DARK ANGEL

Darkness Descends

1986 - Combat Records

A CURA DI
CORRADO PENASSO
12/01/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Sovente l’anno 1986 viene ricordato come il picco massimo mai raggiunto dal thrash metal. Proprio in quel periodo, i maggiori esponenti di questo genere brutale e veloce si preparano a dare alle stampe i loro terremotanti prodotti. Se gli esordi vedono le band coinvolte nel seguire le orme della NWOBHM, con il passare degli anni, in un’evoluzione che ha delle tempistiche incredibilmente ristrette, le band più acclamate dai thrashers dell’epoca sciorinano uno stile del tutto personale e ormai maturo. Ricordiamo doverosamente i Metallica con “Master Of Puppets” e i Megadeth di “Peace Sells.. But Who’s Buying” tra gli esponenti con maggior propensione alla tecnica e alla raffinatezza. Da opporsi a loro come stile ed efferatezza, non possiamo non citare gli Slayer di “Reign In Blood” e, per la corrente europea, i Kreator con “Pleasure To Kill”, simboli di una volontà di ulteriore appesantimento di un sound di per sé già con poche volontà di mediazione. La scena “extreme thrash”, tuttavia, viene completata solamente con i californiani Dark Angel ed il loro mastodontico Darkness Descends, figlio diretto degli Slayer ma spesso erroneamente associato al classico copia-incolla. Di questi folli massacratori avevamo già parlato precedentemente in occasione del loro buon debutto, “We Have Arrived”, capace di accodarsi tra le migliori prime uscite del periodo da parte di una band. Questi ottimi esordienti mostravano, nel loro piccolo, una violenza d’esecuzione non comune per allora. Era ovvio che gli Slayer fossero il termine di paragone più facile in quel periodo, vista l’importanza che la band di Araya rivestiva nel panorama, tuttavia i Dark Angel mostravano già elementi personali come una discreta ricercatezza legata alla vecchia scuola heavy metal/speed metal da opporre a feroci bordate di puro thrash metal. Era il 1985 e nessuno si sarebbe immaginato che questa band potesse ritornare sulle scene, a distanza di un solo anno, con un lavoro di tale caratura. Una cambiamento in formazione si rivela essere decisivo: l’abbandono di Jack Schwartz e l’arrivo del mastodontico Gene Hoglan. Costui, essere schivo ed ex-tecnico in studio di registrazione degli Slayer, pronunciò una frase premonitrice appena prima di entrare in studio con i Dark Angel: “If the US doesn’t start World War III, this record sure as hell will!” (“Se gli Stati Uniti non iniziano una Terza Guerra Mondiale, quest’album sicuramente lo farà”). Sono chiare, quindi, le intenzioni di una band che con questo lavoro toccherà una delle vette più alte in brutalità per il genere. Il secondo cambio di formazione riguarda l’abbandono di Rob Yahn al basso e l’entrata di Mike Gonzales. L’allora potente “Combat Records” decide di metterli sotto contratto per il mercato USA, lasciando alla “Under One Flag” la fetta europea. Sotto la guida di Randy Burns, il 17 novembre del 1986 “Darkness Descends” è pronto ad invadere il mercato musicale, formando assieme a “Pleasure To Kill” e “Reign in Blood” la Unholy Trinity del thrash più rozzo e violento. Addentriamoci tra queste sette tracce dalla potenza devastante.



