DARK ANGEL

Time does not Heal

1991 - Combat Records

A CURA DI
CORRADO PENASSO
19/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Se gli anni Novanta marcarono l’inevitabile declino del thrash metal fu solo ed esclusivamente colpa dei musicisti delle bands stesse, i quali arrivarono ad un punto di totale smarrimento. Le idee erano poche e confuse. Le influenze derivanti dall’esterno non fecero altro che infettare e sovente, indebolire un genere che ormai sembrava aver detto la sua per sempre. Prima il groove con chiare inflessioni hardcore, poi il funky ed a seguire il jazz fecero storcere il naso ai puristi del genere e nonostante pochi esperimenti riusciti, l’attenzione del thrasher più incalliti si stava rivolgendo verso la nascente scena death metal. Questo nuovo genere riusciva a miscelare la potenza del thrash più estremo ad influenze ancora più brutali ed impulsive. Sul finire degli anni 80, parecchie nuove formazioni di questo stampo videro la luce del giorno e il loro stile doveva parecchio all’impulsività di bands quali Slayer, Possessed e proprio i Dark Angel che con il loro "Darkness Descends" si accodarono al filone “extreme thrash metal”. La band allora era ancora capitanata da Doty alla voce ma il tour successivo all’uscita dell’album sancì il definitivo abbandono del cantante a causa di problemi di droga. Al suo posto arrivò l’ottimo Ron Rinehart, vera roccia che portò la band verso lidi maggiormente tecnici, con strutture intricate e oscure. Lo stile della band non ammetteva influenze esterne da parte di altri generi ma si stava semplicemente ripulendo dallo spettro degli Slayer al fine di costruire un suo solido territorio di combattimento che per tanti musicisti diventò inarrivabile quando la band si ripresento nel 1991 con l’incredibile "Time Does Not Heal". Nello stesso periodo in cui capisaldi del genere come Kreator, Destruction, Metallica, Testament, Exodus e chi più ne ha più ne metta stavano più o meno lentamente abbandonando lidi “puri” del genere, la band californiana con Gene Hoglan alla batteria si ripresentò sul mercato con un lavoro incredibilmente complesso, elaborato ma sempre e comunque thrash metal. Nel periodo della sua uscita e ancora oggi, a distanza di più di vent’anni, questo capolavoro è riuscito a scindere i fan in due fette ben distinte: gli adoratori e i detrattori. I secondi già sentirono odore di cambiamento due anni prima, in occasione di "Leave Scars" e questo nuovo lavoro fu semplicemente una conferma per loro: la band ha abbandonato i lidi più estremi per ricercare una strada personale. E lo stesso ragionamento fu fatto per quanto riguarda i folli adoratori di questo album, tra i quali mi metto pure io. La sola differenza risiedeva e risiede tutt’oggi nel ghigno di piacere o nella smorfia di indigestione quando si parla di questo album. Sì perché, se i detrattori devono trovare per forza un difetto a tale lavoro, al massimo si può citare la ripetitività e la troppa complessità ma sicuramente niente altro perché non vi è cacofonia o approssimazione. Tutto è calcolato nei minimi particolari da parte di una band che in pochi anni ha saputo reinventarsi e imboccare una direzione fatta di tecnica sublime unita a potenza devastante. Prima di addentrarci nell’ascolto, spendiamo due parole per quanto riguarda la copertina. Contrariamente a quanto fatto da altre band, il logo dei Dark Angel rimane immutato e minaccioso a svettare in cima alla copertina, come a voler dare un segno di continuità in questi dieci anni di carriera. Il secondo elemento che possiamo notare, quello più importante, è la raffigurazione di una ragazza dallo sguardo puro ma spaventato, circondata da loschi individui in un sudicio e oscuro vicolo. La presenza di tante persone alle sue spalle sta a indicare una prossima aggressione e, come analizzeremo nei testi della title-track, "Time Does Not Heal" significa: “il tempo non cura” le cicatrici lasciate nel passato della povera vittima. Ecco, quindi, il ritorno delle tematiche drammatiche affrontate su Leave Scars, sempre a cura di Hoglan. Dopo queste premesse, addentriamoci in uno dei lavori maggiormente discussi dell’intera scena metal.



