DARK ANGEL

Decade Of Chaos

1992 - Relativity

A CURA DI
CORRADO PENASSO
20/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Ad inizio anni 90 i californiani Dark Angel avevano raggiunto una grande notorietà nell’ambiente del thrash metal grazie ai loro lavori. Con “Darkness Descends” prima e “Time Does Not Heal” successivamente, la band nell’arco di cinque anni circa era riuscita ad entrare nel cuore di tutti i fan del suddetto genere. Seppur di stili diversi, i due lavori del gruppo fecero sì che il nome Dark Angel potesse essere sulla bocca di tutti nell’ambiente. La crescita a livello strumentale che il gruppo sfoggiò aveva del miracoloso, soprattutto se consideriamo il breve arco temporale che univa le loro pubblicazioni. Il singer che prese il posto di Doty dopo “Darkness Descends”, ovvero Ron Rinheart, introdusse un nuovo modo di cantare e assieme a lui, tutti gli altri componenti deviarono decisamente dallo stile brutale del loro thrash per affinare la tecnica e produrre tracce molto complesse ma dall’impatto comunque devastante. Successivamente all’uscita di “Time Does Not Heal”, la band intraprese una lunga tournée di supporto. Era ormai scattato il decimo anniversario di attività per la band ma ciò non evitò le continue liti all’interno del nucleo. Fatto sta che poco dopo la massacrante tournée, i Dark Angel decisero di porre fine alla loro avventura. Prima dello scioglimento ufficiale, una compilation venne data alle stampe nel 1992; essa portava il titolo di “Decade Of Chaos – The Best Of”. Mentre gli altri membri scomparirono dai riflettori, il batterista Gene Hoglan sarà l’unico a godere di ottima fama, diventando un turnista molto richiesto e suonando con Death, Testament, Old Man’s Child e Strapping Yound Lad. Ritornando alla compilation di addio da parte del gruppo, possiamo notare che essa si compone di dieci tracce, principalmente estrapolate dagli ultimi tre lavori, ovvero “Darkness Descends” (1986), “Leave Scars” (1989) e “Times Does Not Heal” (1991); trascurando l’esordio “We Have Arrived” (1985), qui presente con una sola traccia. Ora addentriamoci nell’analisi del disco. La copertina, come potete notare, risulta molto semplice alla vista. Uno sfondo rosso acceso mette in risalto il logo della band, in azzurro, ed il suoi componenti. Importante da notare è la presenza di Rinehart e non quella di Doty; come anche la presenza del primo chitarrista, Meyer, e non di Eriksen, costui presente solamente in "Time Does Not Heal".



Quale introduzione poteva essere migliore se non la stessa “Darkness Descends”? L’oramai celebre introduzione a base di chitarre distorte in un lugubre crescendo di violenza mi manda fuori di testa ad ogni ascolto. Presto assistiamo all’entrata di batteria di Hoglan con lunghe sfuriate della sua famosa doppia cassa. Il riff che ne segue trasporta dietro un continuo tappeto di doppia cassa che si alterna a furiose triplette in un’atmosfera lugubre ed oscura, perfetta per una notte di plenilunio aspettando la devastazione totale. Cosa che prontamente avviene quando alcune rullate introducono la prima, vera serie di uptempo dalla potenza incredibilmente devastante. Le due asce lavorano senza sosta e riversano su disco tonnellate di odio tramite riffs impazziti, in costante bilico tra serratissimi palm muting e taglienti tremolo. La voce di Doty si è fatta decisamente meno legata al metal classico rispetto all’album d’esordio per puntare tutto quello che possiede sulla veemenza con un tocco schizoide e roco che lo farà conoscere al mondo del thrash metal. Il ritornello ripetuto più volte si incastra alla perfezione nella composizione ed è fatto proprio per non essere dimenticato facilmente, complice un’ intensità pazzesca a livello vocale. La sezione solista delle chitarre abbandona qualsiasi forma di concessione melodica al fine di gettarsi in veloci note dalla distorsione wha-wha per risultare ancora più violente e nervose all’orecchio di chi ascolta. Non vi è un attimo per tirare il fiato siccome tutto viene proposto sotto forma di uptempo da parte di un preciso e brutale Hoglan, qui veramente al massimo dell’irruenza. L’urlo straziante di Doty pone fine a questi minuti di pura intensità musicale senza che vi sia un attimo su tempi medi. Lo stile dei Dark Angel nel 1986 era fortemente legato alla scuola degli Slayer, seppur arricchito da strutture maggiormente complesse e da un tocco riconoscibile e comunque personale. Le liriche a cura di Hoglan (il batterista si sarebbe fregiato di grandi testi nel prossimo futuro della band) trattano di tematiche apocalittiche in un mondo ormai vecchio e arrivato al capolinea. Le religioni della Terra intera, così arcaiche e sorpassate dovranno cedere di fronte all’esplosione che arriva direttamente dal