DANGEREGO

Autopsy

2013 - Atomic Stuff Records

A CURA DI
PAOLO, ROBERTA
24/02/2014
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

I DangerEgo nascono nel 2003 col nome di Bleff, ad opera del batterista Davide “Dade” Filippini e del chitarrista Enrico “Erik” Francesca, un duo al quale in seguito si uniscono il cantante Flavio “Drake” Angelini e il bassista Niccolò “Nicco” Bisconti; la band, ormai al completo, comincia la sua attività tra concerti e concorsi, riscuotendo un discreto successo e dando vita a dei pezzi originali. Nel 2006 si aggiunge un secondo chitarrista, Lorenzo “Dade” Giusti, e subentra la nuova bassista Laura Merciai; il sound del gruppo si fa più corposo e si arricchisce di assoli e nuove armonie, permettendo la creazione di alcuni demo, mentre continua l'attività live. In seguito si ha un periodo di pausa, al termine del quale si fa avanti Claudio “Cloud” Zucchelli come nuovo bassista e il gruppo riprende la sua attività, tra alti e bassi. Così, dopo un demo con pezzi cantati in italiano che risulta poco convincente, la band si rimbocca le maniche e riesce a sfornare il suo primo full-lenght, un lavoro che è la sintesi del loro percorso musicale. Vediamo dunque cosa ha da offrirci questo “Autopsy”.



