DARK ANGEL

Leave Scars

1989 - Combat Records

A CURA DI
CORRADO PENASSO
30/01/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Quella che mi accingo a compiere è forse la prima, vera recensione di un disco dei Dark Angel che può dividere i fan del gruppo. Il clamore suscitato nel 1986 con il feroce "Darkness Descends", porta i Dark Angel ad affrontare una lunga tournée attraverso gli Stati Uniti, durante la quale nuove composizioni cominciano a vedere la luce del giorno. Uno dei festival più rappresentativi al quale la band prese parte fu l’Ultimate Revenge II, in compagnia di Raven, Death, Forbidden e Faith Or Fear, svoltosi nel 1988. Le date furono completamente organizzate e sovvenzionate dalla Combat Records. Come abbiamo visto nella recensione precedente a questa, il lavoro allora appena dato alle stampe si mostrava come un’ulteriore estremizzazione del sound dell’album d’esordio, "We Have Arrived", ed era perciò difficile per la band ripetersi sugli stessi livelli di intensità. Un po’ come fu per gli Slayer di "Reign In Blood", al quale seguì il groove marcato di "South Of Heaven". I fan attendevano spasmodici notizie della band ed un cambio di formazione fu decisivo affinché si potesse dare vita a quella che io considero la seconda fase del gruppo. A causa di problemi di droga, il vecchio cantante Don Doty venne rimpiazzato dal corpulento Ron Rinehart, già presentato ai sostenitori durante le date della succitata tournée. L’anno successivo, ovvero nel 1989, la band decise di chiudersi in studio per registrare una manciata di nuovi brani, i quali andarono a comporre il terzo lavoro: "Leave Scars". Spesso si dice che il numero tre sia, a livello di pubblicazioni, il numero della maturità. A parer mio, sicuramente "Leave Scars" rappresenta la svolta. In primis, il nuovo arrivato dietro al microfono possedeva un timbro vocale nettamente diverso dal suo predecessore ma ugualmente potente e personale. Lo stile di Ron ammetteva un briciolo di varietà stilistica in più, unita ad una potenza che si rifletteva in chiare influenze di heavy metal classico. Il tutto, comunque, riletto in chiave thrash metal. A questa novità, la band fece eco con un affinamento della tecnica a sviluppare impalcature intricate, ottimamente sviluppate e di una drammaticità superba, complice una registrazione cupa e asfissiante come poche sentite durante la mia personale vita da adoratore del metal estremo. "Leave Scars", quindi, si andava stilisticamente a posizionare esattamente in mezzo alla furia di "Darkness Descends" e alla tecnicità squisita del parto venturo che risponde al nome di "Time Does No Heal". In mezzo a questi due colossi era difficile svettare ma le nove tracce presenti su questo capolavoro non temono il confronto e sono pronte ad aggredirci da ogni lato, come in ogni disco targato Dark Angel. Prima di addentrarci nell’ascolto e nella descrizione della musica, è utile spendere due parole per quanto riguarda la copertina, assaggio visivo di un cambiamento musicale appena iniziato. Dimenticatevi tombe, demoni alati e tutto ciò che potrebbe in qualche modo legare la band ai vecchi Slayer. Qui le tematiche sono chiaramente legate alla psicologia umana e come la copertina ci mostra, una bambina seduta sul suo letto di notte, tiene il viso tra le sue piccole mani come a volerlo proteggere da qualcosa di invisibile. Una strana presenza aleggia in questa camera coloro rosso/viola ed il logo alato della band risulta essere un ulteriore elemento di panico e terrore per una creatura impaurita da chissà quale incubo, da chissà quale cicatrice lasciata per sempre sulla pelle dell’anima.