La spiazzante introduzione alla title-track del disco, “Time Does Not Heal”, è un chiaro segno di cambiamento. L’allontanamento amichevole col chitarrista Durkin ha portato Eriksen in formazione, in prestito dai thrasher Viking. L’arpeggio in tonalità pulita si intreccia con alcuni momenti chitarristici distorti per poi lasciare completo spazio a quest’ultimi in un gioco spiazzante di melodie sinistre e ricadute cupe. La batteria di Hoglan sostiene questi tempi medi con grande varietà e possiamo finalmente gioire di una produzione molto curata da parte di Terry Date, con suoni nitidi e potenti. I cambi di tempo si susseguono, tra sfuriate di doppia cassa e controtempi improvvisi a sostenere linee soliste malsane da parte delle due chitarre. L’atmosfera gioca molto su questi solismi drammatici, angoscianti che ben presto lasciano spazio ad una pausa con la batteria di Hoglan a crescere lentamente. I suoi uptempo sul rullante sono sostenuti da veementi triplette di batteria a rinforzare cavalcate chitarristiche perfettamente a metà strada tra il classico approccio violento da parte della band ed una ricercatezza esaltante, amplificata quando in prossimità del secondo minuto il riff portante segue territori altamente tecnici con parecchi mutamenti in una sequenza elettrizzante che riporta i tempi medi. Ora la voce di Ron si fa finalmente sentire e possiamo notare con il suo timbro si sia fatto ulteriormente pulito e vario al fine di svolgere il suo lavoro ancora meglio ed essere amalgamato alla perfezione in questo contesto fatto di mutamenti, tecnicismo e grinta. La sua ugola non disdegna frazioni più grattate e graffianti ma in questo disco in generale possiamo notare come il suo lato più recitativo e drammatico prenda il sopravvento sul passato, aggiungendo personalità alla proposta. In prossimità del ritornello possiamo notare una facilità di memorizzazione del riffing che ha dell’impressionante mentre la band in generale suona precisa e pulita come una macchina. Non vi sono sbavature in questa marcia fatta di perenni cambi di tempo, tra triplette, uptempo, tempi medi ed un ritornello che fa raggiungere il picco massimo della canzone. La drammaticità delle sue note può essere paragonata a quella delle sue parole, che tra poco andremo ad analizzare. Il solismo delle chitarre al quinto minuto viene introdotto da una base vocale ripulita da qualsiasi influenza thrash e sostenuta da una sfuriata di doppia cassa. Le note che escono sono nitide, angoscianti nella loro melodia e per nulla lasciate al caso nel loro breve spazio. Il finale viene anticipato dal ritornello e si fregia nuovamente di un urlo particolare da parte di Ron, un urlo di sofferenza e non di rabbia perché non distorto ma, al contrario, sempre ripulito da influenze del recente passato. Come anticipato, le parole che arricchiscono questa canzone trattano tematiche delicate. Scritto da Hoglan con l’aiuto di Rinehart, il testo è a proposito ancora della violenza sessuale subita da questa persona in età adolescenziale. Ora adulta, la vittima non riesce a condurre un’esistenza normale perché i ricordi di infanzia le ritornano costantemente alla mente. Sono ricordi di violenze e abusi che le hanno lasciato sulla pelle e nelle mente cicatrici indelebili. Il tempo non cura queste cicatrici che le hanno rovinato la vita ed ora è troppo tardi. La condanna a vivere una vita in completa solitudine è la beffa finale per questa persona ormai incapace di fidarsi di qualsiasi essere umano. Si sente circondata da menzogne e false promesse, nonostante gli sforzi che ha sempre cercato di fare. L’umanità intera l’ha tradita e violentata perché non ha mai trovato conforto in nessuno ed ora è abbandonata, completamente. La desolazione e l’angoscia che le crescono nella mente la portano a desiderare la morte come unica soluzione, come liberazione da tutti i mali e si chiede se sarà mai pianta da qualche persona. Ecco che il collegamento tra copertina e testo si fa chiaro e la vittima agli occhi dell’ascoltatore potrebbe essere tranquillamente la ragazza raffigurata nel vicolo mentre i loschi individui potrebbero anche solo essere demoni presenti nella sua testa, raffigurazione immaginaria di coloro i quali hanno abusato di lei nel passato senza che lei riesca a toglierseli dalla mente, vedendoli ovunque. Un inizio, dunque, che ci fa capire definitivamente la direzione imboccata dalla band: complessità, tecnicismo, songwriting superbo, pesantezza, aggressività e ispirazione. Dopo questo inizio eclatante, ci accingiamo a descrivere un altro classico immortale della band: “Pain’s Invention Madness”. Il minutaggio arriva a sfiorare gli otto minuti per una traccia che pone parecchia importanza al groove, specialmente nei primi minuti dove la batteria di Hoglan si assesta su tempi medi accompagnati dalla doppia cassa in bella evidenza a sostenere linee soliste dal timbro drammatico da parte di una delle chitarre, mentre l’altra serve da sezione ritmica. La voce di Ron si fa ancora più pulita in timbro, arricchita da una pronuncia che pone parecchio risalto sulla lettera finale di ogni parola, come a voler mostrare una sofferenza interiore non indifferente. Poco dopo il primo minuto sentiamo che il riffing muta e si fa più rabbioso, senza snaturare la struttura in tempi medi. Anche la voce si fa più graffiante per pochi istanti, a seguire il ritornello per la prima volta. A seguire troveremo spesso questa alternanza tra strofa e ritornello, in un cambio di mood