Risuonano passi e tintinnare di monete, seguiti da una porta che si chiude, che danno il via a “Biting Cold”. In questo pezzo stoner, le chitarre si intrecciano in un rimbombante riffing, sillabato dal basso e dalla batteria, e sovrastato dalla voce potente. Laddove le chitarre e il basso fanno il loro lavoro senza infamia e senza lode, dal semplice riffing all'assolo denso di wah, emergono invece una batteria piuttosto basilare e una voce che, anche se bella e profonda, si lascia dietro una sensazione di anonimato che più in generale affligge tutto il brano. Per intenderci, un buon lavoro che non osa però uscire dai binari, risultando poco “personale”. Il testo tratta una specie di catarsi, un modo per rimediare agli errori commessi, con una nuova consapevolezza che distrugge ma al contempo purifica l'animo, nel quale risorge un sole che riesce a contrastare il “freddo pungente” del mondo esterno. Si cambia in positivo con “Hell's Rage”: il pezzo si presenta più aggressivo, con ritmi più rapidi e un riffing più articolato, con un buon assolo di chitarra. In generale più cattivo, dal ritornello alla voce, e dai ritmi più sostenuti. Il testo vede il protagonista immerso in un inferno in terra, che contrasta con foga le fiamme che vorrebbero distruggerlo, in cerca della libertà in una terra pregna di un odio palpabile. Il pezzo procede compatto e piacevole, senza troppe pretese, ma con lo spirito giusto. “This Madlove” porta a un ulteriore passo in avanti. La canzone ha un testo abbastanza strano, tra “Sono pazzo / Se non mi vuoi, / Sarò migliore / Se mi lasci” (il tipo ha le idee chiare, nevvero?), e si snoda tra un riffing semplice ma vario, sottolineato da un basso che emerge con prepotenza, mentre la batteria fa il suo lavoro. In un pezzo tutto sommato abbastanza basilare, è per me un piacere trovare momenti di maggior intensità, come quello che si snoda dal minuto 2.03, dove tutto si quieta e la musica assume una misteriosa atmosfera orientale, nel quale il basso procede con l'accompagnamento della batteria e tastiere d'atmosfera, mentre da questa nebbia sonora si solleva una elegante chitarra, alla quale si unirà la voce, in una strofa che lancia il quieto assolo, prima del ritornello finale. Si arriva adesso a “Runaway”, che parte con sinistri arpeggi per poi lanciarsi in un riffing con chitarre e basso potenti e corposi, ai quali si unisce una voce effettata, che torna pulita nel ritornello. Il testo è abbastanza criptico, e descrive quello che sembra il tentativo del protagonista di riuscire ad affrontare il proprio passato e a trovare un futuro. Il riffing non è nulla di troppo impegnativo, e varia solo nel ritornello, rimanendo comunque piuttosto semplicistico. Anche “Hallucination from 'The Space'” inizia con un tenebroso arpeggio, sul quale si poggia una voce delicata, che si solleverà dopo l'attacco del riff, in un incedere potente che si spezzerà all'improvviso nella melodicità delle strofe che precedono il ritornello, nel quale si ritorna a una ritmica solida e cadenzata, seguita da una breve parte strumentale. La canzone prosegue tra questi cambi di ritmo e stile, in una successione di melodie e riff davvero appagante (un'ottima prova da parte di tutta la band), terminando con arpeggi e voce che rallentano progressivamente fino a fermarsi. Il testo pare un'oscura riflessione a livello di subconscio, una difficile (e piuttosto deprimente) immersione nel vuoto cosmico del proprio animo (“Fake the nightmare in your head / Hallucination from “the space” / In the vengeance some escape / Expectation of your life”). Potenti chitarre aprono adesso “Light or Darkness”; la sesta traccia ha un incedere ritmato, con un bel basso che supporta il riffing un po' ripetitivo delle chitarre, che si placa durante il cantato per poi risollevarsi nel ritornello, in una melodicità “leggera” che spezza la grinta del pezzo (non so come o perché, ma mi fa venire in mente una pubblicità di alcolici stile limoncello). Il testo tratta dell'oscillare continuo dell'essere umano dalle tenebre alla luce, in un continuo e altalenante mutare, che ci influenza nelle nostre scelte, e ci fa scegliere il nostro sentiero di vita ("Choice is a nightmare / And it’s ending here / The light or darkness / To overcome one’s fear"). “Wings of Freedom” parte con un intro dalla melodia scontata, ma poi si riprende, aggiustando il tiro prima con un riffing un po' più dignitoso, poi con una piacevole e leggera melodia di batteria, basso e piano che fa da sottofondo per la voce, mentre la chitarra suona placida. Poi ritorna la melodia iniziale, ma dura il tempo del ritornello, prima di un riffing bello grooveggiante che introduce una voce effettata. Segue un breve intermezzo con una registrazione di qualcosa di indefinibile (chiedo venia, ma davvero non so cosa possa essere), per terminare con un ultimo ritornello e la strofa di chiusura, con la voce che sfuma in un eco che va quietandosi... Il testo parla della ricerca della libertà, nella speranza di potersi un giorno sollevare in volo in compagnia delle aquile e dimenticarsi drammi e difficoltà terrene. Parte così, “Ultimate Judgement”, cadenzata e potente, con ritmiche allegre e riff in variazione continua, con un breve assolo di “sintetico” verso la fine del pezzo. Questo divertente delirio sembra avere un testo incentrato sulla ricerca del giusto attraverso un velo di follia (e urla!), ma si mantiene abbastanza fumoso al riguardo... Comunque risulta essere un'ulteriore ottima prova dal punto di vista della tecnica, e una canzone breve ma piacevole. Un delicato arpeggio introduce “You Belong to Me”, una love-song piuttosto melensa ("I need you, my love / I feel you in my hear / I need you, my soul / Thank you for all the love") e che sa di già sentito, ma comunque ben fatta, con una bella alternanza tra delicati arpeggi e riff di ampio respiro. All'improvviso il pezzo si carica per dare spazio all'assolo, che danza sul riffing sostenuto prima di cedere il campo alla voce, per l'ultima strofa che chiude la traccia. E giunge infine “Prison's Escape”, dove un uomo si ritrova a lottare per riuscire a scappare da una gabbia che sembra essere un sogno frutto della sua follia, non che faccia differenza, perchè lui vuole solo trovare la pace che per anni è stata solo un'utopia, ma che ora sembra a portata di mano. Il pezzo è cupo, le chitarre si lanciano in riff pesanti, la voce si solleva, mentre il basso e la batteria si uniscono nel creare una solida base ritmica. Ed è alcuni secondi dopo la fine che parte "Breathless" una ghost track molto coinvolgente, con ritmiche davvero belle, “Anche questa è niente male” penso, fino a quando non diventa il pezzo che più ho apprezzato dell'intero disco. Eh già, perchè a un certo punto parte una base molto soft, sulla quale ballano il basso (che per tutto il pezzo si mette bene in luce) e una bellissima clean guitar, in un cambio stilistico jazzistico, con un delicato lavoro di batteria a sostenere il tutto, mentre la voce si fa più pacata. All'improvviso ecco che riparte il riff principale, che conduce a un ultimo ritornello che va a chiudere il pezzo e l'album.