Addentriamoci ora in questo massiccio prodotto da parte dei Dark Angel e cerchiamo di carpirne gli aspetti più interessanti ed importanti. La prima delle nove tracce presenti su disco porta il nome di “The Death Of Innocence” e sin dal suo titolo si può capire il cambio di rotta operato a livello lirico, ormai ad appannaggio completo del fuoriclasse Hoglan. Andando per ordine, cominciamo con l’analisi musicale. L’incipit è quanto di più impulsivo e diretto ci si possa aspettare perché la band decide di accoglierci immediatamente attraverso prolungati uptempo a sostenere un riffing nevrotico e a motosega grazie ad un tremolo picking in grande spolvero e qui elemento veramente preponderante, annullando quasi completamente il palm muting. La registrazione impastata dona un tocco veramente oscuro e perverso al tutto ed il confine col death metal si fa sempre più flebile. La cattiveria con la quale la band esegue i proprio brani non è mutata in alcun modo e forse solo la registrazione appunto risulta essere meno graffiante rispetto a "Darkness Descends" per gettare invece tonnellate di atmosfere nero pece sulle strutture. Arrivando all’elemento tanto discusso di questo lavoro, la voce di Ron entra in scena dopo appena quindici secondo dall’inizio e immediatamente possiamo notare alcuni momenti maggiormente puliti nel suo modo di cantare anche se sovente il suo timbro diventa prettamente roco, creando una miscela perfetta per questa colonna sonora che pare essere composta per un film dell’orrore. La potenza del cantante è indiscussa ma possiamo anche capire che allora sia stata elemento di discussione siccome, come sentiremo più avanti nel disco, il meglio lo crea quando decide di non imitare lo stile di Doty ed essere invece molto personale. Il basso pulsa in sottofondo mentre la batteria di Hoglan non smette un attimo la sua marcia ossessiva su tempi veloci, sostenendo alcuni fraseggi prima del secondo minuto, quando una violenta scarica a base di doppio pedale esce allo scoperto anche se la registrazione non nitida ne offusca i battiti, creando una sorta di violento pulsare lontano che accresce la sensazione di trovarsi in un luogo ovattato e tetro. Il solismo delle chitarre in occasione del terzo minuto non è altro che un mero sfogo di rabbia, poco lontano dallo stile adottato sul lavoro precedente ma con la differenza di possedere meno distorsione wha-wha ed in generale con un’accordatura delle stringhe molto più bassa. La composizione scivola via molto velocemente e la sua struttura risulta essere ancora legata al recente passato della band, come una sorta di prosecuzione ed antipasto feroce per i fan. Ma il meglio deve ancora venire. Come anticipato, le parole sono a cura del batterista e ad una prima occhiata si può notare come esse formino un testo veramente corposo e convincente. Le tematiche riguardano la psiche umana , in questo caso di uno stupratore seriale. Il testo a cura del batterista descrive i pensieri di questa mente che sa di essere malata, è consapevole del male che diffonde attorno a lui. Le sue vittime sono delle giovani vergini che non potrebbero mai sospettare di poter patire tali pene, anche a livello psicologico. Questa persona le manipola e le costringe e compiere azioni aberranti, cose delle quali ad un certo punto anche lui si vergogna. Egli conosce la sua situazione mentale e i suoi trascorsi di abusi lo hanno portato sino a questi livelli. La “morte dell’innocenza” quindi potrebbe riferirsi sia alle sue vittime, che a se stesso. Vuole essere fermato da qualcuno, anche attraverso la morte perché da solo non ce la farebbe mai. Invoca giustizia per le sue vittime, richiama la morte per la sua mente perversa mentre guarda le bare delle povere vergini in una sensazione di rimorso che dopo poco tempo sfocia inevitabilmente in altra violenza. E una dipendenza impossibile da controllare che lo porta ogni volta ad impazzire di più, in una corrosione profonda della sua mente. Ecco, dunque, il tanto annunciato cambiamento a livello lirico da parte della band. La proposta si fa nettamente più personale per accompagnare un’altrettanto varia presentazione musicale, specialmente se si considera le seconda traccia del disco: “Never To Rise Again”. La canzone in questione si presenta stilisticamente come una vera e propria novità in casa Dark Angel. Il suo stile è difficilmente inquadrabile, specialmente a livello di tempo di batteria perché ci troviamo al cospetto di uno stile vicino al tempo medio ma questa affermazione non risulta del tutto corretta siccome per la sua intera durata la doppia cassa di Hoglan marcia su livello medi (per lui bassi, a dire il vero) al fine di dare una cadenza ipnotica e marziale. I