nocciolo del nostro pianeta. La paura di fronte ad uno scenario tale è altissima, le anime sono condannate a perire per sempre e le bare per i corpi sono pronte. I profeti chiedono in vano la pietà che non potrà arrivare perché questa ondata di odio e distruzione non avrà fine. In sogni delle future generazioni sono distrutti mentre velocemente l’apocalisse pone fine ad ogni forma vivente presente in un crescendo di brutalità senza pari. Le parole scritte dal batterista portano, a mio vedere, una ventata di cambiamento nella band siccome il testo, oltre ad essere parecchio sviluppato, non utilizza mai parole o frasi scontate o banali. Al secondo posto di questa raccolta, troviamo l’ottima “Never to Rise Again”. Questa volta si torna indietro nel 1989, al sottovalutato album “Leave Scars”. Come già detto in fase di recensione dello stesso, lo stile della band mutò decisamente rispetto alla totale irruenza dei “Darkness Descends”, uscito tre anni prima. Una registrazione cupa e soffocante nascondeva un songwriting maggiormente intricato e in qualche episodio anche più ragionato. A tal proposito, ci ascoltiamo questa traccia che mostra la band viaggiare su tempi medi per dare risalto all’atmosfera tetra del lavoro. Qui troviamo Rinehart alla voce, sostituto di Doty, alla sua prima apparizione su di un disco dei Dark Angel. L’inizio di fregia immediatamente di una struttura difficilmente inquadrabile perché la batteria di Hoglan sostiene tempi medi con il rullante mentre la sua doppia cassa viaggia su tempi ipnotici e martellanti, senza essere estremamente veloce. Le chitarre a zanzarone mostrano maggiori inflessioni in palm muting anche se sovente esse si gettano a capofitto in fraseggi che chiamano in causa il tremolo. La voce di Ron si fa personale, specialmente durante il ritornello ripetuto più volte. In questa occasione, in particolare, la sua timbrica si lascia andare a momenti recitati e puliti a creare una sensazione di pur sofferenza mista a rabbia. Una presentazione perfetta per un cantante che si mostra da subito senza paure e per nulla semplice sostituto. Il solismo delle chitarre in prossimità del terzo minuto mostra segni di cambiamento grazie a sprazzi di melodia che non ricordano totalmente la scuola classica del metal ma piuttosto una forma malata e perversa di essa. La batteria di Hoglan a sprazzi si ferma per dare risalto ai fraseggi di chitarra per poi ripiombare nella creazione di un muro sonoro di spessore, come accade in prossimità del terzo minuto. La sua fantasia dietro alle pelli era già leggenda allora. Da mozzafiato la sezione strumentale posta in conclusione della traccia, tra chitarre impazzite e pulsanti battiti di batteria a porre il sigillo su di una composizione che trasuda malattia psicologica, perversione e drammaticità da ogni nota. Analizzando le parole che compongono il testo, notiamo come questa volta sia la coppia Durkin/Rinhart ad occuparsene, per la prima ed ultima sull’album “Leave Scars”. Le tematiche trattano di una critica verso la mentalità umana rapportata alla religione. È doveroso segnalare che in questo caso non è alcun accenno a temi con satanismo o barbarie assortire perché le parole del testo si dirigono verso figure quali Gesù e i suoi discepoli negli anni a venire, complici di assicurare l’umanità verso la pace ma incapaci di mantenere le promesse. Il giorni di decadenza si susseguono nella speranza di riuscire ad uscire da questo inferno su terra. Lo sguardo è costantemente rivolto verso il cielo ma i profitti non si vedono e le promesse sono infrante. Il lento, miserabile trascorrere del tempo assicura una sottomissione totale dell’uomo ed una rinuncia alla ricerca della felicità. Il tempo dell’apocalisse è stato annunciato ma nessuno se lo aspettava così prematuramente. L’onestà è persa, monarca dopo monarca, violenza dopo violenza. Insomma, si tratta di un testo abbastanza criptico perché la sua stesura non comprende fatti specifici o cognizioni temporali. Tuttavia, si può evincere una rabbia ed una desolazione non indifferenti e volte verso la religione ed i suoi massimi esponenti. Essi sono stati incapaci di far fede alla loro parola mentre la violenza ha sempre regnato su questo pianeta e sicuramente loro non hanno mai fatto nulla per limitarla. Continuando la nostra discesa negli abissi della follia umana, quale canzone poteva rappresentare al meglio tutto ciò se non la fantastica “Pain’s Invention Madness”, tratta dal quarto lavoro della band: “Time Does Not Heal”. Come già ripetuto più volte dal sottoscritto, l’album in questione, uscito nel 1991, si fregiò di strutture molto intricate e complesse da abbinare ad uno stile thrash metal ripulito da ogni elemento di impurità. Un vero e proprio capolavoro del thrash metal