 



 



Insomma, in generale posso dirmi piacevolmente sorpreso, perchè questo lavoro risulta molto buono nella sua totalità. Certo alcuni riff si somigliano un po' troppo, e il fenomeno del “già sentito” è inevitabile, ma sono contento di aver sentito un gruppo che, sebbene rimanga ancora legato a topoi usati e riusati, riesca a uscire dai binari e condurre il treno dove vuole lui, senza farsi trasportare passivamente. Osano, spiazzano, riescono a spaziare e a variare con abilità, e i brani riescono (quasi tutti, bene o male) a essere originali. Gli errori ci sono, come una batteria un poco fievole e una voce che, sebbene sia bella, rimane nell'insieme piuttosto monocorde, ma si riesce benissimo a lasciar correre.



(Paolo GlennTipton Erittu)



 



 







Mi ritrovo tra le mani il cd di debutto dei Dangerego, band fiorentina nata nel 2005. Il materiale inedito composto fin da subito, viene portato on stage dal gruppo ed accolto piuttosto positivamente. Dopo qualche cambio di line up, i cinque musicisti completano undici tracce che riversano nel loro primo lavoro. Mixato e registrato da Gherardo "Ghez" Monti e Francesco Ballerini al "121 Decibel Studio" di Firenze, il disco è masterizzato da Mauro Andreolli al "Das Ende Der Dinge" di Trento. Il risultato dell’addizione di songwriting ed arrangiamento convince ed entusiasma la band, che si rivede perfettamente nel prodotto finito. Le esibizioni live continuano, così come la scrittura del nuovo materiale. Poi avviene per i Dangerego una svolta, una grande occasione, quella di firmare per un’etichetta. Così la STREET SYMPHONIES / ATOMIC STUFF Records si occupa di ripubblicare il debut album rinnovandone la veste grafica ed occupandosi di promozione e distribuzione. Vi presento i Dangerego nei loro ruoli: Baldo ed Erik alle chitarre, Drake alla voce, Cloud al basso e  Max alla batteria. L’artwork del cd presenta la lastra di una testa di profilo; nella scatola cranica invece del cervello, si vede quello che sembra un serpente, rannicchiato sul fondo della cavità cranica. Sulla parte superiore capeggia il moniker del gruppo e sulla parte sottostante il titolo “Autopsy”. Bianco, nero e sfumature di grigio sono i foschi colori usati, gli unici elementi che godono di gradazioni diverse sono il nome della band e il titolo che hanno colore rosso ed il serpente sui toni del rosa. L’insieme dell’immagine, i colori utilizzati ed il titolo hanno prodotto in me una sensazione lugubre. L’impulso immediato è stato quello di sfogliare il booklet interno. Su uno sfondo tra il beige ed il lilla molto slavato, sono impressi i testi, e tutte le pagine sono cosparse da parti del corpo umano in versione scheletrica o rappresentanti il tessuto muscolare, alcune con tanto di dicitura dei termini specifici. Penso di trovarmi di fronte ad una death/core metal band dai contenuti truci ma “raffinati” al tempo stesso e mi preparo psicologicamente ad essere devastata da blast beat e urli growl. Poi chiudendo il booklet osservo la foto della band. Un dubbio sul genere musicale si insinua. E’ vero che l’abito non fa il monaco, ma cinque ragazzi vestiti con semplici magliette o camicie, un paio di cravatte rosse che spiccano in un bicolore tendente al blu, non mi danno l’idea di fare un genere estremo. La curiosità è troppo forte, inserisco il cd e do il via a questa “autopsia” delle 11 tracks.