battiti sul rullante sono i classici del tempo medio, invece. L’inizio si fregia immediatamente di tale struttura mentre le chitarre a zanzarone mostrano maggiori inflessioni in palm muting anche se sovente esse si gettano a capofitto in fraseggi che chiamano in causa il tremolo. La voce di Ron si fa maggiormente personale, specialmente durante il ritornello ripetuto più e più volte. In questa occasione, in particolare, la sua timbrica si lascia andare a momenti recitati e puliti a creare una sensazione di pur sofferenza mista a rabbia. Una presentazione perfetta per una cantante che si mostra da subito senza paure e per nulla semplice sostituto. Il solismo delle chitarre in prossimità del terzo minuto mostra segni di cambiamento grazie a sprazzi di melodia che non ricordano totalmente la scuola classica del metal ma piuttosto una forma malata e perversa di essa. La batteria di Hoglan a sprazzi si ferma per dare risalto ai fraseggi di chitarra per poi ripiombare nella creazione di un muro sonoro di spessore, come accade in prossimità del terzo minuto. La sua fantasia dietro alle pelli era già leggenda allora. Da mozzafiato la sezione strumentale posta in conclusione della traccia, tra chitarre impazzite e pulsanti battiti di batteria a porre il sigillo su di una composizione che trasuda malattia psicologica, perversione e drammaticità da ogni nota. Qui la band comincia veramente ad affinare un nuovo stile, molto più personale ed altrettanto convincente. Ci si allontana pian piano dalla pura irruenza per abbracciare un livello alto di thrash metal che in pochi apprezzarono allora. Analizzando le parole che compongono il testo, notiamo come questa volta sia la coppia Durkin/Rinhart ad occuparsene, per la prima ed ultima su disco. Le tematiche trattano di una critica verso la mentalità umana rapportata alla religione. È doveroso segnalare che in questo caso non vi è alcun accenno a temi come satanismo o barbarie assortire perché le parole del testo si dirigono verso figure quali Gesù e i suoi discepoli negli anni a venire, complici di assicurare l’umanità alla pace ma incapaci di mantenere le promesse. Il giorni di decadenza si susseguono nella speranza di riuscire ad uscire da questo inferno su terra. Lo sguardo è costantemente rivolto verso il cielo ma i profitti non si vedono e le promesse sono infrante. Il lento, miserabile trascorrere del tempo assicura una sottomissione totale dell’uomo ed una rinuncia alla ricerca della felicità. Il tempo dell’apocalisse è stato annunciato ma nessuno se lo aspettava così prematuramente. L’onestà è persa, monarca dopo monarca, violenza dopo violenza. Insomma, si tratta di un testo abbastanza criptico perché la sua stesura non comprende fatti specifici o cognizioni temporali. Tuttavia, si può evincere una rabbia ed una desolazione non indifferenti e volte verso la religione ed i suoi massimi esponenti. Essi sono stati incapaci di far fede alla loro parola mentre la violenza ha sempre regnato su questo pianeta e sicuramente loro non hanno mai fatto nulla per limitarla. Arrivati in questo modo alla terza traccia, assistiamo ad una delle migliori manifestazioni di oscurità e pesantezza presenti su disco: “No One Answers”. In quasi otto minuti di musica, i Dark Angel condensano perfettamente tutta l’irruenza presente nel loro DNA con inflessioni veramente plumbee. L’inizio mostra un riffing al limite del grottesco e del caotico grazie al suo incedere che alterna lo stridulo a ricadute improvvise nel nero più bieco, mentre la batteria di Hoglan si diletta in prolungati passaggi sui tamburi con frustate sui piatti. C’è odore di perversione ed arrivati ai trenta secondi assistiamo ad uno dei momenti più evocativi del disco. Il riffing si spezza in cavalcate per sostenere brutali triplette di doppia cassa mentre una delle due asce si indirizza verso tessiture macabre in lead, prima che un’esplosione di rabbia lasci entrare alcuni stop and go ed un ferale ripartenza in uptempo. La varietà stilistica di Hoglan è impressionante e la batteria sotto i suoi colpi si trasforma automaticamente in un panzer capace di devastare ogni ostacolo. Le note escono impazzite dalle due chitarre, tra serratissimi palm muting e fulminee sezioni in tremolo capaci di far impallidire la maggior parte delle band death metal del periodo. Si respira decadenza, sudiciume, oscurità e rabbia tra questi solchi in una proposta brutale, grezza nella produzione e nei suoni ma altamente tecnica nel riffing instancabile supportato da una batteria che non vuol rallentare. La voce di Ron si fa rabbiosa ma anche sofferta durante l’ottimo ritornello, il quale al quarto minuto introduce nuovamente gli stop and go iniziali con un