L’incipit non potrebbe essere dei migliori. Ci troviamo immediatamente al cospetto delle possente title-track, Darkness Descends. Distorsioni lontane crescono lentamente e capiamo che esse sono portate dalle due asce, in uno stridulo inquietante che pone delle basi solide per quanto riguarda l’atmosfera. Dopo quindici secondi assistiamo all’inizio del massacro grazie ad alcuni stop and go che introducono una lunga serie di battiti di doppia cassa da parte di un Gene “The Atomic Clock” Hoglan che vuole già mostrare le sue immense capacità alle pelli. Il riff che ne segue trasporta dietro un continuo tappeto di doppia cassa che si alterna a furiose triplette in un’atmosfera lugubre ed oscura, perfetta per una notte di plenilunio aspettando la devastazione totale. Cosa che prontamente avviene quando alcune rullate introducono la prima, vera serie di uptempo dalla potenza incredibilmente devastante. Le due asce lavorano senza sosta e riversano su disco tonnellate di odio tramite riffs impazziti, in costante bilico tra serratissimi palm muting e taglienti tremolo. La voce di Doty si è fatta decisamente meno legata al metal classico per puntare tutto quello che possiede sulla veemenza con un tocco schizoide e roco che lo farà conoscere al mondo del thrash metal. Il ritornello viene incastonato alla perfezione perché di facile presa con le sue parole ormai entrate alla storia: “This city is guilty, the crime is life, the sentence is death, darkness descends” (“Questa città è colpevole, il crimine è vita, la sentenza è morte, calano le oscurità”). Esso viene ripetuto più volte in veloce sequenza e grazie anche a ciò, viene ricordato facilmente. La sezione solista delle chitarre abbandona qualsiasi forma di concessione melodica al fine di gettarsi in veloci note dalla distorsione wha-wha per risultare ancora più violente all’orecchio. Non vi è un attimo per tirare il fiato siccome tutto viene proposto sotto forma di uptempo da parte di un preciso e brutale Hoglan, qui veramente al massimo dell’irruenza. I suoi colpi sembrano mattonate sul collo, fino all’ultimo di questi lunghi (per intensità) sei minuti. L’urlo terrificante di Doty sul ritornello pone fine a quest’antipasto a base di puro thrash metal estremo, sigillo di una traccia da tramandare alle generazioni venture. Come è possibile immaginare dal ritornello, le liriche a cura di Hoglan (il batterista si sarebbe fregiato di grandi testi nel prossimo futuro della band) trattano di tematiche apocalittiche in un mondo ormai vecchio e arrivato al capolinea. Le religioni della Terra intera, così arcaiche e sorpassate dovranno cedere di fronte all’esplosione che arriva direttamente dal nocciolo del nostro pianeta. La paura di fronte ad uno scenario tale è altissima, le anime sono condannate a perire per sempre e le bare per i corpi sono pronte. I profeti chiedono in vano la pietà che non potrà arrivare perché questa ondata di odio e distruzione non avrà fine. In sogni delle future generazioni sono distrutti mentre velocemente l’apocalisse pone fine ad ogni forma vivente presente in un crescendo di brutalità senza pari. Le parole scritte dal batterista portano, a mio vedere, una ventata di cambiamento nella band siccome il testo, oltre ad essere parecchio sviluppato, non utilizza mai parole o frasi scontate o banali. La scelta ricade su strutture ben articolate che ti fanno sentire ciò che vogliono trasmettere, senza risultare infantili. Il massacro prosegue con la seconda traccia, The Burning Of Sodom, la quale da subito vuole mettere le cose in chiaro. Il riff posto in apertura non ammette mediazioni e dopo alcuni stop and go da parte della batteria, Doty si lancia in un urlo potente e graffiante al fine di far entrare i primi uptempo dalla potenza debordante con un Hoglan sugli scudi, sempre più partecipe e capace di elevarsi con le sue doti. I riffs continuano il loro pattern devastante, tra furiosi palm muting e brevi momenti in tremolo  in occasione del ritornello. In questa occasione, in modo particolare, la voce di Doty si fa ancora più cupa e brutale mentre il proseguimento vede alcune rullate da parte del mastodontico batterista ad introdurre la fase solista della chitarra, direi alquanto essenziale e distorta nella sua velocità. La scuola Slayer è ben udibile, tuttavia le struttura dei