veramente azzeccato. La batteria di Hoglan continua a viaggiare sullo stesso tempo ma le impalcature chitarristiche che vengono distese sopra di essa mutano in continuazione, come a voler dimostrare quante strutture diverse si potrebbero costruire conservando un solo, semplice tempo di batteria. Gli uptempo con triplette arrivano in prossimità del quarto minuto quando il ritornello si fregia di una urlo sofferente di Ron. A seguire possiamo godere di una lunga sequenza di palm muting selvaggi a riportare in auge la vecchia anima della band anche se tutto ormai suona ripulito da qualsiasi rozzità grazie alla tanta esperienza acquista e all’apporto di Eriksen alla chitarra, maggiormente improntato allo speed metal classico con un gusto ricercato per la melodia. Breve ma ottima la sezione solista della chitarra, tra note lugubri e picchi drammatici. Nulla è lasciato al caso ma tutto perfettamente amalgamato. La seconda sezione della traccia mostra molti più cambi di tempo con ed una ricercatezza strumentale a livello di melodie veramente esaltante. Il finale in velocità condensa le stesse note eseguite in quattro modi di versi a livello di palm muting da parte delle chitarre in un gioco tecnico spaventoso. Altra dimostrazione di forza da parte dei Dark Angel e altro picco tecnico raggiunto per una band in piena maturazione, apparentemente impossibile da fermare. Il lungo testo è a cura di Hoglan e come potete immaginare, esso si concentra nuovamente su alcuni aspetti della psiche umana. Una persona completamente pazza descrive scenari di sofferenza personale in un delirio che comporta anche la perdita della percezione di dove si trova. Le voci nella sua testa sostengono che il dolore sia un’invenzione della follia e nulla sia reale. Questa persona alterna momenti di gioia ad altri in cui si sente completamente abbandonato, privato della sua libertà ed ambisce alla morte come unica via di suscita da questa gabbia sudicia nella quale è rinchiuso. Una gabbia che potrebbe essere vista in modo figurato, ovvero quella del suo cervello, oppure quella reale che rimanderebbe ad un manicomio. La seconda parte del testo, infatti, fa chiari riferimenti ad un’avvenuta lobotomia per un lui. Egli la desidera, la invoca al fine di porre termine a tutte le sue sofferenze. L’inibizione è rimossa e al suo posto ci sono solo due cicatrici fatte da lame. La camicia di forza viene anche citata verso la fine, con tanto di cinghie e cerniere. Il lobotomizzato viene legato a terra e lasciato solo in una stanza ma egli, nelle sua conversazione immaginaria con un’altra persona la quale potrebbe essere il lettore del testo, lo rassicura e sostiene che questa sia l’unica soluzione possibile per una mente malata come la sua. Ora ha trovato la pace in questa fine amara. Proseguiamo dunque questo percorso nei meandri oscuri della psiche umana con la terza canzone di questo capolavoro, “Act Of Contrition”. La canzone che ci aggiungiamo a descrivere inizia con un non veloce ma poderoso e tecnico stacco di batteria ad introdurre un veloce fraseggio di chitarra. La pausa porta in scena nuovamente una sezione solista di batteria fatta di controtempi in triplette di doppia cassa ed un nuovo fraseggio che defluisce in una lunga partitura in tempi medi. Il groove si fa elemento importante per questa traccia che in prossimità del ritornello mostra alcune venatura maggiormente dinamiche ma senza velocizzazioni improvvise. Si rimane su tempi ragionati con strutture che sporadicamente riprendono l’incipit iniziale. La voce sofferente ed evocativa di Ron aggiunge, come al solito un timbro particolare alla traccia ed essa si modula alla perfezione tra i vari cambi di tempo e struttura in queste tessiture complesse, nonostante la velocità non elevata. I primi tempi tirati entrano in scena solamente durante la fase solista delle chitarre, in prossimità del terzo minuto. Anch’esse si fanno melodiose ma mai scontate o pacchiane perché l’importante è riuscire a trasmettere la giusta dose di angoscia e malessere interiore. Le note fluiscono con decisione dalle corde ma vi è sempre un modo molto studiato nell’eseguirle e proporle. A dir poco grandioso il cambio di tempo a seguire, come un macigno nero pece che ti travolge grazie ad un riffing cupo ed ad una batteria assillante con la doppia cassa a scandire il tempo in modo marziale. L’uso di alcuni stop and go lascia entrare alcune voci filtrate che potrebbero richiamare in parte gli Slayer del periodo meno impulsivo ma con meno uso di distorsioni. Il tutto suona comunque perfettamente incastrato ed l’arrivo del ritornello dona maggiora dinamicità a questa traccia che mostra persino chiare inflessioni doom per il finale. Le chitarre rallentano ulteriormente e a tratti ricreano melodie buie grazie al sapiente uso del lead mentre la batteria accompagna minacciosa in sottofondo fino al lento scemare della struttura. A tirare le somme, possiamo dire di trovarci al cospetto della prima, vera canzone nettamente groove da parte della band. Se nel recente passato i Dark Angel ci avevano comunque proposto alcune tracce meno impulsive, ecco che questa si distacca per un approccio maggiormente ragionato e affinato da qualsiasi imperfezione o impurità. Il riffing si fa pastoso, i fraseggi si sprecano e non c’è più quella volontà di distruggere tutto ad ogni costo. Esperimento, manco a dirlo, riuscito per una band ormai lanciata. Il testo tratta di una persona totalmente sottomessa all’altra, la quale la deride mentre