Hoglan superbo, maestoso e capace di mutare tempo in una frazione di secondo. La sua doppia cassa è ormai conosciuta a tutti ma provate a reggere all’urto della sezione al quinto minuto senza uscire di testa. Il dinamismo della band è incredibile e i repentini cambi di tempo introducono la sezione solista delle chitarre, qui impulsiva al punto giusto e carica anch’essa di un’atmosfera decadente e rabbiosa allo stesso tempo. Il veloce alternarsi delle due asce è costantemente sostenuto da feroci riffing e martellamenti della sezione ritmica in una folle corsa alla distruzione totale. Il finale semplicemente raggruppa tutte le energie rimaste e si prepara a sferrare l’ultimo attacco attraverso tempi veloci e chitarre al fulmicotone per un’interruzione improvvisa. Una bordata di proporzioni mastodontiche per una band in maturazione ma sempre con la voglia di pestare duro e fare male. Il testo è ancora a cura del drummer e questa volta tratta il delicato tema della violenza carnale, descritto senza pietà e con ferocia. La vittima con molta probabilità è una bambina siccome il testo si rifà ad un’anima senza impurità, distante dai peccati. Le mura domestiche la proteggono dal mondo esterno, pieno di luridi folli pronti ad aggredirla ma la paura maggiore per lei è quando, nel suo letto, spegne la luce per dormire. Un’ombra, una presenza le si avvicina. Il terrore negli occhi della vittima eccita il pervertito e lo sprona a proseguire in quest’azione. La vittima non riesce a liberarsi dalla stretta del criminale mentre i pianti si trasformano in urla. Ma non c’è nessuno che risponde agli appelli. Nessuno viene in aiuto. La notte è lunga e questa folle azione continua incessante mentre le convulsioni posseggono il corpo della sottomessa, in un gioco perverso e shockante. Il pervertito si crede un Dio, un salvatore ed un dispensatore di cure sessuali che la vittima, secondo lui, richiede. Nessuna può resistere al suo fascino libidinoso in questa fotografia perversa di quella che è, molto probabilmente, una violenza carnale consumata tra le mura domestiche. Da qui il chiaro riallacciamento con la copertina dello stesso album. Un testo veramente spiazzante e angosciante ma purtroppo descrizione di quello che accade troppe volte. La coppia Hoglan e Durkin si occupa della musica nella successiva “Cauterization”, prima traccia strumentale mai composta dai Dark Angel. Vista l’irruenza della traccia precedente, la band decide in questa occasione di rallentare. Il riffing posto in apertura si basa su note distese, dalla forte carica drammatica ma la parte migliore arriva dopo pochi secondi quando le rullate di Holgan supportano le cavalcate delle chitarre in un’atmosfera mortifera, degnamente supportate dal basso metallico. La doppia cassa del batterista inizia a lavorare in modo serio mentre il dinamismo cresce, sino a raggiungere alcuni repentini cambi di tempo poco dopo il minuto e mezzo. I tempi non sono mai tirati ma dinamici al punto giusto per risultare come un panzer che non vuole fermarsi. Le strutture mutano in maniera convincente, conservando quella carica angosciante tipica di questo disco. Le due asce riversano su disco tonnellate di palm muting mentre i colpi sulla doppia cassa non ci vogliono abbandonare, creando così un tappeto quasi continuo per tutta la traccia. L’accordatura e la veemenza delle chitarre ricordano da vicino alcune band death/thrash del periodo e bastano loro a descrivere musicalmente una canzone veramente cupa, soffocante. Le triplette di doppio pedale portano dinamismo e così ci accompagnano sino al quinto minuto quando strane variazioni livello di riffing apportano brutalità e oscurità a questa proposta già decisamente pesante. Il groove è sempre ben marcato ma l’entrata del solismo al sesto minuto si distingue per essere uno dei picchi della composizione perché perfettamente amalgamato in questa proposta per il suo timbro drammatico e mai votato alla velocità. Si sorpassano così i sette minuti in un baleno. Quando una band riesce a comporre una strumentale di tale caratura, non c’è neanche bisogno delle parole di un testo perché la carica che essa possiede descrive da sola tutto. Una delle composizione strumentali meno conosciute nel thrash ma anche, a pare mio, una delle più riuscite. In occasione della quinta traccia si cambia completamente genere perché ci si trova la cospetto della prima cover ufficiale pubblicata dalla band, ovvero “Immigrant Song” dei Led Zeppelin. Perché la scelta di un tale brano? Semplicemente perché esso contiene diversi riferimenti al mondo dell’heavy metal nel suo testo, ma ora andiamo per ordine. Il brano fu posto in apertura di "Led Zeppelin III", terzo album della