Un rumore di passi, porte che si aprono cigolando e pezzi di vetro infranti, sono il breve preludio di “Biting Cold”. Appena la musica si palesa mi rendo conto che l’idea di partenza che mi ero fatta, convinta di imbattermi su un genere metal estremo, era del tutto sbagliata. Il primo pezzo ha decisamente un’impronta stoner, con il suono delle chitarre abbastanza basso e cupo. La parte più convincente è quella del solo alle corde, seguita da un bel tiro ritmico in cui la voce viene alterata da un effetto ridondante ed amplificato. Il freddo pungente del titolo si riferisce ad una condizione psicologica, in cui il protagonista riversa metaforicamente i suoi sbagli. La ricerca di una rinascita morale, può spingersi paradossalmente, anche verso territori ancor più bui, per capire gli errori commessi e trovare un rimedio. In “Hell's Rage” il registro sonoro muta rispetto alle ritmiche più soft del pezzo precedente. Di stampo rock, anche se pur sempre con strizzata d’occhi al moderno stile alternative. Le chitarre si articolano simbioticamente, la batteria funge da buon accompagnamento senza prevalere, ed anzi sottolinea il gioco fatto alle corde. L’assolo convince e non lesina in termini di lunghezza. Il protagonista parla di un inferno, probabilmente quello della vita, pronto ad inghiottirlo tra le sue fiamme. Odio e disprezzo sono all’ordine del giorno, ma è ormai troppo tardi per rivolgere le proprie preghiere a Dio. Non resta che farsi largo tra le fiamme infernali e combattere i demoni di questa guerra. Il testo di “This Madlove” mi ha, a primo impatto spiazzata. Concetti apparentemente confusionari e senza senso. In realtà il modo in cui sono concepite le liriche è perfettamente in linea con il senso delle stesse. Si tratta di un amore folle, malato. Un rapporto di coppia che logora e fa male ad entrambi. Il protagonista dichiara che se la sua metà non lo vorrà più, lui andrà in cerca della sua strada per migliorarsi. E nonostante lui non fa altro che pensarla, dice basta a questo amore malato. Mi sarei aspettata una melodia più concitata dato il testo, invece la ritmica è piuttosto semplice, lineare e scorrevole. Ma è a metà canzone che uno sprazzo variegato fa capolino. Il suono della chitarra assume connotati orientaleggianti. Il cielo sotto cui i Dangerego si muovono si tinge di una leggera foschia cupa ma ammaliante. L’andamento iniziale riprende dopo l’assolo di chitarra e ci conduce al termine di questo brano semplice ma versatile. La chitarra avvalendosi di un breve arpeggio introduce “Runaway”. Quando la ritmica si placa sembra aleggiare un’atmosfera di inquietudine, sottolineata dallo scandire dei tocchi alle pelli. Le fasi più sostenute del songwriting danno invece un senso di liberazione. Gli strumenti seguono una strada apparentemente autonoma, come se ognuno di loro volesse scappare e liberarsi da qualcosa. Andando ad analizzare il testo in effetti trovo correlazione, tra l’arrangiamento e le liriche. Il protagonista sembra aver ricevuto del male da qualcuno in passato, un uomo in particolare viene descritto. La scomparsa di quest’uomo potrebbe essere la liberazione del protagonista, il quale vorrebbe percorrere la propria strada ed andare avanti. Ma sembra che quella presenza lo tormenti e lo induca inconsciamente, ad essere come lui. A parte un effetto dato alla voce, per il resto questa traccia rimane piuttosto in sordina, e non esplode per energia o novità. Appena parte “Hallucination from "The Space" capisco il potenziale che la band ha e quanto la traccia in questione possa sorprendermi piacevolmente. E così accade. La parte introduttiva ha la stessa carica evocativa e surreale che poche band riescono a concepire così brillantemente. Una su tutte è quella dei Tool. I Dangerego con questo pezzo (sin ora) si sono davvero superati. L’arpeggio pulito iniziale è una delizia, così come l’entrata in scena della soffusa interpretazione vocale. L’andamento prosegue tra mood di stampo sperimentale, con divagazioni space fino a ricordarmi quelle belle note rock di matrice settantiana. Anche il vocalist dimostra di poter rendere mutevole la sua voce, cosa che non sempre purtroppo è venuta fuori, rimanendo a volte un po’ monocorde. Le allucinazioni dallo spazio, sono probabilmente riconducibili ad una metafora che sta ad indicare lo spazio come il proprio animo, e le allucinazioni altro non sono che le esperienze negative affrontate nella vita. La soluzione è nella propria testa asserisce il protagonista. Disilluso dall’amarezza provata, il suo cuore non ha più spazio per accogliere sentimenti. L’alternanza del songwriting si basa sui due sostanziali cambi ritmici e di arrangiamento, fino a giungere ad un finale in fade out che sembra concludere il brano, ma è che è il preludio alla fine vera e propria interpretata dal binomio voce e chitarra. Si ritorna ad una struttura semplice con “Light or Darkness”. I riffs non spiccano per attitudine, ma svolgono il loro compito di riempimento, che con l’accompagnamento della sezione ritmica fungono da nastro trasportatore all’interpretazione vocale, in questo caso nuovamente lineare. L’assolo della chitarra si avvale dell’effetto del pedale wah wah. In sostanza troviamo molta melodia e giusto qualche nota pungente a “movimentare” l’andamento. Il protagonista nel testo si rivolge ad un “padre”, e con l’analisi del testo, mi pare che il riferimento sia a sfondo religioso. Il bivio del bene e del male sono metaforizzati