le distrugge il cervello. Le ossessioni del pervertito portano alla follia il sottomesso e per lui non c’è via di scampo. Questo gioco tra le due persone viene descritto soprattutto a livello mentale perché la forza del dominatore è quella di riuscire ad entrare nella testa della sua vittima per distruggere facilmente il suo cervello. Ogni comando deve essere eseguito mentre il pervertito ordina al sottomesso di non lasciarlo mai finché non la avrà liberato lui stesso. Il tormentatore fa parte del destino del sottomesso e non può essere allontanato da parte della vittima che cerca in tutti i modi di fuggire dalla sue grinfie. Con il pensiero totalmente volto al dominatore, la mente del sottomesso non può che soccombere e accettare il suo fato. Quindi, dopo una traccia cadenzata è lecito aspettarsi un seguito maggiormente aggressivo e così è grazie all’arrivo di “The New Priesthood”. La cavalcata chitarristica posta in apertura è fatta apposta per farsi venire il torcicollo a furia di scapocciare la testa. Essa trascina dietro una lunga sequenza di uptempo con partiture chitarristiche sempre veementi, anche se sovente in mutazione per dare la giusta varietà. La voce di Ron si assesta su di un timbro più graffiante da abbinare a questo inizio veramente travolgente. Le note vengono riversare nelle nostre orecchie senza un minimo di pietà per alcuni minuti in puro stile old school; il tutto mediato da una tecnica sublime ed una precisione d’esecuzione quasi disumana. Solo in prossimità del veloce ritornello assistiamo agli stop di un secondo ma per il resto la marcia su uptempo non accenna a fermarsi. A tratti i riffs si fanno talmente cupi da rasentare lidi death metal come stile ed impatto e sarebbe così se non ci fosse la voce di Ron a riportare la band su lidi thrash. Il solismo al terzo minuto è perfetto per aggiungere un tocco drammatico a questa composizione impulsiva ed il riff a seguire è l’emblema della complessità presente su disco perché esso si va ad incanalare in repentini cambi, il tutto eseguito alla velocità della luce. Le triplette di Hoglan a seguire apportano nuove strutture, leggermente più ariose per le nostre orecchie ma comunque dalla carica asfissiante e drammatica. Anche la voce si distende per risultare più evocativa e sofferente in questi momenti su tempi medi. Il sapiente uso della chitarra solista fa sì che questa partitura venga arricchita a livello di drammaticità. Il duettare delle sei corde è perfettamente eseguito senza che ci siano momenti di stanca. Hoglan alle pelli mostra tutta la sua raffinatezza mista a potenza attraverso improvvisi cambi di tempo. Egli mostra anche come uno dei riff iniziali possa essere sostenuto da tempi di batteria diversi senza per questo perdere in intensità. Ad ogni modo, presto assistiamo a nuove velocizzazioni ed un finale col botto grazie a marcati uptempo a scemare ad opera di un Hoglan superbo. Il testo a cura del drummer risulta leggermente criptico ai miei occhi per alcuni motivi che andremo ad analizzare. Le parole si rifanno ad una setta nata in tempi recenti, nuova come cita il titolo. Essa dichiara che la conoscenza che l’uomo ha verso Dio non può essere spiegata su di un libro (chiaro riferimento alla Bibbia) e neanche fantasticando su cosa ci potrebbe essere dopo la morte. Il portavoce di questa setta afferma di possedere la conoscenza vera, attraverso la tecnologia e la scienza e vuole trascinarsi dietro quanti più fedeli possibili. La sua diventa quasi un’oratoria volta alla sottomissione tramite il sapiente uso delle parole. Egli afferma che i fondatori di questo sacerdozio sono al di sopra di Dio, migliori in conoscenza e non paragonabili minimamente al passato della religione cristiana. In passato essa ha portato l’intera umanità allo sbaraglio con scuse del tipo: “E’ la volontà di Dio” al fine di giustificare massacri. Invece, il nuovo sacerdozio risponderà scientificamente a ogni domanda o dubbio per indicare la strada giusta ai miscredenti. Dubbiosi cresciuti nell’ignoranza e nella sottomissione che nella Chiesa non hanno mai trovato una risposta. Il nuovo sacerdozio è venuto a portare la luce nell’ignoranza e prendere il timone per traghettare la gente verso la vera conoscenza. In questo modo compiamo il giro di boa dell’album e arriviamo all’analisi della quinta traccia di "Time Does No Heal", ovvero “Psychosexuality”. La struttura posta in apertura dona molto risalto alle melodie grazie a riff portanti dalle note trascinate sulle quali si vanno a spalmare linee soliste suadenti ma comunque dal timbro perverso ed oscuro. La ricercatezza delle note e il loro suono fanno di questa sezione la più melodica mai composta dalla band ed è chiaro come il sole che il cambiamento è ultimato. In questo modo si prosegue sino dopo il primo minuto quando il giro di chitarra solista viene abbandonato al fine di gettarsi a capofitto tra stop and go molto groove ma dalla potenza di una bomba atomica. La veemenza nelle note è quanto di più lontano dal commerciale si possa immaginare in questo crescendo di intensità. I tempi rimangono medi ma i riffs man mano che i secondi passano si fanno sempre più dinamici e contorti nei fraseggi. Un tappeto di non veloce doppia cassa viene messo in scena e la voce di Ron si stende su questa struttura. Essa si mostra possente nel suo timbro a sostenere questa solida, pachidermica struttura. La varietà stilistica della band evita momenti fiacchi e a tal proposito basta ascoltare il ritornello drammatico