band, pubblicato nel 1970. La coppia magica Plant/Page lo compose e da subito questo gioiello fece la storia. Il classico vocalizzo d’inizio strofa ed un semplice ma ripetitivo riff di chitarra consegnarono questa traccia all’eternità. Impossibile non riconoscerla tra mille, specialmente se viene usata sovente in vari film o cartoni. La versione qui proposta da parte dei Dark Angel si frega inevitabilmente di suoni nettamente più brutali anche se la band riesce a mantenerne l’aspetto originale, evitando di compiere una vera e propria rivisitazione del brano. Il classico riff viene qui caricato di distorsione ma quello che possiamo subito notare è il timbro veramente ottimo di Ron, qui in grande spolvero sugli acuti. Un lavoro eccellente da parte del cantante, soprattutto per varietà stilistica senza che si arrivi a forti distorsioni. La melodia generale della traccia non viene mai snaturata, ma solamente arricchita di pesantezza. Davvero un’ottima prova per questo breve ma significativo brano, molto lineare e semplice nella struttura. Il testo, come anticipato, riprende alcune tra le tematiche maggiormente tratta dal bands quali Manowar o Iron Maiden: i guerrieri e le loro saghe. Il filone di stampo epico - mitologico è esaltato in questa sede, trattando tematiche vichinghe. Il testo fu composto dalla band mentre era in tour in Islanda e sicuramente questo li influenzò parecchio nel comporre questo brano. L’epicità della musica viene ripresa nel testo, dove si citano uomini possenti che vengono dalle terre del ghiaccio e della neve, del sole di mezzanotte, dove sgorgano le fonti calde (chiaro riferimento ai geyser islandesi). Il martello degli Dei (ora, quante volte questa immagine del Mjollnir verrà usata ed abusata?) li guiderà attraverso nuove terre per combattere le orde al canto di: “Valhalla, sto arrivando!”. Ecco spiegato il motivo di tale risalto per questo brano, non a caso spunto di interesse per molte band heavy negli anni a seguire. Ottima prova della band ed ottima scelta per una cover. Con la sesta traccia di questo album si ritorna al classico stile di thrash oscuro e brutale con la bastonata “Older Than Time Itself”. I primi secondi si distinguono per il loro incedere pachidermico, terrificante e al limite del doom. Le note delle chitarre si trasformano in esplosioni che lentamente scemano in successione, supportate da rullate precise e pesanti da parte di Hoglan. Un inizio dall’andamento pesante e tetro, specialmente per il sapiente uso delle linee soliste da parte della chitarra che ben presto va sostenere una serie di triplette con un grande lavoro di precisione del corpulento drummer. Allo scoccare del minuto e mezzo assistiamo ad un improvviso cambio di rotta perché la ferocia la fa da padrone attraverso un riffing al limite del caotico talmente intricato e veloce in fase di esecuzione. La precisione delle band è da incorniciare perché la quantità di note che viene riversata è impressionante e mantenere un tale controllo su tempi veloci richiede tecnica ed impegno. Non c’è un attimo di respiro tra questi solchi perché Hoglan non accenna a cambiare stile, dedicandosi anima e corpo a uptempo spezzati solamente da veloci passaggi sui tamburi. Solo al quarto minuto assistiamo all’entrata di un tappeto di doppia cassa a smorzare leggermente lo stile ma ciò che colpisce maggiormente, ancora una volta, è la varietà stilistica del gigante dietro le pelli, capace di passare attraverso controtempi allucinanti per poi rigettarsi a capofitto in uptempo come se nulla fosse. Il solismo delle chitarre non risulta particolarmente curato e qui molto legato al recente passato anche se, ancora una volta, meno distorto e più pulito nel suono. Il finale va a riprendere le strutture dell’inizio in una corsa senza freni che si fregia anche si improvvise sfuriate di doppio pedale dalla velocità impressionante. Una traccia di puro impatto attraverso cambi di struttura continui ed eseguiti ad una velocità quasi impossibile da concepire e mantenere. La voce di Ron riesce a stare dietro alla struttura urlando parole come se fosse un matto, un disperato pieno di rabbia. Il suo timbro si amalgama bene anche qui perché sempre a metà strada tra il classico timbro rude da thrasher ed alcuni attimi maggiormente puliti e vari, ottimi per aggiungere un tocco drammatico alla traccia e farla risultare ancora più personale. Le tematiche affrontate in questa sede sono rivolte all’avarizia ed al consumismo che caratterizzano l’uomo. Da sempre l’essere umano ha preso tutto ciò che poteva dalla Terra, sfruttando ogni singola occasione per dare fondo a tutti i desideri materialistici che risiedono nella sua mente. Uomini e donne vengono accusati di mandare