dalla luce e dal buio. Anche se il concetto è molto più profondo, poiché la scelta dell’una o dell’altra dimensione, porterebbe al liberarsi dalle proprie paure. A questo punto mi aspetto che inizi “Breathless”, il cui testo sul booklet sussegue a Light or Darkness, ma così non è. Il cd passa direttamente a “Wings of Freedom”  e mi chiedo se sia un errore di lettura del cd, se il mio stereo ha svalvolato. Per cui riavvio più volte ma arrivata a quel punto la storia è la stessa. Non mi resta che archiviare il mistero e proseguire. Lo stampo con cui è stata modellata “Wings of Freedom” è una combinazione di alternative e stoner rock. Dove la prima sensazione è palese nelle note più veloci e la seconda in quelle più lente, per poi amalgamarsi nel refrain. Struttura semplice, a parte un intermezzo dopo metà canzone, in cui il vocalist mette un effetto elettronico alla voce ed il cambio tempo fa presagire qualcosa. Il qualcosa si palesa alle orecchie con una voce che riecheggia ridondante nel silenzio, mi ricorda molto quella di un cerimoniere religioso orientale, e dal verso di un corvo. Poi la traccia riprende col suo mood, tra riffs semplici eseguiti con un’ accordatura più bassa.  Nelle parole si palesa la voglia del protagonista di rincorrere la libertà, così come fanno le aquile in volo. Ma più nel dettaglio, sembra che lui voglia riprendersi la libertà da un rapporto amoroso. La donna che ama è la migliore per lui, ma questa relazione lo ha cambiato ed il desiderio di libertà lo porta al distacco. “Ultimate Judgement” comincia proseguendo la parte finale del pezzo precedente. Poi il registro muta leggermente, cavalcando note più brillanti e pulite, di apertura rock senza orpelli. I riff delle chitarre sono coinvolgenti ed abbastanza mutevoli, in particolare bello l’effetto del doppio arrangiamento, dove si sentono le chitarre assieme ma con partizioni ben distinte. La sezione ritmica fa il suo, senza troppe pretese. Dire a chi ci sta di fronte di non perdere tempo nel cercare di salvarci, è traducibile col senso che  ognuno deve trovare il buon senso nelle proprie azioni, e non è grazie a qualcuno che ci dice “non buttarti via” che magicamente il nostro cammino si indirizza sul sentiero giusto da percorrere. Nella testa di ognuno di noi, pensieri e comportamenti sono diversi, chi sceglie la cosa giusta da fare, chi invece dei gesti folli per sentirsi appagato. E’ questa un’alternativa e delirante visione della vita descritta nel testo. “You Belong to Me” è una semi ballad, le cui strofe mantengono un andamento placido, mentre il ritornello si ispessisce nel ritmo. Molta dell’atmosfera di questa prova sonora dei Dangerego, è data dalla prestazione del bassista. Le chitarre in particolare quella solista, sembrano aver ritrovato una nuova luce sotto la quale esibirsi. Un brano partito un po’ in sordina, ma che prende un netto slancio con l’avanzare delle note, in un crescendo compositivo ben strutturato. Lo stacco in fade out che anticipa un cambio ritmico, è piazzato in maniera ottimale. Una buona prova questa per la band. Anche in quella che sembra essere una semplice dichiarazione d’amore, come sempre la vena irrazionale e bizzarra contenuta nei punti di vista della band, non manca nemmeno qua. E la promessa fatta davanti a Dio di stare insieme nella gioia e nel dolore, si tramuta in un velo d’ombra che cade sul protagonista. Non si capisce bene se sia un abbandono da parte della moglie preso con coscienza o voluto dal fato che l’ha portata via prematuramente. L’unica cosa certa è che l’uomo tiene vivo il ricordo di lei dentro il suo cuore. Arriviamo all’ultima traccia (almeno così sembrerebbe) "Prison's Escape". Riffs e armonie sono sostenute da una buona base ritmica, le chitarre si avvicendano in concetti strutturati in maniera cupa, o almeno quella pare essere l’intenzione, che non è perpetrata appieno. Gli stoppati e la batteria cadenzata in alcuni frangenti, non dispiacciono, ma fanno un po’ a cazzotti con il mood aggressivo sul quale è improntata la traccia. Mentre la parte finale la trovo perfettamente in linea con l’idea di base. Solito approccio delirante delle liriche, in cui un uomo cerca una via di fuga dalla sua personale prigione (interiore?). Molto probabilmente come in un assurdo sogno, la vita che ha condotto non lo ha soddisfatto, e vuole ritrovare pace e serenità. Il brano finisce ma dopo il cd continua a girare, dopo  un minuto scarso  nuove note si manifestano. Le parole pronunciate ricordavo di averle già sentite. Vado a riprendere quella traccia “mancante” e le ritrovo li. Si tratta di “Breathless” che è la ghost track, ed il mistero è risolto. Un’altra trovata dei burloni Dangerego, partiti con tiro prorompente con la vera ultima canzone. Riffs concisi e diretti, così come l’interpretazione del cantante. Il cambio della ritmica sancisce la fatica del lavoro fatto dai Dangerego. Con chitarre e basso che danno il meglio di loro, in una miscela di sonorità raffinate, messe in risalto dal tocco di stampo jazz sui piatti. Dopo questo lodevole intermezzo, si riprende con l’andamento iniziale, che porta alla conclusione di questo riuscitissimo brano. La salvezza è il tema principale su cui si basano le liriche. Un uomo perso nel suo dolore, crede fermamente che il “Dio della luce” possa arrivare nei suoi sogni per cambiare la sua vita. Difficile per chi conosce bene l’oscurità, ma la luce della speranza è ancora viva dentro di lui.