e le seguenti sezioni in fraseggi da parte delle sei corde. Non ci si ferma si di una struttura per più di trenta secondi consecutivi e ciò è simbolo di una crescita strumentale mostruosa. La sfuriata al quinto minuto apporta improvvisi uptempo da alternare a mitragliate di doppia cassa in un’atmosfera oscura e perversa. La voce di Ron muta anch’essa per farsi più graffiante ed adatta a questa improvvisa esplosione di rabbia. I riffs sembrano uscire impazziti dalle chitarre in una marcia fatta di cavalcate in palm muting da alternare ad improvvisi tremolo. Il duettare delle asce in fase solista è perfettamente sincronizzato e vario perché possiamo notare momenti maggiormente orecchiabili che si scambiano con partiture in wha wha decisamente più irruenti e squisitamente old school. La prosecuzione mostra sempre i denti grazie a nuove strutture su tempi tirati e riffs decisamente brutali per arrivare ai quasi novi minuti di durata senza che ne siamo accorti tale è la varietà e la bontà del songwriting in una canzone sapientemente divisa tra momenti più ragionati ed altri “in your face”. Le parole scritte da Hoglan sono tra le più dirette mai lette. Ci fa immaginare un individuo che percorre strade piene di corpi bruciati, senza vita e anime oscure. Il suo vizio è osservare e godere di tanta decadenza fisica e morale. I sentieri luridi sono trasposizioni della sua anima che ha abbandonato ogni inibizione e ogni purezza per dedicarsi completamente alla via del peccato. Le immagini che vede lo torturano ma allo stesso tempo lo attraggono come il miele. I film snuff lo eccitano ed in generale ogni scena violenta crea in lui in inferno fatto di libidine. Questo soggetto dapprima si inorridiva nel vedere bambini di otto anni veduti dalle proprie famiglie alla mercé di uomini senza scrupolo. Successivamente, a furia di assistere a queste scene raccapriccianti, la sua mente ha cominciato ad assimilarle sotto forma di attrazione morbosa. Ora non si limita più ad osservare ma partecipa lui stesso alla deflorazione delle anime vergini. Il batterista descrive persino dettagli dei rapporti fisici brutali che quest’uomo commette con i bambini, in un crescendo di follia che lo condanna alla vita nel peccato. Non riesce ad uscire da questo suo personale inferno e possiamo immaginare che la descrizione sia quella di una reduce di guerra traumatizzato da ciò che ha visto sui cambi di battaglia. Il suo ritorno in patria non ha portato a nessun miglioramento ed ecco che la sua mente rimbalza continuamente tra quelle scene e quelle presenti nella realtà, nelle quali lui è un osservatore perverso. Ammette di essere nel peccato più totale ma la sua furia sembra sempre pronta ad esplodere in questi pensieri malati e brutali. Un testo molto crudo che scende in particolari omettibili in questa sede ma del tutto reali. Come sesta traccia troviamo “An Ancient Inherited Shame”, traccia che si mostra molto diretta al fine di differenziarsi dalla precedente. Il suo inizio si assesta immediatamente su di una cavalcata chitarristica di tutto rispetto, ulteriormente estremizzata da una distorsione molto rude e graffiante. La secondo chitarra, invece, scandisce il tempo insieme alla batteria per un inizio arrembante anche se non ancora veloce. Poco dopo i trenta secondi assistiamo ad uno stop improvviso durante il quale la chitarra cambia di distorsione e segue quella ritmica per fare entrare in campo i tempi veloci. Il riffing è schizoide, contorto ma fluido e pulito da ogni minima imprecisione. Il tempo marcato dalla batteria porta una lunga sezione veramente arrembante e capace di mettere da dura prova la resistenza del collo. La voce di Ron contrasta leggermente con questo stile siccome risulta essere prevalentemente pulita e meno graffiante. Le sue parole sono trascinate come a voler trasmettere ancora una volta una sensazione di malessere molto marcata. Al secondo minuto i riffing si trasformano in tremolo per alcuni istanti ad accompagnare la doppia cassa di Hoglan ma presto si ritorna sulla struttura iniziale tramite alcuni stop and go precisi come un fuso. Di questo modo la band procede la sua marcia distruttiva, assestando riffs continuamente diversi su una base quasi costante di uptempo. Le note che fuoriescono dalla chitarra vanno a formare un fiume che sembra essere inarrestabile, oltre che in continua mutazione come stile e velocità in una miscela altamente tecnica e raffinata. Poco dopo il quarto minuto assistiamo alla presenza di alcuni tempi medi a smorzare la furia mostrata sinora. Il palm muting carico di groove la fa da padrone mentre Hoglan si rilassa solo a livello di velocità ma mai quando si tratta di pesantezza dei colpi e creatività, entrambi essenziali per queste strutture. La voce di Ron a tratti si incupisce per donare un tocco più rabbioso alle parole che pronuncia mentre l’arrivo di improvvisi controtempo di batteria ci frastornano perché principalmente basati sulle mitragliate di doppia cassa in un gioco mortale e frastornante. Proseguendo nell’ascolto possiamo notare sempre di più quante strutture diverse i Dark Angel riescano ad unire senza mai perdersi per strada perché comunque ci sono sempre un paio di note che riprendono le melodie principali delle tracce. Il solismo delle chitarre è principalmente votato ad arricchire l’atmosfera di tensione ed oscurità e marca il ritorno del tempi veloci in un duettare ritmico basso/chitarra davvero poderoso e chiaramente legato alla scuola del metal