tecnico che fece impallidire molti altri lavori di quel tempo che si fregiarono della stessa etichetta. Stilisticamente parlando, possiamo ritrovare molti elementi comuni tra questa traccia e "Never To Rise Again" ed ora andiamo ad analizzarli. Possiamo sentire come la band ponga parecchia importanza al groove, specialmente nei primi minuti dove la batteria di Hoglan si assesta su tempi medi accompagnati dalla doppia cassa in bella evidenza a sostenere linee soliste dal timbro drammatico da parte di una delle chitarre, mentre l’altra serve da sezione ritmica. La voce di Ron si fa ancora più pulita in timbro, arricchita da una pronuncia che pone parecchio risalto sulla lettera finale di ogni parola, come a voler mostrare una sofferenza interiore non indifferente. Poco dopo il primo minuto sentiamo che il riffing muta e si fa più rabbioso, senza snaturare la struttura in tempi medi. Anche la voce si fa più graffiante per pochi istanti, a seguire il ritornello per la prima volta. A seguire troveremo spesso questa alternanza tra strofa e ritornello, in un cambio di mood veramente azzeccato. La batteria di Hoglan continua a viaggiare sullo stesso tempo ma le impalcature chitarristiche che vengono distese sopra di essa mutano in continuazione, come a voler dimostrare quante strutture diverse si potrebbero costruire conservando un solo, semplice tempo di batteria. Gli uptempo con triplette arrivano in prossimità del quarto minuto quando il ritornello si fregia di una urlo sofferente di Ron. A seguire possiamo godere di una lunga sequenza di palm muting selvaggi a riportare in auge la vecchia anima della band anche se tutto ormai suona ripulito da qualsiasi rozzità grazie alla tanta esperienza acquista e all’apporto di Eriksen alla chitarra, maggiormente improntato allo speed metal classico con un gusto ricercato per la melodia. Breve ma ottima la sezione solista della chitarra, tra note lugubri e picchi drammatici. Nulla è lasciato al caso ma tutto perfettamente amalgamato. La seconda sezione della traccia mostra molti più cambi di tempo con ed una ricercatezza strumentale a livello di melodie veramente esaltante. Il finale in velocità condensa le stesse note eseguite in quattro modi di versi a livello di palm muting da parte delle chitarre in un gioco tecnico spaventoso. Ancora una volte le liriche trattano di tematiche legate alla psiche umana: una persona completamente pazza descrive scenari di sofferenza personale in un delirio che comporta anche la perdita della percezione di dove si trova. Le voci nella sua testa sostengono che il dolore sia un’invenzione della follia e nulla sia reale. Questa persona alterna momenti di gioia ad altri in cui si sente completamente abbandonato, privato della sua libertà ed ambisce alla morte come unica via di suscita da questa gabbia sudicia nella quale è rinchiuso. Una gabbia che potrebbe essere vista in modo figurato, ovvero quella del suo cervello, oppure quella reale che rimanderebbe ad un manicomio. La seconda parte del testo, infatti, fa chiari riferimenti ad un’avvenuta lobotomia per un lui. Egli la desidera, la invoca al fine di porre termine a tutte le sue sofferenze. L’inibizione è rimossa e al suo posto ci sono solo due cicatrici fatte da lame. La camicia di forza viene anche citata verso la fine, con tanto di cinghie e cerniere. Il lobotomizzato viene legato a terra e lasciato solo in una stanza ma egli, nelle sua conversazione immaginaria con un’altra persona la quale potrebbe essere il lettore del testo, lo rassicura e sostiene che questa sia l’unica soluzione possibile per una mente malata come la sua. Insomma, un’ottima tripletta questa posta in apertura di disco. Essa condensa le tre fasi salienti della carriera della band e le sue mutazioni durante gli anni. Si passa dal thrash più rude e crudo per approdare ad una forma elevata di esso, dall’ottimo songwriting. In occasione della quinta traccia, si ritorna al 1986 con la brutale “Merciless Death”. Originariamente contenuta nell’esordio discografico della band, “We Have Arrived”, qui la ritroviamo rivisitata nell’ottica brutale di “Darkness Descends”. L’esordio discografico di Hoglan si distinse immediatamente per una volontà distruttrice incredibile, la quale andò ad azzerare qualsiasi forma di speed metal legata al primo lavoro. Il giro di basso, qui eseguito da Gonzales, rimane tra gli episodi più cupi del thrash metal intero. Esso è accompagnato dalle melodie distorte delle chitarre prima che esse prendano la scena con riffs profondi e tetri. Dopo neanche un minuto dall’inizio, il riff portante entra in scena, accompagnato da alcuni stop and go per poi ripartire alla velocità della luce con ferali uptempo. La differenza tra le due versioni risulta abissale sin dai primi minuti siccome