il mondo in rovina, indistintamente. L’avarizia li porta a voler sempre di più, il consumismo li conduce verso un tunnel, una spirale dalla quale non si può uscire. I rapporti umani non sono più considerati se non per uno scopo di lucro. Abusare dalla persona altrui è un attimo primordiale, feroce e senza freno in questo mondo costruito sull’impalcatura del mero consumismo sfrenato. Il palmo aperto della mano è pronto a ricevere qualcosa di materiale e le emozioni sono azzerate. L’uomo non capirà mai cosa si perde a comportarsi in questo modo, continuando a prendere senza chiedere. È una storia che non avrà mai fine, la competizione è diventata un psicosi di massa e la fame resterà per sempre. L’atto è volto semplicemente ed unicamente a consumare e possedere nuovamente. L’autore del testo si chiede se Dio possa mai esistere in questo mondo rovinato. Egli non si sente al di sopra degli altri quando compie quest’impietosa analisi ma, al contrario, vuole migliorarsi per cercare di accettare una tale visione di miseria senza giudicare. Non spetta a lui fare ciò anche se tale comportamento lo colpisce interiormente e gli devasta il cervello. Ancora una volta, le parole che escono dalla penna di Hoglan completano una descrizione impietosa e realistica della società moderna, volta al consumismo sfrenato dove i sentimenti non contano più nulla perché inutili per fare soldi. Arriviamo alla settima traccia del lavoro e troviamo la seconda strumentale del disco, “Worms”. A dire il vero, questa traccia risulta essere una sorta di break in questo incedere massiccio. Non vi è esattamente una struttura chiara siccome le chitarre si dilettano in distorsioni sinistre, supportate dalle tastiere in sottofondo e da alcune strane campionature. Una voce in lontananza recita alcune parole delle quali non si capisce il senso ed il tutto svanisce in due minuti senza lasciare il segno. Nulla di particolarmente esaltante in questa occasione e trovo, oltretutto, che una pausa del genere possa interrompere un andamento intenso ma armonioso del disco, privandolo momentaneamente dell’impatto che ha posseduto sino ad ora. Insomma, una traccia da saltare perché priva di una vera utilità ed unico punto dubbioso del disco. Meglio, quindi, proseguire nell’ascolto con la penultima traccia. “The Promise Of Agony”. Questa volta il minutaggio supera gli otto minuti e sembra che ormai la band abbia trovato la sua dimensione tra queste strutture poderose ed elaborate al punto giusto. L’inizio mostra il groove di alcuni tempi medi con ancora la batteria a trascinare tutti dietro, tramite la sua fantasia e potenza. Le triplette di doppio pedale sono eseguite ad una velocità spaventosa e con una pesantezza tale da farle suonare come mitragliate. Il riffing incessante scoppia in pura veemenza poco prima del secondo minuto quando gli uptempo entrano in scena, anche se il proseguimento si rigetta in ferali tempi medi dall’ottimo dinamismo e dal grande groove. La voce di Ron morde a dovere mentre le asce non conoscono sosta, tra improvvisi fraseggi e riffs serrati sino ad arrivare all’evocativo ritornello. Esso viene particolarmente esaltato dal cantante, qui veramente in gran spolvero. In questa traccia si può sentire il perfetto ibrido tra la violenza della prima era della band ed una voglia intrinseca di creare qualcosa di personale, sofferto e maggiormente complesso. Le strutture mutano senza sosta tra continue rullate di batteria e riffs come se piovessero. Al quinto minuto è d’obbligo ascoltare almeno tre volte di seguito il break improvviso da parte di Hoglan, con precisione al limite di una drum machine. Puro orgasmo. Si continua per tutto il tempo su strutture ragionate e meno impulsive al fine di dare fondo a tutta la sofferenza fatta musica. Poco prima del settimo minuto assistiamo ad un repentino cambio di tempo che porta un mutamento completo della struttura, il tutto eseguito con perizia ed in una frazione di secondo. I tempi solo al limite del doom e la voce di Ron si arricchisce di sfaccettature al limite dell’epico grazie al suo timbro profondo e potente. Il lento incedere sembra riprendere il battito di un cuore morente, prima di un finale in velocità che introduce un solismo abbozzato da parte delle chitarre prima di del finale col botto. Analizzando le parole scritte da Hoglan, possiamo notare come esse si riferiscano ad una conversazione tra due persone. Il punto di vista è quello di una delle due, disperata ed affranta a causa di una vita passata nella miseria e nella violenza. La fine si avvicina in fretta e la morte viene accolta come desiderio finale. L’altra persona cerca di confortare quest’anima sofferente ma la parole non vengono udite da