendo al punto giusto e facendo presagire tutte le doti nascoste di questo ferale singer. Lo stile, inevitabilmente, rimanda ai primi Slayer anche se possiamo notare un marchio personale notevole, specialmente nel riffing impazzito delle chitarre. Il ritornello è passato alla storia del genere e si nota immediatamente attraverso picchi vocali molto alti, intramezzati da improvvisi break a spezzare il lavoro di doppia cassa da parte del batterista. La fase solista da parte delle chitarre al secondo minuto e mezzo suona anch’essa molto impulsiva durante gli uptempo mentre un cambio di struttura inaspettato riporta alcuni elementi maggiormente accessibili, anche se per pochi secondi solamente. Il finale riprende il ritornello per gli ultimi secondi votati totalmente alla mera velocità in una traccia di culto nel thrash metal. Un gioiellino da non dimenticare mai. La traccia in questione sarebbe poi stata ri-registrata in occasione del secondo album, Darkness Descends, in una versione decisamente più veloce e brutale. Il testo a cura della coppia Doty/Durkin, riprende nuovamente lo stile delle title-track, siccome intento a descrivere la distruzione apportata dalla band in sede live. Le persone che assistono alla loro prestazione vengono invase da una dosa mostruosa di violenza e non si reggono in piedi a causa di questo suono così assordante. Tutti devono cadere in ginocchio stremati di fronte ai Dark Angel e non c’è pietà per nessuno. L’obbedienza è solamente per la band mentre essa e pronta a dare il colpo finale, attraverso una morte senza pietà. L’Angelo è arrivato e porta morte e distruzione. Non vi è pietà per nessuno e le anime dei caduti adesso sono sue. Tutto ciò che rimane è un posto devastato, in fiamme ed una serie di morti per terra, come a voler ribadire la potenza del gruppo in sede live. Cosa, per altro, verissima. Giungiamo, in questo modo, alla terza traccia del disco, dal nome Falling From The Sky. Il suono inquietante della sirena che si aziona appena prima di un bombardamento funge da introduzione a pesanti inflessioni speed metal. Alcuni stop and go degli strumenti presto lasciano entrare tempi molto tirati, con la batteria che si assesta su prolungate sezioni di doppio pedale a sopportare un riffing tendente al metal più classico, il tutto arricchito da melodie facili da ricordare grazie ad un ritornello dal tocco accessibile. La voce di Doty si fa leggermente più malleabile e votata all’heavy anche se non mancano improvvise bordate, come l’entrata degli uptempo al minuto e mezzo. Di colpo l’atmosfera cambia, anche se il riffing in qualche modo rimanda sempre alla scuola classica del genere grazie a fraseggi vari, suonati alla velocità delle luce. Ottima anche la sezione solista delle chitarre, bene amalgamata nel suono e dalla notevole velocità d’esecuzione. La prosecuzione vede il ritorno dei pattern speed metal con il basso ben in evidenza ed il ritorno delle veloci sezioni di doppio pedale. Ci troviamo al cospetto di non più di quattro o cinque strutture diverse in una traccia che fa dell’impulsività la sua arma vincente anche se non dobbiamo dimenticare il valoroso apporto di melodie che costantemente guardano alla scuola classica del metal. Veramente notevole la prova di Schwartz alle pelli, dall’ottima intensità e precisione. Come immaginavo, i testi trattano di guerra e devastazione. Le luci abbaglianti delle esplosioni distruggono i palazzi e lasciano corpi sulla strada. Costantemente con il naso rivolto verso il cielo, le povere persone vedono le bombe cadere e sanno che per loro non vi è speranza alcuna. Alcune tematiche sataniche vengono inevitabilmente tirate in ballo, soprattutto quando hai gli Slayer o i Venom come termine di paragone principale. Durkin si immagina che la devastazione sia portata dalle armate di Satana, le quali vogliono impossessarsi di tutte le anime. I corpi bruciano ed il piacere che il signore del