qui la band si supera veramente in fase di velocità e brutalità ed a tirare il carro, ancora una volta, troviamo un devastante Hoglan a martellare senza pietà le sue pelli. I momenti di doppia cassa non mostrano un minimo segno di cedimento ed anche la sezione più pacata a metà traccia sfoggia un’irruenza ed un’oscurità incredibile, azzerando qualsiasi forma di melodia tendente, come precedentemente detto, allo speed metal della versione originale. I riffs sembrano motoseghe impazzite mentre l’ugola di Doty raggiunge picchi perforanti durante un ritornello tanto semplice quanto violento e di facile presa, anche per la sua ripetizione che non raggiunge mai l’eccessivo. Il solismo delle due asce non conosce mediazione ed ancora una volta riversa su disco tonnellate di distorsioni da unire ad un furioso tremolo al fine di risultare anch’esso parte di questa impalcatura totalmente votata all’impatto. Il testo, originariamente a cura della coppia Doty/Durkin, risulta intento a descrivere la distruzione apportata dalla band in sede live. Le persone che assistono alla loro prestazione vengono invase da una dosa mostruosa di violenza e non si reggono in piedi a causa di questo suono così assordante. Tutti devono cadere in ginocchio stremati di fronte ai Dark Angel e non c’è pietà per nessuno. L’obbedienza è solamente per la band mentre essa e pronta a dare il colpo finale, attraverso una morte senza pietà. L’Angelo è arrivato, portando morte e distruzione e le anime dei caduti adesso sono sue. Tutto ciò che rimane è un posto devastato, in fiamme ed una serie di morti per terra, come a voler ribadire la potenza del gruppo in sede live. Una lezione di violenza giustamente entrata nella storia del genere e quinta traccia consegnata ai posteri. Al quinto posto vediamo la presenza di una traccia sovente dimenticata dai più ma dalla carica distruttiva incredibile: “The Promise Of Agony”, tratta da “Leave Scars”. Gli oltre otto minuti di durata non pesano affatto alle orecchie di chi ascolta grazie a strutture sempre coinvolgenti che marcavano un cambiamento progressivo ed un allontanamento dai classici canoni del thrash metal. L’inizio mostra il groove di alcuni tempi medi con ancora la batteria a trascinare tutti dietro, tramite la sua fantasia e potenza. Le triplette di doppio pedale sono eseguite ad una velocità spaventosa e con una pesantezza tale da farle suonare come mitragliate. Il riffing incessante scoppia in pura veemenza poco prima del secondo minuto quando gli uptempo entrano in scena, anche se il proseguimento si rigetta in ferali tempi medi dall’ottimo dinamismo e dal grande groove. La voce di Ron morde a dovere mentre le asce non conoscono sosta, tra improvvisi fraseggi e riffs serrati sono ad arrivare all’evocativo ritornello. Esso viene particolarmente esaltato dal cantante, qui veramente in gran spolvero. In questa traccia si può sentire il perfetto ibrido tra la violenza della prima era della band ed una voglia intrinseca di creare qualcosa di personale, sofferto e maggiormente complesso. Le strutture mutano senza sosta tra continue rullate di batteria e riffs come se piovessero. Al quinto minuto è d’obbligo ascoltare almeno tre volte di seguito il break improvviso da parte di Hoglan, con precisione al limite di una drum machine. Puro orgasmo. Si continua per tutto il tempo su strutture ragionate e meno impulsive al fine di dare fondo a tutta la sofferenza fatta musica. Poco prima del settimo minuto assistiamo ad un repentino cambio di tempo che porta un mutamento completo della struttura, il tutto eseguito con perizia ed in una frazione di secondo. I tempi solo al limite del doom e la voce di Ron si arricchisce di sfaccettature al limite dell’epico grazie al suo timbro profondo e potente. Il lento incedere sembra riprendere il battito di un cuore morente, prima di un finale in velocità che introduce un solismo abbozzato da parte delle chitarre prima di del finale col botto. Analizzando le parole scritte da Hoglan, possiamo notare come esse si riferiscano ad una conversazione tra due persone. Il punto di vista è quello di una delle due, disperata ed affranta a causa di una vita passata nella miseria e nella violenza. La fine si avvicina in fretta e la morte viene accolta come desiderio finale. L’altra persona cerca di confortare quest’anima sofferente ma la parole non vengono udite da colui che desidera ardentemente porre fine a tutte le sue sofferenze. Il desiderio ultimo è solo quello di farsi capire, non di essere compianto e consolato. Il suo cuore è vuoto, freddo come il ghiaccio e privo di ogni sentimento. Egli si autoaccusa di aver passato l’esistenza ad odiarsi e ad odiare gli altri ed è conscio che per porre fine a tutto, la morte è l’unica soluzione. Questo dialogo tra le