 



 



 



Per gli amanti del genere “Autopsy” è sicuramente un lavoro ben riuscito. Io pur non amando particolarmente queste sonorità, sono rimasta piuttosto soddisfatta nell’ascoltarle, grazie ad un songwriting che ha mescolato più generi, senza che nessuno fosse preponderante rispetto ad un altro. Buon bilanciamento di stili dunque, che ha stemperato ritmiche e riffs a volte decisamente ripetitivi. Ma del resto al giorno d’oggi, fare musica davvero nuova e mai sentita, è difficile come trovare una diciottenne vergine. L’autopsia del titolo, emblematicamente riferita a quella della testa, ovvero psicologica, è stata abbastanza sviscerata nei testi. In una maniera a volte surreale, altre folle ed irrazionale, ma indubbiamente reale. Il mio giudizio è positivo ma con riserva per il futuro, perché è col tempo che un gruppo deve dimostrare attitudine, creatività, ma soprattutto passione per il proprio lavoro.



(Roberta D'Orsi)


1) Biting Cold
2) Hell's Rage
3) This Madlove
4) Runaway
5) Allucination from "The Space"
6) Light or Darkness
7) Wings of Freedom
8) Ultimate Judgement
9) You Belong to Me
10) Prison's Escape
11) Breathless (ghost-track)