male prova non è descrivibile mentre la dannazione si fa sempre più vicina per le anime. Insomma, questo testo può essere visto sia dal punto di vista meramente Satanico (specialmente durante la seconda metà), che dal punto di vista strettamente bellico anche se non vi sono riferimenti storici che possano far pensare ad un fatto preciso. Compiamo il giro di boa del disco con la grintosa Welcome To The Slaughterhouse, chiaro riferimento a Leatherface, maniaco omicida armato di motosega che ha fatto la fortuna della serie “Non Aprite Quella Porta”. Il rumore del suo oggetto di morte ci viene piazzato come introduzione, seguito da alcune risate da psicopatico. Il riffing che segue rimanda alla concezione del thrash più diretto e brutale, prontamente seguito da alcune rullate di batteria e da improvvisi uptempo. Le chitarre continuano a riversare riffs serrati e tirati all’inverosimile come a voler riprodurre musicalmente il rumore della motosega. Il ritornello che troviamo quasi al secondo minuto mostra una veemenza persino maggiore grazie alla doppia cassa in sottofondo. La voce di Doty si incupisce e si fa decisamente più roca, maligna e brutale in una concezione thrash metal che si distacca nettamente dall’heavy o dallo speed al fine di risultare spoglia da qualsiasi orpello. Non vi sono melodie orecchiabili o tempi medi perché in questi solchi risiede tutta la grinta di questi giovani musicisti, già capaci di dare del filo da torcere ai grandi del periodo. In oltre cinque minuti di durata i Dark Angel non prendono prigionieri e questa traccia potrebbe essere tranquillamente annoverata tra le più brutali del thrash metal in quel periodo, assieme a “Chemical Warfare” degli Slayer o  “Fight Fire With Fire” dei Metallica, per citarne due a caso. Una notevole prova di forza e di ispirazione per questi promettenti debuttanti. Il testo si fa abbastanza “gore” nello stile e vede chiari riferimenti al film appena citato. Le porte del capanno si spalancano e da esse esce un odore di morte indescrivibile. La vittima è legata al tavolo mentre il terrore pervade il suo corpo. L’impossibilità di urlare o muoversi rende il tutto ancora più agghiacciante mentre la morte violenta si fa sempre più vicina. I denti di acciaio della motosega entrano nella carne e l’incubo diventa realtà. I cadaveri sono appesi ai ganci a marcire. Nessuno si salverà in questa notte di violenza. Coi coltelli, attraverso l’impiccagione o con la motosega la morte arriva in fretta, lasciando il tuo corpo privo di anima, appeso come un ridicolo e grottesco manichino. Arrivati alla quinta traccia del lavoro, troviamo No Tomorrow, la quale ci trasporta verso lidi speed metal dalle tinte fosche. Il riffing posto in apertura rimanda in modo pesante allo stile di “Crionics” degli Slayer ma il solismo che troviamo dopo trenta secondi  mostra inflessioni ancora più tetre ed in qualche modo legate allo stile musicale futuro della band. Una scelta azzeccata in questa lugubre marcia che si arricchisce di evidenti influenze dei Metallica quando c’è da pestare sull’acceleratore. Le voce di Doty sovente raggiunge picchi molto alti a livello di tonalità in questa traccia che si posizione esattamente in una crocevia tra gli stili dei Metallica, Slayer ed Anthrax in un periodo dove quelli erano i riferimenti principali se si voleva suonare questo genere. Ottimo il rallentamento intorno al terzo minuto, arricchito dal solismo veloce ma leggermente accessibile da parte della chitarra. Il riffing che ne segue rimanda ancora una volta ad un concezione di speed metal primordiale che richiama nuovamente il solismo lugubre inizialmente posizionato in apertura, oltre che ottimi giri di basso in sottofondo. La lunga durata della struttura attira numerosi cambi di tempo al fine di donare varietà alla proposta  per un finale sempre su tempi tirati. Un’ottima traccia che spesso viene dimenticata, arricchita da testi leggermente