due persone mostra una scena veramente desolante, con una delle due personaggi che cerca inutilmente di consolare e salvare l’altro ma invano. Ogni volta che l’anima in pena si addormenta spera di non risvegliarsi più. Morire in solitudine non è per lui sofferenza ma liberazione. La vita non lo accompagna più e mai lo ha fatto negli anni passati. I ricordi di spensieratezza sono sbiaditi, lontani nel tempo e dimenticati. I peccati commessi tornano costantemente per divorarsi l’anima e così vediamo che, alla fine del testo, la morte sopraggiunge e lo stringe tra le sue fredde braccia. Per molti questo passaggio risulta pieno di paura ma per il personaggi non è così. La curiosità di esplorare nuove vie e fuggire da questo mondo lo spronano ad invocarne la venuta e mettere finalmente pace alle sue angosce. Un’ottima occasione quindi per gustarci una canzone troppo spesso messa in secondo piano rispetto ai classici della band. Si respirava aria (malsana) di cambiamento in casa Dark Angel e tutto questo sarebbe accaduto pochi anni dopo. In questo modo si compie il cosiddetto giro di boa ed approdiamo alla sesta traccia della raccolta: “Death Is Certain (Life is not)”, ovvero forse la traccia più brutale e senza compromessi del mastodontico “Darkness Descends”. Lo storico incipit a base di furente doppia cassa è ormai entrato di diritto nell’immortalità del genere, al pari dello stacco di Lombardo su “Angel Of Death”. Un giovane ma talentuoso Hoglan si dona completamente nel ricreare un muro invalicabile di battiti veloci come mitragliate. Una fucilata in piena faccia che introduce, sullo stesso pattern di batteria, riffs schizoidi che non accennano a calare di intensità. Un tappeto quasi perenne di doppio pedale accompagna il resto della band per tutta la durata della canzone senza che ci sia un minimo calo di intensità per la canzone più brutale del disco. Le chitarre sovente si assestano su di un veemente tremolo picking in una valanga di note sputate alla velocità supersonica. La voce di Doty morde a dovere, specialmente durante lo spettacolare ritornello. Non c’è tempo medio che tenga più di qualche secondo perché la forza distruttrice della band punta in una direzione sola, accompagnando assoli chitarristici veloci e abbozzati in alcuni punti ma anche di valore quando allo scoccare del terzo minuto un accenno di melodia, drammatica e grottesca allo stesso tempo, viene prodotta dalla sei corde. Come a voler anticipare uno stile oscuro e perverso, timbro dei prossimi Dark Angel. Fino alla fine non vi è un attimo di respiro e la seconda metà della canzone riprende esattamente le struttura della prima, senza risultare noiosa perché ben amalgamata e dalla violenza incontrastata. Il testo a cura di Hoglan risulta impegnato perché trattante un tema scottante come l’eutanasia. Il batterista si schiera palesemente a favore quando scrive di vedere un suo amico in un letto di ospedale, circondato da tubi e paralizzato dal collo in giù. Si chiede se questa si possa chiamare vita. I politici e la Chiesa non ammettono la morte indotta e pretendono che la persona rimanga in vita, se essa si può definire tale. I pensieri nella persona paralizzata sono costantemente rivolti verso la morte, unica via di uscita dalla sofferenza. Egli si chiede se possa mai esistere un Dio visto che a pagare sono sempre le persone buone. Ad un certo punto del testo, Hoglan descrive un ago che entra nel braccio e accompagna questa persona alla morte, come in un’eutanasia segreta, illegale ma voluta e per questo da rispettare. L’amico spera che almeno l’anima del deceduto sia stata salvata mentre il suo corpo ora giace e riposa in una bara. Ecco quindi che le tematiche dell’eutanasia vengono toccate da parte della penna del batterista. Possiamo quindi notare come argomenti seri ed attuali pian piano stavano prendendo il sopravvento sulle classiche liriche di sfogo adolescenziale in una maturazione progressiva e sempre più evidente. Come settima traccia troviamo nient’altro che la title-track del loro terzo lavoro, ovvero “Leave Scars”. I suoi quasi otto minuti celano così tanta oscurità, bontà di songwriting ed atmosfere perverse da essere quasi insostenibili a livello di intensità. Da subito sentiamo un riffing aspro ed asciutto dalla distorsione vicina a quella di una motosega ad accompagnare una doppia cassa che viaggia come un treno. Passiamo, successivamente, da una sequenza immeditata di uptempo ad un improvviso break ci riporta su tempi medi a supportare un riffing intricato, schizofrenico e pronto ad esplodere in violenza. Cosa che appunto accade poco dopo il primo minuto, riportando tempi serrati e tanta violenza. Le chitarre sembrano impazzite, disegnando trame lugubri e violente allo stesso tempo. Le improvvise