Dark Angel si fanno maggiormente complesse e variegate rispetto agli Slayer di allora, forse maggiormente legati alla corrente hardcore e alle impalcature di bands come D.R.I. o S.O.D. Al secondo minuto circa assistiamo ai primi rallentamenti presenti su disco, i quali si distinguono per la loro breve durata (circa trenta secondi) e per la varietà di Hoglan dietro le pelli a sostenere un riffing che ad ogni modo non  vuole rallentare di molto. Il finale è affidato nuovamente ai tempi tirati con la ripresa del ritornello per terminare in bellezza una traccia che risulta come un vero e proprio pugno nello stomaco. Il confine con l’allora concezione di “death metal” si fa flebile per una band capace di comporre tracce ben sviluppate nella loro colossale presentazione. Come è facile immaginare, il testo a cura di Hoglan/Durkin/Doty tratta della caduta di Sodoma. Insieme a Gomorra, la città del peccato caccia il simboli cristiani per votarsi alla perdizione completa. I peccatori ridono alla vista della croce mentre la città brucia e gli angeli cadono dal cielo, sconfitti. Le nuvole nere sono presagio di sciagura imminente. Ora sventola la bandiera della croce capovolta mentre il signore del male fa il suo ingresso tra le porte, impalando le persone e rubando loro le anime. Le fiamme si ergono alte tra le mura e la città comincia a crollare su sé stessa. Solo una famiglia riesce a scappare, conscia che il sacrificio non è la scelta migliore da compiere. Si tratta della famiglia di Lot che riuscì a scappare dai sacrifici umani volti a cercare di placare un Dio ormai furioso e pronto a scatenare tutta la sua violenza su questa città di peccatori. Un testo che cita eventi presenti sulla Genesi e, anche per questo, di valore siccome non meramente inventati o ridicolizzati con le solite tematiche a base di satanismo. Già abbastanza destabilizzati per cotanta brutalità arriviamo ad analizzare il terzo capitolo di questo album fenomenale, Hunger Of The Undead. La presente composizione mostra alcuni spunti molto interessanti da confrontare con lo stile della band di solamente un anno prima. Un fischio perforante portato dalla distorsione della chitarra ci introduce ad una prolungata sezione di doppio pedale da parte di un Hoglan veramente scatenato, intento a martoriare i tamburi con precisione in uno stile essenziale e privo di fronzoli ma anche decisamente ispirato. Questa struttura iniziale potrebbe essere messa a confronto con una a caso, simile in stile, presente sull’album di debutto. La differenza è abissale. Laddove su “We Have Arrived” lo stile poteva ancora rimandare alla scuola NWOBHM con punte di speed metal, qui ci troviamo al cospetto di melodie azzerate da parte delle chitarre anche se aleggia sempre un tocco sinistro nelle note delle stesse. Il riffing si fa decisamente più scarno ma non per questo l’ispirazione viene meno perché ogni singolo estratto è facilmente memorizzabile e carpibile sin dal primo ascolto. Dopo neanche trenta secondi dalla suddetta struttura, la band decide che è ora per pigiare sull’acceleratore e riversare addosso all’ascoltatore tonnellate di violenza. Il basso pulsa violentemente nel mix , con la sua distorsione metallica mentre la voce di Doty raggiunge picchi di malvagità incredibile grazie ad un timbro più sofferto che urlato, con buona modulazione vocale a seconda dell’atmosfera. Alcune triplette e controtempo, poco dopo il secondo minuto, vanno a sfociare nel fantastico ritornello, prontamente supportato da lunghe sezione di doppia cassa e successivi cambi di tempo veramente esaltanti. Il tocco drammatico del riffing ci introduce alla velocissima e tagliente sezione solista da parte delle chitarre, in un fiume di distorsioni wha-wha tra tremolo e tapping selvaggio. La prosecuzione non vede alcuna forma di mediazione, tra prolungati uptempo intervallati solamente alle rullate al fulmicotone di Hoglan. Ancora una volta il testo è a cura del batterista, qui alle prese con il tema della reincarnazione. Un’anima dannata si trova al cospetto delle porte degli inferi ma il suo destino non è quello. Non vi è traccia di fiamme ne puzza di zolfo nel posto dove deve andare siccome presto viene rispedita sulla Terra sotto forma di un’altra persona, vivendo da reietto della società. Tutto l’odio e la violenza accumulati