diversi dai precedenti. Le liriche furono scritte da un giovanissimo Gene Hoglan, allora non ancora membro della band ma semplice tecnico in studio, come fu anche in occasione delle registrazioni di “Haunting The Chapel” degli Slayer. Un soldato sta per partire per la guerra mentre il tramonto lascia spazio al buio della notte. La sua tensione inevitabilmente sfocia in pensieri tristi ed angosciosi mentre la sua vita è appesa ad un filo. Egli si domanda se mai riuscirà a vivere dopo questa battaglia o se la sua anima verrà presa. Le tecniche di guerra dei grandi maestri suggeriscono di attaccare in nemico all’alba e dopo una serie di combattimenti che lasciano morte e distruzione, finalmente il soldato può tirare un sospiro di sollievo perché ancora in vita. La morte può attendere la prossima guerra in questa terra devastata dagli scontri, dalla terra intrisa di sangue. Altra traccia di più che buona fattura e che fa nuovamente pendere l’ago della bilancia verso i lidi strettamente power/speed. Per avere, invece, un’altra bordata in classico stile thrash metal dobbiamo ascoltare la tirata Hell’s On Its Knees. L’introduzione a base di arpeggi non ci deve assolutamente ingannare siccome la bomba è pronta ad esplodere, ma andiamo per ordine. Gli appena citati arpeggi risultano essere di ottima fattura, specialmente per l’apporto di atmosfera. Desolazione e tristezza traspaiono da queste note che potrebbero tranquillamente ricordare gli Overkill di fine anni 80, nelle loro fasi maggiormente introspettive. Davvero un incipit coi fiocchi per una canzone che esplode letteralmente dopo il minuto e mezzo di durata attraverso un urlo straziante di Doty e i successivi uptempo che trasportano un riffing molto serrato, specialmente durante il ritornello. Esso viene ripetuto più volte in un crescendo di brutalità vocale; tuttavia ciò che colpisce maggiormente è il pattern in riff aperti, dalla chiara indole melodica che infetta anche la velocissima fase solista delle due chitarre, in un alternarsi perfetto. Pesantissime le influenze dei primissimi Slayer per una band che sapeva già muoversi alla perfezione e ricreare mini classici immortali del genere. La struttura, molto semplice, rimane ben impressa nella memoria e non accenna a diminuire in velocità, sino ad arrivare alla conclusione. Il testo, a cura di Doty, ritorna su tematiche sataniche in forma decisamente fanciullesca. Le parole non descrivono nulla di particolare se non l’immagine del tentatore (il demonio) che conosce ogni desiderio nascosto del suo sottomesso. Una sola parola e lo schiavo per sempre brucerà all’inferno e la sua anima sarà condannata. Se si cede ai ricatti morali di Satana, presto ci si ritrova a volare alla sua destra in una vita di perdizione e dannazione. Dovrai cadere sulle tue ginocchia davanti a lui, in un crescendo di desideri che ti trasporta all’inferno, bruciando eternamente. Anche in questo caso, posiamo notare pesanti influenze derivanti dalla band di Tom Araya o dal quella di Cronos ed è inevitabile visto il periodo. C’era volontà di trasgressione e quali testi potevano essere migliori. Arriviamo, in questo modo, ad analizzare l’ultima delle sette tracce che compongono l’album: Vendetta.  L’inizio vede nuovamente protagonisti alcuni arpeggi che rimandano alle melodie tipicamente NWOBHM, ma la loro esigua durata lascia ben presto spazio ad un riffing serrato che porta dietro alcuni tempi dinamici ma non tirati, figli ancora una volta dei pattern riscontrabili nei primi Slayer. Le melodie speed metal si fanno nuovamente più udibili, accompagnate dalla voce più malleabile di Doty, qui votato ad un tributo ai grandi cantanti del metal classico. La struttura non muta particolarmente sino al secondo minuto quando improvvisamente ci troviamo al cospetto di fraseggi chitarra/basso degni degli Iron Maiden del periodo. Il riffing che segue muta in violenza ma comunque conserva quel