sfuriate di Hoglan dietro alle pelli sembrano introdurre scariche di mitragliatrici pesanti in una marcia senza freni, sempre a cavallo tra improvvise bordate e ricadute in tempi medi dall’atmosfera cupa e perversa. La facilità con la quale la band è in grado di mutare la struttura è sconvolgente e la versatilità di Ron gli permette di fregarsi di alcuni frangenti maggiormente evocativi da alternare a urla strazianti. Il solismo delle chitarre riprende il mood della canzone attraverso melodie sofferte e momenti maggiormente impulsivi che guadagnano in velocità senza essere eccessivamente distorti. Un altro urlo acuto da parte di Ron accompagna la band verso un break improvviso dopo una lunga sequenza di uptempo. Sembra essere la fine ma così non é. I membri raccolgono le forze per un finale coi fuochi d’artificio. La doppia cassa del batterista dà fondo a tutta la sua velocità e pesantezza ad accompagnare un riffing altrettanto impulsivo e distorto in un caos primordiale di un’intensità tale da sradicare un grattacielo e farlo cadere a terra. In quasi otto minuti di durata la band si ripete su ottimi livelli di intensità, mostrando ancora una volta il giusto compromesso tra violenza e crescita strumentale. Le parole scritte dal batterista parrebbero riferirsi ad un reduce di guerra, ora mercenario assoldato a “lasciare cicatrici”. Il suo modo di vivere è libero, anche dal punto di vista della sua coscienza. Non prova rimorso per quello che compie perché prova sempre piacere. Lui si considera “il più nero degli angeli”, portatore di pene. Chiunque non sia d’accordo con lui, patirà le pene dell’inferno. Il tempo è passato in fretta per lui ma ciò non ha scalfito minimamente il suo essere violento ed intransigente. L’egoismo e la violenza dominano la sua mente e si sente un Dio, impossibile da fermare in un’esaltazione dell’ego che lo trascina alla follia. La sua necessità è quella di lasciare un segno, una cicatrice di modo che possa essere ricordato, siccome in alcuni momenti egli prova una bassa stima della sua persona. Il ritratto che viene fuori da questo elaborato testo è sconcertante perché ci fa capire come la mente umana possa raggiungere dei picchi così alti di perversione e violenza. Un ritratto dell’uomo sì sconvolgente ma quasi nulla se paragonato alle liriche della successiva “Act Of Contrition”, direttamente dal capolavoro “Time Does Not Heal”. La terza canzone del suddetto album tratta tematiche di sottomissione. Vediamo una persona totalmente sottomessa all’altra, la quale la deride mentre le distrugge il cervello. Le ossessioni del pervertito portano alla follia il sottomesso e per lui non c’è via di scampo. Questo gioco tra le due persone viene descritto soprattutto a livello mentale perché la forza del dominatore è quella di riuscire ad entrare nella testa della sua vittima per distruggere facilmente il suo cervello. Ogni comando deve essere eseguito mentre il pervertito ordina al sottomesso di non lasciarlo mai finché non la avrà liberato lui stesso. Il tormentatore fa parte del destino del sottomesso e non può essere allontanato da parte della vittima che cerca in tutti i modi di fuggire dalla sue grinfie. Con il pensiero totalmente volto al dominatore, la mente del sottomesso non può che soccombere e accettare il suo fato. Un tale testo non potrebbe che essere accompagnato da una musica altrettanto angosciante e lugubre. L’iniziale stacco di batteria risulta essere abbastanza complesso e dal groove arrembante al fine di supportare i fraseggi delle chitarre. Successivamente assistiamo ad un secondo momento in batteria solista, durante il quale Hoglan dà sfoggio di tutta la sua tecnica grazie a triplette in controtempo. Il groove si fa elemento importante per questa traccia che in prossimità del ritornello mostra alcune venatura maggiormente dinamiche ma senza velocizzazioni improvvise. Si rimane su tempi ragionati con strutture che sporadicamente riprendono l’incipit iniziale. La voce sofferente ed evocativa di Ron aggiunge, come al solito un timbro particolare alla traccia ed essa si modula alla perfezione tra i vari cambi di tempo e struttura in queste tessiture complesse, nonostante la velocità non elevata. I primi tempi tirati entrano in scena solamente durante la fase solista delle chitarre, in prossimità del terzo minuto. Anch’esse si fanno melodiose ma mai scontate o pacchiane perché l’importante è riuscire a trasmettere la giusta dose di angoscia e malessere interiore. Le note fluiscono con decisione dalle corde ma vi è sempre un modo molto studiato nell’eseguirle e proporle. A dir poco grandioso il cambio di tempo a seguire, come un macigno nero pece che ti travolge grazie ad un riffing cupo ed ad una batteria assillante con la doppia cassa a scandire il tempo