nella vita passata lo rendono una persona sempre peggiore ed il pensiero di un’eternità nel limbo lo fa impazzire. La voglia di rompere le catene che lo legano è forte ma non c’è nulla da fare in questo turbinio folle che lo porta alla disperazione totale. Non ha possesso nemmeno della sua anima in questa situazione dalla quale è impossibile uscire. Chi avrebbe mai pensato ad una totale assenza di Satana o Dio nell’aldilà? Questi pensieri lo portano a ridere delle religioni, solamente oppio per i popoli. Una vita fatta di sofferenze lo aspetta mentre il karma prende possesso di lui per l’eternità. Davvero ottima l’analisi operata dal batterista. Un’analisi volta soprattutto alla sfera psicologica. A dire il vero, sono proprio la psicologia e lo stato umano i punti forti della penna di Hoglan e queste potenzialità sarebbero venute fuori in modo prepotente nell’immediato futuro. Arrivati all’analisi della quarta traccia, troviamo quella Merciless Death già presente sull’album di esordio della band e qui ri-registrata ad un anno di distanza e con Hoglan alla batteria. Anche senza sentirla, potreste immaginare quale potenza essa sprigioni. Il giro di basso, qui eseguito da Gonzales, rimane tra gli episodi più cupi del thrash metal intero. Esso è accompagnato dalle melodie distorte delle chitarre prima che esse prendano la scena con riffs profondi e tetri. Dopo neanche un minuto dall’inizio, il riff portante entra in scena, accompagnato da alcuni stop and go per poi ripartire alla velocità della luce con ferali uptempo. La differenza tra le due versioni risulta abissale sin dai primi minuti siccome qui la band si supera veramente in fasi di velocità e brutalità ed a tirare il carro, ancora una volta, troviamo un devastante Hoglan a martellare senza pietà le sue pelli. Le fasi di doppia cassa non mostrano un minimo segno di cedimento ed anche la sezione più pacata a metà traccia sfoggia un’irruenza ed un’oscurità incredibile, azzerando qualsiasi forma di melodia tendente allo speed metal della versione originale. Il riffs sembrano motoseghe impazzite mentre l’ugola di Doty raggiunge picchi perforanti durante un ritornello tanto semplice quanto violento e di facile presa, anche per la sua ripetizione (mai eccessiva). Il solismo delle due asce non conosce mediazione ed ancora una volta riversa su disco tonnellate di distorsioni da unire ad un furioso tremolo al fine di risultare anch’esso parte di questa impalcatura totalmente votata all’impatto. Il testo, originariamente a cura della coppia Doty/Durkin, risulta intento a descrivere la distruzione apportata dalla band in sede live. Le persone che assistono alla loro prestazione vengono invase da una dosa mostruosa di violenza e non si reggono in piedi a causa di questo suono così assordante. Tutti devono cadere in ginocchio stremati di fronte ai Dark Angel e non c’è pietà per nessuno. L’obbedienza è solamente per la band mentre essa e pronta a dare il colpo finale, attraverso una morte senza pietà. L’Angelo è arrivato, portando morte e distruzione e le anime dei caduti adesso sono sue. Tutto ciò che rimane è un posto devastato, in fiamme ed una serie di morti per terra, come a voler ribadire la potenza del gruppo in sede live. Come un treno merci senza freni, “Darkness Descends” continua la sua folle corsa anche con la traccia successiva, la possente Death Is Certain (Life Is Not), ormai vero cavallo di battaglia da parte della band e piccolo, grande gioiello di metal estremo. L’incipit a base di assolo di doppio pedale di batteria si potrebbe tranquillamente accostare allo stacco da parte di Lombardo su “Angel Of Death” senza fobie di inadeguatezza perché il gigante dietro alle pelli si dimostra, ancora una volta, senza remore e mediazioni. Una fucilata in piena faccia che introduce, sullo stesso pattern di batteria, riffs schizoidi che non accennano a calare di intensità. Un tappeto quasi perenne di doppio pedale accompagna il resto della band per tutta la durata della canzone senza che ci sia un minimo calo di intensità per la canzone più brutale del disco. Le chitarre sovente si assestano su di un veemente tremolo picking in una valanga di note sputate alla velocità supersonica. La voce di Doty morde a dovere, specialmente durante lo spettacolare ritornello. Non c’è tempo medio che tenga più di