classico, riletto nell’ottica della band. Al nono minuto, una sezione solista più impulsiva da parte della chitarra pone fine su di un’altra traccia complessa, intricata ma eseguita in modo magistrale e valorizzata di così tanti elementi da non poter annoiare. Per quanto riguarda il testo vediamo il ritorno delle tematiche legate ad uno stupro operato su di una giovane ragazza vergine. La sua follia dilaga col passare del tempo, dopo che un uomo le ha preso a forza la sua verginità. Siccome egli non poteva averla allora ha deciso che la brutalità era l’unico metodo per poter dare fondo al suo desiderio. La ragazza si rifiuta nel pensare di essere la sua puttana mentre lui le lascia i lividi addosso. La povera vittima afferma di essere morta dentro da tempo mentre cammina tra le strade oscure della città, vittima dell’insonnia che la tormenta dopo questa esperienza. I pochi sogni sono sempre incubi. Questa “antica ed ereditata vergogna” si riferisce i continui abusi che la donna ha subito dall’uomo in secoli e secoli senza capire che la vita per le vittime cessa di esistere dopo una violenza carnale. La seconda parte del testo, al contrario, mostra la vittima che vuole riprendersi la sua vita tramite una meticolosa vendetta verso il suo stupratore. Lei afferma che non vi sarà la pena del carcere per lui giacché saranno le sue stesse mani a porre fine alla vita di questa mente criminale e senza scrupoli. Il dolore fisico che le ha lasciato non può essere paragonato alla rabbia che ora prova. Siccome non ha nulla da perdere, la ragazza si farà giustizia da sola in un finale che cita addirittura una rinascita da quello stupro, inizialmente tanto shockante. Arriviamo ad analizzare la settima traccia del disco, “Trauma and Catharsis”, e possiamo sentire come i tempi medi prevalgano per un inizio veramente plumbeo. In apertura troviamo riffs abbastanza serrati e le rullate di batteria ma poco prima dei trenta secondi ecco che le chitarre si gettano su nebulosi fraseggi a supportare tempi molto rallentati. Un’atmosfera malsana si può respirare tra questi solchi, in uno stile che potrebbe nuovamente ricordare gli Slayer di metà anni 90. Il groove accentuato della chitarra ritmica lascia entrare in scena le linee soliste della seconda chitarra a riprenderne le atmosfere ma su note più alte. Un break improvviso poco prima del secondo minuto introduce un riff tagliente da parte di una delle due asce prima che un inferno a base di brutali uptempo entri in scena a portare violenza ma comunque arricchita dalla solita aura perversa. Ottima la sezione vocale di Ron, la quale sovente accompagna la stessa tonalità del riffing in partiture varie ed ottimamente eseguite. In questi momenti un pizzico in più di melodia viene allo scoperto per arricchire la proposta. Ottima, come sempre, la sezione in tempi medi con grande uso della doppia cassa di Hoglan a sostenere un riffing movimentato ma che a tratti diventa cupo e soffocante. Alcuni stop and go trascinano la fase solista della chitarra, dai tratti orientaleggianti, precedentemente appoggiata su di alcuni arpeggi puliti in secondo piano. Il finale è riservato al ritorno dei tempi tirati ad accompagnare degne cavalcate chitarristiche in continui giochi di chiaroscuri e melodie appena abbozzate ma dalla forte carica ad opera dell’instancabile coppia di asce. Quello che ancora una volta mi ha stupito in questa composizione è la varietà delle strutture presenti. Il numero abbondante di esse non pregiudica la qualità dell’ascolto perché si ritorna sempre e con facilità sui riff principali senza dare idea di una sconnessione logica della traccia. Davvero una cosa difficile da compiere. Le parole a cura del batterista descrivono i pensieri di una persona completamente votata alla solitudine. Non si capisce cosa egli abbia passato per ridursi in questo stato ma possiamo desumere che si tratti di atti veramente gravi. La disperazione lo cinge al collo come una corda mentre i giorni passano in apatia, strappandogli ogni rimasuglio di felicità interiore. Egli ha perso la grinta e soprattutto ha perso il suo “io”. Da questi traumi patiti in vita ecco che arriva una catarsi dall’anima come mera accettazione di questa situazione amara e dannata. Non può essere fatto altro perché l’obiettivo è quello di trascorrere gli ultimi giorni cercando di cooperare con questo dolore infinito che schiaccia l’anima. Esiste la vaga speranza di giorni più felici, come a voler eliminare quelli passati ma per ora questa persona è destinata a patire. Ci avviciniamo velocemente alla fine del disco con l’ottava traccia, dal titolo “Sensory Deprivation”. Quello posto in apertura, è uno dei riffs più malsani e macabri dell’intero disco. Il suo timbro dissonante lo rende veramente soffocante mentre i pesanti colpi di Hoglan alle pelli crescono lentamente in intensità, specialmente se si considera la doppia cassa. I controtempi sono numerosi in una chiara voglia di distruggere ogni barriera. Il groove marcato delle chitarre non sconfina mai e poi mai in lidi moderni per una traccia che per ora punta molto sul tremolo ad accompagnare le bordate del corpulento batterista. La voce di Ron si mostra ancora molto versatile in stile, con alcuni momenti molto evocativi e melodici. In generale, comunque, l’atmosfera che si respira è nero pece, depravata e poco salubre. Non vi è un accenno di luce in queste note e la violenza non punta sulla velocità ma, invece, su tempi a tratti ragionati e complessi grazie a numerosi stop