in modo marziale. L’uso di alcuni stop and go lascia entrare alcune voci filtrate che potrebbero richiamare in parte gli Slayer del periodo meno impulsivo ma con meno uso di distorsioni. Il tutto suona comunque perfettamente incastrato ed l’arrivo del ritornello dona maggiore dinamicità a questa traccia che mostra persino chiare inflessioni doom per il finale. Le chitarre rallentano ulteriormente e a tratti ricreano melodie buie grazie al sapiente uso del lead mentre la batteria accompagna minacciosa in sottofondo fino al lento scemare della struttura. A tirare le somme, possiamo dire di trovarci al cospetto della prima, vera canzone nettamente groove da parte della band all’epoca. Ci avviciniamo in fretta alla fine dell’ascolto quando ci troviamo al cospetto della poderosa “Hunger Of The Undead”, nuovamente estrapolata dal mitico “Darkness Descends”. La distorsione perforante portata dalle chitarre chitarra ci introduce ad una prolungata sezione di doppio pedale da parte di un Hoglan veramente scatenato, intento a martoriare i tamburi con precisione in uno stile essenziale e privo di fronzoli ma anche decisamente ispirato. Questa struttura iniziale potrebbe essere messa a confronto con una a caso, simile in stile, presente sull’album di debutto. La differenza è abissale. Laddove su “We Have Arrived” lo stile poteva ancora rimandare alla scuola NWOBHM con punte di speed metal, qui ci troviamo al cospetto di melodie azzerate da parte delle chitarre anche se aleggia sempre un tocco sinistro nelle note delle stesse. Il riffing si fa decisamente più scarno ma non per questo l’ispirazione viene meno perché ogni singola struttura è facilmente memorizzabile sin dal primo ascolto. Dopo neanche trenta secondi dalla suddetta impalcatura, la band decide che è il momento di schiacciare sull’acceleratore e riversare addosso all’ascoltatore tonnellate di violenza. Il basso pulsa violentemente nel mix grazie alla sua distorsione metallica mentre la voce di Doty raggiunge picchi di malvagità incredibile grazie ad un timbro più sofferto che urlato, con buona modulazione vocale a seconda dell’atmosfera. Alcune triplette e controtempo, poco dopo il secondo minuto, vanno a sfociare nel fantastico ritornello, prontamente supportato da lunghe sezione di doppia cassa e successivi cambi di tempo veramente esaltanti. Il tocco drammatico del riffing ci introduce alla velocissima e tagliente sezione solista da parte delle chitarre, in un fiume di distorsioni wha-wha tra tremolo e tapping selvaggio. La prosecuzione non vede alcuna forma di mediazione, tra prolungati uptempo intervallati solamente alle rullate al fulmicotone di Hoglan. Ancora una volta il testo è a cura del batterista, qui alle prese con il tema della reincarnazione. Un’anima dannata si trova al cospetto delle porte degli inferi ma il suo destino non è quello. Non vi è traccia di fiamme ne puzza di zolfo nel posto dove deve andare siccome presto viene rispedita sulla Terra sotto forma di un’altra persona, vivendo da reietto della società. Tutto l’odio e la violenza accumulati nella vita passata lo rendono una persona sempre peggiore ed il pensiero di un’eternità nel limbo lo fa impazzire. La voglia di rompere le catene che lo legano è forte ma non c’è nulla da fare in questo turbinio folle che lo porta alla disperazione totale. Non ha possesso nemmeno della sua anima in questa situazione dalla quale è impossibile uscire. Chi avrebbe mai pensato ad una totale assenza di Satana o Dio nell’aldilà? Questi pensieri lo portano a ridere delle religioni, solamente oppio per i popoli. Una vita fatta di sofferenze lo aspetta mentre il karma prende possesso di lui per l’eternità. Davvero ottima l’analisi operata dal batterista. Un’analisi volta soprattutto alla sfera psicologica dei personaggi coinvolti. A chiusura del lavoro troviamo la versione live della title-track del loro primo lavoro, ovvero “We Have Arrived”. La versione che ci ascoltiamo è tratta direttamente dal live album intitolato “Live Scars”, edito dalla band nel 1990. Una versione della traccia, quindi, rivista secondo l’ottica matura della band, con Ron alla voce. Egli stesso annuncia alla folla in delirio che la band starà per eseguire un pezzo risalente ai primi anni della band. La band comincia a fare un po’ di jam session prima che le forze vengano raccolte per l’assalto. La batteria di Hoglan crea un tappeto di doppia cassa a sostenere il riffing serrato delle chitarre in un crescendo costante di intensità. Rispetto alla versione originale, possiamo da subito notare un sound più veloce e tagliente. Al minuto e mezzo tutta la furia della band esplode tramite prolungati uptempo e lo stile risulta nettamente spoglio del primitivo speed metal classico dell’esordio, anche se Ron si sforza