qualche secondo perché la forza distruttrice della band punta in una direzione sola, accompagnando assoli chitarristici veloci e abbozzati in alcuni punti ma anche di valore quando allo scoccare del terzo minuto un accenno di melodia, drammatica e grottesca allo stesso tempo, viene prodotta dalla sei corde. Come a voler anticipare uno stile oscuro e perverso, timbro dei prossimi Dark Angel. Fino alla fine non vie è un attimo di respiro e la seconda metà della canzone riprende esattamente le struttura della prima, senza risultare noiosa perché ben amalgamata e dalla violenza incontrastata. Il testo a cura di Hoglan risulta impegnato perché trattante un tema scottante come l’eutanasia. Il batterista si schiera palesemente a favore quando scrive di vedere un suo amico in un letto di ospedale, circondato da tubi e paralizzato dal collo in giù. Si chiede se questa si possa chiamare vita. I politici e la Chiesa non ammettono la morte indotta e pretendono che la persona rimanga in vita, se essa si può definire tale. I pensieri nella persona paralizzata sono costantemente rivolti verso la morte, unica via di uscita dalla sofferenza. Egli si chiede se possa mai esistere un Dio visto che a pagare sono sempre le persone buone. Ad un certo punto del testo, Hoglan descrive un ago che entra nel braccio e accompagna questa persona alla morte, come in un’eutanasia segreta, illegale ma voluta e per questo da rispettare. L’amico spera che almeno l’anima del deceduto sia stata salvata mentre il suo corpo ora giace e riposa in una bara. Un testo molto crudo che ci fa riflettere su un tema tanto dibattuto quanto assurdo giacché, dal mio punto di vista, ognuno dovrebbe essere libero di lasciare questo mondo a suo piacimento. In questo modo ci avviciniamo alla sesta traccia del disco, l’apocalittica Black Prophecies. I testi a cura di Hoglan si rifanno alle profezie di Nostradamus ma andiamo per ordine. Incredibile ma vero, ci troviamo al cospetto della prima ed unica traccia in tempi medi del disco. Tutto è focalizzato sull’atmosfera di terrore ed angoscia al fine di potere accompagnare degnamente il personaggio descritto nel testo. I primi secondi della traccia mostrano passaggi sui rullanti da parte della batteria a sostenere riffs aperti dalla buona profondità, prima che le ritmiche serrate entrino in scena attraverso triplette di doppia cassa e riffs che si assentano su di un palm muting che mostra svariati stop and go. I tempi sono in continuo cambiamento in quest’atmosfera veramente plumbea ed opprimente. Alcune partiture di doppia cassa smorzano leggermente quest’andatura massiccia, pachidermica ma presto si ricade nella più oscura proposta musicale, grazie anche all’ugola ispirata di Doty. Qui il cantante si fa molto recitativo e tenebroso nella sua tonalità al fine di adattarsi alla perfezione al mood del disco. La struttura risulta intricata a dovere, mostrando un gran segno di maturità compositiva. Per essere brutali e pesanti non bisogna sempre e solo suonare su tempi tirati. Quando si hanno le idee, anche otto minuti e mezzo di tempi meno impulsivi possono esaltarti come un bambino di cinque anni.  Il risultato è una traccia molto potente e dal ritornello ottimamente incastrato nella struttura. Struttura che come stile si avvicina molto a quelle che poi saranno presenti nel secondo lavoro della band, Leave Scars, perché dirette verso un mood veramente perverso ed apocalittico, tra numerosi cambi di tempo e impalcature veramente ispirate. Anche il solismo delle chitarre rallenta la sua marcia al fine di contribuire all’aura della canzone che nella sua avanzata non conosce ostacoli e travolge le orecchie dell’ascoltatore. Come anticipato, il testo narra le profezie di Nostradamus, qui descritto come un uomo dai poteri misteriosi. Un uomo che vede cose che capiteranno alla razza umana quando lui non ci sarà più. Il suo “occhio” prevede le piaghe, le guerre e le distruzioni che porteranno fine alla umanità. Si inizia con la peste che colpì Londra, trasformando le sue campagne in enormi roghi funerari. La sua intenzione era quella di avvertirci di disastri imminenti ma le persone lo presero per folle, evitando di placare i fatti che le sue premonizioni annunciarono. Hitler viene citato nel testo come portatore di morte, anch’egli ampiamente previsto nelle