and go. Di base assistiamo a duetti continui tra chitarre e batteria in un andamento incalzante e pregno di forza distruttrice. I palm muting accompagnano le veloci sfuriate sulla doppia cassa ed il solismo delle sei corde poco dopo al quarto minuto getta solamente un’aura oscura in più sulla composizione. Non vi è una velocità marcata, neanche in questa sede perché tutto è volto a ricreare la giusta atmosfera di panico ed angoscia. Si prosegue su questo stile sino alla fine dei quasi otto minuti ed ancora una volta, la maestria del gruppo fa sì che la tensione venga sempre mantenuta a livelli alti grazie a cambi di struttura continui, riffs arrembanti ed un’atmosfera veramente deprimente ed angosciante. Il testo risulta meno sviluppato dei suoi predecessori e le parole stesse appaiono più semplici ad un primo colpo d’occhio. In questa sede si tratta del tema della reclusione. La “deprivazione sensoriale” citata nel titolo della traccia rimanda a questa persona intrappolata in una camera, senza via di fuga. Egli si trova in questa situazione perché è la sua mente ad essere per lui la gabbia dalla quale è impossibile uscire. La sua follia lo ha condotto in questo posto dove non c’è speranza di rivedere la luce del giorno. Possiamo immaginare, quindi, che si tratti di una persona con problemi mentali incarcerata in un ospedale psichiatrico, in isolamento. Per lui la tortura maggiore è appunto non poter vedere nulla al di fuori di questa stanza, non riuscire a sentire voce alcuna se non quelle nella sua testa. La sua vista è offuscata e l’unica speranza per lui è quella di riuscire ad essere libero di nuovo, un giorno. Vi è anche una sorta di dialogo con il suo torturatore (una guardia?); si disquisisce sull’esercizio del potere di dominazione da parte di questa persona autoritaria a discapito del malato. Quest’ultimo si chiede se il suo padrone sia qualificato a dominare, domandandogli se riuscirà mai a rivedere la luce del sole. Quindi le tematiche della pazzia rimangono una fonte sicura dalla quale attingere, anche durante i testi più semplici ma comunque mai banali. In questo modo tagliamo il traguardo dell’ultima traccia del lavoro, dal nome “A Subtle Induction”. Il suo inizio è caratterizzato dalla bacchetta di Hoglan a dare il tempo in modo leggero sul bordo metallico del rullante, con il charleston ad accompagnare. L’eco che si crea ci fa immaginare una stanza buia e spoglia dove, successivamente, alcune note stridule della chitarra si alternano a poderosi palm muting a sostenere i colpi di doppia cassa. Questo gioco crea un’atmosfera decadente e priva di qualsiasi colore. Si respira puro terrore e depravazione in questa sezione mortifera che al primo minuto letteralmente esplode tramite sfuriate in uptempo ad accompagnare un riffing questa volta molto serrato. La tradizione di mantenere a fine disco la canzone più violenta viene rispettata in pieno. La voce di Ron si fa più graffiante e canonica anche se non si disegnano momenti di varietà. Il tremolo a tratti prende il sopravvento in questa struttura diretta e molto semplice, considerando i canoni del disco. Tuttavia, ad un attento ascolto, possiamo notare quanto il riffing sia intricato e suonato comunque con grande precisione, specialmente se si considera la velocità d’esecuzione. I primi leggeri segni di mediazione arrivano solo al terzo minuto quando la doppia cassa di Hoglan rallenta e sostiene riffs groove, anche se presto la band decide di ripartire in velocità e devastare tutto ciò che trova. Il solismo delle chitarre si fa più grintoso e veloce, anche se conserva sempre quel tocco macabro e disturbato. Non vi è un attimo di respiro tra questi tempi impazziti che ci accompagnano sino all’ultimo secondo, dove troviamo un finale troncato improvvisamente. Finiscono così i ben sessantasette minuti di musica che compongono "Time Does Not Heal". Completiamo l’analisi della traccia andando a spulciare tra il suo testo. Non ho trovato molto indicazioni su di esso e la mia ricerca è stata dettata dal fatto che le parole che lo compongono potrebbero rimandare ad un fatto storico ma non ne sono sicuro. Esse non sono del tutto chiare ai miei occhi. Si cita il lato negativo di un film che amiamo guardare e con molta probabilità, il batterista ci vuol fare capire di come esso possa essere traumatico agli occhi di un bambino. La storia inizia in una reggia sfarzosa dove risiede una famiglia monarchica. La nascita del primogenito del Re è momentaneamente un motivo di gioia anche se presto la sua vita cambia ed egli si ritrova isolato in una casa diroccata a patire un’esistenza fatta di solitudine. Suo padre, il grande monarca, lo rifiuta e successivamente anche la Regina viene cacciata ed uccisa. La compagna del giovane principe anch’essa viene uccisa brutalmente da questo gruppo di persone inferocite, ma non prima di aver subito l’umiliazione dello stupro. Ogni cosa viene data alle fiamme per essere definitivamente distrutta. Questa scena inevitabilmente traumatizza lo spettatore, specialmente se si tratta di un bambino innocente. Il batterista si chiede se questa può dirsi educazione. Si tratta di una pura iniezione di orrore e perversione della quale non si possono nascondere gli effetti negativi sulla mente. Una critica, quindi, ai vari film e programmi che si possono trovare in TV e, soprattutto, un pesante richiamo ai genitori dei bambini; essi non danno il giusto peso alle cose e rischiano di traumatizzare i figli per il resto della loro vita.