pizzico melodico che va ad incastrarsi nei duetti delle chitarre durante le fasi soliste. Lo stile è sempre molto diretto ma con un occhio verso la melodia che viene nuovamente fuori in sporadici fraseggi volti ad interrompere la pesantezza del riffing. Il ritornello che possiamo udire a cavallo del quarto minuto si fa anch’esso accessibile per quanto riguarda le linee vocali e pone il sigillo finale alla composizione ed al disco. Come immaginabile dal titolo della traccia, il testo analizza i particolari di una vendetta che deve essere consumata a sangue freddo. Non si capisce bene se colui che si deve vendicare sia una persona fisica o una sorta di morto rinato perché a tratti le parole ci lasciano immaginare una sorta di voglia di riscatto da parte di un’anima irrequieta, morta di morte violenta. Il carnefice ha versato il sangue per primo ma ecco che la vittima è pronta a rendere pan per focaccia a questa persona malvagia. Il suo piano è quello di seguire la sua futura vittima ogni dove, anche di notte. L’anima non può riposare finché sa che il criminale è vivo ed in circolazione. Bisogna eliminarlo. Deve pagare per i reati commessi e l’odio che egli sta per sperimentare non è altro che ciò che lui stesso ha aiutato a fomentare. Il cuore deve essere strappato dal petto e una sensazione di angoscia deve permeare la vittima nei suoi ultimi istanti di vita mentre assiste impotente al suo stesso massacro. Una vendetta studiata nei minimi termini e ricostruita attraverso un testo abbastanza scontato se vogliamo, ancora una volta ancorato alla concezione del tempo.



Termina, in questo modo, il primo capitolo della carriera dei grandi Dark Angel. “We Have Arrived”, seppur relegato in secondo piano rispetto ai capolavori che la band sarà in grado di pubblicare negli anni venturi, mostra già un affiatamento ed una grinta non comuni. Questi giovani ragazzi liceali sono stati abili nel raccogliere tutte le influenze dell’allora neonato thrash metal e rileggerle in chiave personale. Sì, perché nonostante i riferimenti ai mostri sacri del genere siano udibili, il marchio Dark Angel risulta essere già evidente e nelle orecchie dell’ascoltatore. Il taglio aggressivo delle chitarre, la voce schizoide di Doty e l’irruenza ala batteria sono marchi indelebili di una band che passerà attraverso alcuni cambi di stile durante la sua carriera, pur rimanendo fedele al genere.  Questo esordio discografico al fulmicotone dovrebbe essere riscoperto in tutti i capitoli che lo compongono perché piccole gemme del calibro di “Welcome To The Slaughterhouse” o “Merciless Death” possono essere tranquillamente annoverate come alcune delle composizioni migliori della prima ondata thrash metal, senza aver nulla in meno rispetto alle composizioni delle band più blasonate. “We Have Arrived” mostra, inoltre, una chiara passione per il vecchio heavy metal e ciò non può che farmi piacere. D’altronde, considerato l’anno, tutto ciò è inevitabile. L’apprendistato di ogni thrash metal band del periodo si basava sui grandi classici del metallo, da qui l’idea di miscelare tali influenze con un appesantimento del sound a ricreare lo stile più pesante al mondo, a quel tempo. Il 1985 verrà sempre ricordato per grandi perle musicali come “Seven Churches” dei Possessed o “Hell Awaits” degli Slayer, per citarne due a caso, ma non dobbiamo assolutamente dimenticarci di questa valorosa band che troppe volte venne ingiustamente paragonata a quella di Tom Araya, senza che se ne carpisse il tocco personale. I Dark Angel si sarebbero poi presi una bella rivincita contro i detrattori con gli album successivi ma per ora riscopriamo quest’opera di ottima fattura; figlia del primo, grande periodo del thrash metal. 


1) We Have Arrived
2) Merciless Death
3) Falling From the Sky
4) Welcome to the Slaughterhouse
5) No Tomorrow
6) Hell's on Its Knees
7) Vendetta

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