pagine scritte da Nostradamus. Il primogenito di Satana fu Napoleone mentre Hitler non fu altro che il secondogenito, secondo il veggente. Le sue persecuzioni causarono uno dei periodi più bui della nostra Terra. Solo ora la gente capisce quanto le sue premonizioni furono esatte. La seconda parte del testo è ancora più angosciante siccome annuncia il terrore che viene dal cielo allo scoccare del nuovo millennio, causando la Terza Guerra Mondiale. È un chiaro riferimento all’attentato dell’11 settembre ed alla successiva guerra scatenata contro il mondo musulmano. Chissà se i Dark Angel stessi, nel 1986, avrebbero mai pensato di poter assistere dal vivo ad una delle tragedie annunciate dal veggente. Questo rende tutto ancora più sconvolgente ed allarmante. Ci accingiamo alla fine dell’ascolto quando troviamo quella che per regola deve essere la mazzata finale, ovvero Perish In Flames. Sin dal titolo possiamo desumere che si tratti di una traccia totalmente “in your face” e così é. L’inizio è base di un furioso riffing da parte delle due chitarre che presto introduce un Hoglan indaffarato con veloci pattern di doppia cassa prima di un break improvviso durante il quale la chitarra cambia stile al fine di introdurre una lunga sezione di uptempo, interrotta solamente durante il ritornello quando le rullate sui tamburi di Hoglan si sprecano. In questo feroce gioco di stop and go l’intensità non cala mai e la violenza tanto meno. Lo stile chitarristico ancora una volta si destreggia tra palm muting e veementi tremolo in un crescendo che raggiunge il suo apice al secondo minuto quando l’alternarsi solista da parte delle due chitarre sembra interminabile, soprattutto grazie al suo carico di odio e distorsione. Segue una sezione veramente mortifera durante la quale la batteria rilascia ipnotici colpi sulla gran cassa da alternare a quelli sul rullante, il tutto in modo molto dinamico. Si arriva così quasi al terzo minuto e mezzo quando le atmosfere si fanno veramente plumbee ed impenetrabili: le chitarre si assestano su distorsioni varie, la batteria stoppa momentaneamente la sua marcia ossessiva e la voce di Doty si getta a capofitto nel ricreare versi demoniaci a voler formare un’aura di dannazione con creature mostruose che accolgono l’anima tra le fiamme degli inferi. A seguire questo break improvviso, ritroviamo nuovamente l’esplosione di rabbia da parte del gruppo. Alcuni stop and go riprendono le struttura di inizio traccia, con seguenti uptempo di batteria e tonnellate di riffs selvaggi e senza compromessi. La voce di Doty torna a mordere a dovere, tra picchi alti e urla roche. Hoglan decide che è ora per dare fondo a tutte le sue forze per un finale coi botti d’artificio. Protagonisti sono la folle doppia cassa e le chitarre che aumentano la loro velocità al fine di ricreare un tale muro sonoro da far impallidire molte band estreme d’allora. Ad accompagnare questo martirio sonoro, troviamo un testo molto più diretto ed essenziale rispetto ad alcuni qui presenti su disco. Doty non possiede le stesse capacità compositive di Hoglan quando si tratta di liriche e qui viene richiamato molto semplicemente il tema di un attacco di guerra. L’ordine di attaccare è dato, i missili vengono puntati verso persone che tremano dal terrore.  La loro colpa è stata quella di attaccare per primi ed ora sono destinati a bruciare tra le fiamme. Lo sguardo è rivolto verso l’alto mentre gli dei della guerra sono pronti e sferrare l’attacco finale in un momento di rabbia e follia. Le risate di colui il quale ha scatenato la guerra fanno sfondo ad una strage di persone innocenti mentre le fiamme invadono e divorano ogni cosa che si possa parare innanzi.  Il rimorso non è contemplato, come nemmeno le lacrime per una persona che ha compiuto la strage. La guerra è follia, stupidità e porta alla fine del mondo. La violenza crea altra violenza e gli occhi di chi ha scatenato tutto questa follia sono proprio quelli che assistono agli ultimi secondi di vita di questo pianeta martoriato da esplosioni. Il lottare ed ergersi di fronte alla battaglia porta solamente alla morte nelle fiamme, il terrore ti paralizza e non ti lascia via di scampo. Arriviamo storditi da tanta violenza alla fine di questa pietra miliare del thrash metal ed è ora di trarre le ultime considerazioni.