Termina così una delle pagine più importanti del thrash e di tutto il metal in generale. Con si suoi 246 riffs (contati dallo stesso Gene Hoglan), "Time Does Not Heal" dei Dark Angel rappresenta uno dei picchi massimi di ispirazione del genere, a mio modesto parere. Il balzo a livello di maturazione che la band ha compiuto dagli esordi sino al 1991 è veramente incredibile. In questa manciata di anni, i nostri thrashers californiani sono stati in grado di prendere il loro stile brutale ed arricchirlo con varie sfaccettature, oltre che affinarlo. Inutile dire che il bagaglio tecnico si è alzato in modo impressionante ed una pulizia stilistica e d’esecuzione è ancora oggi molto rara nel genere. Oltre a ciò, i Dark Angel sono stati i grado di comporre brani incalzanti e facili da ricordare, nonostante appunto queste caratteristiche appena citate. Un lavoro molto complesso che ha richiesto tempo e dedizione per una band che sembrava essere lanciata definitivamente sulla strada del successo mondiale. Su questa pietra miliare del thrash metal le note fluiscono in modo armonico, pur nella loro pesantezza tipica del genere, creando un perfetto legame tra stile e irruenza. Le strutture tendono quasi sempre a superare i sette minuti di durata ma quello che continua a colpirmi, ascolto dopo ascolto, è come la band riesca a risultare fresca ed ispirata in lidi molto pericolosi, che potrebbero mettere a serio rischio la concentrazione di chi ascolta. Certo, non sono mancate critiche rivolte per l’appunto a tali caratteristiche ma solo un prodotto con tale personalità è in grado di dividere in due gli ascoltatori. Colui il quale decide di avventurarsi per la prima volta nell’ascolto di questo album deve capire che inizialmente potrà anche trovarlo ostico e di difficile assimilazione. Consiglio, quindi, di perseverare nella scoperta di esso, tramite vari ascolti perché è possibile che esso riesca a crescere ed essere apprezzato in tutte le sue sfumature. I testi, a tal proposito, possono diventare un punto molto interessante da abbinare all’ascolto perché è evidente come la penna di Hoglan sia uno strumento in più nell’economia del gruppo. Da quando il batterista ha preso il timone delle parole, la band ha compiuto un vero cambiamento. La psiche umana e tutte le sue peggiori perversioni sono qui analizzate nei minimi dettagli al fine di formare un quadro di una società sofferente ed agonizzante, specchio delle anime oscure che la formano. Troviamo quindi una correlazione molto forte tra parole e musica perché entrambe mostrano il loro lato più devastante, rabbioso e sofferto in un mix perfetto. Le atmosfere plumbee raccolgono tutta la rabbia musicale di una band al massimo della forma, gettando questa melma nelle orecchie e negli occhi di un ascoltatore inutilmente impassibile da tanto marciume. "Time Does Not Heal" è un quadro quanto mai attuale, seppur a distanza di ben ventiquattro anni dall’uscita del disco. Il mondo del thrash metal si stava lentamente spegnendo ma gli ultimi baluardi stavano sbarrando le porte e rinforzando le proprie difese per non lasciare campo libero agli estremismi del death metal e del black o alle sperimentazioni del grunge. La band, tuttavia, non poté resistere a lungo e fu così che si sciolse poco dopo la tournée di questo lavoro, lasciando un buco grande nella storia del thrash metal. Fortunatamente il gruppo ha recentemente riaperto i battenti per alcune date negli Stati Uniti, con la speranza di vederli anche in Europa. Non si sa ancora se ci sia un album in cantiere ma alcune voci dicono di sì. Fatto sta che sarà difficile per la band ripetersi su questi livelli ma nulla è possibile e sarei oltremodo entusiasta se i fatti mi dessero torto. Per ora non ci resta che aspettare e ascoltare per l’ennesima volta questo pilastro del genere, nato in un periodo di incertezze, le quali sicuramente non hanno fatto presa su di esso.


1) Time Does Not Heal
2) Pain's Invention, Madness
3) Act of Contrition
4) The New Priesthood
5) Psychosexuality
6) An Ancient Inherited Shame
7) Trauma and Catharsis
8) Sensory Deprivation
9) A Subtle Induction

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