colui che desidera ardentemente porre fine a tutte le sue angosce. Il desiderio ultimo è solo quello di farsi capire, non di essere compianto e consolato. Il suo cuore è vuoto, freddo come il ghiaccio e privo di ogni sentimento. Egli si autoaccusa di aver passato l’esistenza ad odiarsi e ad odiare gli altri ed è conscio che per porre fine a tutto, la morte è l’unica soluzione. Questo dialogo tra le due persone mostra una scena veramente desolante, con una delle due personaggi che cerca inutilmente di consolare e salvare l’altro. Ogni volta che l’anima in pena si addormenta spera di non risvegliarsi più. Morire in solitudine non è per lui sofferenza ma liberazione. La vita non lo accompagna più e mai lo ha fatto negli anni passati. I ricordi di spensieratezza sono sbiaditi, lontani nel tempo e dimenticati. I peccati commessi tornano costantemente per divorarsi l’anima e così vediamo che, alla fine del testo, la morte sopraggiunge e lo stringe tra le sue fredde braccia. Per molti questo passaggio risulta pieno di paura ma per questo personaggio non è così. La curiosità di esplorare nuove vie e fuggire da questo mondo lo spronano ad invocarne la venuta e mettere finalmente pace alle sue angosce. Giungiamo così alla fine dell’ascolto con la traccia che dà il nome al lavoro: “Leave Scars”. Essendo appunto la traccia che pone il sigillo all’album, ci aspettiamo una mazzata tra capo e collo e di questo si tratta. Sin dai primi secondi si capisce che la band non vuole prendere prigionieri. Il riffing gratta come unghie sulla lavagna mentre la doppia cassa di Hoglan viaggia come un treno merci per poi ripiombare negli uptempo più tirati. Un improvviso break ci riporta su tempi medi a supportare un riffing intricato, schizofrenico e pronto ad esplodere in violenza. Cosa che appunto accade poco dopo il primo minuto, riportando tempi serrati e tanta violenza. Le chitarre sembrano impazzite mentre disegnano trame lugubri e violente allo stesso tempo. Le improvvise sfuriate di Hoglan dietro alle pelli sembrano introdurre scariche di mitragliatrici pesanti in una marcia senza freni, sempre a cavallo tra improvvise bordate e ricadute in tempi medi dall’atmosfera cupa e perversa. La facilità con la quale la band è in grado di mutare la struttura è sconvolgente e la versatilità di Ron gli permette di fregarsi di alcuni frangenti maggiormente evocativi da alternare a urla strazianti. Il solismo delle chitarre riprende il mood della canzone attraverso melodie sofferte e momenti maggiormente impulsivi che guadagnano in velocità senza essere eccessivamente distorti. Un altro urlo acuto da parte di Ron accompagna la band verso un break improvviso dopo una lunga sequenza di uptempo. Sembra essere la fine ma così non è. I membri raccolgono le forze per un finale coi fuochi d’artificio. La doppia cassa del batterista dà fondo a tutta la sua velocità e pesantezza ad accompagnare un riffing altrettanto impulsivo e distorto in un caos primordiale di un’intensità tale da sradicare un grattacielo e farlo cadere a terra. In quasi otto minuti di durata la band si ripete su ottimi livelli di intensità, mostrando ancora una volta il giusto compromesso tra violenza e crescita strumentale in un album sovente sottovalutato ma di grande valore. Le parole scritte dal batterista parrebbero riferirsi ad un reduce di guerra, ora mercenario assoldato a “lasciare cicatrici”. Il suo modo di vivere è libero, anche dal punto di vista della sua coscienza. Non prova rimorso per quello che compie perché per lui è solo piacere. Lui si considera “il più nero degli angeli”, portatore di dolori. Chiunque non sia d’accordo con lui, patirà le pene dell’inferno. Il tempo è passato in fretta ma ciò non ha scalfito minimamente il suo essere violento ed intransigente. L’egoismo e la violenza dominano la sua mente e si sente un Dio, impossibile da fermare in un’esaltazione dell’ego che lo trascina alla follia. La sua necessità è quella di lasciare un segno, una cicatrice di modo che possa essere ricordato, siccome in alcuni momenti egli prova una bassa stima della sua persona. Il ritratto che viene fuori da questo elaborato testo è sconcertante perché ci fa capire come la mente umana possa raggiungere dei picchi così alti di perversione e violenza. D’altronde, la penna di Hoglan è stata così abile nello scrivere di tali temi su questo album. Anche in occasione del prossimo lavoro, "Time Does Not Heal", potremo gustare della sua ispirazione sia dal punto di vista musicale che lirico. Per ora, pensiamo solo al fatto di essere usciti vivi da un disco come "Leave Scars", vera e propria fucilata in pieno petto da parte di una band fotografata in un momento delicato della propria carriera.