“Darkness Descends” mostra i Dark Angel al picco della loro violenza compositiva, a mio modesto parere. Il prodotto in questione risulta decisamente appesantito e velocizzato rispetto al buon esordio “We Have Arrived” e complice di tale cambiamento e sicuramente il possente Gene Hoglan dietro alle pelli. Per lui, tutto è partito da qui. La sua fama ha inizio esattamente nel 1986 e non a caso perché il suo stile potente, veloce e preciso farà da scuola a tanti batteristi del metal estremo di fine anni 80/inizio 90. Ad ogni modo, in generale, tutti i membri della band sembrano essersi messi d’accordo per produrre una tale gemma di brutalità implacabile. Le chitarre sono dei fiumi in piena e proprio la coppia Durkin / Meyer si contraddistingue per la sua ispirazione e grinta, rendendoli competitivi tra le varie e più celebri (ma non per questo per forza migliori) coppie d’asce del periodo. L’ugola di Doty ha abbandonato qualsiasi forma di mediazione con lo speed metal per ricreare urla laceranti degne di questo nome, ciliegina sulla torta di un prodotto che rasenta la perfezione. Assieme a SlayerKreator e pochi altri, i Dark Angel sono stati i veri creatori del cosiddetto “extreme thrash metal”, ovvero una versione brutalizzata del classico stile. Se gruppi come Demolition HammerSolsticeDevastation e altri nel genere hanno visto la luce, è anche grazie alla band di Hoglan e compagnia. Altro punto di svolta per la band sono i testi. Il possente batterista mostra le sue doti anche in fase di scrittura. La sua penna si sofferma spesso su aspetti psicologici dei suoi personaggi, con strutture ben sviluppate tramite parole ricercate e mai banali. Il satanismo degli esordi, seppur meno presente rispetto ai cugini Slayer, qui viene quasi del tutto eliminato al fine di dare risalto a storie religiose/storiche e profonde analisi sulla situazione umana, in vari casi. Sicuramente un valore aggiunto per un prodotto mastodontico, il quale nei sui trentacinque minuti non ammette mediazioni. Come accennato in fase di introduzione, questa irruenza musicale spesso venne allora associata a quella degli Slayer e, nonostante in parte essa si possa sentire, io non mi sono mai trovato completamente d’accordo. I Dark Angel del 1986, a differenza degli Slayer dello stesso anno, compongono impalcature più complesse ed elaborate. Se gli Slayer di "Reign In Blood" hanno incorporato tutta l’irruenza del punk/hardcore, i Dark Angel forse fanno un ulteriore passo in avanti, riuscendo a creare un prototipo di thrash/death non ancora del tutto sviluppato ma di gran presa, sicuramente. La band di Doty suona decisamente più cupa e diversa in molti frangenti. Badate che sto usando il termine “diversa” e non “migliore” perché personalmente, io considero Reign In Blood e Darkness Descends allo stesso piano per i miei gusti. E’ innegabile, però, che i Dark Angel siano riusciti a creare strutture più complesse e dallo stesso impatto sonoro e questa è una cosa veramente essenziale. Con il successivo album, Leave Scars, la band sarebbe stata poi in grado di sviluppare ulteriormente le impalcature del proprio stile, giungendo ad un ibrido tra questo "Darkness Descends" e quel monumentale prodotto di tecnica che risponde al nome di "Time Does Not Heal", tardo quanto incredibile capolavoro thrash metal. Ovviamente, a livello di tecnica e songwriting, "Darkness Descends" e "Time Does Not Heal" sono distanti anni luce e allora molti di voi si saranno questi il perche di una votazione così alta per questo album. La spiegazione è semplice: "Darkness Descends" rappresenta l’apice del primo periodo della band, mentre "Time Does Not Heal" non è altro che il capolavoro della seconda, attendendo un nuovo album. Thrashers di tutto il mondo, unitevi ai Dark Angel per dare sfogo a tutta la vostra rabbia e frustrazione, perché "Darkness Descends" fa proprio al caso vostro!. Un martirio sonoro di proporzioni bibliche, una capolavoro senza tempo.


1) Darkness Descends
2) The Burning of Sodom
3) Hunger of the Undead
4) Merciless Death
5) Death is Certain (Life is Not)
6) Black Prophecies
7) Perish in Flames

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