nel ricreare lo stile di Doty, riuscendoci alla perfezione. Il ritornello è la parte più riconoscibile della canzone in questa bolgia disumana fatta di riffs tirati, assoli al fulmicotone e la batteria di Hoglan a pestare duro. La registrazione non è affatto perfetta, anche perché forse i suoni stessi in sede live danno troppo importanza alla parte vocale, a discapito degli altri strumenti. Tuttavia, a parte queste pecche, la band si mostrava al massimo delle sue forze in una prestazione che immaginiamo veramente devastante, anche dal punto di vista visivo. Per quanto riguarda il testo, come già analizzato nella recensione dell’album stesso, esso richiama elementi ancora legati all’adolescenza. Il palco fumante attende la band ed il verbo del metal vive con loro, soddisfacendo ogni desiderio del metallaro più assetato di sangue. Le borchie di entrano nella carne mentre senti il dolore, tra fiamme e fumo questi demoni riversano sul pubblico tutta la violenza che risiede in loro. La loro proposta è più veloce e tagliente che mai e appena finito uno show ecco che li troviamo pronti ad assalire un’altra città con il loro thrash metal diretto. Insomma, nulla che riguardasse ancora la sfera della psiche umana ma un episodio comunque godibile a chiusura di una compilation abbastanza ben strutturata. L’unica lamentela che potrei fare riguarda l’inserimenti di una sola traccia del primo album, per di più eseguita dal vivo due anni prima di questa raccolta. Non c’è stato spazio per una versione presa direttamente da disco e ciò mi spiace perché sarebbe stata una buona testimonianza.



Tirando la somme dell’ascolto, possiamo dire che la compilation "Decade of Chaos – The Best Of" possa essere presa in considerazione sopratutto dai neofiti del genere, in cerca di una sorta di “summa” dei vari stili della band durante gli anni di attività. Si passa tranquillamente dallo stile primordiale di “Darkness Descends” a quello più tecnico e ragionato di “Time Does Not Heal” con disinvoltura in un lavoro che miscela questi stili in un’ottima maniera. Come avete potuto notare, la sequenza della canzoni è perlopiù cronologica, divisa a blocchi di tre, come a voler seguire passo passo l’evoluzione stilistica della band. Dagli esordi votati alla violenza, i Dark Angel ci prendono per mano e ci accompagnano attraverso la loro crescita strumentale e di songwriting per darci un quadro completo della loro carriera. Ad ogni modo, mi sento anche di raccomandare questo album a tutti gli appassionati della band in cerca delle loro tracce preferite, senza dover passare da album ad album. Dall’ascolto di queste tracce si può evincere il percorso di maturazione da parte di una delle band più importanti del genere thrash metal, il tutto in pochi anni di attività che comunque hanno lasciato un segno profondo ed indelebile nella scena. In questa compilation, si può anche notare con piacere l’alternarsi delle due voci che hanno militato nella band: Don Doty e Ron Rinehart. Il primo con il suo stile graffiante ed estremo, maggiormente adatto alla prima fase della band siccome dalla musica selvaggia e diretta, ed il secondo, con un taglio più accessibile e variopinto, ottimo per la svolta tecnica del gruppo. Entrambi portatori di innovazione nel loro campo e perfettamente incastonati in queste mutazioni musicali che hanno dell’incredibile, pur mantenendo salda l’adorazione per il genere. Altro aspetto da far notare è ovviamente lo stile di Hoglan alle pelli, in un’evoluzione che ha dell’incredibile per tecnica e raffinatezza. Anche in questo caso si passa dalla pura brutalità degli esordi alla pulizia d’esecuzione di “Time Does Not Heal”, sempre al timone della band. Insomma, un buon prodotto che ha fatto e farà la gioia dei fan del gruppo ed un’occasione ghiotta per rispolverare alcuni classici immortali. Ancora una volta, mi sento di esprimere il mio malcontento riguardo all’esclusione dei brani dell’esordio discografico della band: “We Have Arrived”. Sarebbe stata un’ottima occasione per avere un excursus veramente completo della carriera della band ma si vede che la compilation, non autorizzata a detta del gruppo, volle porre maggior rilievo agli album che resero i Dark Angel quello che sono. Forse “We Have Arrived” risulta meno “ingombrante” a livello di fama rispetto ai lavori successivi anche se la sua presenza non avrebbe fatto altro che donarci un percorso temporale e stilistico ancora più largo per questa band importante per la scena.


1) Darkness Descends
2) Never To Rise Again
3) Pain’s Invention Madness
4) Merciless Death
5) Promise of Agony
6) Death Is Certain (Life Is Not)
7) Leave Scars
8) Act Of Contrition
9) Hunger Of The Undead
10) We Have Arrived (live)

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