I Dark Angel con questo lavoro hanno fatto un vero e proprio primo balzo verso una strada più personale. "Leave Scars" si compone di ben cinquanta minuti di thrash metal e ciò vuol dire che per essere convincenti in ognuno di questi minuti ci vuole ispirazione, determinazione e ottimo senso del songwriting. A fine anni 80 il thrash metal si stava contaminando con una marea di altri generi, arrivando persino ad invadere territori funky ma i Dark Angel non si lasciano prendere e corrono veloci verso una strada fatta di miglioramento tecnico e compositivo, aggiungendo del groove al loro sound ma il tutto riletto in chiave incredibilmente strema ed appesantita. Laddove "Darkness Descends" suonava come una vera a propria schioppettata in pieno petto, "Leave Scars" si avvicina ad un treno merci lanciato a folle velocità. Un ritratto sconcertante e sconfortante della società moderna fa da contorno a questa proposta al limite del death metal, inteso come allora. Le strutture si allungano, si complicano e si basano su una velocità d’esecuzione disumana, supportata da una registrazione per nulla impeccabile ma anche perfetta al fine di donare risalto all’aura morbosa del disco. I testi anch’essi mutano ed imboccano una direzione più matura. Come appena citato, dopo attente letture, non si può che provare preoccupazione e disgusto per la società moderna. Ogni peccato viene trattato da parte della band, ogni sporcizia viene analizzata e basterebbe una “No One Answers” per rendersene conto. A tal proposito, a dir poco immenso l’apporto di Gene Hoglan durante la stesura dei testi. È anche grazie a lui e alla sua penna che i Dark Angel possono dire di aver imboccato una direzione personale perché sovente il batterista si occupa anche della stesura della musica, oltre che dei testi. Inutile, comunque, rimarcare il suo apporto fisico dietro le pelli: la sua velocità, pesantezza, tecnica e versatilità sono doti ormai conosciute a tutti ma mai esaltate abbastanza per questo musicista poliedrico e dalla personalità schiva. Infine, menzione dovuta al nuovo arrivato dietro al microfono: Ron Rinehart, vera e propria macchina da guerra con un timbro vocale molto personale e diverso dal suo illustre predecessore Don Doty. Proprio a differenza di quest’ultimo, Ron mostra maggiore versatilità e si dimostra un’ottima scelta per mantenere viva la strada dell’evoluzione da parte della band. Ultimo ma non in ordine di importanza, il trittico basso-chitarre che con la sua potenza disumana e la sua tecnica produce centinaia e centinaia di note alla velocità della luce, sovente spezzate dal groove cupo in uno stile sempre pesante, asfissiante ma anche dalla carica drammatica esaltante. Insomma, se "Leave Scars" è sempre stato il capitolo meno considerato da parte dei fan è semplicemente perché esso si trova a metà strada tra due ere diverse dei Dark Angel. Esso rappresenta un ponte tra l’impulsività e la presa di coscienza delle proprie capacità da parte di una band che di lì a poco avrebbe consegnato alla storia l’album di thrash metal tecnico per eccellenza, in un periodo dove tutto sembrava ormai perso e dove gli eroi del genere erano oramai morti.


1) The Death of Innocence
2) Never to Rise Again
3) No One Answers
4) Cauterization
5) Immigrant Song
(Led Zeppelin cover)
6) Older than Time Itself
7) Worms
8) The Promise of Agony
9) Leave Scars

correlati